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martedì 7 luglio 2026

Tonio Dell'Olio Lampedusa e il vangelo dell’umano

Tonio Dell'Olio
 
Lampedusa e il vangelo dell’umano
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  6 luglio 2026


Lampedusa è il luogo in cui si decide il futuro della nostra civiltà. È questo il cuore della riflessione dell'arcivescovo di Palermo e presidente della Fondazione Migrantes, Corrado Lorefice, che legge la visita di papa Leone XIV come un gesto profetico contro la “disumanità” di un Mediterraneo trasformato da precise scelte politiche in “un sepolcro d'acqua”.

Il vescovo ricorda che sulle coste dell'isola giacciono “migliaia di esseri umani” abbandonati come il ferito della parabola del buon samaritano. Per i cristiani quel corpo ferito è “il corpo stesso di Cristo”: qui “l'umano e il cristiano coincidono”. 

Lorefice definisce la Sicilia una “zattera” chiamata a custodire e salvare l'umanità ferita, mentre denuncia che Lampedusa rappresenta oggi “uno sfregio” alla Costituzione italiana, fondata sul riconoscimento della dignità di ogni persona. “La nostra Costituzione, in un momento magico, purtroppo oggi brutalmente ignorato, ha raccolto diversità politiche e storiche in quel territorio condiviso che è il vangelo dell’umano”. 

Si rischia di tornare verso “l'orrore di un nuovo Auschwitz”, perché i campi di sterminio iniziano sempre dall'indifferenza. Da qui l'appello a scegliere da che parte stare: non con i muri e la paura, ma con la condivisione, l'accoglienza e la difesa di chi fugge da guerre, sfruttamento e saccheggio delle risorse. Solo così il Mediterraneo potrà tornare a essere un mare di speranza e non di morte.

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giovedì 28 maggio 2026

A colloquio con il nuovo presidente della Fondazione Migrantes, arcivescovo Corrado Lorefice: Rispondere ai muri con il diritto alla mobilità


A colloquio con il nuovo presidente della Fondazione Migrantes,
arcivescovo Corrado Lorefice

Rispondere ai muri
con il diritto alla mobilità


Salvaguardare il diritto alla mobilità degli esseri umani e rispondere alla tendenza all’innalzamento di muri e confini che umiliano e schiavizzano. Sono le sfide e priorità che accompagneranno l’incarico del nuovo presidente della Commissione episcopale per le migrazioni della Cei e della Fondazione Migrantes, monsignor Corrado Lorefice, eletto nel corso della 82ª Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana. Nato nel 1962 a Ispica, in provincia di Ragusa, Lorefice è arcivescovo metropolita di Palermo dal 2015 e subentra alla guida della Commissione e della Fondazione a monsignor Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e abate di Pomposa.

Da Palermo, posizione privilegiata, Lorefice ha sempre vissuto la necessità per il Mediterraneo di rispondere alla vocazione di essere luogo di scambio di culture. Un mare, indica l’arcivescovo ai media vaticani, «che non è chiamato ad essere cimitero o luogo di respingimenti», ma divenuto tale a causa di «scelte nefaste che stiamo facendo nel mondo, in Europa e purtroppo anche in Italia», scelte che portano a «pescare uomini, visto che ancora non si riesce a farli passare con tutti gli altri», esseri umani che «non possono esser né rigettati in mare, né riportati nei lager che sono sotto i nostri occhi».

Ormai «non si ragiona più in termini di casa comune, ma si pensa ad innalzare muri», una tendenza alla quale occorre rispondere, perché «chi vuole avere il diritto alla mobilità rischia di essere umiliato, schiavizzato, riportato con la forza lì nei confini che noi uomini abbiamo costituito, invalicabili».

«Ci sono pietre scartate – indica Lorefice citando l’enciclica di Papa Leone XIV Magnifica Humanitas – che invece debbono diventare testata d'angolo, perché il mondo riparte solo dall'accoglienza, dalla solidarietà».

Grande fiducia per la nomina di monsignor Lorefice è stata espressa da Fondazione Migrantes, «conoscendo bene il suo magistero dal tratto umano e il suo servizio svolto in questi anni a Palermo e in una regione, la Sicilia, che è generosa e perseverante nell’accoglienza, nell’accompagnamento e nella cura pastorale delle persone migranti». Al presidente uscente, monsignor Perego, va poi il ringraziamento di Migrantes, «per i tanti anni spesi al servizio delle persone che sono al centro della nostra missione». Il suo, viene indicato, «è stato un servizio competente, prezioso e riconoscibile».

La nomina di Lorefice è stata accolta con gioia dalla Chiesa di Palermo che, nel garantire al suo pastore pieno supporto, indica come, «per la Chiesa italiana», quello di monsignor Lorefice «a favore delle donne, degli uomini e dei bambini che migrano – attraverso le rotte del Mediterraneo, in mare e via terra – fuggendo da condizioni di povertà estrema ma anche da persecuzioni e che desiderano essere accolti nel pieno rispetto della loro dignità, sia un impegno prezioso portato avanti alla luce dell’annuncio del Vangelo e del rispetto degli elementari diritti di ogni essere umano».
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Francesca Sabatinelli 28/05/2026)


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mercoledì 27 maggio 2026

Mons. Corrado Lorefice eletto Presidente della Commissione per le migrazioni e di Migrantes. Auguri a don Corrado per questo nuovo importante servizio nella Chiesa Italiana

Mons. Corrado Lorefice eletto Presidente della Commissione per le migrazioni e di Migrantes.
Auguri a don Corrado 
per questo nuovo importante servizio nella Chiesa Italiana.


Mons. Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, è stato eletto dall’82ª Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, che era chiamata a scegliere i presidenti delle 12 Commissioni episcopali che faranno parte del Consiglio permanente per il prossimo quinquennio, Presidente della Commissione episcopale per le migrazioni (Cemi). Di conseguenza, secondo lo Statuto della Fondazione, sarà anche il presidente della Migrantes.

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Nel febbraio scorso, quando con Mediterranea Saving Humans abbiamo scoperto che le persone disperse in mare nei giorni del ciclone Harry erano probabilmente più di 1.000 e davanti al dolore dei loro familiari e amici riuniti impotenti, insieme a Luca Casarini e ad altre persone che camminano con noi abbiamo avuto questa ispirazione: andare in mare con la barca a vela e lì celebrare l’Eucarestia, memoriale perenne della Pasqua di Cristo. La Pasqua di Cristo é il fulcro della storia, in cui tutto culmina. Nella Sua Pasqua, Cristo ci dona l’amore che tutto assume, tutto riscatta e tutto salva. Quell’amore che opera nella storia attraverso tutte le persone di buona volontà, scardina le ingiustizie, costruisce solidarietà e fraternità. É con quell’amore che portiamo avanti la nostra missione.

La S. Messa che abbiamo celebrato in mare é stata davvero in comunione con tutte le Chiese del Mediterraneo, sia sul piano spirituale sia su quello dei tanti messaggi ricevuti. In particolare, l’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice ci ha mandato un messaggio impregnato di Vangelo e di profezia, che é stato reso pubblico dalla Arcidiocesi di Palermo. 

In seguito a quell’episodio, sui social si è scatenata una bufera di odio contro di lui, magari con qualche regia e qualche strumento tecnologico.
Lorefice, che come i giusti del Vangelo non si fa intimidire, ha ricevuto una solidarietà enorme da tutti: Santa Sede, ordini religiosi, associazioni, movimenti…. é difficile quantificare l’ondata di solidarietà che è arrivata.

Ieri, poi i vescovi italiani riuniti in assemblea generale hanno eletto proprio lui come nuovo Presidente della Commissione per le migrazioni e di Migrantes.
É molto significativo, perché quello che fa don Corrado è seguire Gesù con coraggio e passione. Si conferma così che la Chiesa é unita intorno al Vangelo, intorno a Cristo. “In illo uno unum”, come recita il motto di Papa Leone XIV.
(fonte: bacheca fb di don Mattia Ferrari 27/05/2026)


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UNA GIOIA GRANDE PER LA CHIESA
E PER IL MONDO DELLA MOBILITÀ UMANA


Con il cuore ricolmo di gioia e gratitudine, l'Ufficio Diocesano Migrantes esprime le più vive congratulazioni a Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo, per la sua nomina a Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni (CEMi) della CEI e della Fondazione Migrantes.
Per tutti noi che operiamo quotidianamente nella pastorale delle migrazioni, questa scelta non è solo un motivo di immenso orgoglio, ma rappresenta un vero e proprio faro di speranza e una spinta profetica a fare sempre di più e meglio.
Mons. Lorefice è da sempre una voce limpida, coraggiosa e profondamente evangelica nel panorama italiano. Una guida che non parla di flussi o di cifre, ma di volti, di storie e di carne fraterna. La sua attenzione profetica verso gli ultimi e il mondo della mobilità umana è incarnata nelle sue stesse parole, che oggi risuonano come un mandato per tutti noi:
"L'accoglienza non è un'opzione o un'emergenza da gestire, ma la dimensione costitutiva del cristiano e dell'essere umani. Sulle rotte dei migranti si gioca la nostra stessa umanità: o ci salviamo insieme, riconoscendoci fratelli, o naufraghiamo tutti nel mare dell'indifferenza."
Sotto la sua guida illuminata, la Fondazione Migrantes nazionale saprà tracciare percorsi di autentica inclusione, giustizia e prossimità.
A Mons. Corrado assicuriamo sin da ora la nostra preghiera, la nostra totale comunione e il massimo impegno sul territorio diocesano e regionale, pronti a camminare insieme a lui a servizio dei fratelli e delle sorelle migranti.
Buon cammino e buon ministero, Don Corrado!
(fonte: bacheca fb di Ufficio Migrantes Messina 27/05/2026)


venerdì 27 febbraio 2026

Piena e convinta solidarietà dai vescovi della Sicilia a mons. Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, oggetto in questi giorni di pesanti insulti e attacchi mediatici

Conferenza episcopale siciliana
COMUNICATO PER I MIGRANTI DECEDUTI


Raccogliendo e interpretando i sentimenti manifestati dai confratelli vescovi di Sicilia, esprimo piena e convinta solidarietà al confratello, monsignor Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo e delegato dei Vescovi di Sicilia per le migrazioni, raggiunto da attacchi verbali e insulti a motivo delle sue recenti parole, cariche di sofferenza, per le vittime del Canale di Sicilia e per le “martoriate acque del Mare Nostro”. Da custode del Vangelo mons. Lorefice ha difeso il valore dell’umanità in quanto tale, la dignità di ogni persona umana, con i suoi fondamentali diritti, per altro sanciti e riconosciuti dagli organismi internazionali.

Che non sia possibile scindere l’annuncio del Vangelo dalla difesa della dignità umana non è l’opinione isolata di un uomo, ma il cuore stesso dell’annuncio di Cristo. Il pensiero espresso da mons. Lorefice è, in verità, il pensiero della Chiesa tutta. Sulla scia dell’insegnamento di Papa Francesco a partire dalla sua visita a Lampedusa nel 2013 e in attesa dell’arrivo di Papa Leone XIV, ribadiamo che la domanda “Dov’è il tuo fratello?” interpella ogni credente, ma anche ogni uomo. La sofferenza e il lutto che l’arcivescovo ha richiamato sono forse di una parte sociale, politica, razziale o entrano nel cuore di ognuno di noi e lo feriscono? E se noi vescovi non li portiamo all’attenzione di tutti, abbiamo difeso l’uomo, il povero, l’indifeso?

Se restassimo indifferenti davanti a tragedie e stragi come quelle richiamate da don Corrado, se ignorassimo che il silenzio e l’indifferenza di molti significa acquiescenza fino alla complicità, avremmo ascoltato la nostra coscienza o l’avremmo messa a tacere? Possiamo ignorare, per altro, che molti legislatori vogliono contenere e abbandonare piuttosto che soccorrere, accogliere e predisporre condizioni umane per chi è uomo e donna come noi? Quale crimine avrebbe commesso don Corrado dicendo che “È l’umanità a essere in gioco simbolicamente nel Mediterraneo”? È riprovevole “Sognare insieme […] un mondo senza guerra e senza sopraffazione; un mondo senza armi e dove non valga la legge del più forte; […] un mondo dove il colore della pelle sia come un arcobaleno e i migranti vengano accolti con calore, come persone umane, come fratelli”?

Per questo ritengo del tutto ingiusti e lontani non solo dallo spirito cristiano, ma anche da un senso di umanità, oltre che incompatibili con uno stile di rispetto delle opinioni, gli attacchi e gli insulti rivolti all’Arcivescovo di Palermo. Mi sembra un campanello di allarme che si reagisca con aggressività dinanzi a un richiamo al senso di umanità, alla fraternità e alla libertà. È proprio vero che ogni corpo restituito dal mare è una “chiara denuncia” contro la propaganda che calpesta l’umanità.

Rinnoviamo il nostro impegno di vescovi a non far cadere nel silenzio il grido di chi cerca vita, pace e libertà. Facciamo appello alla buona volontà degli uomini di questa terra perché già da qui, da noi, oggi, possa ristabilirsi quel clima di fraternità e amicizia che, solo, può far sì che la giustizia abiti questo nostro mondo.

+ Antonino Raspanti
Vescovo di Acireale
Presidente della Conferenza Episcopale Siciliana
(fonte: Chiese di Sicilia 24/02/2026)

martedì 24 febbraio 2026

Mons. Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, dopo i naufragi nel Canale di Sicilia: «Non è una tragedia, è una scelta politica»


L'arcivescovo Lorefice dopo i naufragi nel Canale di Sicilia: «Non è una tragedia, è una scelta politica»

Un appello contro le politiche di abbandono e per la dignità dei circa mille dispersi


L'arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice tuona contro il silenzio delle stragi nel Canale di Sicilia: «Non è una tragedia, ma precise scelte politiche disumane». In una lettera commovente indirizzata all’ONG Mediterranea Saving Humans, il prelato esprime profondo rammarico per non poter salpare con loro verso un mare Nostrum ancora «scosso e scandalizzato» dall’ennesima ondata di morte, figlia di politiche che ignorano i diritti umani e il diritto internazionale sul soccorso.

Il grido profetico dall’arcivescovado di Palermo

Lorefice non usa giri di parole: «Ennesima strage - non è una tragedia! - consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche di ieri e di oggi», scrive, puntando il dito su violazioni sistematiche delle convenzioni Onu che impongono il salvataggio in mare. Il suo riferimento è ai naufragi fantasma nel Canale di Sicilia durante e dopo il ciclone Harry, tra il 18 e il 21 gennaio 2026, quando tempeste con onde alte metri e raffiche oltre 80 km/h hanno inghiottito gommoni partiti da Sfax in Tunisia e zone SAR libiche, lasciando circa mille dispersi secondo stime di Refugees in Libya e Mediterranea. L’arcivescovo elogia la missione dell’Ong come un «segno forte e prezioso» per rompere il «sonno degli occhi narcotizzati», denunciando un’Europa e un’Italia prigioniere di leggi che privilegiano «contenimento e abbandono», trasformando in criminali chi osa attraversare il mare in cerca di vita, libertà e pace.

Il mare restituisce i corpi: scene dal lutto silenzioso

Nelle ultime settimane, dalle coste trapanesi a quelle pelagiche, il Mediterraneo ha vomitato i resti di questa carneficina invisibile: un corpo emerso il 5 febbraio isolotto della Colombaia a Trapani, recuperato in mare aperto dalla Capitaneria di Porto; cinque cadaveri a Pantelleria tra inizio e metà febbraio, tra cui possibili minori trascinati sulle scogliere o galleggianti in mare, con i Vigili del Fuoco impegnati in operazioni strazianti. Poi, il 15 febbraio al largo di Marsala un uomo con giubbotto salvagente, il 16 a Torrazza di Petrosino un altro sulla spiaggia dopo una mareggiata furiosa, e ancora due recuperi distinti a San Vito Lo Capo e Custonaci grazie all’occhio vigile di pescatori locali. A fine gennaio, Lampedusa piangeva tre vittime certe – due gemelline di un anno e un uomo dalla Guinea, stroncati dall’ipotermia durante uno sbarco disperato – mentre in Calabria, da Tropea, arrivavano altri quattro corpi sul Tirreno. Almeno 13 in Sicilia, 15-17 totali nel Sud Italia: corpi mutilati dai pesci, senza documenti né nomi, con procure come quelle di Trapani e Paola che dispongono autopsie per svelare violenze o cause precise in un puzzle di orrore sommerso.

Radici politiche di un cimitero marino

Quelle di Lorefice non sono parole isolate, ma un’accusa radicale a un sistema che pianifica l’oblio: ritardi nei soccorsi SAR, assegnazioni di porti lontani alle navi umanitarie, assenza di registri sulle partenze forzate da Libia e Tunisia. Il Viminale celebra un calo del 58% negli sbarchi di gennaio, ma le ONG come Mediterranea e ASGI contano oltre 1000 morti invisibili, inclusi i due cadaveri in decomposizione avvistati dalla Humanity 1 in zona libica e quello sull’Ocean Viking nei primi giorni di febbraio. Il ciclone Harry ha solo amplificato un dramma strutturale – rotte letali come il Canale di Sicilia, che dal 2014 reclama oltre 25mila vite – con partenze suicide sotto tempesta e soccorsi insufficienti, mentre rotte alternative verso Sardegna o Algeria emergono come nuove frontiere del terrore.

Un appello universale all’umanità

«Di fronte a tutto questo siamo chiamati a reagire, non come esponenti di un partito o tifosi di una squadra, ma come donne e uomini che vogliono rimanere fedeli al senso dell’umano», conclude Lorefice, evocando il diritto inalienabile alla mobilità per ogni essere umano. Mentre Mediterranea salpa per vigilare e rompere il silenzio, Alarm Phone e piattaforme come MEM.MED chiedono safe corridors e indagini urgenti. Da Palermo, questa voce profetica squarcia il velo su un cimitero marino che non tace: per gli ultimi aggiornamenti su naufragi Sicilia 2026, migrant deaths Mediterraneo e ciclone Harry, il grido dell’arcivescovo resta un monito ineludibile.
(fonte: La Sicilia, articolo di Laura Mendola 22/02/2026)

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“Nel Mediterraneo l’ennesima strage – non è una tragedia! – consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche” 
 

Messaggio dell'Arcivescovo Mons. Corrado Lorefice a Mediterranea Saving Humas 
nel giorno in cui a Trapani si commemorano i migranti morti negli ultimi giorni nell'indififferenza generale

Testo integrale

Carissime e Carissimi tutti,

sono sinceramente dispiaciuto di non poter prendere il largo con voi ad accarezzare le martoriate acque del Mare Nostro ancora scosse e scandalizzate dall’ennesima strage – non è una tragedia!consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche – di ieri e di oggi –, colpevolmente dimentiche dei diritti inalienabili dell’essere umano, in violazione del diritto internazionale e delle convenzioni sul soccorso. Tutti Vi abbraccio fraternamente e di vero cuore!

Il Vostro oggi – a seguito dei naufragi avvenuti nel Canale di Sicilia durante e dopo il ciclone “Harry”, che hanno causato circa mille dispersi – è un segno forte e prezioso, un richiamo chiaro a sconvolgere il silenzio e a svegliare il sonno degli occhi di noi tutti, narcotizzati da scelte politiche che pianificano l’oblio di quanti continuano ad attraversare il mare in cerca di vita, di libertà, di pace, forti del diritto di ogni uomo e di ogni donna alla mobilità. Queste vittime – questi volti e questi corpi cancellati dei poveri – sono l’ennesimo frutto delle scelte disumane dell’Europa e dell’Italia capaci solamente di legiferare contenimento e abbandono e di colpevolizzare come criminali quanti prendono il largo come “pescatori di uomini di donne” in balia delle onde. Questi corpi umani che il mare ha riconsegnato sono una chiara denuncia di chi per mera propaganda populista rivendica il risultato della riduzione degli sbarchi.

Questi sono corpi umani. Come i nostri. Con una loro storia, relazioni, desideri, sofferenze, attese. Abbiamo negato loro il diritto ad una vita dignitosa, alla mobilità, alla libertà. Non li abbiamo accolti. Non siamo andati a cercarli sulla rotta del Mediterraneo centrale. Abbiamo ora il dovere, con la cenere in testa, di porre in essere le procedure necessarie per l’identificazione dei corpi riaffiorati e di dare certa e degna sepoltura alle vittime. Non possiamo disattendere la richiesta dei familiari che, dilaniati dalla sofferenza, cercano i propri cari.

Carissime, Carissimi, il vostro gesto oggi torna a dare voce alla memorabile domanda che Papa Francesco rivolse al mondo intero nel suo indimenticabile primo Viaggio Apostolico, a Lampedusa: «“Adamo dove sei?”, “Dov’è il tuo fratello?”, sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: “Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?”. Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie?» (Omelia, 8 luglio 2013). Ci è di grande sostegno la visita a Lampedusa programmata da Papa Leone XIV il 4 luglio prossimo.

Cari amici, unito a voi spiritualmente invoco il Signore della vita perché queste nostre sorelle e questi nostri fratelli possano adesso raggiungere la sospirata accoglienza nel cuore di Dio. Come cantava il poeta: «Quale mondo giaccia al di là di questo mare non so, ma ogni mare ha un’altra riva, e arriverò» (C. Pavese, da Il mestiere di vivere).

Di fronte a tutto questo siamo chiamati a reagire, non come esponenti di un partito o tifosi di una squadra, ma come donne e uomini che vogliono rimanere fedeli al senso dell’umano. È l’umanità a essere in gioco simbolicamente nel Mediterraneo – come non pensare in questo momento all’altra strage in atto della Striscia di Gaza! –, quell’umanità che pare progressivamente sparire dall’orizzonte della politica contemporanea, dominata dalle derive nazionalistiche, dalla competizione spietata, dalla guerra ai poveri e ai migranti, dal rifiuto dell’altro. Sembrano essere questi oggi i principi dell’azione politica, esibiti senza vergogna, sbandierati come valori.

Non cessiamo di dare voce, con il nostro impegno concreto e operoso, a quanti nel Mediterraneo continuano a trovare morte piuttosto che vita. Diamo forma ai loro sogni. Lo dicevo alla Città di Palermo durante l’ultimo Festino di Santa Rosalia: «Sognare insieme. […] Sognare un mondo un mondo senza guerra e senza sopraffazione; un mondo senza armi e dove non valga la legge del più forte; un mondo in cui i poveri siano innalzati e i potenti, i narcisi, vengano buttati giù dai loro troni; un mondo dove i popoli del Sud povero trovino pace e benessere; un mondo dove il colore della pelle sia come un arcobaleno e i migranti vengano accolti con calore, come persone umane, come fratelli».

Uniti. Insieme. Per “ri-cor-dare”, per irrorare di amore i cuori e dare speranza.

Palermo, 20 febbraio 2026

X Corrado Lorefice
Arcivescovo di Palermo
(fonte: Chiesa di Palermo 22/02/2026)

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Lorefice sui migranti morti:
«Sono corpi umani, non numeri da propaganda»
Guarda il servizio di TrmWeb Sicilia


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martedì 21 ottobre 2025

21 ottobre Memoria liturgica del Beato padre Pino Puglisi - Don Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo: don Puglisi come Gesù, testimone dell'Amore crocifisso.


21 ottobre Memoria liturgica del 
Beato Giuseppe Puglisi Sacerdote e martire

Dal 25 maggio 2013 l’antimafia va in paradiso; anche se il primo a riderne sarebbe proprio lui, don Pino Puglisi, il prete antimafia per eccellenza, che tuttavia non è stato mai un prete “anti”, piuttosto sempre un prete “per”.
Le sue umili origini (papà calzolaio, mamma sarta) affondano a Brancaccio, il quartiere palermitano dove nasce il 15 settembre 1937 e sempre ad alta concentrazione di miseria (non sempre solo materiale), di delinquenza, di corruzione. E di mafia. Con la quale il prete di Brancaccio deve ben presto confrontarsi, perché del suo quartiere finisce nel 1990 per essere nominato parroco.
...
Ritorna a Brancaccio da parroco, umanamente ormai maturo perché oltre la soglia dei 50 anni, ma, soprattutto, pastoralmente ben collaudato, con uno stile pedagogico e formativo ben definito e una passione per i giovani che con il tempo è andata aumentando anziché affievolirsi.
Sono loro, infatti, a dover essere sottratti, uno ad uno, all’influenza mafiosa, per creare una nuova cultura della legalità e un’autentica promozione umana, che passi attraverso il risanamento del quartiere, la creazione di nuove opportunità lavorative, il recupero di condizioni di vita dignitose, ulteriori possibilità di scolarizzazione.
Per fare questo don Puglisi non si risparmia e non esclude alcun mezzo, dalla predica in chiesa con toni accesi e inequivocabili alla promozione in piazza di manifestazioni e marce antimafia che raccolgono sempre più adesioni e che per la malavita locale sono un autentico pugno nello stomaco.
In soli tre anni di intensa attività la mafia si vede progressivamente privata di manovalanza e, soprattutto, di consenso popolare da quel prete che ben presto diventa una sgradita “interferenza” e che raccoglie i giovani in un centro, intitolato al Padre Nostro, dove fa ripetizione ai bambini poveri, destinati a un futuro di disagio o di asservimento alla potenza dei boss. A tutti ripete: «Da soli, non saremo noi a trasformare il quartiere. Noi vogliamo rimboccarci le maniche e costruire qualcosa, e se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto…».
Cominciano ad arrivare i primi avvertimenti, le prime molotov e le prime porte incendiate, ma don Pino non è tipo da lasciarsi intimorire: «Non ho paura delle parole dei violenti, ma del silenzio degli onesti», denuncia in chiesa. È in questo contesto che viene decretata la sua condanna a morte da parte dei boss Graviano.
I sicari lo avvicinano davanti alla porta di casa il 15 settembre 1993, sera del suo cinquantaseiesimo compleanno. Lo eliminano con un colpo di pistola alla nuca, tentando di far apparire l’omicidio come conseguenza di una rapina finita male. È Salvatore Grigoli, quello che ha premuto il grilletto, a ricordare il suo ultimo sorriso e le parole «Me l’aspettavo», che dicono come quella morte non sia un incidente di percorso ma un rischio di cui don Pino era ben cosciente.
Quell’assassinio «ci sembrò subito come una maledizione, perché da allora cominciò ad andarci tutto storto», riferisce sempre Grigoli, che intanto ha iniziato un percorso di conversione, imitato alcuni anni dopo dall’altro sicario, Gaspare Spatuzza. Entrambi attribuiscono il ravvedimento alla loro vittima, da cui sono certi di essere stati perdonati.

Dopo trent’anni la Chiesa riconosce la morte di don Puglisi come martirio “in odio alla fede”, privando di fatto la mafia di quell’aura di religiosità, o meglio di devozionismo che alcuni boss hanno ostentato. Chissà se a lui non sta un po’ stretta, ora, la nuova qualifica di “beato”, che può rischiare, come qualcuno teme, di trasformarlo in un “santino” più che in un santo, edulcorando cioè la forza della sua testimonianza. Ma, a ben guardare, non dipende da lui: dipende da noi.
(fonte Santi e Beati articolo di Gianpiero Pettiti)

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Don Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo:
don Puglisi come Gesù, testimone dell'Amore crocifisso


La messa per don Pino Puglisi è stata celebrata quest'anno in cattedrale dall'arcivescovo Corrado Lorefice il 14 settembre (festa dell'Esaltazione della Croce) perché l'indomani i vescovi siciliani partecipano a una manifestazione a Tunisi. 


Di seguito il testo dell'omelia di don Corrado Lorefice

Una preziosa coincidenza celebrare la Festa dell’Esaltazione della Santa Croce nello stesso giorno in cui ricordiamo la morte per mano violenta del nostro Beato Martire don Pino Puglisi, figlio prezioso di questa nostra amata Chiesa palermitana e vanto del nostro presbiterio. In lui ci riconosciamo Chiesa dall’amore trinitario, chiamata a testimoniare un amore più grande in questo nostro tempo che sembra spingerci ineluttabilmente in un’era di glaciazione del cuore delle donne degli uomini.

Questa antica celebrazione – l’Esaltazione della Santa Croce – ci aiuta a puntare lo sguardo sul mistero di amore che rifulge nel trafitto del Golgota. Noi non siamo la religione che adora l’infame e maledetto supplizio di sofferenza, di umiliazione e di morte che è la croce. Noi siamo i seguaci dell’Amore crocifisso, della smisurata compassione di Dio per noi uomini nel suo Figlio fattosi carne, morto liberamente e risorto per la vita del mondo: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Sulla croce, come ci ha ricordato la pagina del IV Vangelo, è «innalzato il Figlio dell’uomo» (Gv 3,14) che dona vita eterna a chi alza lo sguardo verso di lui.

Colui che ci ha amati fino al massimo – «eis télos» (Gv 13,1) – è fonte di salvezza per noi uomini soggetti all’idolatria, al peccato e alla morte. La potenza della Pasqua di Gesù, del suo passaggio dalla morte alla vita, ha reso possibile il dono dello Spirito in noi, l’effusione dell’amore zampillante di Dio in noi. Lo Spirito deflagrato a Pentecoste – compimento della Pasqua di Cristo –, è Fuoco d’amore e Luce di Vita, Energia di Dio-Amore (cfr 1Gv 4,8) che raduna, trasfigura, santifica, libera e ricrea. Per questo l’Apostolo Paolo, nella lettera ai Romani, annuncia: «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (5,5). La vita cristiana è vita nello Spirito, energizzata dall’amore divino. Così la nostra umanità è resa capace dallo Spirito di essere come quella di Gesù di Nazareth, animata dall’amore, performata dall’amore.

«Me l’aspettavo». Sono le parole registrate dagli assassini di don Pino. Come e con Gesù va incontro alla morte, si consegna alla morte. Non se la cerca. L’accoglie! Puglisi è un rigenerato dalle acque del Battesimo, immerso e abbracciato dall’Amore trinitario. Puglisi è un discepolo-presbitero che ha praticato con assiduità il Vangelo. È lo ha performato. Il Battesimo lo ha rigenerato, il Vangelo lo ha conformato secondo la logica e l’umanità di Gesù.

Il pensiero e le scelte di Gesù, la relazione che egli poneva con tutti gli uomini e le donne, e soprattutto con i piccoli e i poveri, come testimone della prossimità redentiva di Dio Padre compassionevole e misericordioso – abbassarsi e servire, kenosi e diakonia (cfr Fil 2,6-8), offerta di se stesso, raggiungere l’altro nella sua estrema distanza, scambiarne e condividerne la condizione, finanche la sua fragilità e il suo peccato –, noi li ritroviamo nella vita, nelle parole e nei gesti di don Pino. Nel suo ministero presbiterale, da Godrano, a Brancaccio, nel ministero di animatore vocazionale e di accompagnatore spirituale, nell’insegnamento della religione cattolica, e nel suo servizio generoso nei luoghi-segno della Carità della Chiesa palermitana.

Ma, se mi permettete, la sua somiglianza a Gesù, è anche nel suo morire in quel 15 settembre 1993. In quegli anni tragici per la nostra Palermo assediata e massacrata dalla mafia.

Come e con Cristo, testimone della vittoria dell’amore sulla violenza e sulla morte. La vittoria dell’amore. La fecondità dell’amore, che vince l’odio; del potere dell’amore che disperde i superbi nei pensieri del loro cuore e rovescia i potenti dai troni (cfr Lc 1,51-52); della mitezza e della non violenza che confonde la superbia di quanti impugnano le armi per seminare morte e dolore; della comunione che vince l’isolamento, la solitudine e la divisione; del perdono che vince la vendetta.

Siamo qui per chiedere al Signore di essere sempre più Chiesa dagli stessi sentimenti di Cristo Gesù. Presbiterio che cresce animato dagli stessi sentimenti di colui che è e sarà orgoglio e pungolo di ogni prete della Chiesa palermitana.

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Questa sera, giorno in cui la Chiesa velebra la memoria liturgica del Beato e Martire Giuseppe Puglisi, alle ore 18.00 la Celebrazione Eucaristica presieduta dall’Arcivescovo Mons. Corrado Lorefice nella parrocchia S. Gaetano a Brancaccio in occasione anche dell’ingresso del nuovo parroco Don Sergio Ciresi.

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In questo giorno dedicato al Beato P. Paolo Puglisi, tra i numerosi post che nel tempo abbiamo pubblicato su di lui ne segnaliamo solo alcuni:


lunedì 15 luglio 2024

ROSALIA 400 Il “grido” di mons. Corrado Lorefice: "Liberiamo insieme Palermo e le nostre città dalla nuova peste che sta imperversando tra i nostri figli e nipoti." - Il Volo: "Nessun dorma" (testo e video)

Il “grido” di mons. Corrado Lorefice:
"Liberiamo insieme Palermo e le nostre città dalla nuova peste che sta imperversando tra i nostri figli e nipoti."


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ROSALIA 400 
Il “grido” dell’Arcivescovo contro le pesti della nostra città

"Nessun dorma" dice dal carro trionfale Mons. Corrado Lorefice che chiede, guardando a Santa Rosalia, l'impegno di istuzioni, cittadini, famiglie e realtà ecclesiali per contrastare la mafia, lo spaccio delle nuove droghe, l'indifferenza 

Messaggio sul Carro del Festino

Piano della Cattedrale 14 luglio 2024

Nessun dormaNessun dorma!!!
S. Rosalia, Santuzza nostra, passa ancora, rimani tra noi. Facciamo festa a te, forti del tuo amore per noi, per la tua Città Tu ci vuoi liberi. Vuoi che esploda la vita nelle nostre case, nei nostri quartieri, nelle nostre piazze, nelle nostre strade.

A chi vogliamo lasciare la nostra città, i nostri quartieri, le nostre case, le nostre strade? A questa nuova peste che, sotto i nostri occhi, camuffata di normalità e di ineluttabilità, sta contagiando i nostri giovani, cioè i nostri figli e nipoti, a Ballarò come al Cep, a Bagheria come a Termini imerese?! Questa tremenda peste entra nelle nostre case, nelle nostre scuole, nei luoghi di ritrovo dei giovani, nei luoghi di divertimento e dello sport. Ci invade sotto i nostri occhi. Si diffonde come cosa ordinaria il consumo di crack e di altre droghe come il fentanyl, aggiunto all’eroina. Neonati ricoverati per overdose. Giovani piegati o stramazzati a terra. Esaltati, o depressi. A Palermo si abbassa anche l’età dei consumatori di droga. La prima dose si consuma anche a dieci anni. Penso a Ballarò e alle sue stradine, dove vediamo ragazzini e giovani distesi sui marciapiedi con lo sguardo perso, con gli occhi dello sballo da crack. Ragazze costrette a vendere i loro corpi per racimolare il prezzo di una dose. Non sono figli di altri, sono i nostri figli e ne siamo responsabili. Giovani, bambini, adescati per farli diventare dipendenti. Schiavi. Manipolabili. Consumatori.

Consumatori. Un termine che ha preso il sopravvento tra noi adulti, tra noi educatori, genitori, quanti abbiamo responsabilità formativa. Consumo. Profitto. Libertà illimitata, senza responsabilità, senza doveri. Il nulla e il vuoto. Ma noi non stiamo celebrando il Festino di Rosalia che ci ha lasciato se stessa, il suo corpo, indicandoci le cose essenziali, quelle che ultimamente contano per essere felici: l’amore, la cura, gli alti valori umani e spirituali, il rispetto degli, altri, la pace? La libertà vera da ogni forma di schiavitù e di condizionamento sociale e ideologico. L’abiura del dio denaro, di mammona, che semina divisione, abuso, oppressione, diseguaglianza, iniquità, inequità, morte.

A chi vogliamo lasciare la nostra Città? Al crimine, alla violenza, all’indifferenza, agli disumanizzati e disumanizzanti e perversi uomini e donne della mafia, oppure a un ritrovato senso comunitario della vita, alle istituzioni dello Stato deputate a rendere umana la città, a promuovere il bene di tutti, la giustizia e la pace?

L’organizzazione mafiosa sta tentando di ritrovare nuove risorse attraverso il rinnovato impegno nel campo del traffico di stupefacenti. Gridiamo forte stasera nel Festino di Rosalia il nostro desiderio di riscatto dalla mafia. A viso aperto. A cielo aperto. No alla mafia. Sì ai nostri figli. Convertitevi anche voi mafiosi. Rosalia non sarà mai con voi. Vi rinnega. Sarà sempre dalla parte delle vittime. Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Pino Puglisi e tutti i martiri della giustizia e della fede ci hanno aperto gli occhi e il cammino del riscatto dalla vostra stupida tracotanza.

A voi giovani: come Rosalia siete chiamati a sprizzare energia di bene, di gioia vera cosa ben diversa dallo sballo. Non fatevi illudere dai falsi venditori di felicità. Vi fanno cominciare con alcol e canne per farvi diventare consumatori, dipendenti. La droga vi schiavizza. Non vi rende liberi. La droga vi distrugge sentimenti e corpo. Vi vogliono pupi dipendenti da manovrare per i loro perversi guadagni. Rimanete liberi. Con Rosalia. Andatela a trovare nella grotta di Montepellegrino, venite a trovare il suo Corpo nella nostra chiesa Cattedrale. Lei vi farà alzare lo sguardo verso l’alto, verso gli altri, verso Dio amante della vita. Vi aiuterà a rimanere liberi.

Genitori, educatori, docenti, animatori delle comunità cristiane, rimaniamo accanto ai giovani, facciamo nostre le loro paure, le loro fragilità, le loro incertezze che noi adulti abbiamo provocato. Non li abbandoniamo. Ma stiamo con loro da adulti, non come adolescenti, con sapienza, come loro punti certi di riferimento. Noi adulti siamo sbandati. Depistati anche noi da questa mentalità individualista e da questa cultura che idolatra la soddisfazione illimitata dell’io, il profitto indiscriminato, il consumo sfrenato. Una cultura che crea scarti, emarginazione.

Rosalia ci chiede di indignarci come e con lei, a metterci insieme per fare crescere una sensibilità di impegno civile e sociale. Ci chiede di alzarci. Di sbracciarci. Di liberarci da un falso perbenismo e dall’indifferenza. Diamo cibo robusto ai nostri giovani non frivolezze e assenza di presenza significativa. Testimoni di bene. Di vita. Di cura. Di responsabilità e libertà. Mettiamoci insieme per fare alleanze educative e impiantare cantieri educativi.

Ai politici, agli amministratori della Città e della Regione, al Presidente dell’Assemblea regionale e al Presidente della Regione, agli Assessorati competenti (Istruzione, Sanità e Famiglia) alla Commissione bilancio, chiediamo con forza e determinazione che si adoperino concretamente e celermente ad approvare il Disegno di Legge, nato dalla strada, da incontri fecondi di amore alla città, a Ballarò, per la prevenzione e il trattamento delle dipendenze patologiche. Disegno di legge che io stesso ho consegnato l’anno scorso a luglio, insieme alle diverse realtà civili, ecclesiali e universitarie, che lo hanno stilato. E’ passato un anno e ancora nulla; è passato un anno e ancora nulla!

Liberiamo insieme carissimi, carissime, forti della presenza di Rosalia, ancora oggi tra noi, Palermo e le nostre città dalla nuova peste che sta imperversando tra i nostri figli e nipoti. Liberiamoli insieme. Con te Rosalia si rinnova la speranza che sarà possibile! Prega per noi Santuzza nostra.

(fonte: Chiesa di Palermo 14/07/2024)

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Il Volo dai tetti della Cattedrale: "Nessun dorma" 

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Il discorso di mons. Lorefice: "Rosalia liberaci dalle mafie e dalle droghe"

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venerdì 12 luglio 2024

ROSALIA 400 “Il dialogo fondamento della convivenza pacifica” - Incontro di fraternità con i Rappresentanti delle Religioni - Mons. Lorefice: "Abbiamo bisogno delle donne. Nelle nostre comunità, nelle nostre religioni, nel nostro mondo di oggi... Contro la peste e contro tutte le pesti la differenza del femminile ci interpella e ci dà speranza."

ROSALIA 400
“Il dialogo fondamento della convivenza pacifica”

11 luglio, l’Arcivescovo apre le porte per accogliere tutti i popoli e le religioni. Un incontro organizzato dall’Ufficio diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso / INTERVENTO ARCIVESCOVO


Un appuntamento che è diventato, per il nono anno consecutivo, una consuetudine e un tassello importante del mosaico del Festino in onore di Santa Rosalia Patrona di Palermo: l’Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice ha aperto le porte del Palazzo Arcivescovile per accogliere e dialogare con i rappresentanti di tutti i Popoli e religioni presenti in città. “Il dialogo fondamento della convivenza pacifica” è stato il tema scelto quest’anno dall’Ufficio diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso. Don Pietro Magro, direttore dell’ufficio, ha sottolineato che il dialogo costante tra tutti i popoli “è uno strumento straordinariamente efficace per sconfiggere l’odio e la mafia, tra le pieghe di questa nostra terra”. Tra gli interventi, quello dell’assessore comunale Fabrizio Ferrandelli, alle politiche sociali e ai rapporti con le comunità migranti e quelli dei rappresentanti delle religioni presenti a Palermo. Il Glorious Choir della comunità Livingstone Evangelistic Ministry ha offerto un canto spirituale quale momento di preghiera per invocare la pace tra gli uomini mentre l’intervento musicale per la Pace nel mondo è stato offerto da Olena Kushcii, Primo flauto del Teatro Nazionale di Odessa, Ucraina. Ha concluso l’incontro il suono di campana tibetana da parte di Emanuele Zimmardi (che ha invitato a un momento di silenzio e di preghiera per la pace nel mondo) seguito dal coro Arcobaleno dei popoli con un canto di fraternità e di pace.

Intenso l’intervento dell’Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice di cui di seguito riportiamo il testo integrale.

L’Arcivescovo apre le porte di casa sua
Incontro di fraternità con i Rappresentanti delle Religioni

Palazzo Arcivescovile – Salone Lavitrano
Giovedì 11 luglio 2024
Anno Giubilare Rosaliano


Care Amiche, Cari Amici, Buongiorno!

Benvenuti qui, in questa ‘casa comune’, ancora una volta! Vorrei abbracciarvi e rivolgervi il mio saluto affettuoso, in un giorno divenuto per noi tradizionale. È il giorno in cui Palermo adempie ogni anno, nella maniera simbolicamente più alta, la sua vocazione di ‘porto delle genti’, di città dell’accoglienza e del dialogo. Un simbolo, certo. Ma un simbolo che deve irradiare la sua luce, la sua forza, su tutto il tempo e su tutta la vita della nostra Città. Perché un simbolo è un puro segno, spesso piccolo, debole, e può essere ridotto a ‘nulla’. Ma se del segno, del simbolo, si fa memoria, esso penetra nel tessuto dell’esistenza, la nutre, la fa crescere, agisce in profondità. È così che il seme del simbolo può portare frutto. E noi siamo qui oggi, come espressione viva di racconti, di storie e di fedi, riuniti assieme in qualità di portatori del simbolo (come symbolonphoroi).

Siamo persone diverse, che stanno assieme quali pellegrini di questo ‘nulla’ che è ‘tutto’, di questa debolezza assoluta che è la vera forza. Ed è la nostra diversità il vero correlato simbolico, il significato primo e ultimo del nostro convenire. In un tempo in cui in Europa e nel mondo – nella Casa comune – sembrano prevalere la chiusura, il rifiuto dell’altro, la violenza contro gli inermi; in un tempo in cui la cieca ideologia del nemico sembra guidare le scelte politiche fino all’innalzamento di muri e alla teorizzazione dei respingimenti; in un tempo in cui la distruzione dell’altro non si ferma nemmeno di fronte alle case, agli ospedali, ai luoghi di culto e di festa, in nome di un nazionalismo cieco, in nome di una difesa assurda del proprio presunto diritto o del proprio scandaloso benessere, noi siamo qui stamattina: piccoli, poveri, insignificanti, col nostro frammento di verità e di bene (questo è il simbolo!), ma grandi della grandezza della speranza. Siamo qui stamattina, provati dall’odio del mondo e dal contributo che le nostre religioni danno, in questo stesso mondo – dobbiamo riconoscerlo! – al conflitto mortale invece che alla distensione e alla pace. Siamo qui, messi in questione dai nostri simboli, dal messaggio autentico delle nostre fedi, chiamati a rispondere per noi e per i nostri compagni di fede. Siamo qui: piegati, addolorati, ma non sconfitti. Logorati ma non vinti (cfr 2Cor 4,8).

Ci ritroviamo stamattina per innalzare il vessillo della diversità come benedizione, come preziosa risorsa. Per dire che la convivenza è possibile, che l’inimicizia non è scritta nel DNA della storia, che la guerra non è il destino del mondo. Lo diciamo sommessamente nella preghiera che ci unisce in quanto anelito, in quanto sospiro dell’umano levato verso l’altro, verso l’oltre, in tutte le lingue e in tutti i modi possibili. Ma lo gridiamo anche, in questa ‘casa delle genti’, così come nella piazza di Palermo (simbolo di ogni piazza del mondo), perché non possiamo rassegnarci a una Terra violentata dalla perversa logica economica della massimizzazione del profitto, divisa e ferita dall’ingiustizia e dal sopruso, in cui i poveri, i piccoli vengono calpestati, annientati, trattati da escrementi della storia da parte di chi non sa che il loro esserci è il fango, l’adamà della vita.

Conveniamo qui con i simboli delle nostre fedi in un anno speciale per Palermo, quello in cui si conclude l’Anno Giubilare Rosaliano, a quattrocento anni dal ritrovamento del corpo della nostra Santuzza da parte di una donna del popolo, Girolama La Gattuta. Girolama trova il corpo di una donna che sarà la salvezza di Palermo dalla peste. È molto bello che stamattina ci ritroviamo per ricordare assieme questa scena così emozionante, quattrocento anni dopo.

È Girolama, è una donna a essere scelta per riportare a Palermo il corpo di Rosalia. È un dato su cui riflettere. In una società come quella del XVII secolo, in un contesto storico in cui nulla era concesso alle donne del popolo, Rosalia ha scelto una donna come Girolama, in qualità di ‘apostola’ della sua memoria e della sua carne, così come Gesù di Nazareth scelse in quel mattino di Pasqua di farsi incontrare e annunciare dai soggetti meno credibili e considerati nella tradizione culturale del suo tempo: un manipolo di povere donne intrepide e amanti. Si parla tanto oggi della questione femminile, del divario di genere, della violenza sulle donne, piaghe di un mondo che fatica a riconoscere i nuovi soggetti, a fare spazio a chi non ne ha o non ne ha mai avuto. In questo contesto, il rinvenimento di Girolama ha il valore di una profezia. Il cammino di manifestazione della potenza e della bellezza del femminile è iniziato, nel racconto del Vangelo di cui oggi io sono testimone in mezzo a voi, [è iniziato] il mattino di Pasqua, si è rinnovato ogni volta che una donna ha offerto la propria testimonianza viva dell’euanghelion fino alla morte, ha attraversato popoli e culture. È stato il cammino di Sarah e di Rachele, di Ester e di Ruth, di Maria di Nazareth e di Maria di Magdala, di Mahapajapati Gotami e di Fatima al-Fihri, di Caterina da Siena e di Ildegarda di Bingen, di Rosalia Sinibaldi e Sarada Devi, di Etty Hillesum e di Nadia Murab [Nobel per la pace 2018, curda irachena di etnia yazida, predata dall’Isis, ora ambasciatrice ONU per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani].

Un cammino di salvezza. Perché il corpo di Rosalia è la sorgente viva della liberazione di Palermo dalla peste. Questo corpo ridonato a Palermo grazie a Girolama ci dice che abbiamo bisogno delle donne. Nelle nostre comunità, nelle nostre religioni, nel nostro mondo di oggi. Abbiamo bisogno della loro sensibilità per la vita, della loro tenerezza per i piccoli, delle loro fiducia nel futuro, scritta nell’evento della generazione dei figli. Abbiamo bisogno del corpo delle donne per rimettere in equilibrio lo squilibrio planetario, per ridare fiato alle fedi, per mettere fine alle crudeltà, alle stragi, allo sterminio dei bambini, in nome di una resistente, indomabile difesa della vita. Contro la peste e contro tutte le pesti la differenza del femminile ci interpella e ci dà speranza. Le mafie, che fanno affari sui figli di Palermo e del mondo commerciando droghe che cancellano personalità e voglia di vivere; la politica, che fa della guerra lo strumento del suo agire; l’economia, che sceglie l’oppressione dei poveri e la distruzione del pianeta in nome del profitto; le religioni, che giustificano e magari propagandano il sopruso e la violenza; le società civili, che si girano dall’altra parte e preferiscono il quieto vivere alla lotta per il cambiamento: sono alcune delle pestilenze di oggi che il corpo di Rosalia viene a guarire, indicando la via della delicatezza, della gentilezza, della cura, della dedizione e del servizio.

In una parola: indicando la via dell’amore. Nel Suo messaggio alla Chiesa di Palermo in occasione dell’Anno Giubilare Rosaliano, Papa Francesco ha voluto mettere al centro del suo discorso proprio il ‘motto’ della Santuzza: Amore Domini mei, ovvero ‘per amore del mio Dio’. «È il motivo che Santa Rosalia adduce consegnando la propria esistenza e abbandonando la ricchezza del mondo», dice il Papa. Amare significa consegnarsi. Uscire da se stessi in un esodo imprevisto e incredibile, che ci proietta al di là di noi e ci fa credere nella vita, nel suo durare, nella sua forza, al di là dei confini della nostra personale esistenza e del nostro immediato essere alla vita. Rosalia si è consegnata, decidendo «nel suo cuore di fare spazio all’amore per donarlo agli altri, per sacrificarlo a favore del fratello, per condividerlo con quanti non lo hanno sperimentato a causa delle “pesti” che affliggono l’umanità».

Vorrei che raccogliessimo stamattina l’invito di Papa Francesco e che lo sentissimo rivolto a tutti noi. Siamo di fronte a una scelta epocale. Il Giubileo di Rosalia ce la mette davanti. I giorni che verranno potranno essere giorni di grazia, in cui fasciare le piaghe dei cuori spezzati, proclamare la libertà degli schiavi, consolare tutti gli afflitti (cfr Is 61,1) annunziare la gioia dell’alba di un mondo nuovo. Per farlo però dobbiamo avere il coraggio di abitare nella notte e di stare accanto alla sentinella di Isaia, chiedendole incessantemente, tutti insieme: «Sentinella, quanto resta della notte?» (cfr Is 21,11). Dobbiamo ripetere all’infinito la nostra domanda, affiancando i disperati, i senza luce, tutti coloro che in carcere o sulla strada, nelle miniere del Congo o nelle fabbriche del Bangladesh, gridano senza voce il loro desiderio di vita e di liberazione. Dobbiamo levare noi la nostra voce, per tutti i dimenticati, per quelli che restano all’ombra del dolore: nella nostra Palermo, in Italia, nel mondo. Rosalia ci annuncia oggi che la parola in cui è racchiusa la speranza non è l’odio ma l’amore. «Ego Rosalia Sinibaldi quisquinae et rosarum domini filia amore Domini mei Iesu Christi in hoc antro habitari decrevi».

È in questa iscrizione all’ingresso della sua grotta alla Quisquina che Rosalia ci lascia il suo messaggio giubilare, dicendoci che ci si può identificare nell’amore. Che si può dire ‘io’ dentro un ‘noi’. Riconoscere l’io non è il principio della separazione e del conflitto, ma lo spazio del ‘noi’ nella cui trama consegnare l’esistenza e l’impegno di vita. Ma la nostra Santa Rosalia ci ricorda che questo è possibile quando si abita soli nella grotta, quando si ha il coraggio del ritiro e del silenzio, dell’ascolto di sé e dell’altro. L’habitare secum è lo spazio sacro dell’interiorità e di ogni anelito religioso.

Sia questa casa in cui oggi conveniamo, la nostra grotta, il nostro antro. Sia il luogo in cui impariamo insieme nel silenzio, a ritrovare noi stessi e gli altri, a far germinare dal nostro stare assieme, dal nostro conversare e pregare assieme la forza e il senso di un amore umile e autentico, fecondo e liberante che è il segreto di ogni pienezza. Di oggi e di domani. Ancora ‘benvenuti’ a ognuna, a ognuno, a tutte e a tutti! «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (Lc 2,14).

(fonte: Chiesa di Palermo)

martedì 9 luglio 2024

Papa Francesco: «Chiesa di Palermo, alzati! Sii faro di nuova speranza»

Messaggio del Papa per il IV centenario del ritrovamento del corpo di santa Rosalia

«Chiesa di Palermo, alzati!
Sii faro di nuova speranza»


«Chiesa di Palermo alzati! Sii faro di nuova speranza». È l’invito che Papa Francesco rivolge alla comunità diocesana del capoluogo siciliano in un messaggio — reso noto questa mattina — indirizzato all’arcivescovo Corrado Lorefice in occasione delle celebrazioni per il IV centenario del ritrovamento del corpo della patrona santa Rosalia, che culmineranno il 15 luglio con la messa presieduta alle 11 in cattedrale dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin e con la processione cittadina dell’urna contenente le reliquie alle 19. 

Pubblichiamo di seguito il testo del messaggio papale.

Al caro Fratello
Monsignor Corrado Lorefice
Arcivescovo Metropolita
di Palermo

La felice ricorrenza del iv Centenario del ritrovamento del corpo di Santa Rosalia è una speciale occasione per unirmi spiritualmente a Voi cari figli e figlie della Chiesa palermitana, che desidera elevare al Padre celeste, fonte di ogni grazia, la lode per il dono di così sublime figura di donna e di “apostola”, che non ha esitato ad accogliere le prove della solitudine per amore del suo Signore. Il mio deferente pensiero va a Te caro fratello Corrado, alle Autorità civili e militari, come pure saluto con affetto i sacerdoti, le religiose ed i religiosi, gli appartenenti alle tante Confraternite, ai movimenti laicali, e quanti nel corso di questo Anno giubilare hanno aderito nella preghiera apprendendo da Santa Rosalia la passione per i poveri e la fedeltà alla Buona Notizia.

“Per amore Domini mei”, è il motivo che Santa Rosalia adduce consegnando la propria esistenza e abbandonando la ricchezza del mondo. La vita del cristiano, sia ai tempi in cui visse la nostra Vergine eremita sia ai giorni nostri, è costantemente segnata dalla croce; i cristiani sono coloro che amano sempre, ma spesso in circostanze in cui l’amore non è compreso o è addirittura rifiutato. Ancora oggi si tratta di una scelta controcorrente, poiché chi segue Cristo è chiamato a far sua la logica del Vangelo che è speranza, che decide nel suo cuore di fare spazio all’amore per donarlo agli altri, per sacrificarlo a favore del fratello, per condividerlo con quanti non lo hanno sperimentato a causa delle “pesti” che affliggono l’umanità.

Voi fedeli e devoti della “Santuzza”, come filialmente a Lei Vi rivolgete, siete gli eredi spirituali che dovete tradurre in uno stile di vita evangelico la sua testimonianza di fede e di carità verso il prossimo. Come Lei date un volto bello al vostro territorio, ricco di cultura, storia e fede profonda, dove grandi donne e uomini hanno trovato la forza per spendersi a motivo del Vangelo e della giustizia sociale. Alla scuola di Santa Rosalia, rinunciando a ciò che è superfluo, non esitate ad offrirVi con generosità agli altri. Abbiate fortezza di spirito nell’affrontare le sfide che tuttora ostacolano la rinascita di codesta Città, il cui cammino è affaticato da tante problematiche e, di queste, alcune molto dolorose. Con coraggio guardate a Colui che è Misericordia, ai cui occhi non sono invisibili le sofferenze del Suo popolo poiché «perfino i capelli del vostro capo sono contati» (Mt 10, 30); Egli conosce le nostre pene ed è pronto a versare il balsamo della consolazione che risana e dona rinnovato slancio.

Con Rosalia, donna di speranza, Vi esorto dunque: Chiesa di Palermo alzati! Sii faro di nuova speranza, sii Comunità viva che rigenerata dal sangue dei Martiri dia testimonianza vera e luminosa di Cristo nostro Salvatore. Popolo di Dio in questo lembo di terra benedetto, non perdere la speranza e non cedere allo sconforto. Riscopri la gioia dello stupore di fronte alla carezza di un Padre che ti chiama a sé e ti conduce sulle strade della vita per assaporare i frutti della concordia e della pace.

Auspico che questo Anno Giubilare Rosaliano, che volge a conclusione, abbia favorito soprattutto una rifioritura spirituale inserita nel percorso avviato dalla vostra Comunità ecclesiale; pertanto, invito a porVi con docilità all’ascolto dello Spirito Santo affinché possiate realizzare una copiosa stagione pastorale, pronti a spandere il profumo dell’accoglienza e della misericordia.

Consegnate alla vostra Santa Patrona desideri e aspirazioni che portate nel cuore; chiedete a Lei, donna del silenzio orante, di dissipare le paure e di vincere le rassegnazioni che soffocano le radici del bene, per essere audaci discepoli del Maestro e costruttori di speranza.

Con tali sentimenti, mentre invoco l’intercessione dei Santi e delle Sante che coronano la Chiesa siciliana, Vi affido alla protezione della Vergine Maria, e volentieri imparto la mia Benedizione, confidando nella vostra preghiera per me.

Fraternamente,
Roma, da San Giovanni in Laterano, 29 giugno 2024
Solennità dei Santi Pietro e Paolo, Apostoli

Francesco
(fonte: L'Osservatore Romano 08/07/2024)