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sabato 21 settembre 2019

"Condividere la ricchezza ingiusta" di Enzo Bianchi - XXV domenica T.O. – Anno C

  
Condividere la ricchezza ingiusta

Commento
 XXV domenica T.O.  – Anno C

Letture:  Amos 8,4-7; Salmo 112; 1 Timoteo 2,1-8; Luca 16,1-13

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: «Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare». L'amministratore disse tra sé: «Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua». Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: «Tu quanto devi al mio padrone?». Quello rispose: «Cento barili d'olio». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta». Poi disse a un altro: «Tu quanto devi?». Rispose: «Cento misure di grano». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta». Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».


Ci sono parabole di Gesù ben costruite e con un messaggio evidente, altre invece più contorte, meno lineari, il cui messaggio va cercato con cura e intelligenza. In questo capitolo 16 del vangelo secondo Luca ci troviamo di fronte a due parabole riguardanti gli atteggiamenti verso il denaro e la ricchezza, parabole proclamate una in questa domenica e una nella prossima (Lc 16,19-31).

Certamente la parabola odierna, quella dell’economo ingiusto, disonesto, che non agisce con rettitudine, può sembrare scandalosa, per il lettore superficiale può addirittura risultare immorale, ma occorre fare attenzione e discernere il vertice teologico presente nel racconto: allora lo si capirà in fedeltà all’intenzione di Gesù. Cerchiamo dunque con umiltà di faticare, di esercitare l’intelligenza per arrivare a comprendere anche questo brano in modo evangelico, cogliendo in esso la “buona notizia”.

Un uomo ricco ha un economo che ne gestisce gli affari, ma tutt’a un tratto quest’ultimo risulta essere un dissipatore dei suoi beni. Allora il padrone lo chiama e gli chiede: “Che cosa sento dire di te? Rendimi conto della tua amministrazione, perché non potrai più essere mio economo!”. È qualcosa che accade abbastanza spesso, perché la tentazione dell’ingiustizia, del pensare a se stessi e del non essere responsabili di una proprietà altrui è facile e ricorrente. Ma come reagire quando si viene scoperti? Qui l’economo, di fronte alla minaccia del padrone e alla prospettiva di perdere il lavoro, si mette a ragionare, a pensare al suo futuro. Egli medita tra sé: “Che cosa farò? Lavorare la terra? Non so farlo, non ne ho più la forza. Mendicare? Mi vergogno”.

Ed ecco che nel suo dialogo interiore giunge a una soluzione: farsi amici alcuni debitori del suo padrone, per poter contare su di loro. Ma deve fare tutto prestissimo, per questo convoca subito i debitori. Al primo domanda: “Quanto devi al mio padrone?”. Quello risponde: “Cento barili d’olio”. Ed egli replica dimezzandogli il debito: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. A un altro, che deve cento sacchi di grano, l’economo ne condona venti. Ecco una vera frode, una condonare i debiti senza l’autorizzazione del padrone, una palese ingiustizia! Eppure il padrone, venuto a conoscenza dell’inganno operato ai suoi danni, si congratula con l’economo disonesto, che secondo Gesù è figlio di questo mondo delle tenebre, dunque è un figlio di Satana, colui che combatte i figli della luce che vivono nella giustizia.

Allora perché l’elogio, le congratulazioni? Per l’azione ingiusta? No, ma per la capacità di farsi degli amici, donando e condividendo proprio quella ricchezza ingiusta. Così quell’economo ingiusto non dissipa più i beni di cui è amministratore, ma li onora, condividendoli con quanti non hanno nulla. Ecco dove sta la buona notizia, il vangelo: ciò che è urgente, l’azione buona, è distribuire il denaro di ingiustizia ai poveri, non conservarlo gelosamente per sé. Proprio queste parole di Gesù vogliono essere buona notizia per i ricchi, perché ora sanno come devono amministrare i beni non loro: distribuendoli a tutti. L’esemplarità di questo economo ingiusto non va dunque individuata nel suo agire disonesto, ma nella sua capacità di discernimento della situazione in cui si trova, di adesione alla sua realtà segnata da molti limiti e di agire conseguentemente con intelligenza.

Attenzione, in questo racconto e nel successivo commento di Gesù compare per ben cinque volte il termine ingiustizia/ingiusto (adikía/ádikos) per definire l’economo e la ricchezza, Mammona. L’ingiustizia è dunque denunciata e condannata: non c’è altra via di giustizia se non quella di donare la ricchezza condividendola con i poveri, quelli che sono beati e ai quali è promesso il regno di Dio (cf. Lc 6,20). Il denaro resta “Mammona (da ’aman, che significa “credere”!) di ingiustizia”, definizione presente anche negli scritti di Qumran, che ne proclama l’iniquità radicale. Lo sappiamo bene: il denaro cattura la fede, incanta, seduce, dà falsa sicurezza, ruba il cuore, inganna e diventa il tesoro prezioso, l’idolo nel quale si confida (cf. Lc 12,34; 1Tm 6,17). È vero che il denaro è solo uno strumento, ma siccome chiede di avere fede-fiducia in lui, occorre vigilare per non essere da lui dominati e, al contrario, occorre donarlo, distribuirlo, condividerlo. Se infatti lo si accumula e lo si trattiene per sé, finisce per essere alienante: non è più posseduto, ma è lui a possedere chi lo ha nelle proprie mani!

Proprio per questo nel vangelo secondo Luca c’è una grande rivelazione fatta dal demonio stesso a Gesù al momento delle tentazioni nel deserto: “A me è stata data tutta questa ricchezza” – data da Dio, potremmo dire – “e io la do a chi voglio” (cf. Lc 4,6). Sì, chi accumula ricchezze è un amministratore di Satana, lo sappia o meno; per questo nella nostra parabola l’uomo ricco che dà in gestione all’economo molti beni può essere figura del demonio. L’unico modo per sfuggire alla schiavitù satanica è distribuire, donare il denaro, i beni, condonare i debiti: il denaro accumulato è sempre sporco, per ripulirlo basta condividerlo!

Il cristiano sa dunque che c’è un Mammona con la maiuscola, un idolo forte e seducente che può diventare un Kýrios, un Signore, rendendo servo e schiavo chi ne è amministratore. Il discepolo di Gesù – come ricorda chiaramente Gesù stesso – non può servire due padroni, ma è posto di fronte a una scelta:

     o amare e servire uno, o amare è servire l’altro;
     o ripudiare uno, o ripudiare l’altro,
     perché i due padroni sono antitetici, sono concorrenti nel richiedere fede-fiducia.

Come discepoli di Gesù, possiamo guardare all’orizzonte del Regno, dove ci attende la grande comunione degli amici del Signore nella vita eterna. Ci accoglieranno con amicizia tra loro proprio i poveri, quelli che ci siamo fatti amici qui sulla terra giorno dopo giorno con la danza del dono e l’esercizio della condivisione. Non saremo soli, ma saremo una comunione di amici, se nell’amicizia ci siamo esercitati qui e ora, donando e accettando i doni.

Ma in questa parabola e nelle parole con cui Gesù la commenta c’è solo un’esemplarità legata alla condivisione dei beni con i poveri? Non c’è forse anche un invito rivolto da Gesù ai discepoli, ai “figli della luce”, affinché siano capaci di esercitare intelligenza, creatività e audacia, come sanno fare purtroppo i “figli di questo mondo”? C’è infatti quasi un rammarico in questa constatazione di Gesù riguardante i suoi seguaci: non sanno essere phrónimoi, capaci di intelligenza, di discernimento e di vigilanza!

Soprattutto oggi, in un mondo indifferente all’annuncio di Dio, perché i cristiani non sanno far comprendere che il Vangelo è una buona notizia? Perché il discorso cristiano continua a essere così ingombrato e offuscato da tante parole e tanti rivestimenti umani e mondani? Perché non sappiamo dire che il cristianesimo è l’incontro con una persona, Gesù Cristo, il Signore vivente, senza affogare l’annuncio in moralismi colpevolizzanti che gli uomini e le donne di oggi non riescono ad accogliere come salvezza? Perché all’indifferenza dominante nella società non sappiamo opporre la “differenza cristiana”, manifestata in vite umane segnate da bontà, bellezza e beatitudine?

Sì, ancora oggi Gesù continua rammaricarsi di come i figli di questo mondo siano più intelligenti e svegli dei figli della luce!


Papa Francesco in Madagascar: Incontro con le autorità: "Vi incoraggio a lottare con forza e determinazione contro tutte le forme endemiche di corruzione e di speculazione che accrescono la disparità sociale" - Momento con le Carmelitane: "I piccoli gesti d'amore salvano il mondo. Per seguire il Signore ci vuole sempre un po’ di coraggio... noi dobbiamo avere il coraggio di lasciarlo fare" (foto, testi e video)


VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN MOZAMBICO, MADAGASCAR E MAURIZIO
(4 - 10 SETTEMBRE 2019)



Sabato, 7 settembre 2019


ANTANANARIVO

9:30 Visita di cortesia al Presidente nel Palazzo Presidenziale “Iavoloha”
10:15 Incontro con le Autorità, la Società civile e il Corpo Diplomatico nel Ceremony Building
11:15 Ora Media nel Monastero delle Carmelitane Scalze
Pranzo in Nunziatura


Al termine della S.Messa nello stadio di Zimpeto Francesco aveva lasciato il Mozambico in lieve anticipo sui piani, dopo due giorni pieni di visite e incontri, per volare alla volta di Antananarivo, capitale del Madagascar e seconda tappa di questo suo 31esimo viaggio apostolico. La cerimonia di congedo somiglia più ad un “grazie” per aver ridato speranza e aver parlato di nuovo di pace, di riconciliazione e di unità in un Paese che nonostante gli sforzi, i negoziati, gli accordi, ha ancora nel cuore e negli occhi i relitti dolorosi della guerra civile e dell’inimicizia sociale.

Lasciata Maputo, in Mozambico, l'aereo con a bordo Papa Francesco e il suo seguito è atterrato ad Antananarivo, in Madagascar, per la seconda tappa del suo viaggio in Africa. È stato ricevuto con una cerimonia molto sobria, senza discorsi ufficiali, ma con un caloroso saluto da parte dei fedeli presenti, che hanno intonato canti al ritmo di danza.
In serata Francesco è arrivato alla Nunziatura Apostolica in Madagascar, dove è stato accolto da un coro di giovani malgasci, che ha intonato due inni locali in onore del pontefice. Al termine dei canti, Papa Francesco ha salutato individualmente i partecipanti prima di entrare in Nunziatura.





Con l’incontro di Papa Francesco con le autorità, la società civile e il corpo diplomatico del Madagascar, entra nel vivo la seconda tappa di questo 31.mo viaggio apostolico. 
Nel discorso il Papa chiede di impegnarsi per lo sviluppo integrale di tutti gli abitanti, senza escludere nessuno, nel rispetto del patrimonio culturale del popolo, che una presunta “cultura universale” disprezza e distrugge.
Ad ospitare l’evento è il Ceremony Building dove Papa Francesco arriva accompagnato dal capo dello Stato, Andry Rajoelina, dopo la visita di cortesia e il colloquio privato che con lui ha avuto nel vicino Palazzo presidenziale Iavoloha, poco fuori la capitale Antananarivo.







INCONTRO CON LE AUTORITÀ, LA SOCIETÀ CIVILE E IL CORPO DIPLOMATICO
DISCORSO DEL SANTO PADRE
Ceremony Building (Antananarivo)
Sabato, 7 settembre 2019

Signor Presidente,
Signor Primo Ministro,
Signore e Signori Membri del Governo e del Corpo Diplomatico,
Distinte Autorità,
Rappresentanti delle diverse confessioni religiose e della società civile,
Signore e Signori!

Saluto cordialmente il Presidente della Repubblica del Madagascar e lo ringrazio per il suo gentile invito a visitare questo Paese, come pure per le parole di benvenuto che mi ha rivolto. Lei, Signor Presidente, ha parlato con passione, ha parlato con amore per il Suo popolo. La ringrazio per la Sua testimonianza di patriota. Saluto anche il Primo Ministro, i Membri del Governo, del Corpo Diplomatico e i rappresentanti della società civile. E rivolgo un saluto fraterno ai Vescovi, ai membri della Chiesa Cattolica, ai rappresentanti di altre confessioni cristiane e di diverse religioni. Grazie a tutte le persone e le istituzioni che hanno reso possibile questo viaggio, in particolare al popolo malgascio che ci accoglie con grande ospitalità.

Nel preambolo della Costituzione della vostra Repubblica, avete voluto sigillare uno dei valori fondamentali della cultura malgascia: il fihavanana, che evoca lo spirito di condivisione, aiuto reciproco e solidarietà. Include anche l’importanza dei legami familiari, dell’amicizia e della benevolenza tra gli uomini e verso la natura. Così si rivelano “l’anima” del vostro popolo e quei tratti peculiari che lo contraddistinguono, lo costituiscono e gli permettono di resistere con coraggio e abnegazione alle molteplici avversità e difficoltà che deve affrontare quotidianamente. Se dobbiamo riconoscere, valorizzare e apprezzare questa terra benedetta per la sua bellezza e la sua inestimabile ricchezza naturale, non è meno importante farlo anche per quest’“anima” che vi dà la forza di rimanere impegnati con l’aina (vale a dire con la vita), come ha ben ricordato padre Antonio di Padova Rahajarizafy, S.J.

Dopo che la vostra Nazione ha riguadagnato la sua indipendenza, essa aspira alla stabilità e alla pace, attuando un’alternanza democratica positiva che attesta il rispetto della complementarità degli stili e dei progetti. E questo dimostra che «la politica è un veicolo fondamentale per costruire la cittadinanza e le opere dell’uomo» (Messaggio per la 52ª Giornata Mondiale della Pace, 1 gennaio 2019) quando è vissuta come servizio alla collettività umana. È chiaro, quindi, che la funzione e la responsabilità politica costituiscono una sfida continua per coloro che hanno la missione di servire e proteggere i propri concittadini, in particolare i più vulnerabili, e di favorire le condizioni per uno sviluppo dignitoso e giusto, coinvolgendo tutti gli attori della società civile. Perché, come ricordava San Paolo VI, lo sviluppo di una nazione «non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo» (Enc. Populorum progressio, 14).

In questa prospettiva, vi incoraggio a lottare con forza e determinazione contro tutte le forme endemiche di corruzione e di speculazione che accrescono la disparità sociale e ad affrontare le situazioni di grande precarietà e di esclusione che generano sempre condizioni di povertà disumana. Da qui la necessità di introdurre tutte le mediazioni strutturali che possano assicurare una migliore distribuzione del reddito e una promozione integrale di tutti gli abitanti, in particolare dei più poveri. Tale promozione non può limitarsi alla sola assistenza, ma chiede il riconoscimento di soggetti giuridici chiamati a partecipare pienamente alla costruzione del loro futuro (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 204-205).

Inoltre, abbiamo imparato che non possiamo parlare di sviluppo integrale senza prestare attenzione alla nostra casa comune e prendercene cura. Non si tratta solo di trovare gli strumenti per preservare le risorse naturali, ma di cercare «soluzioni integrali, che considerino le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale» (Enc. Laudato si’, 139).

La vostra bella isola del Madagascar è ricca di biodiversità vegetale e animale, e questa ricchezza è particolarmente minacciata dalla deforestazione eccessiva a vantaggio di pochi; il suo degrado compromette il futuro del Paese e della nostra casa comune. Come sapete, le foreste rimaste sono minacciate dagli incendi, dal bracconaggio, dal taglio incontrollato di legname prezioso. La biodiversità vegetale e animale è a rischio a causa del contrabbando e delle esportazioni illegali. È vero che, per le popolazioni interessate, molte di queste attività che danneggiano l’ambiente sono quelle che assicurano per il momento la loro sopravvivenza. È dunque importante creare occupazioni e attività generatrici di reddito che siano rispettose dell’ambiente e aiutino le persone ad uscire dalla povertà. In altri termini, non può esserci un vero approccio ecologico né una concreta azione di tutela dell’ambiente senza una giustizia sociale che garantisca il diritto alla destinazione comune dei beni della terra alle generazioni attuali, ma anche a quelle future.

Su questa strada, dobbiamo impegnarci tutti, compresa la comunità internazionale. Molti suoi rappresentanti sono presenti oggi. Bisogna riconoscere che l’aiuto fornito da queste organizzazioni internazionali allo sviluppo del Paese è grande e che rende visibile l’apertura del Madagascar al mondo. Il rischio è che questa apertura diventi una presunta “cultura universale” che disprezza, seppellisce e sopprime il patrimonio culturale di ogni popolo. La globalizzazione economica, i cui limiti sono sempre più evidenti, non dovrebbe portare ad una omogeneizzazione culturale. Se prendiamo parte a un processo in cui rispettiamo le priorità e gli stili di vita originari e in cui le aspettative dei cittadini sono onorate, faremo in modo che l’aiuto fornito dalla comunità internazionale non sia l’unica garanzia dello sviluppo del Paese; sarà il popolo stesso che progressivamente si farà carico di sé, diventando l’artefice del proprio destino.

Ecco perché dobbiamo prestare un’attenzione e un rispetto particolari alla società civile locale, al popolo locale. Sostenendo le sue iniziative e le sue azioni, la voce di coloro che non hanno voce sarà resa più udibile, così come le varie armonie, anche contrastanti, di una comunità nazionale che cerca la propria unità. Vi invito a immaginare questo percorso nel quale nessuno è messo da parte, o va da solo o si perde.

Come Chiesa, vogliamo imitare l’atteggiamento di dialogo della vostra connazionale, la Beata Victoire Rasoamanarivo, che san Giovanni Paolo II beatificò nella sua visita di trent’anni fa. La sua testimonianza d’amore per la sua terra e le sue tradizioni, il servizio ai più poveri come segno della sua fede in Gesù Cristo ci mostrano la via che anche noi siamo chiamati a percorrere.

Signor Presidente, Signore e Signori, desidero riaffermare la volontà e la disponibilità della Chiesa Cattolica in Madagascar di contribuire, in un dialogo permanente con i cristiani delle altre confessioni, con i membri delle altre religioni e con tutti gli attori della società civile, all’avvento di una vera fraternità che valorizzi sempre il fihavanana, promuovendo lo sviluppo umano integrale, affinché nessuno sia escluso.

Con questa speranza, chiedo a Dio di benedire il Madagascar e coloro che vi abitano, di conservare la vostra bella isola pacifica e accogliente, e di renderla prospera e felice! Grazie.

Guarda il video del discorso del Papa


Al termine dell'incontro con le autorità, insieme al presidente malgascio, Papa Francesco ha piantato un albero di baobab all'ingresso della Sala.


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ORA MEDIA NEL MONASTERO DELLE CARMELITANE SCALZE

Antananarivo
Sabato, 7 settembre 2019

Una pausa rigenerante in una giornata densa di incontri e di discorsi, il momento di preghiera di Papa Francesco con le Carmelitane scalze, questa mattina, nel loro monastero ad Antananarivo, Madagascar. Il Papa sottolinea l'importanza dei piccoli gesti d'amore, perché sono questi che salvano il mondo, e raccomanda alle monache di vincere ogni ombra interiore con la preghiera e l'apertura del cuore
Nella cappella del Monastero delle Carmelitane scalze di Antananarivo, il Papa lascia il testo preparato per dire alle monache quello che ha in cuore, parla in italiano. La sua omelia prende avvio da una parola della Lettura appena fatta “coraggio” e dice che per seguire il Signore ci vuole sempre un po’ di coraggio, ma osserva, "il lavoro più pesante lo fa Lui", noi dobbiamo avere il coraggio di lasciarlo fare.














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Leggi i testi integrali:
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Vedi i post precedenti:


Piantare un albero di Tonio Dell'Olio

Piantare un albero 
di Tonio Dell'Olio






Piantare un albero significa sempre riuscire a superare la resistenza della crosta per cercare un'altra profondità, vuol dire vincere rassegnazione e sfiducia verso il futuro e accogliere la sfida di lasciarsi incalzare dallo Spirito. È dare vita al pianeta che abitiamo e accogliere una sfida. Ogni albero piantato è un investimento nella speranza che introduce nell'atmosfera l'ossigeno della vita e respinge la cultura di morte che inquina con la contrapposizione e con l'odio, con le sostanze nocive dell'inimicizia tra noi e Dio, tra noi e l'altro e tra noi e il creato. Con un respiro di ecologia integrale dovremmo essere in grado di introdurre anche nelle nostre relazioni una salutare fotosintesi clorofilliana per filtrare il male e generare il bene. Perché il creato è il libro che Dio ci ha spalancato sotto gli occhi. Per questo vale la pena consegnare un albero nuovo alla terra, un nuovo alito alla vita.

(Fonte: Mosaico dei Giorni - 20.09.2019)

UN «PROBABILE SINODO» DELLA CHIESA ITALIANA? Dal I Convegno ecclesiale del 1976 a oggi di p. Bartolomeo Sorge SJ


UN «PROBABILE SINODO» 
DELLA CHIESA ITALIANA? 
Dal I Convegno ecclesiale del 1976 a oggi 
di p. Bartolomeo Sorge SJ,
Già direttore de "La Civiltà Cattolica"



pubblicato su "La Civiltà Cattolica"
Quaderno 4062
Anno 2019 - Volume III








Quarantatré anni fa si è tenuto a Roma il primo grande Convegno nazionale della Chiesa italiana sul tema «Evangelizzazione e promozione umana», allo scopo di verificare in che misura il Concilio Vaticano II, a 10 anni dalla conclusione, fosse stato recepito nel nostro Paese.

Fin dall’inizio, fu pensato non come un Convegno di studio o di ricerca teologica, ma come evento ecclesiale di natura essenzialmente pastorale. Il suo pregio maggiore, infatti, non furono le sue conclusioni sul piano dottrinale, bensì il fatto stesso della sua celebrazione. Del resto, secondo l’impostazione data al Convegno da mons. Enrico Bartoletti, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, esso doveva essere una prova concreta di come attuare in Italia l’«aggiornamento» voluto dal Concilio, sia instaurando un dialogo fraterno fra tutte le componenti del popolo di Dio sia proponendo forme diverse di missionarietà, richieste dai nuovi tempi. Il risultato fu straordinario, come confermarono la ricaduta che l’evento ebbe in tutte le Chiese locali e la sua risonanza nell’opinione pubblica. Tanto che la Cei decise di ripetere l’esperienza ogni 10 anni[1].

Può sembrare strano che oggi, dopo il V Convegno (Firenze 2015), si torni a parlare soprattutto del primo di 40 anni fa. È in corso un ampio dibattito – avviato proprio de La Civiltà Cattolica con un articolo del suo direttore[2] – sull’opportunità o meno di un Sinodo della Chiesa italiana.

...


Firenze 2015: il cammino interrotto di nuovo

Si comprende, dunque, l’accoglienza positiva che in modo speciale gli eredi del Convegno del 1976 provarono ascoltando il discorso di papa Francesco a Firenze, il 10 novembre 2015. Esso fu recepito come un forte richiamo a tutta la Chiesa italiana perché con coraggio riprendesse il cammino interrotto.

Infatti, anche il Papa a Firenze insisté proprio sui due punti fondamentali – sinodalità e Chiesa in uscita missionaria – che avevano fatto difficoltà alla Cei dopo il Convegno «Evangelizzazione e promozione umana». Tuttavia, anche dopo il Convegno di Firenze quei due stessi punti sono risultati ancora una volta non facilmente digeribili. Eppure essi sono alla base stessa del programma dell’attuale pontificato, fin dalla prima Esortazione apostolica di Francesco, l’Evangelii gaudium.

Proprio per questo, a Firenze, la «sinodalità» era stata posta alla base del V Convegno ecclesiale, fin dalla sua preparazione: «Nell’Invito a Firenze, pubblicato dalla CEI l’11 ottobre 2013, era stato rivolto a tutte le Chiese d’Italia – da parte del Comitato preparatorio – “un cordiale appello a muoverci subito e insieme”, per realizzare, già mentre si procedeva verso l’appuntamento di Firenze, quel “convenire” comunitario che è “traduzione permanente del paradigma sinodale rappresentato dal Concilio”»[12]. Si era cercato, cioè, di dare fin dall’inizio un’impronta sinodale agli stessi lavori preparatori, tanto che papa Francesco nel suo discorso a Firenze ha potuto definire quel Convegno «un esempio di sinodalità». Purtroppo, neppure il Convegno fiorentino ha ancora prodotto l’effetto desiderato di riprendere il cammino interrotto, già proposto per la prima volta a Roma nel 1976[13].

La duplice esperienza del I e del V Convegno ecclesiale dimostra, dunque, quanto sia difficile superare le due tentazioni denunciate dal Papa a Firenze.

La prima tentazione è quella di riporre – ovviamente non a parole, ma nei fatti – la propria fiducia e sicurezza nelle strutture, nell’organizzazione, nella pianificazione perfetta elaborata a tavolino, finendo con legalizzare e burocratizzare la pastorale e col mortificarne ogni creatività. È la tentazione del pelagianesimo: credere che possiamo salvarci con i nostri soli sforzi.

La seconda è la tentazione di rifugiarsi nello spiritualismo intimistico e disincarnato, che porta la Chiesa all’autoreferenzialità, a ripiegarsi su se stessa, a preoccuparsi soprattutto dei suoi problemi interni, a chiudersi tra le mura del tempio, ossessionata dall’osservanza delle norme canoniche. Questo conduce a svalutare il servizio dei fratelli e a frenare gli slanci dell’amore per gli altri: «Ognuno pensi a salvare la propria anima!». È la tentazione dello gnosticismo, che riduce il cristianesimo a «una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare» (Evangelii gaudium, n. 94).

Un Sinodo per l’Italia?
A questo punto, si pone necessariamente la questione se il Convegno ecclesiale nazionale sia davvero uno strumento adatto per stimolare la Chiesa italiana a compiere l’auspicato salto di qualità sulla via del rinnovamento conciliare, che da molto tempo attendiamo. Il problema, infatti, sta nel modo sbagliato con cui spesso si affrontano le gravi sfide di oggi, considerandole non come opportunità, ma come ostacoli all’evangelizzazione. «Oggi – ha sottolineato papa Francesco a Firenze – non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo»[14]. Se questo è vero – e come dubitarne? –, l’auspicato rinnovamento della Chiesa italiana può essere solo il frutto dei doni dello Spirito Santo. Un semplice Convegno ecclesiale nazionale non può bastare. Non sarà necessario, dunque, un Sinodo?

Per rendersene conto, è sufficiente una breve riflessione. I Convegni nazionali sono una forma originale di incontro ecclesiale, intermedia tra i Convegni di studio e il Sinodo. Ovviamente, i Convegni ecclesiali non sono finalizzati alla ricerca accademica, com’è proprio invece dei Convegni di studio, sebbene gli uni e gli altri si propongano sempre un tema centrale da affrontare. D’altro lato, i Convegni ecclesiali non sono neppure un Sinodo, sebbene usino criteri analoghi per garantire la rappresentanza di tutte le componenti.

In particolare, poi, il Sinodo ha una sua propria autorità teologica e disciplinare, e le sue conclusioni, regolarmente votate e approvate, assumono un valore vincolante. Ciò, invece, non accade con i Convegni ecclesiali, i quali hanno valore puramente consultivo, né prevedono votazioni o approvazione di documenti finali. Le loro conclusioni sono unicamente indicative e servono soprattutto a cogliere gli orientamenti e le tensioni che fermentano nella base ecclesiale. Non essendo né Incontri di studio, né un Sinodo, i Convegni ecclesiali hanno, tuttavia, una loro finalità specifica: quella di avviare nella Chiesa processi concreti di cambiamento di mentalità, di strutture e di vita.

È chiaro, dunque, che sarebbe del tutto insufficiente puntare sul prossimo VI Convegno del 2025, sperando che esso possa finalmente far riprendere alla Chiesa italiana il necessario cammino di rinnovamento. Perché non pensare piuttosto a un Sinodo e all’effusione di Spirito Santo che esso sempre comporta, e convocarlo al posto del prossimo VI Convegno ecclesiale? A favore di questa soluzione militano in particolare alcune gravi sfide, che non devono essere considerate ostacoli, ma opportunità di una nuova evangelizzazione.

Una difficile sfida da affrontare in un Sinodo sarebbe la crisi che oggi rischia di incrinare il rapporto di fede e di amore che lega strettamente la Chiesa italiana al Vescovo di Roma. Si tace su questo problema essenziale della vita ecclesiale. Possibile che la nostra comunità cristiana non sappia che cosa fare dinanzi agli attacchi, violenti e frequenti, contro papa Francesco, provenienti in gran parte dal suo stesso interno, che giungono persino all’assurda richiesta delle sue dimissioni? Quale iniziativa è necessario intraprendere, che coinvolga l’intero popolo di Dio? A poco servono le dichiarazioni formali di filiale attaccamento e adesione: c’è bisogno, piuttosto, di rassicurare i fedeli, con un atto ufficiale e solenne, che l’essenza evangelica del servizio petrino nella Chiesa rimane sempre immutata, anche se cambia il modo di esercitarlo, come fa papa Francesco. Non si può far finta che non esista nella Chiesa italiana il grave problema che i fedeli acquisiscano una fede più cosciente e matura nella missione del Successore di Pietro.

Un’altra difficile sfida – richiamata dal Papa anche a Firenze – meritevole di essere affrontata in un autorevole dibattito sinodale riguarda le implicazioni etiche e comportamentali dei fedeli, all’interno della crisi spirituale e culturale senza precedenti in cui si dibatte l’Italia. «La Chiesa – ha detto papa Francesco – sappia anche dare una risposta chiara davanti alle minacce che emergono all’interno del dibattito pubblico: è questa una delle forme del contributo specifico dei credenti alla costruzione della società comune. I credenti sono cittadini».

Ci chiediamo: quale intervento autorevole la Chiesa italiana potrà pronunciare, alla luce del Vangelo e del magistero, sul fatto che milioni di fedeli – non esclusi sacerdoti e consacrati – condividano, o quanto meno appoggino, concezioni antropologiche e politiche inconciliabili con la visione evangelica dell’uomo e della società[15]?

* * *

Abbiamo citato solo alcuni casi ed episodi che confermano e manifestano l’esistenza di sfide molto gravi per la Chiesa italiana. Tanti altri se ne potrebbero aggiungere. Non ce n’è forse abbastanza per un Sinodo? Ogni Sinodo, certamente, è un dono divino, più che una scelta umana. Non spetta però al Papa convocarlo, ma deve essere una decisione di tutto il popolo di Dio, vescovi e fedeli insieme. L’ha detto il Pontefice stesso a Firenze: «Ma allora che cosa dobbiamo fare, padre? – direte voi –. Che cosa ci sta chiedendo il Papa? Spetta a voi decidere: popolo e pastori insieme». Intanto si può iniziare subito con la preghiera. Il Sinodo, infatti, come ogni altro dono dello Spirito, va invocato, atteso e accolto in ginocchio


venerdì 20 settembre 2019

«Le quattro “vicinanze” del vescovo: a Dio, la preghiera; ai sacerdoti da parte del vescovo e dei sacerdoti con il vescovo; dei sacerdoti tra loro e dei vescovi tra loro e la vicinanza al popolo di Dio» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
01 febbraio 2019
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
“La vicinanza del vescovo



I vescovi siano vicini a Dio con la preghiera, ai loro sacerdoti, vicini fra loro e, infine, al popolo di Dio. È la strada che il Papa indica nell’omelia di oggi, 20 settembre, della messa a Casa Santa Marta. La sua riflessione parte dalle letture della liturgia di ieri e di oggi, concentrandosi sui consigli che l’apostolo Paolo dà al giovane vescovo Timoteo: consigli che proseguono, poi, anche nella seconda Lettera.

Ieri al centro di questi consigli vi era l’esortazione a non trascurare il «ministero come un dono». Oggi il cuore della riflessione è il denaro, ma anche il pettegolezzo, «le chiacchiere, le discussioni stupide», tutte cose che indeboliscono la vita ministeriale, sottolinea Francesco. «Quando un ministro — sia sacerdote, diacono, vescovo — incomincia ad attaccarsi ai soldi», si lega alla radice di tutti i mali, ribadisce il Papa richiamandosi alla prima lettura di oggi nella quale Paolo ricorda, appunto, che l’avidità del denaro è la radice di tutti i mali (1 Tm 6, 2c-12). «Il diavolo entra dalle tasche», dicevano «le vecchiette del mio tempo», rimarca il Papa come in altre occasioni.

Nell’omelia Francesco si concentra sui consigli che l’apostolo Paolo dà a Timoteo e a tutti i ministri nelle due Lettere. A essere vicini sono, infatti, chiamati non solo i vescovi ma anche sacerdoti e diaconi. Sono quattro le “vicinanze” che il Papa indica. Prima di tutto il vescovo «è un uomo di vicinanza a Dio». Il Papa ricorda che quando gli apostoli per meglio servire vedove e orfani hanno “inventato” i diaconi, per spiegarlo Pietro afferma che «a noi», cioè agli Apostoli, spetta «la preghiera e l’annuncio della Parola». «Il primo compito di un vescovo» è dunque pregare: «dà la forza», spiega, e risveglia anche «la coscienza di questo dono, che non dobbiamo trascurare, che è il ministero».

La seconda vicinanza alla quale è chiamato il vescovo è quella ai suoi sacerdoti e diaconi, i suoi collaboratori, che sono i vicini più prossimi. «Tu devi amare prima il più prossimo, che sono i tuoi sacerdoti e i tuoi diaconi», evidenzia. «È triste quando un vescovo si dimentica dei suoi sacerdoti. È triste sentire lamentele di sacerdoti che ti dicono: “Ho chiamato il vescovo, ho bisogno di un appuntamento per dire qualcosa, e la segretaria m’ha detto che tutto è pieno fino a tre mesi...”», afferma Francesco. «Un vescovo che sente questa vicinanza ai sacerdoti, se vede che un sacerdote lo ha chiamato oggi, al massimo domani dovrebbe richiamarlo, perché lui ha il diritto di conoscere, di sapere che ha un padre. Vicinanza ai sacerdoti. E i sacerdoti, vivano la vicinanza tra loro, non le divisioni. Il diavolo entra lì per dividere il presbiterio, per dividere», prosegue.

Così infatti, avverte il Papa, iniziano i gruppetti che «dividono per ideologie», «per simpatie».

Infine, la quarta vicinanza è quella al popolo di Dio. «Nella seconda Lettera, Paolo incomincia, dicendo a Timoteo di non dimenticarsi la sua mamma e la sua nonna, cioè di non dimenticarsi da dove sei uscito, da dove il Signore ti ha tolto. Non dimenticarti del tuo popolo, non dimenticarti delle tue radici! E adesso, come vescovo e come sacerdote, occorre essere sempre vicino al popolo di Dio», rimarca il Papa, avvertendo che «quando un vescovo si stacca dal popolo di Dio finisce in un’atmosfera di ideologie che non hanno niente a che fare con il ministero: non è un ministro, non è un servitore. Ha dimenticato il dono — gratuito — che gli è stato dato».

In conclusione, il Papa riassume e torna a chiedere di non dimenticare queste “quattro vicinanze”, inclusa quella del collegio episcopale e presbiterale: la vicinanza a Dio, la preghiera; vicinanza ai sacerdoti da parte del vescovo e dei sacerdoti con il vescovo; la vicinanza e dei sacerdoti tra loro e dei vescovi tra loro e la vicinanza al popolo di Dio. Il quale, esorta con decisione, è invitato a pregare perché vescovi e sacerdoti abbiano queste vicinanze, «per i vostri dirigenti»: «quelli che vi conducono sulla via della salvezza». «Voi pregate per i vostri sacerdoti, per il parroco, per il vice parroco, o soltanto lo criticate?», chiede ancora Papa Francesco, rivolgendo questa esortazione finale: «Bisogna pregare per i sacerdoti e per i vescovi, perché tutti noi — il Papa è un vescovo — sappiamo custodire il dono — non trascurare questo dono che ci è stato dato — con questa vicinanza».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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Papa Francesco in Mozambico: Visita all'Ospedale di Zimpeto "Rinnovate gli sforzi, perché qui si possa continuare a 'dare alla luce' la speranza." (foto, testi e video)


VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN MOZAMBICO, MADAGASCAR E MAURIZIO
(4 - 10 SETTEMBRE 2019)

VISITA ALL'OSPEDALE DI ZIMPETO
Maputo
Venerdì, 6 settembre 2019


L'ultima mattinata della tappa mozambicana del III viaggio in Africa di papa Francesco si è aperta con la visita al centro per i malati di Aids di Zimpeto, un quartiere povero alla periferia di Maputo. Accoglienza molto calorosa per il Pontefice da parte degli ammalati (molti dei quali in carrozzella) e del personale sanitario in camicie bianco, con la direttrice Cacilda Isabel Massango, che ha ricordato al Papa i successi nella lotta all'Hiv del progetto Dream lanciato e gestito da Sant'Egidio in 11 Paesi africani. Finora sono stati complessivamente 130mila i bambini nati sani da madri sieropositive e 500mila le persone curate. Qui a Zimpeto vengono seguiti 3800 malati. Ad accogliere il Papa c'era anche il fondatore di Sant'Egidio Andrea Riccardi.


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Francesco, tenerissimo soprattutto con i bambini, è passato tra due ali di folla colorata che ha sfidato anche la fredda temperatura e a tratti la pioggia, e prendendo la parola, ha lodato gli sforzi compiuti nella struttura e in generale nel progetto, paragonandoli alla condotta del Buon Samaritano.



















SALUTO DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle!

Grazie di cuore per l’accoglienza calorosa e fraterna, e anche per le parole di Cacilda. Grazie per la tua vita e la tua testimonianza, espressione che questo Centro sanitario polivalente “Sant’Egidio” di Zimpeto è manifestazione dell’amore di Dio, sempre pronto a soffiare vita e speranza dove abbondano la morte e la sofferenza.

Saluto cordialmente le autorità, gli operatori sanitari, i malati con le loro famiglie e tutti i presenti. Nel vedere con quanta competenza, professionalità e amore curate e accogliete tanti malati, concretamente persone con AIDS/HIV, soprattutto donne e bambini, mi viene in mente la parabola del Buon Samaritano.

Tutti quelli che sono passati da qui, tutti coloro che arrivano presi dalla disperazione e dall’angoscia somigliano a quell'uomo abbandonato al bordo della strada. E voi, qui, non siete passati a distanza, non avete proseguito per la vostra strada come avevano fatto altri (il levita e il sacerdote). Questo Centro ci mostra che c'è stato chi si è fermato e ha sentito compassione, chi non ha ceduto alla tentazione di dire “non c’è niente da fare”, “è impossibile combattere questa piaga” e si è dato da fare con coraggio per cercare delle soluzioni. Voi, come ha detto Cacilda, avete ascoltato quel grido silenzioso, quasi impercettibile, di tante donne, di tante persone che vivevano nella vergogna, emarginate, giudicate da tutti. Ecco perché avete ampliato questa casa – dove il Signore vive con coloro che si trovano al bordo della strada – ai malati di cancro, di tubercolosi e a centinaia di persone malnutrite, in particolare bambini e giovani.

Così tutte le persone che, a vari livelli, fanno parte di questa comunità sanitaria diventano espressione del Cuore di Gesù, in modo che nessuno pensi «che il loro grido sia caduto nel vuoto. […] [Sono] un segno di condivisione per quanti sono nel bisogno, per sentire la presenza attiva di un fratello e di una sorella. Non è un atto di delega ciò di cui i poveri hanno bisogno, ma il coinvolgimento personale di quanti ascoltano il loro grido. La sollecitudine dei credenti non può limitarsi a una forma di assistenza – pur necessaria e provvidenziale in un primo momento –, ma richiede quella attenzione d’amore che onora l’altro in quanto persona e cerca il suo bene» (Messaggio per la II Giornata mondiale dei poveri, 18 novembre 2018, n. 3). Ascoltare questo grido vi ha portato a capire che il trattamento medico, sebbene necessario, non era sufficiente; perciò avete considerato la problematica in tutta la sua integralità per ridare dignità alle donne e ai bambini, aiutandoli a progettare un futuro migliore.

In questo immenso campo, che si è venuto aprendo davanti a voi grazie al continuo ascoltare, avete anche sperimentato il vostro limite: la mancanza di mezzi di ogni genere. Il programma, che avete sviluppato e vi ha collegato con altri luoghi del mondo, è un esempio di umiltà per aver riconosciuto i vostri limiti, e di creatività per il lavoro in rete. L’impegno gratuito e volontario di tante persone di diverse professioni che hanno fornito la loro preziosa collaborazione per formare operatori locali, contiene in se stesso un enorme valore umano ed evangelico.

Nello stesso tempo è meraviglioso vedere come questo ascolto dei più deboli dei poveri, i malati, ci mette in contatto con un’altra parte fragile del mondo: penso ai «sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che “geme e soffre le doglie del parto” (Rm 8,22)» (Enc. Laudato si', 2). Come insegnano le sculture di arte makonde – le cosidette ujamaa con varie figure aggrappate l’una all’altra in cui prevalgono l’unità e la solidarietà sull’individuo –, dobbiamo renderci conto che siamo, tutti, parte di uno stesso tronco. Voi siete stati in grado di capirlo e quest’ascolto vi ha portato a cercare i mezzi sostenibili nella ricerca di energia, nonché nella raccolta e riserva di acqua; le vostre opzioni a basso impatto ambientale sono un modello virtuoso, un esempio da seguire vista l’urgenza imposta dal deterioramento del pianeta.

Il testo del Buon Samaritano termina con il ferito accompagnato alla locanda, parte del pagamento consegnato al locandiere e la promessa del rimanente al ritorno. Donne come Cacilda, i circa centomila bambini che possono scrivere una nuova pagina di storia liberi dall’HIV/AIDS e molte altre persone anonime che oggi sorridono perché sono state curate con dignità nella loro dignità, sono parte del pagamento che il Signore vi ha lasciato: presenze-dono, che, uscendo dall’incubo della malattia, senza nascondere la loro condizione, trasmettono speranza a molte persone; con quell’“io sogno” contagiano tanti che hanno bisogno di essere raccolti dal bordo della strada. L’altra parte vi sarà retribuita dal Signore “quando Egli ritornerà”, e questo deve riempirvi di gioia: quando noi ce ne andremo, quando voi ritornerete ai compiti quotidiani, quando nessuno vi applaudirà né loderà, continuate ad accogliere quelli che vengono, andate a cercare i feriti e gli sconfitti nelle periferie... Non dimentichiamo che i loro nomi, scritti nel cielo, hanno accanto un’iscrizione: questi sono i benedetti del Padre mio. Rinnovate gli sforzi, perché qui si possa continuare a “dare alla luce” la speranza. Qui si dà alla luce la speranza.

Dio benedica voi, cari malati e familiari, e coloro che vi assistono con tanto affetto e vi incoraggiano ad andare avanti. Che Dio vi benedica.

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Al termine Papa Francesco si reca allo stadio per celebrare la Messa davanti a oltre 60mila persone. Sarà l'ultimo atto della tappa mozambicana del suo viaggio.

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