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lunedì 6 aprile 2020

«Io vorrei che oggi pregassimo per il problema del sovraffollamento nelle carceri. ... Saremo giudicati per il nostro rapporto con i poveri.» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
6 aprile 2020
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Il Papa prega per i detenuti e pensa ai poveri: in loro si identifica Gesù

Nella Messa a Santa Marta, Francesco torna a rivolgere il suo pensiero ai carcerati e al problema grave del sovraffollamento degli istituti di pena, pregando affinché i responsabili trovino delle soluzioni. Nell'omelia, parla dei poveri, vittime dell'ingiustizia delle politiche economiche mondiali, e ricorda: alla fine della vita saremo giudicati sul nostro rapporto coi poveri


Papa Francesco presiede la Messa a Casa Santa Martanel lunedì della Settimana Santa. Nell’introdurre la celebrazione, prega per il problema del sovraffollamento nelle carceri:

Penso ad un problema grave che c’è in parecchie parti del mondo. Io vorrei che oggi pregassimo per il problema del sovraffollamento nelle carceri. Dove c’è un sovraffollamento – tanta gente lì – c’è il pericolo, in questa pandemia, che finisca in una calamità grave. Preghiamo per i responsabili, per coloro che devono prendere le decisioni in questo, perché trovino una strada giusta e creativa per risolvere il problema.

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Nell’omelia, Francesco commenta il passo del Vangelo di Giovanni (Gv 12, 1-11) in cui Maria, sorella di Lazzaro, cosparge i piedi di Gesù di un profumo prezioso, provocando le critiche di Giuda: quel profumo - dice colui che si apprestava a tradire il Signore – poteva essere venduto e il ricavato dato ai poveri. L’evangelista nota che disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù gli risponde: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Il Papa parla dei poveri: ce ne sono tanti, in gran parte sono nascosti e non li vediamo perché siamo indifferenti. Tanti poveri sono vittime delle politiche finanziarie e dell’ingiustizia strutturale dell’economia mondiale. Tanti poveri si vergognano di non avere mezzi e vanno alla Caritas di nascosto. I poveri – ricorda il Papa – li incontreremo nel giudizio finale: Gesù si identifica in loro. Saremo giudicati sul nostro rapporto con i poveri.

Di seguito il testo dell'omelia secondo una nostra trascrizione:

Questo passo finisce con un’osservazione: “I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Lazzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù”. L’altro giorno abbiamo visto i passi della tentazione: la seduzione iniziale, l’illusione, poi cresce – secondo passo – e terzo, cresce e si contagia e si giustifica. Ma c’è un altro passo: va avanti, non si ferma. Per questi non era sufficiente mettere a morte Gesù, ma adesso anche Lazzaro, perché era un testimone di vita.

Ma io vorrei oggi soffermarmi su una parola di Gesù. Sei giorni prima della Pasqua – siamo proprio alla porta della Passione -, Maria fa questo gesto di contemplazione: Marta serviva – come l’altro passo – e Maria apre la porta alla contemplazione. E Giuda pensa ai soldi e pensa ai poveri, ma non perché gli importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Questa storia dell’amministratore non fedele è sempre attuale, sempre ce ne sono, anche a un alto livello: pensiamo ad alcune organizzazioni di beneficenza o umanitarie che hanno tanti impiegati, tanti, che hanno una struttura molto ricca di gente e alla fine arriva ai poveri il quaranta percento, perché il sessanta è per pagare lo stipendio a tanta gente. È un modo di prendere i soldi dei poveri. Ma la risposta è Gesù. E qui voglio fermarmi: “I poveri infatti li avete sempre con voi”. Questa è una verità: “I poveri infatti li avete sempre con voi”. I poveri ci sono. Ce ne sono tanti: c’è il povero che noi vediamo, ma questa è la minima parte; la grande quantità dei poveri sono coloro che noi non vediamo: i poveri nascosti. E noi non li vediamo perché entriamo in questa cultura dell’indifferenza che è negazionista e neghiamo: “No, no, non ce ne sono tanti, non si vedono; si, quel caso …”, diminuendo sempre la realtà dei poveri. Ma ce ne sono tanti, tanti.

O anche, se non entriamo in questa cultura dell’indifferenza, c’è un’abitudine di vedere i poveri come ornamenti di una città: sì, ci sono, come le statue; sì, ci sono, si vedono; sì, quella vecchietta che chiede l’elemosina, quell’altro ... Ma come [se fosse] una cosa normale. È parte dell’ornamentazione della città avere dei poveri. Ma la grande maggioranza sono i poveri vittime delle politiche economiche, delle politiche finanziarie. Alcune recenti statistiche fanno il riassunto così: ci sono tanti soldi in mano a pochi e tanta povertà in tanti, in molti. E questa è la povertà di tanta gente vittima dell’ingiustizia strutturale dell’economia mondiale. E [ci sono] tanti poveri che provano vergogna di far vedere che non arrivano a fine mese; tanti poveri del ceto medio, che vanno di nascosto alla Caritas e di nascosto chiedono e provano vergogna. I poveri sono molto più dei ricchi; molto, molto … E quello che dice Gesù è vero: “I poveri infatti li avete sempre con voi”. Ma io li vedo? Io me ne accorgo di questa realtà? Soprattutto della realtà nascosta, coloro che provano vergogna di dire che non arrivano a fine mese.

Ricordo che a Buenos Aires mi avevano detto che l’edificio di una fabbrica abbandonata, vuota da anni, era abitata da una quindicina di famiglie che erano arrivate in quegli ultimi mesi. Io sono andato lì. Erano famiglie con bambini e avevano preso ognuno una parte della fabbrica abbandonata per vivere. E, guardando, ho visto che ogni famiglia aveva dei mobili buoni, mobili che ha un ceto medio, avevano la televisione, ma sono andati lì perché non potevano pagare l’affitto. I nuovi poveri che devono lasciare la casa perché non possono pagarla, vanno lì. È quell’ingiustizia dell’organizzazione economica o finanziaria che li porta così. E ce ne sono tanti, tanti, a tal punto che li incontreremo nel giudizio. La prima domanda che ci farà Gesù è: “Come vai con i poveri? Hai dato da mangiare? Quando era in carcere, lo hai visitato? In ospedale, lo hai visto? Hai assistito la vedova, l’orfano? Perché lì ero Io”. E su questo saremo giudicati. Non saremo giudicati per il lusso o i viaggi che facciamo o l ‘importanza sociale che avremo. Saremo giudicati per il nostro rapporto con i poveri. Ma se io, oggi, ignoro i poveri, li lascio da parte, credo che non ci siano, il Signore mi ignorerà nel giorno del giudizio. Quando Gesù dice: “I poveri li avete sempre con voi”, vuol dire: “Io, sarò sempre con voi nei poveri. Sarò presente lì”. E questo non è fare il comunista, questo è il centro del Vangelo: noi saremo giudicati su questo.

Prima di lasciare la Cappella dedicata allo Spirito Santo, è stata intonata l’antica antifona mariana Ave Regina Caelorum ("Ave Regina dei Cieli"):

“Ave, Regina dei Cieli, ave, Signora degli angeli; porta e radice di salvezza, rechi nel mondo la luce. Godi, Vergine gloriosa, bella fra tutte le donne; salve, o tutta santa, prega per noi Cristo Signore”.
(fonte: Vatican News 6/04/2020)

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"Pensavamo di “rimanere sempre sani in un mondo malato ... La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti. Sì, preghiera e servizio vincono" Omelia don Matteo Zuppi, cardinale

"Pensavamo di rimanere sempre sani in un mondo malato ... 
La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti. 
Diventiamo noi segni di pace e di amore con la nostra vita"
Omelia don Matteo Zuppi, cardinale

Domenica delle Palme 
Bologna, cattedrale
05.04.2020


Questa domenica ci mostra con evidente chiarezza i due movimenti della vita: gioia e sofferenza; vittoria e sconfitta, speranza e delusione, inizio e fine, unione e divisione, amore e male. Gesù re e Gesù sconfitto. Siamo al termine di una Quaresima che tanto ci ha fatto passare dall’esistenza alla storia, che ci ha resi consapevoli, forse come non mai, del gemito della creazione e delle creature, che anelano alla gioia che non finisce, alla vittoria sul male, al compimento della speranza, ad un inizio che non veda la conclusione, ad essere una cosa sola tra loro e con Dio.

Sentiamo tanta amarezza per non poterci riunire con le nostre comunità! Non ci abitueremo mai a questa assenza, anzi, capiamo quanto abbiamo bisogno della comunione con la Parola e con il Corpo di Gesù e con il Corpo di Gesù che è la Chiesa, i fratelli! E’ una scelta amara che non è certo frutto di pavidità, ma di responsabilità per evitare sofferenze e situazioni pericolose per sé e per gli altri. Speriamo, questo sì, che possa terminare presto.

L’assenza ci spinge a cercare l’essenziale ed a fare crescere tra noi la comunione di spirito, non digitale, che dona anima alle nostre relazioni. Tutto è grazia, sempre, anche nella disgrazia, perché si rivela qual è la forza di Dio: “Volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte”. 
Gesù entra nelle nostre case perché possiamo aprirci al suo amore, crescere, fiorire come fioriscono gli alberi, come fiorisce chi viene amato. Sono giorni segnati da tanta sofferenza, a volte cupi, nonostante la bellezza del creato e della primavera, surreali, che sembrano infiniti e che stordiscono. La malattia ha spento la vita di tanti (i nomi li ricorderemo questa sera al Rosario, perché sono persone e non numeri) ed ha seminato dolore e solitudine.

Capiamo che non si può mai lasciare nessuno solo! Si rivelano anche le conseguenze di tante complicità con il male, lontane e recenti, perché “non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato”, perché pensavamo di “rimanere sempre sani in un mondo malato”.

E il domani richiede riparare il mondo, ad iniziare da aiutare chi è vittima più debole di tante ingiustizie. Ma in questi giorni abbiamo visto anche la grandezza di persone che non si arrendono, che amano e difendono la fragilità delle vita. Le ricordo sempre con le parole di Papa Francesco: “Persone comuni – solitamente dimenticate –che stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti”. Sì, preghiera e servizio vincono.

La passione di Gesù ci chiede di diventare persone interiori, cioè che maturano una scelta profonda, non superficiale o legata al momento. Lasciamolo entrare nella terra buona del nostro giardino perché dia frutti.

Lui viene e nessuno è solo e nessuno si senta dimenticato, soprattutto chi è isolato o ammalato. Gesù ci chiede con la sua passione: mi aiuti a vincere ogni male con l’amore anche quando l’emergenza finirà? Scegli di stare con me vivendo non più per te stesso, malinconico e possessivo, rassegnato e aggressivo, ma amato e pieno di amore da donare al prossimo? Scegli di rendere migliore questa casa comune, il nostro villaggio globale, che abbiamo visto quanto soffre e quanto è ingiusto?

Gesù è così diverso dai re di questo mondo e dai tanti che li copiano, re perché fanno pagare agli altri, che piegano tutto al proprio interesse, che impongono se stessi, che cercano di essere serviti e non di servire, che si credono grandi per quello che hanno e non che sono. Gesù esalta gli altri e non se stesso.

Il suo amore ci fa capire da che parte sta Dio e lo ringraziamo perché fa sua la nostra fragilità, prende su di sé tutti i virus. Abbiamo capito fisicamente essendo tutti colpiti e tutti come dei sopravvissuti. Seguendo Lui entriamo di nuovo anche noi nella nostra città, perché il suo amore ce la fa vedere in maniera diversa e ci porta dove noi non andremmo. Prepariamo già da oggi nei piccoli gesti un tempo migliore e seguiamo in questi giorni il Signore, leggendo la sua passione e chiedendoci dove siamo noi.

Il ramo di ulivo o di qualsiasi arbusto significa anche che tutto può diventare segno di accoglienza e di protezione, ognuno il suo, come può. Siamo noi stessi rami che accolgono e seguono Gesù, vero Re, mite e umile, che ama fino alla fine.

Diventiamo noi segni di pace e di amore con la nostra vita, debole com’è, grande se umile e grande nei gesti piccoli di servizio al prossimo, essendo suoi, cristiani, amati da un uomo così che “davvero è Figlio di Dio”

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Omelia integrale

domenica 5 aprile 2020

“Entriamo nella Settimana Santa con quella passione che non è soltanto sofferenza ma è, soprattutto, amore più grande, amore che vince la morte, amore che tutto sopporta" Omelia don Franco Montenegro, cardinale

“Entriamo nella Settimana Santa 
 con quella passione 
che non è soltanto sofferenza 
ma è, soprattutto, 
amore più grande, 
amore che vince la morte, 
amore che tutto sopporta"
Omelia don Franco Montenegro, cardinale




“Quest’anno il racconto della passione di Gesù si lega strettamente a quanto stiamo vivendo… 
Mi sembra  che la passione di Gesù sia attuale nella via crucis di queste ultime settimane e nel calvario di tante persone e famiglie che, improvvisamente si sono trovate a guardare negli occhi la malattia e, spesso, anche la morte. Più degli altri anni, quest’anno si è creato un intreccio stretto tra la passione di Gesù e la nostra, fino al punto che possiamo leggere la sua dentro la nostra e la nostra sofferenza dentro quella di Gesù… Tutto questo genera in noi lo stesso stato d’animo di Gesù nel Getsemani e sulla croce: “L’anima mia è triste fine alla morte…Dio mio, Dio perché mi hai abbandonato?” Si, siamo spaventati, non ci sentiamo più al sicuro. Ci assalgono domande piene di paura perché potrebbe capitare a ciascuno di noi, ci sentiamo mancare il terreno sotto i piedi e diciamo con forza: “Padre, passi da me questo calice…lo spirito è pronto, ma la carne è debole”.

E poi c’è la solitudine. Gesù resta solo; gli amici lo abbandonano; il suo corpo passa da una mano all’altra come fosse un oggetto. Viene spogliato delle vesti; gli viene posta una corona di spine e poi appeso, quasi nudo, a una croce. La solitudine di Gesù mi fa pensare alla solitudine causata dal virus; ci è stato chiesto di rimanere a casa; l’unica arma contro questo nemico invisibile è di evitare i contatti. È la solitudine della sofferenza che precede, accompagna e segue la morte. Gesù, abbandonato a una solitudine estrema, mi fa pensare a coloro che hanno contratto il contagio.
 I loro corpi sfiniti, all’interno di reparti di terapie intensive, senza contatto con l’esterno, soprattutto coi familiari. 

Al posto della corona di spine c’è un virus che drammaticamente porta lo stesso nome e che toglie anche il respirare. Si, così come la croce ha messo a dura prova il respiro di Gesù fino a causarne la morte. Nel cammino doloroso Gesù incontra il Cireneo, che lo aiuta perchè arrivi fino alla fine. Quanti Cirenei stiamo conoscendo in questi giorni! Medici, infermieri, operatori sanitari, volontari, forze dell’ordine, personale delle case di riposo, cappellani degli ospedali, sacerdoti, tanti che nel silenzio rischiano la loro vita per aiutare qualcuno a portare la croce. Questo slancio di bene non risolve il problema, così come il gesto del Cireneo non ha risparmiato a Gesù la morte, ma lo ha fatto sentire meno solo. La storia della passione di Gesù  è abitata dalla speranza. Gli eventi che ci stanno travolgendo soffiano sulla fiaccola della speranza quasi volessero spegnarla.  ...
Mettiamoci in questa settimana in ascolto di Gesù; impariamo da Lui come mettere insieme sofferenza e forza… entriamo perciò nella Settimana Santa con l’intento di prendere da Gesù la speranza che ci manca, di imparare da Lui come la passione può trasformarsi in pazienza, in attesa che Dio intervenga e ci faccia anche comprendere non solo il “perché” di questo virus ma cosa significa questa triste pagina della nostra storia… 
Noi cosa stiamo imparando da questa pandemia? Speriamo di imparare qualcosa affinché appena tutto sarà finito possiamo ripartire mettendo al centro ciò che davvero vale”. 

.. Penso ai nostri e ai tanti giovani; a loro che sono la nostra speranza ma anche il nostro presente; sentiamoli come il sorriso di Dio per il nostro “oggi”; da loro, in questi giorni stiamo avendo grandi lezioni di generosità. ” 

“Entriamo nella Settimana Santa  con quella passione che non è soltanto sofferenza ma è, soprattutto, amore più grande, amore che vince la morte, amore che tutto sopporta. Ci aiuti in questo cammino la Vergine addolorata, ci prenda per mano e ci aiuti a rialzare il capo per arrivare preparati alla Pasqua di risurrezione”.

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Omelia integrale



Video per GMG Diocesana: “GIOVANE, DICO A TE, ALZATI!” - Lc 7,14 -
pubblicato su Istagram della Pastorale Giovanile

"Voi siete il raggio di Dio nel mondo.
Alzatevi !! Significa oggi non perdete la speranza, la generosità.
In questo tempo particolare approfittatene per guardate il mondo così come è fatto e mettetevi in gioco, perché avete il compito di portare l’odore della Risurrezione, l’odore della Pasqua. Voi siete il raggio di Dio nel mondo.
La vita non vale per cio che si ha, ma per cio che si è ..."


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Messaggio ai giovani



«La vita non serve se non si serve. Perché la vita si misura sull’amore... La gioia più grande è dire sì all’amore, senza se e senza ma.... Come ha fatto Gesù per noi. » La Domenica delle Palme di Papa Francesco: Omelia e Angelus (cronaca, foto,testi e video)


CELEBRAZIONE DELLA DOMENICA DELLE PALME
E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE
Basilica di San Pietro - Altare della Cattedra
XXXV Giornata Mondiale della Gioventù
Domenica, 5 aprile 2020


Una Domenica delle Palme diversa da tutte le altre, trasmessa in diretta streaming e celebrata nella basilica di San Pietro, quasi vuota, assenti fisicamente i fedeli, ridotti all'essenziale i collaboratori liturgici del Pontefice, è così che il Papa ha cominciato la prima Settimana Santa “senza concorso di popolo”. Uno scenario inedito senza la gioiosa atmosfera degli anni passati, un semplice addobbo di palme e di ulivi a scandire lo spazio tra l’altare della Confessione (dove avviene il rito della commemorazione dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme) e l’altare della Cattedra dove si svolge la Messa. Poco di più di 30-40 metri. Francesco dapprima asperge con l’acqua benedetta le piante, poi, con in mano un ramo di palma, ascolta la proclamazione del Vangelo di Matteo in cui si fa memoria dell’ingresso del Signore a Gerusalemme. Quindi raggiunge l’altare della Cattedra. Dietro l’altare c’è il Crocifisso miracoloso di san Marcello al Corso , a fianco della sede papale l’icona della Salus Populi Romani, entrambi presenti anche il 27 marzo scorso, durante la supplica per la fine della pandemia di Covid-19. 
Al termine della celebrazione eucaristica, prima del congedo, la recita dell'Angelus.






 







OMELIA DI PAPA FRANCESCO


Gesù «svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo» (Fil 2,7). Lasciamoci introdurre da queste parole dell’apostolo Paolo nei giorni santi, dove la Parola di Dio, come un ritornello, mostra Gesù come servo: Giovedì santo è il servo che lava i piedi ai discepoli; Venerdì santo è presentato come il servo sofferente e vittorioso (cfr Is 52,13); e già domani Isaia profetizza di Lui: «Ecco il mio servo che io sostengo» (Is 42,1). Dio ci ha salvato servendoci. In genere pensiamo di essere noi a servire Dio. No, è Lui che ci ha serviti gratuitamente, perché ci ha amati per primo. È difficile amare senza essere amati. Ed è ancora più difficile servire se non ci lasciamo servire da Dio.

Ma - una domanda - in che modo ci ha servito il Signore? Dando la sua vita per noi. Gli siamo cari e gli siamo costati cari. Santa Angela da Foligno testimoniò di aver sentito da Gesù queste parole: «Non ti ho amata per scherzo». Il suo amore lo ha portato a sacrificarsi per noi, a prendere su di sé tutto il nostro male. È una cosa che lascia a bocca aperta: Dio ci ha salvati lasciando che il nostro male si accanisse su di Lui. Senza reagire, solo con l’umiltà, la pazienza e l’obbedienza del servo, esclusivamente con la forza dell’amore. E il Padre ha sostenuto il servizio di Gesù: non ha sbaragliato il male che si abbatteva su di Lui, ma ha sorretto la sua sofferenza, perché il nostro male fosse vinto solo con il bene, perché fosse attraversato fino in fondo dall’amore. Fino in fondo.

Il Signore ci ha serviti fino a provare le situazioni più dolorose per chi ama: il tradimento e l’abbandono.

Il tradimento. Gesù ha subito il tradimento del discepolo che l’ha venduto e del discepolo che l’ha rinnegato. È stato tradito dalla gente che lo osannava e poi ha gridato: «Sia crocifisso!» (Mt 27,22). È stato tradito dall’istituzione religiosa che l’ha condannato ingiustamente e dall’istituzione politica che si è lavata le mani. Pensiamo ai piccoli o grandi tradimenti che abbiamo subito nella vita. È terribile quando si scopre che la fiducia ben riposta viene ingannata. Nasce in fondo al cuore una delusione tale, per cui la vita sembra non avere più senso. Questo succede perché siamo nati per essere amati e per amare, e la cosa più dolorosa è venire traditi da chi ha promesso di esserci leale e vicino. Non possiamo nemmeno immaginare come sia stato doloroso per Dio, che è amore.

Guardiamoci dentro. Se siamo sinceri con noi stessi, vedremo le nostre infedeltà. Quante falsità, ipocrisie e doppiezze! Quante buone intenzioni tradite! Quante promesse non mantenute! Quanti propositi lasciati svanire! Il Signore conosce il nostro cuore meglio di noi, sa quanto siamo deboli e incostanti, quante volte cadiamo, quanta fatica facciamo a rialzarci e quant’è difficile guarire certe ferite. E che cosa ha fatto per venirci incontro, per servirci? Quello che aveva detto per mezzo del profeta: «Io li guarirò dalla loro infedeltà, li amerò profondamente» (Os 14,5). Ci ha guariti prendendo su di sé le nostre infedeltà, togliendoci i nostri tradimenti. Così che noi, anziché scoraggiarci per la paura di non farcela, possiamo alzare lo sguardo verso il Crocifisso, ricevere il suo abbraccio e dire: “Ecco, la mia infedeltà è lì, l’hai presa Tu, Gesù. Mi apri le braccia, mi servi col tuo amore, continui a sostenermi… Allora vado avanti!”.

L’abbandono. Sulla croce, nel Vangelo odierno, Gesù dice una frase, una sola: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46). È una frase forte. Gesù aveva sofferto l’abbandono dei suoi, che erano fuggiti. Ma gli rimaneva il Padre. Ora, nell’abisso della solitudine, per la prima volta lo chiama col nome generico di “Dio”. E gli grida «a gran voce» il “perché?”, il “perché?” più lacerante: “Perché anche Tu mi hai abbandonato?”. Sono in realtà le parole di un Salmo (cfr 22,2): ci dicono che Gesù ha portato in preghiera anche la desolazione estrema. Ma resta il fatto che l’ha provata: ha provato l’abbandono più grande, che i Vangeli testimoniano riportando le sue parole originali.

Perché tutto questo? Ancora una volta per noi, per servirci. Perché quando ci sentiamo con le spalle al muro, quando ci troviamo in un vicolo cieco, senza luce e via di uscita, quando sembra che perfino Dio non risponda, ci ricordiamo di non essere soli. Gesù ha provato l’abbandono totale, la situazione a Lui più estranea, per essere in tutto solidale con noi. L’ha fatto per me, per te, per tutti noi, lo ha fatto per dirci: “Non temere, non sei solo. Ho provato tutta la tua desolazione per essere sempre al tuo fianco”. Ecco fin dove ci ha serviti Gesù, calandosi nell’abisso delle nostre sofferenze più atroci, fino al tradimento e all’abbandono. Oggi, nel dramma della pandemia, di fronte a tante certezze che si sgretolano, di fronte a tante aspettative tradite, nel senso di abbandono che ci stringe il cuore, Gesù dice a ciascuno: “Coraggio: apri il cuore al mio amore. Sentirai la consolazione di Dio, che ti sostiene”.

Cari fratelli e sorelle, che cosa possiamo fare dinanzi a Dio che ci ha serviti fino a provare il tradimento e l’abbandono? Possiamo non tradire quello per cui siamo stati creati, non abbandonare ciò che conta. Siamo al mondo per amare Lui e gli altri. Il resto passa, questo rimane. Il dramma che stiamo attraversando in questo tempo ci spinge a prendere sul serio quel che è serio, a non perderci in cose di poco conto; a riscoprire che la vita non serve se non si serve. Perché la vita si misura sull’amore. Allora, in questi giorni santi, a casa, stiamo davanti al Crocifisso - guardate, guardate il Crocifisso! -, misura dell’amore di Dio per noi. Davanti a Dio che ci serve fino a dare la vita, chiediamo, guardando il Crocifisso, la grazia di vivere per servire. Cerchiamo di contattare chi soffre, chi è solo e bisognoso. Non pensiamo solo a quello che ci manca, pensiamo al bene che possiamo fare.

Ecco il mio servo che io sostengo. Il Padre, che ha sostenuto Gesù nella Passione, incoraggia anche noi nel servizio. Certo, amare, pregare, perdonare, prendersi cura degli altri, in famiglia come nella società, può costare. Può sembrare una via crucis. Ma la via del servizio è la via vincente, che ci ha salvati e che ci salva, ci salva la vita. Vorrei dirlo specialmente ai giovani, in questa Giornata che da 35 anni è dedicata a loro. Cari amici, guardate ai veri eroi, che in questi giorni vengono alla luce: non sono quelli che hanno fama, soldi e successo, ma quelli che danno se stessi per servire gli altri. Sentitevi chiamati a mettere in gioco la vita. Non abbiate paura di spenderla per Dio e per gli altri, ci guadagnerete! Perché la vita è un dono che si riceve donandosi. E perché la gioia più grande è dire sì all’amore, senza se e senza ma. Dire sì all’amore, senza se e senza ma. Come ha fatto Gesù per noi.

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ANGELUS

Cari fratelli e sorelle,

prima di concludere questa celebrazione, desidero salutare quanti vi hanno preso parte attraverso i mezzi di comunicazione sociale. In particolare, il mio pensiero va ai giovani di tutto il mondo, che vivono in maniera inedita, a livello diocesano, l’odierna Giornata Mondiale della Gioventù. Oggi era previsto il passaggio della Croce dai giovani di Panamá a quelli di Lisbona. Questo gesto così suggestivo è rinviato alla domenica di Cristo Re, il 22 novembre prossimo. In attesa di quel momento, esorto voi giovani a coltivare e testimoniare la speranza, la generosità, la solidarietà di cui tutti abbiamo bisogno in questo tempo difficile.

Domani, 6 aprile, ricorre la Giornata Mondiale dello Sport per la Pace e lo Sviluppo, indetta dalle Nazioni Unite. In questo periodo, tante manifestazioni sono sospese, ma vengono fuori i frutti migliori dello sport: la resistenza, lo spirito di squadra, la fratellanza, il dare il meglio di sé… Dunque, rilanciamo lo sport per la pace e lo sviluppo.

Carissimi, incamminiamoci con fede nella Settimana Santa, nella quale Gesù soffre, muore e risorge. Le persone e le famiglie che non potranno partecipare alle celebrazioni liturgiche sono invitate a raccogliersi in preghiera a casa, aiutate anche dai mezzi tecnologici. Stringiamoci spiritualmente ai malati, ai loro familiari e a quanti li curano con tanta abnegazione; preghiamo per i defunti, nella luce della fede pasquale. Ciascuno è presente al nostro cuore, al nostro ricordo, alla nostra preghiera.

Da Maria impariamo il silenzio interiore, lo sguardo del cuore, la fede amorosa per seguire Gesù sulla via della croce, che conduce alla gloria della Risurrezione. Lei cammina con noi e sostiene la nostra speranza.

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"Il messia inviato da Dio non è un guerriero ma un uomo di pace" Alberto Maggi video commento del Vangelo della domenica delle palme (Mt 21,1ss)

"Il Messia inviato da Dio 
non è un guerriero 
ma un uomo di pace"
Il messaggio di liberazione di Gesù
Alberto Maggi 

5 aprile 2020 
Video commento del vangelo della domenica delle palme (Mt 21,1ss)



 ... I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli”, i mantelli, nella simbologia ebraica, indicano la realtà della persona, quindi i discepoli aderiscono a questa immagine di messia non violento, di messia di pace, di messia disarmato, “ed egli vi si pose a sedere”. Ma “La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada”, all'investitura del re, in segno di sottomissione, si prendeva il mantello della persona, che appunto abbiamo indicato, indicava l'individuo stesso, si metteva sulla strada, ed il re ci passava sopra, era un'espressione di sottomissione al re. Ebbene la folla non vuole questo messia di pace, ma vuole un re al quale sottomettersi. “mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada”, questi rami tagliati dagli alberi richiamano la festa delle capanne, la festa dove, secondo la tradizione, il messia si sarebbe manifestato, quindi intendono accogliere questo Gesù come il re trionfatore. ... Il popolo non accetta di essere liberato, vuole essere sottomesso, vuole essere dominato, magari da un re migliore, da un re più importante, ma non accoglie il messaggio di liberazione portato da Gesù.
...
Non hanno capito che Gesù viene a inaugurare il Regno di Dio, loro vogliono che Gesù resusciti il defunto Regno di Davide, Regno di Israele, ma Gesù non inaugura il Regno di Davide, ma il Regno di Dio, un Regno universale dove ogni persona si possa sentire accolta, amata e dove il segno non sia la sottomissione, la dominazione, ma l’amore e il servizio.



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*Alberto Maggifrate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere.
Maggi ha pubblicato diversi libri, tra cui: Chi non muore si rivede – Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vita, Roba da preti; Nostra Signora degli eretici; Come leggere il Vangelo (e non perdere la fede); Parabole come pietre; La follia di Dio e Versetti pericolosi, L’ultima beatitudine – La morte come pienezza di vita, Di questi tempi e Due in condotta.

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 22/2019-2020 (A)

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino





Traccia di riflessione sul Vangelo della domenica
a cura di Santino Coppolino

DOMENICA DELLE PALME (ANNO A) 

Vangelo:

Mt 26,14- 27,66


«Veramente costui era Figlio di Dio!». Grande è il mistero della rivelazione di Dio agli uomini: il figlio dell'uomo è riconosciuto come Figlio di Dio da un pagano, Dio è riconosciuto nel Figlio da coloro che lo hanno inchiodato sul patibolo del nostro peccato. Soltanto attraverso il sacrificio del Figlio sulla croce possiamo finalmente conoscere cosa c'è nel cuore del Padre. Davanti al corpo sfigurato di Gesù, si lacera il velo che nascondeva il Volto di Dio e cessa l'ignoranza che sempre ci fa fuggire da Lui. La morte in croce di Gesù annulla l'immagine di un Dio terribile e vendicatore che abbiamo edificato con le nostre mani - che è l'idolo - ritrovando finalmente il volto di un Padre che nonostante i nostri crimini, continua ad amarci alla follia. Non può esserci peccato più grande dell'assassinio di Gesù ma ai nostri deliri di onnipotenza Dio risponde sempre con l'impotenza e la fragilità dell'amore. «che riduce al nulla ogni potere di morte (cfr, 1Cor 1,18-31). In essa contempliamo stupiti ciò che nessun uomo mai avrebbe sognato di contemplare : l'inimmaginabile amore di Dio per ognuno di noi.» (cit.). La croce, apice della storia di Dio e dell'uomo, diventa il luogo "teologico" dove i due si incontrano formando un'unica carne. E come ultimo grande dono, Gesù consegna a noi il suo Spirito datore di vita, che ricrea il mondo nuovo, non più sottoposto al potere della morte. 


sabato 4 aprile 2020

Scandalo e follia - Commento al Vangelo - Domenica delle Palme (A) a cura di P. Ermes Ronchi

Scandalo e follia 
La nostra fede poggia sulla cosa più bella del mondo: 
un atto d’amore.

I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù. […] Matteo 26,14– 27,66


per i social

La nostra fede poggia sulla cosa più bella del mondo: un atto d’amore.

Settimana santa, settimana suprema della storia e della fede.
E’ in questi giorni densi e sospesi che è nato il cristianesimo, scandalo e follia a causa della croce. Qui si concentra, e da qui si propaga tutta la fede dei cristiani.

Dalle Palme a Pasqua, un tempo più profondo, di respiro per l’anima, che cambia ritmo, scandisce i giorni, le ore, i gesti. In questo nostro strano tempo di giorni chiusi e solitari, la liturgia rallenta e, per la prima volta nella storia della Chiesa, si fa assente ai nostri occhi. Ma ugualmente ci accompagna con calma, quasi ora per ora, negli ultimi giorni di Gesù:
dall’entrata in Gerusalemme, al tradimento di Pietro, fino alla corsa di Maria nel mattino di Pasqua, quando anche la pietra del sepolcro si veste di angeli e di luce, e tutta la paura vola via.

Sono i giorni supremi, giorni dove trovare il senso del nostro destino.

Il racconto della Passione mi sconvolge per la sua bellezza: un Dio che mi ha lavato i piedi e non gli è bastato, che ha dato il suo corpo da mangiare e non gli è bastato. L’ho visto piangere per me, lo vedo pendere nudo e disonorato e devo distogliere lo sguardo.
“Salvati! Scendi dalla croce, allora crederemo”. Qualsiasi uomo, qualsiasi re, potendolo, lo farebbe. Gesù, no.
Solo un Dio speciale, non scende dal legno; solo Lui, il Dio di Gesù, che è differente: è quello che entra nella tragedia, nella morte umana perché là è risucchiato ogni suo figlio.
Perché Cristo è morto in croce? Non è stato Dio il mandante di quell’omicidio. Placare la giustizia col sangue? Non è da Dio. Quante volte ha gridato nei profeti: “Io non bevo il sangue degli agnelli, io non mangio la carne dei tori, amore io voglio e non sacrificio”.

Sale sulla croce per essere con me, e perché io possa essere con lui.
L’amore conosce molti doveri, ma il primo è di essere con l’amato, unito, stretto, incollato a lui, per poi trascinarlo fuori con sé nel mattino di Pasqua, lasciando le bende intrise di stupore.
Qualsiasi altro gesto sarebbe stato una falsa idea di Dio. Solo la croce toglie ogni dubbio. La croce è l’abisso dove Dio diviene l’amante. Dove un amore eterno penetra nel tempo come una goccia di fuoco e divampa.
La giustizia di Dio non è dare a ciascuno il suo, ma dare a ciascuno se stesso, la sua vita. Allora Incarnazione e Passione si abbracciano. Gesù entra nella morte come è entrato nella carne, per amore, per essere con noi e come noi. E la attraversa, raccogliendoci dalle lontananze più perdute, e a Pasqua ci prende dentro il vortice del suo risorgere, ci trascina in alto con sé.
La nostra fede poggia sulla cosa più bella del mondo: un atto d’amore.
Bello è chi ama, bellissimo chi ama fino all’estremo.
Incantati, poggiamo saldi su di un atto d’amore perfetto.

per Avvenire

Entriamo in un tempo che ci fa pensosi (…)



Domenica di Passione di N. S. Gesù Cristo (A) - "Ingresso in Gerusalemme di Gesù, re mite e pacifico Memoria della Passione del Signore" a cura della Fraternità Carmelitana di Barcellona P.G.

Domenica di Passione di N. S. Gesù Cristo (A)  
"Ingresso in Gerusalemme di Gesù, re mite e pacifico. 
Memoria della Passione del Signore"   
a cura della Fraternità Carmelitana
 di Barcellona P.G.


1. Ascolto orante del vangelo di Matteo (21,1-11) 

Con la consapevolezza che nel battesimo (o iniziazione cristiana) siamo stati inseriti in Cristo, morti, sepolti e risorti con Lui alla vita nuova nella regalità del servizio, della mitezza e della pace, apriamo oggi con fiducia il vangelo di Matteo 21,1-11, che narra dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, e poi ancora Matteo 26,14-27,66, che narra della Passione di Gesù. 

Facciamo una breve pausa di silenzio, chiedendo allo Spirito che ci apri alla comprensione di questo scritto che contiene la Parola di Dio per noi oggi. 

2. Leggiamo attentamente e con calma la pagina di Matteo, cap. 21, dal verso 1, fino al verso 11. 

La Settimana Santa si apre con l’icona dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme. Egli entra come un Re totalmente diverso dai re di questo mondo. Questi entravano su di un cavallo, animale da guerra (pensiamo oggi ad un carro-armato), simbolo di forza e di violenza, con al seguito una schiera di soldati armati (cf. 1Re 10,26-29). Gesù, invece, entra su di un’asina e un giovane puledro, animali pacifici da trasporto di persone e merci (pensiamo oggi ad una moto-ape); c’è da notare che l’asino era la cavalcatura di Davide re d’Israele (cf. 1Re 16,2), poiché compito del re era quello di assicurare al popolo la pace e la giustizia (si legga: Sal 72). 

Gesù realizza fino in fondo quanto aveva annunziato nei tempi antichi il profeta Zaccaria, riguardo al Messia inviato da Dio che visiterà Gerusalemme (si legga: Zac 9,9-10): egli sarà un re umile, che farà sparire i carri e i cavalli da guerra, spezzerà gli archi delle frecce e annuncerà la pace. 

Ecco la regalità di Gesù: un Messia Re mite e umile di cuore (cf. Mt 11,29), che non agisce con arroganza e violenza, ma vive le beatitudini che ha insegnato: quelle riguardanti i poveri in spirito, i miti e gli operatori di pace (Mt 5,3.5.9). 

La folla, numerosissima, accoglie Gesù Re Messia inviato da Dio, acclamandolo Figlio di Davide, perché Gesù realizza le promesse riguardo al Messia che Dio aveva rivolto al re Davide e alla sua discendenza, e che oggi viene a visitare il suo popolo. La folla esprime la sua accoglienza gioiosa agitando e stendendo per terra rami di alberi, il vangelo di Giovanni scriverà «rami di palme» (Gv 12,13).


Noi oggi (purtroppo quest’anno non è possibile), in ricordo della folla osannante, portiamo nelle mani rami di palme e di olivo. Essi hanno un significato. Le palme sono simbolo dell’uomo giusto (cf. Sal 1; 92,13), colui che ascoltando la Parola di Dio, la mette in pratica prestando attenzione in modo particolare ai poveri e ai deboli.
I rami di olivo, dai cui frutti si ricava l’olio, con il quale si fa il crisma per le unzioni crismali (cf. Es 30,25), simbolo dello Spirito (cf. 1Sam 16,13; 2Cor 1,21-22; 1Gv 2,20.27), il cui frutto è l’amore, dal quale scaturiscono scelte di pace, di benevolenza e di mitezza (cf. Gal 5,22); Spirito capace di penetrare – come l’olio – in ogni fessura, di lenire le “ammaccature”, di togliere ogni “ruggine” e di “lubrificare” gli ingranaggi delle nostre relazioni “bloccate”… Le palme e i rami di olivo, in un certo senso ci ricordano lo stile di vita di Gesù e il suo amore per l’umanità. Seguiamolo, allora, nell’ascolto del vangelo della Passione.


3. Leggiamo attentamente e con calma la pagine di Matteo dal cap. 26, verso 14, fino al cap. 27 verso 66.
1. La narrazione della Passione di Gesù non ha nulla che l’avvicina alla narrazione di un funerale. Qui non stiamo davanti alla celebrazione del funerale di Gesù, con grandi lamenti e pianti. No. L’unico pianto di cui si parla qui è quello di Pietro, il quale, dopo averlo rinnegato («non conosco quell’uomo»), si ricordò delle parole di Gesù e uscì fuori dal cortile del Sommo Sacerdote e «pianse amaramente» (Mt 26,75). Il pianto di Pietro non è un pianto funerario, bensì di pentimento e di lavacro battesimale.
La narrazione della Passione di Gesù, invece, è la rivelazione e la manifestazione più alta dell’amore appassionato di Dio per tutta l’umanità. Passione = Amore appassionato, in particolare per quelli che sperimentano il fallimento della vita, il non-senso dell’esistenza, l’angoscia e la paura per l’incertezza del futuro. Passione = Amore appassionato di Dio in Gesù per noi oggi, che viene a visitarci come Messia Re umile e mite, di pace e di giustizia.
Con questa consapevolezza, allora, ci accostiamo alla lettura di queste pagine.

2. Nell’annuncio del vangelo della Passione secondo Matteo ritorna ancora, in modo chiara ed esplicita, l’identità mite e pacifica del Messia Gesù, quando, al momento dell’arresto, «uno di quelli che erano con Gesù messa mano alla spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: “Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada. Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli? Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?”. In quello stesso momento Gesù disse alla folla: “Siete usciti come contro un brigante, con spade e bastoni, per catturarmi. Ogni giorno stavo seduto nel tempio ad insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si adempissero le Scritture dei profeti”. Allora tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono» (Mt 26,51-56).
Gesù non risponde alla violenza con altra violenza. Neanche di fronte a Giuda, suo discepolo, che l’ha tradito e consegnato e salutato con un bacio, Gesù risponde con violenza, ma lo chiama «amico» (Mt 26,50), perché per lui tutti i suoi discepoli – quindi anche noi –, anche quelli che l’hanno abbandonato e sono fuggiti, oltre che suoi fratelli (cf. Mt 27,10), sono/siamo anche suoi amici (cf. Gv 15,13-15).
Come risponde Gesù?
Lui, che è stato consegnato per tradimento, lui che ha subito un ingiusto duplice processo, religioso e politico – processo religioso (cf. Mt 26,57-68), da parte delle autorità religiose di Gerusalemme (le quali, come fanno spesso uomini e donne pii e religiosi di ogni tempo e latitudine, l’hanno “spiato” per tre anni, al fine di annotare i suoi possibili errori dottrinali ed etici: cf. Mt 26,55); processo politico (cf. Mt 27,12.11-26), da parte delle autorità politiche romane che occupavano la Palestina –, lui che è stato sputato in faccia sia nell’uno che nell’altro processo, lui che è stato schiaffeggiato, spogliato, deriso e insultato perfino quando era crocifisso in Croce, ecco, lui ha risposto nell’unico modo che può rispondere chi per tutta la vita si è affidato a Dio e alla sua Parola, ha pregato davanti a Dio e non davanti agli uomini per farsi notare, ha amato e non odiato, ha accolto e non respinto: ha preso su di sé la violenza e dall’alto della Croce ha emesso il suo Spirito (cf. Mt 27,50), morendo ha donato la vita, morendo ha lasciato su di noi lo Spirito della vita nuova, un modo alternativo di essere umani e credenti. È un lascito gratuito da parte di Gesù per coloro che l’hanno crocifisso e per l’intera l’umanità. Ecco la sua risposta alla violenza.




3. Proprio per questo la morte di Gesù non è un funerale, bensì evento pasquale, evento di salvezza! L’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani 5,6-10 così scrive (stiamo attenti alla scansione dei tempi):
- «Mentre eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per noi» (v. 6).
- «Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (v. 8).
- «Se… quand’eravamo nemici siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo…» (v. 10).
Sì, la morte di Gesù, proprio per il suo modo di morire, è evento di salvezza, dove riceviamo gratuitamente – senza meritarlo – il perdono e la vita nuova che ci riconcilia con Dio.
Ecco perché nella narrazione di Matteo, subito dopo la morte di Gesù, ovvero subito dopo che egli emette il suo Spirito, si apre davanti a noi la visione profetica della Risurrezione che incide nell’umana esistenza (= la terra): la terra trema, le rocce si spezzano, i sepolcri si aprono, i morti risuscitano (Mt 27,51-53).
La morte salvifica di Gesù ci apre alla comunione con Dio (il velo del tempio che si squarcia in due da cima a fondo) e ci dona la possibilità – se accogliamo il suo perdono gratuito – di intraprendere un cammino serio di conversione, la possibilità di pensare alle cose che veramente valgono nella vita e di ricominciare un cammino diverso e alternativo, in conformità allo stile di vita regale del Messia Gesù: regale nel servizio, nel dono di sé, nella giustizia che ci rende attenti agli altri e nella pace che ci apre alla vera fraternità.
È quanto ci vogliono ricordare anche i rami di palme e di olivo che oggi custodiamo nelle nostre case.

4. Andiamo, allora, nella Bibbia al Libro dei Salmi e preghiamo con il Salmo 22, il salmo di colui che nella sofferenza e nelle prove della vita si affida a Dio, nella certezza che vivrà per Lui. È il salmo che Gesù ha pregato sulla Croce.


4. Intercessioni
Gerusalemme è la città che ci attende. Essa è la città dove Dio vuole abitare, perché essa è la città della vera fraternità, la città della convivialità tra popoli diversi. Da veri discepoli del Signore saliamo con lui ed invochiamo Dio Padre misericordioso per la salvezza di tutti gli uomini:

R/ Per la passione del tuo Figlio, ascoltaci o Padre

- Per tutto il popolo cristiano in cammino con Gesù verso la città della fraternità e della pace, perché non si lasci sedurre da altri signori e non faccia proprie le logiche del disprezzo, del respingimento, della negazione degli altri. Preghiamo.

- Per tutte le grandi religioni, perché, lasciandosi guidare dalla forza dello Spirito, diventino in mezzo ai popoli un fattore di comprensione e di tolleranza reciproca; Preghiamo.

- Per coloro che governano il nostro Paese e le nostre città, perché non guardino esclusivamente ai propri interessi, ma al bene delle nuove generazioni. Preghiamo.

- Per le regioni meridionali e per la nostra isola, ridotte in schiavitù dal fenomeno della mafia e dalla logica clientelare, perché la ricorrenza della Pasqua susciti in tutti il desiderio di una vita nuova e dignitosa. Preghiamo.

- Per tutti noi, perché la celebrazione della Pasqua di quest’anno, caratterizzata dalla quarantena, segni un vero passaggio, un vero salto di qualità nella nostra vita di credenti e di cittadini, affinché ci interroghiamo sul vero senso della vita e sulle cose che veramente contano per noi esseri umani. Preghiamo.

- Davanti al Signore Crocifisso e Risorto, assieme ai nostri parenti e amici defunti, ci ricordiamo delle numerose vittime del coronavirus (pausa di silenzio); ci ricordiamo, inoltre, di tutte le vittime della guerra e della criminalità mafiosa. Il Signore accolga tutti nella pace del suo Regno. Preghiamo.

- Pregare il Padre Nostro

- Concludere con la seguente preghiera:
Ascolta, o Padre, le nostre preghiere: rendici capaci di accompagnare Gesù nel cammino della croce, di assimilare la sua passione di amore per l’umanità, e così poter partecipare alla sua risurrezione. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore. AMEN.


Leggi anche il post già pubblicato:
- PREGARE IN FAMIGLIA - Preparare in casa l’“angolo della preghiera” a cura della Fraternità Carmelitana di Barcellona P.G.

Femminicidio a Furci, lo psicoterapeuta Barrilà: “Si cerca un movente che non c'è, l'unico è il vuoto di un maschile che non evolve”

Femminicidio a Furci Siculo (ME)
lo psicoterapeuta Barrilà:
 “Si cerca un movente che non c'è, 
l'unico è il vuoto di un maschile che non evolve” 

Femminicidio a Furci, lo psicoterapeuta Barrilà: “Si cerca un movente che non c'è, l'unico è il vuoto di un maschile che non evolve” - Blog


Tutte le volte che un uomo uccide una donna, mi domando che tipo di madre e di padre può avere avuto. Non è un’accusa ma nemmeno una domanda peregrina, perché uno dei problemi più grandi dei maschi italiani sono le madri, spesso vizianti con i figli maschi, ancora più spesso in modo intollerabile, e sono anche i padri, che troppo presto rinunciano al loro ruolo per una malintesa divisione dei compiti.

Può darsi che nella tragedia di Furci Siculo questo schema non funzioni, ma la sostanza presa nella sua generalità non cambia, quando un fenomeno è così abbondante e continuo, significa che il problema è culturale.

Se penso da padre, ma non riesco a fare diversamente, mi viene in mente mia figlia, mi domando come mi sentirei se fosse uccisa brutalmente da un immaturo a cui qualcuno non è stato capace di spiegare bene i confini della propria discrezionalità e che il corpo della donna non è nella disponibilità di nessuno, che non sia la donna stessa.

Pure in questo ennesimo femminicidio l’unica spiegazione è che non c’è spiegazione, c’è solo il vuoto di un maschile che non evolve, anzi più passa il tempo e più si ritrova nudo davanti alla voragine della sua progressiva regressione, un baratro accentuato, per contrasto, dalla vertiginosa ascesa del femminile, che non accenna a fermarsi e travolge ogni resistenza.

Sarebbe ingenuo radicalizzare il giudizio, ma le evidenze non sono consolanti per i maschi e per chi li educa.

Anja Kampe è una cantante lirica tedesca, qualche anno fa, in attesa della prima di un’opera wagneriana alla Scala, aveva rilasciato una bella intervista. Ero rimasto colpito questa affermazione: “Da sempre gli uomini fanno le guerre e poi tocca alle donne rimediare”. Oggi, se possibile, la situazione si è ulteriormente deteriorata, a causa di modelli educativi irresponsabili, maschilisti e vizianti, che finiranno per liquidare definitivamente la credibilità dei maschi, aprendo la strada a generazioni di infelici in cerca della mamma. Uno spettacolo penoso, già in atto, che all’uomo, privo di una vera struttura in grado di metterlo al livello della donna, lascia solo la risorsa della forza bruta, ma non è abbassando la donna che potranno elevarsi.


Intanto è caduta Lorena, un altro soldatino innocente, a Furci Siculo, stringiamoci intorno ai suoi affetti, per loro non ci sarà consolazione, perché non può essercene.“

(Fonte: Messina Today - 02.04.2020)


Campagna social “Libera puoi”
Al via la nuova campagna social “Libera puoi”, promossa dal Dipartimento per le Pari opportunità a sostegno delle donne vittime di violenza durante la difficile emergenza causata dall'epidemia da Covid19. L’obiettivo è promuovere il numero 1522, attivo h24, e far conoscere l’app "1522", disponibile su IOS e Android, che consente alle donne di chattare con le operatrici e chiedere aiuto e informazioni in sicurezza, senza correre il rischio ulteriore di essere ascoltate dai loro aggressori.

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