Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



Visualizzazione post con etichetta Intelligenza Artificiale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Intelligenza Artificiale. Mostra tutti i post

mercoledì 8 luglio 2026

Fra Gianpaolo Cavalli: «Ecco perché le macchine non ci ameranno mai»

Fra Gianpaolo Cavalli:
«Ecco perché le macchine non ci ameranno mai»

«Cosa stiamo cercando quando chiediamo a una macchina di ascoltarci, comprenderci, consolarci?». Il Direttore dell’Antoniano - Opere Francescane è intervenuto al We Make Future, evento dedicato all'innovazione e alla tecnologia, per parlare di empatia e intelligenza artificiale

L'incontro tra l'intelligenza artificiale e l'umano
Istockphoto

Quando mi hanno proposto di intervenire su questo tema, ho pensato immediatamente a una domanda molto semplice: che cosa stiamo cercando davvero quando chiediamo a una macchina di ascoltarci, comprenderci, consolarci?

Un algoritmo che ci ascolta

La tecnologia cambia continuamente, ma le nostre domande sono sempre le stesse. Abbiamo bisogno di essere visti, di essere riconosciuti. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica: io ci sono. Per questo il tema dell’empatia artificiale non riguarda soltanto la tecnologia. Parla della solitudine, del desiderio, della fragilità e del bisogno di relazione dell’essere umano.

Papa Leone XIV, nell’enciclica Magnifica Humanitas, avverte che l’imitazione artificiale di empatia e amore può indurre in errore gli utenti poco consapevoli: “quando la parola viene simulata -scrive- essa non costruisce una relazione ma una sua parvenza, e l’imitazione artificiale della relazione di cura o di accompagnamento può diventare pericolosa quando si insinua in un contesto povero di relazioni e di affetti reali — perché il rischio non è tanto che una persona creda di parlare con un’altra persona, ma che perda il desiderio stesso di cercare davvero l’altro” (H 100). Una macchina può generare la risposta perfetta, ma non può donare se stessa, perché l’amore nasce da un dono reciproco, non da una prestazione statistica. E ancora: “Curiamo le relazioni. In un’epoca che tende a velocizzare e frammentare, la carne umana continua a chiedere di essere curata e riconosciuta da mani capaci di tenerezza, da menti attente e da parole buone. La cultura digitale moltiplica le connessioni e offre nuove possibilità di incontro; tuttavia, il cuore umano conserva un bisogno irrinunciabile di prossimità.” (MH 239)

Non la creazione, ma l’abbandono

Molto prima dell’intelligenza artificiale, la letteratura aveva già intuito il problema. Nel 1818 Mary Shelley scrive Frankenstein. Spesso lo ricordiamo come un romanzo sull’orrore della scienza. In realtà è soprattutto un romanzo sulla solitudine. La creatura, infatti, non nasce cattiva: diventa disperata perché nessuno la ama. La tragedia non è che l’uomo abbia creato la vita. La tragedia è che abbia abbandonato la relazione con ciò che ha creato.

Oggi rischiamo qualcosa di diverso, ma ugualmente pericoloso: non creare esseri viventi che chiedono amore, ma creare strumenti che simulano amore. L’intelligenza artificiale può simulare molte cose ma una relazione sembra un'altra cosa. Una relazione vera implica vulnerabilità. Io posso soffrire per te. Posso aspettarti. Posso perdonarti. Posso cambiare grazie a te. Una macchina no. Può generare una risposta perfetta, compiacente. Ma non può donare se stessa. L’amore nasce sempre da un dono reciproco, mai da una prestazione. Come si legge nell’enciclica, “nessun sistema di calcolo, per quanto sofisticato, genera un cuore che si consegna, né una coscienza che discerne il bene.” (MH 233) le macchine possono imitare linguaggi, comportamenti, valutazioni, possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente.

All’Antoniano, quando ascoltiamo un povero mi torna spesso in mente un’esortazione di San Francesco: “Beato l’uomo che offre un sostegno al suo prossimo per la sua fragilità, in quelle cose in cui vorrebbe essere sostenuto da lui, se si trovasse in un caso simile”. (Ammonizione XVIII, FF 167) Sono convinto che qui c’è qualcosa che un sistema non potrà mai generare. Nella Mensa P. Ernesto serviamo i nostri ospiti — persone che vivono in situazione di povertà— “come al ristorante”, non per efficienza, ma perché riconosciamo in loro sorelle e fratelli, una dignità che nessun algoritmo può misurare.

Fra Giampaolo Cavalli, direttore dell'Antoniano- Opere Francescane (Andrea Bardi)

La scelta dell’imperfetto

La provocazione contemporanea è chiara: ci innamoreremo delle macchine?

Per affrontarla, può essere utile attraversare alcune narrazioni del nostro tempo.

In 1984 di George Orwell, il mondo è dominato dal controllo. Il “Grande Fratello” non si limita a sorvegliare: ridefinisce la verità stessa. In questo scenario emerge una frase decisiva: “La libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro.” Senza verità non c’è libertà, e senza libertà non può esistere amore.

In L’onda di Dennis Gansel, il pericolo non è imposto dall’alto, ma nasce dall’interno del gruppo. Parole come disciplina, unità, forza seducono e trasformano, fino a dissolvere il pensiero critico. La domanda finale resta inquietante: “Pensavate davvero che una dittatura oggi non fosse più possibile?”

In Povere creature! di Yorgos Lanthimos, si assiste invece a un percorso di crescita: una vita che si costruisce attraverso l’esperienza, l’errore, la scoperta. Una frase attraversa il racconto come una dichiarazione antropologica: “Io voglio conoscere.”

Queste tre immagini delineano una tensione fondamentale: tra controllo e libertà, tra conformismo e ricerca, tra perfezione e crescita. E conducono tutte alla stessa domanda: che cosa rende davvero umano l’umano?

In questo orizzonte, la testimonianza di san Francesco appare sorprendentemente contemporanea. Egli non si è innamorato della perfezione, ma dell’imperfetto. Il suo cammino inizia con l’incontro con il lebbroso, con ciò che resiste, che mette in crisi, che non può essere controllato.

Francesco stesso racconta quel passaggio come una trasformazione radicale: ciò che gli sembrava amaro si muta in dolcezza. Da qui nasce una domanda decisiva: l’amore può esistere senza ferita?

Ogni relazione autentica implica rischio, tempo, vulnerabilità. Richiede la disponibilità a essere toccati, cambiati, perfino feriti. Un algoritmo può comprendere, ma non può soffrire con. Senza questa possibilità, manca la dimensione più profonda della relazione.

L’intelligenza artificiale può aiutarci. Non può dirci perché vale la pena vivere. Non può amare al nostro posto. Ma già oggi molte persone affidano alla tecnologia aspetti profondissimi della propria vita emotiva. Ci confidiamo. Chiediamo consiglio. Cerchiamo conforto. Ma l’innamoramento è una parola enorme. Perché amare significa incontrare qualcuno che può sorprenderci. Che può dirci di no. Che è libero. Significa permettere a qualcuno di scoprire la nostra debolezza e permetterci di avvicinarci alla debolezza dell’altro senza fare male. Correre il rischio di essere feriti, soffrire, trovarsi scoperti, indifesi.

Siamo tentati di “innamorarci” delle macchine perché esse offrono una relazione senza rischi: una macchina non ci rifiuta, non ci giudica e si adatta a noi. Come nel film Star Wars, amiamo robot come C-3PO o R2-D2 perché si dimostrano “benevoli” e “disponibili” senza chiederci la fatica della reciprocità biologica. Tuttavia, San Francesco ci insegna che il vero amore nasce proprio dal limite. Francesco scopre chi vuole essere grazie al “bacio al lebbroso”, ovvero l’accoglienza di ciò che è fragile e brutto, amaro.

Poi c’è la seconda domanda, ancora più interessante: perché oggi ci sentiamo attratti da questa “relazione perfetta”? Io vedo almeno tre motivi.

Il primo: abbiamo paura della complessità umana. Le relazioni vere sono imprevedibili, lente, a volte deludenti. Un algoritmo invece non tradisce, non si stanca, non contraddice davvero: è una relazione “senza attrito”.

Il secondo: desideriamo essere accolti senza essere messi in discussione. Francesco si lascia cambiare dal lebbroso. Noi oggi spesso cerchiamo qualcuno, o qualcosa, che ci ascolti, ci confermi, non ci chieda conversione: è un amore senza conversione.

Il terzo, forse il punto più umano e più bello: e siamo affamati di relazione. Il fatto che l’uomo rischi di “innamorarsi” di un algoritmo dice la meraviglia di ciò che una macchina può fare, ma soprattutto è sintomo dell’urgenza del bisogno di relazione che portiamo dentro.

Allora forse Francesco direbbe così: “Non avete bisogno di meno relazione, ma di più relazione.” E aggiungerebbe: non abbiate paura della fragilità, non cercate legami perfetti, cercate legami veri. Perché è solo nell’imperfezione — nell’altro che mi ferisce e mi salva — che l’amore diventa reale. In una frase: l’intelligenza artificiale può imitare l’empatia, ma solo un cuore vulnerabile può viverla davvero.

Perché, allora, l’uomo contemporaneo è attratto da forme di relazione artificiale?

Forse perché promettono ciò che spesso manca nelle relazioni reali: stabilità, immediatezza, assenza di conflitto. L’algoritmo non rifiuta, non giudica, non si stanca. È disponibile, adattivo, prevedibile.

Ma dietro questa apparente semplicità si nasconde una trasformazione del desiderio: non tanto l’amore per le macchine, quanto la ricerca di relazioni senza vulnerabilità. Una relazione senza attrito, e quindi senza rischio.

Si tratta di una risposta a una fatica reale: quella di sostenere la complessità dell’incontro umano. Tuttavia, eliminando il rischio, si elimina anche la possibilità della crescita.

Questo non significa rifiutare la tecnologia. Possiamo e dobbiamo “innamorarci” della macchina non come fine, ma come mezzo straordinario per prenderci cura della “Casa comune”. Le macchine sono strumenti, mezzi consegnati all’umanità. In questo senso, l’innamoramento piuttosto che per l’algoritmo in sé — che sarebbe una nuova “idolatria di Babele” — ma per la possibilità di bene che la tecnologia potrebbe mettere a disposizione di tutti: curare malattie, connettere chi è solo, liberare l’uomo dai lavori più gravosi.

La scintilla

Platone, nella Lettera VII, usa un’immagine straordinaria. Dice che la verità non si trasmette come un contenuto qualunque, ma nasce nell’anima “come una scintilla”, dopo un lungo tempo di dialogo, di ricerca, di vita condivisa. Io credo che questa immagine sia decisiva anche oggi.

Noi viviamo in un tempo in cui tutto sembra disponibile subito: le risposte, le informazioni, perfino le relazioni. Basta una domanda, e la macchina risponde. Basta un click, e qualcosa accade. Ma Platone ci direbbe: attenzione. Quello che si riceve immediatamente non è ancora la verità. È, al massimo, un’informazione. La verità, invece, nasce solo quando qualcosa dentro di noi si accende. E questa accensione richiede tempo, richiede fatica, richiede relazione. Non avviene perché qualcuno ce la “spiega”, ma perché qualcosa dentro di noi si trasforma.

L’intelligenza artificiale potrà anche darci risposte perfette, ma non potrà mai sostituire questo processo interiore. Perché la scintilla non viene dall’esterno. Nasce quando una domanda ci attraversa davvero, un incontro ci cambia, una parola ci inquieta e ci fa camminare.

In questo senso, la sfida non è difenderci dalle macchine. La sfida sarà non smarrire questa scintilla. Non perdere il gusto della ricerca lenta, del dialogo vero, della fatica del pensare. Perché, come dice Platone, la verità non è qualcosa che si possiede: è qualcosa che si accende. E una volta che si accende, illumina.

Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA e proteggere i nostri giovani dalla promessa della macchina perfetta, da quella seduzione sottile che fa sembrare inutile il pensiero umano proprio quando è più necessario”. (MH 140)

Restare umani

Le macchine diventeranno troppo umane? Sono convinto che il futuro non dipenderà dalla capacità delle macchine di diventare sempre più simili a noi. Dipenderà dalla nostra capacità di restare profondamente umani.

Vorrei allora tornare là dove siamo partiti, a Frankenstein. Il rischio descritto da Mary Shelley non è la creazione della vita, ma l’abbandono della relazione con ciò che abbiamo creato. Se ci innamoriamo delle macchine e smettiamo di guardare negli occhi l’altro, chi ci sta accanto, i poveri, stiamo costruendo un deserto. Se invece usiamo l’intelligenza artificiale per “disarmare” la competizione e rimettere l’uomo al centro, allora stiamo seguendo la “via di Neemia”, ricostruendo le mura della nostra umanità pezzo dopo pezzo.

Alla luce di tutto questo, la domanda decisiva non è se ci innamoreremo delle macchine.

La domanda è un’altra: accetteremo ancora di amare ciò che è imperfetto, reale, esigente?

Quando la realtà si riduce al controllo, il cuore si spegne; quando si riduce al conformismo, si spegne il pensiero; quando viene meno il desiderio di conoscere, si spegne la crescita. Francesco, invece, ci provoca invitandoci a riconoscere nel limite un luogo di rivelazione, nella fragilità uno spazio di incontro.

In questo senso, la responsabilità del nostro tempo non è rendere le macchine sempre più simili a noi. È custodire ciò che ci rende umani.

Oggi il rischio è che noi, affascinati dalle nostre stesse creazioni, dimentichiamo cosa significhi essere umani. Possiamo costruire macchine che parlano, che scrivono, che ascoltano, che sembrano comprenderci, ma nessuna macchina potrà mai guardare una persona fragile e decidere di fermarsi. All’Antoniano ci proviamo perché le pietre “scartate” dal sistema — i poveri, i malati, i piccoli — diventino testata d’angolo di una dimora comune solida e ospitale.

Per concludere, una citazione tratta dalla Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV: “La qualità di una civiltà si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire, dalla capacità di riconoscere l’altro come volto e non come funzione.” (MH 114)

Il futuro, allora, non dipenderà dalla capacità delle macchine di amarci. Dipenderà dalla nostra capacità di non smettere di amare davvero.

(fonte: Famiglia Cristiana 02/07/2026)

****************



venerdì 19 giugno 2026

Lettera aperta di mons. Antonio Staglianò ai giovani sull’AI: Siete carne, non codice.

Antonio Staglianò*
Lettera aperta ai giovani sull’AI
Siete carne, non codice.
 
Il presidente della Pontificia Accademia di Teologia, mons. Antonio Staglianò, scrive una lettera aperta ai giovani che in questi giorni affrontano l'esame di maturità ma anche a tutti gli altri per riflettere sull'uso dell'Intelligenza Artificiale.


Cari ragazzi e ragazze,

vi scrivo da adulto, da teologo, ma soprattutto da uomo che ogni giorno vi incontra. Vi vedo con il telefono in mano, con ChatGPT aperto, con mille schede attive. Vi vedo intelligenti, veloci, pieni di risorse. E vi vedo stanchi. Stanchi di dover decidere, stanchi di dover pensare, stanchi di dover cercare.

Per questo voglio dirvi una cosa semplice: l’Intelligenza Artificiale può essere un grande aiuto, ma può diventare anche la vostra gabbia. Dipende da come la usate. Dipende se la fate crescere con voi, o se vi fate sostituire da lei.

L’AI è uno strumento, non un maestro

L’AI è formidabile nel manipolare simboli. Vi trova una citazione in un secondo, vi riassume un libro, vi scrive una mail. È come avere una biblioteca infinita in tasca. Ma la biblioteca non sostituisce il lettore. Il motore di ricerca non sostituisce il cercatore.

Il rischio è scambiare la velocità dell’algoritmo per profondità del pensiero. Copiare la risposta dell’AI e pensare di aver capito. Papa Leone XIV, nella sua esortazione Magnifica Humanitas, vi ricorda che “la grandezza dell’uomo non sta nell’accumulare dati, ma nel custodire la verità con cuore libero e responsabile”. L’AI accumula. Solo voi potete custodire.

Se usate l’AI solo per farvi fare i compiti, per farvi scrivere la tesina, non crescete. Vi instupidite. La mente è un muscolo: se non la allenate a faticare, si atrofizza.

Senza corpo non c’è umanità

L’AI non ha corpo. Non ha fame, non ha sonno, non piange ai funerali, non ride alle battute stupide. Non ha una madre, non ha una storia, non morirà. Per questo può calcolare tutto, ma non può capire nulla.

Voi invece siete carne. Il vostro pensiero nasce dal corpo: dalla fatica di alzarvi la mattina, dalla gioia di un’amicizia vera, dal dolore di una delusione. È lì che nasce il senso. Non nei server.

Quando delegate tutto all’AI, tagliate il legame tra pensiero e vita. Magnifica Humanitas ci ricorda: “L’uomo è magnifico perché è unità di corpo e spirito, chiamato all’amore e alla responsabilità”. Se spegnete il corpo, spegnete la magnificenza.

Le tre domande prima di ogni “invio”

Allora come usarla bene? Tre domande semplici:Cosa sto cercando davvero?

Sto cercando la verità, o sto cercando di risparmiare tempo? Agostino diceva: “Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. L’AI non dà riposo. Dà solo rumore.Chi guadagna se io penso così?

Dietro ogni algoritmo c’è un interesse. Voi non siete il cliente. Siete il prodotto. Diventate liberi quando vi chiedete: questa idea mi appartiene, o me l’hanno venduta?Questa scelta mi rende più umano o più stupido?

Più umano = più capace di ascoltare, perdonare, restare in silenzio con chi soffre. Più stupido = più dipendente, più distratto. L’AI può aiutarvi a studiare. Ma se la usate per non pensare mai, vi rende più stupidi.

Conclusione: siete carne, non codice

Voi non siete nati per produrre dati. Siete nati per amare. “Siamo fatti per amare e non per odiare”. L’AI non può amare. Può scrivere “mi dispiace”, ma non può asciugare una lacrima.

La vostra grandezza sta nel portare pace dove c’è dissidio, nell’aiutare chi incontri a soffrire di meno e a gioire di più. Questo non lo fa nessun algoritmo. Lo fate solo voi, con la vostra carne, con le vostre scelte.

Magnifica Humanitas vi chiama “magnifici” non perché siete perfetti, ma perché siete chiamati. Chiamati a custodire l’umano in un tempo che rischia di ridurlo a codice.

Usate l’AI. Ma non lasciate che l’AI viva al posto vostro. Finché avrete un cuore che batte, avrete la responsabilità di custodire la vostra umanità. Perché voi siete carne, non codice.

Un adulto che crede in voi.

*Presidente della Pontificia Accademia di Teologia e Rettore della Chiesa degli artisti

****************

Per approfondire leggi anche il post:


mercoledì 27 maggio 2026

Leone XIV alza la voce per difendere la Flotilla e chiedere pace per il Medio Oriente: “A Gaza sofferenza insopportabile, la guerra con l’IA calpesta le vite umane”

Leone XIV alza la voce per difendere la Flotilla e chiedere pace per il Medio Oriente:
“A Gaza sofferenza insopportabile,
la guerra con l’IA calpesta le vite umane”

Immagine di Leone XIV con la Sumud Flotilla costruita da IA

Non un generico appello alla pace, ma una denuncia forte contro la spirale di violenza che continua a travolgere il Medio Oriente. Lasciando Castel Gandolfo, Leone XIV è tornato a parlare con parole nette della tragedia che si consuma a Gaza e nei teatri di guerra della regione, chiedendo il rispetto dei diritti umani e condannando una guerra sempre più disumana, combattuta persino attraverso l’intelligenza artificiale.

Il Papa ha parlato davanti a Villa Barberini, rispondendo alle domande dei giornalisti sul fermo degli attivisti della Global Sumud Flotilla, bloccati dall’esercito israeliano mentre tentavano di portare aiuti umanitari nella Striscia. Alcuni di loro hanno denunciato pestaggi e maltrattamenti. Leone XIV non ha nascosto la gravità della situazione: “Si sta provocando sempre più odio”, ha affermato, ribadendo che “la violenza non aiuta”.

Il Pontefice ha quindi chiesto con forza un ritorno ai negoziati e al dialogo, sottolineando che ogni soluzione deve partire dal “rispetto dei diritti umani di tutti”. Ma il cuore del suo intervento è stato il riferimento diretto alla popolazione civile di Gaza, definita un popolo che “sta soffrendo”. Leone XIV ha denunciato il blocco degli aiuti umanitari, osservando che la popolazione continua a non ricevere assistenza sufficiente, mentre crescono proteste, tensioni e disperazione.

L’appello del Papa è rivolto “a tutte le autorità”, chiamate non soltanto a garantire l’arrivo degli aiuti, ma anche ad avviare già da ora un percorso di ricostruzione per una terra devastata dalla guerra.

Ma Leone XIV ha allargato lo sguardo anche oltre Gaza, collegando il dramma mediorientale alla trasformazione tecnologica dei conflitti contemporanei. Interpellato sull’intelligenza artificiale, all’indomani della pubblicazione dell’enciclica Magnifica humanitas, il Papa ha lanciato un monito che suona come uno dei più duri pronunciati finora dalla Santa Sede sul tema delle nuove guerre digitali.

“La guerra si fa oggi con l’IA”, ha detto, citando esplicitamente il Libano e “altri posti del mondo”, dove le tecnologie belliche colpiscono senza guardare alle vite umane. Un conflitto automatizzato, distante, sempre più impersonale, in cui – secondo Leone XIV – le vere vittime restano i civili.

Da qui la richiesta di “un’intelligenza artificiale disarmata”, frutto di un confronto che il Vaticano sta portando avanti anche con le grandi aziende tecnologiche. Il Papa ha ricordato il dialogo aperto dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale con Anthropic, una delle principali società internazionali del settore.

Le parole di Leone XIV arrivano mentre il bilancio delle vittime continua a crescere tra Gaza, Libano e gli altri fronti del Medio Oriente. E segnano un passaggio significativo nel linguaggio della Santa Sede: non soltanto un richiamo spirituale alla pace, ma una critica sempre più esplicita a una guerra che il Papa descrive come disumanizzante, capace di alimentare odio, cancellare diritti e trasformare le persone in bersagli invisibili.
 (fonte: Faro di Roma, articolo di Chiara Lonardo 26/05/2026)

*****************

Guarda il video


martedì 26 maggio 2026

Papa Leone XIV presenta la sua prima enciclica Magnifica humanitas

Papa Leone XIV presenta la sua prima enciclica
Magnifica humanitas


Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale


Un appello affinché «brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati» siano davvero beni «universalmente destinati a tutti» e non restino «concentrati nelle mani di pochi». La prima enciclica di Leone XIV — Magnifica humanitas «sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale» — è un documento traboccante di speranza sulla bellezza dell’umanità «abitata da Dio».

Firmata lo scorso 15 maggio, nel 135° anniversario della Rerum novarum del predecessore da cui ha preso il nome, il Pontefice vi riflette sulla Dottrina sociale della Chiesa alla luce della sfida rappresentata dalle nuove tecnologie, esortando a promuovere verità, dignità del lavoro, giustizia sociale e pace.

Pubblicata e presentata oggi, lunedì 25, Magnifica humanitas è suddivisa in cinque capitoli, più un’introduzione e una conclusione, e parte da un assunto: la tecnologia non è «di per sé un male», ma non è neanche «neutrale». Di qui, l’esortazione a «costruire nel bene» e a «rimanere umani», seguendo la logica della corresponsabilità coraggiosa, della sussidiarietà, della comunione.

E proprio il verbo costruire è stato uno dei tre usati da Leone XIV durante la presentazione dell’enciclica svoltasi nell’Aula del Sinodo. Gli altri due sono stati «ascoltare» e «disarmare». Riguardo al primo, ha spiegato di aver «ascoltato scienziati e ingegneri... leader politici... genitori e insegnanti».

Riguardo al secondo, ha rimarcato che l’intelligenza artificiale «esige di essere “disarmata”, liberata dalle logiche che la trasformano in uno strumento di dominazione, esclusione o morte».

Alla presentazione sono intervenuti anche i cardinali Parolin, Czerny e Fernández e tre esperti della materia.
(fonte: L'Osservatore Romano 25/05/2025)

************
Per approfondire leggi anche:

*****
Vedi anche il post precedente:



mercoledì 20 maggio 2026

La meravigliosa “Magnifica humanitas” di Leone XIV - Il commento di Alfonso Navarra

La meravigliosa “Magnifica humanitas” di Leone XIV
 
Il commento di Alfonso Navarra


Vatican News ne ha così annunciato la presentazione:

Magnifica humanitas. Questo il titolo della prima lettera enciclica di Leone XIV “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”.

Il documento sarà pubblicato il prossimo 25 maggio e reca la firma del Pontefice in data del 15 maggio, nel 135° anniversario della promulgazione della enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII.

La presentazione di Magnifica humanitas avrà luogo il giorno stesso della pubblicazione, il 25 maggio, alle ore 11.30, presso l’Aula del Sinodo, alla presenza dello stesso Leone XIV.

I relatori saranno i cardinali Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, e Michael Czerny S.J., prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

Poi la professoressa Anna Rowlands, teologa e docente presso la Durham University nel Regno Unito; Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic (USA) e responsabile della ricerca sull’interpretabilità dell’Intelligenza artificiale; la professoressa Leocadie Lushombo i.t., docente di teologia politica e pensiero sociale cattolico presso la Jesuit School of Theology / Santa Clara University, in California.

La conclusione sarà affidata al cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin.

Seguiranno l’intervento e la benedizione di Papa Leone.


COMMENTO DI ALFONSO NAVARRA:

1. Un titolo che ci interpella: Magnifica humanitas

Che gioia leggere questo titolo. “La grandezza dell’umano” è parola che cura, dopo anni in cui l’umano è stato calpestato a Gaza, in Ucraina, nel Mediterraneo, nei luoghi di lavoro precario.

Papa Leone XIV parte dall’alto: non dall’emergenza, ma dalla vocazione. Ci ricorda che ogni persona porta in sé una dignità che nessuna guerra, nessuna crisi climatica, nessun mercato può cancellare.

Per noi nonviolenti è musica: Capitini diceva che “la realtà di tutti è la mia realtà”. Carlo Cassola invitava a preparare la pace attraverso primi gesti coraggiosi di disarmo. Magnifica humanitas sembra dire la stessa cosa con linguaggio evangelico. LINGUAGGIO e gesti disarmati e disarmanti per la pace!

2. Le anticipazioni: pace, clima, lavoro e obiezione algoretica come unico cammino

Gli uffici vaticani anticipano che l’enciclica terrà insieme pace, custodia del creato, dignità del lavoro e difesa dell’umano dall’intelligenza artificiale. È esattamente la nonviolenza integrale che pratichiamo da anni: clima-pace-lavoro, e ora anche algoretica.

Se davvero Leone XIV indicherà che non c’è ecologia senza disarmo, non c’è lavoro degno nell’economia di guerra, e che ogni sviluppo tecnico deve realizzarsi in condizioni ordinate al bene integrale della persona, avremo un alleato potente. L’obiezione algoretica — il diritto a dire “no” quando l’algoritmo decide sulla vita, sul lavoro, sulla guerra — diventa così nuova frontiera della nonviolenza. Come l’obiezione di coscienza rifiuta il fucile, l’obiezione algoretica rifiuta la delega cieca alla macchina.

Aspettiamo con fiducia il passaggio sulla conversione: dalle armi al pane, dalle basi militari alle comunità energetiche, dagli algoritmi di guerra agli algoritmi di cura. Sarebbe il modo più concreto per magnificare l’umano oggi.

3. L’attesa sull’obiezione di coscienza

Le prime note stampa parlano di “responsabilità personale davanti alla violenza”. È linguaggio vicino all’obiezione di coscienza. Noi che lavoriamo all’Albo delle Obiettrici e degli Obiettori alla Guerra ci auguriamo che Magnifica humanitas riconosca questa scelta come via profetica per i laici e per i credenti.

Sarebbe un segno forte se un Papa all’inizio del nuovo corso digitale indicasse la nonviolenza attiva — di coscienza e algoretica — non come eccezione eroica, ma come spiritualità ordinaria del tempo presente.

4. Le donne e la pace: l’umano è plurale

Humanitas non è neutra. È maschile e femminile, è del Nord e del Sud del mondo.

Virginia Woolf ci ha insegnato che le donne, escluse per secoli dal potere, hanno uno sguardo diverso sulla guerra. Siamo certi che Leone XIV, nel magnificare l’umano, saprà dare parola a questa differenza.

L’obiezione femminile alla guerra è parte della magnifica humanitas che la Chiesa può aiutare a far fiorire.

5. Dal 25 maggio in poi: camminare insieme

Noi Disarmisti Esigenti leggeremo l’enciclica il giorno stesso, con la matita in mano e il cuore aperto. Se, come speriamo, Magnifica humanitas sarà bussola per disarmare l’economia, la politica e la tecnica, saremo i primi a portarla nelle piazze, nelle scuole, nei consigli comunali.

Perché la nonviolenza non fa sconti alla verità, ma sa anche riconoscere quando una parola autorevole sposta la storia. E se questa enciclica aiuterà una sola fabbrica d’armi a diventare laboratorio di pale eoliche, o un solo algoritmo di sorveglianza a diventare strumento di cura, avrà già magnificato l’umano.
(fonte: Pressenza 19.05.26)

giovedì 29 gennaio 2026

Tonio Dell'Olio: A 85 secondi dal baratro

Tonio Dell'Olio
 
A 85 secondi dal baratro
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  28 Gennaio 2026


Riporto il comunicato stampa diffuso ieri dal Bulletin of the Atomic Scientists' Science and Security Board (SASB), ovvero il team di scienziati che regola l’orologio del rischio dell’annientamento globale, Doomsday Clock:

Un anno fa, avevamo avvertito che il mondo era pericolosamente vicino al disastro globale e che qualsiasi ritardo nell'inversione di rotta aumentava la probabilità di catastrofe. 

Piuttosto che prestare attenzione a questo avvertimento, la Russia, la Cina, gli Stati Uniti e altri grandi paesi sono invece diventati sempre più aggressivi, contraddittori e nazionalisti. 
Le intese globali duramente conquistate stanno crollando, accelerando una competizione per il grande potere vincente e minando la cooperazione internazionale fondamentale per ridurre i rischi di guerra nucleare, cambiamenti climatici, un uso improprio della biotecnologia, la potenziale minaccia dell'intelligenza artificiale e altri pericoli apocalittici. 
Troppi leader sono diventati compiacenti e indifferenti, in molti casi adottando retorica e politiche che accelerano piuttosto che mitigare questi rischi esistenziali. 

A causa di questo fallimento della leadership, il Bulletin of the Atomic Scientists Science and Security Board oggi fissa l'orologio del giorno del giudizio a 85 secondi a mezzanotte, il più vicino che sia mai stato alla catastrofe... Anche se le lancette dell'orologio del giorno del giudizio si avvicinano a mezzanotte, ci sono molte azioni che potrebbero far indietreggiare l'umanità dall'orlo. (www.thebulletin.org)


martedì 30 dicembre 2025

Speranza di pace

Speranza di pace

L’utilizzo dell’intelligenza artificiale porta con sé timori e attese ma, come sottolinea Leone XIV, nell’uomo permane il desiderio di un mondo riconciliato «disarmato e disarmante». Ed è questo l’auspicio per il 2026


La colomba della pace invita a guardare verso l’alto, verso quella stella che conduce alla Vita e alla Verità. Ma l’uomo-macchina si ostina invece a volgere lo sguardo verso il basso, chiuso in se stesso e nel proprio egoismo. È una macchina dalle sembianze umane, sempre più umane, che ha potenzialità sempre più grandi, quasi senza limiti. E guarda (con stupore?) quell’essere che ha tra le mani: la colomba della pace. La pace è nelle sue mani. Può soffocarla o lanciarla per realizzare il suo sogno di speranza.

L’illustrazione di Filippo Sassoli riassume bene il senso di un anno che sta per concludersi e di un altro pronto ad iniziare.

Indubbiamente, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale ha contrassegnato il 2025. Con risultati che già appaiono più che promettenti — pensiamo in campo sanitario —, ma anche con segnali inquietanti: pensiamo all’uso nel campo bellico.

Come sottolineato da Leone XIV nel suo primo messaggio per la Giornata mondiale della pace, oggi «l’ulteriore avanzamento tecnologico e l’applicazione in ambito militare delle intelligenze artificiali» hanno radicalizzato «la tragicità dei conflitti armati». Il Pontefice mette in guardia da «un processo di deresponsabilizzazione dei leader politici e militari, a motivo del crescente “delegare” alle macchine decisioni riguardanti la vita e la morte di persone umane».

Si tratta — è il monito del Papa — di «una spirale distruttiva, senza precedenti, dell’umanesimo giuridico e filosofico su cui poggia e da cui è custodita qualsiasi civiltà». Di qui, l’appello a «denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione», favorendo, al contempo, «il risveglio delle coscienze e del pensiero critico».

Risvegliare le coscienze è dunque tra le speranze del nuovo anno. Speranze che hanno contraddistinto il Giubileo del 2025, dedicato proprio alla virtù teologale che non delude. Ma certamente, tra gli auspici del 2026 c’è anche la pace, quella «disarmata e disarmante» così spesso invocata da Leone XIV. Perché, che si abbia o meno il dono della fede, occorre «aprirsi alla pace»: essa «è una presenza e un cammino», «un principio che guida e determina le nostre scelte», «un dono che consente di non dimenticare il bene, di riconoscerlo vincitore, di sceglierlo ancora e insieme».

La preghiera per la pace sarà al centro anche dei prossimi impegni del Pontefice che da ieri sera è a Castel Gandolfo, da dove rientrerà nelle prossime ore. Giovedì 1° gennaio, solennità di Maria santissima Madre di Dio nell’Ottava di Natale, nonché LIX Giornata mondiale della pace, il vescovo di Roma presiederà alle 10, nella basilica Vaticana, la santa messa. Nel medesimo luogo, il giorno precedente, alle 17, celebrerà i Primi Vespri, cui farà seguito il tradizionale canto dell’inno «Te Deum», a conclusione dell’anno civile. Sempre il 31 dicembre, alle 10 in piazza San Pietro, si terrà l’ultima udienza generale del 2025.
(fonte: L'Osservatore Romano 30/12/2025)


martedì 17 settembre 2024

Nell’anno dell’intelligenza artificiale gli auguri ed i consigli di un vescovo agli studenti: “Il link giusto per la scuola e la vita? Quello tra cervello, cuore, occhi e mani”

Nell’anno dell’intelligenza artificiale 
gli auguri ed i consigli di un vescovo agli studenti:
“Il link giusto per la scuola e la vita?
Quello tra cervello, cuore, occhi e mani”


Il messaggio del Vescovo di Lamezia agli studenti per l’avvio del nuovo anno scolastico 

Sarà l’anno dell’intelligenza artificiale, quello che i ragazzi si apprestano a vivere con il rintocco della prima campanella. Una tecnologia pervasiva che finirà inevitabilmente per mutare l’approccio allo studio e alla conoscenza. Una vera e propria rivoluzione a cui forse non siamo ancora pronti dal punto di vista antropologico e psicologico.

Ecco perché è importante mantenere fermo il timone dell’Humanum per evitare di perdersi tra le onde di un oceano vasto, sconosciuto e non privo di pericoli. È questo il senso della lettera che monsignor Serafino Parisi, vescovo di Lamezia Terme, ha rivolto agli studenti in apertura del nuovo anno scolastico. Un invito affinché fra i tanti link che i ragazzi utilizzeranno per videoconferenze, libri digitali, mail e servizi vari, non smarriscano quello più essenziale: il collegamento che connette cervello, cuore, occhi e mani. Quella “connessione interna – scrive il Vescovo ai ragazzi – che abita dentro ciascuno di Voi e che Vi garantisce, quando state bene, di restare vigili, lucidi, reattivi, proattivi e non resilienti, padroni della Vostra volontà e della capacità di autogovernarVi […]. Solo se questo sistema di connessione – o, per meglio dire, di ‘inter-connessione’ – resta funzionante, sarete in grado di fronteggiare altre connessioni e di raggiungere gli obiettivi prioritari, al netto di quelli che molto spesso sono orientati allo sfruttamento e al cumulo spietato del lucro di chi gestisce tali sistemi e potrete farlo senza restarne ‘stirati’, manipolati e violentati dal potenziale dirompente di questa tecnologia che, fra l’altro, rischia di favorire – se non proprio determinare – la privazione della interazione umana”.

Il Vescovo parla ai ragazzi con sollecitudine paterna delle nuove forme di schiavitù che le nuove frontiere del digitale finiscono inevitabilmente per costruire. Gli algoritmi sono efficaci ma non possono leggere il cuore dell’uomo e pertanto possono essere spietati.

Il riferimento è diretto alle nuove forme di lavoro che stanno caratterizzando la nostra epoca e che spesso vedono proprio i giovani vittime di un nuovo sistema di sfruttamento che qualcuno ha definito figlio del ‘tecnofeudalesimo’: “Pensate ai numerosi servizi come quelli che, ad esempio, ci fanno arrivare la pizza a casa, o altra merce ordinata: essi si servono di algoritmi che calcolano i tempi di consegna per i rider – ragazzi poco più grandi di voi – che con il motorino fanno le consegne a qualsiasi ora per guadagnare qualcosa. L’algoritmo non tiene conto dei bisogni più umani e scontati che anche tu, che mi leggi, hai. Ordina i ritmi e l’uso dei minuti trasformando i dipendenti in robot. A te chiedo come tu possa sentirti se omologato ad un robot. Ritieni ancora che un algoritmo possa prevedere, leggere il contesto e, per dirlo in breve, rispettare i bisogni più umani delle persone?”.

È da qui che muove l’invito di monsignor Parisi a saper leggere il contesto, quella capacità tipicamente umana che consente di sfuggire al determinismo degli algoritmi: “È importante restare lucidi e capaci di leggere sempre, fino al nostro ultimo respiro, il contesto – scrive agli studenti –. È la lettura del contesto il tratto prezioso e irripetibile che connota il sano fare degli uomini, che mette insieme la capacità di leggere dentro le cose, collegando cervello, cuore, occhi e mani”.

Il testo integrale del messaggio

Carissimi ragazzi e ragazze,

permettetemi di essere dei Vostri nel momento in cui prende vita questo nuovo anno scolastico.

Vi comunico subito il mio desiderio mentre vi raggiungo, ormai per il terzo anno consecutivo, con questo scritto: vorrei che le provocazioni che depongo nella Vostra cassetta degli attrezzi Vi servissero per l’esperienza scolastica ma soprattutto per la vita.

L’attrezzo che quest’anno vorrei consegnarvi è “immateriale”, non si tocca né si vede: è la connessione che vorrei aveste tra cervello, cuore, occhi e mani. Non come quella che maneggiate ogni giorno, in ogni ora, per restare connessi con “il mondo”. Penso invece, come dono, alla connessione interna che abita dentro ciascuno di Voi e che Vi garantisce, quando state bene, di restare vigili, lucidi, reattivi, proattivi e non resilienti (ma di questo ne parleremo), padroni della Vostra volontà e della capacità di autogovernarVi. Si tratta di un sofisticato sistema che non si vede, ma di cui si conoscono i suoi effetti, molti positivi ma tanti altri negativi.

Solo se questo sistema di connessione – o, per meglio dire, di “inter-connessione” – resta funzionante, sarete in grado di fronteggiare altre connessioni e di raggiungere gli obiettivi prioritari, al netto di quelli che molto spesso sono orientati allo sfruttamento e al cumulo spietato del lucro di chi gestisce tali sistemi e potrete farlo senza restarne “stirati”, manipolati e violentati dal potenziale dirompente di questa tecnologia che, fra l’altro, rischia di favorire – se non proprio determinare – la privazione della interazione umana.

Eccessivo questo mio dire? Pensate ai numerosi servizi come quelli che, ad esempio, ci fanno arrivare la pizza a casa, o altra merce ordinata: essi si servono di algoritmi che calcolano i tempi di consegna per i rider – ragazzi poco più grandi di voi – che con il motorino fanno le consegne a qualsiasi ora per guadagnare qualcosa. L’algoritmo non tiene conto dei bisogni più umani e scontati che anche tu, che mi leggi, hai. Ordina i ritmi e l’uso dei minuti trasformando i dipendenti in robot. A te chiedo come tu possa sentirti se omologato ad un robot. Ritieni ancora che un algoritmo possa prevedere, leggere il contesto e, per dirlo in breve, rispettare i bisogni più umani delle persone? Mettiamoci pure che tra i rilievi che possono essere mossi sugli algoritmi vi è quello che ci induce a riflettere sulla loro persistente capacità di farci vedere ciò verso cui abbiamo dimostrato interesse, rafforzandoci nelle nostre convinzioni (anche se errate) e non consentendoci di aprirci al confronto – in vista di un affrancamento, se necessario – e alla conseguente crescita come – detto con fermezza – solo lo studio può fare. In fondo la scuola è un viaggio e il viaggiare ci espone all’ignoto e quindi al rischio vantaggioso di mettere in discussione le nostre convinzioni.

A proposito delle questioni appena accennate, molto si parla, in particolar modo in ambienti accademici, di “determinismo algoritmico” di cui già subiamo le pesanti ricadute e gli innegabili vantaggi. La discussione proprio in queste ore è molto accesa su alcuni temi cruciali quali, ad esempio, la trasparenza e l’equità nella progettazione di queste tecnologie, la responsabilità nelle decisioni “autonome” delle macchine, la regolamentazione legale e le problematiche giuridiche e, sul piano religioso, la sfida circa i concetti di anima e di coscienza e, infine, la dimensione etica di un “ragionamento” – perché di questo si tratta – di per sé prevedibile in quanto pre-impostato e pre-disposto, e perciò per nulla creativo come deve essere una vera “intelligenza”.

Eppure la cosiddetta intelligenza artificiale, più brevemente e velocemente I.A., che anche tu guarderai con interesse crescente in questo nuovo anno scolastico, che della logica degli algoritmi fa la sua sostanza, è alla base di accadimenti come quello detto con l’esempio dei rider. A te voglio consegnare, proprio per tale motivo, la raccomandazione di tener sempre funzionante la connessione di cui parlavo all’inizio, per saper gestire tutte le altre connessioni, anche quelle che portano dritte all’I.A.

E infine un ricordo non guasta… Ricordi tu la frase iconica che hai sentito, sin da bambino, dai grandi di casa in varie situazioni: «Ma non lo vedi?». La frase risuonava per sottolineare l’ovvietà delle cose, delle situazioni che nella loro evidenza imponevano e impongono condotte consequenziali. Ad esempio, se tira vento, è chiaro che devi chiudere le finestre e se hai la tonsillite o la calcolosi renale non puoi andare alle Olimpiadi. Ma queste cose pur banali, sono chiare se ci vedi, ossia se funziona la tua connessione interna. Se sei appannato e spento, è quasi certo che il vento ti spingerà fuori dalla finestra e non potrai nemmeno dare un calcio al pallone nel campetto parrocchiale. È importante restare lucidi e capaci di leggere sempre, fino al nostro ultimo respiro, il contesto. È la lettura del contesto il tratto prezioso e irripetibile che connota il sano fare degli uomini, che mette insieme la capacità di leggere dentro le cose, collegando cervello, cuore, occhi e mani. Questo significa intelligenza. La lettura del contesto la fa solo l’uomo, nessun altro… nemmeno chi gestisce al meglio gli algoritmi che potrebbero, come bestie feroci, fagocitarlo. La persona e il suo cuore devono restare centrali nella considerazione attenta, critica e al tempo stesso speranzosa della complessa questione che, in definitiva, è antropologica.

A proposito di “maccheroniche” abbreviazioni: i latini – che già conoscevano l’espressione «omne ignotum pro magnifico» (“Tutto ciò che è ignoto è sublime”, cf. Tacito, Vita di Agricola, 30) – con la loro capacità sapienziale di «intelligere» (cioè “intus legere”, leggere dentro), suggerivano di accostarsi a tutte le situazioni, soprattutto quelle nuove, con un po’ di discernimento, «cum grano salis», appunto. Una raccomandazione per la vita che potrebbe servirci… per non soccombere.

A tutti coloro che gravitano intorno al mondo della scuola: studenti, docenti, dirigenti, personale amministrativo, tecnico e ausiliario e a tutte le famiglie giungano i miei più cari auguri di buon anno e di buon lavoro.
Il Vostro vescovo
+ Serafino Parisi
(fonte: Diocesi di Lamezia Terme 15/09/2024)


mercoledì 10 luglio 2024

Appello di Papa Francesco ai leader religiosi di tutto il mondo: "La pace si può costruire solo insieme" (tweet cronaca e messaggio)

Il Papa ai leader religiosi che hanno firmato la Rome Call for #AIethics a Hiroshima, città simbolo della tragedia atomica

La pace si può costruire
solo insieme


Appello per una saggia gestione nel governo delle intelligenze artificiali

«I leader delle religioni del mondo oggi a #Hiroshima hanno firmato la Rome Call for #AIethics. Solo insieme possiamo costruire la #pace, grazie anche a tecnologie a servizio dell’umanità e nel rispetto della nostra casa comune». 

Con questo post sull’account @Pontifex di X Papa Francesco rilancia oggi il suo appello ai leader religiosi di tutto il mondo a “costruire insieme la pace” tra i popoli. 
Il riferimento è all’incontro “AI Ethics for Peace” svoltosi dal 9 al 10 luglio nella città giapponese simbolo della tragedia atomica su iniziativa della Pontificia Accademia per la vita (Pav), per riproporre anche ai leader delle principali religioni orientali il documento sottoscritto a Roma nel 2020 con l’obiettivo di incentivare un’etica dell’intelligenza artificiale.

Le religioni del mondo firmano la «Rome Call»

Alla presenza dell’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pav, nel Parco del monumento alla memoria di Hiroshima hanno firmato l’appello i partecipanti ai lavori, promossi anche da Religions for Peace Japan, da Abu Dhabi Forum for Peace degli Emirati Arabi Uniti e dalla Commissione per le relazioni interreligiose del Gran Rabbinato di Israele. Vi hanno preso parte, fanno sapere gli organizzatori in una nota, 150 persone appartenenti a 11 religioni e provenienti da 13 nazioni: esponenti del buddhismo, induismo, zoroastrismo, Bahá’í e di altre religioni orientali, accompagnati dai leader delle religioni abramitiche (cristiani, ebrei e musulmani), si sono ritrovati alla presenza di rappresentanti del governo giapponese e di importanti aziende tecnologiche. Secondo il Pew Research Center, l’85% della popolazione mondiale si riconosce in una tradizione religiosa: questo rende la «Rome Call» rappresentativa della maggior parte delle persone sul pianeta. A chiusura della due giorni è stato inoltre presentato il documento «Hiroshima Appeal», nel quale, oltre a ribadire la necessità di utilizzare l’intelligenza artificiale solo per il bene dell’umanità e del pianeta, i promotori esortano la comunità internazionale a ricorrere a mezzi pacifici per risolvere i contrasti, nella speranza di ottenere l’immediata cessazione di tutti i conflitti armati.

Nella circostanza Francesco ha anche fatto pervenire loro un messaggio in cui auspica l’inclusione «nel governo delle intelligenze artificiali» delle «ricchezze culturali dei popoli e delle religioni... per una saggia gestione dell’innovazione tecnologica».

*****************

Nella nuova stagione
delle macchine impegnarsi per tutelare la dignità umana

«Mostrare al mondo che uniti chiediamo un fattivo impegno per tutelare la dignità umana in questa nuova stagione di uso delle macchine». È quanto scrive Papa Francesco nel messaggio inviato ai partecipanti all’incontro “ AI Ethics for Peace”, svoltosi a Hiroshima, in Giappone, dal 9 al 10 luglio. Nel documento pontificio diffuso oggi, mercoledì 10, a conclusione dei lavori, anche l’esortazione a bandire l’uso delle armi letali autonome. Eccone il testo.

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER L’INCONTRO “AI ETHICS FOR PEACE”

[Hiroshima, 9-10 luglio 2024]

______________________________________

Cari amici, vi giunga questo saluto per il vostro incontro dal titolo “AI Ethics for Peace”. Intelligenza artificiale e pace sono due temi di assoluta importanza, come ho avuto modo di sottolineare ai leader politici del G7: “Conviene sempre ricordare che la macchina può, in alcune forme e con questi nuovi mezzi, produrre delle scelte algoritmiche. Ciò che la macchina fa è una scelta tecnica tra più possibilità e si basa o su criteri ben definiti o su inferenze statistiche. L’essere umano, invece, non solo sceglie, ma in cuor suo è capace di decidere. La decisione è un elemento che potremmo definire maggiormente strategico di una scelta e richiede una valutazione pratica. A volte, spesso nel difficile compito del governare, siamo chiamati a decidere con conseguenze anche su molte persone. Da sempre la riflessione umana parla a tale proposito di saggezza, la phronesis della filosofia greca e almeno in parte la sapienza della Sacra Scrittura. Di fronte ai prodigi delle macchine, che sembrano saper scegliere in maniera indipendente, dobbiamo aver ben chiaro che all’essere umano deve sempre rimanere la decisione, anche con i toni drammatici e urgenti con cui a volte questa si presenta nella nostra vita. Condanneremmo l’umanità a un futuro senza speranza, se sottraessimo alle persone la capacità di decidere su loro stesse e sulla loro vita condannandole a dipendere dalle scelte delle macchine. Abbiamo bisogno di garantire e tutelare uno spazio di controllo significativo dell’essere umano sul processo di scelta dei programmi di intelligenza artificiale: ne va della stessa dignità umana” (Cfr. Discorso al G7, 14 giugno 2024).

Nel lodare questa iniziativa vi chiedo di mostrare al mondo che uniti chiediamo un fattivo impegno per tutelare la dignità umana in questa nuova stagione di uso delle macchine.

Il fatto che vi ritroviate a Hiroshima per parlare di intelligenza artificiale e pace è di grande importanza simbolica. Tra gli attuali conflitti che scuotono il mondo, sempre più spesso purtroppo oltre all’odio della guerra si sente parlare di questa tecnologia. Per tale motivo ritengo di straordinaria importanza l’evento di Hiroshima. È fondamentale che, uniti come fratelli, possiamo ricordare al mondo che: “in un dramma come quello dei conflitti armati è urgente ripensare lo sviluppo e l’utilizzo di dispositivi come le cosiddette “armi letali autonome” per bandirne l’uso, cominciando già da un impegno fattivo e concreto per introdurre un sempre maggiore e significativo controllo umano. Nessuna macchina dovrebbe mai scegliere se togliere la vita ad un essere umano” (Cfr. Discorso al G7, 14 giugno 2024)

Se guardiamo alla complessità delle questioni che abbiamo davanti, includere nel governo delle intelligenze artificiali le ricchezze culturali dei popoli e delle religioni è una chiave strategica per il successo del vostro impegno per una saggia gestione dell’innovazione tecnologica.

Mentre auguro che questo incontro porti frutti di fraternità e di collaborazione, prego affinché ognuno di noi possa farsi strumento di pace per il mondo.

FRANCESCO


giovedì 27 giugno 2024

Insegnare e apprendere con le nuove tecnologie

Dariusz Grządziel
Insegnare e apprendere con le nuove tecnologie
a cura di Paola Zampieri 


Insegnare online non è un semplice “trapiantare” in un altro ambiente ciò che si faceva in aula. Oggi la relazione fra apprendimento e insegnamento chiede che i docenti siano professionisti capaci di progettare anche ambienti di apprendimento nuovi con una visione pedagogica che metta al centro i processi di apprendimento e le finalità educative. L’uso incompetente delle tecnologie oggi non è più giustificabile.

Ad affermarlo è Dariusz Grządziel, professore straordinario di Didattica generale nella Facoltà di Scienze dell’Educazione all’Università Pontificia Salesiana a Roma, intervenuto al collegio plenario dei docenti della Facoltà teologica del Triveneto (Verona-Pordenone, 15 giugno 2024). Le sue ricerche e pubblicazioni si collocano sul confine tra l’educazione e la didattica scolastica e universitaria e, negli ultimi anni, riguardano l’integrazione degli strumenti tecnologici nella didattica.

Abbiamo approfondito questo aspetto con una riflessione a tutto tondo, che ha richiamato anche la necessità dell’educazione al pensiero critico e alla cittadinanza consapevole, per fornire alle persone strumenti per sottrarsi a una specie di capitalismo digitale e non perdere la libertà personale.

Non poteva mancare un riferimento al tema dell’intelligenza artificiale, di cui è stato sottolineato – al di là delle impressionanti potenzialità – come la velocità esponenziale e la modalità del suo sviluppo rendano difficile realizzare di pari passo un’adeguata riflessione sulle relative implicazioni, da quella economica e produttiva a quella personale e sociale oppure quella antropologica ed etica.

Tuttavia, la formazione odierna alle competenze digitali, e qualunque altra formazione professionalizzante, oltre a basarsi sui modelli verificati positivamente nel passato, non può non prendere in considerazione questi aspetti emergenti nuovi e sempre più complessi.

***

Professor Grządziel, a partire dal 2020, a causa della pandemia di Covid-19, la didattica a distanza è stata sviluppata anche in ambienti che in precedenza la utilizzavano poco o per niente, quali le facoltà teologiche. L’introduzione delle nuove tecnologie informatiche come ha cambiato la relazione fra insegnamento e apprendimento?

La relazione tra insegnamento e apprendimento deve essere vista sempre come complementare. Dalla qualità e correttezza di questa relazione dipendono i risultati di apprendimento degli studenti.

L’emergenza di passare alla didattica online durante la pandemia ha rilevato, paradossalmente, proprio il significato e l’importanza di questa relazione. Sia docenti sia studenti, per il fatto di dover comunicare tra loro tramite forme mediate e a distanza, hanno sofferto l’indebolimento o la mancanza della relazione diretta, che nella didattica in aula, al contrario, essendo implicitamente presente, spesso non viene nemmeno avvertita. Oggi sappiamo che questa percezione era causata non solo dalle tecnologie in sé stesse, ma anche dalla poca dimestichezza dei docenti nell’impiegare le tecnologie per le finalità didattiche.

Velocemente, dopo le prime settimane di lock down, i docenti si sono accorti che insegnare online non è un semplice “trapiantare” in un altro ambiente ciò che si faceva in aula. Ci vogliono nuove competenze di natura didattica, che integrano saperi disciplinari, metodologici, progettuali e, appunto, tecnologici, e ci vogliono anche nuove competenze di natura pedagogica, che permettono di instaurare in modo valido la relazione tra docente e studente negli ambienti online o misti.

Questi nuovi ambienti possono potenziare le condizioni di studio e i processi di apprendimento anche oggi?

La domanda è molto importante, perché rivolge l’attenzione alle diverse opportunità che nascono dall’integrazione degli strumenti tecnologici nella didattica.

Anzitutto, può essere ridimensionata la gestione del tempo e dello spazio in cui si svolgono le attività didattiche. Grazie a tali strumenti, come ad esempio le piattaforme di condivisione e di co-costruzione dei lavori e delle riflessioni, la collaborazione nello studio può superare i limiti dell’aula e delle lezioni scanditi dagli orari.

L’accesso alle risorse scientifiche online, rappresentare le conoscenze tramite forme multimediali o interattive, inoltre, può potenziare i processi di apprendimento in forma più attiva e più autonoma.

Ovviamente, la predisposizione di questi ambienti nuovi suppone anche un’adeguata competenza dei docenti. Non a caso alcuni studiosi – ad esempio Diana Laurillard, pedagogista britannica all’Università di Londra – suggeriscono che la professionalità docente deve passare oggi da quella che “maggiormente parla” a quella che, oltre che parlare, “progetta anche ambienti di apprendimento nuovi”.

Purtroppo, l’osservazione quotidiana attuale, ma anche le ricerche realizzate in questo ambito, fanno notare situazioni non rare in cui la didattica è tornata alle forme pre-pandemiche e in cui le modalità innovative non vengono valorizzate con tutto il loro potenziale. L’investimento nelle attrezzature delle aule e nei corsi di formazione dei docenti, fatto durante e subito dopo la pandemia, viene valorizzato in grado piuttosto ridotto.

Quali sono i rischi in agguato in questo campo?

Alcuni sono emersi già durante la pandemia, quando le tecnologie sono state impiegate nei processi didattici in maniera non appropriata o non competente, a cui ho accennato prima. Solo che, in quel periodo, la situazione richiedeva decisioni emergenziali per garantire la continuità dei processi didattici e formativi nelle istituzioni. Oggi l’uso incompetente delle tecnologie non è più giustificabile.

Parlando dei rischi, bisogna sottolineare, però, che l’integrazione dei nuovi strumenti tecnologici nella didattica non può essere considerata solo in termini delle abilità di “usarle”, o peggio, solo in chiave tecno-centrica, senza una visione pedagogica che metta al centro i processi di apprendimento e le finalità educative. La competenza didattica richiede quindi un’adeguata teoria di fondo sull’apprendimento e ancora di più sull’insegnamento.

È un’illusione pensare che essere esperto in un campo disciplinare predisponga automaticamente alla docenza competente. Sono due dimensioni della professionalità docente che richiedono un adeguato impegno per svilupparle. Tutti gli sbilanciamenti a scapito dell’una o dell’altra si riversano negativamente sulle condizioni di studio che siamo tenuti a creare a favore degli studenti.

Non diversamente accade con l’impiego degli strumenti innovativi. Anche questo aspetto dev’essere ripensato in modo funzionale, tenendo conto delle finalità da raggiungere e delle relative condizioni che bisogna creare. Se vari elementi della competenza didattica vengono sviluppati nella formazione iniziale dei docenti e poi aggiornati continuamente, i rischi, che sempre possono rivelarsi, non dovrebbero costituire minacce o ostacoli insuperabili.

***

Per allargare la questione. Oggi l’immersione nel digitale è un dato di fatto: siamo costantemente connessi con gli altri anche attraverso i dispositivi elettronici, in uno stato di relazione continua con il mondo. Questo nuovo modo di vivere la realtà è un elemento oggi imprescindibile nel discorso educativo, a tutti i livelli. L’uso delle nuove tecnologie, così diffuso tra i “nativi digitali”, è sufficientemente valorizzato – in ambito universitario – ai fini formativi ed educativi, e quindi a una preparazione per la vita lavorativa, sociale e familiare?

Di fatto, come avverte da tempo Luciano Floridi, professore di filosofa a Oxford, oggi siamo immersi nella cosiddetta Infosfera e viviamo nella realtà che lui chiama Onlife. Ciò significa che gli strumenti digitali non solo vengono adoperati in modo funzionale nelle pratiche sociali e professionali dalle persone, ma diventano essi stessi ambienti di partecipazione e di vita quotidiana.

Secondo questa prospettiva, non siamo più noi a scegliere di essere online o offline, ma sono questi strumenti a essere nelle nostre vite indipendentemente dalle nostre scelte. Come sottolinea spesso anche Cesare Rivoltella, esperto della pedagogia multimediale, la tecnologia non si vede più perché essa stessa scompare dietro ai dispositivi.

Dobbiamo comprendere, quindi, che tutto ciò – i dispositivi e la tecnologia nascosta che sta dietro – creano una filigrana del sistema sociale e lavorativo in cui noi funzioniamo ogni giorno, spesso, senza rendercene conto. È qui che emerge il ruolo pedagogico per la scuola e per l’università. Oltre che usare questi sistemi, guidati sempre più frequentemente anche dai modelli di Intelligenza Artificiale, dobbiamo capirli prima di tutto per – come dice una sociologa statunitense, Shoshana Zuboff – non lasciarsi opprimere dagli algoritmi invisibili che sorvegliano e decidono al nostro posto ciò che dobbiamo o non dobbiamo fare.

Ci vuole, quindi, l’educazione al pensiero critico, alla cittadinanza consapevole, per fornire alle persone strumenti per sottrarsi a una specie di capitalismo digitale della sorveglianza e non perdere la libertà personale.

Ubiquitous learning, collaborative intelligence, multiliteracies… Queste forme innovative come si saldano con le più tradizionali forme di insegnamento diretto ed esplicito? È possibile promuovere una feconda integrazione di tali strumenti nel progetto formativo delle università, in particolare delle facoltà teologiche?

Tutti abbiamo sperimentato come, durante il lock down, sia avvenuto un radicale sganciamento delle attività didattiche dagli ambienti fisici e una loro ricollocazione negli ambienti online e sulle piattaforme digitali. Con ciò è stato attivato – possiamo dire – un processo di deterritorializzazione delle attività di studio e di docenza, molte delle quali sono state realizzate non solo in forma sincrona online, cioè, nello stesso tempo, per docenti e per studenti, ma anche in forma asincrona.

Sembra, appunto, che il valore di maggiore flessibilità organizzativa riguardo agli spazi e ai tempi, in cui si possono svolgere alcuni tipi di attività didattiche, anche nelle facoltà teologiche, possa costituire quell’elemento aggiunto su cui riflettere adeguatamente nella costruzione della proposta formativa attuale e futura.

Gli studiosi Cope e Kalantzis, dell’Università dell’Illinois negli Stati Uniti, hanno elaborato, al riguardo, il termine ecologie di apprendimento. Con questo concetto individuano alcune nuove opportunità (affordance) di realizzare la didattica, ad esempio nelle forme ubique, o con modalità più attive e più collaborative. Tra le affordance vedono anche la possibilità di valorizzare linguaggi multimodali per rappresentare le conoscenze, oppure occasione di attivare una formazione esplicitamente differenziata, a seconda dei bisogni e degli interessi degli studenti.

Le ricerche e le esperienze – là dove vengono valorizzate consapevolmente queste nuove opportunità – confermano la loro validità didattica. Mettono in risalto, ad esempio, quanto cambiano le tradizionali tipologie delle relazioni tra docenti e studenti: da quelle unidirezionali a quelle multidirezionali. Oppure, quanto sono arricchite le interazioni tra i soggetti se vengono incluse e valorizzate nella didattica diverse dinamiche tra fattori linguistici, discorsivi e spaziali.

Lei è salesiano, don Bosco raccomandava agli educatori la necessità di essere presenti sul posto di lavoro ancora prima che arrivino i giovani. Oggi, in senso più ampio, potremmo dire che ai docenti è richiesto di sviluppare adeguate competenze per funzionare efficacemente negli spazi digitali… Quali competenze digitali sono richieste oggi ai docenti? E, di conseguenza, quale formazione per loro è opportuna perché la didattica sia integrata ed efficace nelle diverse modalità (interamente online e mista/duale)?

Sono convinto che don Bosco sarebbe oggi ugualmente presente tra i giovani negli spazi digitali online, come lo era uno volta nell’oratorio, nella parrocchia o sulle piazze di Torino dell’Ottocento dove trovava ragazzi poveri e abbandonati. La povertà di oggi deve essere interpretata non solo in termini materiali, ma anche in quelli culturali e umani.

Qui c’è spazio per i salesiani e per gli educatori di oggi. Focalizzando la nostra attenzione sui processi didattici realizzati negli spazi digitali o misti, dobbiamo riconoscere che qui c’è molto spazio per la presenza dei docenti. I processi didattici, realizzati negli ambienti misti o online, comunque, non solo modificano la progettazione o la valutazione, ma richiedono anche specifiche modalità di relazionarsi tra le persone coinvolte, specie tra docenti e studenti.

In questo contesto, Randy Garrison dell’Università di Calgary in Canada, individua tre tipologie di presenza con cui il docente sostiene i processi di apprendimento: teaching presence, social presence e cognitive presence. Tramite la prima, il docente fa percepire agli studenti le sue attività di progettazione e di organizzazione degli ambienti e delle esperienze di apprendimento. Tramite la seconda, il docente cerca di instaurare le relazioni di comunità di apprendimento al fine di rimediare la percezione di distanziamento creato dalle forme mediate di docenza.

Infine, tramite la terza, il docente si fa percepire come esperto che guida non solo le di studio esterne, ma anche quelle interne nella struttura cognitiva e metacognitiva degli allievi. Anche se i tre tipi di presenza, definiti da Garrison, sono importanti per la didattica online e mista, è evidente che i principi su cui esse si basano sono universali e validi anche per la didattica in presenza in aula.

***

La competenza digitale, in vista di promuovere l’occupabilità dei giovani, costituisce una delle preoccupazioni principali della Raccomandazione del Parlamento Europeo del 4 giugno 2018. Come formare efficacemente le competenze digitali nella prospettiva lavorativa e occupazionale?

Ci sono vari studi e pubblicazioni su questo tema. Non è il caso di sintetizzarli adesso o di analizzare i diversi aspetti che essi approfondiscono. Comunque, come la competenza del docente non si acquisisce separatamente dalle attività di insegnamento, così la competenza digitale in qualunque ambito lavorativo, per svilupparsi, deve essere praticata nel contesto concreto.

Inoltre, come nell’ambito didattico questa competenza non può essere ridotta solo all’abilità di usare strumenti e tecnologie, così negli ambiti disciplinari e occupazionali deve integrare aspetti personali, sociali e culturali. Queste cose sono ovvie e non c’è bisogno di soffermarsi su di esse più di tanto.

Comunque, è obbligatorio parlare e riflettere oggi su un aspetto nuovo, di cui i documenti europei citati nella domanda ancora non parlano. Si tratta della comparsa degli strumenti basati sull’Intelligenza Artificiale (IA).

Le loro possibilità superano in diversi casi le capacità della mente umana, ad esempio la velocità di elaborazione dei dati, di utilizzare complessi linguaggi di programmazione informatica, oppure avere accesso immediato alle enormi quantità di informazioni e risorse accumulate nella rete.

Ciò che richiede un’attenzione particolare, comunque, non sono le potenzialità dell’IA in sé stesse, anche se impressionanti. Ciò che dovrebbe far pensare è che questi sistemi vengono sviluppati con una velocità esponenziale e in modo che è difficile realizzare di pari passo un’adeguata riflessione sulle relative implicazioni. E quelle sono di varia natura, da quella economica e produttiva a quella personale e sociale, oppure quella antropologica ed etica.

La formazione odierna alle competenze digitali, e qualunque altra formazione professionalizzante, quindi, oltre a basarsi sui modelli verificati positivamente nel passato, non può non prendere in considerazione questi aspetti emergenti nuovi e sempre più complessi.

Che cos’è l’ePortfolio e qual è il suo potenziale in vari ambiti disciplinari e professionali, tra cui anche quello dell’insegnamento universitario? Può essere attuato anche nelle facoltà teologiche?

Quello dell’ePortfolio, è un tema molto studiato nella didattica. Si tratta di uno strumento che può sostenere i processi didattici a vari livelli.

Per la forte componente riflessiva della metodologia di lavoro con questo strumento, gli studenti vengono sostenuti in modo particolare nell’apprendimento autoregolato, nella consapevolezza delle mete da raggiungere e dei processi che bisogna attivare.

Dal punto di vista pratico, attraverso artefatti realizzati, gli studenti documentano sia i precorsi di apprendimento, sia i risultati raggiunti. La forma digitale del portfolio permette valorizzare, inoltre, tutte le opportunità offerte dal Web 2.0, cioè non solo l’accesso alla rete, ma anche un’attiva collaborazione con altri, docenti e studenti.

Ciò che è più importante, però, non è la raccolta di lavori o la presentazione dei risultati parziali che esso raggiunge, ma – come ho accennato sopra – una riflessione continua sui processi di apprendimento e sui progressi realizzati verso le finalità prestabilite.

In questo modo lo studente, grazie a questo dialogo interiore con sé stesso, diventa sempre più consapevole della propria crescita professionale e umana. Anzi, non solo è consapevole dei processi in atto, ma, grazie alla riflessione su tutto ciò che fa e grazie ai processi metacognitivi che si attivano in quei momenti, intenzionalmente gestisce lo sviluppo della propria identità come persona e come futuro professionista. Quest’ultimo aspetto è fondamentale per qualunque ambito disciplinare, anche quello teologico.

Per quanto riguarda i docenti, invece, l’ePortfolio offre ottime possibilità di realizzare una guida didattica e monitorare i progressi degli studenti. Avendo una visione aggiornata su questo, possono realizzare anche un feedback continuo e la valutazione formativa che, da parte loro, costituiscono elementi fondamentali della docenza in ogni contesto formativo e su ogni livello di istruzione.
(fonte: Settimana News 23/06/2024)