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giovedì 22 febbraio 2024

Cardinale Cantalamessa: La Quaresima tempo per rievangelizzarsi

Intervista con il cardinale Cantalamessa, predicatore della Casa pontificia

La Quaresima
tempo per rievangelizzarsi


«Evangelizzarsi» e non «evangelizzare». È questa la preoccupazione principale delle prediche di Quaresima. Lo sottolinea il cardinale Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, in questa intervista a «L’Osservatore Romano», spiegando anche la scelta del tema: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mt 16, 15). Le meditazioni, secondo il calendario reso noto dalla Prefettura della casa pontificia, si tengono per cinque venerdì consecutivi a partire da domani, 23 febbraio, fino al 22 marzo. L’appuntamento è nell’Aula Paolo VI con inizio alle ore 9 e sono invitati a parteciparvi cardinali, arcivescovi e vescovi, prelati della Famiglia pontificia, dipendenti della Curia romana, del Governatorato vaticano e del Vicariato di Roma, i superiori generali o i procuratori degli ordini religiosi facenti parte della cappella pontificia, seminaristi e studenti dei collegi dell’Urbe, gentiluomini di Sua Santità, addetti di Anticamera e tutti coloro che lo desiderano.

Perché proprio questo tema?

La scelta dell’argomento di una predica, o di un ciclo di prediche come è la Quaresima, non è come la scelta dell’argomento di un libro da scrivere o di una conferenza da dare su un determinato tema. È sempre frutto di due movimenti: della Parola che viene verso di te e della tua reazione ad essa. Ci sono, certamente, motivi contingenti (nel presente caso, un risvegliato interesse per il Vangelo di Giovanni), ma la Parola di Dio non si inventa; si accoglie! Non solo da parte dell’ascoltatore, ma, ancor prima, da parte del predicatore.

Cosa significa innalzare il figlio dell’uomo?

L’esegesi biblica ha da tempo chiarito che quello che Giovanni chiama “essere innalzato” o “essere elevato da terra” non si riferisce alla glorificazione finale di Gesù, cioè alla sua risurrezione e ascensione al cielo, ma alla sua elevazione sulla croce. Questa però è vista dall’Evangelista, non solo come il punto estremo dell’abbassamento e dell’umiliazione di Cristo, ma anche — e forse soprattutto — come l’inizio della sua esaltazione. «Non vi era ancora lo Spirito – si legge in Giovanni 7, 39 – perché Gesù non era stato ancora glorificato». La croce è per l’evangelista il momento in cui tutte le potenze del male sono vinte ed egli può «effondere lo Spirito» sull’umanità.

Quanto ci sarà nelle sue riflessioni riguardo al bisogno di evangelizzare?

Come ho precisato nel programma, la preoccupazione principale di questa predicazione quaresimale non è “evangelizzare”, ma “evangelizzarsi”. Quasi sempre, nel contesto del governo della Chiesa, ci si deve occupare di problemi ecclesiali, dottrinali o disciplinari; occorre che ci sia un momento in cui l’obbiettivo (o la spada a doppio taglio!) non sia rivolto all’esterno, ma all’interno. E questo non genericamente, intendendo per “interno” l’interno che è la Chiesa rispetto alla società, ma la vita interiore di ognuno di noi. Questa, si sa, è la condizione indispensabile per poter portare il Vangelo ad altri: averlo dentro di sé, non solo tra le mani o nella mente. Nemo dat quod non habet, dice un detto tradizionale: nessuno dà ciò che non ha.

Come possiamo rendere l’immagine che abbiamo di Gesù sempre più conforme a quella vera?

Da ormai tre secoli — rinascimento, illuminismo, modernismo — tutto lo sforzo della scienza biblica è stato concentrato su questo problema. Dapprima e per molto tempo si era convinti che per accostarsi al vero Gesù bisognasse lasciare da parte la fede e il dogma della Chiesa e far posto alla scienza storica. In tempi a noi vicini, si è assistito al movimento contrario: per incontrare il vero Gesù occorre lasciare da parte la storia e attaccarsi alla fede, intesa, questa, in senso esistenziale (Barth, Bultmann); in tempi ancor più vicini (cosiddetti post-moderni), si è pensato che per trovare il vero Gesù bisogna lasciare da parte l’una e l’altra cosa, sia la fede che la storia, e affidarsi a qualche brandello di (pseudo) nuovi documenti (il Vangelo gnostico di Tommaso!) e alla propria reazione di fronte al testo così come sta. Sano pluralismo? No semplice relativismo! A ogni fase di questa ricerca si è dovuto costatare che il Gesù raggiunto era semplicemente quello che la cultura del momento esigeva, senza accorgersi che la visione che si pretendeva sostituire a quelle passate non faceva che continuare la serie. L’immagine è irriverente, ma efficace: Gesù, un manichino pronto a indossare il vestito che la moda del momento impone.

C’è una strada più sicura per comprendere chi veramente sia Cristo?

Sì che c’è, e ce l’ha indicata lui stesso, Gesù. «Il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14, 26). «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me» (Gv 15, 26). Se uno pretende scoprire chi era il “vero” Gesù, ignorando completamente questo ”tramite” — sia egli credente o non credente —, di lui si deve dire, con il nostro Dante Alighieri, sua disianza vuol volar senz’ali. Questo non significa minimamente mettere da parte la critica storica (rinnegherei il mio stesso mestiere!). Significa rassegnarsi a “convivere”: la fede senza la storia è cieca; la storia senza la fede è muta. O, ancor meglio, è vuota!
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Nicola Gori 22/02/2024)

ZUPPI: «AI GIOVANI SERVE RISCOPRIRE IL GUSTO DI UNA VITA SENZA PAURA»



ZUPPI: «AI GIOVANI SERVE RISCOPRIRE IL GUSTO DI UNA VITA SENZA PAURA»

Il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, interviene al primo appuntamento del tour degli Stati Generali della Natalità. il commento di Gigi De Palo, presidente della Fondazione: «Per uscire dall’inverno demografico all'Italia serve un piano Marshall per le nascite»


«Quello della natalità è un tema decisivo ed è importante vedere come, ognuno per strade diverse, tutti giungano a percepirlo come centrale. Ma se c’è accordo sull’importanza, occorre impegnarsi perché le priorità di tutti si incontrino: serve un’alleanza che metta da parte, come già diceva Papa Giovanni XXIII, ciò che ci divide e ci faccia scegliere ciò che ci unisce. Serve un sistema Paese che dia sicurezze, che punti sul benessere e sulla stabilità economica e lavorativa, senza dubbio. Ma serve anche, e forse soprattutto, una riscoperta del gusto di una vita senza paura: la famiglia, dice Papa Francesco, è cantiere di speranza ed è qui che la vita si mostra nella sua piena forza. Una forza che si comprende appieno solo donando la vita a qualcun altro: un figlio nato, uno adottato, uno incontrato e accolto».

Con queste parole l’arcivescovo di Bologna e presidente Cei, il cardinale Matteo Maria Zuppi ha chiuso la prima tappa del tour degli Stati della Natalità martedì 20 febbraio 2024 a Bologna nella sala “20 maggio 2012” della Regione Emilia-Romagna, alla presenza di numerosi ospiti. Tra questi la ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità Eugenia Maria Roccella, il presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, il sindaco metropolitano di Bologna Matteo Lepore.

Un tour nazionale lanciato da Gigi De Palo, presidente della Fondazione per la Natalità e promotore degli Stati Generali della Natalità. «Per uscire dall’inverno demografico l’Italia deve arrivare a quota 500mila nuovi nati entro il 2033: l’asticella è alta ma raggiungibile. E occorre farlo in fretta perché non c’è più tempo, serve un impegno forte, di lungo periodo e sinergico fra politica, società civile e mondo economico del Paese, a prescindere dalle bandiere di partito. Quella della natalità è una sfida bipartisan che si vince in un solo modo: tutti insieme».

«Per costruire il futuro occorrono risorse, ma soprattutto, una strategia chiara come sistema-Paese» prosegue De Palo. «In Italia è urgente un vero e proprio piano Marshall per la natalità: serve una fiscalità più equa che tenga conto della composizione delle famiglie e non solo del reddito, servono sinergie con le amministrazioni locali per rendere più accessibili i servizi essenziali ai nuclei familiari con minori, come nidi o mense, e un quoziente familiare ad esempio per l’Irpef. E nella ‘squadra’ per vincere la partita della natalità non possono mancare il mondo dello sport, le imprese, lo spettacolo, le banche e, naturalmente, l’Europa, sulla quale possiamo e dobbiamo fare pressione perché preveda investimenti per la natalità. Siamo vicini al punto di non ritorno ma possiamo ancora non oltrepassarlo».

«Il segno ‘meno’ alla voce ‘natalità’ accomuna l’Emilia-Romagna, l’Italia e la maggioranza dei Paesi Europei da tempo e il trend è in pericolosa accelerazione» commenta Enrico Biscaglia, presidente dell’Associazione Bologna Bene Comune che ha organizzato l’evento bolognese insieme alla Fondazione per la Natalità. «Lo scopo dell’incontro di oggi è duplice: alzare il livello di consapevolezza delle ricadute sul sistema-Paese ma anche sottolineare la necessità di un’azione collettiva e generale: il futuro è responsabilità di tutti, dalla politica alle scuole, dal mondo del lavoro ai media. Ognuno può contribuire ma l'obiettivo deve essere di tutti: permettere ai giovani di avere nuovamente uno sguardo positivo sul futuro vincendo l’incertezza generale».

Dopo l’avvio a Bologna, il “Tour della natalità” proseguirà con altre tappe e altrettanti focus locali a Palermo a metà ottobre, a Roma il 15 novembre, Milano a dicembre e un’ultima tappa a Venezia. Appuntamento, intanto, nella capitale per la IV edizione degli Stati Generali della natalità il 9 e 10 maggio 2024 presso l’Auditorium della Conciliazione.
(fonte: Famiglia Cristiana 20/02/2024)


mercoledì 21 febbraio 2024

Mons. Rino Fisichella: La preghiera è il nostro modo di essere presenti nel mondo - “Insegnaci a Pregare” - sussidio per l’Anno della Preghiera

ANNO DELLA PREGHIERA

Mons. Rino Fisichella (*)
La preghiera è il nostro modo di essere presenti nel mondo

Quest’anno aiuterà i credenti a rendersi partecipi presso Dio della preghiera per la pace nel mondo, perché il Signore guardi con particolare amore le vittime innocenti di questa ingordigia di violenza che segna i nostri giorni. Un grido silenzioso che può giungere al cospetto di Dio per intercedere la vera e duratura pace. Silenziosi interpreti del bene per l’umanità, ma nel silenzio della testimonianza personale e dell’azione concreta a favore soprattutto dei più deboli ed emarginati

(Foto Siciliani - Gennari/SIR)

Sarebbe una profonda contraddizione se l’anno della preghiera si moltiplicasse in una serie di iniziative proposte dal Dicastero per l’evangelizzazione. Papa Francesco ha sempre sostenuto fin dall’inizio del suo pontificato: “l’evangelizzazione si fa in ginocchio”. Un’espressione come questa dovrebbe essere indicativa nel proporre l’Anno della preghiera. Al primo posto infatti è necessario porre la contemplazione del mistero di Dio nella nostra vita e del rapporto con lui. Quanti momenti della nostra esistenza sono raccolti all’interno di quella enigmaticità per cui non riusciamo più a trovare noi stessi. Più guardiamo nell’intimo e maggiormente scopriamo la nostra debolezza e contraddittorietà.
L’Anno della preghiera in preparazione al Giubileo intende porsi in questo orizzonte. Il Giubileo che ricorre ogni 25 anni è una proposta a rientrare in se stessi; a comprendere che nulla ci appartiene ma che tutto è dono di Dio. Il capitolo 25 del Levitico a cui ci si rivolge per trovare un fondamento al Giubileo cristiano non fa che ricordare questa dimensione: tutto è grazia a cui bisogna corrispondere restituendo quanto possediamo a partire da noi stessi. Non si distacca da questo significato neppure la presentazione di Luca, quando pone Gesù nella sinagoga che proclama l’anno della salvezza. Rientrare in noi stessi quindi per avere la certezza di essere alla presenza di Dio.

Alla fine l’Anno della preghiera si raccoglie intorno a questa dimensione: porsi alla presenza di Dio. Cosa c’è di più significativo nella vita di una persona se non quello di essere dinanzi al Creatore? La preghiera non è altro che un atto di umiltà con il quale lasciando in disparte la nostra arroganza, autonomia e superbia riconosciamo di avere bisogno di Dio. Una preghiera nella quale con la povertà che ci accompagna chiediamo a Lui di insegnarci a pregare e di trovare le parole giuste per rivolgerci a Lui. L’apostolo non ha timore di dire con chiarezza che non sappiamo neppure ciò che è necessario chiedere; per questo lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza e il grido che esce dal più profondo del cuore è quello di invocare Dio con l’espressione che Gesù stesso ci ha insegnato: Abba.

L’Anno della preghiera si pone nell’orizzonte della domanda che discepoli hanno fatto al maestro: “insegnaci a pregare”. È una richiesta che appartiene a ogni discepolo del Signore consapevole di iniziare sempre da capo. I santi ci hanno insegnato quanto valore possa avere la preghiera nella vita quotidiana ma lo hanno fatto con la consapevolezza di essere peccatori non santi. Ecco perché abbiamo bisogno ogni giorno di riconoscere l’esigenza del bisogno di Dio. Ciò si pone con urgenza in un periodo come il nostro in cui spesso si ha l’impressione che Dio sia stato messo in un angolo della vita e di cui ci si ricorda soltanto in alcune circostanze. L’Anno della preghiera desidera al contrario rimettere Dio al centro e noi in ginocchio davanti a Lui senza moltiplicare le nostre richieste, sapendo che già le conosce. Sarà necessario quindi esprimere l’esigenza di essere accolti da Lui, capiti e perdonati. Questo anno pertanto è nella prospettiva del Giubileo che come sua caratteristica pone al centro il grande tema dell’indulgenza come perdono pieno e totale da parte di Dio. Come si sa l’indulgenza è sinonimo della misericordia, indica la vicinanza di Dio, la sua compassione per noi, il coinvolgimento nella nostra vita, il suo perdono. Ecco perché l’Anno della preghiera trova la sua espressione migliore nel volere imprimere nel cuore di ogni credente la certezza dell’amore di Dio e della sua vicinanza.

Quest’anno sarà una “scuola di preghiera” per riscoprire i passi necessari da compiere per vivere sotto lo sguardo di un Dio che ci ascolta.

D’altronde i cristiani sanno che la loro preghiera può avere la sua efficacia se posta alla luce della preghiera che Gesù ci ha insegnato. Alla richiesta dei discepoli di insegnare loro a pregare, Gesù ha risposto con le parole che contengono in sintesi tutto il Vangelo da lui proclamato. Entrare poco alla volta nella preghiera del Padre nostro sarà realmente un’esperienza per avere certezza di quanto abbiamo veramente bisogno. La preghiera che Gesù ci ha insegnato si pone alla luce della speranza, contenuto centrale del Giubileo prossimo. La speranza che il regno di Dio possa essere più presente in mezzo a noi attraverso l’azione evangelizzatrice della Chiesa; speranza del pane quotidiano, del perdono, di essere finalmente liberi da ogni male. Questa preghiera si fa forte di tante altre forme con le quali siamo soliti rivolgerci al Signore Gesù con l’ intercessione di Maria sua madre. La “scuola di preghiera” poco alla volta ci introdurrà a saper dire parole di ringraziamento per quanto abbiamo ricevuto; parole di invocazione perché a Dio sia sempre data la lode dovuta; parole di intercessione per saper chiedere secondo la sua volontà, parole che terminano nel silenzio per la capacità di contemplare il suo amore. Come si nota l’Anno della preghiera non avrà altre iniziative se non quelle di aiutare ciascuno a meditare sull’importanza della preghiera. Ci aiuteranno le 38 catechesi che Papa Francesco ha sviluppato nel 2020-2021; otto autori metteranno nelle nostre mani delle brevi riflessioni su perché pregare e come pregare oggi; pregare con i salmi, con la preghiera di Gesù, riscoprendo le parabole della preghiera come pure la preghiera dei santi e dei peccatori… Un breve sussidio del Dicastero per l’evangelizzazione, infine, sarà inviato online a quanti lo desiderano con delle brevi indicazioni di ciò che ogni giorno già facciamo ma che forse dobbiamo riprendere con maggiore entusiasmo.
Quest’anno aiuterà i credenti a rendersi partecipi presso Dio della preghiera per la pace nel mondo, perché il Signore guardi con particolare amore le vittime innocenti di questa ingordigia di violenza che segna i nostri giorni. Un grido silenzioso che può giungere al cospetto di Dio per intercedere la vera e duratura pace. Ancora una volta la preghiera diventa il nostro modo di essere presenti nel mondo: silenziosi interpreti del bene per l’umanità, ma nel silenzio della testimonianza personale e dell’azione concreta a favore soprattutto dei più deboli ed emarginati.

(*) pro-prefetto della Sezione per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione nel mondo del Dicastero per l’Evangelizzazione
(fonte SIR 19 Febbraio 2024)

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“Insegnaci a Pregare”
Sussidio per l’Anno della Preghiera


In occasione dell’Anno della Preghiera, il Dicastero per l’Evangelizzazione ha preparato una serie di strumenti e sussidi utili per accompagnare le comunità cristiane e i singoli credenti nel percorso di preparazione al Giubileo 2025.

È disponibile online, e scaricabile gratuitamente sul sito in versione digitale, il sussidio “Insegnaci a Pregare”, il cui titolo è tratto dal capitolo undicesimo del Vangelo di Luca (Lc 11,1). Il volumetto, ispirato dal magistero di Papa Francesco, vuole essere un invito a intensificare la preghiera come dialogo personale con Dio, per condurre a riflettere sulla propria fede, sull'impegno nel mondo di oggi, nei diversi ambiti in cui si è chiamati a vivere. Si propone di offrire riflessioni, indicazioni e consigli per vivere più pienamente il dialogo con il Signore, nel rapporto con gli altri. Il sussidio si compone di sezioni dedicate alla preghiera nella comunità parrocchiale, in quella familiare, altre dedicate ai giovani, alle comunità claustrali, alla catechesi e ai ritiri spirituali.

Il testo è già scaricabile qui in lingua italiana. A breve saranno rese disponibili anche le versioni in spagnolo, portoghese, francese, inglese, polacco.
(fonte: Dicastero per l’Evangelizzazione 21/02/2024)

Mons. Gianfranco Ravasi Le parole shock di Gesù / 5 - Il giorno e l’ora

Mons. Gianfranco Ravasi
Le parole shock di Gesù / 5
Il giorno e l’ora
 

Quanto a quel giorno e a quell’ora nessuno lo sa,
né gli angeli del cielo, né il Figlio ma solo il Padre (Matteo, 24, 36)


Partiamo da una domanda iniziale che i discepoli rivolgono a Gesù. Egli, sostando davanti al monumentale tempio gerosolimitano eretto da Erode, aveva annunziato la futura rovina di quell’edificio. I discepoli, allora, gli avevano chiesto: «Di’ a noi quando accadranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo» (24, 3). È evidente che, nel loro quesito, essi intrecciano eventi diversi tra loro: la distruzione del tempio da parte dei Romani nel 70, la nuova venuta di Cristo giudice della storia e la fine del mondo. Si concentrano qui alcuni interrogativi che hanno tormentato la Chiesa delle origini e che hanno vari riflessi nel Nuovo Testamento.

Queste domande sono usate da Matteo come cornice per il cosiddetto “discorso escatologico”, il quinto e ultimo intervento ampio di Gesù, presente nei capitoli 24-25 di quel Vangelo. Il termine “escatologico” è di matrice greca e indica le “realtà ultime”, cioè la fine della storia ma anche il fine di tutto l’essere. Non si tratta, infatti, di una dissoluzione nel nulla ma di una redenzione, di una salvezza, di una nuova creazione («cielo nuovo e terra nuova», Apocalisse, 21, 1), comprendente il giudizio divino discriminante tra bene e male (si legga Matteo, 25, 31-46, una pagina memorabile che vede Cristo protagonista di questo atto ultimo della storia umana).

Il discorso escatologico di Cristo non vuole descrivere i fenomeni fisici o gli eventi terminali che sigleranno la fine del mondo, anche se in apparenza le immagini usate sembrano inclinare in questa linea. In realtà, si tratta di simboli desunti da una letteratura popolare nel giudaismo di quei secoli, presente anche nella Bibbia col libro di Daniele, e denominata “apocalittica”. Il termine di genesi greca designa una “rivelazione” (si pensi all’Apocalisse di Giovanni): essa ha come meta l’apertura simbolica del sipario sul destino ultimo dell’essere e dell’esistere. Proprio perché essa si affaccia su un ignoto tenebroso, questa letteratura ama segni, visioni, scene che recano impresse sensazioni di terrore o di indecifrabilità.

Cristo ricorre a questo apparato non per elaborare previsioni su quell’evento estremo, bensì per creare tensione e impegno nei confronti del Regno di Dio, già inaugurato con la sua venuta ma destinato a raggiungere una meta di pienezza futura, un po’ come aveva fatto balenare nella parabola del granello di senape che cresce fino a diventare un albero (Matteo, 13, 31-32). In questa luce si comprende la frase sorprendente che abbiamo ritagliato da quel discorso. A Gesù poco interessa fare oroscopi sulla fine del mondo oppure sugli antefatti storici: essi sono certamente inseriti nel piano salvifico divino.

Egli, invece, nella sua esistenza storica e umana si interessa solo di ciò che riguarda la sua missione, ossia instaurare le basi del Regno di Dio, un progetto di salvezza, di liberazione, di amore che fiorirà pienamente in quell’eternità, destinata a subentrare «a quel giorno e a quell’ora» della fine che il Padre celeste ha disegnato nel suo piano generale di creazione e di redenzione. In questa frase di Gesù brilla, quindi, la sua umanità reale e non fittizia. La divinità, alla quale egli partecipa come Figlio di Dio, sarà invece svelata nella sua risurrezione e nel suo ritorno al Padre.
(fonte: L'Osservatore Romano 27 gennaio 2024)

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Vedi anche i post precedenti:

martedì 20 febbraio 2024

NON LASCIAR ATTENDERE IL VANGELO! SAZIATENE! Lettera di Quaresima di don Mimmo Battaglia

NON LASCIAR ATTENDERE IL VANGELO!
SAZIATENE! 
Lettera di Quaresima di don Mimmo Battaglia,
arcivescovo della Diocesi di Napoli



“Carissimi,
che il Signore vi dia pace!
In questo tempo di attesa sento insieme a voi, sorelle e fratelli, la difficoltà di educare il mio cuore ad aspettare ciò che non dovremmo più aspettare.
Non, riesco, ve lo confesso, ad attendere la pace.
Infatti, da troppo tempo ormai, i venti di guerra che vengono da oriente turbano il mio animo in un Getsemani di lacrime e preghiere.
«Pace, Signore della pace!» è il grido accorato che accompagna la mia orazione quotidiana, perché il pianto dell’umanità che soffre non può lasciarci indifferenti.
Non vi annoi la causa della pace!
Non riesco, ve lo confesso, ad attendere la giustizia.
Giustizia per le vittime delle mafie, per i lavoratori oppressi, per i poveri, tutti i poveri di questa terra, la mia Napoli, terra bella e amara. Bella, non tanto per l’arte che la ricama dai colli al mare, ma per il cuore della mia gente. Sì, la mia gente! Quella che incontro di notte, per le strade. Coloro che per molti non hanno né un nome né un volto. Tante, tantissime storie avrei da raccontarvi, storie di chi, pur non avendo nessuno, è diventato per me famiglia.
Ti raggiunga il mio grazie, fratello mio, sorella mia, che dormi al riparo delle volte di cemento della stazione: il vero povero ero io! Finché non ho visto il tuo volto, non avevo nulla. Mi mancavi tu.
Eppure, ve lo confesso, non riesco a rassegnarmi alla loro condizione, perché so che essa è frutto di una radicale ingiustizia sociale cui non voglio, non posso assuefarmi. Non mi basta l’elenco di iniziative caritatevoli, tantomeno mi conforta il fatto di essere coinvolto in molte di esse.

«Giustizia per i poveri, Signore, amico degli oppressi!»
Credetemi, al di là di ogni retorica, intendo condividere con voi il mio dolore, che so essere anche il vostro: non possiamo più permetterci di attendere la pace e la giustizia!
Dobbiamo, con tutte le nostre forze, divenire operatori di quella pace e costruttori di quella giustizia, che i troppi crocifissi del nostro tempo continuano ad attendere.
Mi chiederete come. Ebbene, non ho altro da suggerirvi se non il Vangelo.
In questo tempo d’attesa, non nego la difficoltà di ripetere al cuore parole di speranza e, tra i mille conforti che il mondo cerca di proporci, alla fine del giorno non ci resti che il Vangelo di Gesù.
Parola bella, sola credibile, che ridona conforto alle membra e all’anima.
Parola capiente, che più che chiedere d’essere accolta, mi accoglie.
Parola semplice, che confonde la mia sapienza e consola la mia stoltezza.
Parola di frontiera, che abbatte i miei confini e allarga i miei orizzonti.
Parola risanatrice, che cura le ferite del cuore.
Per questa Parola non c’è da aspettare. Essa è lì, sempre con te, come compagna di viaggio fedele e
sicura. Da questa parola attingerai le ragioni della pace e il coraggio della giustizia.
Nel tempo dell’attesa, non lasciar aspettare il Vangelo!
Nel tempo del digiuno, saziatene!
Ma cosa significa non lasciar attendere il Vangelo e saziarsene? Significa riempire la Quaresima di quello zelo che animò Gesù stesso, quando presso la piscina di Betzaetà guarì il paralitico (Gv 5). Quel Vangelo continua a interrogarmi.
C’era un uomo, ormai malato da trentotto anni! Trentotto anni! Un tempo lunghissimo, un’attesa interminabile, straziante. Eppure, restava lì, aspettando di gettarsi nella piscina ed essere
prodigiosamente guarito.
Era di sabato.
Il buonsenso avrebbe richiesto di aspettare la fine del riposo prima di guarirlo, così da non indispettire
i credenti più “zelanti”. Cosa sarebbe stato un giorno in più per colui che era in quelle condizioni da
ben trentotto anni?! Ma Gesù la pensava diversamente.
Il dolore dell’uomo non può aspettare. Questo è il Vangelo!
Così noi non lasciamo aspettare il Vangelo che grida da troppo tempo: «Pace! Giustizia!»
Consolate, consolate ogni dolore! Oggi, qui!

Entro la fine di questa Quaresima, che scendano i crocifissi del mondo dalle loro croci, si aprano i sepolcri di quanti l’odio e l’ingiustizia hanno da tempo sepolto!
Sia questa la nostra unica attesa!
Al grido festoso di «Cristo è risorto!» possano rispondere non le nostre labbra, ma le vere risurrezioni
di quanti saremo stati in grado di tirare fuori dai sepolcri attraverso la consolazione appresa alla scuola
del Vangelo.
Per questa Quaresima non lasciar attendere il Vangelo! Saziatene!
E per la Pasqua potremo rispondere con un cuore traboccante di gioia
«E noi siamo risorti con Lui!».”

lunedì 19 febbraio 2024

“Bombe” gentili

Negli Usa si diffonde lo “scarf bombing”, 
l’iniziativa solidale per donare sciarpe di lana ai senzatetto

“Bombe” gentili


Esistono le bombe che distruggono e annientano. Ma esistono anche, metaforicamente, quelle che costruiscono e avvicinano, gesti di cura e di prossimità che costruiscono un mondo migliore. Ne è esempio lo “Scarf bombing” (letteralmente “bombardamento delle sciarpe”), l’iniziativa di solidarietà pensata per i poveri e i senza tetto esposti al freddo e alle intemperie negli Stati Uniti. Nato nel 2014 ad Ottawa, in Canada, l’idea vede la distribuzione gratuita di sciarpe per chi ne ha bisogno. Gli indumenti vengono lasciati a disposizione su alberi, panchine, cancellate e muretti, accompagnati da un bigliettino: «Non siamo oggetti smarriti! Se sei solo, al freddo, prendi questa sciarpa per riscaldarti».

Nel corso di dieci anni, il “bombardamento delle sciarpe” si è esteso anche agli Stati Uniti e oggi sono molte le zone degli Usa che lo mettono in atto nei mesi invernali: dal Maryland alla Virginia, dalla Floria all’Iowa, è tutto un fiorire di lane colorate e pile, a volte accompagnate anche da cappelli e guanti.

Numerose, inoltre, le pagine Facebook dedicate al progetto, come “Scarf Bomb Jax”, attraverso cui, in un solo anno, sono stati donati 1.600 indumenti caldi, e “Scarf Bombardiers”. Quest’ultima pagina è gestita da Suzanne Volpe, una donna di 70 anni in pensione, maestra del lavoro a maglia e all’uncinetto. Volpe vive a Pittsburgh, in Pennsylvania, e costantemente mette a disposizione la sua abilità ai ferri da calza per realizzare indumenti caldi. In un anno, racconta, può arrivare a cucirne circa 400.

Ma i “bombardieri” di questa opera buona non devono necessariamente saper lavorare a maglia: chi non è bravo nel cucito, infatti, può prestare servizio come volontario e partecipare alla distribuzione gratuita dei capi in lana, compiendo così un gesto d’amore che scalda non solo il corpo, ma anche il cuore.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Isabella Piro 09/02/2024)


CARMELO RASPA - “Preparerà il Signore un banchetto per tutti i popoli” (Is 25,6). Convivialità delle differenze. (VIDEO)

MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2024
promossi dalla
FRATERNITÀ CARMELITANA
DI BARCELLONA POZZO DI GOTTO

I MITI ABITERANNO
LA TERRA (cf. Mt 5,5)
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Secondo Mercoledì - 7 febbraio 2024
SOLO ONLINE

“Preparerà il Signore un banchetto
 per tutti i popoli” (Is 25,6).
Convivialità delle differenze.
Carmelo Raspa


1. Analisi di Is 25,1-12
    Il brano di Is 25,1-12 si inserisce tra gli oracoli contro le nazioni (capp. 13-23) e una serie di poemi su Israele e Giuda (capp. 28-35). Tuttavia tale delimitazione è di natura funzionale, presentando le due parti inserzioni che indicano una corrispondenza tra di loro: è il caso dell’oracolo contro Sebna in 22,25 o contro Edom al cap. 34, quest’ultimo peraltro diverso dalle invettive contro l’alleanza con l’Egitto in 30,1-5; 31,1-3 e contro l’Assiria in 30,27-33; 31,4-9, le quali muovono da un giudizio sui due regni di Israele e di Giuda medesimi. 
    Il brano in esame si inserisce in quella che gli studiosi definiscono “apocalisse isaiana” (capp. 24-27), anche se esso sembra distaccarsi dai toni apocalittici del cap. 24 a causa dei vv. 1-5, i quali compongono un salmo di ringraziamento su di una città distrutta. 
   Normalmente esso è diviso in due parti: 
    - la prima comprende i vv. 1-5; 
   - la seconda i vv. 6-12. Quest’ultima viene suddivisa, a sua volta, in tre parti: la prima è delineata dai vv. 6-8, la seconda dai vv. 9-10a, la terza dai vv. 10b-12.

...

2. Attualizzazioni
    Il brano si apre con una lode di sapore profetico. La preghiera, in tal senso, in quanto tale, è un atto di denuncia contro la logica del mondo: essa intravede l’azione nel mondo di Dio, che distrugge l’alterigia dei superbi. Non muove dal giudizio e non indulge ad esso, ma a partire dalla contemplazione del Dio degno di fiducia, perché compie stabilmente ciò che promette, la lode prospetta un intervento di Dio stesso a favore dei poveri e dei bisognosi contro ogni violenza loro inflitta. È la preghiera stessa a diventare annuncio presso i popoli, spingendoli al timore del Signore. Quest’ultimo si definisce come un’accoglienza della comunione, espressa dall’immagine del banchetto, che Dio propone a tutti gli uomini in quanto comunità. 
   È da questa relazione con Dio che scaturisce la fine di ogni sofferenza e la rottura delle trame della morte. Si comprende bene, in tal senso, come il credente abbia da assumersi la responsabilità della preghiera di lode e della profezia, perché sono queste due dimensioni a manifestare il volto di Dio e ad attrarre i popoli. Costoro, infatti, aderiscono a quanto il credente proclama attraverso il ringraziamento e annuncia mediante la profezia. A loro null’altro è richiesto se non la partecipazione alla visione del credente che si fa canto. Ma è compito del credente la diffusione della parola del Signore, che, come seme, viene sparso, in maniera prodiga, su ogni tipo di terreno: in tal senso il banchetto è allestito da Dio, in quanto è lui ad invitare i popoli attraverso la testimonianza del credente. 
    Se il banchetto è la celebrazione di una comunione universale di Dio con gli uomini e di questi tra loro, la percezione di un suo pieno compimento alla fine dei tempi impegna il credente nell’oggi della storia. La speranza di una salvezza certa, che si configura per l’appunto come comunione in pienezza, si esprime attraverso una vita di fede alimentata dall’ascolto e dalla preghiera ed un’attiva partecipazione agli eventi della storia, pur nella ferialità.
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Servizio contro possesso per gustare il “il sapore del Cielo” - Papa Francesco - Angelus del 18/02/2024 (Testo e video)

Servizio contro possesso 
per gustare 
il “il sapore del Cielo” 
Papa Francesco 

Angelus del 18/02/2024 
(Testo e video)




Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi, prima Domenica di Quaresima, il Vangelo ci presenta Gesù tentato nel deserto (cfr Mc 1,12-15). Il testo dice: «Nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana». Anche noi in Quaresima siamo invitati a “entrare nel deserto”, cioè nel silenzio, nel mondo interiore, in ascolto del cuore, in contatto con la verità. Nel deserto – aggiunge il Vangelo odierno – Cristo «stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano» (v. 13). Bestie selvatiche e angeli erano la sua compagnia. Ma, in un senso simbolico, sono anche la nostra compagnia: quando entriamo nel deserto interiore, infatti, possiamo incontrarvi bestie selvatiche e angeli.

Bestie selvatiche. In che senso? Nella vita spirituale possiamo pensarle come le passioni disordinate che dividono il cuore, tentando di possederlo. Ci suggestionano, sembrano seducenti ma, se non stiamo attenti, rischiano di sbranarci. Possiamo dare dei nomi a queste “bestie” dell’anima: i vari vizi, la bramosia della ricchezza, che imprigiona nel calcolo e nell’insoddisfazione, la vanità del piacere, che condanna all’inquietudine e alla solitudine, e ancora l’avidità della fama, che genera insicurezza e un continuo bisogno di conferme e di protagonismo. – non dimentichiamo queste cose che possiamo incontrare dentro: bramosia, vanità e avidità. Sono come bestie “selvatiche” e come tali vanno ammansite e combattute: altrimenti ci divorano la libertà. E la Quaresima ci aiuta a entrare nel deserto interiore per correggere queste cose.

E poi, nel deserto c’erano gli angeli. Essi sono i messaggeri di Dio, che ci aiutano, ci fanno del bene; infatti la loro caratteristica secondo il Vangelo è il servizio (cfr v. 13): esattamente il contrario del possesso, tipico delle passioni. Servizio contro possesso. Gli spiriti angelici richiamano i pensieri e i sentimenti buoni suggeriti dallo Spirito Santo. Mentre le tentazioni ci dilaniano, le buone ispirazioni divine ci unificano e ci fanno entrare nell’armonia: acquietano il cuore, infondono il gusto di Cristo, “il sapore del Cielo”. E per cogliere l’ispirazione di Dio, bisogna entrare nel silenzio e nella preghiera. E la Quaresima è il tempo per fare questo.

Possiamo domandarci: primo, quali sono le passioni disordinate, le “bestie selvatiche” che si agitano nel mio cuore? Secondo: per permettere alla voce di Dio di parlarmi al cuore e custodirlo nel bene, sto pensando di ritirarmi un po’ nel “deserto”, cerco di dedicare nella giornata qualche spazio per questo?

La Vergine santa, che ha custodito la Parola e non si è lasciata sfiorare dalle tentazioni del maligno, ci aiuti nel cammino della Quaresima.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Sono passati ormai dieci mesi dallo scoppio del conflitto armato in Sudan, che ha provocato una gravissima situazione umanitaria. Chiedo di nuovo alle parti belligeranti di fermare questa guerra, che fa tanto male alla gente e al futuro del Paese. Preghiamo perché si trovino presto vie di pace per costruire l’avvenire del caro Sudan.

La violenza contro popolazioni inermi, la distruzione di infrastrutture e l’insicurezza dilagano nuovamente nella provincia di Cabo Delgado, in Mozambico, dove nei giorni scorsi è stata anche incendiata la missione cattolica di Nostra Signora d’Africa a Mazeze. Preghiamo perché la pace torni in quella regione martoriata. E non dimentichiamo tanti altri conflitti che insanguinano il Continente africano e molte parti del mondo: anche l’Europa, la Palestina, l’Ucraina…

Non dimentichiamo: la guerra è una sconfitta, sempre. Ovunque si combatte le popolazioni sono sfinite, sono stanche della guerra, che come sempre è inutile e inconcludente, e porterà solo morte, solo distruzione, e non porterà mai la soluzione dei problemi. Preghiamo invece senza stancarci, perché la preghiera è efficace, e chiediamo al Signore il dono di menti e di cuori che si dedichino concretamente alla pace.

Saluto i fedeli di Roma e di diverse parti d’Italia e del mondo, in particolare i pellegrini provenienti dagli Stati Uniti d’America, le Comunità neocatecumenali di varie parrocchie della Repubblica Ceca, della Slovacchia e della Spagna, gli alunni dell’Istituto “Carolina Coronado” di Almendralejo e l’Associazione di volontariato “Sulle orme dei Servi-verso il mondo”. E saluto i coltivatori e gli allevatori presenti in piazza!

Questo pomeriggio, insieme con i collaboratori della Curia, inizieremo gli Esercizi spirituali. Invito le comunità e i fedeli a dedicare in questo tempo di Quaresima e lungo quest’anno di preparazione al Giubileo, che è “Anno della preghiera”, momenti specifici per raccogliersi alla presenza del Signore.

E a tutti auguro buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. 
Buon pranzo e arrivederci.

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Angelus integrale


domenica 18 febbraio 2024

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - I DOMENICA DI QUARESIMA ANNO B

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


I DOMENICA DI QUARESIMA ANNO B

18 Febbraio 2024 

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, Dio ci dona un tempo propizio per ripensare al nostro rapporto con il Signore Gesù. Il sacramento del battesimo e la fede che professiamo ci hanno legati a Lui come il tralcio alla vite, ma il legame si è forse indebolito. Rivolgiamo, allora, al Signore le nostre preghiere ed insieme diciamo:


R/   Convertici a Te, Signore

  

Lettore

- Tu, Signore Gesù, nella tua vita vissuta in obbedienza al Padre ci hai mostrato che bisogna essere preparati ad affrontare ogni genere di prova. Aiuta tutti coloro che, a motivo del battesimo ricevuto formano la tua Chiesa, a non aver paura di fare dell’amore l’unica legge della loro vita, anche a costo di non essere compresi o addirittura combattuti. Preghiamo

- Signore Gesù, Tu che sei il principe della pace, distendi su tutta la terra, come hai promesso a Noè, il tuo arcobaleno di pace. Fa’ che tutta l’umanità disponga il proprio cuore e la propria mente ad accogliere con responsabilità il tuo patto di Alleanza per custodire e promuovere ogni vita sulla terra. Fa’ che ogni popolo e i suoi governanti possano uscire dall’idolatria del sovranismo e della volontà di potenza. Preghiamo.

- Consola ed accompagna, Signore Gesù, quanti hanno perso il posto di lavoro e non riescono a trovarne un altro. Ricordati anche di tutti quei lavoratori che, pur di portare a casa un pezzo di pane, sono costretti a lavorare con poche o scarse sicurezze. Ti affidiamo, inoltre, tutti quei migranti, che da anni lavorano nel nostro Paese, ma non riescono ad ottenere un regolare permesso di soggiorno. Preghiamo.

- Signore Gesù, abbi pietà di noi e delle nostre incoerenze, dei nostri fraintendimenti. Fa’ che l’inizio del tempo di Quaresima ci trovi ben disposti a compiere un serio discernimento sulla nostra vita cristiana, sulla verità delle nostre relazioni familiari e sociali e sull’uso delle parole. Aiutaci a non lasciarci condizionare dai messaggi pubblicitari, ma sappiamo mettere in crisi la nostra propensione al consumo. Rendici meno preoccupati di noi stessi e più attenti al grido sommesso degli altri. Preghiamo.

- Davanti a te, Signore Gesù, nostro Fratello che nessuno abbandoni nell’ora della prova, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche delle vittime delle tante guerre sparse nel mondo e delle numerose vittime sul lavoro. Dona a tutti la tua consolazione e la tua pace. Preghiamo.

Preghiamo.


Per chi presiede

Signore Gesù, ascolta la nostra preghiera ed esaudiscila secondo la tua volontà, affinché con Te e con la forza della tua Parola impariamo a superare le prove della vita. Te lo chiediamo perché Tu vivi e regni nei secoli dei secoli.  AMEN.



Una fede a colori

Una fede a colori
Commento al Vangelo di don Giovanni Berti

Abbiamo già dentro al cuore tutti i colori di Dio e della gioia di vivere. Siamo tentati di non vederli per il grigiore della vita. Se a volte ci sembra di vivere una vita in bianco e nero, aprendo il vangelo scopriamo che basta poco perché i colori riesplodano di nuovo nell’arcobaleno di Dio.


DOMENICA 18 febbraio 2024 – I di Quaresima anno B

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
(dal Vangelo di Marco 1,12-15)

Ci sono diversi film anche degli ultimi anni che per scelta dei registi sono stati girati non a colori, ma in bianco e nero, come le vecchie pellicole. Nei film in bianco e nero i colori non sono assenti, ma appiattiti e come nascosti dalle infinite gradazioni di grigio.

Paola Cortellesi, nel suo recentissimo film “C’è ancora domani”, per raccontare storie di donne nella Roma di quasi 80 anni fa ha usato proprio questa tecnica, per dare la sensazione di entrare in maniera reale dentro le foto e le storie di quell’epoca. Anche il grande regista Steven Spielberg per raccontare gli orrori della guerra e del genocidio degli ebrei da parte dei nazisti, fece uso nel 1993 del bianco e nero in “Schindler’s list”. La prima immagine del film e le ultime scene ambientate al giorno d’oggi sono a colori, ma poi tutto sprofonda in un mondo senza colori, o meglio, in un mondo dai colori appiattiti dal grigio della violenza e della guerra.

La prima lettura di questa domenica ci racconta proprio della scelta di Dio di mettere in cielo un arcobaleno come segno di pace tra cielo e terra, tra Dio e gli uomini e anche tra gli uomini e i loro simili, dopo che il caos del diluvio ha mescolato e distrutto i colori della vita sulla terra.

Nel breve brano del Vangelo, Marco ci racconta Gesù che passa quaranta giorni nel deserto, prima di iniziare la sua missione. Il deserto con la sua mancanza di tutto diventa davvero un luogo grigio, senza la varietà dei colori della vita, degli incontri, della gioia. Il deserto ricorda quello che succede nella vita quando il bene viene a mancare, quando vengono a mancare le relazioni buone e la bellezza del vivere, e tutto si traduce in cercare solamente di sopravvivere. Questo è quello che succede quando la guerra spazza via con la violenza di una tempesta di sabbia, la convivenza pacifica tra le persone e i popoli. Quando in questi giorni vediamo le immagini della guerra a Gaza, in Ucraina, quando vediamo e rivediamo le immagini di altre guerre attuali o recenti, la sensazione è proprio di entrare in un deserto grigio senza vita e senza scampo, dove non c’è spazio per quello che colora la Storia dell’umanità.

La cosa strana del racconto di Marco di Gesù nel deserto è quando scrive: “lo Spirito sospinse Gesù nel deserto”. È il Padre che rende la vita di Gesù un deserto? No di certo!

Dal punto di vista strettamente storico, sicuramente Gesù come molti altri maestri e predicatori del suo tempo, ha passato un periodo di riflessione e di ritiro in qualche comunità religiosa che viveva nel deserto in modo ascetico. Ma quello che in poche parole racconta Marco non è la cronaca di un singolo episodio della vita di Gesù, ma è tutta la sua vita simboleggiata in un episodio.

L’evangelista Marco ci sta dicendo che il Figlio di Dio, che poteva starsene tranquillo e immobile nella beatitudine colorata del cielo, ha scelto di immergersi nella Storia umana, con i suoi deserti e grigiori. Il numero “quaranta” nel linguaggio biblico indica una generazione. Gesù per tutta la sua vita è stato come in un cammino dentro il deserto, e lo Spirito non lo ha spinto per farlo cadere, ma lo ha accompagnato. Gesù nel deserto non è abbandonato, ma è guidato dall’amore del Padre, dallo Spirito di Dio, in ogni passo, anche nei momenti più difficili e apparentemente senza uscita. Gesù nel grigiore del deserto da una parte ha le fiere, simbolo di tutto ciò che “sbrana” la vita e che fa sentire in pericolo, e dall’altra gli angeli, che sono il segno che Dio non lo ha abbandonato. Gli angeli nella Bibbia sono coloro che portano il messaggio di Dio e illuminano il cammino. Gesù aveva dentro di sé il messaggio di Dio, e queste parole del cuore gli hanno fatto vedere i colori della vita anche dentro il grigiore della sua storia.

Per tutta la sua vita, come ogni essere umano, anche Gesù è stato messo alla prova dalle fatiche umane, dalle delusioni, dai pericoli, dalle ingiustizie che ha sperimentato, dalle profonde incoerenze anche di chi diceva di essere di Dio, ma in realtà non lo era. Gesù è stato messo alla prova anche dai suoi amici che spesso non lo capivano e lo contraddicevano, mettendosi di traverso alla sua azione.

Ma i colori di Dio e della vita, come un arcobaleno che non svanisce come succede a quello atmosferico, sono rimasti sempre forti nella mente e nel cuore di Gesù, persino nel buio grigio scuro del Calvario.

Tutti i colori di Dio li abbiamo anche noi dentro il cuore, anche se siamo tentati di non vederli, anche se il grigiore della vita spegne la luce della speranza. Anche noi come Gesù siamo in mezzo a fiere selvatiche e angeli.

Gesù ha attraversato il suo deserto per noi, per dirci che anche noi possiamo farlo. Gesù invita anche me e ogni cristiano a diventare angeli per chi è tentato di vedere solo deserto e mancanza di colori nella vita.

Se a volte ci sembra di vivere una vita in bianco e nero, aprendo il vangelo scopriamo che basta poco perché i colori riesplodano di nuovo nell’arcobaleno di Dio.
(fonte: sito dell'autore 17 Febbraio 2024)

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 14 - 2023/2024 anno B

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino


I DOMENICA DI QUARESIMA ANNO B 

Vangelo:

Breve ma molto denso di significato il brano di questa prima Domenica di Quaresima. Subito dopo essere stato battezzato, simbolo della sua totale immersione nella nostra umanità in obbedienza al progetto d'amore del Padre, Gesù viene spinto dallo Spirito Santo nel deserto, luogo invivibile, di morte, simbolo della durezza della vita e della tentazione, luogo dove Israele soggiornò per quarant'anni, fu tentato e cadde, vittima del peccato di idolatria. Come Israele, come ognuno di noi, anche Gesù è chiamato ad affrontare il deserto, dove per quaranta giorni, cifra simbolica che indica tutta la vita, viene tentato dal divisore su come dovrà incarnare il suo essere Messia e Figlio di Dio. Gesù viene letteralmente «gettato via, espulso» (ekballein) nel deserto per vivere il suo cammino di solidarietà con gli uomini, dove ne sperimenterà ogni asprezza e difficoltà, ma ne verrà fuori da vincitore. Solo dopo aver lottato e vinto le seduzioni del potere (politico, economico e religioso) Gesù potrà inaugurare il suo ministero pubblico, sarà in grado di «proclamare il Vangelo di Dio», di presentare al mondo se stesso, in quanto è il primo uomo che ha percorso con assoluta fedeltà il cammino di liberazione dalla schiavitù del peccato. E' la piena manifestazione del tanto atteso Regno di Dio, regno di giustizia e di abbondanza, di libertà e di pace, di fedeltà e di amore, il radicale cambiamento del regno dell'uomo nel Regno di Dio. Convertiamoci.


sabato 17 febbraio 2024

DAI SASSI LA VITA - Dio si è fatto vicino, è un alleato amabile, un abbraccio, un arcobaleno. Questo è l’annuncio che corre lungo le rive del lago di Galilea: Dio è vicino a te. Con amore. - I DOMENICA DI QUARESIMA/B - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

DAI SASSI LA VITA
 

Dio si è fatto vicino, 
è un alleato amabile, un abbraccio, un arcobaleno. 
Questo è l’annuncio che corre lungo le rive del lago di Galilea: 
Dio è vicino a te. Con amore.



In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Mc 1,12-15


DAI SASSI LA VITA
 
Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e vi rimase quaranta giorni, tentato da Satana. La tentazione? Una scelta tra due amori, scegliere la stella polare. Le tentazioni non si evitano, si attraversano.

Gesù inizia dal desertodalla sete, dalla solitudine, dal silenzio delle interminabili notti. “Que sueno el de la vita: sobre aquel abiso petreo!” Che sogno quello della vita e sopra quale abisso di pietre (Miguel de Unamuno).

In questo luogo simbolico Gesù gioca la partita decisiva, quale vita sognare e vivere. Che Messia sarà? Venuto per prendere, salire, comandare, oppure per scendere, avvicinarsi, donare? Quale volto di Dio annuncerà?

La prima lettura racconta di un Dio che inventa l’arcobaleno, questo abbraccio lucente tra cielo e terra; che fa alleanza – mai revocata e irrevocabile- con ogni essere che vive in ogni carne. Questo Dio non ti lascerà mai. Tu lo puoi lasciare, ma lui no, non ti lascerà mai.

L’arcobaleno, lanciato tra cielo e terra, dopo quaranta giorni di navigazione nel diluvio, prende nuove radici nel deserto, nei quaranta giorni di Gesù. Ne intravvedo i colori nelle parole: stava con le fiere e gli angeli lo servivano. Gesù lavora, nel deserto, all’armonia perduta e anche l’infinito si allinea. E nulla che faccia più paura.

Quelle fiere selvatiche che Gesù incontra, sono anche il simbolo delle nostre parti oscure, gli spazi d’ombra che ci abitano, ciò che non mi permette di essere completamente libero o felice, che mi rallenta, che mi spaventa, che non fiorisce: quelle bestie che un giorno ci hanno graffiato, sbranato, artigliato.

Gesù stava con loro... Impariamo con lui a stare lì, a guardarle in faccia, a nominarle, a far pace con loro. Non le devi né ignorare né temere, non le devi neppure uccidere, ma dar loro un nome, che è come conoscerle, e poi dare loro una direzione: sono la tua parte di caos, ma chi ti sospinge a incontrarle è lo Spirito Santo.

Dio mi raggiunge attraverso la mia debolezza, entra nei miei punti deboli e non i miei punti forti, e la mia parte malata diventa il punto di incontro con il guaritore.

Forse mai i miei problemi saranno del tutto guariti, ma in realtà sono io che devo essere guarito, e sarò maturo quando saprò avviare percorsi, iniziare processi, incalzato dal vento dello Spirito. “L’uomo non è ne angelo né bestia, ma una corda tesa tra i due. E quando vuole essere angelo diventa bestia” (Pascal). Anche il viaggio più lungo comincia dal primo passo.

Dopo che Giovanni fu arrestato Gesù andò nella Galilea proclamando il vangelo di Dio. E diceva: il Regno di Dio è vicino. Proclama Dio come una “bella notizia”. Non era ovvio per niente. Non tutta la bibbia è vangelo; alle volte è minaccia e ingiunzione. Ma la caratteristica originale del rabbi di Nazaret è annunciare vangelo, che equivale a confortare la vita: Dio si è fatto vicino, è un alleato amabile, un abbraccio, un arcobaleno. Questo è l’annuncio che corre lungo le rive del lago di Galilea: Dio è vicino a te. Con amore.
  

STEFANO MASSINI - UNA RI-SCRITTURA PERSONALE DEL PADRE NOSTRO

STEFANO MASSINI
UNA RI-SCRITTURA PERSONALE
DEL PADRE NOSTRO

15.02.2024 - Stefano Massini, nella trasmissione televisiva "Piazza Pulita" di La7 , ha proposto una sua personale riscrittura del Padre Nostro, "che in giorni di guerra e di massacri ha assunto il potente messaggio di un accorato appello alla pace"

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(Fonte: LA7)

Enzo Bianchi - Quelle celle come un inferno

Enzo Bianchi
Quelle celle come un inferno


La Repubblica - 12 Febbraio 2024

Ci siamo molto indignati e abbiamo fatto sentire la nostra voce per il trattamento riservato alla concittadina italiana Ilaria Salis, detenuta nelle carceri dell’Ungheria. Era un dovere assoluto e perciò giustamente si è levata la protesta. Ma purtroppo non è avvenuto altrettanto per i maltrattamenti, vere e proprie torture, subite nel carcere di Reggio Emilia da un migrante marocchino accusato di spaccio di droga. Abbiamo visto le immagini: un povero uomo incappucciato, bastonato, oggetto di violenza gratuita, che è solo lo scatenarsi di istinti bestiali da parte di chi ha il potere di usare la forza e fare violenza. E chi esercitava la violenza viene definito come un “incaricato della custodia cautelare”, deputato dunque anche a garantire i diritti della persona. Questo è l’ennesimo episodio testimoniato nelle nostre carceri già segnate dalla violenza originata dal sovraffollamento valutato complessivamente in 9000 detenuti: una città! Ed è noto a tutti che dove c’è una convivenza troppo stretta – in una cella, in poco spazio – si accende l’aggressività reciproca e quindi si assumono comportamenti violenti.

La cella – e noi monaci lo sappiamo bene perché la pratichiamo anche per lunghi periodi – è una fornace ardente per la psiche, il cuore e il corpo, e diventa l’inferno quando nega ogni spazio all’intimità, all’abitare con se stessi, all’esprimersi con libertà. La gente non vuole capirlo, ma occorre smettere di pensare al carcere come punizione, come pena: sarebbe bene, invece, che non fosse l’unico strumento per affrontare chi delinque e si cercasse di renderlo un luogo e un tempo correttivo, rieducativo, con possibilità di relazioni feconde, di lavoro, di acquisizione di cultura. La nostra Costituzione, che è vecchia di più di settant’anni, già lo proclamava: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità” (Art. 27). Ma dov’è l’umanità verso i carcerati? Segregati, in contatto solo con avvocati, cappellani, qualche volontario, si sentono sovente abbandonati. Oggi di fronte all’aumento di suicidi in carcere (29 dall’inizio del 2024) si invoca giustamente una riforma del sistema carcerario, ma in verità i carcerati – li ho ascoltati più volte – se è vero che soffrono della loro vita in carcere, a maggior ragione temono e nutrono poca speranza per ciò che li attende terminata la detenzione. Se non hanno coltivato rapporti, chi li aspetterà? Chi darà loro un lavoro? E troveranno diffidenza fino a essere emarginati? Perché la gente oggi di fronte a un carcerato generalmente volge le spalle commentando tra sé: “Se l’è meritato! ... Deve pagare il male fatto!”. C’è molta cattiveria oggi nella società e non si è disposti a fare fiducia a chi ha sbagliato, ad aiutare a ricominciare chi ha deviato e fallito.

Eppure i cristiani dovrebbero sapere che la salvezza o la perdizione la decidono anche nel loro rapporto con i carcerati: “Ero in carcere e mi avete fatto visita!” è la parola di Gesù che proclama benedetti coloro che prestano questo servizio ai detenuti e maledetti coloro che lo omettono. I carcerati, e non tutti, hanno sbagliato ma ognuno di loro è più grande del male commesso. Loro sono stati scoperti e per questo sono in prigione, ma tanti altri hanno fatto il male come loro e non sono stati scoperti.

Quando sradicheremo in noi il desiderio e la tentazione di punire Caino?
(fonte: blog dell'autore)