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mercoledì 28 agosto 2024

Olimpiadi 2024 - Quelle Olimpiadi nella casa di riposo

Simul currebant
Giochi di pace

Quelle Olimpiadi nella casa di riposo
 

Margaux Rifkiss vince ogni mercoledì, da un anno, la sua medaglia. Francese, 28 anni, campionessa europea e argento mondiale a squadre in carica di sciabola, non manca mai all’appuntamento per far tirare di scherma gli anziani ospiti della casa di riposo Maison des Vergers a Montreuil, nel dipartimento della Senna-Saint-Denis. Età media degli “atleti” poco più di 90 anni: 88 il meno anziano e 102 — Marguerite — la meno giovane (ma la più agguerrita, non ci sta a perdere).

Margaux finisce di allenarsi (cinque ore al giorno) e sale in bici con in spalla il saccone con tutta l’attrezzatura per il suo team: sciabole di plastica (non appuntite), palline di gomma e tutto quello che serve per fare un po’ di sport e per non farsi male.

«Non è solo un servizio sociale ma un’esperienza che fa crescere anzitutto me» dice Margaux. «Mia nonna viveva in una casa di riposo: quando andavo a trovarla i suoi occhi si illuminavano mentre le parlavo della scherma, era come se lei fosse sempre in viaggio e non più in una struttura per anziani» ricorda. E così Margaux non ha esitato un istante, con la stessa rapida esplosività che richiede una stoccata, a vestire i panni dell’insegnante nella casa di riposo, sostenuta dalla Federazione di scherma francese.

«A mia nonna sarebbe piaciuto tantissimo! Ora non c’è più, però in qualche modo so di renderla felice perché lei avrebbe sicuramente partecipato alle mie lezioni!». La nonna, ecco la motivazione principale di Margaux.

Forte della laurea proprio in Silver economy all’Università di Aix-Marseille, spiega: «La scherma è uno sport senza barriere e i fatti confermano che si può praticare a ogni età, con il corretto equilibrio, anche perché per gli anziani migliora la qualità della vita: il sonno, l’appetito, l’umore, l’autostima».

Lo stile dell’allenamento — dura tra un’ora e un’ora e mezzo — è semplice: divertendosi, anche con “sfide” a chi fa più stoccate dopo il rituale saluto reciproco degli schermitori prima di ogni “assalto”. Non mancano esercizi di psicomotricità personalizzati, che aiutano ad esempio a coordinare i movimenti delle braccia o delle gambe, sempre «avendo un obiettivo sportivo preciso».

Per le persone anziane, insiste Margaux, «è davvero gratificante sentirsi comunque parte di uno sport olimpico che ha grandi valori. E lo si vede dalla concentrazione negli esercizi». Che rilancia: «Non c’è abbastanza attenzione per la salute mentale degli anziani eppure è una questione centrale. Gli studi scientifici dimostrano che incoraggiarli a non fermarsi aiuta anche a ritrovare la fiducia in se stessi e soprattutto a non perdere la dignità». Con medici, psicomotricisti e terapisti «lavoriamo su aspetti fisici, cognitivi, culturali e sociali per rompere l’isolamento degli anziani».

E sarebbe importante, dice, che il progetto fosse applicato su larga scala: «Il mio sogno oggi è che tutti gli anziani negli istituti possano praticare la scherma, sono stata incaricata dalla Federazione di formare nuovi maestri, per adattare la pratica sportiva nelle case di riposo con atleti di alto livello».
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Giampaolo Mattei 22/08/2024)


martedì 13 agosto 2024

Olimpiadi 2024 - Concluse le Olimpiadi, iniziano le Paralimpiadi Il meglio deve ancora venire - “Dai nostri atleti un esempio di rispetto e fiducia” - Giochi di Parigi, il risultato è l'impegno - Parigi 2024 in 100 scatti da ricordare

Simul currebant
Giochi di pace

Concluse le Olimpiadi, iniziano le Paralimpiadi

Il meglio deve ancora venire


Nessuna tregua olimpica. La proposta di pace, sostenuta anche da Papa Francesco, resta inascoltata: le guerre continuano, s’intensificano sotto gli occhi del mondo o vengono “dimenticate”. Le Olimpiadi, concluse domenica sera a Parigi— appuntamento a Los Angeles nel 2028 — non hanno la pretesa di fermare i conflitti ma rilanciano una cultura di pace. Con un linguaggio popolare di fraternità a tutti comprensibile.

A dirla tutta, i Giochi olimpici di Parigi non sono finiti. C’è una pausa “tecnica” (un po’ come tra il primo e il secondo tempo di una partita di calcio) e mercoledì 28 agosto si riprende con le Paralimpiadi. Proprio quel suffisso greco — para — fa presente che “è la stessa cosa”, modulata in modo diverso. Ma non sono certo gare di serie b perché gli atleti sono “disabili”. Anzi... il meglio deve ancora venire.

In realtà, i Giochi a Parigi si concluderanno domenica 8 settembre proprio con la fine delle Paralimpiadi. Meglio ancora: si concluderanno domenica 15 settembre con la fine del periodo della tregua olimpica. Per passare il testimone all’Italia, che dal 6 al 22 febbraio 2026 ospiterà, tra Milano e Cortina, Olimpiadi e Paralimpiadi invernali. E anche questi Giochi sportivi saranno opportunità di pace, con la tenace proposta di una nuova tregua.
(fonte: L'Osservatore Romano 12/08/2024)

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“Dai nostri atleti un esempio di rispetto e fiducia”

(Foto ANSA/SIR)

“A me riempiono di gioia i successi di coppia, soprattutto quelli misti, perché sono emblematici di quel concetto del rispetto, della parità, dell’unione, degli sforzi per un obiettivo comune. Sono stati davvero bellissimi”. Claudia Giordani, vicepresidente del Coni, stamattina era a Linate ad attendere le giocatrici della nazionale di volley, fresche di oro. Con lei tanti ragazzi che praticano questo sport a livello amatoriale. Un abbraccio di sport e passione, al loro arrivo. E un mazzo di fiori per ciascuna di loro. Nell’attesa del loro arrivo, abbiamo condiviso con Giordani un bilancio dell’impegno della delegazione a Parigi: “Un esempio di rispetto e fiducia – dice, soffermandosi sulle vittorie negli sport di coppia -. Il messaggio lanciato è che insieme si può fare sicuramente più che da soli. Questo che mi piace tantissimo”.

Quale bilancio possiamo trarre da queste Olimpiadi per la delegazione azzurra?
Un grande orgoglio, un grande onore aver condiviso questa esperienza olimpica così avvincente, così entusiasmante, dove davvero la squadra italiana si è espressa con tutto il cuore, con tutta la passione dello spirito olimpico. Davvero un grande grazie a tutti e a tutte per questo risultato sicuramente importante a livello di medagliere, ma soprattutto per aver dimostrato quanto l’Italia dello sport sia protagonista a livello mondiale.

Secondo lei perché le nostre nazionali hanno veramente onorato lo spirito olimpico?
Lo sport da solo non può creare la pace, però può essere un esempio per costruire una cultura di pace, di unione, di gioia, di speranza, di coraggio. Tutti quegli elementi che sono importantissimi per le nuove generazioni. Proprio questo lo spirito olimpico cerca di trasmettere continuamente tutti i giorni. E tutti coloro che operano, lavorano, si danno da fare, sono al servizio delle famiglie, dei più piccoli, fanno quotidianamente. È a loro che va un grande merito perché questi risultati sono frutto ovviamente di un movimento ciascuno nelle proprie discipline, nel proprio settore sportivo. Sono frutto appunto di un lavoro costante, lungo, continuativo che da sempre lo sport italiano è in grado di proporre.

Di quali valori gli atleti si sono fatti portatori?
La solidarietà, l’amicizia, l’unione, il rispetto. Sono quei valori che la nostra squadra da sempre riesce ad interpretare al meglio. Sì, gli episodi sono importanti, sono dei messaggi forti, però al di là di questo c’è proprio una mentalità, una gioia di seguire le proprie passioni, la gioia di stare insieme. Il medagliere racconta una storia di grandi successi, ma nello stesso tempo tutta la rappresentativa italiana, tutti i 400 ragazzi e ragazze, che sono riusciti a qualificarsi per questi giochi, sono tutti quanti uno per uno, una per una, da ringraziare per quello che hanno fatto e per quello che continueranno sicuramente a fare assieme alle loro società di appartenenza, assieme a tutto il movimento sportivo italiano.

Dalle Olimpiadi è partito questo grande appello alla pace…
Le preoccupazioni all’inizio di questa edizione c’erano. Tante preoccupazioni di tipo anche organizzativo, sicuramente la sicurezza e quant’altro. Però bisogna dire che tutto il mondo si è immerso nello spirito olimpico. Purtroppo la tregua non è stata rispettata, però lo sport ha dato l’esempio: ha fatto vedere immagini e ha raccontato storie emblematiche. Ha fatto vedere che il percorso è possibile e ha reso tutti un pochino più consapevoli su quello che potrebbe essere un mondo migliore.

Tornando invece allo sport, il successo più bello italiano?
Sono tutti straordinari davvero, successi e non successi. Tutti si sono espressi al loro massimo, purtroppo alcune alcuni e alcune non sono riusciti ad arrivare al momento più importante, nella forma migliore. Molti hanno avuto anche difficoltà, altri invece sono stati successi inaspettati, quindi l’Italia ha dimostrato di essere una protagonista a livello multidisciplinare.

Sono 20 gli sport in cui l’Italia ha primeggiato e soprattutto non posso non sottolineare il grande contributo delle atlete, delle donne che hanno dimostrato ancora una volta – se ce n’era bisogno – di essere all’altezza di questo grande appuntamento e hanno contribuito in maniera determinante a questa avventura così speciale. 

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Giochi di Parigi, il risultato è l'impegno


«Fa quel che può. Quel che non può non fa»: con sprezzo del pericolo il maestro Alberto Manzi – prima di diventare popolare conduttore di Non è mai troppo tardi trasmissione che nell’era pionieristica della Rai affrancò dall’analfabetismo più di un milione di italiani – ebbe la bizzarra idea di attribuire a tutti i suoi scolaretti questo stesso giudizio. La motivazione che diede, cosicché se la cavò solo con una sospensione, è che i ragazzi crescono, possono migliorare e un giudizio negativo potrebbe mal disporre l’insegnante dell’anno successivo. Una provocatoria genialità, che anticipava un po’ lo spirito del priore di Barbiana, don Lorenzo Milani: compito della scuola – come dello sport – non è solo produrre eccellenze, ma anche aiutare tutti gli altri a dare il massimo, vincendo ognuno la piccola/grande competizione con se stessi, con i propri limiti, per fare meglio, semmai, l’anno successivo.

Una lezione che vale anche per le Olimpiadi appena concluse. Quaranta italiani sul podio a Parigi, non male. Ma al Quirinale ci andranno per la prima volta anche le “medaglie di legno”, i quarti classificati, i diversamente vincitori, i primi fra quelli che non ce l’hanno fatta, in qualche modo tutti da loro rappresentati. Sono stati 25, stavolta, mai così tanti, ma a squarciare il velo del silenzio che circonda, in genere, chi non ce la fa, è il rumore suscitato dall’affermazione a caldo della nuotatrice diciannovenne Benedetta Pilato che ha mancato il podio nei 100 rana per un solo centesimo e ha avuto l’“ardire” di affermare ai microfoni Rai, a caldo, fra le lacrime, che era il« giorno più bello» della sua vita. ...

Inutile in questi casi tirare in ballo il barone de Coubertin, che pure era un attrezzato pedagogista ma nella vulgata corrente passa ormai, con il suo celebre motto, come il consolatore dei perdenti. ...

L’ottantatreenne capo dello Stato che alla cerimonia inaugurale, a Parigi, non ha battuto ciglio per l’acquazzone che l’ha colto di sorpresa e sarà di nuovo presente, mercoledì 28 ai Champs-Elisées per la cerimonia inaugurale delle Paralimpiadi, con i quarti e le quarte invitate alla festa sul Colle lancia allora un messaggio chiaro: lo sport, e non solo lo sport, è di tutti e per tutti. E chi non vince, nello sport come nella vita, se mantiene le motivazioni, può riprovarci. Anche perché: che cosa sappiamo noi delle sofferenze da cui viene una diciannovenne che è riuscita a rialzarsi, arrivando a un solo centesimo dal podio?


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Parigi 2024 in 100 scatti da ricordare


La nostra selezione: le medaglie azzurre, ma non solo. Quello che di Parigi 2024 ci resterà, attraverso le immagini ci sembra rappresentino quanto abbiamo vissuto, nel bene e nel male, in 17 giorni di Giochi olimpici, in ordine non necessariamente cronologico (Foto Reuters e Ansa)


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Vedi anche tutti i nostri post precedenti sulle Olimpiadi 2024:



lunedì 12 agosto 2024

Olimpiadi 2024 - Il pianto di Tamberi passerà alla storia dello spirito olimpico, come e più di una medaglia

Olimpiadi 2024

Il pianto di Tamberi passerà alla storia dello spirito olimpico, come e più di una medaglia

Le energie non ci sono, mente e cuore non bastano, ma il sacrificio del campione che ha onorato l'olimpismo come pochi diventerà un racconto che i cinque cerchi tramanderanno


Ha addosso i segni del digiuno, potrebbe fare da modello per gli eremiti e i martiri di mezza storia dell’arte, scavato nel corpo e nell’anima, Gian Marco Tamberi il 10 agosto allo Stade de France, è già un mezzo miracolo che si sia presentato, ma non ha il carattere di chi si accontenti di comparire e salutare. Ci prova. Due errori senza energia a 2.22, misura per un Tamberi in condizione non rasoterra ma quasi. Non è il caso di stasera. Alla terza prova sale di rabbia, di energie nervose, di scarica di adrenalina.

Ma funziona una volta e mai più. L’urlo prima della rincorsa stavolta non basta, il corpo tradito dal dolore, dalla fatica, dalla giornata iniziata con una colica renale alle cinque di mattina e terminata al pronto soccorso, non risponde: non gli rende il rimbalzo che la mente prova invano a comandare.

Dopo il terzo salto a 2.22, acciuffato per la gola, forse ha sperato che mente e cuore sostituissero le gambe, ma non funziona così. Al primo a 2.27, dove l’elevazione manca, Gimbo forse capisce che non ce n’è, chiede alla mente di raschiare il fondo delle energie che non ci sono, ma forse già sa. Prima del terzo tentativo a 2.27, naufrago all'ultima spiaggia, irrangiunginile, si inginocchia per terra, si mette le mani in faccia, forse prega, si fa il segno della croce. Chissà che cosa chiede a Chi decide in cielo, che cosa sta barattando: quando sbaglia, tenta di tenere il punto dell'espressione prima di crollare, si rialza annaspando un paio di respiri a bocca a aperta, ma a metà pedana sta già piangendo.

Nelle braccia della sua curva, del suo staff, dei suoi amici, sommerso da loro più bassi di lui, di Tamberi emerge soltanto il codino sulla sommità del capo in cui raccoglie i capelli per saltare. Un abbraccio collettivo, un groviglio di braccia sommerge la sua valle di lacrime: non finisce più, la tenuta è andata, gli argini sono rotti e Gimbo li inonda dell’esondazione della tensione di una giornata terribile seguita a giorni terribili in un'altalena di disillusioni e speranze.

Non ha mai nascosto di essere a Parigi per fare quello che nessun saltatore aveva mai fatto: vincere due edizioni consecutive dei Giochi. A Roma la sera degli Europei a giugno aveva dimostrato di averne la condizione. Poi una valanga di accidenti degni di un Giobbe delle pedane lo ha fermato. Ha provato a rimettersi in piedi a non darla loro vinta, contro ogni ragionevolezza fino a stasera.

Nessuno potrà rimproverargli di non aver dato tutto fino al limite dell’eroismo, perché obiettivamente gareggiare con i postumi, ammesso che fossero già postumi, di una colica renale, è da fachiri.

C’è uno stadio intero che lo consola mentre gli altri saltano, e Gimbo non smette di piangere, prima di attendere e abbracciare Stefano Sottile che con una gara onorevolissima ha provato a vendicarlo. Il sacrificio di Tamberi passerà alla storia dello spirito olimpico: come Dorando Pietri, il maratoneta di Carpi, a Londra 1908 per essere stato aiutato a non crollare prima del traguardo, come Kerri Strug, il pulcino con l’ala rotta, che saltò al volteggio ad Atlanta 1996, per assicurare l’oro a squadre agli Stati Uniti nell’artistica femminile, per poi scoprire che avrebbero vinto anche senza il suo rischio. Ne ricordano il sacrificio ai capricciosi dei dell'Olimpo più di quanto ne avrebbero ricordate le medaglie. A Gimbo succederà la stessa cosa: la sua storia sarà il monumento allo spirito olimpico che Parigi 2024 tramanderà. Perché di queste storie l'olimpismo ha bisogno per perpetuare il suo mito.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Elisa Chiari 10/08/2024)


sabato 10 agosto 2024

Olimpiadi 2024 - Tebogo conquista l’oro e lo dedica alla mamma morta a maggio per un tumore Ha vinto il Botswana

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Giochi di pace

Sui 200 metri Tebogo conquista l’oro e lo dedica alla mamma morta a maggio per un tumore

Ha vinto il Botswana

09 agosto 2024

«Vedendomi vincere l’oro olimpico forse tante persone saranno andate a cercare sulle mappe dove si trova il Botswana e leggendo sulle mie scarpe le iniziali del nome di mia mamma Elizabeth Seratiwa e la sua data nascita, aveva 44 anni quando è morta il 18 maggio, spero che qualcuno avrà pregato per lei». Il velocista Letsile Tebogo, 21 anni, parla lentamente («sono riservato, non sarò mai l’uomo immagine dell’atletica»): ieri sera ha vinto la medaglia d’oro olimpica dei 200 metri con il quinto tempo della storia (19”46).

L’aver portato l’oro olimpico al Botswana (è la prima volta) e il ricordo della mamma sono le sue «priorità»: più del gesto tecnico di aver superato i due statunitensi Kenneth Bednarek e Noah Lyles (il primo a complimentarsi: «So che hai avuto un anno molto difficile fuori dalla pista e nonostante questo hai superato tutto!»).

Proprio le scarpe sono il simbolo della vittoria di Letsile. Ha iniziato a correre scalzo nel 2019: il primo paio le ha calzate l’anno dopo, quando ha vinto i campionati nazionali e ha scelto di mettere da parte il calcio (giocava scalzo, naturalmente) per l’atletica. «Correre senza scarpe in Africa e nelle regioni povere del mondo è normale» racconta. «Le mie prime gare le ho corse con i pantaloni di mio zio. Spero che le mie vittorie sui 100 e sui 200 metri portino attenzioni al Botswana e all’Africa in generale. È significativo che gli africani non vengano visti unicamente come atleti che corrono le lunghe distanze». Non manca una proposta: «Con più strutture anche sportive, sarebbe importante organizzare finalmente le Olimpiadi in Africa: il mondo conoscerebbe culture straordinarie!».

In questi giorni parigini Letsile non ha mai mostrato mezzo sorriso. Adesso a strappargliene uno non è l’oro ma il ricordo di sua madre: «Sulle scarpe ho scritto la data di nascita di mamma (23.12.1980) perché credo che la vita non finisca con la morte».

Rilancia: «Sono certo che è felice, era una donna di fede. Quando è morta, per un cancro al seno dopo una lunga battaglia, ho pensato di chiudere con lo sport. Ora ho vinto i Giochi per e con mamma. Per mia sorella, che ha 12 anni, e per me lei è stata ed è tutto! Ci ha dato l’opportunità di crescere nonostante il contesto dove siamo nati: il villaggio di Kanye che nessuno sa dov’è. Sempre insieme, grazie allo sport abbiamo visto città che non pensavamo neppure esistessero!». E aggiunge: «Ero un bambino iperattivo, senza speranze: lo sport e l’amore infinito di mamma hanno consentito di realizzarmi nella vita, fino all’oro olimpico. Ma tutti i bambini in Africa dovrebbero avere queste opportunità».

Il sopranome di Letsile è school-boy. A lui piace: «Mi hanno chiamato affettuosamente così i compagni di staffetta al World relays in Polonia nel 2021: ero il più piccolo, uno “scolaretto”». Poi ha vinto medaglie mondiali a raffica a suon di record. «Ma resto uno school-boy» confida «con l’umiltà che mi ha testimoniato mamma, la mia roccia. La porto in ogni respiro e in ogni passo. E ogni tanto mando un bacio al cielo per lei». Come ha fatto ieri appena vinto l’oro. E stamani ottenendo la finale di domani con la 4x400.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Giampaolo Mattei 09/08/2024)


martedì 23 luglio 2024

Il nostro sogno olimpico

Il nostro sogno olimpico
 

Ai Giochi di Parigi c’è anche una delegazione di 36 atleti rifugiati da 11 Paesi. Rappresentano 120 milioni di profughi e incarnano il riscatto attraverso lo sport

Adnan Khankan ha scoperto il judo da bambino, durante la sua infanzia a Damasco. Si è innamorato di questo sport e dei suoi valori dal primo momento in cui, a dieci anni, ha messo piede nel dojo in cui un amico di famiglia insegnava le arti marziali. Questa passione lo ha portato a vincere la sua prima competizione locale, per poi bruciare le tappe fino a riuscire a entrare nella squadra nazionale juniores, con cui ha partecipato ai campionati continentali.
Poi, quando Adnan aveva diciassette anni, nel suo Paese è scoppiata la guerra, che in questi anni ha spinto quasi quattordici milioni di cittadini a lasciare la Siria. Il giovanissimo judoka era tra loro: dopo un lungo e pericoloso viaggio verso l’Europa, ha trovato una nuova vita in Germania. Ed è tornato a indossare il judogi e ad allenarsi, sognando di diventare un campione. Ricorda ancora il brivido provato quando, nell’agosto 2016, ha visto in tv le immagini della prima squadra olimpica di rifugiati, ai Giochi di Rio de Janeiro. «È stata un’iniezione di speranza», ha raccontato.

Certo, allora non avrebbe immaginato che, 8 anni dopo, a Parigi 2024 ci sarebbe stato anche lui. Adnan fa parte dei 36 atleti, provenienti da 11 Paesi, che alle Olimpiadi francesi rappresentano i 120 milioni di uomini e donne che hanno dovuto abbandonare la propria casa e spesso la propria patria a causa di conflitti, crisi umanitarie e, sempre più, anche per le conseguenze di disastri ambientali. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per i rifugiati, il numero di persone in fuga nel mondo è raddoppiato negli ultimi 10 anni. Se la Siria resta il Paese con più cittadini trasformatisi in profughi – addirittura 13,8 milioni -, al recente peggioramento dello scenario hanno contribuito le guerre in Congo, in Myanmar, a Gaza e soprattutto in Sudan, dove dall’aprile 2023 sono stati registrati quasi undici milioni di persone sradicate dalle proprie abitazioni.

Proprio dal Sudan, dalla martoriata regione del Darfur, viene Jamal Abdelmaji, che a Parigi correrà i 5.000 metri. La sua è una storia di resilienza e riscatto, come quelle della canoista iraniana Saman Soltani, o del velocista congolese Dorian Keletela, o ancora della mezzofondista etiope Farida Abaroge. Nato nel 1993, Jamal fuggì dal Darfur quando era solo un adolescente, separandosi dalla madre e dai fratelli, e viaggiò attraverso l’Egitto e il deserto del Sinai fino a raggiungere Israele. Qui, in questi anni, non solo ha ottenuto la protezione umanitaria, ma ha trovato una nuova casa all’Alley Runners Club, un club sportivo di Tel Aviv che lo ha aiutato a rimettersi in piedi e in pista. Dopo aver già gareggiato ai Giochi olimpici di Tokyo 2020, ora ci riprova in Francia.

La squadra dei rifugiati, nata per iniziativa del presidente del Comitato olimpico internazionale (Cio) Thomas Bach, rappresenta – ha detto l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, Filippo Grandi – «ciò che gli esseri umani possono fare anche di fronte a estreme avversità e ci ricorda che lo sport può essere trasformativo per le persone le cui vite sono state interrotte in circostanze spesso angoscianti». La delegazione – composta da 23 uomini e 13 donne e finanziata dal programma Olympic Solidarity, che consente di nominare atleti residenti nei diversi Paesi – riunisce sportivi ospitati da 15 Comitati nazionali olimpici, dal Canada alla Gran Bretagna, dal Messico alla Giordania. E, per la prima volta, c’è anche l’Italia: il ventinovenne iraniano Iman Mahdavi, campione nazionale di lotta libera, si allena a Pioltello, nell’hinterland milanese, mentre il suo connazionale Hadi Tiranvalipour, 26 anni, ha trovato casa a Roma, dove pratica il taekwondo al Centro di preparazione olimpica del Coni. Fenomeno sportivo già da giovanissimo, in patria Hadi conduceva un programma tv per avvicinare il pubblico a uno stile di vita salutare ma, quando scoppiarono le proteste di piazza contro la condizione delle donne nel Paese, fece “l’errore” di parlarne in tv. Fu sospeso e, scaduta la deroga dal servizio militare, si sarebbe dovuto arruolare per due anni. Scelse la fuga e oggi sta coronando il suo sogno più grande.
La presenza dei 36 atleti rifugiati sulle piste e negli stadi di Parigi non rappresenta solo un traguardo simbolico. Se a Rio 2016 e a Tokyo 2020 la squadra si è accontentata di partecipare, senza la speranza di salire sul podio, oggi potrebbe essere diverso: «All’inizio eravamo lì per inviare un messaggio – ha dichiarato il mezzofondista sud sudanese Yiech Pur Biel, che faceva parte della prima delegazione ed è poi diventato membro del Cio -. Questa volta punteremo alla medaglia. Cambieremo livello».

Tra le atlete più promettenti c’è la pugile Cindy Ngamba, originaria del Camerun ma arrivata in Gran Bretagna da adolescente. Ventisei anni, ha collezionato tre titoli al campionato britannico e oggi è la prima atleta rifugiata a partecipare al torneo di boxe delle Olimpiadi. Una tipa tosta, come tante sue compagne. E come la capo delegazione della squadra, la ciclista afghana Masomah Ali Zada, che nonostante la disapprovazione delle fasce più conservatrici della società – e con l’ostacolo aggiuntivo di appartenere alla minoranza discriminata degli hazara – ha iniziato a pedalare con un gruppo di altre giovani donne riuscendo a unirsi alla nazionale di ciclismo. Nel 2016, la pressione nel Paese è diventata troppo forte e Masomah ha chiesto asilo in Francia. Ora studia ingegneria civile a Lille. Ai 36 atleti della delegazione ha detto: «Con tutte le sfide che avete affrontato, ora avete la possibilità di ispirare una nuova generazione, di rappresentare qualcosa più grande di voi e di mostrare al mondo di che cosa sono capaci i rifugiati».
(fonte: Mondo e missione, articolo di Chiara Zappa 21/07/2024)

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