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sabato 16 maggio 2026

Opinioni contrastanti su un'esperienza scolastica di una scuola di Marostica a favore di migranti aTrieste

Opinioni contrastanti su un'esperienza scolastica di una scuola di Marostica a favore di migranti aTrieste


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I piccoli angeli arrivati a Trieste per aiutare i migranti: i bimbi commuovono tutta Italia


Ci sono momenti che riescono ancora a rompere il rumore del mondo. Momenti piccoli, apparentemente semplici, che però hanno la forza di attraversare lo schermo di un telefono, entrare nelle case, fermare le persone e lasciare qualcosa dentro.

È successo nelle ultime ore con il video condiviso da Linea d’Ombra e diventato virale nel giro di pochissimo tempo. Un filmato nato nel cuore di Trieste, in quella piazza Libertà che da anni viene chiamata “la piazza del mondo”, luogo dove si intrecciano speranze, viaggi, paure, attese e frammenti di umanità provenienti da ogni angolo della terra.

Ma questa volta, a colpire profondamente migliaia di persone, non sono stati i numeri, le emergenze o le polemiche. A lasciare il segno sono stati dei bambini.

Bambini arrivati da Marostica, in provincia di Vicenza, con i loro insegnanti, per conoscere da vicino la realtà della rotta balcanica e dare una mano ai volontari impegnati nell’assistenza ai migranti che ogni giorno arrivano a Trieste dopo viaggi lunghi, durissimi e spesso disumani.

Parole semplici che valgono più di mille discorsi

Nel video non ci sono slogan costruiti, frasi preparate o discorsi studiati. Ci sono occhi sinceri, emozioni vere e parole che arrivano dritte perché nascono senza filtri.

“Per aiutare”, dice un ragazzo quasi con naturalezza.

“Per dare cibo ai più bisognosi e stargli vicino”, aggiunge un altro.

E poi arriva quella frase che ha travolto il web, condivisa migliaia di volte in poche ore:

“Per noi è poco, ma per loro è tantissimo”.

Una frase pronunciata con la leggerezza e la purezza che solo i più giovani riescono ancora ad avere. Senza rabbia. Senza divisioni. Senza il bisogno di schierarsi.

Solo con umanità.

Ed è forse proprio questo ad aver colpito così profondamente chi ha guardato il video.

Camminare bendati per capire il buio degli altri

Tra i momenti più forti del racconto c’è anche l’esperienza vissuta dai ragazzi a scuola prima di arrivare a Trieste.

Uno degli studenti racconta di aver affrontato un percorso bendato e scalzo insieme ai compagni per provare a comprendere, almeno simbolicamente, cosa significhi attraversare territori sconosciuti nel buio della rotta balcanica.

Sassi sotto i piedi. Ostacoli improvvisi. Acqua. Paura. Disorientamento.

“Loro camminano nel buio per non farsi trovare”, spiega uno dei ragazzi.

E mentre lo racconta non c’è retorica. C’è solo il tentativo sincero di immedesimarsi nel dolore degli altri.

Un esercizio umano prima ancora che scolastico.

Perché quei bambini, senza forse rendersene pienamente conto, hanno fatto qualcosa che tanti adulti oggi sembrano aver dimenticato: provare a capire.

Piazza Libertà torna a essere la piazza del mondo

Da anni piazza Libertà è il simbolo di una Trieste sospesa tra confine, accoglienza, sofferenza e speranza. Un luogo che divide, fa discutere, genera tensioni politiche e sociali.

Eppure, in mezzo a tutto questo, il video di questi ragazzi è riuscito a riportare per qualche minuto l’attenzione su qualcosa di diverso: l’umanità.

Non quella urlata. Non quella esibita.

Quella silenziosa.

Quella che si vede in un panino consegnato con timidezza. In uno sguardo pieno di empatia. In un ragazzo che dice “è bello aiutarli” senza aspettarsi nulla in cambio.

In un tempo in cui il dibattito pubblico sembra sempre più feroce, aggressivo e incapace di ascoltare, le parole di questi bambini hanno avuto la forza di una carezza.

Una generazione che forse può ancora insegnare qualcosa agli adulti

Il successo virale del video non nasce soltanto dall’emozione del momento. Nasce dal fatto che tante persone, guardandolo, hanno rivisto qualcosa che sembrava perduto: la capacità di provare compassione senza cinismo.

Quei ragazzi arrivati da Marostica non hanno parlato di geopolitica, decreti o strategie. Hanno parlato di fame, freddo, paura e dignità.

Hanno raccontato il dolore degli altri con una delicatezza che spesso manca persino agli adulti.

E mentre Trieste continua a vivere ogni giorno il passaggio di storie difficili e vite spezzate lungo la rotta balcanica, quel gruppo di bambini è riuscito, anche solo per pochi minuti, a ricordare a tutti che dietro ogni volto esiste prima di tutto una persona.

Forse è questo il motivo per cui il video sta commuovendo così tanto il web.

Perché in quelle immagini molti hanno visto non solo dei ragazzi.

Ma la parte migliore dell’umanità.
(fonte: Trieste Cafe 14/05/2026)


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Dipiazza furioso sul caso dei bambini in piazza Libertà:
“Atto indegno, pronto a denunciare”

Il caso dei bambini arrivati a Trieste nell’ambito di un progetto scolastico dedicato alla rotta balcanica continua ad agitare il dibattito politico e cittadino. Dopo le polemiche esplose nelle ultime ore e gli interventi di diversi esponenti politici, anche il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza è intervenuto con parole durissime ai microfoni di Trieste Cafe.

E lo ha fatto senza mezzi termini.

“Trovo scandaloso che vengano utilizzati dei bambini per fare questo”, ha dichiarato il primo cittadino, visibilmente contrariato mentre commentava il video diventato virale nei giorni scorsi.

Un intervento molto netto, quello del sindaco, che ha voluto prendere pubblicamente posizione sulla vicenda legata alla visita a Trieste di una classe di una scuola elementare di Marostica, coinvolta in attività di sensibilizzazione sul tema della rotta balcanica e dell’immigrazione.

“Atto indegno, lunedì vado dagli avvocati”

Nel corso dell’intervista concessa a Trieste Cafe, Roberto Dipiazza ha annunciato di voler approfondire la questione anche sul piano legale. ...

Continua nel sito TRIESTE Cafe

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Da Marostica a Trieste, alunni in gita con i migranti in piazza Libertà.
Scatta una doppia interrogazione parlamentare

I due partiti di centrodestra puntano il dito su un video pubblicato in questi giorni dall'associazione umanitaria Linea d'ombra. Il ministero dell'Istruzione annuncia verifiche

Sono stati portati a Trieste nell'ambito delle collaborazioni tra onlus. Nel video si vedono i bimbi che consegnano i pasti ai migranti e, incalzati dalla referente della onlus Linea d'ombra, Lorena Fornasir, raccontano che nella loro scuola in provincia di Vicenza hanno svolto questa attività bendati e senza scarpe.


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Gli alunni danno da mangiare ai migranti insieme ai volontari.
E sulla scuola di Marostica scoppia la bufera

Interrogazione al ministro Valditara, che manda gli ispettori. L'accusa di «fare il lavaggio del cervello ai bambini», dando loro «messaggi diseducativi»


I bambini delle quinte classi di un plesso di Marostica, in provincia di Vicenza, hanno aiutato le associazioni di volontariato a distribuire i pasti ai migranti che si radunano a piazza Libertà a Trieste. E hanno raccontato l’esperienza fatta a scuola per comprendere il fenomeno migratorio, in modo da presentarsi a Trieste, puntualmente informati di chi avrebbero incontrato: i profughi della Rotta Balcanica. Tra gli esercizi preparatori, hanno provato ad immedesimarsi, bendati e senza scarpe, nelle persone che avrebbero incontrato. E che per arrivare in Italia hanno affrontato ostacoli e insidie.

A Trieste sono scoppiate le polemiche. L’europarlamentare della Lega ... e il senatore ... dello stesso partito, hanno parlato di “immagini vergognose” e di “scene inaudite”: «Le maestre hanno fatto un vero e proprio lavaggio del cervello a questi piccoli». «La scuola non deve esporre i bambini a messaggi diseducativi», ha insistito il deputato di Fdi ... propone un’interrogazione a Valditara. È intervenuto anche il presidente della Regione, Massimiliano Fedriga. Il ministero dell’Istruzione e del Merito ha fatto sapere che l’Ufficio scolastico regionale per il Veneto «ha immediatamente avviato le opportune verifiche, al fine di accertare le modalità didattiche delle attività disposte e le modalità di svolgimento». Il ministero «monitorerà con la massima attenzione gli sviluppi della vicenda».

Gian Andrea Franchi, uno dei volontari, ha confermato che nei giorni scorsi, assieme ai Fornelli resistenti di Bassano del Grappa e alla Fattoria sociale Conca d’oro, hanno partecipato appunto anche gli scolari di Marostica. «Premetto – specifica la moglie, Lorenza Fornasir – che gli insegnanti avevano tutte le autorizzazioni a portare i bambini alla gita scolastica. Ebbene, una di queste maestre, che fa parte del “fornello resistente” di Vicenza, uno dei 65 che da ogni parte d’Italia vengono a Trieste per assistere gli immigrati, mi ha chiesto se poteva portare una classe, del plesso di Marostica. Le ho detto “certamente”, perché noi abbiamo centinaia di bambini, di scout, di gruppi parrocchiali che vengono a visitare piazza Libertà e ci aiutano nella distribuzione del cibo. Le ho consigliato, però, di preparare i bambini all’esperienza. E così è stato».
Gli scolari, dunque, sono arrivati preparati. «E infatti hanno dimostrato una capacità di affrontare l’esperienza in un modo così bello, puro, spontaneo, genuino, che è stata una cosa magnifica. Tant’è che io ho fatto un video che è diventato virale. E aveva l’autorizzazione della scuola. Perfino gli agenti della polizia che si trovano in piazza ci hanno osservato sorpresi, con simpatia». ...

Leggi tutto dal sito di Avvenire


mercoledì 4 febbraio 2026

Giuseppe Savagnone: Ma il problema della scuola italiana sono i docenti di sinistra?

Giuseppe Savagnone 
Ma il problema della scuola italiana
sono i docenti di sinistra?
 

Un questionario sulla scuola

Ha suscitato vivaci polemiche l’iniziativa di Azione Studentesca, l’organizzazione giovanile legata a Fratelli d’Italia, che, attraverso un QR Code contenuto in manifesti e volantini, ha sottoposto a studentesse e studenti di diverse città italiane una serie di domande, con lo scopo di fornire un «rapporto nazionale sulla situazione della scuola italiana».

Fra i vari punti del questionario ce n’era uno, che ha dato origine alle proteste, dedicato alla «Politicizzazione delle aule». In esso si chiedeva: «Hai uno o più professori di sinistra che fanno propaganda durante le lezioni?». In caso di risposta positiva, la domanda successiva era: «Descrivere uno dei casi più eclatanti».

Dopo l’iniziativa di Azione Studentesca, la segretaria generale della Flc Cgil, Gianna Fracassi ha scritto al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara che essa «configura una forma di schedatura o stesura di una lista di proscrizione basata su presunte o reali opinioni politiche e rappresenta una grave violazione dei principi democratici che fondano il sistema educativo pubblico, oltre a costituire un attacco all’autonomia e alla libertà della comunità educante».

In risposta, il ministero ha fatto sapere di aver avviato accertamenti, il cui esito, però, non giustifica le accuse: «Da quanto risulta al momento si tratta di un’iniziativa autonoma promossa da alcuni studenti, che avrebbero effettuato una sorta di sondaggio anonimo», ha affermato la sottosegretaria all’Istruzione, Paola Frassinetti. E questa è anche la posizione di Riccardo Ponzio, presidente di Azione studentesca: «Ma quali liste di proscrizione o schedature, il questionario è anonimo e non chiediamo nomi».

Ma, in senso contrario, anche l’Associazione nazionale presidi è intervenuta, dichiarando una forte preoccupazione. «La libertà di insegnamento, nel quadro dei valori costituzionali – ricorda il presidente dell’associazione Antonello Giannelli – rappresenta un pilastro irrinunciabile del sistema educativo. Questa iniziativa di Azione studentesca è inaccettabile perché lesiva dei principi fondamentali della democrazia».

E ha avuto una diffusione virale su internet un video, in cui un docente di Pordenone sottolinea il senso inquisitorio del questionario, e che si conclude con la sua auto-denuncia: «Sono un docente di sinistra, schedatemi pure».

La replica dei giornali di destra

Alle accuse hanno risposto unanimi i giornali di destra parlando di «bufala» («Il Giornale») della sinistra, che, «a ben guardare, sembra proprio la prova» di «una verità che alcuni preferirebbero tenere nascosta: che in molte aule italiane la libertà di pensiero non è un diritto di tutti, ma un privilegio riservato a chi la pensa “giusto”» («Il Tempo»).

Su questa linea, ma assai più articolato, l’editoriale di Mario Sechi su «Libero». un intervento di particolare peso, non solo perché Sechi è il direttore del quotidiano, ma anche perché è stato per un certo tempo portavoce della presidente del Consiglio e le sue posizioni, perciò, sono sicuramente vicine a quelle di Giorgia Meloni.

L’autore inserisce la polemica sul questionario di Azione Studentesca in una narrazione più ampia, di cui vale la pena riportare per esteso i passaggi: «L’egemonia culturale della sinistra nella pop è finita. La grande rivoluzione fu quella della Tv commerciale di Silvio Berlusconi che introdusse nell’immaginario gli elementi dello show americano, del cabaret, dello sport come fenomeno di costume. Ai compagni sono rimasti i santuari della presunta editoria colta (che non vende) e il fortino dell’università e della scuola di ogni ordine e grado, ad eccezione delle elementari che ancora resistono (…). Salvo le maestre, il resto della truppa (con qualche eroica singolarità) è arruolato nella legione dei post-marxisti che al ’68 devono il posto, la carriera, l’influenza sula formazione degli italiani di domani».

Già i libri di testo, secondo Sechi, esprimono questa faziosità. «Ma se saliamo in cattedra, il quadro è ancora più tragicomico, perché il pre-giudizio tracima verso i banchi senza che alcuno alzi il dito e obietti: “Caro professore, la sua opinione, pur meritevole di attenzione, è priva di equilibrio e di autorevolezza, i valori liberali ai quali la scuola dovrebbe ispirarsi nella sua autonomia, lei li sta tradendo”».

Da qui «i cortei pro-Pal di ragazzi che farneticano “la Palestina libera dal fiume al mare”, Greta Thunberg elevata sull’altare dell’’ignoranza (…) i rettori farsi complici di frange violente che predicano l’antisemitismo».

La conclusione del direttore di «Libero» è la stessa che abbiamo visto su «Il Tempo»: «La reazione scomposta del Pd a un innocuo ma dirompente sondaggio di Azione Studentesca è la prova della cattiva coscienza dell’etablishment sgrammaticato».

A proposito di egemonia della sinistra: il caso della TV

Il ragionamento di Mario Sechi, esplicitando in modo più articolato le ragioni della destra sull’episodio, è quella che si presta – forse più dell’episodio in se stesso – a qualche considerazione critica. A partire dall’affermazione che l’avvento della TV commerciale di Berlusconi, avrebbe segnato la fine dall’«egemonia culturale della sinistra», legata alla stagione televisiva precedente. Di quest’ultima io stesso posso dire qualcosa perché vi ho assistito in prima persona e la ricordo benissimo.

È stato grazie ad essa che il grande pubblico ha potuto conoscere splendide opere teatrali, come i drammi di Pirandello e di Cechov, o riduzioni di capolavori della grande letteratura mondiale, come «Il mulino del Po», di Bacchelli e «L’idiota» di Dostoevskij, sempre trasmessi in prima serata. Ed è stato grazie ad essa che la conoscenza media della lingua italiana si è diffusa anche a larghe frange di popolazione prima legata quasi esclusivamente al proprio dialetto. Non per nulla la definizione tecnica che ne è stata data è quella di «TV pedagogica». Peraltro, era una TV che sapeva anche divertire – famosi alcuni spettacoli di varietà come «Domenica è sempre domenica» o «Un due tre» – , ma senza mai scadere nella volgarità.

La TV commerciale introdotta da Berlusconi, essendo privata e reggendosi sui profitti derivanti dalla pubblicità, ha dovuto imporsi puntando non su ciò che poteva giovare alla crescita culturale e morale della gente, ma sui suoi gusti immediati. Certo, essa ha infranto una serie di tabù, ma per far questo ha dovuto adottare come motto quello che, secondo Karl Popper, nel suo libro «Cattiva maestra televisione», rende pericolosissimo questo mezzo di comunicazione: «Dare al pubblico quello che il pubblico desidera».

È stato così che si è innescato un circuito perverso tra il progressivo scadimento dei programmi – che ha portato alla esclusione dalla prima serata di tutto ciò che fosse in qualche modo impegnativo – e un progressivo imbarbarimento dei gusti degli spettatori. E questo non ha segnato la fine dell’egemonia della sinistra – che non c’era mai stata – , ma il progressivo declino del senso intimo del pudore, non quello dei corpi, ma quello dell’anima, che spettacoli come «Il Grande Fratello» o le trasmissioni di Maria De Filippi hanno aiutato molto a oscurare.

I «compagni» controllano la scuola?

Non mi sarei soffermato su questo primo passaggio dell’editoriale dei Mario Sechi se non fosse molto significativo dell’idea che il direttore di «Libero» ha della cultura. A questo punto si capisce che, dal suo punto di vista, la scuola – ancora, sia pure a fatica, fedele al progetto di una educazione intellettuale e civile – sia sfuggita alla “liberazione” portata dalle TV di Berlusconi e sia rimasta «il fortino» dei «compagni».

Ma chi sono questi «compagni»? Diretta erede del vocabolario intimidatorio del “cavaliere”, la destra continua, come lui, a chiamare “comunisti” – un termine che evoca il totalitarismo sovietico (da decenni scomparso e sostituito dal regime attuale, tutt’altro che “di sinistra”) e una minaccia incombente per la libertà e la proprietà privata – i rappresentanti di una opposizione che del marxismo, in realtà, non conserva la più lontana traccia.

La “compagna” Schlein si è formata nella cultura “liberal” americana e ha posizioni che se mai ricordano il vecchio partito radicale, centrato sulla rivendicazione dei diritti individuali, quelli che Marx bollava come «robinsonate», perché volti a garantire la realizzazione egoistica del singolo nella sua isola felice. Da dove anche la perdita di rapporto tra il PD e i tradizionali sostenitori del vecchio partito comunista, operai, indigenti, emarginati. Il “compagno” Conte è un populista, le cui posizioni in campo sociale sono prive di una reale base filosofica, sicuramente lontane della visione marxista.

Ma il punto più problematico dell’analisi di Sechi è che essa sembra provenire da una persona che non ha idea di come funzioni realmente la relazione tra insegnanti e alunni dentro un’aula scolastica. Prima che ingiusta verso i docenti, questa analisi lo è nei confronti degli studenti, dipinti come succubi impotenti di fronte ad una dittatura culturale dei loro insegnanti, incapaci perfino di alzare il dito e di muovere una timida obiezione.

Ho insegnato per quarantun anni nei licei e posso assicurare, a chi non lo sapesse, che gli alunni in ogni scuola fanno sentire alta la loro voce, per dialogare ma anche, se inascoltati, per contestare i docenti, o addirittura i dirigenti scolastici. Senza dire che ormai i loro punti di riferimento sono più i social che la scuola, e immaginarli plagiati dai loro insegnanti è, questo sì, «tragicomico».

Quanto poi ai docenti, perché non dovrebbero essere di sinistra o di destra o di qualunque altra tendenza intellettuale e politica? Un insegnante non è il ripetitore meccanico di nozioni neutre – questo lo può fare anche meglio una intelligenza artificiale – , ma è chiamato a interpretare il significato dei dati della sua disciplina per la vita reale e questo richiede, da parte sua una visione del mondo e della società. Non esiste, né a scuola né altrove, “uno sguardo da nessun luogo”.

L’oggettività a cui la scuola deve educare non è la negazione delle diversità di vedute, che implicherebbe l’uniformità di un pensiero unico, ma il dialogo incessante tra persone impegnate in una ricerca comune a partire dai rispettivi punti di vista e, proprio in nome di questa ricerca, capaci di rimetterli continuamente in discussione.

Ciò che sta indebolendo la funzione educativa della scuola non è l’eccesso di ideologie, ma la carenza di idee e di valori, in un clima culturale che rende difficile – in primo luogo a chi dovrebbe educare i più giovani a maturare le une e gli altri – avere ancora delle convinzioni.

È assolutamente appropriata, a questo proposito, la riflessione di Massimo Gramellini, sul «Corriere della sera», quando ricorda con profonda stima e affetto una sua maestra delle elementari, convinta comunista, e un suo professore di Storia, di destra. «La pensavano diversamente su tutto, scrive Gramellini, tranne che sull’essenziale: il valore della cultura e la passione con cui trasmetterla (…) Erano di parte? Certo. Ma erano bravi e sensibili».

E conclude: «Il problema della scuola non sono gli insegnanti schierati, ma gli insegnanti disamorati. Non quelli che credono ancora qualcosa, ma quelli che – anche a causa della scarsa considerazione di cui godono – non credono più in niente».
(fonte: I Chiaroscuri 30/01/2026)


giovedì 29 gennaio 2026

Un appello umanista in tempi di crisi


Un appello umanista in tempi di crisi
 
Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Tedesco


Con una potente dichiarazione che esorta alla difesa dei diritti umani, alla democratizzazione reale e alla nonviolenza attiva come metodo di azione e stile di vita, si è conclusa domenica (25) la Quarta Assemblea del Forum Umanista Mondiale.

Durante la seconda giornata della Quarta Assemblea del Forum Umanista Mondiale, gli attivisti hanno lavorato al consolidamento delle proposte e alla pianificazione di azioni concrete in diciassette aree tematiche, con l’impegno di amplificare e articolare le voci delle maggioranze che chiedono e desiderano una trasformazione globale radicale.

La diagnosi elaborata durante la prima giornata è stata chiara e incisiva. Esiste un divario crescente tra le aspirazioni dei popoli e le decisioni dei leader politici ed economici. L’incoerenza della leadership, i deficit democratici, la disuguaglianza, la crisi climatica, l’autoritarismo e la disinformazione stanno intensificando l’instabilità globale.

Come ha affermato con estrema chiarezza uno dei partecipanti: «Il sistema ci sta uccidendo». E non era una frase retorica. La fame e la miseria, la corsa sfrenata agli armamenti, il razzismo e la discriminazione, la violenza contro le donne e i bambini, l’espansione della criminalità e del crimine organizzato, la proliferazione dell’incitamento all’odio, le catastrofi ambientali, tra gli altri indicatori, mostrano la brutale inefficacia del sistema e dei suoi promotori nel fornire una vita migliore alle persone nella società attuale.

Ciononostante, l’analisi collettiva ha sottolineato che le iniziative della società civile e delle associazioni umaniste in tutto il mondo dimostrano alternative costruttive e offrono motivi di speranza. Sta emergendo un mondo nuovo e sono questi i segnali che devono essere resi visibili e rafforzati.

La posizione e l’atteggiamento del Forum Umanista Mondiale di fronte all’attuale crisi globale

I partecipanti al convegno hanno sottolineato l’importanza di affermare i diritti umani come base per approfondire le relazioni umane, come garanzia di sopravvivenza e orizzonte rivoluzionario per politiche pubbliche che assicurino in modo equo ed efficace la qualità della vita per tutte le persone.

Insieme a ciò, hanno valutato la necessità di modificare i modelli oggi prevalenti, residui dell’ascesa della borghesia dei secoli precedenti, a favore di un’organizzazione politica decentralizzata in cui la democrazia e il pluralismo siano reali e provengano dalla base sociale stessa, includendo sistemi di governance inclusivi, trasparenti e responsabili.

Hanno posto al centro delle deliberazioni l’urgenza di affrontare sfide globali urgenti, come il cambiamento climatico attraverso misure immediate e la responsabilità ambientale a lungo termine, e di lasciarsi alle spalle le disuguaglianze, la repressione, i conflitti e le catastrofi attraverso la solidarietà e la cooperazione globale.

Nulla deve ostacolare il raggiungimento della pace, con riferimento alla mentalità distruttiva evidenziata oggi dalla crescita degli arsenali bellici e dall’aggressività manifesta della potenza in declino. Tuttavia, per raggiungere una pace vera e duratura, sarà necessario che i popoli adottino la non violenza come stile di vita quotidiano.

Un’altra delle priorità sottolineate da questa Quarta Assemblea è lo sforzo di emancipare i gruppi emarginati, dando priorità alle donne, alle minoranze e alle comunità LGBTQ+. Allo stesso tempo, in un’ottica di processo più ampio, è stata sottolineata l’importanza di porre un forte accento sull’istruzione come strumento di emancipazione, giustizia e trasformazione.

L’umanesimo, presente con nomi e modalità diverse in culture diverse in epoche diverse, è per sua natura inclusivo e universale, e il suo significato deve superare ogni divisione identitaria, basandosi sulla dignità umana condivisa.

Inoltre, è stato sottolineato che l’umanesimo non un semplice ideale astratto, ma una pratica di vita che promuove l’istruzione, la solidarietà e l’azione comunitaria.

Azione strategica

Oggi è necessario rinnovare le forme organizzative e le modalità di azione collettiva. Un’azione globale coordinata richiede l’articolazione con molteplici organizzazioni e l’adattamento al vertiginoso progresso tecnologico. Tuttavia, la chiave sta nel promuovere l’approccio comunitario dalla base sociale e valorizzare i giovani come principali agenti di cambiamento. È fondamentale creare spazi accoglienti che generino fiducia, affetto, inclusione e speranza.

Per gli umanisti, le alleanze, il lavoro in rete e la collaborazione reciproca con altre organizzazioni sono aspetti molto importanti, ma ciò non significa diluire le proprie proposte. Al contrario, il momento richiede immagini traccianti, innovative ed esempi dimostrativi che aiutino a superare l’indecisione e lo sconforto. Costruire l’utopia partendo da un “noi” è oggi la strada da seguire.

La forza dei popoli e delle civiltà è sempre scaturita dai loro miti fondatori. Miti che si trovano nel profondo della coscienza umana. Pertanto, le migliori aspirazioni si realizzeranno se gli attivisti riusciranno a connettersi con questa fonte e, da lì, a raggiungere le comunità con un mito sociale rinnovato.

Dal dialogo all’azione

Tra le principali azioni proposte in questa Quarta Assemblea vi è in primo luogo la partecipazione e la generazione di azioni a livello sociale, sostenendo e lavorando con i settori discriminati e generando soluzioni in tutti i campi “dal basso”, dal particolare e dal locale al generale.

Allo stesso modo, la costruzione di reti di comunità e alleanze nonviolente, insieme allo sviluppo di alleanze per l’accesso all’istruzione e l’azione a favore della cura del pianeta e il sostegno a nuovi modelli di democrazia, sono tra le priorità concordate.

Rifiutare la militarizzazione, promuovere la decolonizzazione e contribuire attivamente alla Settimana della Nonviolenza e alla 4ª Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza sono altre delle prossime linee guida d’azione. Allo stesso modo, promuovere iniziative di solidarietà internazionale e aderire alla convocazione di un’Assemblea Mondiale dei Cittadini nel quadro di una riorganizzazione democratica delle Nazioni Unite, sono state altre delle azioni menzionate in questa Assemblea.

Infine, continuare a rafforzare il tessuto interno del Forum Umanista Mondiale attraverso l’ampliamento e la costituzione di nuovi tavoli tematici, insieme ad aumentare la visibilità del Forum attraverso i media e i social network, sono priorità affinché questo ambito ampliasse il suo carattere di riferimento nell’ambito sociale.

La Quarta Assemblea si è conclusa con un’emozionante dichiarazione che riportiamo integralmente di seguito.

Un appello umanista in tempi di crisi

Viviamo in un mondo in cui le speranze dei popoli sono sempre più ignorate da chi detiene il potere. Le disuguaglianze si aggravano, la democrazia si indebolisce, il pianeta è minacciato e la paura viene spesso utilizzata per dividerci. Tuttavia, ovunque le persone si organizzano, si prendono cura, resistono e creano nuove possibilità.

Il Forum Umanista Mondiale difende un umanesimo che include tutti e tutte. Al di là delle identità, dei confini e delle credenze, affermiamo la dignità di ogni essere umano. L’umanesimo non è una filosofia astratta: è ciò che viviamo, ciò che costruiamo insieme e il modo in cui ci trattiamo.

Crediamo nella nonviolenza attiva come stile di vita e forza di trasformazione. Difendiamo i diritti umani come fondamento della libertà, della giustizia e della sopravvivenza. Scommettiamo su una democrazia capace di ascoltare, un’istruzione che responsabilizza e la scienza e il pensiero critico come guide per le nostre decisioni.

Proteggere il pianeta non è facoltativo: è essenziale per la nostra sopravvivenza. L’azione per il clima, la cura della natura e la solidarietà con coloro che soffrono maggiormente le crisi sono imperativi morali. Rifiutiamo la militarizzazione e l’autoritarismo e scegliamo la cooperazione, l’empatia e il coraggio.

Il cambiamento inizia vicino a casa: nelle nostre comunità, negli spazi condivisi, nelle piccole azioni collettive che crescono fino a diventare movimenti. I giovani non sono il futuro: sono il presente. Insieme, dalla base, possiamo passare dalla necessità alla libertà, dall’isolamento a un “noi” condiviso.

Un altro mondo non solo è possibile: sta già emergendo.

Il Forum Umanista Mondiale invita tutte le persone che credono nel potere dell’umanità a costruirlo collettivamente.
(fonte: Pressenza IPA 26.01.26)

martedì 27 gennaio 2026

Alle radici della violenza dei giovani di Giuseppe Savagnone

Alle radici della violenza dei giovani 
di Giuseppe Savagnone



Inadeguate misure repressive
Gli ultimi gravi episodi di violenza da parte di ragazzi nei confronti di loro coetanei – il più eclatante è stato quello della scuola di La Spezia – hanno riproposto all’opinione pubblica il problema di una nuova generazione che sembra avere perduto il senso dei limiti.

Sotto la spinta della Lega, il governo lo sta interpretando nella prospettiva della lotta contro gli stranieri irregolari e punta a una stretta sul pacchetto sicurezza. Il Carroccio vuole introdurre una normativa per i giovani stranieri che violano le leggi. Basta ricongiungimenti familiari facili, taglio dei benefici dell’accoglienza per i ragazzi che commettono reati, rimpatri più efficaci per i minori arrivati in Italia senza parenti.

In realtà, però, il problema non riguarda solo gli stranieri. Da uno studio recente del CNR risulta che circa 90.000 studenti vanno in classe armati di coltelli. Da qui l’idea di introdurre l’uso dei metal detector a scuola, anche se – ha specificato il ministro Giuseppe Valditara che ha lanciato la proposta – «non può esserci un utilizzo generalizzato, ma soltanto laddove vi sia la richiesta da parte della comunità scolastica e se si dovesse accertata la reale criticità della situazione».

Si parla anche di nuove norme che puniscano non solo i diretti responsabili, ma anche gli adulti responsabili di un mancato controllo sui figli. Il governo ipotizza anche di incrementare la presenza della forza pubblica nelle strade con circa 10.000 militari, per migliorare il controllo del territorio ed esercitare un’azione dissuasiva.

La domanda, tuttavia, è se veramente il dramma della violenza giovanile si possa risolvere con questi provvedimenti repressivi, o se questi non rischiano di ridursi a una dimostrazione di forza volta soprattutto a tranquillizzare quell’ampia fascia della popolazione per cui ordine e sicurezza sono i valori primari della convivenza.

Non è cacciando i minori stranieri o moltiplicando i divieti e i controlli polizieschi che si potrà combattere efficacemente la violenza giovanile. Le sue radici sono molto più in profondità e richiedono, più che misure punitive, una svolta a livello educativo che non incida tanto sui comportamenti esteriori, quanto sul modo di essere, di pensare, di sentire da cui essi scaturiscono.

I mezzi e i fini
Perciò, più dei metaldetector, sarebbe necessaria alla scuola italiana una seria riflessione sulla sua attuale impostazione, volta oggi prevalentemente a fornire agli alunni competenze utili per entrare nel mercato del lavoro (lingue, informatica, abilità tecniche…). A questo scopo sarebbe importante prendere coscienza che ciò che è utile non coincide con ciò che è importante, anzi è irriducibile ad esso, perché se qualcosa vale perché “serve” ad altro, è quest’ultimo ad avere davvero importanza. Mentre ciò che è importante, per definizione, è “inutile”, nel senso che non è finalizzato ad altro, ma vale per se stesso. I mezzi hanno valore solo in rapporto ai fini.

Il problema della nostra società è che l’utile viene presentato ai giovani come l’unico orizzonte del futuro, lasciando fuori dal discorso educativo la ricerca di valori come la verità, il bene, il giusto, che non servono a niente, ma danno un senso a tutto il resto. Nella misura in cui la scuola esprime questa visione, essa contribuisce a formare persone il cui unico obiettivo è il successo economico e sociale, certamente utile (denaro e prestigio sono necessari, ma come mezzi per avere altro), che però non garantisce le sola cose veramente importanti, che sono la realizzazione di se stessi e la capacità di relazionarsi correttamente con gli altri.

Non si tratterebbe, evidentemente, di indottrinare gli studenti con una o un’altra visione della vita e della società, ma di alimentare un problematica che riguardi i fini, oltre che i mezzi, e stimoli la ricerca in questa prospettiva più ampia.

Solo così, peraltro, si può educare al bene comune – tema centrale dell’educazione civica prevista dai programmi scolastici – , che non è certo riducibile al piano degli interessi, perché questi sono di qualcuno a scapito di qualcun altro e risultano perciò inevitabilmente divisivi, mentre il bene arricchisce tutti coloro che lo condividono, senza escludere nessuno.

Al di là del bene e del male
E proprio la ricerca del bene comune della società definisce, fin dalla sua origine, il concetto di politica, offuscato e tradito nel mondo contemporaneo, in cui, a livello sia pubblico che privato, la differenza tra ciò che è vero e giusto e ciò che non lo è sembra diventata il frutto di valutazioni puramente soggettive.

Lo dicono gli scenari internazionali, il cui grande protagonista, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha adottato uno stile che egli ha anche teorizzato, quando, alla domanda se veda limiti ai suoi «poteri globali», ha risposto: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me stesso».

Parole molto simili a quelle che duemilatrecento anni fa Platone metteva in bocca a Callicle, il giovane e spregiudicato sofista che, nel Gorgia, discute con Socrate dell’esistenza o meno di un bene che non si riduca al piacere e all’interesse egoistico e di cui la legge dovrebbe essere l’espressione: «Io credo che ad inventare la legge sia stata la massa dei deboli. Dunque, a proprio favore i deboli pongono le leggi (…), dicono che è brutto e ingiusto mettersi al di sopra degli altri (…). E la loro mira – a mio parere – sta nell’ottenere l’uguaglianza, pur essendo più deboli (…). Ma mi pare che la natura stessa mostri che giusto è che chi è migliore abbia più di chi è peggiore, e chi è più potente abbia più di chi è meno potente (…), che il più forte domini il più debole e abbia più di lui (…) Ma, ne sono convinto, se nascesse un uomo dotato di una natura forte quanto occorre, allora essa scuoterebbe da sé tutte queste remore, le spezzerebbe e si ribellerebbe ad esse, calpesterebbe le nostre scritture, i nostri incantesimi e i nostri sortilegi e le nostre leggi».

È una visione che corrisponde perfettamente a ciò a cui, ormai da un anno, Trump ci ha abituati con i suoi comportamenti aggressivi, con le sue minacce, con le sue pretese, in nome dello slogan «Fare di nuovo grande l’America». Nessun valore, nessun bene, nessuna regola che possa limitare questa logica autoreferenziale, in cui il diritto coincide con la forza ed è giusto, perciò, «che il più forte domini il più debole».

Affermazioni che oggi non si trovano solo nei libri di filosofia, ma in discorsi ufficiali come quello del Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessant, il quale – per giustificare l’arbitraria pretesa di Trump di impossessarsi della Groenlandia imponendo la propria volontà all’Europa e in particolare alla Danimarca -ha spiegato: «Gli europei proiettano debolezza, gli Stati Uniti proiettano forza».

Di questo modello, che non è solo politico, ma culturale, proprio il governo italiano – espressione peraltro della maggioranza degli italiani, come confermano i sondaggi, e fiancheggiato da gran parte dei mezzi di comunicazione (ben sette quotidiani, le reti RAIe la maggior parte di quelle private) – è esplicitamente ammiratore e fiancheggiatore, differenziandosi in questo dagli altri governi dell’Europa occidentale. Mentre questi si piegano malvolentieri ai diktat di Trump, la nostra premier si è sempre dichiarata orgogliosa del rapporto privilegiato che ha con lui e, ha sottolineato che anche qualche occasionale divergenza di opinioni non può minare la sintonia sostanziale che li unisce.

Oltre la logica della violenza
C’è da stupirsi, in questo contesto, che i nostri ragazzi riproducano nella loro esperienza quotidiana questo stile di violenza? I giovani imparano dagli adulti. E quello che stanno imparando in questi mesi non è certo il senso della verità e della giustizia, meno che meno il rispetto degli altri. Per fermare questa deriva e capovolgerne il corso non servono decreti legge e forze di polizia. È necessario un paziente sforzo educativo, di cui la scuola, la famiglia e la Chiesa – tre comunità che un tempo erano decisive per la formazione delle coscienze, ma che oggi sono, da questo punto di vista, profondamente in crisi – devono tornare coraggiosamente a farsi carico.

Il loro naturale alleato è l’intima esigenza di verità e di bene che, sta al fondo anche se non sempre consapevolmente, di ogni cuore umano, e di quello dei giovani in particolare. Ne abbiamo avuto un esempio nella loro mobilitazione di fronte allo spaventoso massacro perpetrato da Israele nella Striscia di Gaza, per protesta nei confronti del nostro governo, ancora una volta appiattito sulla linea del presidente americano, alleato di ferro di Netanyahu.

Si tratta ancora, però, come questo caso dimostra, di reazioni certamente significative, ma episodiche. E ora che il cinico progetto trumpiano finisce di realizzarsi, dietro la maschera della finta pace, trasformando le macerie e i morti di Gaza in «uno dei più grossi affari immobiliari di sempre» (Nello Scavo, su «Avvenire» del 23 gennaio), la protesta giovanile si è spenta. Perché la cultura di fondo resta quella che non si scandalizza più della violenza, perché la vede ogni giorno praticata e apprezzata, anche da coloro che, come il nostro governo, ufficialmente la denunciano e la condannano.

E così sarà finché la vita di questi ragazzi resterà priva di un progetto valoriale che noi adulti abbiamo il dovere di proporre, se non vogliamo continuare a lasciare il campo a misure meramente repressive palesemente inadeguate. A questo la scuola deve lavorare, in stretta connessione con le famiglie e con la Chiesa, unica voce internazionale ancora capace di gridare la verità. È un cammino lungo e problematico. Ma vale la pena provare a percorrerlo, se non altro perché è l’unico possibile.

(Fonte: Rubrica I CHIAROSCURI  del  23.01.2026)

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Vedi anche i post precedenti:


venerdì 9 gennaio 2026

Non c’è educazione senza speranza

Non c’è educazione senza speranza

Nel giorno di rientro sui banchi di scuola. è importante tornare a riflettere sul ruolo e sul senso dell'educare oggi...


È sempre difficile parlare di scuola. Tante attese e molteplici visioni affollano i dibattiti intorno a un tema che solitamente viene considerato centrale per il presente e il futuro della nostra società. La scelta che Eraldo Affinati compie per discutere di scuola nel suo ultimo libro – Per amore del futuro. Educare oggi (San Paolo, 2025) – si concentra sul richiamo all’essenziale. Rifacendosi alla celebre acquisizione di don Lorenzo Milani, Affinati – insegnante, scrittore e fondatore della scuola Penny Wirton per l’insegnamento gratuito della lingua italiana ai migranti – conduce il lettore ad una riflessione che si focalizza sul “come essere” a scuola anziché sul “come farla”. Da qui emerge il profilo dell’insegnante-educatore chiamato anzitutto ad interessarsi dell’inquietudine esistenziale degli studenti e delle studentesse.

Si tratta di una scuola che lungi dall’associarsi alle logiche della competizione solitaria mira a far maturare alle giovani generazioni tutte quelle qualità tese ad intendere ciò che siamo e quindi – per dirla con Pavese – ad apprendere «il mestiere di vivere». A parere di Affinati una missione del genere non può riguardare soltanto l’insegnante preparato e visionario ma ha bisogno del sostegno dell’intera comunità: «In mancanza di un rapporto virtuoso fra il mondo della scuola e la società tutta, ogni iniziativa anche carismatica dei singoli maestri è destinata a fallire» (p. 58). Per via di questo approccio, ancor prima di certificare i risultati raggiunti in termini di conoscenze, abilità e competenze la scuola diventa un punto di passaggio, di incrocio, di scontro e di mediazione fra le generazioni.

In questo “luogo” tanto fisico quanto emotivo, umano, valoriale e spirituale l’insegnante non può che porsi nell’ottica del provare a fornire un contributo ad un lavoro comune che investe sia tutto il personale della scuola sia l’intera comunità sociale. Secondo Affinati, il primo apporto dei docenti è quello che nasce dalla consapevolezza della singolarità di ogni apprendimento dovuta alle variabili ambientali, familiari, sociali, individuali che rendono ogni gruppo classe una comunità con specifiche caratteristiche. Così l’educatore – al di là di quanto stabilito sul piano delle consuetudini burocratiche e legislative – ha la responsabilità di prendersi carico dello sguardo altrui, quello degli allievi che gli sono stati affidati.

Secondo l’autore attraverso un’apertura fiduciosa verso gli studenti e un’opportuna gestione del tempo, l’insegnante-educatore è chiamato a scendere nel gorgo della complessità degli incontri, della gestione del dissenso, della propria fragilità: «Così come il Nazareno, che non si accontentava di restare in mezzo agli amici e alla gente pia, fra rose e gigli, l’educatore dovrà essere pronto a fronteggiare gli intralci che danneggeranno i suoi progetti» (p. 112). Quello del maestro allora è un atteggiamento interiore – ancor prima di un profilo giuridico-amministrativo – sorto dall’aver fatto bene i conti con se stesso e con i relativi limiti dovuti al narcisismo, all’autosoddisfazione, alla schiavitù dei risultati e delle attività routinarie da compiere.

Alla luce del suo percorso umano e professionale, Affinati delinea un’idea di scuola lontana dai meccanismi degenerativi e onnicomprensivi del capitalismo occidentale. Per lui l’educazione e la formazione devono fornire ai giovani gli strumenti necessari per affrontare il mondo nella consapevolezza di trovare negli insegnanti delle guide, dei punti di riferimento, dei compagni di viaggio. Da ciò deriva la ferma convinzione secondo la quale l’istruzione: «non rappresenta un semplice passaggio di consegne da una generazione all’altra. È piuttosto un pane da spezzare e condividere insieme nella speranza di poter realizzare azioni sensate e pronunciare parole che siano legittimate dalla nostra vita» (p. 61).
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Rocco Gumina 07/01/2026)


venerdì 19 dicembre 2025

Chi ha insegnato agli adolescenti di oggi che è un valore avere un coltello in tasca?

Alberto Pellai
Chi ha insegnato agli adolescenti di oggi
che è un valore avere un coltello in tasca?

Primo aspetto: sono quasi solo maschi quasi fosse un prolungamento dell’identità di genere. Secondo, il mondo intorno – dalle serie Tv ai social – li radica nel modello del “vero uomo”


La cronaca ci parla sempre più spesso di giovanissimi che compiono attacchi usando lame. Andare in giro con un coltello sembra oggi essere un comportamento molto più diffuso che in passato. Non è stato normalizzato, per fortuna, ma di certo ascoltando le testimonianze di molti educatori e docenti che lavorano a contatto con adolescenti, si ha la percezione che siano numerosi i ragazzi che escono di casa portando nello zaino o in tasca una lama. Alcuni di loro, poi, avendola a disposizione, ne fanno uso all’interno di conflitti estemporanei o come strumento per intimidire (e a volte colpire) l’altro durante furti, scorribande o risse.

Inevitabile domandarsi come è avvenuto questo “sdoganamento” generazionale dei coltelli.

Primo aspetto: sono solo maschi quelli che escono di casa, tenendo un coltello a portata di mano. Inevitabilmente viene da pensare che il coltello rappresenti un prolungamento della propria identità di genere. Il vero maschio se ne può impossessare e portarlo in giro per dimostrare, anche attraverso di esso, di appartenere alla mascolinità vera. Il che ha un duplice significato: da una parte essere maschi comporta fragilità interiori che richiedono supporti esterni a sé, oggetti che fungano da veri e propri status symbol che confermino e rendano certi di essere dalla parte giusta, relativamente al proprio ruolo di genere. Un tempo era la sigaretta, oggi è il coltello. Stride moltissimo tale condizione con il lavoro enorme che si sta facendo per fare prevenzione della violenza di genere, per aiutare il “maschile” a connotarsi di nuove competenze emotive e relazionali che permettano a chi nasce e cresce maschio di coltivare un’identità non centrata sul mito del vero uomo, ancorandola invece al concetto di “uomo vero”. Ma questo messaggio educativo e preventivo, purtroppo, si confonde oggi con il messaggio che arriva a chi cresce attraverso il contesto socio-culturale di riferimento.

E qui abbiamo il secondo fattore di criticità, oggi pandemico. Perché tutto ciò che dal mondo arriva alla mente e al cuore dei nostri figli maschi, sembra radicarli in modo inevitabile al modello del “vero uomo” che si fa giustizia da solo, che usa la potenza violenta più che la competenza emotiva, quando c’è da risolvere un conflitto. Ci sono coltelli nelle serie tv più amate dagli adolescenti, c’è un richiamo continuo alla violenza e alla prepotenza, al machismo e al mito del “vero uomo” nelle canzoni e nei videogiochi con cui ogni giorno per ore i nostri figli riempiono il loro tempo libero. Ed è chiaro che non è colpa di una canzone o di un videogioco se uno va in giro con un coltello e poi lo usa. Ma c’è qualcosa di profondamente pericoloso che sta avvenendo nella vita di molti ragazzi. Da una parte, si trovano esposti ad un’adultità fragile che ha perso presenza e autorevolezza educativa nei loro confronti. Per crescere, soprattutto in condizioni di fragilità, servono adulti capaci di stare in relazione, capaci di transennare gli eccessi emotivi della prima adolescenza con la forza di proposte educative coinvolgenti e capaci di rispondere al bisogno di appartenenza, di protagonismo, di validazione che ogni adolescente porta con sé. Spesso però proprio i ragazzi più fragili escono precocemente dal “radar” del mondo adulto che educa. Escono dal circuito scolastico ed entrano in un limbo in cui solitudine e isolamento diventano fattori di amplificazione del proprio sentirsi disorientati e impotenti.

È su questo substrato che fanno breccia i modelli culturali di riferimento che attraverso gli schermi sempre accesi a riempire il vuoto di crescite denutrite e non allenate alla ricerca di senso, vengono avviate al mito della violenza. Un ragazzo un giorno mi ha detto: “Magari nella vita reale sei il più grande sfigato che esista, poi entri in un videogioco e li fai fuori tutti. Così finalmente ti senti capace, senti di avere ancora un valore”. Ecco il quesito fondamentale: chi ha insegnato agli adolescenti contemporanei che è un valore uscire di casa con una lama nello zaino o nelle tasche? Lo hanno imparato da soli, come autodidatti, o nelle loro vite è entrato un messaggio che nel coltello ha identificato un simbolo di potenza e mascolinità, di prepotenza e controllo sull’altro? La mitologia del coltello tra gli adolescenti, almeno in parte, nasce dal fatto che “agire violenza” tutt’oggi continua ad essere una modalità con cui i maschi si impossessano in modo totalmente “maldestro” del proprio ruolo di genere. Per cambiare questi copioni, oggi più che mai servono testimoni adulti credibili che sappiano stare in relazione, educare e modellare una crescita maschile dove essere competenti è più appagante che essere potenti, dove essere “uomo vero” è più premiante che essere “vero uomo”. È un compito che spetta soprattutto ai padri, essi stessi oggi sospesi tra il desiderio di nuovi riferimenti e modelli maschili di riferimento e la percezione di una fragilità e impotenza che li trova disorientati di fronte alle sfide educative che il terzo millennio ha messo nelle vite di chi cresce e di chi fa crescere.
(fonte: Famiglia Cristiana 18/12/2025)

sabato 6 dicembre 2025

Eduscopio 2025, lo scrittore Affinati: La scuola non è una gara a punteggio


Eduscopio 2025, lo scrittore Affinati:
La scuola non è una gara a punteggio

Le classi di alunni sono una realtà molto più complessa di una classifica. I gruppi che danno più soddisfazione sono quelli eterogenei, con ripetenti e secchioni assieme. In Italia abbiamo inventato l’Umanesimo: dobbiamo assoggettarci ai modelli anglossassoni?

Studenti in aula in una scuola elementare. ANSA

Eraldo Affinati, scrittore e insegnante. (ANSA)
Eduscopio, gruppo di lavoro della Fondazione Agnelli, stila le classifiche delle migliori scuole italiane a partire dai risultati ottenuti dai liceali quando si iscrivono all’università, oppure dagli studenti dei tecnici e professionali nel momento in cui cercano lavoro.

In base a tali parametri, secondo dati che riguardano 1.355.000 ragazzi di 8.150 scuole, i primi diplomati quadriennali non avrebbero ottenuto esiti incoraggianti, moltissimi istituti non sarebbero all’altezza, alcune realtà didattiche si confermano, altre deludono, la grande maggioranza neppure compare nella lista da cui le famiglie dovrebbero scegliere dove indirizzare i loro figli dopo la terza media.

I giornali enfatizzano queste statistiche quasi si trattasse di una gara sportiva, con tanto di podio e medaglie: il liceo campione d’Italia è il Giovanni Battista Ferrari di Este, in provincia di Padova, a Milano il Berchet torna in vetta, a Roma è sempre il Visconti ad avere la meglio, a Bologna il Galvani mantiene il primato….

Signori, verrebbe da dire, la scuola non merita di essere trattata così. È una cosa molto più complessa e difficile da capire che riguarda il bene comune, la coscienza dei futuri cittadini, i valori che intendiamo trasmettere alle nuove generazioni. Tanto per dirne una, la risposta giusta non sempre corrisponde alla verità e quella sbagliata non dovremmo mai gettarla nel cestino: la prima rischia di essere un adesivo alla parete, pronto a staccarsi il giorno dopo essere stato incollato; la seconda potrebbe rivelare un segreto prezioso impossibile da comunicare. I gruppi che danno più soddisfazione ai docenti e rendono meglio sono quelli eterogenei, non quelli selezionati verso l’alto o verso il basso: una classe di ripetenti sarebbe tristissima, come una composta da secchioni. Non solo i deboli hanno bisogno dei forti, vale anche il contrario: sia nella singola aula, sia nell’intero territorio nazionale.

Perché dobbiamo accettare il pensiero secondo il quale contano solo gli obiettivi raggiunti o mancati? E se invece a fare la differenza fosse il percorso che registriamo dalla stazione di partenza a quella dove qualcuno ha deciso che dovremmo tagliare il traguardo? Ogni apprendimento possiede una forma propria, un tempo unico: uniformarli tutti secondo i famigerati standard di valutazione oggettiva potrebbe significare eleggere a valore assoluto una semplice convenzione culturale. In Italia abbiamo inventato l’Umanesimo: è proprio inevitabile assoggettarsi ai modelli anglosassoni?

E poi quando avremo fatto credere ai genitori che le scuole vincitrici di questo immaginario torneo dovranno essere quelle preferite, magari perché prive di alunni immigrati che attarderebbero la corsa, cosa ne faremo di tutte le altre? Le lasceremo marcire in serie B, nella retrovia polverosa, solo perché non hanno saputo raggiungere le performance da noi stabilite? Come facciamo a spiegare che educare non è solo istruire?
(fonte: Famiglia Cristiana 4/12/2025)

martedì 11 novembre 2025

La piccola grande Scuola ‘La Pace’ di Gaza

La piccola grande Scuola ‘La Pace’ di Gaza


Dall’8 novembre scorso una 60ina di bambini gazawi hanno la possibilità di essere accuditi, di imparare a leggere e scrivere e di venire istruiti nella scuola organizzata per iniziativa di un infermiere palestinese, Mosbah, quotidianamente in contatto con il Comitato Un aiuto per la Palestina.

Denominata ‘Al Salam’ – che significa ‘pace’ – la scuola è allestita in due tende attrezzate con sedie, banchi e lavagne. Nelle aule della tenso-struttura quattro giorni la settimana in due turni di tre ore ciascuno si svolgono le attività didattiche rivolte ai più piccini, dai 3 ai 5 anni, e agli alunni dai 6 ai 12 anni.

Oltre a fornire libri di testo e materiali didattici, la scuola garantisce agli scolari anche merende e pasti.

Dall’inizio dell’assedio, i cicli delle scuole di Gaza sono suddivisi in quadrimestri. Al termine di ciascuno gli alunni della Scuola ‘Al Salam’ sosterranno l’esame di verifica e accertamento della loro istruzione in base al piano educativo svolto. Il programma, che è in corso di validazione del Ministero dell’Educazione e dell’Istruzione Superiore dell’ANP / Autorità Nazionale Palestinese, propone lezioni di lingua araba e lingua inglese, matematica, scienze, tecnologia e salute tenute da due insegnanti.


«La Scuola per la Pace di Torino ha sempre guardato al genocidio in Palestina dal punto di vista politico e culturale, con manifestazioni di piazza, appelli, presidi e progetti didattici, ma non ha mai trascurato la concreta solidarietà – spiega la referente del gruppo di docenti piemontesi, Maria Teresa Silvestrini – Per oltre due anni bambine e bambini di Gaza sono stati privati del diritto all’istruzione a causa della distruzione di scuole e asili e, come è mostrato in un episodio del documentario From Ground Zero, anche della perdita di maestre e maestri. Ora bambine e bambini di Gaza sono per lo più per strada, in giro tra le macerie, e per assisterli in modo efficace anziché interventi calati dall’alto con grande dispendio di energie e risorse adesso è utile sostenere iniziative come questa di una scuola piccola ma accogliente e funzionale perché organizzata e gestita da chi capisce le loro esigenze e problematiche».

La Scuola per la Pace di Torino-Piemonte contribuisce alla realizzazione della Scuola ‘La Pace’ di Gaza cooperando con il Comitato Un aiuto per la Palestina anche alla raccolta fondi necessari a finanziare il progetto, che si sviluppa in due fasi.

Nella prima fase, cioè per l’acquisto e il montaggio delle tende e degli arredi, sono stati sostenuti costi pari a 1˙800 €, e nella seconda, cioè per l’acquisto di libri, quaderni e penne e di prodotti alimentari, per la produzione della documentazione con cui abiltare la scuola a rilasciare certificati e iscrivere gli alunni all’esame e per garantire agli insegnanti almeno un rimborso spese, sono stati preventivati costi di 750 € al mese e, complessivamente, 4˙800 € a quadrimestre.


conti correnti UN AIUTO PER LA PALESTINA

causale versamento: Scuola Al Salam

Banca Territori del Monviso – IBAN IT 76 A 08833 01003 000000013283

Satispay – https://web.satispay.com/download/qrcode/S6Y-SVN–19FF359D-701C-4FB9-A522-F50008F5E53E?locale=it

INFORMAZIONI: lascuolaperlapace@gmail.com

 (fonte: Pressenza, articolo di Maddalena Brunasti 10.11.25)

“Esci da quella stanza”. Alberto Pellai e Barbara Tamborini: “Riportiamo i nostri figli nella vita reale”


“Esci da quella stanza”. Alberto Pellai e Barbara Tamborini:
“Riportiamo i nostri figli nella vita reale”

Alberto Pellai e Barbara Tamborini lanciano un appello urgente ai genitori: il mondo digitale sta risucchiando i nostri figli. Tra social, videogame e manipolazioni, occorre restituire loro l’infanzia e l’adolescenza favorendo esperienze e relazioni in presenza per proteggerli dai rischi invisibili e riportarli nel mondo reale

Foto Università Cattolica/SIR

Nel saggio Esci da quella stanza. Come e perché riportare i nostri figli nel mondo (Mondadori, 2025), Alberto Pellai e Barbara Tamborini affrontano con lucidità una delle sfide educative più urgenti del nostro tempo: l’impatto del digitale sulla crescita emotiva, cognitiva e relazionale di bambini e adolescenti. Il libro è un grido d’allarme, ma anche una guida concreta per genitori e educatori che vogliono agire in modo consapevole.

Adolescenza digitale: chiusi in cameretta, lontani dal mondo. Il titolo stesso è una provocazione. Oggi, il comando “va’ in camera tua” non è più una punizione, osservano gli autori, ma un premio. I ragazzi si rifugiano volontariamente nelle loro stanze, immersi in smartphone, social e videogame. Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, e Tamborini, psicopedagogista, marito e moglie genitori di quattro figli, spiegano come questo isolamento volontario nasconda pericolose insidie:

contenuti estremi, relazioni tossiche, esperienze emotive precoci e destabilizzanti.

Le relazioni tra pari, mediate da chat e social, diventano terreno fertile per bullismo, esclusione e vergogna. Il confine tra reale e virtuale si dissolve, e il ritiro sociale si diffonde silenziosamente.

“Adolescence”: quando il virtuale contamina il reale. Gli autori citano la serie TV Adolescence, in cui un tredicenne è sospettato dell’omicidio di una compagna. La trama evidenzia come i giovanissimi della Gen Z siano immersi in dinamiche aggressive, spesso senza comprenderne il senso.

Il virtuale – avvertono – anticipa esperienze che dovrebbero arrivare più tardi, mentre gli adulti, inconsapevoli o distratti, non ne colgono i segnali.

Videogame e dipendenza, la trappola dopaminergica. Una sezione cruciale del libro è dedicata ai videogame, in particolare a titoli come Fortnite. Gli autori spiegano come questi giochi siano progettati per attivare i circuiti della gratificazione istantanea, generando dipendenza.

Il cervello produce dopamina, e il giocatore entra in un circolo vizioso difficile da interrompere.

Le testimonianze di genitori di preadolescenti raccontano di crisi emotive e reazioni violente quando si tenta di limitare il tempo di gioco.

Alberto Pellai (Foto Federica Davoli)
Tra glamour e manipolazione. Pellai e Tamborini analizzano quindi tre processi cognitivi amplificati dai social media. Anzitutto la “desensibilizzazione”, che avviene quando l’esposizione continua a contenuti contrari ai propri valori riduce la sensibilità emotiva. Quindi la “normalizzazione”, quando ciò che è estremo (nudità, turpiloquio, bestemmie) diventa “normale”. Infine la “glamourizzazione” che avviene quando pratiche nocive come chirurgia estetica estrema, gioco d’azzardo, comportamenti pericolosi, alcol e droghe vengono presentate come buone e desiderabili. Secondo i due autori, questi meccanismi alterano la percezione dei giovanissimi, rendendoli vulnerabili a messaggi manipolatori e a modelli distorti.

Il Gatto e la Volpe. Una potente metafora irrompe a questo punto nel libro:

“Gli occhi con cui vengono guardati i nostri figli sono quelli del Gatto e della Volpe”.

Il sistema digitale, con il suo marketing strategico, sfrutta in modo predatorio la vulnerabilità dei minori per generare profitti. I social non sono solo strumenti di comunicazione, ma vere e proprie macchine di manipolazione, avvertono Pellai e Tamborini.

Pensiero critico e consapevolezza. Dopo quest’articolata analisi, gli autori incoraggiano i genitori a mettere in campo una strategia educativa chiara, capace di decodificare i social come strumenti di marketing aggressivo. Il pensiero critico diventa antidoto:

solo comprendendone i meccanismi di manipolazione è possibile contrastare l’insicurezza e la bassa autostima alimentate nei giovanissimi dal mondo digitale.

Barbara Tamborini
Foto da Festival “Pordenone legge”
Indicazioni pratiche. Il volume non si limita alla denuncia, ma offre strumenti concreti: stabilire regole chiare sull’uso di smartphone e social; introdurre il pensiero critico; monitorare i contenuti frequentati dai figli mantenendo un dialogo aperto e non giudicante; promuovere esperienze nel mondo reale: sport, volontariato, oratorio, amicizie vissute in presenza. Importante, inoltre “fare squadra” tra genitori e adulti di riferimento condividendo esperienze educative efficaci per sostenersi reciprocamente. “Esci da quella stanza” è molto più di un libro: è un manifesto educativo, un invito urgente a riaprire le porte delle camerette e a costruire ponti tra generazioni. Non offre soluzioni magiche, ma una bussola per orientarsi nel caos digitale. Pellai e Tamborini ci ricordano che educare oggi significa conoscere il mondo virtuale, decodificarlo e aiutare i nostri figli a viverlo con consapevolezza, senza che diventi un abisso in cui perdersi.
(fonte: SIR, articolo di Giovanna Pasqualin Traversa 07/11/2025)