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sabato 25 gennaio 2020

Il Vangelo è la chiave di tutto - Commento al Vangelo - III domenica del Tempo Ordinario (A) a cura di P. Ermes Ronchi

Il Vangelo è la chiave di tutto 
 Una parola che riparte da dove Giovanni si era fermato:
 convertitevi! Il regno è vicino!

I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire
Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nazaret e andò ad abitare a Cafarnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zabulon e di Neftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia [...] Matteo 4, 12-23


per i social

Il Vangelo è la chiave di tutto. Una parola che riparte da dove Giovanni si era fermato: convertitevi! Il regno è vicino!

Il Battista è appena stato arrestato, e Gesù vede un’ombra minacciosa calare su tutto il suo movimento. Ma questo, anziché renderlo prudente, aumenta l’urgenza del suo ministero e lo fa uscire allo scoperto: ora tocca a lui. Lascia famiglia, casa, lavoro, lascia Nazaret per Cafarnao, non porta niente con sé se non un annuncio, una parola che riparte da dove Giovanni si era fermato: convertitevi! Il regno è vicino!

Immaginavo la conversione come un fare penitenza sul passato, una condizione imposta da Dio per il perdono, e pensavo di trovare Lui come ricompensa all’impegno. Ma che buona notizia sarebbe un Dio che dà secondo le prestazioni? Gesù ci rivela che il movimento è esattamente inverso: è Lui che mi corre incontro e mi raggiunge, sempre Lui che mi abita gratuitamente, Lui che mi aspetta.
Che cos’è il regno dei cieli, cos’è il regno di Dio? È la vita che fiorisce in tutte le sue forme, un’offerta di solarità piena.
Giratevi verso la luce, perché la luce è già qui.
Il Vangelo termina con la chiamata dei quattro pescatori e la promessa: vi farò pescatori di uomini.
Con che cosa, con quale rete pescheranno gli uomini?

Gesù cammina lungo il mare e guarda. 
E in Simone vede la Roccia. Guarda, e in Giovanni indovina il discepolo dalle più belle parole d’amore. Un giorno guarderà l’adultera e risveglierà in lei l’amante fedele. In Nicodemo ridesterà il coraggioso che osa stare davanti a Pilato reclamando il corpo del giustiziato.
Lo sguardo di Gesù è creatore, è profezia. 
Mi guarda, e nel mio inverno vede grano che matura, una generosità che non sapevo, una melodia che non udivo, fame di nascere. 

Poi dice: vieni dietro a me!
Ascolta, ho una cosa bellissima da dirti. Bella e incredibile. Così affascinante che i pescatori ne sono stati sedotti e hanno abbandonato tutto come chi trova un tesoro. La notizia è questa: la felicità è possibile e vicina! La nostra tristezza infinita si cura soltanto con un infinito amore (Evangelii Gaudium).

Gesù annuncia: possiamo vivere meglio, e io ne conosco la via. 
Nel discorso sul monte dirà: Dio procura gioia a chi produce amore! Ecco il senso delle Beatitudini, il Vangelo nel Vangelo!
Il Vangelo è la chiave di tutto! E’ possibile vivere meglio, per tutti, perché è la sua parola che risponde alle necessità più profonde delle persone. Perché quando è narrato adeguatamente, e con bellezza, il Vangelo arriva ai bisogni più profondi dei cuori, e mette a disposizione un tesoro di vita, di amore che non inganna, che non delude.

Gesù annunciava e guariva: la parola e la cura.
Camminava e annunciava: i passi a guarire la vita.
E io andrò dietro a lui prendendomi cura di chi soffre e di me stesso, della mia vita. Dietro a lui, per curare le parti di me che soffrono, deboli e malate: prima strada verso l’identità dell’uomo in piedi.

per Avvenire

Giovanni è stato arrestato, tace la grande voce del Giordano, ma si alza una voce libera sul lago di Galilea. ...



«A volte un dolce rende meno amara la vita» Le buone azioni fanno stare meglio chi le riceve ma anche chi le fa e... il bene è contagioso!!!

Nicola Loi, pasticcere dal cuore d'oro a Quartu Sant'Elena: ogni sera ai poveri tutti i dolci invenduti

«A volte un dolce rende meno amara la vita»
Le buone azioni
fanno stare meglio chi le riceve ma anche chi le fa e... 
il bene è contagioso!!!

«A volte un dolce rende meno amara la vita» questo è il pensiero di Nicola Loi, pasticcere e titolare del bar-pasticceria Miky’s Dream Bakery a Quartu Sant’Elena (terza città della Sardegna, 70 mila abitanti, hinterland di Cagliari) e così ogni sera lascia dei sacchetti pieni di dolci e prodotti invenduti durante la giornata, fuori dal suo negozio. 

«Li regaliamo a chi non può permetterseli. Lavoriamo dalle 3 del mattino e dispiace vedere la nostra fatica finire nella spazzatura. Ci sono sempre più persone in difficoltà; se possiamo aiutare non ci tiriamo indietro». Per questo ogni giorno per tutti i dolci invenduti: paste, focacce, pizzette. «Prepariamo i sacchetti e quando abbassiamo le serrande, poco dopo le 9 di sera, li appendiamo accanto alla vetrina.»

A fine ottobre ha comunicato la novità con un semplice post sulla pagina Facebook della pasticceria. 
In un primo momento l'idea era quella di appendere un cartello fuori dal negozio e invitare i bisognosi a entrare in pasticceria per prendere i dolci, poi Nicola si è reso conto che chi versa in cattive acque preferisce non mostrarsi, per vergogna, discrezione o riserbo. Quindi ha deciso di appendere semplicemente le buste fuori dal punto vendita, senza cartelli o scritte di nessun tipo.

Il pensiero è per chi è meno fortunato e per coloro che faticano ad arrivare alla fine del mese e che, certamente, non si possono permettere il "lusso" di comprare dei pasticcini. 
Loi collabora anche con l’associazione «Il sogno di Giulia Zedda», che ha per scopo regalare giocattoli a bimbi bisognosi. Giulia aveva 10 anni, è scomparsa nel 2017 dopo aver lottato a lungo per un tumore al cervello. Le sue ultime volontà: «Mamma, vorrei che i miei giocattoli andassero ai bambini poveri». Per ricordarla i genitori raccolgono balocchi e li donano. 
«L’associazione ci segnala famiglie che non hanno i soldi per acquistare la torta per il compleanno dei loro bimbi. Noi le prepariamo due volte al mese — dice Loi — e le regaliamo con gioia, perché sappiamo di regalare un sorriso».

"Qualcuno si avvicina e ringrazia; altri forse si vergognano e vanno via subito. Ma noi siamo contenti comunque. Quello che mi ha fatto un enorme piacere è stata una signora che l'altro giorno ha preso una busta e è venuta a ringraziarci informandoci che grazie a quel vassoio dieci persone hanno mangiato dei dolcetti, ed era da tempo che non me mangiavano".
"A me cambia la giornata quando vengono e ti ringraziano con le lacrime agli occhi; ti mette di buon umore, ti fa stare bene, ti fa sperare ancora in un cambiamento da parte delle persone... questo mi rasserena, mi fa lavorare meglio sicuramente" 

Raccomandiamo soltanto una cosa: che chi accetta questo dono prenda soltanto un sacchetto, in modo da poter accontentare quante più persone si può. 

Purtroppo qualche persona senza ritegno non ha colto lo spirito della'iniziativa. Una cliente che abita vicino alla pasticceria racconta su Facebook: "Dal balcone ho visto una scena e sono sconvolta, un signore è andato e ha preso entrambe le buste fregandosene del fatto che c'era anche un papà con il bambino che piangeva". Non basterà certo quello a fermare Nicola: "Io penso che prima o poi tutto ritorni indietro, spero anche io che il signore legga e la prossima volta ci pensi due volte.".

Ma il bene è contagioso e sempre più commercianti stanno già aderendo a questo tipo di "campagne spontanee" in favore dei poveri ― azioni lodevoli che speriamo si moltiplichino sempre pù spesso.

(Tutte le notizie qui riportate sono attinte da varie fonti dal web)


Guarda il servizio di Tv2000


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«Chiediamo al Signore la grazia di avere un cuore trasparente che cerca soltanto la giustizia e la pace» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
24 gennaio 2020
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
“L’invidia porta alla guerra”



Stare attenti al tarlo dell’invidia e della gelosia, che «ci porta a giudicare male la gente», a entrare in concorrenza in famiglia, nel quartiere e sul lavoro: «È il seme di una guerra», un «chiacchiericcio» con noi stessi che uccide l’altro, ma che se ci si pensa bene «non ha consistenza» e finisce in «una bolla di sapone». Papa Francesco, nell’omelia della messa a Casa Santa Marta, venerdì mattina 24 gennaio, ha tratto questo insegnamento di vita dalla Prima lettura proposta dalla liturgia, che descrive come si sgonfia la gelosia del re Saul verso Davide.

Il Pontefice ha ricordato che la gelosia descritta nel primo Libro di Samuele, nasce dal canto di vittoria delle giovani, per Saul che ha ucciso mille nemici, mentre Davide diecimila. Comincia così «l’inquietudine della gelosia», come «un tarlo che ti rode dentro». Così «Saul esce con l’esercito per uccidere Davide». «Le gelosie sono criminali — ha commentato Francesco — cercano sempre di uccidere». E a chi dice «sì, sono geloso di questo, ma non sono un assassino», il Pontefice ha detto: «adesso. Ma se continui può finire male». Perché si può uccidere facilmente «con la lingua, con la calunnia».

E la gelosia, ha proseguito il Papa, cresce «parlando con se stesso», interpretando le cose con la chiave della gelosia. Nel «chiacchiericcio con se stesso», il geloso «è incapace di vedere la realtà», e solo «un fatto molto forte» può aprirgli gli occhi. Così nella fantasia di Saul, «la gelosia lo ha portato a credere che Davide era un assassino, un nemico».

«Anche noi — ha ammonito il Papa — quando ci viene l’invidia, la gelosia, facciamo così». Da qui l’invito a chiedersi: «Perché questa persona mi è insopportabile? Perché quell’altra non la voglio neppure vedere? Perché quell’altra...». E tante volte si scopre «che sono fantasie nostre. Fantasie, che però crescono in quel chiacchiericcio con me stesso». E alla fine, ha spiegato Francesco, «è una grazia di Dio quando il geloso incontra una realtà come è successo a Saul: la gelosia scoppia come una bolla di sapone, perché la gelosia e l’invidia non hanno consistenza».

La salvezza di Saul sta nell’amore di Dio, ha ricordato il Pontefice, che «gli aveva detto che se non avesse obbedito, gli avrebbe tolto il regno, ma gli voleva bene». E così «gli dà la grazia di far scoppiare quella bolla di sapone che non aveva consistenza». Francesco ha raccontato l’episodio biblico, con Saul che entra nella caverna — dove Davide e i suoi si sono nascosti — «per fare i suoi bisogni». Gli amici dicono a Davide di approfittarne per uccidere il re, ma lui rifiuta: «mai metterò le mai sull’unto del Signore». Si vede, ha commentato il Pontefice, «la nobiltà di Davide a confronto con la gelosia assassina di Saul». Così, in silenzio, taglia soltanto un pezzo di stoffa dall’orlo del manto del re, «e lo porta con sé».

Quindi, ha proseguito il Papa, Davide esce dalla caverna e chiama Saul con rispetto: «O re, mio signore!» anche se «quello cerca di ucciderlo». E gli chiede: «Perché ascolti la voce di chi dice: “Ecco, Davide cerca il tuo male”?». E gli fa vedere l’orlo del manto, dicendo: «Io avrei potuto ucciderti. No, non l’ho fatto». Questo, ha commentato il Papa, «fa scoppiare la bolla di sapone della gelosia di Saul», che riconosce Davide «come se fosse un figlio e torna alla realtà», dicendo: «Tu sei più giusto di me, perché mi hai reso il bene, mentre io ti ho reso il male».

«È una grazia — ha chiosato Francesco — quando l’invidioso, il geloso, si trova di fronte ad una realtà che fa scoppiare quella bolla di sapone che è il suo vizio di gelosia o di invidia». E invita a guardare quando «siamo antipatici con una persona, non le vogliamo bene». Infatti bisognerebbe chiedersi: «Cosa c’è dentro di me? C’è il tarlo della gelosia che cresce, perché lui ha qualcosa che io non ho o c’è una rabbia nascosta?». Dobbiamo, è il consiglio del Pontefice, «proteggere il nostro cuore da questa malattia, da questo chiacchiericcio con me stesso, che fa crescere questa bolla di sapone che poi non ha consistenza, ma fa tanto male». E anche quando qualcuno viene «a sparlare di un altro», dobbiamo fargli capire che, spesso, non sta parlando con serenità, ma «con passione». E in quella passione «c’è il male dell’invidia e il male della gelosia».

«Stiamo attenti — è tornato ad ammonire Papa Francesco — perché questo è un tarlo che entra nel cuore di tutti noi» e «ci porta a giudicare male la gente», perché comincia la «concorrenza: lui ha una cosa che io non ho». Questo «ci porta a scartare la gente», a «una guerra domestica, una guerra di quartiere, una guerra di posti di lavoro». È «il seme di una guerra: l’invidia e la gelosia».

Da qui la conclusione del Papa a stare attenti «quando sentiamo questa antipatia per qualcuno»; occorrerebbe chiedersi: «Perché io sento questo?» e non permettere che questo «chiacchiericcio» faccia pensare male, «perché questo fa crescere la bolla di sapone».

«Chiediamo al Signore — è stata l’invocazione finale di Francesco — la grazia di avere un cuore trasparente come quello di Davide. Un cuore trasparente che cerca soltanto la giustizia, cerca la pace. Un cuore amichevole, un cuore che non vuole uccidere nessuno, perché la gelosia e l’invidia uccidono».
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Alessandro Di Bussolo)


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venerdì 24 gennaio 2020

Il tocco magico del nuovo Re Mida di Giuseppe Savagnone

Il tocco magico del nuovo Re Mida
di Giuseppe Savagnone*

Un antico mito e una realtà attuale

In un antico mito si narra che il re Mida, ricchissimo ma avido di sempre nuove ricchezze, ottenne da Apollo che qualunque cosa avesse toccato si trasformasse in oro. Questa leggenda mi è tornata in mente leggendo delle ultime gesta di Matteo Salvini alla vigilia delle elezioni regionali in Emilia-Romagna. L’episodio a cui mi riferisco è quello della chiamata al citofono di un ragazzo tunisino del quartiere popolare Pilastro, a Bologna, per chiedergli se era vera la voce che spacciava droga.

Strane coincidenze

Una domanda certamente indiscreta e offensiva, basata su un sospetto infamante, la cui fondatezza avrebbe se mai dovuto essere verificata dalle forze dell’ordine preposte a questo compito. Sta di fatto che la vicenda sta dando luogo a vivaci proteste da parte del parlamento tunisino, che legge questo gesto alla luce delle frequenti affermazioni diffamatorie degli stranieri da parte del leader leghista e ravvisa in esso un comportamento razzista, offensivo nei confronti della Tunisia. Salvini dice che l’origine tunisina del ragazzo non c’entra nulla e che avrebbe fatto lo stesso con un italiano. Ma la coincidenza con la sua ossessiva insistenza sulla pericolosità degli stranieri è troppo evidente perché si possa parlare di puro caso. E d’altronde, con un italiano nulla di simile è mai stato fatto.

Ma non è questo il punto cruciale. A suggerirmi il ricordo del re Mida è il fatto che il leader leghista, nel compiere questo gesto, si è presentato con un corteo di giornalisti che hanno registrato tutto, trasformando un’iniziativa discutibile, ma di per sé, in astratto, riconducibile a un impegno civico di lotta contro la droga, in uno spot propagandistico in vista dell’imminente appuntamento elettorale. Un comune sasso che diventa oro nei sondaggi.

Il primo prodigio di Mida-Salvini

Un episodio isolato? Non sarebbe sufficiente a scomodare gli antichi miti. Esso ne fa venire in mente tanti altri, che costellano la storia dell’impegno pubblico di Matteo Salvini. A cominciare dal suo cavallo di battaglia per le elezioni del marzo 2018, e poi da ministro degli Interni: il problema dell’immigrazione.

Un problema reale e, sempre astrattamente parlando, degno di essere oggetto di attenzione, anche se tutte le statistiche dicevano che già all’inizio di quell’anno gli sbarchi erano diminuiti dell’80%, riducendosi a numeri del tutto gestibili, e che il numero degli stranieri già accolti in Italia erano decisamente inferiore a quello di quasi tutti i paesi europei.

Ma il tocco magico di Mida-Salvini trasformò questa ordinaria amministrazione in una cava d’oro, che permise al suo partito di raddoppiare in pochi mesi i consensi nei sondaggi e di presentarsi agli italiani come il “difensore dei confini” della patria assediata dai barbari.

Con ripercussioni religiose…

Strettamente collegato a questo “prodigio” è stato quello che ha permesso al leader della Lega di trasfigurare in simboli di esclusione il vangelo, il rosario, i santi cattolici, che nella visione della Chiesa, autorevolmente rappresentata da papa Francesco e dalla stragrande maggioranza dei vescovi, erano invece rappresentativi di un messaggio di amore e di accoglienza dei poveri. Suscitando nella popolazione di regioni tradizionalmente fedelissime alla gerarchia ecclesiastica, come la Lombardia e il Veneto, un atteggiamento di sorda diffidenza verso il papa, pubblicamente fischiato per i suoi appelli alla solidarietà. E accaparrandosi i voti della maggioranza del mondo cattolico.

«Pieni poteri»

Ma non basta. Contemporaneamente, durante l’esperienza del governo Lega-5stelle, abbiamo assistito a un altro miracolo: il ministro degli Interni che chiude i porti, come se fosse quello delle infrastrutture (il solo competente a farlo), che detta l’agenda dei rapporti con l’Europa e riceve i capi di Stato stranieri, come se fosse il ministro degli Esteri, che dà istruzioni alle nostre navi da guerra come se fosse il ministro della difesa, che stabilisce i termini della legge di bilancio, come se fosse il ministro dell’economia, che convoca i sindacati, come se fosse quello de lavoro, che decide tutto questo da solo, senza neppure consultare il capo del governo, della cui opinione – come precisa pubblicamente – non tiene alcun conto.

Pieni poteri, di fatto, esercitati con la complice, inaudita debolezza (e quindi complicità) dell’allora premier Conte e dell’altro vice-premier, Di Maio, da cui è scaturita la trasformazione di una carica, che avrebbe dovuto essere esercitata in leale collaborazione con i colleghi di governo al servizio del paese, nell’immagine dell’ “uomo forte”, del “capitano” che può salvare l’Italia. Altre umili pietre cambiate in oro zecchino dall’ infaticabile Mida-Salvini.

«Rialzare la testa»?

Per non parlare dei rapporti con l’Europa, gestiti, come si è detto, dal nostro ministro degli Interni, che lo ha fatto, però, a colpi di dichiarazioni sarcastiche e talora esplicitamente offensive, invece che con trattative concretamente volte a ottenere ciò che l’Italia chiedeva. Col risultato di non ottenere nulla, se non la perdita delle posizioni di prestigio che i passati governi ci avevano assicurato ai vertici dell’UE.

Ma, in compenso, di potersi presentare, da una piazza all’altra, da un salotto televisivo all’altro, come colui che stava finalmente consentendo al nostro paese di «rialzare la testa». Con gli italiani abbagliati dal luccichìo di tanto oro, anche se forse sarebbe stato preferibile partecipare agli incontri con gli gli altri ministri degli Interni (Salvini ne ha disertati sette su otto) per farsi ascoltare dall’Europa, invece di passare il tempo a gridare: «L’Europa ci deve ascoltare!».

La prodigiosa sostituzione della candidata

Un’ultima prodigiosa metamorfosi è questa che si è verificata in Emilia-Romagna, dove il duello all’ultimo voto è stato combattuto dal candidato della sinistra, Bonaccini e dal leader della Lega, che non era affatto candidato, ma che ha spiegato agli emiliani-romagnoli di essere il vero antagonista del governatore uscente, perché il problema del buon governo della loro regione era irrilevante e queste elezioni servivano a portare alle elezioni che avrebbero incoronato lui, Matteo Salvini, dandogli anche formalmente i «pieni poteri» già esercitati nella precedente esperienza di governo.

E il bello è che gli emiliani-romagnoli, che pure hanno una bella tradizione di cittadinanza democratica, invece di chiedere notizie di quella che, in caso di vittoria della Lega, sarebbe in realtà la loro futura governatrice, Lucia Borgonzoni, accettano senza nemmeno stupirsi questa sostituzione di persona. Mida non avrebbe potuto fare di meglio per trasformare i sassi in oro.

Eppure, forse, qualche problema c’è…

Solo che il mito del re della Frisia parla anche di qualche problema, che lo portò a pentirsi di aver chiesto quel dono così stupefacente. Perché scoprì che non riusciva più a nutrirsi: tutto ciò che prendeva in mano per mangiare o per bere si trasformava in oro, prezioso, ma non commestibile.

Analogamente, anche il dono ricevuto da Matteo Salvini di trasformare ogni cosa in propaganda potrebbe alla lunga rivelare i suoi limiti. Perché la religione non può essere trasformata in strumento di consenso elettorale senza perdere qualcosa di essenziale. Alla lunga la gente comincerà a chiedersi se il “capitano”, oltre a giurare sul vangelo, lo ha mai letto, e oltre a sventolare il rosario, lo ha mai in vita sua, almeno una volta recitato.

Ma nemmeno la politica si può ridurre a propaganda. Altro è fare discorsi bellicosi, da “macho”, altro è governare. Per questo Salvini ha mostrato, nella non brevissima esperienza che lo ha visto in prima linea nel governo, scarsa attitudine. Ognuno ha i suoi doni. Lui ha quello di convincere le masse. Ma non è capace – lo si è visto sul campo – di individuare i veri problemi del paese e di affrontarli. Tanto meno di rappresentarci all’estero. Ed anche in occasione di queste elezioni regionali, parla il meno possibile dei problemi del buon governo e punta tutto sulla fandonia del “partito di Bibbiano” (dimenticavo un altro prodigio: la bambina che non era di Bibbiano e che non era stata affatto restituita ala madre, sventolata, al raduno della Lega come una vittoria del partito nella difesa delle famiglie).

Ancora una volta, un problema reale – quello della gestione delle adozioni e degli affidi – da affrontare con rispetto e serietà, trasformato in uno spot del circo mediatico. Voti assicurati. Ma l’oro, quando sostituisce gli alimenti, può essere indigesto…

*Scrittore ed Editorialista. Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.


Leggi anche la Nota della Conferenza episcopale della regione Emilia Romagna in preparazione all'appuntamento elettorale 2020.


MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO PER LA 54ma GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI “Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria” (Es 10,2). La vita si fa storia.


Nel giorno in cui la liturgia fa memoria di San Francesco di Sales, Patrono dei giornalisti, viene pubblicato il Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2020 di Papa Francesco. 
Un Messaggio che abbraccia un orizzonte ben più ampio della professione giornalistica, come del resto Francesco ci ha abituato fin dal suo primo Messaggio per le Comunicazioni Sociali, quello del 2014, quando ha tracciato un collegamento ideale tra la figura evangelica dal Buon Samaritano e la missione svolta oggi dai “buoni comunicatori”.
Di seguito riportiamo il testo integrale del messaggio di quest'anno.


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA 54ma GIORNATA MONDIALE
DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

“Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria” (Es 10,2).
La vita si fa storia.


Desidero dedicare il Messaggio di quest’anno al tema della narrazione, perché credo che per non smarrirci abbiamo bisogno di respirare la verità delle storie buone: storie che edifichino, non che distruggano; storie che aiutino a ritrovare le radici e la forza per andare avanti insieme. Nella confusione delle voci e dei messaggi che ci circondano, abbiamo bisogno di una narrazione umana, che ci parli di noi e del bello che ci abita. Una narrazione che sappia guardare il mondo e gli eventi con tenerezza; che racconti il nostro essere parte di un tessuto vivo; che riveli l’intreccio dei fili coi quali siamo collegati gli uni agli altri.

1. Tessere storie

L’uomo è un essere narrante. Fin da piccoli abbiamo fame di storie come abbiamo fame di cibo. Che siano in forma di fiabe, di romanzi, di film, di canzoni, di notizie…, le storie influenzano la nostra vita, anche se non ne siamo consapevoli. Spesso decidiamo che cosa sia giusto o sbagliato in base ai personaggi e alle storie che abbiamo assimilato. I racconti ci segnano, plasmano le nostre convinzioni e i nostri comportamenti, possono aiutarci a capire e a dire chi siamo.

L’uomo non è solo l’unico essere che ha bisogno di abiti per coprire la propria vulnerabilità (cfr Gen 3,21), ma è anche l’unico che ha bisogno di raccontarsi, di “rivestirsi” di storie per custodire la propria vita. Non tessiamo solo abiti, ma anche racconti: infatti, la capacità umana di “tessere” conduce sia ai tessuti, sia ai testi. Le storie di ogni tempo hanno un “telaio” comune: la struttura prevede degli “eroi”, anche quotidiani, che per inseguire un sogno affrontano situazioni difficili, combattono il male sospinti da una forza che li rende coraggiosi, quella dell’amore. Immergendoci nelle storie, possiamo ritrovare motivazioni eroiche per affrontare le sfide della vita.

L’uomo è un essere narrante perché è un essere in divenire, che si scopre e si arricchisce nelle trame dei suoi giorni. Ma, fin dagli inizi, il nostro racconto è minacciato: nella storia serpeggia il male.

2. Non tutte le storie sono buone

«Se mangerai, diventerai come Dio» (cfr Gen 3,4): la tentazione del serpente inserisce nella trama della storia un nodo duro da sciogliere. “Se possederai, diventerai, raggiungerai…”, sussurra ancora oggi chi si serve del cosiddetto storytelling per scopi strumentali. Quante storie ci narcotizzano, convincendoci che per essere felici abbiamo continuamente bisogno di avere, di possedere, di consumare. Quasi non ci accorgiamo di quanto diventiamo avidi di chiacchiere e di pettegolezzi, di quanta violenza e falsità consumiamo. Spesso sui telai della comunicazione, anziché racconti costruttivi, che sono un collante dei legami sociali e del tessuto culturale, si producono storie distruttive e provocatorie, che logorano e spezzano i fili fragili della convivenza. Mettendo insieme informazioni non verificate, ripetendo discorsi banali e falsamente persuasivi, colpendo con proclami di odio, non si tesse la storia umana, ma si spoglia l’uomo di dignità.

Ma mentre le storie usate a fini strumentali e di potere hanno vita breve, una buona storia è in grado di travalicare i confini dello spazio e del tempo. A distanza di secoli rimane attuale, perché nutre la vita.

In un’epoca in cui la falsificazione si rivela sempre più sofisticata, raggiungendo livelli esponenziali (il deepfake), abbiamo bisogno di sapienza per accogliere e creare racconti belli, veri e buoni. Abbiamo bisogno di coraggio per respingere quelli falsi e malvagi. Abbiamo bisogno di pazienza e discernimento per riscoprire storie che ci aiutino a non perdere il filo tra le tante lacerazioni dell’oggi; storie che riportino alla luce la verità di quel che siamo, anche nell’eroicità ignorata del quotidiano.

3. La Storia delle storie

La Sacra Scrittura è una Storia di storie. Quante vicende, popoli, persone ci presenta! Essa ci mostra fin dall’inizio un Dio che è creatore e nello stesso tempo narratore. Egli infatti pronuncia la sua Parola e le cose esistono (cfr Gen 1). Attraverso il suo narrare Dio chiama alla vita le cose e, al culmine, crea l’uomo e la donna come suoi liberi interlocutori, generatori di storia insieme a Lui. In un Salmo, la creatura racconta al Creatore: «Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda […]. Non ti erano nascoste le mie ossa, quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra» (139,13-15). Non siamo nati compiuti, ma abbiamo bisogno di essere costantemente “tessuti” e “ricamati”. La vita ci è stata donata come invito a continuare a tessere quella “meraviglia stupenda” che siamo.

In questo senso la Bibbia è la grande storia d’amore tra Dio e l’umanità. Al centro c’è Gesù: la sua storia porta a compimento l’amore di Dio per l’uomo e al tempo stesso la storia d’amore dell’uomo per Dio. L’uomo sarà così chiamato, di generazione in generazione, a raccontare e fissare nella memoria gli episodi più significativi di questa Storia di storie, quelli capaci di comunicare il senso di ciò che è accaduto.

Il titolo di questo Messaggio è tratto dal libro dell’Esodo, racconto biblico fondamentale che vede Dio intervenire nella storia del suo popolo. Infatti, quando i figli d’Israele schiavizzati gridano a Lui, Dio ascolta e si ricorda: «Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe. Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero» (Es 2,24-25). Dalla memoria di Dio scaturisce la liberazione dall’oppressione, che avviene attraverso segni e prodigi. È a questo punto che il Signore consegna a Mosè il senso di tutti questi segni: «perché tu possa raccontare e fissare nella memoria di tuo figlio e del figlio di tuo figlio i segni che ho compiuti: così saprete che io sono il Signore!» (Es 10,2). L’esperienza dell’Esodo ci insegna che la conoscenza di Dio si trasmette soprattutto raccontando, di generazione in generazione, come Egli continua a farsi presente. Il Dio della vita si comunica raccontando la vita.

Gesù stesso parlava di Dio non con discorsi astratti, ma con le parabole, brevi narrazioni, tratte dalla vita di tutti i giorni. Qui la vita si fa storia e poi, per l’ascoltatore, la storia si fa vita: quella narrazione entra nella vita di chi l’ascolta e la trasforma.

Anche i Vangeli, non a caso, sono dei racconti. Mentre ci informano su Gesù, ci “performano”[1] a Gesù, ci conformano a Lui: il Vangelo chiede al lettore di partecipare alla stessa fede per condividere la stessa vita. Il Vangelo di Giovanni ci dice che il Narratore per eccellenza – il Verbo, la Parola – si è fatto narrazione: «Il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha raccontato» (Gv 1,18). Ho usato il termine “raccontato” perché l’originale exeghésato può essere tradotto sia “rivelato” sia “raccontato”. Dio si è personalmente intessuto nella nostra umanità, dandoci così un nuovo modo di tessere le nostre storie.

4. Una storia che si rinnova

La storia di Cristo non è un patrimonio del passato, è la nostra storia, sempre attuale. Essa ci mostra che Dio ha preso a cuore l’uomo, la nostra carne, la nostra storia, fino a farsi uomo, carne e storia. Ci dice pure che non esistono storie umane insignificanti o piccole. Dopo che Dio si è fatto storia, ogni storia umana è, in un certo senso, storia divina. Nella storia di ogni uomo il Padre rivede la storia del suo Figlio sceso in terra. Ogni storia umana ha una dignità insopprimibile. Perciò l’umanità merita racconti che siano alla sua altezza, a quell’altezza vertiginosa e affascinante alla quale Gesù l’ha elevata.

«Voi – scriveva San Paolo – siete una lettera di Cristo scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole di cuori umani» (2 Cor 3,3). Lo Spirito Santo, l’amore di Dio, scrive in noi. E scrivendoci dentro fissa in noi il bene, ce lo ricorda. Ri-cordare significa infatti portare al cuore, “scrivere” sul cuore. Per opera dello Spirito Santo ogni storia, anche quella più dimenticata, anche quella che sembra scritta sulle righe più storte, può diventare ispirata, può rinascere come capolavoro, diventando un’appendice di Vangelo. Come le Confessioni di Agostino. Come il Racconto del Pellegrino di Ignazio. Come la Storia di un’anima di Teresina di Gesù Bambino. Come i Promessi Sposi, come I fratelli Karamazov. Come innumerevoli altre storie, che hanno mirabilmente sceneggiato l’incontro tra la libertà di Dio e quella dell’uomo. Ciascuno di noi conosce diverse storie che profumano di Vangelo, che hanno testimoniato l’Amore che trasforma la vita. Queste storie reclamano di essere condivise, raccontate, fatte vivere in ogni tempo, con ogni linguaggio, con ogni mezzo.

5. Una storia che ci rinnova

In ogni grande racconto entra in gioco il nostro racconto. Mentre leggiamo la Scrittura, le storie dei santi, e anche quei testi che hanno saputo leggere l’anima dell’uomo e portarne alla luce la bellezza, lo Spirito Santo è libero di scrivere nel nostro cuore, rinnovando in noi la memoria di quello che siamo agli occhi di Dio. Quando facciamo memoria dell’amore che ci ha creati e salvati, quando immettiamo amore nelle nostre storie quotidiane, quando tessiamo di misericordia le trame dei nostri giorni, allora voltiamo pagina. Non rimaniamo più annodati ai rimpianti e alle tristezze, legati a una memoria malata che ci imprigiona il cuore ma, aprendoci agli altri, ci apriamo alla visione stessa del Narratore. Raccontare a Dio la nostra storia non è mai inutile: anche se la cronaca degli eventi rimane invariata, cambiano il senso e la prospettiva. Raccontarsi al Signore è entrare nel suo sguardo di amore compassionevole verso di noi e verso gli altri. A Lui possiamo narrare le storie che viviamo, portare le persone, affidare le situazioni. Con Lui possiamo riannodare il tessuto della vita, ricucendo le rotture e gli strappi. Quanto ne abbiamo bisogno, tutti!

Con lo sguardo del Narratore – l’unico che ha il punto di vista finale – ci avviciniamo poi ai protagonisti, ai nostri fratelli e sorelle, attori accanto a noi della storia di oggi. Sì, perché nessuno è una comparsa nella scena del mondo e la storia di ognuno è aperta a un possibile cambiamento. Anche quando raccontiamo il male, possiamo imparare a lasciare lo spazio alla redenzione, possiamo riconoscere in mezzo al male anche il dinamismo del bene e dargli spazio.

Non si tratta perciò di inseguire le logiche dello storytelling, né di fare o farsi pubblicità, ma di fare memoria di ciò che siamo agli occhi di Dio, di testimoniare ciò che lo Spirito scrive nei cuori, di rivelare a ciascuno che la sua storia contiene meraviglie stupende. Per poterlo fare, affidiamoci a una donna che ha tessuto l’umanità di Dio nel grembo e, dice il Vangelo, ha tessuto insieme tutto quanto le avveniva. La Vergine Maria tutto infatti ha custodito, meditandolo nel cuore (cfr Lc 2,19). Chiediamo aiuto a lei, che ha saputo sciogliere i nodi della vita con la forza mite dell’amore:

O Maria, donna e madre, tu hai tessuto nel grembo la Parola divina, tu hai narrato con la tua vita le opere magnifiche di Dio. Ascolta le nostre storie, custodiscile nel tuo cuore e fai tue anche quelle storie che nessuno vuole ascoltare. Insegnaci a riconoscere il filo buono che guida la storia. Guarda il cumulo di nodi in cui si è aggrovigliata la nostra vita, paralizzando la nostra memoria. Dalle tue mani delicate ogni nodo può essere sciolto. Donna dello Spirito, madre della fiducia, ispira anche noi. Aiutaci a costruire storie di pace, storie di futuro. E indicaci la via per percorrerle insieme.

Roma, presso San Giovanni in Laterano, 24 gennaio 2020, Memoria di San Francesco di Sales

Franciscus

[1] Cfr Benedetto XVI, Enc. Spe salvi, 2: «Il messaggio cristiano non era solo “informativo”, ma “performativo”. Ciò significa: il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita».


“Quando si apre una porta non si chiude più ... Tutti abbiamo bisogno di essere accolti.” Antonio Silvio Calò insieme alla moglie Nicoletta aveva adottato sei profughi che ora sono tutti integrati, realizzati e liberi.


Aveva adottato sei profughi, 
ora sono tutti integrati, realizzati e liberi

Anche l'ultimo dei sei rifugiati che era stato accolto dalla famiglia Calò ha trovato un lavoro e ha lasciato l'abitazione. Una storia a lieto fine


Il primo a lasciare la casa tre mesi fa è stato Saiou, 23 anni, ghanese, grazie a un lavoro regolare e alla possibilità di pagarsi un affitto. Dopo di lui hanno potuto lasciare il nido anche Braima, 34 anni e Tidajane 28 della Guinea Bissau. Poi è stata la volta di Saed e di Mohamed, gambiani di 29 anni entrambi. L’ultimo a salutare tutti il 31 dicembre scorso è stato Siaka, 23 anni, della Costa d’Avorio, anche lui ormai con un lavoro fisso e in grado di proseguire in autonomia la sua strada, con le proprie gambe. Dopo quattro anni e mezzo i sei profughi accolti dalla famiglia del professor Antonio Silvio Calò hanno lasciato tutti la casa di Camalò di Povegliano in provincia di Treviso.

Erano entrati per la prima volta l’8 giugno del 2015. Dopo esser scesi da un pullman partito dalla Sicilia. Oggi tutti e sei, oltre che sul riconoscimento giuridico ottenuto – il permesso umanitario o sussidiario - possono contare su un lavoro regolare. Per quattro di loro si tratta di un impiego a tempo indeterminato. Sono tutti perfettamente integrati e chi è sposato con figli potrà avere presto il ricongiungimento familiare: “Il nostro sogno di un’altra accoglienza, diversa ma possibile si è realizzato – spiega Antonio Silvio Calò, professore di Storia e Filosofia in un liceo trevigiano che per primo in Italia insieme alla moglie Nicoletta, anche lei insegnante, ha aperto la sua abitazione ai migranti coniando un’inedita forma di accoglienza “formato famiglia” – Come padre di famiglia sento che il cerchio si è chiuso, com’è nella natura delle cose.                                                                                                       

Così è stato per i miei quattro figli Andrea, Giovanni, Elena e Francesco quando per la prima volta chi per studio, chi per lavoro, hanno lasciato casa. Adesso anche questi figli se ne sono andati. Ma noi ci saremo sempre per loro e loro ci saranno per noi. Come cittadino invece mi sento di dire che questa esperienza lascia una grandissima gioia e una forza morale incredibile. E’ una forma di accoglienza possibile. Si può fare. E se ce la può fare una semplice famiglia come la nostra non vedo come non ce la possa fare uno Stato”. Il 18 novembre 2015, al Quirinale, Antonio Calò ricevette dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella la nomina di Ufficiale dell’ordine al Merito “per l’esempio di civiltà e generosità che ha fornito a sei giovani profughi giunti da Lampedusa alla provincia di Treviso”.

La sua famiglia, madre, padre e quattro figli è stata la prima in Italia a prendere la decisione di stringersi un po’ in casa propria per far posto a sei profughi sotto il loro stesso tetto. Era diventata per questo un simbolo di accoglienza. Un caso unico, senza precedenti, pionieri nell’emergenza sbarchi. Ora che la loro storia di accoglienza formato famiglia è giunta al suo lieto fine, la famiglia Calò è già pronta a presentare il progetto al Parlamento europeo e all’Onu: “Voglio poter spiegare come un modello di accoglienza diffusa sia possibile – spiega Calò – Certo ci vuole impegno, tenacia e determinazione. Serve una pianificazione a lungo termine. La questione non si risolve con uno schiocco di dita, ma se si vuole si può fare. Soltanto quando non c’è la volontà politica non si può fare nulla”.

La formula già pronta ad approdare in Europa prende il nome dagli stessi numeri dell’esperienza di accoglienza vissuta in casa. “Sei più sei, per sei”. Vale a dire sei migranti per ogni Comune di 5 mila abitanti. E ogni sei gruppi di richiedenti asilo un team di sei operatori, dai medici agli psicologi, dagli avvocati ai docenti, al lavoro insieme per favorire l’integrazione. E ora che anche l’ultimo dei migranti accolti, Siaka, ha lasciato l’abitazione in provincia di Treviso in casa restano solo i figli più giovani. Visto che Antonio e Nicoletta da dicembre 2017 hanno detto sì a una nuova esperienza di comunità pastorale tra consacrati e laici. Scegliendo di andare a vivere nella canonica della parrocchia di Santa Maria del Sile a Treviso insieme al parroco don Giovanni Kirschner per condividere ancora una volta l’abitazione con giovani, italiani e non.

Sono già sette i ragazzi e le ragazze che per periodi più o meno lunghi qui hanno trovato casa: “Quando si apre una porta non si chiude più – conclude il professor Calò – L’esperienza di accoglienza vissuta è stata unica nel suo genere. Portando un cambiamento di vita sul piano umano, sociale e familiare. Tutti abbiamo bisogno di essere accolti. Adesso vogliamo continuare sulla strada dell’accoglienza con una attenzione particolare alle persone sole. Soprattutto i giovani più deboli e fragili ai quali serve dare speranza”.

Questa piccola grande ospitalità di Enzo Bianchi


Antony Gormley sull'isola di Delos

Questa piccola grande ospitalità

di Enzo Bianchi




Mai come oggi le parole accoglienza e ospitalità risuonano con frequenza sulle nostre labbra, segnate da sentimenti e accenti diversi. A volte sono considerate parole evocatrici di virtù, altre volte sono impiegate per definire atteggiamenti detestabili, ritenuti contrari al bene comune.

Quando si parla di accoglienza, ci si riferisce soprattutto all’atteggiamento che si deve o non si deve assumere nei confronti dei migranti che approdano sulle nostre terre, attraversando il Mediterraneo. Ma l’accoglienza e l’ospitalità dovrebbero essere innanzitutto realtà quotidiane, che pratichiamo per andare oltre il dialogo, oltre l’incontro, verso una comunicazione più vitale, verso la comunione. L’ospitalità, infatti, non si ferma all’incontro con l’altro sul terreno neutrale di una lingua comune, ma lascia entrare l’altro nel proprio spazio, nella propria casa.

L’ospitalità è una comunicazione fatta di gesti meno ambigui e nel contempo meno espliciti delle parole, ma capaci di accendere una generosa e benevola relazione con l’altro. L’ospitalità riguarda la relazione io-tu che non può essere letta come minaccia alla centralità della mia persona ma come evento in cui io stesso mi costituisco, divento più umano: mai senza l’altro.

D’altronde, fin dall’inizio della nostra esistenza siamo segnati dalla presenza dell’altro: l’altro che è in competizione con noi per l’amore di nostra madre (padre, fratelli, sorelle); l’altro che minaccia la mia unicità e la mia centralità, ma che può essere alleato, complice, amato e amante. L’ospitalità sta nello spazio dell’etica, ed è significativo che Tacito attesti che la parola latina humanitas sia sinonimo di hospitalitas. Si diventa umani attraverso la pratica dell’ospitalità.

L’ospitalità concerne molte dimensioni della nostra vita, nelle relazioni personali e nelle storie condivise, negli incontri sociali, politici o religiosi. Nell’antichità, nel nostro Mediterraneo, l’ospitalità era ritenuta una grazia più che una virtù, perché si pensava che stranieri e viandanti fossero inviati dagli dèi e che, ospitando chi si presentava alla porta di casa, si ospitasse Dio. La filantropia, cioè l’amore per l’umanità, era associata all’amore di Dio, e questa certezza ispirava un’ospitalità sacra, assoluta, gratuita.

Oggi invece le nostre case sono sovente inaccessibili, le nostre abitazioni piccole e l’ospitalità concreta, vera, quella di chi invita in casa e alla propria tavola, è ormai diventata rara. E pensare che pochi decenni fa, nelle nostre terre, quando c’era un pasto di festa si lasciava sempre una sedia vuota attorno alla tavola, ripetendo: “Se arriva un ospite inatteso, tutto è pronto”.

Pubblicato su: La Repubblica (20/01/2020)


giovedì 23 gennaio 2020

Omelia p. Gregorio Battaglia (VIDEO) - II Domenica del Tempo Ordinario / A - 19/01/2020



Omelia p. Gregorio Battaglia



 II Domenica del Tempo Ordinario / A - 

19/01/2020

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto








... (Gesù) si presenta come colui che prende su di sé tutta la nefandezza della nostra umanità e dice Giovanni: "io ho contemplato, ho visto quanta potenza di Spirito c'è in Lui" e parlare di Spirito in questo caso è parlare di potenza di amore. 
Quanto amore, quanta presenza di Dio in Lui, è come se Dio dimorasse in Lui, avesse preso dimora in Lui, il suo modo di parlare, il suo modo di respirare, il suo modo di relazionarsi ci parla di Dio, manifesta di Dio, profuma di Dio. Parlare di questo Spirito che unge, che inzuppa la vita di Gesù; la carne di Gesù è inzuppata di questo Spirito. E noi siamo stati battezzati in Lui, immersi in Lui. Essere immersi in Lui significa sprofondare in questo amore! ...

Chi siamo noi? Amati, chiamati alla santità, chiamati a vivere con questa logica di Dio! Sia questo il nostro programma di vita.


Guarda il video


«Noi, come cristiani, dobbiamo lavorare insieme per mostrare ai migranti l’amore di Dio rivelato da Gesù Cristo. Possiamo e dobbiamo testimoniare che non ci sono soltanto l’ostilità e l’indifferenza, ma che ogni persona è preziosa per Dio e amata da Lui.» Papa Francesco Udienza Generale 22/01/2020 (foto, testo e video)

UDIENZA GENERALE
Aula Paolo VI
Mercoledì, 22 gennaio 2020




Il Papa ha fatto il suo ingresso in Aula Paolo VI intorno alle 9.10 e appena ha cominciato a percorrere a piedi il corridoio centrale, acclamato dalla folla, ha subito fatto l’ormai consueto “scambio dello zucchetto”, che ha poi ripetuto lungo il tragitto. Tra i 7mila fedeli presenti in Aula Paolo VI, anche un gruppi di ministranti con l’abito bianco. Tra i doni ricevuti, spiccava un bouquet da sposa, con rose bianche e gialle. Moltissimi anche i biglietti e i disegni colorati dei bambini, con i quali Francesco si è fermato amabilmente a chiacchierare qualche minuto. Non sono mancate le foto da autografare, che il Papa ha siglato con un pennarello nero, insieme a una copia dell’esortazione apostolica dedicata ai giovani, “Christus vivit”.















Catechesi: Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. “Ci trattarono con gentilezza” (cfr At 28,2)


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La catechesi di oggi è intonata alla Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Il tema di quest’anno, che è quello dell’ospitalità, è stato sviluppato dalle comunità di Malta e Gozo, a partire dal passo degli Atti degli Apostoli che narra dell’ospitalità riservata dagli abitanti di Malta a San Paolo e ai suoi compagni di viaggio, naufragati insieme con lui. Proprio a questo episodio mi riferivo nella catechesi di due settimane fa.

Ripartiamo dunque dall’esperienza drammatica di quel naufragio. La nave su cui viaggia Paolo è in balia degli elementi. Da quattordici giorni sono in mare, alla deriva, e poiché né il sole né le stelle sono visibili, i viaggiatori si sentono disorientati, persi. Sotto di loro il mare s’infrange violento contro la nave ed essi temono che quella si spezzi sotto la forza delle onde. Dall’alto sono sferzati dal vento e dalla pioggia. La forza del mare e della tempesta è terribilmente potente e indifferente al destino dei naviganti: erano più di 260 persone!

Ma Paolo che sa che non è così, parla. La fede gli dice che la sua vita è nelle mani di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, e che ha chiamato lui, Paolo, per portare il Vangelo sino ai confini della terra. La sua fede gli dice anche che Dio, secondo quanto Gesù ha rivelato, è Padre amorevole. Perciò Paolo si rivolge ai compagni di viaggio e, ispirato dalla fede, annuncia loro che Dio non permetterà che un capello del loro capo vada perduto.

Questa profezia si avvera quando la nave si arena sulla costa di Malta e tutti i passeggeri raggiungono sani e salvi la terra ferma. E lì sperimentano qualcosa di nuovo. In contrasto con la brutale violenza del mare in tempesta, ricevono la testimonianza della “rara umanità” degli abitanti dell’isola. Questa gente, per loro straniera, si mostra attenta ai loro bisogni. Accendono un fuoco perché si riscaldino, offrono loro riparo dalla pioggia e del cibo. Anche se non hanno ancora ricevuto la Buona Novella di Cristo, manifestano l’amore di Dio in atti concreti di gentilezza. Infatti, l’ospitalità spontanea e i gesti premurosi comunicano qualcosa dell’amore di Dio. E l’ospitalità degli isolani maltesi è ripagata dai miracoli di guarigione che Dio opera attraverso Paolo sull’isola. Quindi, se la gente di Malta fu un segno della Provvidenza di Dio per l’Apostolo, anche lui fu testimone dell’amore misericordioso di Dio per loro.

Carissimi, l’ospitalità è importante; ed è pure un’importante virtù ecumenica. Anzitutto significa riconoscere che gli altri cristiani sono veramente nostri fratelli e nostre sorelle in Cristo. Siamo fratelli. Qualcuno ti dirà: “Ma quello è protestante, quello ortodosso …” Sì, ma siamo fratelli in Cristo. Non è un atto di generosità a senso unico, perché quando ospitiamo altri cristiani li accogliamo come un dono che ci viene fatto. Come i maltesi – bravi questi maltesi - siamo ripagati, perché riceviamo ciò che lo Spirito Santo ha seminato in questi nostri fratelli e sorelle, e questo diventa un dono anche per noi, perché anche lo Spirito Santo semina le sue grazie dappertutto. Accogliere cristiani di un’altra tradizione significa in primo luogo mostrare l’amore di Dio nei loro confronti, perché sono figli di Dio – fratelli nostri -, e inoltre significa accogliere ciò che Dio ha compiuto nella loro vita. L’ospitalità ecumenica richiede la disponibilità ad ascoltare gli altri, prestando attenzione alle loro storie personali di fede e alla storia della loro comunità, comunità di fede con un'altra tradizione diversa dalla nostra. L’ospitalità ecumenica comporta il desiderio di conoscere l’esperienza che altri cristiani fanno di Dio e l’attesa di ricevere i doni spirituali che ne derivano. E questa è una grazia, scoprire questo è una grazia. Io penso ai tempi passati, alla mia terra per esempio. Quando venivano alcuni missionari evangelici, un gruppetto di cattolici andava a bruciare le tende. Questo no: non è cristiano. Siamo fratelli, siamo tutti fratelli e dobbiamo fare l’ospitalità l’un l’altro.

Oggi, il mare sul quale fecero naufragio Paolo e i suoi compagni è ancora una volta un luogo pericoloso per la vita di altri naviganti. In tutto il mondo uomini e donne migranti affrontano viaggi rischiosi per sfuggire alla violenza, per sfuggire alla guerra, per sfuggire alla povertà. Come Paolo e i suoi compagni sperimentano l’indifferenza, l’ostilità del deserto, dei fiumi, dei mari… Tante volte non li lasciano sbarcare nei porti. Ma, purtroppo, a volte incontrano anche l’ostilità ben peggiore degli uomini. Sono sfruttati da trafficanti criminali: oggi! Sono trattati come numeri e come una minaccia da alcuni governanti: oggi! A volte l’inospitalità li rigetta come un’onda verso la povertà o i pericoli da cui sono fuggiti.

Noi, come cristiani, dobbiamo lavorare insieme per mostrare ai migranti l’amore di Dio rivelato da Gesù Cristo. Possiamo e dobbiamo testimoniare che non ci sono soltanto l’ostilità e l’indifferenza, ma che ogni persona è preziosa per Dio e amata da Lui. Le divisioni che ancora esistono tra di noi ci impediscono di essere pienamente il segno dell’amore di Dio. Lavorare insieme per vivere l’ospitalità ecumenica, in particolare verso coloro la cui vita è più vulnerabile, ci renderà tutti noi cristiani – protestanti, ortodossi, cattolici, tutti i cristiani - esseri umani migliori, discepoli migliori e un popolo cristiano più unito. Ci avvicinerà ulteriormente all’unità, che è la volontà di Dio per noi. 

Guarda il video della catechesi

Saluti:
...

APPELLO

Il prossimo 25 gennaio, nell’Estremo Oriente e in varie altre parti del mondo, molti milioni di uomini e donne celebreranno il capodanno lunare.

Invio a loro il mio saluto cordiale, augurando in particolare alle famiglie di essere luoghi di educazione alle virtù dell’accoglienza, della saggezza, del rispetto per ogni persona e dell’armonia con il creato.

Invito tutti a pregare anche per la pace, per il dialogo e per la solidarietà tra le nazioni: doni quanto mai necessari al mondo di oggi.

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana. ...

Saluto infine i giovani, gli anziani, gli ammalati e gli sposi novelli. Sabato prossimo celebreremo la Festa della Conversione di San Paolo. L’esempio dell’Apostolo delle genti, ci sostenga nella missione di annunciare la salvezza di Cristo a tutti, impegnando le nostre energie migliori.

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