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sabato 28 gennaio 2023

BEATI NOI Lungo le nove beatitudini si srotola lenta la regola della felicità e ce n'è una scritta per me perché contiene la mia missione - IV Domenica del Tempo Ordinario (ANNO A) - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

BEATI NOI
 

Lungo le nove beatitudini si srotola lenta la regola della felicità
ce n'è una scritta per me perché contiene la mia missione


I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». Mt 5,1-12


per i social

BEATI NOI

Lungo le nove beatitudini si srotola lenta la regola della felicità
e ce n'è una scritta per me perché contiene la mia missione

Beati voi, beati noi.
Tutti siamo stati poveri almeno una volta, tutti siamo stati nel pianto, e quell’unica volta ci è bastata.
Lungo le nove beatitudini si srotola lenta la regola della felicità; esse non evocano atti straordinari, ma una trama di storie comuni, nostro pane quotidiano. C'è la sorpresa di coloro che hanno pianto molto e le cui lacrime sono il tesoro di Dio, la sorpresa dei poveri fatti principi del regno.
Ma nell’elenco ci siamo tutti: piccoli, miti, pacificati dentro, quelli dagli occhi puri che agli occhi impuri del mondo non contano niente, ma che sanno posare una carezza sull'anima, bianca e leggera come neve.
Le beatitudini hanno parole che sanno affascinarci, ma poi ci accorgiamo che ci è stato messo fra le mani il manifesto più difficile, stravolgente e contromano che l'uomo possa pensare.

Beati voi poveri. E ci saremmo aspettati: perché ci sarà un capovolgimento, perché diventerete ricchi. No! Beati, perché c'è più Dio in voi, c'è più libertà, meno attaccamento all'io e alle cose. Beati perché siete voi, e non i ricchi, a custodire la speranza che è possibile vivere meglio per tutti.
In questo mondo di opulenza e povertà, un esercito silenzioso costruisce oasi di pace, nel lavoro, in famiglia, nelle istituzioni; ostinato nella gratuità e nella giustizia, onesto nelle piccole cose. Gli uomini delle beatitudini, ignoti al mondo, non andranno mai sui network, ma sono loro i legislatori segreti della storia.

Beati quelli che piangono. Paradossale. Felicità e lacrime mescolate insieme, indissolubili.
Ma Dio è dalla parte di chi piange e non del dolore! Infatti, sono detti beati i poveri e non la povertà, non le situazioni. E’ detto felice chi non lo è, ma non perché piangere renda felici, ma perché accade una cosa nuova: «In piedi, voi che piangete, avanti: Dio cammina con voi, vi fascia il cuore, apre futuro». Un angelo misterioso annuncia a chi piange: «Il Signore è con te».

Felici i giusti. Nell'immenso andare della vita, i giusti, coloro che più hanno sofferto, conducono gli altri, li trascinano in avanti e in alto. Lo vediamo ovunque: chi ha il cuore più limpido indica la strada, chi ha pianto molto vede più lontano, chi è più misericordioso aiuta gli altri a ricominciare.

Beati i misericordiosi: sono gli unici che nel futuro troveranno la misericordia che già hanno ora e che si porteranno appresso per sempre, come un equipaggiamento in grado di attraversare l'eternità.

Fra le nove parole ce n'è una scritta per me e che devo individuare perché contiene la mia missione, la mia possibilità di essere più uomo, più libero e più vero. Su di essa sono chiamato a fare il mio percorso, per un mondo bisognoso di storie di bene, di uomini e donne che si occupino della felicità di qualcuno. E Dio si occuperà della loro.

per Avvenire 

Beato chi cammina sulla via del Signore  (...)

Leggi su Avvenire


"Dio è sempre nuovo" L'ultimo libro di Benedetto XVI: La prefazione di Papa Francesco - L'intervista al curatore Luca Caruso


È disponibile in libreria il volume Dio è sempre nuovo (Libreria Editrice Vaticana, pp. 144, euro 13), curato da Luca Caruso, che propone una vasta antologia intorno ai principali temi della fede cristiana nelle parole di Benedetto XVI. Papa Francesco, che firma la prefazione, descrive questo testo come «una sorta di sintesi spirituale degli scritti di Benedetto XVI: qui brilla la sua capacità di mostrare sempre nuova la profondità della fede cristiana».

Leggi tutto: Dio è sempre nuovo. Il libro di Benedetto XVI «sintesi spirituale degli scritti» del Papa emerito

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La prefazione di Papa Francesco al libro di Benedetto XVI: 
"Dio è sempre nuovo"

Il testo del pontefice accompagna questa ampia antologia intorno ai principali temi della fede cristiana nelle parole di Ratzinger, deceduto il 31 dicembre 2022, disponibile dal 14 gennaio



Sono lieto che il lettore possa avere tra le mani questo testo di pensieri spirituali del compianto Papa Benedetto XVI. Il titolo già esprime uno degli aspetti più caratteristici del magistero e della stessa visione della fede del mio predecessore: sì, Dio è sempre nuovo perché Lui è fonte e ragione di bellezza, di grazia e di verità. Dio non è mai ripetitivo, Dio ci sorprende, Dio porta novità. La freschezza spirituale che traspare da queste pagine lo confermano con intensità.

Benedetto XVI faceva teologia in ginocchio. Il suo argomentare la fede era compiuto con la devozione dell'uomo che ha abbandonato tutto se stesso a Dio e che, sotto la guida dello Spirito Santo, cercava una sempre maggior compenetrazione del mistero di quel Gesù che lo aveva affascinato fin da giovane.

La raccolta di pensieri spirituali che viene presentata in queste pagine mostra la capacità creativa di Benedetto XVI nel saper indagare i vari aspetti del cristianesimo con una fecondità di immagini, di linguaggio e di prospettiva che diventano uno stimolo continuo a coltivare il dono prezioso dell'accogliere Dio nella propria vita. Il modo nel quale Benedetto XVI ha saputo far interagire cuore e ragione, pensiero e affetti, razionalità ed emozione costituisce un modello fecondo su come poter raccontare a tutti la forza dirompente del Vangelo.

Il lettore lo vedrà confermato in queste pagine, che rappresentano - anche grazie alla competenza del Curatore, cui va il nostro sentito ringraziamento - una sorta di "sintesi spirituale" degli scritti di Benedetto XVI: qui brilla la sua capacità di mostrare sempre nuova la profondità della fede cristiana. Ne basta un piccolo florilegio. "Dio è un evento di amore", espressione che da sola rende giustizia con pienezza di una teologia sempre armoniosa tra ragione e affetto. "Che cosa mai potrebbe salvarci se non l'amore?" ha chiesto ai giovani nella veglia di preghiera a Colonia, nel 2006, meditazione qui opportunamente ricordata, ponendo una domanda che fa eco a Fëdor Dostoevskij. E quando parla della Chiesa, la passione ecclesiale gli fa pronunciare parole quanto mai innervate di appartenenza e affezione: "Non siamo un centro di produzione, non siamo un'impresa finalizzata al profitto, siamo Chiesa".

La profondità del pensiero di Joseph, che si fondava sulla Sacra Scrittura e sui Padri della Chiesa ci è di aiuto ancor oggi. Queste pagine affrontano un ventaglio di tematiche spirituali e ci sono di stimolo nel rimanere aperti all'orizzonte dell'eternità che il cristianesimo ha nel proprio dna. Quello di Benedetto XVI è e rimarrà sempre un pensiero e un magistero fecondo nel tempo, perché ha saputo concentrarsi sui riferimenti fondamentali della nostra vita cristiana: anzitutto, la persona e la parola di Gesù Cristo, inoltre le virtù teologali, ovvero la carità, la speranza, la fede. E di questo tutta la Chiesa gliene sarà grata. Per sempre.

In Benedetto XVI una devozione incessante e un magistero illuminato si sono saldati in un'alleanza armonica. Quante volte ha parlato della bellezza con parole toccanti! Benedetto ha sempre considerato la bellezza come una strada privilegiata per aprire gli uomini e le donne al trascendente e così poter incontrare Dio, che era per lui il compito più alto e la missione più urgente della Chiesa. In particolare, la musica è stata per lui un'arte vicina con cui elevare lo spirito e l'interiorità. Ma ciò non gli faceva distogliere l'attenzione, da vero uomo di fede, alle grandi e spinose questioni del nostro tempo, osservate e analizzate con consapevole giudizio e un coraggioso spirito critico. Dall'ascolto della Scrittura, letta nella tradizione sempre viva della Chiesa, ha saputo fin da giovane attingere quella sapienza utile e indispensabile per stabilire un confronto dialogante con la cultura del proprio tempo, come queste pagine confermano.

Ringraziamo Dio per averci donato Papa Benedetto XVI: con la sua parola e la sua testimonianza ci ha insegnato che con la riflessione, con il pensiero, lo studio, l'ascolto, il dialogo e soprattutto la preghiera è possibile servire la Chiesa e fare del bene a tutta l'umanità; ci ha offerto strumenti intellettuali vivi per permettere ad ogni credente di rendere ragione della propria speranza ricorrendo ad un modo di pensare e di comunicare che potesse essere inteso dai propri contemporanei. Il suo intento era costante: entrare in dialogo con tutti per cercare insieme le vie tramite le quali incontrare Dio.

Questa ricerca del dialogo con la cultura del proprio tempo è sempre stato un desiderio ardente di Joseph Ratzinger: lui, da teologo prima e da pastore dopo, non si è mai confinato in una cultura solo intellettualistica, disincarnata dalla storia degli uomini e del mondo. Con il suo esempio di intellettuale ricco di amore e di entusiasmo (che etimologicamente significa essere in Dio) ci ha mostrato la possibilità che ricercare la verità è possibile, e che lasciarsene possedere è quanto di più alto lo spirito umano possa raggiungere. In tale cammino tutte le dimensioni dell'essere umano, la ragione e la fede, l'intelligenza e la spiritualità, hanno un proprio ruolo e una propria specificità.

La pienezza della nostra esistenza, ci ha ricordato con la parola e l'esempio Benedetto XVI, si trova solo nell'incontro personale con Gesù Cristo, il Vivente, il Logos incarnato, la rivelazione piena e definitiva di Dio, che in Lui si manifesta Amore fino alla fine. Questo è il mio augurio al lettore: che possa trovare in queste pagine attraversate dalla voce appassionata e mite di un maestro di fede e di speranza la grazia di un nuovo e vivificante incontro con Gesù.
(fonte: Repubblica)

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Un’iniziativa editoriale per riscoprire il pensiero di un grande teologo del Novecento. Questo lo scopo di ‘Dio è sempre nuovo’, che raccoglie alcuni testi del pontificato di Benedetto XVI sui capisaldi della fede. Il libro – come scrive Papa Francesco nella prefazione – rappresenta una sintesi spirituale di Ratzinger che mostra la profondità della cristianità.

Guarda il video dell'intervista al curatore Luca Caruso


Altro che precipizio, siamo in guerra

Altro che precipizio, siamo in guerra

ESCALATION. Malgrado il famoso articolo 11 della nostra Costituzione ci vieta di partecipare ad una guerra offensiva e ci invita a contribuire a risolvere con mezzi pacifici le controversie internazionali, non abbiamo fatto neanche un timido tentativo di mediazione.

Kharkiv, Ucraina - Ap

Mandiamo al governo ucraino armi sempre più potenti e sofisticate, ne addestriamo le truppe, martelliamo i nostri concittadini con una propaganda bellica martellante.

Guidiamo gli attacchi all’esercito russo dai nostri satelliti che spiano il fronte, e tutta l’area interessata al conflitto, 24 ore su 24.
E stanno per chiederci di mandare le nostre truppe, secondo i generali in pensione Marco Bartolini, già a capo del Comando operativo interforze (Coi) e Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica.

Tra l’altro questi generali, che certamente non possono essere annoverati tra gli ingenui pacifisti, si sono pubblicamente espressi contro l’invio dei famosi carri armati Leopard perché rischiano di provocare una risposta dagli esiti imprevedibili che potrebbe portarci alla catastrofe.

Siamo in guerra contro la Russia senza che sia stata ufficialmente dichiarata. Malgrado il famoso articolo 11 della nostra Costituzione ci vieta di partecipare ad una guerra offensiva e ci invita a contribuire a risolvere con mezzi pacifici le controversie internazionali, non abbiamo fatto neanche un timido tentativo di mediazione.

Abbiamo lasciato questo ruolo di mediazione tra Zelensky e Putin ad un governo liberticida come quello turco del Sultano di Erdogan, che ha imprigionato migliaia di dissidenti e continua a bombardare impunemente il popolo curdo in Siria, lo stesso popolo che ha lottato, con noi, coraggiosamente contro la barbarie dell’Isis, liberando le città che questi criminali avevano occupato e distrutto.

Siamo in guerra malgrado tutti i sondaggi ci dicono che la maggioranza degli italiani sia contraria a continuare a mandare armi all’Ucraina, a proseguire nel sostenere questa escalation bellica che sta diventando irreversibile.
Siamo in guerra contro la Natura, la Madre Terra, perché questo conflitto tra la Nato e la Russia ha prodotto un’impennata nella corsa agli armamenti che è una delle cause principali dell’inquinamento del pianeta e dell’effetto serra. Siamo in guerra, malgrado gli appelli addolorati di papa Francesco, voce di colui che grida nel deserto. Siamo in guerra senza se e senza ma.

Siamo in guerra e ci sentiamo impotenti. Possiamo ritornare a scendere in piazza, ma abbiamo visto che questa iniziativa non ha scosso di un millimetro l’appoggio alla guerra, all’invio di armi. Ma, se non facciamo niente siamo complici di questo massacro annunciato.

In questo momento nessuno ha la chiave magica che serve a bloccare questa corsa verso il baratro, ma tutti coloro che credono che non ci sia alternativa alla trattativa, al cessate il fuoco, al fermare la bestialità che è in noi e fare parlare la ragione, devono sforzarsi di trovare una risposta, a immaginare una iniziativa per uscire da questo silenzio complice. Personalmente credo che bisogna riprendere la battaglia contro le armi degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, attraverso l’obiezione fiscale. Semplicemente facendo sapere al governo in carica che si rimanda per quest’anno il pagamento di tasse e tributi finché saremo in guerra.

Non penso che così fermeremo questa guerra, ma almeno prenderemo le distanze e potremo dire “NON CON I MIEI SOLDI”. Ma, credo soprattutto in uno sforzo collettivo per trovare tutti i modi possibili per opporci a questa assurda deriva dell’umanità. Perché di questo si tratta, non solo della nostra pelle. La guerra nucleare non è lo spauracchio usato dal governo russo come ci vogliono far credere, ma una possibilità concreta che nasce dalla convinzione che Putin sia proprio un dittatore spietato che pur di non essere cacciato dal potere è disposto a tutto.

Così come Zelensky pur di vincere questa guerra è disposto a vedere rase al suolo le città dell’Ucraina e ridotto alla fame e alla miseria l’intero popolo ucraino.
(fonte: Il Manifesto, articolo di Tonino Perna 26/01/2023)


venerdì 27 gennaio 2023

Giorno della Memoria: iniziative in tutta Italia per combattere “il pericolo dell’oblio”

SHOAH
Giorno della Memoria: iniziative in tutta Italia
per combattere “il pericolo dell’oblio”

Il pericolo dell’oblio c’è sempre. Io penso che tra qualche anno sulla Shoah ci sarà solo una riga sui libri di storia e poi neanche più quella”. A lanciare il durissimo monito è la senatrice a vita e testimone della Shoah, Liliana Segre. Ma anche quest’anno, sono centinaia le iniziative organizzate in tutta Italia per celebrare il Giorno della memoria. Mostre, incontri, presentazioni di libri, eventi per le scuole. “La senatrice a vita - commenta Milena Santerini, già coordinatrice nazionale per la lotta contro l’antisemitismo - esprime la sua preoccupazione e lo fa per risvegliare le nostre coscienze ma noi ci siamo. Stiamo lavorando con lei e con tutti gli altri sopravvissuti alla Shoah proprio perché questo oblio non avvenga”

(Foto Moked)

Mostre, incontri, presentazioni di libri, eventi per le scuole, concerti, spettacoli e proiezioni cinematografiche: sono centinaia, anche quest’anno, gli eventi organizzati in tutta Italia per celebrare il Giorno della memoria, il 27 gennaio, e ricordare i milioni di ebrei vittime dell’Olocausto e la persecuzione e l’uccisione di sinti e rom, omosessuali e oppositori politici. Da Roma a Trieste, le iniziative sono state presentate nei giorni scorsi a Palazzo Chigi. Per la presidente dell’Ucei Noemi Di Segni, “la Shoah non è solo un fatto ebraico”, ma “un tema che riguarda il ventennio fascista della storia italiana. La sfida non è tanto quella di affrontare il negazionismo, che pure abbiamo vissuto, ma l’abuso, la banalizzazione e la strumentalizzazione della Shoah e saperla collocare nel contesto storico nel modo più corretto”.

È stata la senatrice a vita e testimone della Shoah, Liliana Segre a lanciare un monito fortissimo. Lo ha fatto in occasione della presentazione con il sindaco Giuseppe Sala del calendario di iniziative organizzate nella sua Milano per il 27 gennaio. “Il pericolo dell’oblio – ha detto – c’è sempre. Io penso che tra qualche anno sulla Shoah ci sarà solo una riga sui libri di storia e poi neanche più quella”. “So cosa dice la gente del Giorno della Memoria”, ha aggiunto.

“La gente già da anni dice, ‘basta con questi ebrei, che cosa noiosa’”.

Da sempre, la senatrice a vita combatte con forza contro questo oblio. È grazie a lei se a Milano esiste un luogo come il Memoriale della Shoah, sotto alla Stazione Centrale. Proprio da lì, dal Binario 21, partivano i deportati per i campi di sterminio nazisti e da lì è partita anche lei quando era una ragazzina, insieme al padre che non è più tornato. Grazie alla senatrice, in occasione del 27 gennaio, tra le vie della città girerà un tram della linea 9 con una livrea di papaveri rossi, simbolo di rinascita e sulla fiancata la scritta “27 gennaio – Giorno della Memoria” e “Memoriale della Shoah – Binario 21 – Stazione Centrale”. “Finalmente – ha aggiunto Segre – prima di morire vedo la mia Milano con il mio tram travestito con scritto ‘Giorno della Memoria’ e i papaveri rossi, su cui non posso salire perché ho la scorta e do fastidio. Tra poco non lo darò più”.

Immediate le reazioni alle parole di Liliana Segre. “La senatrice a vita – commenta al Sir Milena Santerini, già coordinatrice nazionale per la lotta contro l’antisemitismo – esprime la sua preoccupazione e lo fa per risvegliare le nostre coscienze ma noi ci siamo. Stiamo lavorando con lei e con tutti gli altri sopravvissuti alla Shoah proprio perché questo oblio non avvenga”. “La riflessione è cupa”, osserva Santerini, “perché si vedono purtroppo segnali di ritorno e nostalgie e si registra nei giovani un indebolimento della forza della comunicazione di quello che è stata la Shoah. Più che una negazione, assistiamo ad una banalizzazione della Shoah che è frutto di una distorsione storica. La più eclatante è quando si paragona, per esempio, la Shoah al vaccino. Credo che siano questi i motivi del suo pessimismo. Allo stesso tempo – aggiunge la coordinatrice -, Liliana Segre mantiene una grande forza civile, continua a parlare e la sua voce è molto importante come lo è quella di ciascun sopravvissuto.

Sono voci che resisteranno.

Abbiamo la ricerca storica, abbiamo i fatti e i luoghi”. Santerini ricorda a questo proposito la creazione di una Rete nazionale tra sei luoghi italiani della Memoria della Shoah e aggiunge: “Abbiamo anche tutta una letteratura. Ricordiamo la potenza della voce di Primo Levi. Pur nel pessimismo e nella amnesia che si registra nel Paese, noi dobbiamo continuare ad agire. Ci sono tanti giovani che lo stanno facendo. Saranno loro le candele della memoria, come li chiama Liliana Segre”. La lotta contro “il pericolo dell’oblio” – dice Santerini – si fa “in tanti modi. Come coordinatrice della lotta contro l’antisemitismo, ho lavorato ad una strategia che ha tanti risvolti. L’esempio forse più importante sono le Linee guida contro l’antisemitismo nella scuola che il Ministero dell’Istruzione sta diffondendo in tutti gli uffici scolatici italiani. Stiamo ragionando con gli insegnanti per capire appunto come reagire anche contro anche pregiudizi spessi inconsci. Abbiamo fatto quindi passi molto importanti a livello delle scuole di cui vedremo i frutti in futuro”.
(fonte: Sir, articolo di M. Chiara Biagioni 27/01/2023)


Giornata della memoria Cardinale Zuppi: "La memoria delle vittime deve imporci un nuovo impegno per costruire un mondo di pace."


Giornata della memoria - Dichiarazione del Cardinale Matteo Zuppi
"La memoria delle vittime deve imporci un nuovo impegno
per costruire un mondo di pace."


Pubblichiamo il testo integrale della Dichiarazione del Cardinale Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, in occasione della Giornata della memoria.

“Il ricordo di quello sterminio di milioni di persone ebree e di altre fedi – ha ricordato Papa Francesco – non può essere né dimenticato né negato”. Ecco perché la Giornata della memoria è un appuntamento che impone a tutti non solo di ricordare la brutalità compiuta, ma di contrastare ogni forma di razzismo, antisemitismo e discriminazione. Sono semi insidiosi, che riappaiono in maniera inquietante, che si nutrono di indifferenza e ignoranza, giustificano atteggiamenti e parole, sempre pericolose, come ad esempio il razzismo digitale.

Il 27 gennaio, dunque, onora la memoria di quelle vittime, ci aiuta a capire il nostro passato (perché sono nostri fratelli e sorelle), a raccoglierne la dolorosa eredità consegnata perché ci rendiamo conto e non accada più. Non si deve trasmettere soltanto un’informazione ma occorre toccare il cuore. In un momento così difficile, pieno di inquietanti semi di violenza, confrontandoci con la terribile logica della guerra frutto sempre della crescita di inimicizia e disprezzo della vita, la memoria delle vittime deve imporci un nuovo impegno per costruire un mondo di pace.

Etty Hillesum, uccisa in campo di concentramento, scrisse: “È proprio l’unica possibilità che abbiamo, Klaas, non vedo altre alternative, ognuno di noi deve raccogliersi e distruggere in se stesso ciò per cui ritiene di dover distruggere gli altri. E convinciamoci che ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancor più inospitale”. Fratelli tutti, la grande visione riproposta da Papa Francesco, è possibile a tutti e necessaria per tutti, consapevoli che non può essere solo un auspicio ma un impegno.


Enzo Bianchi - Shoah, le radici da non dimenticare

Enzo Bianchi
Shoah, le radici da non dimenticare 


La Repubblica - 23 Gennaio 2023

Chi non sa quel che dice usa sovente l’espressione: “Occorre voltare pagina!”. Operazione certamente necessaria, ma che non implica mai, per il lettore che la compie, il dimenticare ciò che ha letto nelle pagine precedenti riflettendo e interpretandone il significato.

Dunque voltare pagina rispetto agli eventi sintetizzati sotto il nome di Shoah, della “catastrofe”, non può significare rimuovere il passato e smettere di farne memoria, non può significare dimenticare. Se è vero che la colpa non è ereditaria, rimane il fatto che il male compiuto ha lasciato tracce profonde e che le sofferenze patite dagli ebrei negli anni della pianificazione del loro sterminio in Europa sono ancora presenti nei figli e nei nipoti, che non potranno mai cancellare ciò che in qualità di ebrei i loro padri e le loro madri hanno dovuto patire nell’indifferenza generale dei popoli in mezzo ai quali avevano vissuto per secoli.

Oggi, settant’anni dopo, le iniziative per una maggiore conoscenza degli ebrei, del loro rapporto gemellare con i cristiani, e per rinnovare la memoria della Shoah sono ben attestate in Italia. E tuttavia quella “catastrofe” rischia di diventare semplice narrazione, un evento da ricordare tra i tanti, e di perdere la sua specificità: la pianificazione di uno sterminio non di nemici, non di un popolo avversario in guerra, non dei diversi per etnia, ma semplicemente di uomini, donne e bambini solo perché ebrei, che anche noi in Italia imparammo a odiare scegliendo di non vedere e di non insorgere di fronte a tanta barbarie.

Come non ammettere che neppure i vertici della chiesa cattolica hanno avuto la parresia e la forza profetica di difendere i primi fratelli dei cristiani? E si smetta di imputare solo al Terzo Reich questo genocidio, perché noi italiani − e, va detto con chiarezza, vale anche e soprattutto per i polacchi, i croati e gli ucraini – abbiamo collaborato perché gli ebrei fossero perseguitati, catturati, sterminati.

Un antigiudaismo dottrinale presente nel cristianesimo fin dai padri della chiesa si è insinuato in profondità nei cristiani, paralizzandoli e rendendoli incapaci di discernere il “deicidio” che essi stessi stavano compiendo, perché uccidendo Israele uccidevano il Dio dell’alleanza: i cristiani invece imputavano questo delitto agli ebrei!

E che tristezza ancora oggi a distanza di tanti anni dal concilio Vaticano II, decenni di dialogo ebraico-cristiano, constatare che sovente l’antigiudaismo resta sottilmente presente soprattutto nelle omelie e nei commenti alle sante Scritture! Si strumentalizzano polemiche interne al giudaismo del tempo di Gesù denigrando gli ebrei credenti e non operando la necessaria interpretazione storico-critica dei testi. Per i cristiani, ormai, “fariseo” significa “ipocrita”, persona rigida, legalista, incapace di misericordia, e così i contemporanei di Gesù sono evocati senza fare distinzioni e soprattutto senza pensare che quei testi del Nuovo Testamento, che avevano di mira gli uomini religiosi e devoti, riguardano anche i cristiani.

Sovente qualche rabbino con ragione chiede ai predicatori cristiani più rispetto… Ma resto convinto che i cattolici, ancora infervorati nell’apologia della propria fede in polemica con gli altri, ancora morsicati dal bisogno di giudicare e condannare, non siano capaci di riconoscere fino in fondo gli ebrei come fratelli gemelli: gemelli perché come noi generati al contempo dalle stesse Scritture che chiamiamo Antico Testamento. Fratelli certo diversi, con i quali si registrano differenze e rotture, ma che l’attesa potrebbe rendere convergenti: l’attesa del Regno di Dio, regno di giustizia e di pace per tutti.
(fonte: blog dell'autore)



giovedì 26 gennaio 2023

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. 18-25 gennaio «Tutti insieme camminiamo sulla via che il Signore ci ha posto innanzi, quella dell’unità.» Papa Francesco Omelia 25/01/2023 (testo e video)

SOLENNITÀ DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO

CELEBRAZIONE DEI SECONDI VESPRI
LVI SETTIMANA DI PREGHIERA PER L'UNITÀ DEI CRISTIANI

Basilica di San Paolo fuori le Mura
Mercoledì, 25 gennaio 2023



Bisogna opporsi sempre a conflitti violenza e ingiustizia

Opporsi «alla guerra, alla violenza, all’ingiustizia ovunque s’insinuano»: è il compito che Francesco ha affidato a tutti i cristiani “insieme” perché «non basta denunciare, occorre anche rinunciare al male». Le sue parole sono riecheggiate nella basilica papale di San Paolo fuori le Mura, dove si è recato ieri pomeriggio per celebrare i secondi vespri della Conversione dell’apostolo delle Genti, a conclusione dell’ottavario ecumenico. Ricordando che il tema di questa Settimana di preghiera è stato scelto da fedeli del Minnesota, «consapevoli delle ingiustizie perpetrate nel passato nei riguardi delle popolazioni indigene e contro gli afroamericani ai nostri giorni», il vescovo di Roma ha spiegato che «di fronte alle varie forme di disprezzo e razzismo e alla violenza sacrilega», il profeta Isaia ammonisce: «Imparate a fare il bene, cercate la giustizia».
(fonte: L'Osservatore Romano 26/01/2023)

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO


Abbiamo appena ascoltato la Parola di Dio che ha caratterizzato questa Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani. Sono parole forti, tanto forti che potrebbero sembrare inopportune mentre abbiamo la gioia di incontrarci come fratelli e sorelle in Cristo per celebrare una solenne liturgia a sua lode. Già non mancano oggi notizie tristi e preoccupanti, così che dei “rimproveri sociali” della Scrittura faremmo volentieri a meno! Eppure, se prestiamo orecchio alle inquietudini del tempo che viviamo, a maggior ragione dobbiamo interessarci di ciò che fa soffrire il Signore per cui viviamo; e se ci siamo radunati nel suo nome, non possiamo che mettere al centro la sua Parola. Essa è profetica: infatti Dio, con la voce di Isaia, ci ammonisce e ci invita al cambiamento. Ammonimento e cambiamento sono le due parole su cui vorrei proporvi alcuni spunti stasera.

1. Ammonimento. Riascoltiamo alcune parole divine: «Quando venite a presentarvi a me, […] smettete di presentare offerte inutili; […] quando stendete le mani io distolgo gli occhi da voi. Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei» (Is 1,12.13.15). Che cosa suscita l’indignazione del Signore, al punto da richiamare con toni così sdegnati il popolo che tanto ama? Il testo ci rivela due motivi. Anzitutto, Egli biasima il fatto che nel suo tempio, nel suo nome, non si compie ciò che Lui vuole: non incenso e offerte, ma che venga soccorso l’oppresso, che sia resa giustizia all’orfano, che sia difesa la causa della vedova (cfr v. 17). Nella società del tempo del profeta, era diffusa la tendenza – purtroppo sempre attuale – di considerare benedetti da Dio i ricchi e coloro che facevano molte offerte, e disprezzare i poveri. Ma questo è fraintendere completamente il Signore. Gesù proclama beati i poveri (cfr Lc 6,20), e nella parabola del giudizio finale si identifica con gli affamati, gli assetati, i forestieri, i bisognosi, i malati, i carcerati (cfr Mt 25,35-36). Ecco dunque il primo motivo di sdegno: Dio soffre quando noi, che ci diciamo suoi fedeli, anteponiamo la nostra visione alla sua, seguiamo i giudizi della terra anziché quelli del Cielo, accontentandoci di ritualità esteriori e rimanendo indifferenti nei riguardi di coloro ai quali Egli tiene maggiormente. Dio dunque si addolora, potremmo dire, per il nostro fraintendimento indifferente.

Oltre a questo, c’è un secondo e più grave motivo che offende l’Altissimo: la violenza sacrilega. Egli dice: «Non posso sopportare delitto e solennità. […] Le vostre mani grondano sangue. […] Allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni» (Is 1,13.15.16). Il Signore è “irritato” per la violenza commessa verso il tempio di Dio che è l’uomo, mentre viene onorato nei templi costruiti dall’uomo! Possiamo immaginare con quanta sofferenza debba assistere a guerre e azioni violente intraprese da chi si professa cristiano. Viene in mente quell’episodio in cui un santo protestò contro l’efferatezza del re andando da lui in Quaresima a offrirgli della carne; quando il sovrano, in nome della sua religiosità, rifiutò sdegnato, l’uomo di Dio gli chiese perché avesse scrupoli a mangiare carne animale mentre non esitava a mettere a morte dei figli di Dio.

Fratelli e sorelle, questo ammonimento del Signore ci fa tanto pensare, come cristiani e come Confessioni cristiane. Vorrei ribadire che «oggi, con lo sviluppo della spiritualità e della teologia, non abbiamo scuse. Tuttavia, ci sono ancora coloro che ritengono di sentirsi incoraggiati o almeno autorizzati dalla loro fede a sostenere varie forme di nazionalismo chiuso e violento, atteggiamenti xenofobi, disprezzo e persino maltrattamenti verso coloro che sono diversi. La fede, con l’umanesimo che ispira, deve mantenere vivo un senso critico davanti a queste tendenze e aiutare a reagire rapidamente quando cominciano a insinuarsi» (Enc. Fratelli tutti, 86). Se vogliamo, sull’esempio dell’Apostolo Paolo, che la grazia di Dio in noi non sia vana (cfr 1 Cor 15,10), dobbiamo opporci alla guerra, alla violenza, all’ingiustizia ovunque s’insinuano. Il tema di questa Settimana di preghiera è stato scelto da un gruppo di fedeli del Minnesota, consapevoli delle ingiustizie perpetrate nel passato nei riguardi delle popolazioni indigene e contro gli afroamericani ai nostri giorni. Di fronte alle varie forme di disprezzo e razzismo, di fronte al fraintendimento indifferente e alla violenza sacrilega, la Parola di Dio ci ammonisce: «Imparate a fare il bene, cercate la giustizia» (Is 1,17). Non basta infatti denunciare, occorre anche rinunciare al male, passare dal male al bene. Ecco che l’ammonimento è volto al nostro cambiamento.

2. Cambiamento. Diagnosticati gli errori, il Signore chiede di rimediarvi e, per mezzo del profeta, dice: «Lavatevi, purificatevi […]. Cessate di fare il male» (v. 16). E sapendo che siamo oppressi e come paralizzati dalle troppe colpe, promette che sarà Lui a lavare i nostri peccati: «Su, venite e discutiamo – dice il Signore. Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana» (v. 18). Carissimi, dai nostri fraintendimenti su Dio e dalla violenza che cova dentro di noi, non siamo capaci di liberarci da soli. Senza Dio, senza la sua grazia, non guariamo dal nostro peccato. La sua grazia è la sorgente del nostro cambiamento. Ce lo ricorda la vita dell’Apostolo Paolo, che commemoriamo oggi. Da soli non ce la facciamo, ma con Dio tutto è possibile; da soli non ce la facciamo, ma insieme è possibile. Insieme, infatti, il Signore chiede ai suoi di convertirsi. La conversione – questa parola tanto ripetuta e non sempre facile da capire – è chiesta al popolo, ha una dinamica comunitaria, ecclesiale. Crediamo dunque che anche la nostra conversione ecumenica progredisce nella misura in cui ci riconosciamo bisognosi di grazia, bisognosi della stessa misericordia: riconoscendoci tutti dipendenti in tutto da Dio, ci sentiremo e saremo davvero, col suo aiuto, «una sola cosa» (Gv 17,21), fratelli sul serio.

Che bello aprirci insieme, nel segno della grazia dello Spirito, a questo cambiamento di prospettiva, riscoprendo che «tutti i fedeli sparsi per il mondo sono in comunione con gli altri nello Spirito Santo, e così – come scriveva San Giovanni Crisostomo – chi sta in Roma sa che gli Indi sono sue membra» (Lumen gentium, 13; In Io. hom. 65,1). In questo cammino di comunione, sono grato che tanti cristiani di varie comunità e tradizioni stiano accompagnando con partecipazione e interesse il percorso sinodale della Chiesa cattolica, che auspico sempre più ecumenico. Ma non dimentichiamo che camminare insieme e riconoscerci in comunione gli uni con gli altri nello Spirito Santo comporta un cambiamento, una crescita che può avvenire solo, come scriveva Benedetto XVI, «a partire dall’intimo incontro con Dio, un incontro che è diventato comunione di volontà arrivando fino a toccare il sentimento. Allora imparo a guardare quest’altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. Il suo amico è mio amico» (Enc. Deus caritas est, 18).

L’Apostolo Paolo ci aiuti a cambiare, a convertirci; ci ottenga un po’ del suo coraggio indomito. Perché, nel nostro cammino, è facile lavorare per il proprio gruppo anziché per il Regno di Dio, spazientirsi, smarrire la speranza di quel giorno in cui «tutti i cristiani, nell’unica celebrazione dell’Eucaristia, si troveranno riuniti in quella unità dell’unica Chiesa che Cristo fin dall’inizio donò alla sua Chiesa» (Decr. Unitatis redintegratio, 4). Ma proprio in vista di quel giorno riponiamo la nostra fiducia in Gesù, nostra Pasqua e nostra pace: mentre lo preghiamo e lo adoriamo, Egli opera. E ci conforta ciò che disse a Paolo e che possiamo sentire rivolto a ciascuno di noi: «Ti basta la mia grazia» (2 Cor 12,9).

Carissimi, ho voluto condividere in spirito fraterno questi pensieri che la Parola mi ha suscitato perché, da Dio ammoniti, per sua grazia cambiamo e cresciamo nel pregare, nel servire, nel dialogare e nel lavorare insieme verso quella piena unità che Cristo desidera. Ora vorrei ringraziarvi di cuore: esprimo la mia riconoscenza a Sua Eminenza il Metropolita Polykarpos, Rappresentante del Patriarcato Ecumenico, a Sua Grazia Ian Ernest, Rappresentante personale dell’Arcivescovo di Canterbury a Roma, e ai Rappresentanti delle altre Comunità cristiane presenti. Viva solidarietà esprimo ai membri del Consiglio Panucraino delle Chiese e delle Organizzazioni Religiose. Saluto gli studenti ortodossi e ortodossi orientali, borsisti del Comitato di Collaborazione Culturale con le Chiese Ortodosse presso il Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e quelli dell’Istituto Ecumenico di Bossey del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Un caro saluto, molto fraterno, anche a Frère Alois e ai fratelli di Taizé, impegnati nella preparazione della Veglia ecumenica di preghiera che precederà l’apertura della prossima sessione del Sinodo dei Vescovi. Tutti insieme camminiamo sulla via che il Signore ci ha posto innanzi, quella dell’unità.

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Vedi anche il post (con i link a quelli precedenti):


Tonio Dell'Olio: "Il Papa fa la scorta mediatica. Al Congo" - Le richieste di 107 organizzazioni della società civile italiana e una lettera al Papa. "R.D. Congo, a quando la pace?"

Tonio Dell'Olio
Il Papa fa la scorta mediatica. Al Congo


PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI IL 26 GENNAIO 2023

Se il Congo fosse stato un Paese povero povero non se lo sarebbe filato nessuno se non per qualche atto di generosa solidarietà.

Purtroppo invece i potenti hanno scoperto che il Congo è ricco. Molto ricco. Di cobalto, coltan, rame, piombo, diamanti, oro, germanio, argento, manganese. Materie prime senza le quali né telefonini, né auto elettriche, né impero dei diamanti di Anversa, né distretto dei gioielli di Vicenza. E allora il Congo resta sempre affamato, ma per di più è messo a ferro e fuoco da una guerra di rapina e di saccheggio su procura. Ruanda, Uganda, Ciad e altri gruppi irregolari (se ne contano più di un centinaio) vengono armati da europei senza scrupolo per sgomberare le zone sottoposte all'attività estrattiva e per controllare le stesse aree. Bambini reclutati come schiavi e donne stuprate nei villaggi. Prima il Congo era colonia di una sola nazione, il Belgio, dopo "l'indipendenza" è colonia di tante nazioni e di tante multinazionali. Tutto questo è scritto nero su bianco nei rapporti dell'Onu e ne ha preso atto anche l'Unione europea che ha regolato la tracciabilità dei minerali. Tutto è rimasto sulla carta. Ogni giorno in Congo si muore. Nel silenzio complice dell'informazione si muore. Tra pochi giorni Papa Francesco visiterà la zona visitabile della Repubblica Democratica del Congo e l'augurio è che diventi "scorta mediatica" dei mille e mille senza-voce che chiedono solo d'essere lasciati… in pace.

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R.D. Congo, a quando la pace? 
Le richieste di 107 organizzazioni della società civile italiana
e una lettera al Papa

A pochi giorni dalla visita apostolica di Papa Francesco nella Repubblica democratica del Congo e in Sud Sudan dal 31 gennaio al 5 febbraio, 107 organizzazioni della società civile italiana (tra cui reti pacifiste, missionari, parrocchie, Caritas diocesane, Ong) chiedono di riportare l'attenzione sul conflitto nell'Est del Paese che dura da 30 anni, sulle cause e le responsabilità: lo sfruttamento delle risorse minerarie per la tecnologia e gli interessi economici di multinazionali dell'Occidente, Europa compresa. Con tappe precise per la pace, come già indicato nel Rapporto Mapping dell'Onu del 2010 sulle violazioni ai diritti umani.

Campo profughi nei dintorni di Goma - (Foto: organizzazioni società civile italiana)

Papa Francesco non potrà andare nell’inferno di Goma, nel Nord Kivu, dove arrivano gran parte degli sfollati in fuga dalla violenza di oltre un centinaio di gruppi armati, ma trascorrerà tre giorni a Kinshasa, capitale della Repubblica democratica del Congo. Dopo la posticipazione del viaggio programmato nel 2021, ora è attesissimo nel Paese, afflitto da un conflitto ai danni della popolazione, soprattutto nell’Est, che dura da 30 anni: ha causato almeno 6 milioni di vittime, 5 milioni e mezzo di sfollati interni, 1 milione di rifugiati all’estero, migliaia di bambini soldato, innumerevoli stupri, violenze, saccheggi. Ma nessuno ne parla. Acquisterà visibilità per pochi giorni durante la visita apostolica che si svolgerà dal 31 gennaio al 3 febbraio (dopo il Papa andrà in Sud Sudan fino al 5 febbraio) e poi, molto probabilmente, i riflettori si spegneranno di nuovo. Per cercare di evitare questo rischio e chiedere la pace 107 organizzazioni e reti della società civile italiana hanno organizzato ieri una conferenza stampa a Roma.

La conferenza stampa a Roma – foto: SIR

Una lettera al Papa. 
E proprio in questi giorni hanno inviato una lettera privata a Papa Francesco (non è stato diffuso il testo completo) nella quale vengono spiegate le ragioni delle sofferenze, denunciate le “cause strutturali” e le responsabilità dell’Occidente, Europa compresa, nell’accaparramento delle risorse naturali tra cui coltan, cobalto, oro, diamanti, petrolio, legno. “La sua venuta è stata lungamente attesa dal popolo congolese, di ogni appartenenza religiosa – è scritto nella lettera -. Perché chi si sente fra i dimenticati della storia, trova un soffio di speranza presso chi gli si fa prossimo. Perché,

attraverso di lei, il mondo potrà alfine guardare alla sofferenza senza fine di questo popolo, soprattutto all’est, e mettere in atto strumenti che sanzionino gli aggressori e scoraggino la guerra”.


Campo profughi nei dintorni di Goma – foto: organizzazioni società civile italiana

Le richieste delle 107 organizzazioni. 
Le 107 organizzazioni – tra cui Libera, Associazione Comunità Papa Giovanni XXII, Stop the war now, Tavola della pace, Cipsi, Caritas diocesane, parrocchie e missionari – chiedono che vi sia una smobilitazione e smilitarizzazione della Regione del Nord e Sud Kivu: togliendo terreno al Movimento M23 e agli oltre 100 gruppi ribelli presenti nell’area con la realizzazione di un programma concreto di disarmo, smobilitazione e la reintegrazione dei combattenti nella società civile.

Si chiede all’Unione europea di ripristinare e revisionare il Regolamento (Eu) 2017/821, entrato in vigore il 1 gennaio 2021, estendendolo al cobalto e rendendo concreta l’applicazione della legge sulla tracciabilità dei minerali,

uno strumento concreto per bloccare l’uso di minerali che provengono da aree di conflitto. E di dare seguito a quanto indicato dal Rapporto Onu del Progetto Mapping relativo alle violazioni più gravi dei diritti dell’uomo e del diritto internazionale umanitario commesse tra marzo 1993 e giugno 2003 sul territorio della Repubblica Democratica del Congo, nel quale vengono anche indicati i responsabili. Nel rapporto Onu viene suggerita una roadmap per l’uscita dal conflitto e proposta l’istituzione di un Tribunale penale internazionale, oltre alla creazione di una Commissione verità e riconciliazione. Secondo don Tonio Dell’Olio, presidente della Pro Civitate Christiana di Assisi, “il Papa è oggi la vera scorta mediatica della R.D. Congo”. “Speriamo che l’attenzione non svanisca con la visita – ha sottolineato – perché tutti conosciamo le ragioni per cui lì si muore. Il Congo è condannato dalle sue ricchezze, da chi vuole mettere mano sulle sue risorse. Sappiamo come le terre rare, il sottosuolo, siano oggi importanti per la tecnologia”.


 
Un appello a Ong e missionari perché accolgano i bambini soldato è stato lanciato da padre Giovanni Piumatti, missionario fidei donum della diocesi di Pinerolo che ha vissuto 50 anni in due villaggi del Nord Kivu nella Repubblica democratica del Congo, insieme ad una piccola comunità di italiani. “Per 20 anni avevamo i gruppi armati ribelli che occupavano i due villaggi, nelle loro fila ci sono moltissimi ragazzi anche minorenni – ha raccontato -. Oggi centinaia e migliaia di ragazzi vorrebbero uscirne ma non c’è nessuna struttura di accoglienza che possa accoglierli. Sono fuggiti dai loro villaggi per qualche piccola malefatta e tornarci è difficile”. Il missionario ha chiesto a Ong e missionari – “penso anche ai salesiani che per carisma lavorano con i giovani” – di “prendere con sé 30/40 ragazzi. Sarebbe un primo segnale per la pace e toglierebbe la manovalanza ai gruppi armati”.

Una donna violentata e uccisa a Rutshuru (vicino a Goma) – foto: organizzazioni società civile

L’istituzione di un Tribunale penale internazionale per la R.D. Congo “per rispettare la dignità della nostra umanità”: è la richiesta di Pierre Kabeza, ex sindacalista e difensore dei diritti dei bambini nel suo Paese e rifugiato in Italia, come già ribadito nel Rapporto Mapping, nel quale vengono descritti 617 crimini commessi durante il conflitto. Gli esperti dell’Onu hanno consultato più di 1.500 documenti, interrogato più di 1.280 testimoni e 200 rappresentanti di Ong e concluso che “gli autori dei crimini sono i gruppi ribelli congolesi e stranieri, le forze armate congolesi, ugandesi, burundesi, angolane, ruandesi, ciadiane e dello Zimbabwe” ma “tanti autori intellettuali di questi crimini sono diventati capi e quindi intoccabili”. Una guerra “legata al saccheggio dei minerali è un servizio alle multinazionali delle grandi potenze – ha detto – per questo i grandi del mondo hanno chiuso gli occhi.

Mantenere il Congo nel caos è un vero business internazionale”.

Kabeza ha ricordato che Denis Mukwege, il medico premio Nobel per la pace, si sta mobilitando per la giustizia internazionale sui crimini in Congo, con il sostegno della Chiesa cattolica congolese, della Chiesa protestante e di tante associazioni e movimenti della gioventù congolesi.

Attacco di due missili contro due aerei da rifornimento FARDC (esercito del Congo) – foto: organizzazioni società civile

“Il Congo è ricco da morire ma i congolesi stanno morendo per le loro ricchezze. Non c’è un Paese più benedetto del Congo ma sembra che queste ricchezze siano diventate una maledizione”, ha affermato John Mpaliza, attivista per i diritti umani, ricordando che la R.D. Congo “è una cassaforte di coltan, cobalto, rame, legno e altre risorse. Potrebbe essere un paradiso terrestre ma per la popolazione è un inferno”. “Il silenzio e l’embargo di notizie su questo conflitto sono la conseguenza diretta dell’ipocrisia e della responsabilità della comunità internazionale nell’accaparramento iniquo delle risorse minerarie del Kivu. Questo silenzio conviene a tutti coloro che hanno interesse in Congo: Usa, Europa, Cina, vicini come il Rwanda e Uganda”. Micheline Mwendike Kamate, scrittrice e attivista del movimento congolese “Lucha”, nata e cresciuta durante il conflitto, ha invece ribadito: “La guerra perde sempre. Io ho scelto la non violenza perché, dopo tanti anni, ci si rende conto che la guerra consuma tutte le rivendicazioni iniziali e rimane solo tanta sofferenza, da tutte le parti”.
(fonte: Sir, articolo di Patrizia Caiffa 26/01/2023)

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Il grido del Congo - Che c’entra con noi la guerra in Congo?

Il grido del Congo


È una guerra che nessuno vuole vedere quella nell’Est della Repubblica Democratica del Congo. Lo stesso Papa Francesco non può recarsi a Goma, luogo-simbolo di un conflitto che si trascina da quasi tre decenni

«Il nostro Paese è in pericolo!». È un grido di allarme quello che il cardinale Fridolin Ambongo, arcivescovo di Kinshasa, aveva lanciato all’indomani dell’ultima assemblea plenaria della Conferenza dei vescovi della Repubblica Democratica del Congo (Cenco) che, peraltro, aveva pubblicato un documento dal titolo molto esplicito: «L’ora è grave!».
E, in effetti, nonostante lo strabordante entusiasmo con cui i congolesi stanno accogliendo Papa Francesco, in visita nel loro Paese dal 31 gennaio al 2 febbraio (prima di recarsi in pellegrinaggio ecumenico a Juba, in Sud Sudan), la Repubblica Democratica del Congo vive, specialmente nelle sue regioni orientali, una crisi che si trascina da quasi tre decenni e che si è ulteriormente aggravata nell’ultimo anno. Al punto che la tappa di Goma, capoluogo del Nord Kivu, prevista originariamente nella visita papale, è stata cancellata.

Goma oggi è il simbolo di un conflitto interno e interregionale che vede implicati oltre un centinaio di gruppi armati nelle province del Nord e Sud Kivu e in Ituri: in particolare l’Allied Democratic Forces (Adf), un movimento islamista di origini ugandesi che opera specialmente nella zona di Beni-Butento; e il Movimento M23, che, sostenuto dal Ruanda, è arrivato a occupare un territorio vasto come il Belgio, accerchiando e minacciando il capoluogo del Nord Kivu.
Papa Francesco avrebbe dovuto celebrare la Messa poco distante da Goma, nei pressi del luogo in cui fu ucciso, il 22 febbraio del 2021, l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, insieme al carabiniere Vittorio Iacovacci e al loro autista, Mustapha Milango. Lì avrebbe dovuto incontrare anche alcune vittime della violenza cieca di cui è vittima soprattutto la popolazione.

Una tappa mancata che, tuttavia, acquista un significato ancora più grande in questo viaggio, in cui Papa Francesco ha messo al centro il tema della riconciliazione, invitando tutti a «non lasciarsi rubare la speranza». L’ora, tuttavia, è davvero grave, come dicono i vescovi congolesi, secondo i quali «non dobbiamo dimenticare che, al di là delle risorse naturali, c’è il popolo congolese che ha bisogno di pace. Di che tipo di mantenimento della pace stiamo parlando quando i morti continuano ad accumularsi?».
La ripresa delle violenze perpetrate dal gruppo armato M23 – meglio organizzato ed equipaggiato non solo dell’esercito congolese, ma della stessa forza di stabilizzazione delle Nazioni Unite (Monusco) – ha provocato un drammatico aumento del numero dei morti civili e la fuga di centinaia di migliaia di persone (quasi 400 mila secondo l’Onu) che vanno ad aggiungersi ai 5,6 milioni di sfollati presenti nel Paese, il numero più alto in Africa e tra i più alti al mondo.

L’Alto Commissariato per i rifugiati dell’Onu (Unhcr) ha chiesto «a tutte le parti in causa l’immediata cessazione di questa violenza insensata, che sta costringendo decine di migliaia di persone a fuggire. Chiediamo inoltre il rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani per proteggere i civili e gli operatori umanitari dalla violenza e per garantire che i responsabili siano portati immediatamente davanti alla giustizia».
Nonostante questo e molti altri appelli, chi vive con la gente, come l’arcivescovo di Bukavu François-Xavier Maroy, continua purtroppo a testimoniare di «un ciclo infernale di violenze, perdita di vite umane, spostamenti massicci di popolazioni e distruzione del nostro tessuto economico e sociale. È la storia che si ripete!».

L’Est del Congo, infatti, non ha mai conosciuto vera pace da quando, dopo il genocidio ruandese del 1994, si è riversato in questa regione più di un milione di profughi. Qui, nel 1996, ha avuto origine la prima guerra congolese che ha portato alla caduta del trentennale regime di Mobutu Sese Seko; e sempre qui, con la seconda guerra cominciata nel 1998, si sono esacerbate le relazioni con l’ex alleato Ruanda. Oggi la tensione tra Kinshasa e Kigali è ai suoi massimi storici. Il governo congolese accusa quello del Ruanda di sostenere i ribelli dell’M23, forte anche di «prove concrete» raccolte da un Gruppo di esperti delle Nazioni Unite che documentano operazioni militari realizzate direttamente dall’esercito ruandese in territorio congolese e di sostegno all’M23. Nel rapporto si parla anche di bombardamenti indiscriminati, uccisioni di civili e attacchi alla Monusco.
Il presidente Félix Tshisekedi ha denunciato esplicitamente le «tendenze espansionistiche» del Ruanda che avrebbe «come principale interesse l’appropriazione dei nostri minerali. Per fare questo, sta lavorando a destabilizzare l’Est del Congo per creare una zona di illegalità al fine di soddisfare i suoi appetiti criminali». Il Ruanda, dal canto suo, oltre a negare ogni responsabilità, accusa Kinshasa di sostenere le Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr), gruppo armato composto principalmente di hutu di origine ruandese, presenti in Congo dal 2000.

Persino gli Stati Uniti, grandi alleati del Ruanda, hanno chiesto al presidente Paul Kagame di smettere di sostenere l’M23 e di operare per una pace necessaria e per una stabilità non più procrastinabile. Il segretario di Stato Antony J. Blinken ha chiarito che «qualsiasi sostegno esterno ai gruppi armati nella R.D. Congo deve finire, compreso il supporto del Ruanda all’M23» e ha inoltre espresso «profonda preoccupazione per l’impatto dei combattimenti sui civili congolesi che sono stati uccisi, feriti e sfollati dalle loro case».

Dal canto suo, l’Unione Europea ha invece approvato un provvedimento aspramente criticato: ovvero lo stanziamento di 20 milioni di dollari a favore delle forze armate ruandesi (Rdf), ufficialmente per sostenere il loro impegno in Mozambico contro i gruppi jihadisti presenti nella provincia di Cabo Delgado. Human Rights Watch ha chiesto a tutti i Paesi donatori di «sospendere l’assistenza militare ai governi che sostengono l’M23 e altri gruppi armati».
In Congo, si teme che questi fondi contribuiscano a esacerbare non solo il conflitto, ma anche il sistema ramificato di corruzione e sfruttamento delle persone e delle ingenti materie prime di queste regioni, in particolare oro, coltan e cassiterite, di cui il vicino Ruanda continua a profittare ampiamente, così come molti politici, militari e affaristi congolesi senza scrupoli.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: dopo tanti anni di violenze e destabilizzazione che avrebbero provocato oltre 6 milioni di morti, l’Est del Congo continua ancora oggi a essere afflitto da inaudite violenze e dall’inarrestabile saccheggio delle sue risorse. E tuttavia – come denunciano sia le autorità civili che quelle ecclesiali – la comunità internazionale sembra non vedere. O non volerlo fare. La Conferenza episcopale ha definito senza mezzi termini «ipocrita» questo atteggiamento. «Come pastori del Congo che vivono a fianco della gente – ha rincarato la dose il cardinale Ambongo in una recente intervista a Radio Vaticana -, abbiamo amaramente constatato che la comunità internazionale è complice di ciò che è accaduto all’Est, per il semplice motivo che tutti sanno cosa sta succedendo. Ma si fa finta di non vedere…».

Allo stesso tempo, però, la Chiesa congolese ha ulteriormente ribadito la necessità di lottare contro l’impunità e la corruzione e di promuovere in tutti i modi la pace e la riconciliazione. Queste istanze – che diventano ancora più urgenti in questo 2023 in cui sono previste anche le elezioni generali – sono state portate nelle strade e nelle piazze di molte città del Paese lo scorso 4 dicembre su iniziativa della Conferenza episcopale e del Comitato laico di coordinamento (Clc) dei cattolici: «No alla balcanizzazione del Paese! No al saccheggio delle nostre risorse! No all’insicurezza!», hanno scandito i manifestanti: «La sovranità nazionale e l’integrità territoriale non sono negoziabili!».

«La nostra marcia – ha precisato il cardinale Ambongo – non ha alcun significato politico, è per mostrare al mondo che siamo un solo popolo, uniti per la causa nazionale, per la sovranità del nostro Paese e per la dignità del nostro popolo».
Ma per continuare a lottare i congolesi hanno bisogno ancora di tanto coraggio e speranza, un po’ più di unità e anche di attenzione da parte del mondo. «Noi congolesi – ha dichiarato il Premio Nobel Denis Mukwege, dopo l’incontro con Papa Francesco lo scorso dicembre – ci aspettiamo che la sua presenza contribuisca a sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sul dramma che il nostro popolo sta vivendo. Speriamo anche che con le sue preghiere e la sua voce possa contribuire a porre fine a questa tragedia».

Un Paese in ginocchio: oltre 6 milioni di morti, 5.6 milioni di sfollati, crimini di guerra e contro l’umanità
 (Foto di A. HUGUET / AFP)

Visita ecumenica a Juba

Sarà un viaggio breve ma denso di significato quello in Sud Sudan, dal 3 al 5 febbraio, anche perché Papa Francesco sarà accompagnato dall’arcivescovo di Canterbury Justin Welby e dal moderatore dell’assemblea generale della Chiesa di Scozia, Iain Greenshields.
Insieme porteranno un messaggio di pace e riconciliazione in un Paese afflitto dal conflitto civile e da una terribile crisi umanitaria.
(fonte: Mondo e Missione, articolo di Anna Pozzi 25/01/2023)

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Che c’entra con noi la guerra in Congo?

Negli ultimi mesi la guerra è tornata a insanguinare l’Est della Repubblica Democratica del Congo, un Paese africano che da decenni ormai non trova pace. Alla vigilia del viaggio di Papa Francesco – che dal 31 gennaio al 5 febbraio oltre a questo martoriato Paese toccherà anche il Sud Sudan – abbiamo chiesto all’attivista congolese John Mpaliza di aiutarci a capire le cause di un conflitto dimenticato

Ad alzare la voce contro la violenza indiscriminata che colpisce i civili, e soprattutto le donne, c’è anche il Premio Nobel Denis Mukwege, il medico che ha dedicato la vita a curare le vittime degli stupri di guerra. Anche di lui parliamo in questa nuova puntata di “Finis Terrae. Storie oltre i confini” la trasmissione quindicinale realizzata da “Mondo e Missione” insieme agli studenti della Scuola di giornalismo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

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Papa Francesco intervistato dall’agenzia di informazione Associated Press (AP): le critiche aiutano a crescere, ma vorrei che me le facessero direttamente

Il Papa: le critiche aiutano a crescere,
ma vorrei che me le facessero direttamente

Papa Francesco durante l'intervista con l'Associated Press

Intervista di Francesco con l’Associated Press: dalla morte di Benedetto XVI (“ho perso un padre”) all’invito a non discriminare nessuno, a cominciare dalle persone omosessuali. Poi i rapporti con la Cina (“bisogna proseguire il dialogo”), i dubbi sul rischio ideologia nel percorso sinodale tedesco e la vicenda Rupnik

La morte di Benedetto XVI, le critiche emerse in alcuni recenti libri, l’omosessualità che “non è un crimine”, la salute personale “buona” nonostante l’età, i rapporti con la Cina, il percorso sinodale tedesco, la vicenda degli abusi del gesuita Marko Rupnik. Sono tanti e di stretta attualità i temi che Papa Francesco affronta in una nuova intervista diffusa oggi con l’agenzia di informazione statunitense Associated Press (AP). È il primo colloquio del Pontefice dopo la morte, il 31 dicembre 2022, del suo predecessore Joseph Ratzinger, del quale Francesco tratteggia la figura nel colloquio con la corrispondente Nicole Winfield avvenuto ieri a Santa Marta.

Di fronte a un dubbio, andavo da Benedetto XVI

Il Papa definisce “un gentiluomo” Benedetto XVI e assicura che con la sua morte “ho perso un padre”: “Per me era una sicurezza. Di fronte a un dubbio, chiedevo la macchina, andavo al monastero e chiedevo”. Jorge Mario Bergoglio, ancora una volta interrogato sulle sue eventuali dimissioni, dice che, se mai rinunciasse al ministero petrino, sarebbe il “vescovo emerito di Roma” e andrebbe “a vivere nella Casa del Clero a Roma”. “L’esperienza di Benedetto – aggiunge - fa già nascere i nuovi papi che si dimettono per inserirsi in modo più libero”. Francesco spiega che il predecessore era ancora legato a una concezione del papato: “In questo non era del tutto libero, perché forse avrebbe voluto tornare nella sua Germania e continuare a studiare teologia da lì. Ma ha fatto tutto il possibile per essere il più vicino possibile. E questo è stato un buon compromesso, una buona soluzione”.

La critica aiuta a crescere

Dal Pontefice anche una riflessione sul suo pontificato, che il prossimo 13 marzo compie dieci anni. All’inizio, spiega, la notizia di un Papa sudamericano è stata accolta con sorpresa da molti dentro e fuori la Chiesa, poi, dice, “hanno iniziato a vedere i miei difetti e non gli sono piaciuti”. A proposito delle critiche ricevute e coincise tutte nell’ultimo periodo, tramite libri o documenti fatti circolare tra i cardinali a firma di pseudonimi, Francesco dice che per lui come per tutti sarebbe sempre meglio non avere critiche “per la pace della mente”: “Sono come un’orticaria, sono un po’ fastidiose, ma li preferisco, perché significa che c’è libertà di parola”. L’importante è che vengano dette “in faccia perché è così che cresciamo tutti, giusto?”. È peggio, secondo il Papa, “se si tratta di un’azione subdola”. Con alcuni fautori di queste critiche Papa Bergoglio dice di aver discusso personalmente: “Alcuni di loro sono venuti qui e sì, ne ho discusso. Normalmente, come si parla tra persone mature. Non ho litigato con nessuno, ma ho espresso la mia opinione e loro l’hanno espressa. In caso contrario, si crea una dittatura della distanza, come la chiamo io, in cui l’imperatore è lì e nessuno può dirgli nulla. No, lasciateli dire perché la compagnia, la critica, aiuta a crescere e a far andare bene le cose”.

Distinguere tra peccato e crimine

Nell’intervista, Francesco viene poi interpellato sul tema della omosessualità che, afferma, “non è un crimine” ma una “condizione umana”, e dei diritti della comunità Lgbtq: “Siamo tutti figli di Dio e Dio ci vuole così come siamo e con la forza che ognuno di noi combatte per la propria dignità. Essere omosessuali non è un crimine”, afferma. Poi, come sempre nella sua predicazione o nelle interviste, mimando un colloquio tra due persone, dice che qualcuno afferma che “è un peccato”. “Prima distinguiamo tra peccato e crimine”, chiarisce Francesco. “È peccato anche mancare di carità gli uni verso gli altri”. È questo lo spunto per il Papa per rivolgere una critica a leggi che definisce “ingiuste” che criminalizzano l’omosessualità: “Credo che ci siano più di 50 Paesi che hanno una condanna legale e di questi credo che una decina, un po’ più o meno, abbiano la pena di morte. Non lo nominano direttamente, ma dicono ‘coloro che hanno atteggiamenti innaturali’”. Un invito ad un diverso approccio è indirizzato anche ai vescovi che discriminano le persone gay e le comunità Lgbtq. In tal senso il Pontefice richiama il Catechismo della Chiesa cattolica che afferma “che le persone con tendenze omosessuali devono essere accolte, non emarginate, accompagnate se viene dato loro un posto”. Nessuno deve essere discriminato, afferma il Vescovo di Roma. E questo non riguarda solo l’omosessualità: “Anche il più grande assassino, il più grande peccatore non dovrebbero essere discriminati. Ogni uomo e ogni donna deve avere una finestra nella propria vita dove poter rivolgere la propria speranza e dove poter vedere la dignità di Dio”.

Sorpreso e ferito dalla vicenda Rupnik

A lungo, nel colloquio ci si sofferma sulla problematica degli abusi del clero. Il rimando è subito alla vicenda del gesuita Marko Rupnik, noto mosaicista, oggi al centro di accuse di abusi sessuali, psicologici e di coscienza, che gli vengono rivolte da suore e che sarebbero avvenuti circa 30 anni fa in Slovenia e poi in Italia. Interpellato in merito, Francesco dice: “Per me è stata una sorpresa, davvero. Questo, una persona, un artista di questo livello, per me è stata una grande sorpresa e una ferita”. L’intera vicenda è stata gestita dalla Compagnia di Gesù, mentre l’istruzione del processo è stata affidata all’incaricato delle questioni legali dei domenicani. Assicura poi di non aver avuto un ruolo nella gestione del caso ma di essere intervenuto solo proceduralmente “in un piccolo processo che è arrivato alla Congregazione della Fede in passato”. Francesco spiega di aver dato indicazioni affinché le due serie di accuse fossero affrontate dallo stesso tribunale che aveva vagliato le prime: “Che continui con il tribunale normale… Altrimenti i percorsi procedurali si dividono e tutto si confonde”. Quanto al fatto che il Vaticano non abbia rinunciato in questo caso alla prescrizione, il Pontefice concorda che è giusto rinunciare “sempre” ai termini di prescrizione nei casi che coinvolgono minori e “adulti vulnerabili”, per mantenere invece le tradizionali garanzie legali con i casi che coinvolgono gli altri adulti, come è accaduto per Rupnik.

Dialogo cinese e cammino sinodale tedesco

Il Papa amplia poi lo sguardo sul lavoro della Commissione per la tutela dei minori e non manca di menzionare l’opera diplomatica svolta dalla Santa Sede. A tal proposito, affronta il tema dei rapporti con la Cina e ribadisce: “Dobbiamo camminare pazientemente”. Riguardo a possibili aperture, “stiamo prendendo provvedimenti”: le autorità cinesi “a volte sono un po’ chiuse, a volte no”. “L’essenziale è che il dialogo non si interrompa”, afferma il Papa. Del cardinale Zen, che ha ricevuto in Vaticano il 6 gennaio scorso, dice che è "affascinante": ora - osserva - svolge la sua pastorale in carcere "ed è in prigione tutto il giorno. È amico delle guardie comuniste e dei prigionieri. Tutti lo accolgono bene. È un uomo di grande simpatia". È coraggioso - afferma ancora - ma è anche “un'anima tenera” e ha pianto come un bambino di fronte alla statua della Madonna di Sheshan che ha visto nel suo appartamento a Santa Marta. Sul cammino sinodale tedesco che porta avanti richieste come l’abolizione del celibato sacerdotale, il sacerdozio femminile e altre possibili riforme di liberalizzazione, Francesco avverte che rischia di diventare dannosamente “ideologico”. Il dialogo è buono, ma “l'esperienza tedesca non aiuta”, afferma il Papa, sottolineando che il processo in Germania fino ad oggi è stato guidato dalla “élite” e non coinvolge “tutto il popolo di Dio”. “Il pericolo è che entri qualcosa di molto, molto ideologico. Quando l’ideologia viene coinvolta nei processi ecclesiali, lo Spirito Santo va a casa, perché l’ideologia vince lo Spirito Santo”.

La salute e "la grazia dell'umorismo"

Non manca nell’intervista un cenno sulla sua salute. Salute che Jorge Mario Bergoglio definisce “buona”, considerati gli 86 anni e malgrado sia “tornata” la diverticolite per la quale era stato operato al colon lo scorso luglio: “Però è sotto controllo”. Il Pontefice rivela inoltre il dettaglio una piccola frattura al ginocchio dovuta a una caduta, guarita senza interventi chirurgici: “Il ginocchio, grazie a una buona terapia e alla magnetoterapia, al laser... l’osso si è saldato... Sto già camminando, mi aiuto con il carrello, ma sto camminando”. Per la sua età, è tutto “normale”: “Posso morire anche domani, ma dai, è tutto sotto controllo. La mia salute è buona. E chiedo sempre la grazia, che il Signore mi dia il senso dell’umorismo”.
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 25/01/2023)