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venerdì 26 novembre 2021

LE BEATITUDINI, PROGETTO DI VITA - HOREB 90 - N. 3 del 2021

LE BEATITUDINI, 
PROGETTO DI VITA

HOREB 90 - N. 3 del 2021

TRACCE DI SPIRITUALITÀ
A CURA DEI CARMELITANI



Gesù, ci racconta l’evangelista Matteo, sale sul monte della rivelazione per offrire all’umanità con il “discorso della montagna” (cf. Mt 5,1-7,28) la proposta – che la tradizione della Chiesa ha definito come la “Magna Charta” del cristiano – di un cammino di liberazione che conduce all’esperienza di una vita bella, felice e riuscita. La proposta si apre con le Beatitudini, che sono il racconto di ciò che Gesù sta vivendo, trasparenza della sua vita donata, offerta a tutti nella gratuità assoluta e per questo bella, felice e beata. Le Beatitudini, quindi, rivelano il volto di Gesù, Figlio di Dio, che si fa nostro fratello ed offre a noi il suo spirito e il suo vissuto “felice fino alla pienezza di senso”. Chi accoglie questo vissuto di Gesù, così come Egli lo propone nelle beatitudini e lo fa suo, si ritrova, piano piano persona, comunità e popolo in cammino, coinvolti a partecipare della stessa felicità di Dio, così come si è manifestata nel Figlio suo Gesù. Le beatitudini sono otto, la nona è un commento-chiarificazione dell’ottava. Ebbene, sia i poveri in spirito, sia i perseguitati a causa della giustizia, la prima e l’ottava beatitudine, sono detti beati «perché di essi è il regno dei cieli». Poco prima Gesù aveva aperto il suo ministero ammonendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Mt 4,17), adesso, sia dopo la prima beatitudine che dopo l’ottava, che hanno valenza inclusiva, cioè le includono tutte, Gesù ci dice che lì dove si vivono le beatitudini il regno di Dio inizia a germogliare. E quando egli ci parla del regno dei cieli, dice che esso è come un seme, è simile ad una rete, è simile ad una perla preziosa, a un tesoro nascosto in un campo… Metafore, dalle quali si evince che il regno dei cieli, per Gesù, non è un luogo, uno spazio di conquista, ma rivelazione nel mondo, nella storia e nella quotidianità della presenza efficace della paternità-maternità di Dio, che Lui, il Figlio ce la rende vicina con il suo stile di vita, con il suo modo di essere e di agire. Il regno dei cieli è quindi la presenza di Dio che ci genera come figli e ci educa a vivere come fratelli; è una presenza relazionale senza confini, dove Dio non governa gli uomini imponendo loro delle leggi da osservare, ma comunicando la sua stessa forza vitale d’amore. Un regno che non domina gli altri popoli, ma che si pone a loro servizio (cf. Mc 10,42-43). Ebbene Gesù ci sta dicendo che chi si lascia abitare dalla sua presenza, chi si lascia animare dal suo spirito, vive le beatitudini, cresce come figlio di Dio, riconosce gli altri come fratelli e rende presente, attraverso i suoi piccoli gesti quotidiani, la misericordia di Dio, la presenza relazionale efficace del Suo regno. Per questo, i destinatari-interlocutori delle Beatitudini non sono soltanto persone singole, ma i discepoli in quanto popolo di Dio, che, accogliendo e assimilando la buona notizia delle Beatitudini, diventa il “popolo delle Beatitudini”, impegnato quotidianamente ad ascoltare e interpretare le vicende della vita e della storia alla luce della Parola di Dio, lasciandosi coinvolgere – anche a caro prezzo – in scelte coraggiose e coerenti. È in questo orizzonte che si colloca la presente monografia.
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Comunicazione per i lettori 

   Cari amici e amiche, che ci siete stati vicini attraverso la lettura di Horeb (per 30 anni!) e precedentemente attraverso la lettura di “Presenza del Carmelo” (per 5 anni), desideriamo ringraziarvi per l’attenzione che avete mostrato verso i contenuti della Rivista e per i suggerimenti che alcuni di voi ci hanno offerto. 
     Adesso vi comunichiamo che, a partire dal nuovo anno (2022), cambierà la direzione e in parte anche la redazione della Rivista. Essa continuerà ad essere espressione del Carmelo italiano, ma avrà la nuova sede della direzione e della redazione a Roma, composta in parte da confratelli che già da parecchi anni hanno fatto parte dell’attuale redazione uscente. In questo modo è assicurata una continuità sostanziale della Rivista e nel contempo una creatività che la rende sempre più attenta ai segni dei tempi. 
    Nel fare questa consegna, auguriamo un buon lavoro al nuovo gruppo redazionale e desideriamo esprimere il nostro ringraziamento agli amici/che collaboratori/trici che in questi lunghi anni, con i loro preziosi articoli, ci hanno consentito di offrire a tutti spunti per riflettere e per vivere con maggiore consapevolezza la freschezza evangelica nel quotidiano e nella temperie storica e culturale odierna.
      In particolare desideriamo ringraziare i collaboratori che annualmente si sono fermati con noi per alcuni giorni, al fine di programmare insieme le varie monografie che in questi anni abbiamo proposto. 
Ringraziamo, infine, gli amici della Tipografia Lombardo di Milazzo (ME) che, con competenza e professionalità, in questi lunghi anni ci hanno offerto puntualmente un prodotto di qualità.
      Grazie a tutti.
     Col prossimo anno, la sede redazionale della Rivista sarà: viale del Monte Oppio, 28 – 00184 Roma (info@horeb.it). Per rinnovare l’abbonamento, seguire le indicazioni nell’ultima pagina della Rivista. 

Un caro e fraterno saluto a tutti.
La Redazione.

venerdì 17 settembre 2021

IL DEBITO DELL’AMORE (Rm 13,8) - HOREB 89 - N. 2 del 2021

IL DEBITO DELL’AMORE (Rm 13,8)

HOREB 89 - N. 2 del 2021

TRACCE DI SPIRITUALITÀ
A CURA DEI CARMELITANI


Se diamo uno sguardo agli avvenimenti quotidiani, purtroppo, constatiamo che non sempre è la proposta dell'amore a guidare le scelte personali e di popolo, a volte la paura determina le scelte dell’uomo e spesso nell’agire prevale la legge del più forte, di chi meglio sa imporre la propria opinione ricorrendo a ogni possibile manipolazione o demagogia. Di conseguenza l’umanità si ritrova divisa e con barriere enormi tra Nord e Sud, ricchi e poveri, normali e anormali, efficienti e non efficienti. A quest'uomo, impaurito e impantanato negli acquitrini melmosi della diffidenza, viene incontro l'iniziativa di Dio. «Dio è amore», ci dice Giovanni (1Gv 4,8), e si rivela come amore. Egli ha creato l’uomo a sua immagine e desidera che il suo amore risplenda nell’uomo sua creatura. Tutta la storia santa è racconto della bontà-misericordia di Dio (cf. Sal 136), che bussa alle porte del cuore di ogni uomo nella speranza che si lasci coinvolgere nel ritmo della sua benevolenza e impari ad amare il prossimo allo stesso modo come Lui ama tutte le sue creature: «Amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore» (Lv 19,18). In Cristo Gesù l’amore del Padre si fa carne, prende corpo e volto umano: «In questo si è manifestato l'amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui» (1Gv 4,9). L'agape di Cristo non solo è modello dell'amore del credente, ma è fonte generatrice di carità e di gesti nuovi derivanti dalla dynamis dello Spirito. Innestata in Cristo, quindi, la persona diventa, come Gesù, «ministra dell'amore di Dio» (S. Caterina da Siena) ed è abilitata a vivere in libera spontaneità di amore al di là dei vincoli legali (cf. Gal 5,18) e al di là di ogni muro d'inimicizia. In Cristo, il credente è abilitato a far sua la compassione del samaritano e, in modo semplice e disarmato, è chiamato a farsi solidale con l'altro, riconoscendolo fratello e accogliendolo a prescindere dalla sua cultura, dalla sua razza, dalla sua religione. In Cristo, il credente è coinvolto a farsi solidale con gli emarginati, scendendo nella loro situazione, facendosi loro compagno di viaggio, leggendo i loro desideri, i loro bisogni e percorrendo, assieme a loro, l'itinerario per ritrovare un posto dignitoso nella società. In Cristo, il credente, condividendo la sorte dei calpestati, dei crocifissi di oggi e, spartendo la sua vita con loro, si fa attivamente critico verso le strutture, le leggi inventate da alcuni per defraudare altri uomini degli spazi di libertà. Come Cristo, il credente si lascia divorare per sfamare la fame dei poveri e si lascia spezzare l'esistenza per ridare speranza all'uomo a cui la vita è negata. E così accoglie l’esortazione dell’apostolo Paolo: «Non siate debitori di nulla a nessuno, se non nell’amore vicendevole» (Rm 13,8). È in questo orizzonte che si colloca la presente monografia.
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98051 BARCELLONA P.G. (ME)

giovedì 8 aprile 2021

DIVENTEREMO MIGLIORI? Le sfide nel post-covid-19 - HOREB 88 - N. 1 del 2021

DIVENTEREMO MIGLIORI?
Le sfide nel post-covid-19

HOREB 88 - N. 1 del 2021

TRACCE DI SPIRITUALITÀ
A CURA DEI CARMELITANI

L'esperienza quotidiana, nel passato, ci metteva spesso davanti il dramma di una parte dell’umanità che, nonostante le grandi conquiste, restava sull'orlo dell'abisso, della miseria e della disperazione. Ma tutto questo veniva letto come realtà che toccava gli altri e non ci sfiorava l’idea che potesse coinvolgerci direttamente nelle stesse spirali. Il covid-19 ha provocato una pandemia che, in modo insidioso, ci sta coinvolgendo tutti mettendo in crisi tutte le nostre sicurezze e facendoci toccare con mano la nostra fragilità creaturale, per cui anche noi, di una certa parte del mondo, che ritenevamo di essere sicuri e vincenti, perché garantiti da un certo benessere economico, dobbiamo fare i conti con giorni colmi di drammi strazianti e di dolore. Quello che stiamo vivendo è certamente un periodo molto critico che mette in dubbio tutte le nostre sicurezze di salute, di lavoro, di un certo benessere, in sostanza, ci mette in questione. È certamente un momento difficile, ma riteniamo sia importante non subirlo passivamente, ma, consapevoli della nostra fragilità, dobbiamo cercare di assumerlo e di viverlo come spazio di discernimento, con responsabilità e ad occhi aperti. Ci aiuta ad aprire gli occhi e a guardare in modo nuovo al nostro mondo e alla nostra storia ciò che Papa Francesco diceva in un discorso nel maggio dell’anno scorso. Parlando di pandemia, egli evidenziava che ci sono anche altre pandemie in atto nel mondo, ne ricordava, in particolare, tre: guerre, fame, non-istruzione. Queste pandemie, è bene chiarirlo, non sono frutto del caso, ma il risultato di un processo che ha assoggettato a interessi di mercato la sfera politica, sociale e culturale e, paradossalmente, ha assunto la forma di una nuova ideologia, travestita da legge naturale e religiosa. Ad occhi aperti, allora, siamo chiamati a vincere un virus molto insidioso che è quello dell’indifferenza con il vaccino del “prenderci cura” degli altri, consapevoli, che nel mondo siamo tutti figli di Dio e una sola famiglia e che nessuno si salva da solo. Questa consapevolezza ci spronerà a scendere nel dolore e nella morte di tanti fratelli, vicini e lontani, per fare assieme ad essi un cammino per superare le forme di emarginazione e di morte e per ritrovare una nuova convivenza ispirata dall'agape del Risorto. 
Dentro questo orizzonte si muove la presente monografia
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sabato 9 gennaio 2021

"Vita interiore e politica" di Luciano Manicardi - HOREB 87 -N. 3 del 2020

"Vita interiore e politica" 
di Luciano Manicardi

testo pubblicato su HOREB 87 -N. 3 del 2020
"VITA SPIRITUALE E IMPEGNO POLITICO"


Abitare se stessi? 
Se la vita interiore è la capacità della persona umana di abitare se stessa dobbiamo chiederci: sappiamo abitare noi stessi? Ci troviamo a casa nostra con noi stessi? O stiamo diventando un non-luogo a noi stessi? Ovvero, non una dimora, ma un luogo di transito a cui siamo fondamentalmente estranei? O addirittura stiamo diventando delle sabbie mobili in cui noi stessi affoghiamo: perché non ci conosciamo, non sappiamo decifrare cosa ci succede, perché siamo schiacciati da quelle realtà che tanti psicanalisti e psicoterapeuti constatano ogni giorno: ansia, angoscia, stress, fatica, demotivazione, non senso, volontà suicidaria, grigiore, stanchezza, depressione. Ora, se abitare se stessi è segno di una vita interiore, ecco invece che vediamo oggi la grande tentazione della fuga da se stessi, per l’enorme fatica di essere se stessi. 


La fuga da se stessi 
Tutti noi abbiamo bisogno di momenti di evasione, di non essere sempre presenti a noi stessi e alle nostre responsabilità, al nostro ruolo che viviamo in famiglia, sul lavoro, a scuola. Abbiamo bisogno di prendere respiro dal nostro essere figli di, padri o madri di, impiegati nel negozio di, insegnanti di, presidi di, eccetera. Vedere un film, leggere un libro, fare una passeggiata, sono momentanee pause che ci consentono di prender fiato per poi tornare alle nostre responsabilità rinfrancati. Ma oggi la quotidianità ci pesa particolarmente. Nella società della prestazione, che esige persone performative soprattutto sul lavoro, nella società che produce scarti, che richiede la costruzione della propria identità al soggetto, che esige che si sia sempre all’altezza dei legami sociali, può insorgere più facilmente che in altri tempi la sensazione di non farcela, di non essere all’altezza, e quindi la tentazione di fuggire da sé. E normalmente le manifestazioni e gli esiti di questa tentazione contemporanea sono devastanti. Si pensi al sonno compulsivo, all’anoressia, alle dipendenze dall’alcool, alle ludopatie, alle dipendenze da internet, al burnout prodotto dai ritmi frenetici di lavoro e dalla concorrenzialità spietata, si pensi alle depressioni, alle malattie psichiatriche per cui la persona si frantuma in tante personalità, si pensi a chi moltiplica la sua attività riducendo il proprio essere al fare. Si pensi agli hikikomori giapponesi, ai giovani che cercano lo sballo, che vivono l’estrema mobilità delle amicizie, che scompaiono dietro a un video o a connessioni in cui un nickname li mantiene nell’anonimato e li protegge dall’incontro faccia a faccia. Si pensi infine alle persone che scompaiono senza lasciare traccia di sé e a chi si toglie la vita (1). Occorrerebbe capacità di abitare se stessi e di alternare momenti di pausa ai momenti di responsabilità. Una vita interiore poi necessita di silenzio e di solitudine, di ascolto di sé e di riflessione. In tempi in cui le troppe cose che ci abitano e ci invadono ci gettano fuori di noi stessi, come diviene praticabile tutto questo? L’arte di conoscere se stessi è difficile, faticosa, e il demone della facilità è decisamente più potente.


Interiorità e politica
Se già è difficile l’istituirsi di una vita interiore, articolare il suo rapporto con la politica è ancor più problematico. Anche se le cose, in realtà, sono estremamente semplici. Coltivare una vita interiore è il primo passo per la costruzione e per la partecipazione feconda alla vita della polis, perché l’interiorità è il luogo dove si forgia la libertà, dove si elaborano le convinzioni che conducono a scelte e decisioni che hanno un impatto politico, dove matura la forza di dire di no, dove si pensa l’oggi e si immagina il futuro. In questo senso, nutrire una vita interiore è virtù del cittadino


Lo spazio del politico e dell’interiorità 
«La politica si fonda sul dato di fatto della pluralità degli uomini, […] tratta della convivenza dei diversi, […] nasce tra gli uomini, […] nasce nell’infra, e si afferma come relazione» (2). In quella relazione, in quel “tra”, nello spazio vuoto tra gli uomini, tra me e l’altro, tra me, l’altro e il terzo, dunque nello spazio interpersonale e sociale, la politica incontra anche la dimensione dell’interiorità. Dimensione che va intesa innanzitutto negativamente come rifiuto del paradigma dell’homo absolutus, sciolto da legami e che declina la libertà come rigetto dei vincoli. Quindi come ripudio del mito del self-made man, dell’uomo che non deve nulla a nessuno, della persona chiusa nella ricerca del particulare, che riduce il mondo alle dimensioni della propria ristretta cerchia di interessi, dell’uomo che non si interroga, che non conosce né dubbio né incertezza né ricerca. Inoltre, se alla radice di una cattiva politica vi è una cattiva cultura, dietro a comportamenti politicamente scorretti ed eticamente inammissibili vi è una profonda carenza culturale che non consiste tanto nell’individualismo diffuso o nell’idea che il bene morale coincida con il perseguire il proprio interesse, ma più radicalmente nel fatto che oggi la gente non conosce quale sia il vero interesse. Il problema non è che la gente sia troppo egoista, ma che non sa amare se stessa; non è che si occupi del proprio interesse, ma che non si occupi abbastanza dell’interesse del suo vero io che in verità non conosce. Il “tra” che riguarda le relazioni interpersonali e sociali, deve dunque essere completato con il “tra” che ogni persona vive con se stessa. Dimensione interiore che poi va colta positivamente come spazio accordato alle questioni del senso inteso come direzione, significato e gusto, come assunzione cosciente di sé quale materiale da elaborare per umanizzarsi, per divenire se stesso, come ricerca di ciò che è al centro dell’esistenza umana e come realizzazione piena dell’umano nella via del perseguimento del bene comune, come sforzo di pensiero e di azione che abbia di mira il “noi”, come rispetto profondo della sacralità di ogni persona. È una sacralità concepita nel senso radicale in cui ne parla Simone Weil: 

«In ogni uomo vi è qualcosa di sacro. Ma non è la sua persona. E neppure la sua persona umana. È semplicemente lui, quell’uomo. Ecco un passante: ha lunghe braccia, occhi celesti, una mente attraversata da pensieri che ignoro, ma che forse sono mediocri. Ciò che per me è sacro non è né la sua persona né la persona umana che è in lui. È lui. Lui nella sua interezza. Braccia, occhi, pensieri, tutto. Non arrecherei offesa a niente di tutto questo senza infiniti scrupoli» (3) 

Questa sacralità ha la sua scaturigine nel bene e non sopporta che venga fatto il male: «Ogni qualvolta sorge dal profondo di un cuore umano il lamento infantile che il Cristo stesso non ha potuto trattenere: “Perché mi viene fatto del male?”, vi è certamente ingiustizia» (4). Lo sviluppo della vita interiore è un lavoro spirituale che, quando incontra la politica, non può che ispirare una “politica dei volti”, una politica sensibile alla sofferenza, al grido “Perché mi viene fatto del male?”, che sovente resta inespresso, perché chi più subisce violenza è spesso chi meno ha parola per difendersi e meno è capace di esprimersi. Una politica in cui il “noi” della collettività vuole articolarsi con il massimo rispetto per l’“io” di ciascuno, con il volto e il corpo di ciascuno. In effetti, non esiste solo il “tra” che separa gli uomini, ma c’è uno spazio anche tra me e me, quello in cui si inserisce la domanda: chi sono? E si inseriscono tutte le domande inerenti il senso del mio essere al mondo e la modalità delle mie relazioni con gli altri e con il mondo. E anche questo “tra” ha valenza politica e indica che la vita interiore riguarda la politica


La vita interiore, ovvero, la politica come ascesi 
«La politica consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà, da compiersi con passione e discernimento al tempo stesso. È perfettamente esatto, e confermato da tutta l’esperienza storica, che il possibile non verrebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile. Ma colui il quale può accingersi a quest’impresa deve essere un capo, non solo, ma anche – in un senso molto sobrio della parola – un eroe. E anche chi non sia l’uno né l’altro, deve foggiarsi quella tempra d’animo tale da poter reggere anche al crollo di tutte le speranze, e fin da ora, altrimenti non sarà nemmeno in grado di portare a compimento quel poco che oggi è possibile. Solo chi è sicuro di non venir meno anche se il mondo, considerato dal suo punto di vista, è troppo stupido o volgare per ciò che egli vuol offrirgli, e di poter ancora dire di fronte a tutto ciò: “Non importa, continuiamo”, solo un uomo siffatto ha la “vocazione” (Beruf) per la politica» (5).

 

Il celebre testo di Weber “La politica come professione” termina con queste ispirate parole circa l’uomo che ha la vocazione per la politica. Circa l’uomo, cioè, che “fa” politica. Il ritratto abbozzato da Weber fa emergere un invisibile dell’uomo politico, una sua dimensione profonda e nascosta che si sottrae all’apparire, che rifugge l’esibizione, che abita la profondità e – protetta dal pudore – detesta la superficialità. Questo ritratto parla, senza nominarla, della solitudine dell’uomo politico. Una solitudine intrisa di forza e di saldezza perché frutto di ascesi, di dedizione all’esercizio dell’arte di conoscersi, di esame di sé, di dialogo e lotta interiori, di pensiero e riflessione, di capacità di reggere l’urto di situazioni sfavorevoli e disperanti, senza lasciarsi abbattere. Parlare di interiorità e politica richiede anche di parlare della qualità umana della persona che si dedica alla politica, che cioè ha la vocazione (Beruf) alla politica o che ne fa una professione (Beruf). E che in questo “professare la politica” unifica mestiere e credenza, professione e professione di fede, unifica soprattutto le due dimensioni della responsabilità e della convinzione che sono le due etiche o dimensioni dell’etica sottolineate da Weber nel suo saggio. Dimensioni non esclusive l’una dell’altra (6). Poiché, infatti, l’azione politica sempre è a servizio di una causa, la causa a cui il politico si consacra implica una fede: «Egli può servire la nazione o l’umanità, può dar la sua opera per fini sociali, etici o culturali, mondani o religiosi, […] sempre però deve avere una fede» (7). Weber ritiene che chi si impegna in politica debba accordare un’attenzione particolare alla cura della propria vita interiore: la politica, che conduce l’uomo a gestire forza e potere, porterà con sé “pericolose tentazioni”, condurrà a incontrare il male, a confrontarsi con potenze diaboliche (8), a subire seduzioni potenti e richiederà perciò discernimento e saldezza, conoscenza di sé e lotta interiore, capacità di volere e capacità di dire di no. Se la dedizione alla politica esige passione, senso di responsabilità e lungimiranza, essa richiede un rigoroso esercizio al governo di sé e delle proprie passioni per acquisire forza e autorevolezza. E magari l’assunzione di quella virtù che si chiama coerenza (9). In particolare, Weber ricorda la tentazione della vanità da cui il politico si deve guardare: «L’uomo politico deve soverchiare dentro di sé, giorno per giorno e ora per ora, un nemico assai frequente e ben troppo umano: la vanità comune a tutti, nemica mortale di ogni effettiva dedizione e di ogni “distanza”, e, in questo caso, del distacco rispetto a sé medesimi» (10). Pertanto, «chi è interiormente debole si tenga lontano da questa carriera» (11). La straordinaria forza sprigionata da alcuni uomini politici è connessa alla loro profondità spirituale


Gandhi 
Secondo un suo biografo, una delle scoperte più importanti nella formazione di Gandhi fu la convinzione che «per poter trasformare gli altri, dobbiamo prima trasformare noi stessi» (12). Acquisizioni che egli fece nella sua maturazione spirituale e che divennero importanti pilastri della sua azione politica e sociale furono il considerare le difficoltà come opportunità di servire e come sfide per stimolare intelligenza e immaginazione, il cogliere in ogni cosa la possibilità di scegliere se vivere per se stesso o per gli altri, il mettere in atto una volontà indomabile. E “volere” significa comandare e obbedire al tempo stesso. C’è un due in uno proprio della volontà. La volontà implica che colui che vuole, obbedisca anche a ciò che vuole. Colui che vuole si determina, ma determinarsi significa anche dare un comando a se stesso e obbedirsi. Lo stesso soggetto è quello che comanda e obbedisce contemporaneamente. «Quel che v’è di più prodigioso nella volontà è che noi siamo al tempo stesso chi comanda e chi ubbidisce» (13)


Dag Hammarskjöld 
Il diario pubblicato postumo di Dag Hammarskjöld, Segretario generale dell’ONU dal 1953 fino alla tragica morte nel 1961, svelò un uomo dalla profondissima statura spirituale, dedito al dialogo interiore, che univa responsabilità politiche di portata mondiale alla coltivazione dell’interiorità, nella convinzione che «le domande che sono alla base di una vita spirituale non sono affare privato, ma possono e anzi debbono alimentareun impegno pubblico» (14). 
Le dichiarazioni rilasciate da Hammarskjöld durante una trasmissione radiofonica poco dopo la sua nomina a Segretario generale dell’ONU, radicano il nesso tra impegno politico e dimensione interiore e spirituale nelle testimonianze dei mistici medievali: 

«La spiegazione di come l’uomo debba vivere una vita di servizio attivo verso la società in completa armonia con se stesso come un membro attivo della comunità dello spirito, l’ho trovata negli scritti di
quei grandi mistici medievali per i quali ‘la sottomissione’ è stata la via della realizzazione di sé e che hanno trovato nell’ “onestà della mente” e nell’ “interiorità” la forza di dire sì a ogni richiesta che i bisogni del loro prossimo mettevano loro davanti, e di dire sì a qualsiasi destino la vita avesse in serbo per loro quando hanno risposto alla chiamata del dovere così come l’avevano intesa» (15).


La libertà
Un’interiorità coltivata è alla base del pensiero critico, della capacità di selezionare e gestire le informazioni, di pervenire a una conoscenza e formarsi un’opinione, così come è alla radice di relazioni sociali vitali. Non a caso i regimi totalitari, perseguendo la “politicizzazione totale” (16) dell’individuo, uccidono la libertà, zittiscono le persone, ne impediscono le riunioni e le discussioni e ne spengono le capacità di pensiero autonomo: essi non si accontentano di un ossequio esteriore, ma vogliono invadere l’interiorità e impossessarsi dell’anima delle persone. 
Lo spazio interiore è il primo spazio di libertà in quanto spazio di coltivazione della rivolta, del “no”, dell’iniziare a immaginare e pensare qualcosa di alternativo allo stato delle cose (17). E la politica deve fornire alternative tra opzioni diverse. Se compito della politica è governare pluralità e diversità degli uomini garantendone la libertà, allora essa è il luogo di realizzazione dell’esistenza umana autentica. La libertà è poi il potere di intraprendere qualcosa di nuovo e di inedito nella storia. 
Per questo, dimensioni come l’immaginazione, la creatività e il coraggio, tutte radicate in un’interiorità profonda e ricca, sono oggi essenziali per una politica che voglia essere all’altezza della propria vocazione (18).

Luciano Manicardi
Priore di Bose
Comunità di Bose
13887 Magnano (BI)

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(1) Cf. D. LE BRETON, Fuggire da sé. Una tentazione contemporanea, Raffaello Cortina, Milano 2016.
(2) H. ARENDT, Che cos’è la politica?, Edizioni di Comunità, Milano 1995, 5.7.
(3) S. WEIL, La persona e il sacro, Adelphi, Milano 2012, 11-12.
(4) Ivi, 13-14.
(5) M. WEBER, La politica come professione, in Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi, Torino 1976, 120-121.
(6) «L’etica della convinzione e quella della responsabilità non sono assolutamente antitetiche ma si completano a vicenda e solo congiunte formano il vero uomo, quello che può avere la “vocazione alla politica”» (Ivi, 119).
(7) Ivi, 104.
(8) Cf. Ivi, 112-113. Cf. P. VALADIER, Lo spirituale e la politica, Lindau, Torino 2011, 24.(9) «Un uomo non può fare del bene in un settore della sua vita mentre si comporta male in un’altra parte di essa. La vita è una totalità indivisibile» (Gandhi, citato in E.EASWARAN, Gandhi. Come un uomo cambiò se stesso per trasformare il mondo, Elliot, Roma 2011, 50).
(10) M. WEBER, La politica come professione…, 102.
(11) Ivi, 100.
(12) E. EASWARAN, Gandhi…, 52. Si pensi alla nota massima di Gandhi: «Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo». 
(13) F. NIETZSCHE, Al di là del bene e del male § 19 Al di là del bene e del male. Genealogia della morale, Adelphi, Milano 19864, 23).
(14) A. LABBUCCI, La salvezza e il pericolo. Spiritualità, politica e profezia ai tempi di papa Francesco, Donzelli, Roma 2015, 47.
(15) D. HAMMARSkjöLD, Tracce di cammino, a cura di Guido Dotti, Qiqajon, Magnano (BI) 2005, 249.
(16) Cf. H. ARENDT, Che cos’è la politica?..., 22.
(17) Cf. E. DONAGGIO, Direi di no. Desideri di migliori libertà, Feltrinelli, Milano 2016.(18) Cf. L. MANICARDI, Spiritualità e politica, Qiqajon, Magnano (BI) 2019.
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Leggi anche:
- VITA SPIRITUALE E IMPEGNO POLITICO - HOREB 87 - N. 3 del 2020


mercoledì 16 dicembre 2020

VITA SPIRITUALE E IMPEGNO POLITICO - HOREB 87 - N. 3 del 2020

 
VITA SPIRITUALE 
E IMPEGNO POLITICO

HOREB 87  -N. 3 del 2020


TRACCE DI SPIRITUALITÀ
A CURA DEI CARMELITANI



«Per molti la politica oggi è una brutta parola, e non si può ignorare che dietro questo fatto ci sono spesso gli errori, la corruzione, l’inefficienza di alcuni politici. A ciò si aggiungono le strategie che mirano a indebolirla, a sostituirla con l’economia o a dominarla con qualche ideologia. E tuttavia, può funzionare il mondo senza politica? Può trovare una via efficace verso la fraternità universale e la pace sociale senza una buona politica?» (Fratelli tutti, n. 176). Riteniamo che questa annotazione, presente nell’ultima enciclica di papa Francesco, debba farci riflettere sulla situazione storica che stiamo vivendo e debba stimolarci a ridare dignità e fondamento umano ed evangelico all’impegno politico. In quest’ottica è urgente riqualificare e cercare di vivere la nostra vita di fede come accoglienza non di tradizioni e devozioni, ma come accoglienza dello Spirito del Signore Gesù. È la sua presenza che unifica la nostra vita e non ci consente fughe dalla storia, anzi, nella logica dell’incarnazione ci impegna a prendere sul serio il mondo e le sue vicende. Gesù, nella sua esperienza storica è stato critico verso ogni normativa che non mettesse al centro la persona umana e la sua dignità di figlio di Dio. Alla sua luce siamo chiamati oggi ad essere critici, anche noi, nei riguardi di uno status quo, rappresentato dal modello attuale di sviluppo. Tale modello non è il risultato di un processo inevitabile, naturale, né tanto meno necessario, come certa pubblicistica ci vuol far credere. Esso è piuttosto il risultato di un processo che ha assoggettato al mercato e alla tecnica la sfera politica, sociale e culturale e, paradossalmente, ha assunto la forma di una nuova ideologia, travestita da legge naturale e religiosa. Seguendo l’esempio di Gesù, educandoci anche alla lettura delle dinamiche storiche e delle sue cause, occorre smascherare questo processo ed opporci ad esso, svelandone la fallacia e denunciandone l’ingiustizia. Si tratta di rimettere al centro della nostra attenzione la condizione degli oppressi e degli emarginati e di prendere sempre più coscienza del legame stretto che esiste tra testimonianza evangelica e impegno politico, o meglio del respiro politico che deve assumere la testimonianza evangelica. G. La Pira, in una lettera a Pio XII del 26-5-1958, evidenziava già questo legame quando scriveva che «la politica è l’attività religiosa più alta, dopo quella dell’unione intima con Dio: perché è la guida dei popoli. Una responsabilità immensa, un durissimo servizio che si assume». È dentro questa prospettiva che si muove la presente monografia.
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giovedì 17 settembre 2020

LA SINODALITÀ STILE DELLA CHIESA - HOREB N. 2 del 2020

LA SINODALITÀ 
STILE DELLA CHIESA
HOREB N. 2 del 2020
(86)

TRACCE DI SPIRITUALITÀ
A CURA DEI CARMELITANI




«Il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio». Questo è l’impegno programmatico proposto da Papa Francesco, nel 2015 nella commemorazione del cinquantesimo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi da parte di Paolo VI. 


È il cammino che ci propone Gesù e che motiva il fatto che già negli Atti degli Apostoli i cristiani sono chiamati «quelli della “via” (‘odòs)» (At 9,2): Gesù, infatti, è «la via» (Gv 14,6). Vi è un unico cammino di Gesù, che abbraccia tutto il suo ministero, passa attraverso la passione e la resurrezione e si prolunga fino alla salita al Padre. I discepoli sono chiamati a seguire insieme (syn) la stessa “via” (odòs). 


È urgente, allora, convertirsi a un modello di Chiesa che, avendo come radice e come orizzonte la comunione trinitaria, si concretizzi in popolo di Dio, in popolo storicamente in cammino nella storia e radicato in un territorio. 


In questo orizzonte, la diocesi, la parrocchia, il territorio sono chiamati a diventare luoghi di sinodalità, luoghi dove si cammina insieme. È questo un processo che si esplica quando, assieme alla Parola di Dio, si sanno attentamente ascoltare le persone e gli avvenimenti della storia, al fine di discernere comunitariamente le ispirazioni dello Spirito Santo nei segni dei tempi, dove Dio oggi mostra il suo Volto e ci interpella. È un cammino dove si impara insieme a progettare, a discernere le diverse alternative di azione, a decidere, a realizzare quanto è stato deciso, e, poi, a verificare i risultati e gli effetti di quanto è stato realizzato, e, se necessario, riorientare il cammino stesso. 


Il cammino sinodale, superando la tentazione del clericalismo persistente, ci aiuta a crescere come popolo di Dio, dove i soggetti non sono puramente strumentali agli obiettivi prefissati, non sono solo degli esecutori di un ruolo formale; essi sono stimolati a crescere, ad esprimere le proprie doti, abilità, inventive, partecipando alla crescita e trasformazione degli obiettivi avviati all’inizio. Una persona che assume un ruolo viene messa in gioco con tutta se stessa, ma sa che anche altri sono nello stesso modo messi in gioco: e tutti insieme camminano verso lo stesso obiettivo, che è l’attuazione del Vangelo. È in questa prospettiva che si pongono le riflessioni della presente monografia

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venerdì 1 maggio 2020

Restiamo umani! HOREB N. 1 del 2020 (85) - Numero integrale in pdf

Restiamo umani!
 HOREB N. 1 del 2020
(85)


TRACCE DI SPIRITUALITÀ
A CURA DEI CARMELITANI



Editoriale
«Il vostro ornamento non sia quello esteriore – capelli intrecciati, collane d’oro, sfoggio di vestiti – ma piuttosto, l’umano nascosto nel cuore, un’anima incorruttibile, piena di mitezza e di pace: ecco ciò che è prezioso davantia Dio» (1Pt 3,3-4).
Così scriveva Pietro nella sua prima lettera, rivolgendosi alle donne.
Riteniamo che l’esortazione dell’apostolo sia invito a riflettere non solo alle donne ma anche agli uomini di tutti i tempi, perché c’è un “umano”, cioè un desiderio di attenzione, di accoglienza, di mitezza e di pace, presente nell’intimo di ogni persona che spesso viene soffocato da altri interessi. Consentirea questo “umano” di determinare le nostre scelte e di affiorare nei nostri volti e nei nostri gesti è urgente anche oggi, se vogliamo che la nostra storia abbia una svolta e un futuro.
L'esperienza quotidiana, infatti, ci pone davanti il dramma dell'uomo, che, nonostante le grandi conquiste, resta sull'orlo dell'abisso, della nevrosi,della disperazione, e la tragedia di un’umanità divisa tra Nord e Sud, tra ricchi e poveri, tra efficienti e scarti. 
Questa situazione del mondo, ovviamente, non è dovuta al caso, e non dipende neppure da una inferiorità costitutiva degli abitanti dei paesi poveri, ma è frutto di scelte ben precise, del passato e di oggi, ed è alla base del fenomeno della trasmigrazione di popoli dai paesi più poveri verso i paesi dove c’è maggiore benessere. 
Di fronte a questo fenomeno migratorio, anestetizzato l’umano, si sta determinando “un naufragio delle coscienze” e, sulle labbra di molti affiorano verbi come: “affondare”, “distruggere”, “respingere”.
E allora è urgente recuperare l’umano, lasciandosi interpellare dal volto di Gesù, che ha fatto suo il volto del forestiero, dell’affamato e del nudo (cf.Mt 25, 31-46), e aprirsi, lasciarsi interpellare, modificare, arricchire, ridefinire dal volto dell’altro, un volto che non ha barriere confessionali, politiche, sociali, di razza.
Dall’esperienza umana di Gesù scaturisce un invito a saper guardare con lucidità i frammenti di storia, come spazio in cui Dio costruisce il Regno, a saper crescere nella consapevolezza che il Dio in cui crediamo è un Dio che
non si è rifiutato di attraversare anche le tragiche esperienze di oscurità e di solitudine che segnano la vita di ogni uomo e che l’evento dell’Incarnazione e della Croce è in definitiva, lo spazio per il recupero della radicalità cristiana come annuncio di una forma storica di esistenza, caratterizzata dalla piena condivisione del destino umano per rendere trasparente l’amore gratuito e fedele di un Dio che, in Gesù-Uomo, ha dato totalmente se stesso per la vita degli uomini.
È questo l’orizzonte in cui si colloca la presente monografia.

L’apertura innalza un “grido” che avverte l’urgenza di superare decisamente l’attuale involuzione verso l’“homo necans”, che avvelena le relazioni tra gli umani con la diffusione di una cultura “tribale”, alimentata dalla violenza, dal rancore, dall’odio etnico, razziale e religioso, come pure dal
disprezzo verso ogni pratica di benevolenza, di gratuità e di compassione. È necessario allora recuperare il senso vero dell’umano che ci viene dalla millenaria riflessione filosofica e teologica riguardo all’uomo come fine e non come mezzo, e ai valori di uguaglianza, fraternità, solidarietà e di rispetto dei diritti umani fondamentali (F. Scalia).
Dalla fede biblica invece ci viene la sollecitazione a diventare umani “ad immagine di Dio”, vale a dire ad essere generativi e nel contempo capaci di governare con responsabilità noi stessi, gli altri e la terra (P. Stefani). Nondimeno Gesù, proprio in fedeltà al precetto biblico del riposo sabbatico, sollecita i suoi accusatori-provocatori – e di riflesso noi tutti – a costruire relazioni più umane, vivendole nell’ottica della misericordia accogliente di Dio e dell’amore verso il prossimo (G. Del Signore).
Segue la riflessione teologico-spirituale. Essa evidenzia quei “punti fermi” dell’esperienza cristiana che si rende non omologabile all’andazzo della disumanità dominante: resistere in modo creativo e aprirsi al futuro di Dio con discernimento e coraggio profetico (M. Assenza); formarsi una coscienza
morale libera e responsabile (V. Rocca); vivere la liturgia come celebrazione di Cristo Sacerdote e del suo Vangelo che orienta il nostro modo di umanizzare il mondo (E. Palumbo); di fronte alla emergente cultura bio-tecnologica del post-umano, impegnata a costruire “macchine intelligenti” a imitazione dell’essere umano, la coscienza credente non dimentichi di essere stata creata ad immagine di Dio Trinità, che è comunione di persone ontologicamente libere, uniche, insostituibili e irripetibili (M. Aliotta).
In questo cammino impegnativo di umanizzazione del mondo, ci fanno da compagnia alcuni cristiani esemplari: tra i tanti, sono stati scelti il carmelitano b. Tito Brandsma, martire a Dachau (A. Neglia), e il presbitero don Primo Mazzolari (G. Battaglia).
E guardando alla realtà sociale, l’impegno ad umanizzare le relazioni umane si è concentrato su tre ambiti: la famiglia (R. Lisi), la realtà giovanile(S. Basha), i migranti (N. Basile).
La rubrica “Guardando oltre”, curata da M. Assenza, offre una riflessione sull’esigenza oggi di saper vivere la mitezza come stile di vita.
Il quaderno si chiude con gli “Itinerari”.
 Per “Testimoni del nostro tempo”, un primo articolo sull’esperienza spirituale di Benedetta Bianchi Porro (A. Neglia). 
Per “Letteratura e Spiritualità”, una riflessione su scrittura e umanizzazione della vita (A. Sichera). 
Per “Ricerche sul Carmelo”, un primo
articolo che traccia profilo biografico del frate carmelitano Giovanni di S. Sansone (C. Cicconetti).

Leggi il numero integrale in pdf: 


In questo numero
Il saluto e il ringraziamento 
Gabriella del Signore

"Carissima Gabriella, grazie per questa tua ultima riflessione, l’accogliamo come tuo testamento spirituale per noi e per i lettori. Ce l’hai offerta, verbalmente, nella “settimana di spiritualità”, dell’agosto scorso, alla quale da circa trent’anni partecipavi, prima da sola, e poi, con il tuo sposo Francesco e tuo figlio Lucas, ai quali esprimiamo ancora il nostro affetto e la nostra vicinanza.
Sei stata per noi, ma anche per i lettori di Horeb, una sorella e una compagna nel cammino della fede. Con le tue riflessioni bibliche, sempre profonde e attuali, ci ha offerto delle brecce per intravedere il volto luminoso del Signore Gesù. Ci mancherai, ma siamo convinti che, dal 13 dicembre, da quando il Signore ti ha chiamato a Sé, tu contempli il Suo Volto, che hai sempre cercato, e continui ad esserci sorella e compagna nel viaggio della vita. Con riconoscenza, la fraternità carmelitana di Barcellona P.G. e gli amici-lettori di Horeb."


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venerdì 29 novembre 2019

La forza interiore della resilienza di p. Giovanni Salonia

La forza interiore della resilienza 
di p. Giovanni Salonia

pubblicato su HOREB 
N. 1 del 2019 (82)
RISVEGLIARE PASSIONI GIOIOSE


Non conosciamo mai la nostra altezza
finché non siamo chiamati ad alzarci
E. Dickinson


Fra le doti umane
Con “triste saggezza”, Giobbe lo afferma: «Militia est vita hominis super terram». La vita su questa terra è una guerra. Risuona il “Vivere militare est” di Seneca. 
La vita è militia, ma noi umani siamo attrezzati a combatterla: riceviamo in dote la resilienza, la capacità di affrontare anche le peggiori difficoltà.Tale capacità di resilienza è, in effetti, costitutiva della condizione umana.
È vero che l’esistenza del singolo, come quella della comunità, è in ultima analisi un continuo attraversare difficoltà antiche e nuove, fisiologiche e traumatiche, fisiche o morali, personali o relazionali, ma è altrettanto vero che l’attivare o non attivare la capacità di resilienza trasforma le asperità. Senza la resilienza il dolore “pietrifica la soglia”, blocca la crescita, diventa danno: come una palla di neve che cadendo sempre più si ingigantisce, così il dolore diventato danno raccoglie difficoltà di ieri, di oggi e di domani e schiaccia l’uomo.
Essere capaci di resilienza significa non lasciarsi bloccare, andare avanti, attraversare il dolore e trasformarlo in doglia di parto. Significa, ovvero, apertura a vite nuove, maturazioni impreviste, illuminazioni che non sarebbero accadute senza tali attraversamenti, tali rotture di equilibri e di previsioni. È quanto accade alla madre se nel travaglio del parto non chiude il suo corpo ma continua a respirare (e – decisamente – ad espirare e non trattenere), attraversa la paura del dolore e della morte, si apre e permette che una nuova vita venga al mondo. Perché emerga la resilienza, sono necessarie alcune condizioni: essere in contatto con il proprio corpo, con l’altro e con il momento presente.
Abitare il proprio corpo è condizione preliminare. Solo chi respira dalla testa ai piedi, chi sente tutto il proprio corpo può avvertire quella forza interiore che – come detto – fa di ogni uomo un guerriero: «Iniziò a respirare flebilmente la sensazione di sentirsi smarrito […] Toccò il suo corpo, si guardò attorno e sentì “qui io sono e adesso” e non fu preda del panico»(1). Abitare il proprio corpo è una competenza che richiede un percorso di crescita, alla scoperta di se stesso, di quello straniero-a-noi-stessi che è il nostro corpo. Come ci ricordano le arti marziali, di fronte al nemico non bisogna accartocciarsi o rimpicciolirsi, ma essere nella integrità e nella pienezza del proprio esser-ci-nel-corpo e nel mondo. Il dolore – dice il poeta K. Gibran – apre la conchiglia per far nascere la perla della nostra forza, della nostra dynamis che – sola – può regalarci l’esperienza di sentirsi vivi e in pienezza.
Sentirsi dentro una relazione. Maria sta partorendo, ha un travaglio intenso, agitato. Cerca sostegno e si aggrappa al braccio dell’ostetrica che la respinge e la invita ad aggrapparsi alle maniglie fredde della sedia da parto. Lei insiste. Ad un tratto un’altra ostetrica, giovane tirocinante, si avvicina, le dà la mano e Maria afferra quella mano e si placa. Un corpo vicino. Un corpo – anche in silenzio – ma presente.
La presenza dell’altro permette di essere presenti a se stessi, di non entrare nel panico e nell’agitazione. Mai come quando attraversiamo il dolore avvertiamo nella nostra carne che siamo corpi tra corpi. E nessun corpo è un’isola, ma si conosce solo come corpo-tra-corpi:
l’intercorporeità che diventa sostegno, che accompagna l’attraversamento. 
Stare nella temporalità significa abitare il qui-e-adesso. Il dolore genuino, quello vero, quello di adesso si sopporta con maggiore facilità di un dolore che si è contaminato con altre problematiche. È necessario ricordare che quando nuotiamo l’unica acqua nella quale siamo immersi è quella che ci avvolge: il mare è altro, appartiene al registro visivo. Stare nel dolore di adesso non caricandolo del dolore previsto né di quello di ieri è necessario per sostenere il dolore. Qualcuno insegnò che «ad ogni giorno basta la sua pena».

Resilienza… cioè?
Che la vita fosse lotta (il famoso polemos, «re e padre di tutte le cose grandi», aveva compreso già Eraclito) e che l’uomo fosse dotato di una grande forza interiore sconosciuta di cui ci si appropria solo quando viene provocata è stato, in vari modi, saputo dalla saggezza umana e verbalizzato con determinazione da tutte le religioni. I nomi sono (stati) tanti: dalla razionalità assolutizzata alla follia che fa smuovere le montagne (pensiamo alla furia di Orlando), dalla forza di volontà («Volli sempre volli, fortissimamente volli») alla atarassia, dalla santità alla flessibilità resistente («Mi piego ma non mi spezzo»). Oggi si parla di resilienza, parola presa in prestito dai metalli, per indicare una forza flessibile che non è rigida né assente.
Nella storia della psicologia, Freud (2) inizialmente la descrisse come espressione di quella aggressività innata (il thanatos) che produce violenza e morte o che è dovuta alla frustrazione di una libido repressa. Indicò nella fase anale il tempo dell’emergere di questa forza oppositiva. Otto Rank (3) per primo sottolineò che anche l’aggressività nei confronti del terapeuta (Gegenwille) può essere espressione di guarigione. Fritz Perls, correggendo Freud, colse invece nella dentizione la fase in cui la forza del bambino destruttura il cibo e decide se inghiottirlo ed assimilarlo o meno (4).
Per Perls l’aggressività è una spinta positiva innanzitutto per esprimere la propria individualità e la propria creatività. Anche l’Infant Research (5) ha mostrato come sin dall’inizio il bambino ha una sua autonomia che esprime con energia nei confronti del corpo della madre (pianto, urla, rifiuto del cibo, morsi), dimostrazione della naturale tendenza ad esprimere un propriopotere, a non subire o soccombere, ma a rialzare sempre la testa, amuoversi verso l’autonomia e l’affermazione di sé.
Dagli ultimi studi condotti dalla ricerca in Gestalt Therapy (6) la capacità di controllare i propri sfinteri anali è stata letta come indispensabile percorso per la graduale costruzione della propria forza e della propria capacità di incidere sul mondo e di appropriarsi delle proprie potenzialità e della propria capacità d’azione.
È questa, in effetti, la declinazione psicologica della felice intuizione di Merleau-Ponty (7), che indicò nell’“Io posso” una esperienza costitutiva della propria identità. Anche nella percezione del mondo siamo condizionati dal reale potere che abbiamo sull’oggetto che percepiamo. Merleau-Ponty sottolinea come l’azione abbia una valenza originale e originaria rispetto al pensiero. L’uomo non ha la misura di se stesso solo nell’“Io penso”, ma include come intimo elemento della propria identità l’“Io posso”, per cui il bambino che riesce per la prima volta a prendere un oggetto, a camminare, avverte un cambiamento decisivo nella definizione di sé. L’azione, ovvero, può accadere senza essere preceduta da pensieri e – ciò nonostante, o appunto per questo – produrre pensieri nuovi, risultare geniale ed artistica.
La risposta intima e profonda al dolore, per tornare al nostro tema, è cioè tanto più efficace e determinante quanto più essa mi appartiene ed è il risultato della mia forza, del mio calore, della mia luce.
La resilienza genuina è fatta di luce (vedo verso dove sto andando), di calore (sono in contatto con la vita e con i viventi di ieri, di adesso e che verranno) e di forza (si sveglia il guerriero che dorme nel mio corpo ed è pronto a lottare per conservare e per donare la vita). Fallimentare la luce senza la forza (non permette di camminare), come la forza senza la luce (gira a vuoto), mentre la luce e la forza senza calore diventano freddezza rassegnata o cinica.
In fondo anche le due esperienze di base della vita – mangiare ed amare un altro corpo – richiedono queste caratteristiche. Chi mangia deve avere fiducia nel mettere il cibo in bocca (il tiranno fa assaggiare allo schiavo perché teme il veleno), ma deve anche esprimere la forza di addentare ed infine deve avere una direzione in cui vuole arrivare.
Anche nel rapporto sessuale sono necessari calore, forza e luce.
Contrariamente a come si è portati a pensare, la forza è anche femminile,il calore anche maschile, la direzione condivisa permette ai corpi e alle anime di esprimersi reciprocamente e di vibrare in un unico canto.

Come si forma la resilienza?
Una battuta recita: vuoi essere felice? Scegliti due genitori sereni. La saggezza della battuta sta proprio nell’aver individuato che la matrice della resilienza va ricercata negli inizi, e cioè nella primissima socializzazione. Fino a qualche anno fa si discuteva e si oscillava tra l’attribuzione di merito al padre o alla madre. O si pensava che la virilità paterna forma e modella il bambino a resistere strenuamente di fronte alle difficoltà oppure che è il conforto materno che permette di raccogliere in sé la fiducia che fa risollevare. Né lo sguardo si allargava oltre. Oggi la risposta è ben diversa: per comprendere come si sviluppi una vera resilienza sono da guardare il padre, la madre e i fratelli.
La forza del codice paterno aiuta a creare la storia, a rispecchiarsi in quella biografia vissuta che nel corpo si forma di esperienza in esperienza e a riconoscerla nel proprio quotidiano agire. È la figura paterna che per lo più fornisce la spinta ad agire e a cercare il successo nella vita, che incoraggia e semplifica, che induce ad andare avanti ma che richiama anche all’appartenenza.
La forza del codice materno fornisce quel calore che sostienel’individualità e che permette di aver fiducia in se stessi e negli altri quando la tempesta infuria, di mantenere vivo il cuore e di sentire, ad esempio, vivo anche chi non è più nel mondo del visibile (la memoria storica).
Il codice fraterno è la forza paritaria, che “non prevarica e non si sottomette”, ma che sa vivere le esperienze così come sono: condividendole con i paritari, senza reprimerle (sarebbe un soffocarle) e senza amplificarle (sarebbe un restarne schiacciati).
A questo punto si apprende che la base di ogni capacità di resilienza è l’Ordo Amoris. Stare al proprio posto, nella propria collocazione all’interno della costellazione familiare e “avere la propria età”. Se il figlio è figlio e agisce da figlio ha la forza del figlio. Se un tredicenne agisce da tredicenne è forte, se agisce da undicenne o da quindicenne diventa insicuro,inconsistente.
La reazione resiliente (preziosità del termine!) (8) fluisce, quasi musicalmente, dall’accettare all’accogliere rimanendo integri, al proiettarsi in avanti. Una flessibilità sinuosa che dice tutto il cammino di crescita che il soggetto (e chi si è preso cura di lui) ha compiuto: come la lunga tenacianecessaria a crescere un bambino, a coltivare una pianta, a mantenere viva la fede. Come nelle arti marziali l’urlo, espressione della propria forza, richiede una preparazione progressiva e una raccolta in unità di tutto se stesso, così la resilienza è genuina se esprime integrità e pienezza ritmati in tre movimenti: mi piego, sento la mia forza e poi il balzo in avanti (9).

La resilienza... un processo
Una delle scoperte più interessanti sulla resilienza é stata certamente quella della Kubler-Ross perché ci ha fatto passare da una visione “statica” della resilienza ad una visione processuale. La resilienza non va identificata con una reazione scontata alle difficoltà, data una volta per sempre (come una serenità inossidabile), ma come diverse reazioni che si susseguono a seconda dei tempi della sofferenza. Lei ha verificato come la persona, se ha una sua integrità di base, sperimenta diverse modalità (a volte apparentemente contraddittorie) di resilienza. Il paziente, ad esempio, che – nella fase della ribellione – esprime la propria rabbia per il dolore che sta affrontando, in realtà sta esprimendo la sua forza, la sua resilienza.
Permettere alla persona di esprimere le proprie reazioni di ira, di depressione, di rifiuto del dolore significa facilitare la resilienza come processo che necessita di tempo per approdare ad una riconciliazione ed accettazione del dolore. «Se non molliamo, la rosa prima o dopo finirà per sbocciare. Perfino nel momento dell’agonia, nascerà».
La resilienza si costruisce, quindi, dentro il paradigma del corpo abitato – del corpo che dà presenza – e del tempo che modifica i vissuti e, se le condizioni sono state rispettate, conduce a quell’Amen al dolore e alla vita che fa sperimentare ad ogni uomo la pienezza del suo essere uomo.
Non per nulla gli antichi affermavano che l’ars artium è l’ars patiendi e l’ars moriendi
Il cardinale Martini racconta di aver chiesto al Signore, negli ultimi anni di vita, il perché del dolore e della morte. Perché dobbiamo conoscere lo strazio del soffrire e l’indicile dolore del finire? E – aggiungeva – un giorno ho capito, guardando il Crocifisso, che solo nel dolore della morte possiamo fare l’esperienza suprema: quella di un consegnarsi senza una uscita di sicurezza, un consegnarsi fino in fondo e fino alla fine (10).
Allora, forse, in ultima analisi la resilienza va cercata nella storia del nostro progressivo e definitivo consegnarci con forza e con amore al Principio da cui proveniamo. Solo così dall’”intimo più intimo” del nostro corpo sgorgherà un grido più forte di quello di Munch: il “grido” di chi invoca un Padre.


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(1) P. GOODMAN, Empire city. A novel of New York city, Black Sparrow Press, Santa Rosa (CA) 2001.
(2) Cf. S. FREUD, Tre saggi sulla teoria sessuale (1905), in ID., Opere, vol. 4, Bollati-Boringhieri, Torino 1989
      (ed. or. 1905).
(3) Cf. O. RANK, Volontè et psychoterapie, Payot, Paris 1976.
(4) Cf. F. PERLS, L’io, la fame e l’aggressività, Franco Angeli, Milano 1995 (ed. or.1942/1969).
(5) Cf. B. BEEBE - F.M. LACHMAN, Un modello sistemico-Diadico delle interazioni,
      Raffaello Cortina, Milano 2003 (ed. or. 2002)
(6) G. SALONIA, L’errore di Perls. Intuizioni e fraintendimenti del postfreudismo gestaltico,
       in GTK Rivista di Psicoterapia, 2 (2011) 49-66.
(7) Cf. F. FERGNANI, Introduzione all’edizione italiana, in M. MERLEAU-PONTY, Il corpovissuto, Il Saggiatore,
        Milano 1997.
(8)  L’etimo, da resalio, indica il salire, il balzare in avanti.
(9)  Al riguardo, per il concetto di maturità, si veda G. SALONIA, Maturità, in J.M. PRELLEZO – C. NANNI – 
       G. MALIZIA (edd.), Dizionario di Scienze dell’Educazione, LAS-LDC-SEI, Roma 1997, 662-665.
(10) Si veda anche A. JODOROWSKI, I vangeli per guarire, Mondadori, Milano 2003 (ed.or. 1996).
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giovedì 15 agosto 2019

Seguire Gesù nel quotidiano - HOREB N. 2 del 2019

Seguire Gesù
 nel quotidiano 
HOREB N. 2 del 2019
(83)


TRACCE DI SPIRITUALITÀ
A CURA DEI CARMELITANI









«Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova. Sei una consacrata o un consacrato? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione. Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa. Sei un lavoratore? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro al servizio dei fratelli. Sei genitore o nonna o nonno? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire Gesù. Hai autorità? Sii santo lottando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi personali» (Gaudete et exultate, n. 14).

Arriva quanto mai opportuna questa esortazione di Papa Francesco in cui evidenzia che tutti siamo chiamati alla santità e che questa, quindi, non è un lusso, né presunzione, ma invito fatto direttamente da Dio a ogni credente: «Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo» (Lv 19,2).

L’esortazione evidenzia anche che con la chiamata alla santità non si allude ad intimismo o ad introspezioni psicologiche, ma all’impegno a recuperare noi stessi come persone per rimotivare la nostra vita e le nostra missione dal di dentro, cioè, da un consapevole rapporto di amicizia con il Dio vivente che nel Figlio suo Gesù ci visita, ci fa crescere come figli e ci coinvolge a stare nella storia con la sua stessa passione. 

Questo fatto mette il cristiano in guardia contro la tentazione di personali manipolazioni e lo impegna, invece, a dar vita nella propria carne allo stile di Cristo e alle sue prerogative.

Ebbene, dal vissuto di Gesù scaturisce un invito a saper guardare con lucidità i frammenti di storia, come spazio in cui Dio costruisce il Regno, a saper crescere nella consapevolezza che il Dio in cui crediamo è un Dio che non si è rifiutato di attraversare anche le tragiche esperienze di oscurità e di solitudine che segnano la vita di ogni uomo e che l’evento dell’Incarnazione e della Croce è in definitiva, lo spazio per il recupero della radicalità cristiana come annuncio di una forma storica di esistenza, caratterizzata dalla piena condivisione del destino umano per rendere trasparente l’amore gratuito e fedele di un Dio che ha dato totalmente se stesso per la vita degli uomini.

È dentro questo orizzonte che si muove e si articola la presente monografia.
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