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sabato 30 marzo 2019

“Hanno faticato per il Signore” (Rm 16,12). La diaconia delle donne nelle lettere di Paolo.- Egidio Palumbo (VIDEO INTEGRALE)

“Hanno faticato per il Signore” (Rm 16,12).
La diaconia delle donne nelle lettere di Paolo.
Egidio Palumbo 
(VIDEO INTEGRALE)

I Mercoledì della Bibbia 2019
promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)



Incontro di mercoledì 13 marzo
(Ultimo dei  Mercoledì della Bibbia 2019)




1. Un giudizio troppo negativo da ridimensionare

Il giudizio di misoginia, ovvero di repulsione o avversione per la donna, pesa sull’apostolo Paolo, a motivo di alcuni versetti delle sue lettere che ammoniscono le donne nelle assemblee liturgiche a coprirsi il capo con il “velo” o a tenere un’acconciatura adeguata (1Cor 11,5) e a non avere diritto di parola (1Cor 14,34-35; 1Tm 2,11-14), a pensare all’educazione delle giovani e a dedicarsi alla casa (Tt 2,3-5), a dare alla luce figli (1Tm 2,15), a stare sottomesse ai propri mariti, come la Chiesa è sottomessa a Cristo (1Cor 11,3.8-9; Ef 5,23; Col 3,18; Tt 2,5). Sono affermazioni che stridono con la nostra attuale sensibilità culturale (anche se oggi c’è più di un nostalgico misogino… ); perciò hanno bisogno di essere collocate e comprese sia nel loro contesto socio-culturale, sia nel contesto delle lettere paoline e della fede biblica in genere, tenendo presente, per il contesto della fede biblica, il detto di S. Gregorio Magno: «La Scrittura cresce con chi la legge». 

Crescendo in questa prospettiva, allora, si vedrà che il giudizio di misoginia nei confronti di Paolo non corrisponde esattamente alla sua mentalità, alle sue intenzioni e alla sua azione pastorale di cura delle comunità cristiane.

Certamente il contesto socio-culturale in cui visse Paolo è fortemente segnato dalla dominante patriarcale, androcentrica (l’uomo maschio al centro) e maschilista. Anche la sua formazione religiosa di ebreo appartenente al movimento dei farisei rimane rilevante, ma egli lo ha integrato con il suo impegno di rilettura delle S. Scritture – in particolare della Torah – e della stessa fede ebraica alla luce dell’evento Cristo. 

In ultimo, il suo essere celibe (1Cor 7,8) – questa l’opinione più attestata – non è certo una componente secondaria della sua personalità, bensì una dimensione carismatica che ha strutturato il suo stile di vita, il suo modo di essere e di agire, poiché Paolo vive la verginità nella condizione celibataria, non per imposizione o come fuga, bensì per una scelta di fede libera e consapevole, motivata dal fatto che nel Cristo Risorto il mondo futuro è già presente e noi tutti siamo in cammino verso Lui che viene verso di noi (1Cor 7,29.31.32).

Ebbene, tenendo conto di tutto questo, si vedrà che Paolo, pur essendo figlio del suo tempo, in fondo – a motivo di Cristo – ha avuto rispetto per le donne e le ha pienamente coinvolte perché ha riconosciuto in loro sapienza e intraprendenza nell’annuncio del vangelo e nella cura pastorale delle comunità cristiane. Un tale atteggiamento, simile a quello di Paolo – dobbiamo riconoscerlo –, non è sempre facile riscontrarlo oggi nei nostri ambienti ecclesiali


La Parola di Dio non è soggetta al monopolio di alcuni, ma è per tutti i credenti, comprese le donne, purché tutti, uomini e donne, vengano ben istruiti nella conoscenza delle S. Scritture e siano ben formati umanamente e spiritualmente. Questo ci insegna Paolo. E vale anche per il nostro tempo.

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Incontro integrale

sabato 23 marzo 2019

“Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: Ho visto il Signore” (Gv 20,18) - Fabio Cattafi (Video integrale)

“Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli:
 Ho visto il Signore” (Gv 20,18) - 
Fabio Cattafi 
(Video integrale)

I Mercoledì della Bibbia 2019
promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)

Incontro di mercoledì 27 febbraio

Meditiamo su una figura particolare che è quella di Maria Maddalena. Non ci interessa conoscere esattamente l’identità e come la si possa distinguere dalle altre: per secoli si è discusso di questo nella Chiesa. Si è parlato di tre o addirittura quattro Marie, facendo molta confusione. A noi non importa conoscere nel dettaglio la sua vicenda, ma vorremmo meditare sulla storia di Maria Maddalena nel suo rapporto con Gesù.
... possiamo capire come lei sia oltremodo riconoscente nei confronti di Gesù, immaginando che sia stata presa in una situazione incurabile, cronica, ripetuta, recidiva e tirata fuori completamente. Sette demoni indicano forse una serie di situazioni brutte e inguaribili, facendoci capire l’amore, l’affetto, la dedizione, la riconoscenza, la tenerezza di Maria verso Gesù. Ciò che è importante, dunque, non è tanto determinare quali siano questi sette demoni, ma il contrario che ne è seguito, cioè la liberazione. Anche se non riusciamo a definire bene il peccato di Maria Maddalena, riusciamo a definire abbastanza bene la sua reazione, il suo modo di essere. Non sappiamo come è stato il suo primo incontro con Gesù, non sappiamo se è bastato che Gesù le desse la mano, come la suocera di Pietro, tirandola fuori dal letto, o se ha dovuto gridare come al ragazzo morto, ma sappiamo che quell’incontro le ha cambiato per sempre la vita. Questa gratitudine di Maria si traduce in “servizio”. 

Il servizio di queste donne, e tra loro di Maria di Màgdala, è autentica diakonìa; è un servizio che si traduce in accoglienza e disponibilità; Maria Maddalena, dunque, è una donna che è stata guarita e riportata alla vita da Gesù e che, come i Dodici, è una sua discepola. Lo segue, lo serve, ascolta il suo insegnamento, vive con lui. Nominarla all’inizio della vita pubblica e poi di nuovo sotto la croce mette in evidenza come ella sia stata partecipe dell’intera vicenda di Gesù. 

Nel Vangelo di Luca le donne sono la realizzazione del “perfetto discepolo” perché camminano con Lui in Galilea, salgono con Lui a Gerusalemme, fino al Calvario, per divenire poi le prime testimoni della sua Risurrezione. Quando, nell’ora della Passione, tutti abbandonano Gesù (Mc 14,50), le uniche che continuano a seguirlo sono le donne. Esse non hanno paura del Vangelo che porta fin sotto la croce. Costanza, fedeltà, abbandono delle certezze, radicalità sono i tratti peculiari della sequela.
...

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sabato 16 marzo 2019

“Il tuo popolo sarà il mio popolo, il tuo Dio sarà il mio Dio” (Rt 1,16). Ruth, la Moabita - Alberto Neglia

ALBERTO NEGLIA
(Foto di repertorio)
“Il tuo popolo sarà il mio popolo,
 il tuo Dio sarà il mio Dio” (Rt 1,16). 
Ruth, la Moabita
Alberto Neglia

I Mercoledì della Bibbia 2019
promossi dalla 
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)


Incontro di mercoledì 20 febbraio



C’è un libro nella Bibbia, molto piccolo, dove il nome di Dio viene pronunziato poche volte e dove Dio esplicitamente non parla mai. Si tratta del libro di Ruth che racconta una vicenda familiare semplice, nella quale però, attraverso le relazioni reciproche dei protagonisti, Dio intesse il suo disegno d’amore provvidente e manifesta la sua tenerezza per l’umanità ferita. 

1. La relazione “ferita”
Il libro si apre offrendoci lo spaccato di un vissuto drammatico e chiuso alla speranza. È la situazione di una famiglia dove le relazioni sono profondamente ferite dalla miseria e dalla morte. La vicenda ha inizio a Betlemme, che vuol dire casa del pane, che però, paradossalmente diventa terra della carestia. A causa di questa situazione di miseria, Elimèlech, che vuol dire il mio Dio è re, smentendo il suo nome, con la sua famiglia deve abbandonare quella terra e il Dio di quella terra e deve emigrare nella terra di Moab, e lì muore lui e i due figli, Maclon e Chilion che nel frattempo ferendo la legge (Esd 9,2; Ne 13,23-27) avevano sposato due ragazze moabite: Orpa e Ruth. 

Nel giro di dieci anni, Noemi, che vuol dire grazia, moglie di Elimèlech, si ritrova completamente sola, vedova e in terra straniera, in situazione di povertà radicale: «Il Signore è contro di me, l’Onnipotente mi colma di dolori» (1,21), esclama, e per la situazione che vive vuole essere chiamata Mara (amarezza). Da questa situazione drammatica, dove regna sovrana la morte, però, Noemi si rialza: «Noemi si alzò e decise di ritornare… lei e le due nuore, perché aveva sentito dire che il Signore aveva visitato il suo popolo, dandogli del pane» (1,6). Inizia, così, l’avventura di tre donne e per di più vedove e senza figli. Sono il seme della ricostruzione. 

2. Un viaggio nell’oscurità

Il cammino di ritorno non è facile, è il cammino di tre donne che non hanno voce.

Durante il viaggio non tutto è chiaro, soprattutto per le nuore che non potranno avere un marito. Eppure, pur sentendosi una fallita, Noemi continua il viaggio, nell’oscurità, ma nella speranza. Di fronte alle difficoltà Orpa torna indietro, mentre Ruth, che vuol dire amica, invitata da Noemi: «Torna indietro anche tu, come tua cognata» (1,15), uscendo dall'apparente passività, in un solo versetto (1,16) manifesta un amore profondo per la suocera: «Non chiedermi più d’abbandonarti, di tornare indietro» (16a); una decisione libera e definitiva: «Dove andrai tu, verrò anch'io, dove abiterai tu, abiterò anch’io» (16b); il desiderio di far parte del popolo di Noemi: «Il tuo popolo sarà il mio popolo» (16b,); e la volontà decisa di convertirsi al Dio d’Israele: «Il tuo Dio sarà il mio Dio» (16b,).

Una tradizione rabbinica vede in questa confessione di Ruth la moabita, la sua conversione al Dio d’Israele. Ruth è il modello perfetto da proporre ai proseliti: per la lucidità, per la convinzione e per il coraggio1.

Ebbene, se di conversione si tratta, c’è da sottolineare che Ruth arriva a Dio attraverso un percorso umano, ne consegue che l’incontro diretto fra le persone è luogo vero e decisivo della rivelazione di Dio, l’amore tra le persone è il fondamento e la misura della fede in Dio.

3. L’amore mette in movimento Ruth
È l’amore che aveva messo in movimento Ruth, quando, in terra di Moab, si era innamorata di uno spiantato, figlio di immigrati, mettendosi contro la famiglia. Adesso, rimasta sola, vedova e senza figli, è ancora messa in movimento dall’amore. Si sente accolta da Noemi, nonostante la proibizione biblica: «Né l’ammonita né il moabita entri nell’assemblea del Signore, neppure alla decima generazione…» (Dt 23, 4-5); ed, amata, tagliando i ponti con il suo passato, manifesta a Noemi un amore pieno e incondizionato, un amore assolutamente gratuito, non richiesto anzi, di per sé assurdo, inconcepibile, segnato da una certa “follia”, perché sa di andare incontro alla triste condizione del migrante2

E così, durante il viaggio, seppure nell’oscurità, Noemi si accorge che qualcuno la ama più di quanto non si aspettasse. E stranamente questo amore è espresso da Ruth la moabita, donna segnata, già dalla nascita del marchio dell’idolatria e quindi esclusa dal popolo fedele. 

Il viaggio iniziato nella terra di Moab si conclude a Betlemme, casa del pane, ma come avere il pane se Noemi è priva di tutto? 

Guide sicure, nella ricerca del pane e del futuro, per le due vedove saranno la parola di Dio e il dialogo tra di loro. 

4. La spigolatura: diritto dei poveri e luogo dell’incontro
Lasciandosi guidare dalla parola di Dio esse scoprono la strada da seguire e vanno in cerca dei propri diritti, tra questi c’è quello di andare a spigolare nei campi. 

L’idea di andare a spigolare viene a Ruth (2,2). Era un suo triplice diritto di povera, di vedova e di straniera (Lv 19,9-10; Dt 24,19), eppure essa si comporta con la mentalità di chi chiede un’elemosina: «Lasciami andare per la campagna a spigolare dietro a qualcuno agli occhi del quale avrò trovato grazia»(2,2). Questo ci fa capire, al di là della legge, qual era il clima che si respirava. 

Ruth casualmente si ritrova a spigolare nei campi di Booz. Anch’egli, che è detto «uomo potente e ricco (valoroso)» (2,1) si lascia determinare nelle sue decisioni, dall’amore. Egli accoglie con sguardo di predilezione Ruth fin dal primo incontro: «Di chi è questa giovane» (2,5) domanda al suo servo, ed è come se si fosse innamorato a prima vista, avendo saputo delle sue qualità. Per cui, senza imporle niente, le raccomanda di non andar via, le offre protezione, opportunità di spigolare e acqua (2,8-9). 

La bontà di Booz stupisce Ruth e quando ne chiede il motivo: «Per quale motivo ho trovato grazia ai tuoi occhi, così che ti interessi di me che sono una straniera?» (2,10) viene fuori che è sempre l’amore a determinare le scelte e il comportamento di Booz: «Mi è stato riferito tutto ciò che hai fatto per tua suocera dopo la morte di tuo marito e come hai abbandonato tuo padre, tua madre e la tua patria…Il Signore ti ripaghi per quanto hai fatto, il Signore Dio d’Israele sotto le cui ali sei venuta a rifugiarti» (2,11-12). 

Il motivo che spinge Booz ad accogliere Ruth con benevolenza particolare è legato alla scelta di amore che la stessa Ruth ha fatto rimanendo accanto a Noemi e ai poveri (cf. 1,16-17). «Ruth è riconosciuta come donna che sa amare ciò che la vita le presenta e le dona e che proprio attraverso la piena assunzione della sua realtà incontra la benedizione che attraverso di essa le è data»3

5. “Tu mi hai consolata e hai parlato al cuore della tua serva”
Di fronte alla generosità di Booz, cresce in Ruth il senso della riconoscenza, espresso con un lessico che richiama un amore più grande: «Essa gli disse: “Possa io trovare grazia ai tuoi occhi, o mio signore! Poiché tu mi hai consolata e hai parlato al cuore della tua serva…”» (2,13). 

«Nella Bibbia parlare al cuore … è il linguaggio dell’amore che restaura e rinnova la vita dal di dentro. Per esempio, Dio fece uscire il popolo dall’Egitto per parlare al suo cuore (Os 2,16). Parlare al cuore aveva dunque a che vedere con rinnovamento e liberazione. Ora questo rinnovamento e questa liberazione stanno entrando nella vita di Ruth. Nel momento stesso in cui essa sente la preghiera di Booz che le augura abbondanza, l’abbondanza comincia ad arrivare. Sente infatti la vita rinascerle dentro, sente la consolazione promessa dal profeta, sente le parole rivolte al cuore (2,13). (…) La preghiera di Booz è come una curva lungo il cammino. Superata la curva si apre di colpo un nuove orizzonte. Attraverso le parole di Booz è Dio stesso che restaura e rinnova l’esistenza di Ruth e di Noemi»4, che si china sulle relazioni umane ferite. 

Tornata a casa, Ruth apprende da Noemi che è capitata a spigolare da Booz che è loro parente, «È uno di quelli che hanno diritto di riscatto su di noi» (2,20). E tutte e due si rendono conto che tutto ciò non è capitato per caso, ma è dovuto a Dio che guida con misericordia e fedeltà il cammino dei suoi poveri. 

6. La notte feconda
Da questa consapevolezza scaturisce l'azione concertata da due donne decisamente aperte alla speranza. Noemi pianifica tutto, Ruth comprende e con lucidità prende su di sé la responsabilità dell'azione: «Farò tutto quello che mi dici» (3,5). Senza paura, Ruth sceglie il momento del riposo, si corica ai piedi di Booz addormentato e, con chiarezza e coraggio, al suo risveglio, nel mezzo alla notte, espone la sua richiesta: secondo la legge del levirato, Booz può essere il suo riscattatore (go’el)5. Glielo dice con una tranquilla semplicità e Booz, acconsentendo alla sua proposta, risponde: «Io farò per te quanto mi dici. Perché tutti in città sanno che sei una donna virtuosa» (3,10-11). È un momento questo di audacia inverosimile da parte d'una donna! Eppure tutto si svolge in un clima d’innocenza autentica, di singolare libertà di fronte alle convenienze sociali, ai pregiudizi maligni. «Ruth sa chiedere con audacia, sa accogliere l’altro in sé come dono per lei e in questa sua capacità di amore acquista quella libertà interiore che le fa discernere ogni dono, ogni bene quando questo viene a lei.»6

Di fronte all’audacia di Ruth, cresce la generosità della risposta di Booz. Prima aveva offerto a Ruth di ciò che aveva in abbondanza… Ora egli dona se stesso e dice: «Io farò per te quanto dici» (3,11). In tal modo, Booz “potente e valoroso” si impegna a soddisfare la parola e il desiderio di una straniera. 

7. “Essa partorì un figlio”: il futuro
«Così Booz prese Ruth, che divenne sua moglie. Egli si unì a lei e il Signore le accordò di concepire: essa partorì un figlio» (4,13). In questa scelta Booz si limita a eseguire i suggerimenti delle due vedove (3,11), e il suo è un gesto di pura gratuità. Egli imita Dio prestando il proprio servizio perché Noemi e Ruth potessero avere un futuro: il figlio, la terra, il pane.

Proprio per questo, il bambino che nasce a Betlemme, come figlio di Booz e Ruth, il futuro che si apre, non appartiene più solo a Booz e a Ruth. Appartiene alla grande famiglia, alla comunità del popolo. Perciò a dare il nome al bambino non è la famiglia, ma è il popolo della strada, sono le vicine (4,17). Chi accoglie il figlio non è né Booz né Ruth, ma è Noemi, sarà Noemi ad allevarlo, facendogli da madre (4,16). Nascendo da Booz e da Ruth il bambino ha fatto rinascere la speranza di tutta la famiglia di Noemi. Benché sia nato da Ruth, «è nato un figlio a Noemi» (4,17), dicono le vicine. Appena nato, il bambino supera già i confini della sua piccola famiglia. Nasce già figlio del popolo7. Il suo nome è Obed che vuol dire servo. Egli è il vero go’el di tutti, colui che riscatta la fallimentare storia di Noemi, di Ruth, di Booz; ma anche colui che riscatta la storia futura. Obed, infatti, «fu il padre di Jesse, padre di Davide» (4,17), colui che apre la strada al messia. 

8. Considerazioni conclusive
a) La salvezza di Dio passa attraverso l’uomo
Il racconto del libro di Ruth evidenzia che il Signore Dio si china sulle ferite dell’umanità, presenti nella trama del libro, attraverso i gesti degli stessi personaggi. La liberazione dei poveri è opera di Dio, ma è affidata agli uomini. Dio, spesso, si confonde con la voce degli uomini. Le vicende narrate nel libro di Ruth evidenziano che «L’amore del Signore per i più poveri (vedova straniero) passa sempre per l’uomo fratello. Non si manifesta nella straordinarietà di interventi eccezionali, ma nel tessuto usuale della vita. È essa stesa espressione della provvidenza di Dio, che pone gesti a favore dell’uomo, che lo rende veicolo dei suoi progetti. Ognuno degli attori della nostra storia è mediatore di salvezza per gli altri: Ruth per Noemi, ma anche Noemi per Ruth; Booz il Go’el, per Ruth e Noemi; Obed per tutti. Ma anche gli eventi giocano a favore dell’uomo. Perfino quelli ostili divengono, alla distanza, vie di liberazione: la solitudine di Noemi è spinta al suo ritorno in patria. La povertà sua e di Ruth è sollecitazione alla spigolatura, occasione dell’incontro di Ruth con Booz»8

b) Lo straniero è un dono 
Nel racconto, Booz più di tutti è epifania dell’amore di Dio per la vedova e lo/a straniero/a. Uomo “potente e valoroso” pieno di fede, è figura della fedeltà di Dio, generosa e delicata verso i più deboli (2,8-9). Una generosità che è condivisione (2,14), servizio (2,15-16), amore che soccorre e dà fiducia, protegge (3,14) e colma di beni (3,15). Questo amore di Dio per la vedova straniera, espresso nei gesti di Booz, trova la sua valenza più significativa nel fatto che Ruth, la moabita, venga introdotta nella famiglia giudaica. Molto possibilmente questo evento è il fine del racconto, e mostra che la presenza in Israele di una donna straniera è sentita come manifestazione della provvidenza di Dio: apertura a un universalismo superiore alla rigidità della legge (Dt 23,4). La narrazione ci dice che non solo i valori di Israele possono essere accolti anche da stranieri, ma che anche uno straniero è dono per Israele. Attraverso Ruth, Dio estende la sua alleanza a tutti i popoli. È significativo che essa sia paragonata a Rachele e Lia (4,11), le due donne che sono le madri del popolo d’Israele (4,11). 

c) L’alterità riconosciuta
Il libro di Ruth ha una forte valenza profetica. Esso è richiamo esplicito contro le discriminazioni in atto nel nostro mondo. Sia nei confronti della donna in genere sia nei confronti degli stranieri. La grande tesi del libro di Ruth è che Dio si fa provvidenza per l’uomo attraverso l’uomo stesso. La liberazione dei più deboli da ogni forma di schiavitù tocca a noi, singolarmente e comunitariamente. Non sono concesse deleghe o supplenze. Su ognuno grava la responsabilità di farsi, anche nel modo più povero e nascosto, più apparentemente inutile, salvezza per il fratello. 

È quindi inutile sottolineare come sia attuale la lettura di Ruth in tempi di rigetto del forestiero, di timore del migrante, di disprezzo del bianco verso il nero, di guerre nazionaliste, di tensione fratricida fra l’integrista e il progressista, di sospetto fra le religioni occidentali e orientali e così via… Auguriamoci di vedere un giorno l’alterità identificata (riconosciuta) come è avvenuto per Ruth. 

Con P. De Benedetti, mi piace chiudere ricordando che «il Dio che ci viene incontro è sempre il Dio non mio, ma degli altri: è quello che mi consegna gli altri, che li affida a me, che “nasce” dentro gli altri»9

1 Cf. J. Des Rochettes, Rut: l’alterità identificata, in Parola Spirito e Vita, 1 (1993) pp. 75-77.
2 C. Falchini, Rut: una donna, in Parole di vita, 5 (1995) p. 7. La condizione di migrante che aspetta Rut nel paese di Noemi è una specie di cittadinanza di second’ordine. Ieri come oggi il migrante è utilizzato per fare i lavori pesanti, «per tagliare la legna e attingere l’acqua» (Dt 29,10). Anzi il migrante può essere comperato come schiavo: «potrete acquistarne tra i figli degli stranieri che risiedono nel vostro paese» (Lv 25,45). Talvolta è trattato con disinvoltura: «Non mangerete la carne di un animale morto di morte naturale: la darete allo straniero che vive con voi» (Dt 14,21), oppure, con disprezzo, è nominato dopo il bestiame: «Il settimo giorno è il sabato consacrato al Signore tuo Dio: in esso non farai nessun lavoro né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame e neppure il forestiero che abita presso di te» (Es 20,10). 

3 Id., ivi, p. 7.

4 C. Mesters, Rut. Una storia della Bibbia, Cittadella Ed., Assisi 1986, pp. 62-63.

5 La legge del riscatto stabiliva due cose: 1. Quando per motivo di povertà uno era obbligato a vendere la propria terra, allora il parente più stretto aveva l’obbligo di riscattare quella terra, doveva cioè comprarla per riaverla, non per sé ma per il parente povero che correva il rischio di perderla (Lv 25,23-25). 2. Quando, sempre per motivo di povertà, uno era obbligato a vendersi come schiavo, allora il parente più stretto aveva l’obbligo di riscattarlo… perché il parente povero avesse la libertà (Lv 25,47-49). Questo parente veniva chiamato go’el. La legge del riscatto stimolava alla corresponsabilità di tutti in vista del benessere di tutti all’interno di una medesima famiglia o comunità…Nel secondo e terzo Isaia (Is 40-66), go’el è uno dei titoli più frequenti di Dio. Dio è il go’el del suo popolo: lo salva, redime, difende, protegge, consola, fa rinascere. Mentre la legge del levirato stabiliva: nel caso che un uomo sposato morisse senza aver lasciato figli, il fratello del defunto doveva sposare la vedova, e il figlio che ne nasceva doveva essere considerato non già figlio suo ma del fratello defunto (Dt 25,5-10). Come si vede questa legge obbligava solamente i fratelli, figli dello stesso padre, e non i cugini o altri parenti. Obiettivo della legge era di garantire la continuità della famiglia e impedire che, venendo a mancare un erede, la famiglia si estinguesse, il suo nome scomparisse e il suo patrimonio andasse a finire in altre mani. Nel caso concreto di Noemi, quindi la situazione era gravissima e senza vie d’uscita. La famiglia di Noemi era minacciata di estinzione. (Cf. C. Mesters, Rut…, pp. 68-71). 

6 C. FalchinI, Rut…, p. 8.

7 Cf. C. Mesters, Rut…, pp. 98-99.

8 E. Ghini, L’amore per la vedova e lo straniero nel libro di Rut, in Parola spirito e vita, 1(1985) p. 65.

9 P. De Benedetti, La chiamata di Samuele e altre letture bibliche, Morcelliana, Brescia 1976, p. 66.


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sabato 9 marzo 2019

“Padre mio…fa’ di me quanto è uscito dalla tua bocca” La figlia di Jefte(Gdc 11,29-40) - Carmelo Russo


“Padre mio…fa’ di me quanto è uscito dalla tua bocca”
 La figlia di Jefte(Gdc 11,29-40)
Carmelo Russo

I Mercoledì della Bibbia 2019
promossi dalla 
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)

Incontro di mercoledì 13 febbraio


1. Premessa: Il giudice Iefte 
L’autore della lettera agli Ebrei, quasi al termine della sua esortazione, offre un rapido elenco di coloro che «trassero vigore dalla loro debolezza», citando, tra l’altro, alcuni personaggi assai controversi del Libro dei Giudici: «E che dirò ancora? Mi mancherebbe il tempo se volessi narrare di Gedeone, di Barak, di Sansone, di Iefte, di Davide, di Samuele e dei profeti; per fede, essi conquistarono regni, esercitarono la giustizia, ottennero ciò che era stato promesso, chiusero le fauci dei leoni, spensero la violenza del fuoco, sfuggirono alla lama della spada, trassero vigore dalla loro debolezza, divennero forti in guerra, respinsero invasioni di stranieri» (Eb 11,32-34). 

Limitandoci al libro dei Giudici, i quattro personaggi citati sono uno spaccato su una umanità eroica ma, allo stesso tempo, inconsistente: 

➢ Gedeone viene chiamato ad essere strumento di salvezza per il popolo pur essendo il più piccolo di famiglia; 

➢ Barak accetta la missione solo se avrà accanto la profetessa Deborah e, di fatto, non sarà lui a sconfiggere il nemico, Sisara, ma una donna, Giale; 

➢ Sansone è evidentemente una psicologia con marcate dipendenze affettive; 

➢ Potremmo aggiungere a questo elenco anche il mancino Ehud o lo straniero Shamgar. 

Ora, tra tutti questi personaggi che «trassero vigore dalla loro debolezza» spicca la menzione inquietante di un padre – non so dire se più carnefice o vittima –, la cui storia sarà oggetto della nostra conversazione: il giudice Iefte.

          Iefte, figlio di una prostituta, è presentato come uno dei più abili strateghi militari dell’intero libro: uomo valoroso nelle armi, ma soprattutto ammirato per l’astuzia con cui tesse negoziati con i nemici. Di lui, tuttavia, si ricorda il fallimento della sua paternità, nei confronti della figlia che viene offerta in sacrificio a causa di un voto. Una tradizione esegetica consolidata (rabbinica e patristica), sebbene non indiscussa, legge in questo episodio l’unico caso di sacrificio umano della bibbia giunto a consumazione. La figlia di Iefte diventerà, così, il simbolo di tutte le vittime innocenti, di ogni tempo e di ogni dove, sacrificate davanti a una superiore ragion di stato. Le parole della figlia ancora oggi suscitano sgomento e ammirazione: «Padre mio, se hai dato la tua parola a YHWH, fa' di me secondo ciò che è uscito dalla tua bocca» (Gdc 11, 36). L’innocenza e l’abbandono di questa ragazza non possono non richiamare l’innocenza e l’abbandono al Padre di Gesù orante al Getsemani. Anche nella vicenda di Gesù s’impone una superiore ragion di stato, come dirà Caifa: «Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo e non vada in rovina l’intera nazione?» (Gv 11,50).
... il voto, che Iefte formula, non era necessario o, meglio, era necessario solo per sfamare il suo insaziabile bisogno di sicurezze. Non era espressione di una fiducia totale in Dio, ma coazione psicologica a eliminare ogni rischio nella relazione con Dio. Il voto di Iefte è un atto d’infedeltà che desidera legare Dio, piuttosto che abbracciare il dono dello spirito.
... Ma l’anomalia più importante che si vuole segnalare non è tanto questa stupidità di Iefte, quanto il fatto che, oltre all’irreligiosità del voto per non aver confidato nell’azione dello spirito, si aggiunge anche l’idolatria. Come si dirà meglio tra breve, giurare un sacrificio umano non solo è incompatibile agli insegnamenti della Torah (Lv 20,2-5), ma è un atto conforme al culto degli dèi stranieri: il dio ammonita Molok, infatti, come attestato in Lv 18,21, ammette il sacrificio umano come medium per accaparrarsi l’assistenza speciale della divinità. 
Detto in breve, il voto di Iefte non soltanto è un atto irreligioso e infedele, non soltanto è un atto superficiale e abnorme, ma è soprattutto un atto opportunista e idolatrico. D’altra parte, questo frammento non è altro che la parte di una vicenda triste di Iefte: proprio lui, che era stato vittima dell’opportunismo del suo popolo, non può fare a meno di vivere le sue relazioni, compresa quela con Dio, in maniera opportunistica, ritenendo più conveniente rinunciare ai propri valori e accettare compromessi, pur di raggiungere il proprio tornaconto. 
Il paradosso, con una punta di ironia, di questa vicenda è il fatto che Iefte crede di fare un atto religioso per YHWH d’Israele, ma in realtà non si accorge di fare il gioco di Molok di Ammon. 
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sabato 2 marzo 2019

“Dio le aprì gli occhi…”. Agar, la schiava (Gen 16; 21,8-21) - Gregorio Battaglia. carmelitano (VIDEO INTEGRALE)

“Dio le aprì gli occhi…”. 
Agar, la schiava (Gen 16; 21,8-21)
 Gregorio Battaglia,
 carmelitano 
(VIDEO INTEGRALE)


I Mercoledì della Bibbia 2019
promossi dalla 
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)


Incontro di mercoledì 6 febbraio





La storia di Hagar è strettamente connessa con quella di Abramo e della moglie Sara. Della sua provenienza sappiamo poco o nulla. Il libro della Genesi si limita a dire che ella è schiava di Sara ed è egiziana, ma non dà nessun dettaglio come tutto questo sia avvenuto. Il midrash ebraico, che è un commento del testo, colma il vuoto facendo riferimento all’episodio della discesa in Egitto di Abramo e Sara.
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Hagar è l’unica donna nella Bibbia ad essere destinataria di una promessa a somiglianza di Abramo. Dio non è indifferente alla sua storia, anzi è Lui che prende l’iniziativa e che, attraverso lei, lascia trasparire il suo interesse per ogni creatura umana, per ogni lamento che si alza verso il cielo.
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Hagar alza la voce e piange, ma il testo dice che “Dio ascoltò la voce del fanciullo” (Gen 21,17). Ma quale voce si può alzare da uno che sta perdendo ogni forza? Dio è davvero Colui che ascolta il flebile rantolo di ogni morente e se ne fa carico, perché nessuno è escluso dalla sua iniziativa di amore. Così Hagar torna a fare esperienza di Dio come di Colui che vede, che ascolta e che si prende cura del più debole. Ed è ancora il Signore che prende l’iniziativa nella sua vita e attraverso quella voce interiore si sente chiamata per nome, è rimessa in piedi ed è invitata allo stesso tempo ad assumersi la sua responsabilità nei confronti del fanciullo: “Che hai Hagar? Non temere, perché Dio ha udito la voce del fanciullo là dove si trova. Alzati, prendi il fanciullo e tienilo per mano, perché io ne farò una grande nazione” (Gen 21,17-18).
Smarrita nel deserto di questo mondo Hagar si era vista chiudere davanti a sé ogni possibilità di vita, ma ancora una volta scopre che il deserto del nostro fallimento diventa il terreno propizio per essere incontrata da una Presenza che vigila sulla storia degli uomini. Adesso che a distanza di anni si è ritrovata alle prese con il mistero del Dio vivente essa è messa in grado di vedere il mondo e le cose con occhio diverso. Quello che prima appariva come paesaggio di morte, si tramuta in luogo di vita, perché adesso sa che c’è un pozzo a cui abbeverarsi sia lei che il figlio, c’è una sapienza a cui attingere per affrontare la complessità della vita. Così Hagar, che ha preso per mano il figlio, può camminare per le vie di questo mondo, sapendo di poter contare su quel pozzo di acqua, che accompagna la sua avventura umana.
Dio non è estraneo alla sua storia, anche se lei ha preso una strada diversa da quella di Abramo, ma Dio non è estraneo alla storia di nessuno, perché Egli è “Colui che ascolta” ed ascolta in modo privilegiato il flebile grido dell’oppresso e del morente “là dove si trovano”.
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La storia di Hagar ci ha detto chiaramente che Dio è ben presente nella storia di ogni uomo e di ogni donna, per quanto lontani possano essere, ma se sceglie per sé un popolo, tutto questo Egli lo fa per rendere possibile il suo manifestarsi in modo corrispondente alle sue intenzioni di ricondurre l’umanità alla sua vera vocazione alla vita.

La scelta di un popolo particolare non è segno di privilegio e, quindi, di relativa esclusione degli altri, ma vuole costituire un segno sacramentale che aiuti la storia profana a recuperare il vero senso dell’abitare questo mondo e questa terra. La storia dei credenti, di chi vive in obbedienza alla Parola di Dio ha la grande funzione di collocarsi di fronte alla storia profana come punto di luce, perché la storia dell’umanità intera ritrovi quell’orientamento, che conduca a costruire ed a tracciare sentieri di pace e di convivenza fraterna tra tutti i popoli.


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venerdì 1 febbraio 2019

“Sapienza e intraprendenza al femminile. Donne nella Bibbia”: è questo il tema dei Mercoledì della Bibbia proposti in questo 2019

"Sapienza e intraprendenza al femminile. 
Donne nella Bibbia”

I Mercoledì della Bibbia 2019
promossi dalla 
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)




Dal 6 febbraio al 13 marzo 2019, ritornano I Mercoledì della Bibbia della Fraternità Carmelitana di Barcellona P.G. che ci parleranno di donne nella Bibbia.

“Sapienza e intraprendenza al femminile. Donne nella Bibbia”: è questo il tema dei Mercoledì della Bibbia proposti in questo 2019 e che si terranno presso la Sala del Convento, dalle ore 20;00 alle 21:00. 

L'intenzione è di focalizzare l'attenzione e la riflessione in particolare su alcune figure femminili meno visitate e considerate: Agar, la figlia di Jefte, le donne che anno collaborato con Paolo per l'evangelizzazione e il consolidamento delle comunità cristiane. Più "frequentate" e considerate, almeno da trent'anni fino ad oggi, in modo serio e non romanzesco e da "gossip", sono invece le figure di Ruth e di Maria Maddalena. Di tutte loro vogliamo cogliere la fede vissuta e la sapienza di vita nel loro modo di stare al mondo e nel popolo di Dio . 

Ecco gli appuntamenti:

– 6 febbraio: Gregorio Battaglia, “Dio le aprì gli occhi…”. Agar, la schiava (Gen 16; 21,8-21);

– 13 febbraio: Carmelo Russo, “Padre mio… fa’ di me quanto è uscito dalla tua bocca”. La figlia di Jefte (Gdc 11,29-40);

– 20 febbraio: Alberto Neglia, “Il tuo popolo sarà il mio popolo, il tuo Dio sarà il mio Dio” (Rt 1,16). Ruth, la Moabita;

– 27 febbraio: Fabio Cattafi, “Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: Ho visto il Signore” (Gv 20,18);

– 13 marzo: Egidio Palumbo, “Hanno faticato per il Signore” (Rm 16,12). La diaconia delle donne nelle lettere di Paolo.

Per informazioni:
Tel. 0909762800 (Chiesa del Carmine)


Guarda la locandina:
Locandina Mercoledì Bibbia 2019 (pdf)