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lunedì 26 ottobre 2026

Don Mimmo Battaglia, Arcivescovo di Napoli: “IL PROBLEMA NON SONO GLI IMMIGRATI, MA LE DISEGUAGLIANZE E LE MAFIE”

Don Mimmo Battaglia
Arcivescovo di Napoli

“IL PROBLEMA NON SONO GLI IMMIGRATI,
MA LE DISEGUAGLIANZE E LE MAFIE”

Alla manifestazione nazionale contro i centri di permanenza per il rimpatrio, don Mimmo Battaglia chiede al Governo di rinunciare al progetto di Castel Volturno e di superare l'intero sistema dei Cpr


“Una porta chiusa da fuori.

Vorrei partire da questa immagine. Una persona è dentro, la porta si chiude e, da quel momento, non è più lei a decidere quando uscire. Deve aspettare che qualcun altro apra. Fuori la vita continua, c’è il sole, ci sono persone che aspettano, ci sono cose da fare. Ma lei è lì, privata della possibilità di scegliere della propria giornata.

Adesso diamo a quella porta un nome: Cpr. Tre lettere che sembrano bastare a spiegare tutto. Ma dietro quella sigla ci sono uomini e donne, storie, famiglie, speranze. Persone che non possono diventare invisibili soltanto perché abbiamo trovato un modo per chiamarle. È da qui che vorrei cominciare. Dalle persone, non dalle sigle. Perché quando si parla di migrazione, di sicurezza e di rimpatri, il rischio è discutere di tutto tranne che di chi quelle decisioni le subisce.

Nel Vangelo di Marco c’è un uomo con una mano paralizzata. È nella sinagoga e alcuni osservano Gesù, aspettando che guarisca di sabato per trovare un motivo per accusarlo. Il dolore di quell’uomo è diventato una questione da discutere, un’occasione per mettere Gesù alla prova. Gesù, invece, gli dice: «Alzati, vieni qui in mezzo!».

Prima ancora di guarirlo, gli restituisce un posto. Lo mette al centro, davanti agli occhi di tutti. Poi guarda quelli che tacciono. Marco racconta che li guarda con indignazione, addolorato per la durezza dei loro cuori. Anche Gesù si indigna. Dovremmo ricordarcelo quando chiediamo ai cristiani una bontà che non disturbi nessuno, un Vangelo che non metta in discussione nulla. Gesù non lascia quell’uomo ai margini per salvare la tranquillità degli altri. Lo porta al centro. Da quel momento, nessuno può più parlare come se lui non ci fosse.

Oggi, qui, a Castel Volturno, siamo chiamati a fare lo stesso: rimettere al centro le persone e chiedere alla politica di guardarle negli occhi. Nei Cpr il trattenimento comporta una privazione della libertà legata alle procedure di rimpatrio. Non è l’esecuzione di una condanna penale. È una distinzione importante, che riguarda la libertà di una persona e il modo in cui uno Stato decide di esercitare il proprio potere. Per questo dobbiamo domandarci: quale idea di convivenza stiamo costruendo, se affidiamo a una porta chiusa la risposta a una questione umana tanto complessa?

A chi governa chiedo di fermarsi, di ascoltare questa terra, di rinunciare al progetto del Cpr di Castel Volturno e di assumersi la responsabilità di superare il sistema dei Cpr. Lo chiedo da prete, con il Vangelo aperto. Gesù dice: «Ero straniero e mi avete accolto». Ero. Una parola che dovrebbe interrogarci ogni giorno. Cristo ci consegna una domanda semplice e difficile da evitare: che cosa hai fatto della persona che avevi davanti? Noi preferiremmo discutere di principi, preparare risposte, difendere le nostre ragioni. Il Vangelo, invece, ci domanda di una porta, di un piatto, di una visita, di una persona lasciata sola.

E questo riguarda anzitutto noi, la Chiesa, riguarda la comunità e la società. Riguarda le volte in cui abbiamo reso il Vangelo innocuo. Le volte in cui abbiamo avuto parole prudenti davanti a sofferenze che prudenti non erano affatto. Le volte in cui abbiamo chiesto ai poveri pazienza, perché il loro dolore disturbava i nostri equilibri. Anche noi dobbiamo rispondere.

Un crocifisso appeso al muro ci impegna verso ogni corpo umiliato. Portarlo sul petto significa accettare che ci pesi sul cuore. Esibirlo mentre si alimenta il disprezzo per lo straniero significa usare contro qualcuno il segno di un uomo che ha dato la vita per tutti.

Questo tradimento dobbiamo avere il coraggio di chiamarlo per nome.

E dobbiamo guardare anche le nostre contraddizioni quotidiane. Ci sono persone delle quali accettiamo la fatica, le braccia, le notti di lavoro. Persone che raccolgono ciò che arriva sulle nostre tavole, assistono i nostri anziani, tengono in piedi pezzi delle nostre giornate.

Poi, quando chiedono un contratto, una casa, un documento, diventano improvvisamente una questione ingestibile. Finché si piegano, c’è posto. Quando si alzano, comincia il problema.

Qualcosa di profondamente ingiusto abita questo meccanismo. E la responsabilità va cercata anche dalla parte di chi lo sfrutta, di chi ci guadagna, di chi pretende lavoro a basso costo e persone senza voce.

Ma attenzione: una persona conserva tutta la propria dignità anche quando non ci serve. Anche quando è malata. Quando non produce. Quando è difficile da incontrare. Quando ha sbagliato: risponderà delle proprie responsabilità, conservando i propri diritti. La dignità non è il salario della buona condotta.

A chi vive qui e ha paura voglio dire che la sua paura merita ascolto. La fatica di abitare un territorio trascurato non può essere liquidata. Tutti hanno diritto alla sicurezza, a strade vivibili, a servizi che funzionino, a scuole capaci di accompagnare i ragazzi e a istituzioni presenti. Proprio per questo bisogna chiedere conto delle promesse. Che cosa cambierà domani nella vita delle persone? Quale scuola funzionerà meglio? Quale famiglia avrà una casa? Quale lavoratore sarà sottratto al ricatto? Quale ragazzo troverà un’alternativa alla strada?

Diffidiamo di chi ci offre qualcuno da temere al posto di qualcosa su cui poter contare. La paura è una cosa seria. Anche usarla per ottenere consenso è una responsabilità seria.

A Castel Volturno occorre investire nell’accoglienza diffusa, nella salute, nell’istruzione, nel lavoro regolare e nelle abitazioni. Occorrono vie di ingresso legali, percorsi effettivi di regolarizzazione e strumenti per contrastare lo sfruttamento, permettendo a chi denuncia un abuso di non sprofondare in una condizione ancora più fragile. Sono scelte che richiedono risorse, competenza e continuità. La crudeltà, invece, sa essere sbrigativa. Decide chi deve sparire dalla vista e chiama soluzione quella sparizione. Noi dobbiamo avere la pazienza ostinata delle soluzioni che restituiscono una vita.

Torniamo a quell’uomo del Vangelo. «Vieni qui in mezzo». Gesù lo mette davanti a tutti, perché nessuno possa più comportarsi come se non esistesse. Questo vorrei chiedere al nostro Paese: lasciati interrogare da un nome, da una storia, da una persona che ti costringe a rivedere una decisione che sembrava già presa. E questo chiedo alla mia Chiesa e alla società civile: resta abbastanza vicina da sentire quando una porta si chiude, abbastanza libera da denunciarlo, abbastanza fedele da stare accanto a chi è rimasto dentro.

Oggi diciamo no ai Cpr. Diciamo no a un sistema che fa della reclusione una risposta alla fragilità e alla condizione amministrativa delle persone. E da domani dobbiamo dare un seguito concreto a questo no. Dobbiamo esserci, perché chi avrà bisogno di noi sappia dove trovarci e, quando busserà, trovi davvero qualcuno disposto ad aprire.

Per queste ragioni, sono qui: Castel Volturno e l’intera Campania non possono diventare il luogo in cui si spostano i problemi, nella speranza che, lontano dagli occhi, smettano di esistere. Possono invece diventare luoghi da cui ripartire. Servono integrazione, legalità, lavoro, politiche abitative e presidi educativi. Serve uno Stato che accompagni, non soltanto contenga. Serve la capacità di tenere insieme sicurezza e diritti, senza metterli in contrapposizione.

Ma per cambiare davvero direzione dobbiamo avere il coraggio di guardare tutta la realtà, anche quella che preferiamo non vedere. E dire una verità che troppo spesso rimane nascosta dietro la ricerca di un colpevole facile.

Il problema non sono gli immigrati. Il problema è una società che trova le risorse per investire in armi e guerre, ma fatica a investire nella pace, nell’educazione, nell’ integrazione e nel futuro delle persone.

Il problema non sono gli immigrati. Sono i giovani senza lavoro, quelli che si sentono abbandonati, quelli che crescono senza opportunità e senza qualcuno disposto a credere in loro.

Il problema non sono gli immigrati. È la camorra, sono le mafie che continuano a divorare i territori, a rubare speranze, a reclutare i più fragili e a imporre la violenza dove le istituzioni e la comunità non riescono a essere presenti.

Il problema non sono gli immigrati. È che per tante famiglie è diventato un lusso perfino comprare un pomodoro. È dover scegliere quale bolletta pagare, rinunciare a qualcosa di necessario, arrivare alla fine del mese senza sapere come fare.

Il problema non sono gli immigrati. È il costo insostenibile della vita, dell’energia e delle risorse essenziali. È il lavoro che non basta per vivere, sono le case che mancano, le cure a cui si rinuncia, gli anziani lasciati soli, le periferie dimenticate, le scuole che chiedono aiuto.

ll problema non sono gli immigrati. È la nostra scarsa lungimiranza, la difficoltà di guardare oltre l’emergenza, di prevenire le ferite prima che diventino voragini, di investire sulle persone prima di doverne piangere l’abbandono.

È più facile indicare uno straniero da combattere che affrontare le disuguaglianze. È più facile costruire un recinto che aprire una scuola. È più facile promettere che qualcuno verrà allontanato che garantire che un ragazzo non venga lasciato solo. Ma quando i poveri vengono messi gli uni contro gli altri, a vincere non sono i poveri. A vincere è l’ingiustizia. Che Castel Volturno, Napoli e la Campania diventino luoghi in cui la paura lascia spazio al coraggio, in cui le differenze diventano occasioni di incontro e nessuno viene considerato estraneo alla nostra umanità.

Perché la giustizia comincia quando smettiamo di chiederci chi dobbiamo tenere fuori e iniziamo a domandarci che cosa possiamo fare perché nessuno sia costretto a vivere senza dignità. La porta dalla quale siamo partiti si chiude da fuori. Significa che da fuori si può aprire. E noi siamo qui per fare questo.

Buona marcia a tutti!”

Castel Volturno, 24 ottobre 2026

+ don Mimmo Battaglia
(fonte: Chiesa di Napoli 24/10/2026)

sabato 24 ottobre 2026

Le violenze di Milano. Un preoccupante segnale di pericolo


Le violenze di Milano. 
Un preoccupante segnale di pericolo


“Le borse in vetrina qui costano quanto lo stipendio di mio padre. Questo è l’unico modo per farci sentire, lo facciamo anche per i nostri genitori”. Le parole di un manifestante 16enne tra le barricate di fuoco di piazza Duomo.

E’ la notizia che ho letto nel sito del “Fatto Quotidiano”. Le violenze che hanno segnato le manifestazioni studentesche di Milano ripresentano lo schema solito. La ragione dello studente arriva a risposta delle “Bombe carta, scontri, vetrine sfondate, i poliziotti presi a calci e colpiti con le pietre”: così il titolo del sito del Corriere riassume le violenze di sabato.

In momenti di crisi i benpensanti hanno sempre ragione e i malpensanti hanno sempre torto. Questo per l’opinione pubblica “vasta". Mai come in questi momenti gli estremi soffrono amnesie: i ragazzi violenti dimenticano i diritti dei cittadini-vittime. Dall’altra parte i cittadini-vittime dimenticano le ragioni dei violenti. Molti dei quali, a loro volta, dimenticano le loro buone ragioni e si mettono semplicemente a saccheggiare i negozi. Per cui, alla fine, si prova meraviglia nel leggere la notizia del Fatto Quotidiano e sapere che una borsetta vale quanto un mensile”. Anzi, a quanto si sa, spesso una borsetta vale molto più di un “normale” stipendio.

Ora, questo scandalo che si consuma dentro piazza Duomo a Milano, tra chi spacca e chi espone, rimanda a scenari molto più vasti nei quali gli aspiranti trilionari possono fare direttamente politica o influenzare pesantemente chi la fa: sono potenti semplicemente perché sono ricchi. Si vedano le dichiarazioni di Elon Musk, nei giorni scorsi a proposito di Ucraina e Zelemsky.

Nel momento di crisi che stiamo attraversando, non spaventano le ragioni della maggioranza. Spaventa l’eccesso di quelle ragioni. Il “troppo” delle ragioni di una parte, infatti, può arrivare a giustificare il troppo della risposta dell’altra parte.

Ma alla fine è necessario notare che è difficile, molto difficile, costruire una buona democrazia sull’equilibrio degli eccessi.
(fonte: articolo di Alberto Carrara 19/10/2026)


giovedì 16 luglio 2026

Perché i ricchi sono sempre più ricchi (e cosa aspettarsi dal futuro)

Perché i ricchi sono sempre più ricchi
(e cosa aspettarsi dal futuro)

Dalle piattaforme tech ai colossi della finanza, la nuova élite globale gode di rendite e posizioni dominanti. L’AI, se non governata, potrebbe accentuare il fenomeno.


La ricchezza globale continua a crescere. Ma sempre meno persone ne raccolgono i frutti. Negli ultimi anni il patrimonio mondiale ha raggiunto livelli record, sostenuto da una serie di fattori tra cui la corsa dei mercati finanziari, il boom tecnologico e l’aumento del valore delle imprese, delle Borse e del mercato immobiliare. Eppure è una crescita non uniforme: una quota sempre più ampia della ricchezza finisce nelle mani di una élite ristretta. È un qualcosa, secondo molti, di profondamente connaturato alle distorsioni del capitalismo contemporaneo. Che cosa ci dicono i numeri?

Secondo il World inequality report 2026, il 10% più ricco della popolazione mondiale possiede circa tre quarti della ricchezza totale, mentre la metà più povera dell'umanità si divide appena il 2%. Ancora più impressionante è il dato relativo allo 0,001% più ricco: meno di 60mila persone, la capienza di un impianto sportivo medio-grande, detiene una ricchezza che è tre volte quella della metà più povera del pianeta.

La fotografia è confermata anche da Oxfam. Nel suo ultimo rapporto l’organizzazione evidenzia che nel solo 2025 il patrimonio dei miliardari è cresciuto di oltre il 16%, raggiungendo il massimo storico di 18.300 miliardi di dollari. Dal 2020 la loro ricchezza è aumentata di oltre l’80%, a un ritmo molto superiore rispetto alla crescita dell'economia mondiale.

Ma perché la ricchezza tende a concentrarsi?

Una delle spiegazioni è quella proposta dall’economista Thomas Piketty. Nel suo Il capitale nel XXI secolo sostiene che, quando il rendimento del capitale cresce più velocemente dell'economia, chi possiede patrimoni vede aumentare la propria ricchezza molto più rapidamente di chi vive del proprio lavoro. Se questo meccanismo non viene corretto da politiche fiscali, redistributive o da forti shock economici, la concentrazione della ricchezza tende ad aumentare.

In un rapporto di qualche tempo fa, l’Ocse aveva segnalato la necessità di rafforzare i sistemi fiscali per migliorare l’efficacia delle tassazioni per i redditi più alti. Eppure, in diversi Paesi dell’area Ocse, le disuguaglianze economiche continuano ad ampliarsi, anche per effetti di aliquote fiscali più basse, esenzioni e detrazioni per categorie di reddito e patrimonio.

Negli ultimi vent’anni, poi, nel percorso verso la digitalizzazione si sono affermati modelli “winner takes all”, già descritti in diversi report delle Nazioni unite, in cui poche aziende globali conquistano fette sempre maggiori di mercato sfruttando i dati, le tecnologie e la proprietà intellettuale. È il caso delle grandi piattaforme tech, ma anche dei colossi della finanza e del lusso, che concentrano valore molto superiore delle industrie tradizionali.

La variabile AI

L’intelligenza artificiale aumenterà inevitabilmente le disuguaglianze o genererà una ricchezza diffusa? È una delle grandi domande che accompagneranno l’economia dei prossimi anni. Un recente rapporto dell’Onu mette in guardia dal rischio che l’AI allarghi il divario non solo tra Paesi ma anche tra grandi imprese e il resto dell’economia, se non accompagnata da regole adeguate e investimenti diffusi. È la conclusione a cui arriva anche lo studio dello scienziato Alireza Zandieh, “Artificial intelligence, economic inequality, and financial barriers to sustainable peace”, pubblicato a giugno sulla rivista Social Sciences & Humanities Open: l’AI, così come si sta sviluppando oggi, finirà col rafforzare la concentrazione della ricchezza e del potere economico.

In un intervento uscito poche settimane fa sul suo Substack, Paul Krugman arriva persino a chiedersi se l’AI possa produrre una vera e propria “inequality apocalypse”, uno scenario in cui i guadagni di produttività finiscono quasi interamente nelle mani dei proprietari delle aziende tecnologiche. L’allarme, va ricordato, arriva da un economista tutt’altro che ostile all’innovazione, che ha più volte rigettato gli scenari catastrofici di disoccupazione di massa.

Non tutti però condividono questa lettura. Daron Acemoğlu, Nobel per l’economia nel 2024, continua a dire che “l’AI non determina automaticamente né crescita, né disuguaglianza; dipende da come viene progettata”. L’economista distingue fra automation AI e augmentation AI, con la seconda che aumenta la produttività dei lavoratori invece di sostituirli.

Secondo il Fondo monetario internazionale, che ad aprile ha pubblicato un documento interessante sul tema, l'intelligenza artificiale potrebbe aumentare la produttività globale e generare nuova ricchezza in misura paragonabile ad altre grandi rivoluzioni tecnologiche. La differenza, spiegano gli economisti dell’Fmi, la faranno le politiche: investimenti nelle competenze, concorrenza, sistemi fiscali e redistribuzione determineranno se i benefici saranno diffusi oppure finiranno concentrati in poche mani.

La nuova geografia della ricchezza

Qualunque sarà l’esito di questa sfida, una trasformazione è già in corso. Negli ultimi vent'anni è cambiato il modo in cui si crea ricchezza e, di conseguenza, anche chi la possiede. Il baricentro del capitale si è spostato dai settori tradizionali (industria, immobiliare ed energia) verso tecnologia, software, semiconduttori, spazio e, appunto, intelligenza artificiale. Sempre più spesso la ricchezza nasce da asset immateriali: algoritmi, brevetti, dati, software e piattaforme digitali. L’esempio più eclatante è quello di Elon Musk. Dopo la nuova valutazione record di Space X sul mercato privato, l’imprenditore è entrato nell’Olimpo dei trilionari, con un patrimonio che supera il Pil del Sudafrica e di oltre 150 nazioni.

Una nuova élite che non vive solo di rendite, ma concentra contemporaneamente capitale, reddito da lavoro (spesso altamente qualificato) e naturalmente la proprietà di grandi imprese. È il concetto di homoploutia, approfondito in una recente intervista a Le Monde dall’economista Branko Milanović: le stesse persone (homo) sono ricche (ploutia) sia in termini di reddito da capitale che da lavoro. L’Italia, fa notare Milanović, ha probabilmente il più alto tasso di homoploutia al mondo: circa il 40% di coloro che appartengono al decile di reddito più alto cumulano entrambe le forme di ricchezza, rispetto al 25-30% circa in altre economie.


Questo non significa che il mondo stia diventando complessivamente più povero. Al contrario. Secondo le classificazioni della Banca Mondiale, che ogni anno suddivide 218 economie in quattro fasce di reddito, nel 1987 quasi un Paese su tre apparteneva alla categoria a basso reddito, mentre oggi è poco più di uno su dieci. E l'aggiornamento del 2026 conferma questa tendenza: sei Paesi, tra cui Vietnam, Filippine e Sri Lanka, sono saliti nella fascia di reddito superiore.

Aumenta anche la ricchezza personale, come conferma il recente Global Wealth Report di Ubs basato su un campione di 56 Paesi: nel 2025 è è aumentata di oltre il 10%, il ritmo più sostenuto degli ultimi anni, e quasi un milione di persone è entrato nella categoria dei milionari.

Il punto però è un altro: come segnala Ubs, la ricchezza cresce, ma più velocemente nella parte alta della distribuzione. E le conseguenze vanno oltre la semplice disuguaglianza economica. Una maggiore concentrazione dei patrimoni significa anche maggiore capacità di influenzare i mercati, orientare gli investimenti, finanziare innovazione e, in alcuni casi, incidere direttamente sul processo politico.

Il rapporto Ubs, osserva Leonardo Becchetti, economista dell’Università di Roma Tor Vergata, “è una buona notizia a metà perché la crescita della ricchezza significa più risorse potenziali per investimenti, innovazione, transizione energetica, salute, istruzione, imprese e lavoro. Ma il punto decisivo è capire se questa ricchezza diventa generativa o resta concentrata in rendite e posizioni dominanti”.

Equità: sì, ma come?

È uno dei motivi per cui il dibattito sulla tassazione dei grandi patrimoni, sull'antitrust e sulla regolazione delle piattaforme digitali è tornato al centro dell'agenda internazionale. Sul fronte fiscale, il G20 ha rilanciato la discussione su una maggiore cooperazione contro l'elusione dei grandi patrimoni. Su impulso della presidenza brasiliana, l'economista Gabriel Zucman ha proposto una tassa minima globale del 2% sui patrimoni dei miliardari, una misura che secondo le stime potrebbe generare 200-250 miliardi di dollari l'anno da destinare a investimenti e servizi pubblici. L'idea ha raccolto il sostegno di Paesi come Spagna e Sudafrica. Intanto l’Unione europea ha rafforzato gli strumenti per limitare il potere delle grandi piattaforme con il Digital markets act, imponendo nuovi obblighi ai cosiddetti “gatekeeper” digitali, mentre negli Stati Uniti il dibattito antitrust contro i colossi della tecnologia si è sostanziato nelle azioni del Dipartimento di Giustizia contro Google e con le cause avviate nei confronti di Meta e Amazon. Sullo sfondo resta la sfida forse più complessa: definire regole comuni per l'intelligenza artificiale. L'AI Act europeo rappresenta il primo tentativo organico di regolamentazione, ma la partita è ormai globale.

A giugno Piketty e i colleghi del World inequality lab hanno pubblicato il Global justice report, nel quale immaginano uno scenario al 2100 con una drastica riduzione della concentrazione dei grandi patrimoni attraverso politiche fiscali globali. Scrivono, tra l’altro, che “non basta misurare la ricchezza, bisogna immaginare un futuro in cui sia distribuita diversamente”. Perché nessuna concentrazione è irreversibile. Ma di certo non si corregge da sola.

Copertina: Kit Suman/unsplash
(fonte: Futura Network, articolo di Andrea De Tommasi 07/07/2026)


giovedì 18 giugno 2026

Migranti e insicurezza: una verità capovolta.


Migranti e insicurezza: una verità capovolta.

Sui quattro giovani braccianti arsi vivi ad Amendolara

foto da FB

Da oltre trent’anni la retorica pubblica italiana ed europea reitera ossessivamente la stessa equazione: migranti/insicurezza (Mannoia e Pirrone, 2018). È una delle narrazioni più efficaci della destra contemporanea, nazionale, europea ed internazionale; tanto efficace da essere divenuta senso comune, attraversando sempre più spesso anche settori che formalmente si dichiarano democratici o progressisti. Ed è anche per questo che il concetto di remigrazione — presentato come rimpatrio volontario degli stranieri immigrati, ma di fatto deportazione forzata e selettiva, fino a comprendere i cittadini di origine straniera ritenuti non assimilabili — sta guadagnando legittimità.

Eppure, osservando la realtà empirica anziché le rappresentazioni ideologiche, scopriamo qualcosa di sorprendente: la relazione tra migrazioni e insicurezza esiste davvero, ma nel verso opposto rispetto a quello propagandato.

Il problema non è la sicurezza minacciata dai migranti. Il problema è la sicurezza negata ai migranti, in termini di diritti e anche di sicurezza sul lavoro.

Quello che è avvenuto ad Amendolara (Cosenza) il 1° giugno 2026, dove quattro giovani braccianti agricoli – tre afghani e un pakistano, tra i 19 e i 29 anni – sono stati arsi vivi all’interno di un minivan – tra i più gravi degli ultimi anni in Italia – ne è dimostrazione concreta.

Per comprendere questa inversione di prospettiva, e non dimenticare le linee di continuità tra migrazioni e sfruttamento del lavoro, può essere utile tornare a una vicenda spartiacque nella storia italiana delle migrazioni. Nella notte tra il 24 e il 25 agosto 1989, Jerry Essan Masslo, rifugiato sudafricano fuggito dall’apartheid, venne assassinato durante una rapina nelle campagne di Villa Literno, dove lavorava come bracciante stagionale, e dove era leader della protesta contro lo sfruttamento dei migranti da parte dei caporali legati ai clan camorristici. La sua morte suscitò una vasta mobilitazione, rendendo visibili le condizioni di sfruttamento di migliaia di lavoratori migranti. L’Italia “scoprì” allora, ironicamente e tragicamente, l’immigrazione, ma insieme riscoprì pratiche antiche come il caporalato, già radicate nella propria storia agricola e meridionale, e le applicò ai nuovi soggetti migranti, svelando così la continuità dello sfruttamento capitalistico del lavoro, migrante o autoctono che fosse.

Sono passati quasi quarant’anni. Eppure la domanda resta attuale. Chi è davvero esposto all’insicurezza? Chi paga il prezzo più alto dell’organizzazione contemporanea del lavoro e delle politiche migratorie nel modo di produzione capitalistico?

Le risposte non coincidono mai con quelle offerte dalla propaganda mainstream.

I migranti sono infatti sovrarappresentati nei segmenti più fragili del mercato del lavoro: agricoltura, edilizia, logistica, lavoro domestico, servizi a basso salario. Sono i settori caratterizzati dai più elevati livelli di precarietà, sfruttamento, ricattabilità e rischio per la salute (e lo stesso vale per gli autoctoni negli stessi segmenti: è lo sfruttamento migrante a imporre a tutti le medesime logiche).

In un mio recente lavoro (Pirrone, 2025), ho sostenuto come il migrante occupi una posizione specifica nell’ordine salariale. Non è semplicemente un lavoratore straniero che svolge un’attività economica, ma una forza lavoro inserita attraverso meccanismi di inclusione differenziale: necessaria all’economia del capitale, ma privata di gran parte delle garanzie materiali, sociali e simboliche riconosciute ad altri lavoratori. In questo quadro l’insicurezza non è una conseguenza accidentale del sistema, ma una componente funzionale allo sfruttamento e all’estrazione di valore. Il migrante occupa così la posizione dell’esercito di riserva della forza lavoro, oggi su scala mondiale (Basso, 2023).

Il rischio di licenziamento, di perdere il permesso di soggiorno, di espulsione, di non trovare casa, di discriminazioni o controlli selettivi alimenta una vulnerabilità che spinge ad accettare salari più bassi, condizioni peggiori e minore capacità di conflitto, e talvolta il reclutamento nei circuiti della devianza.

L’insicurezza diventa così una risorsa economica. Non per chi la subisce, ma per chi ne trae profitto.

Questa dinamica appare con particolare evidenza nel settore agricolo. Da decenni il sistema del caporalato prospera grazie alla disponibilità di una forza lavoro resa fragile dall’intreccio tra bisogno economico, status giuridico incerto e debolezza contrattuale. I ghetti informali sorti in diverse aree del paese non sono un’anomalia esterna al sistema produttivo, ma una sua componente strutturale1. Per questo chi prova a ribellarsi allo sfruttamento finisce per pagarla, anche con la morte – come i quattro ragazzi arsi vivi nel cosentino, che, stando al sopravvissuto, chiedevano contratti regolari.

La retorica della sicurezza parla di frontiere da difendere, non delle persone che le attraversano. Parla dei muri, non delle vite; dei confini, non dei corpi; delle paure degli inclusi, non di quelle degli esclusi.

Eppure una parte significativa dei migranti sperimenta forme di insicurezza che investono insieme la dimensione lavorativa, abitativa, sanitaria e giuridica: alloggi precari, discriminazioni nell’accesso alla casa, occupazioni ad alta incidentalità. A questa insicurezza si aggiunge quella prodotta dalle politiche di controllo delle migrazioni.

Negli ultimi decenni l’Europa – come le altre potenze capitalistiche – ha investito miliardi di euro nel rafforzamento delle frontiere, nell’esternalizzazione dei controlli e nella costruzione di apparati sempre più sofisticati di sorveglianza e contenimento – piattaforme digitali, intelligenza artificiale, sistemi di difesa e di monitoraggio (Molnar, 2024) – con immensi costi energetici e di risorse minerarie: il che spiega perché assistiamo a una nuova fase di guerre imperialistiche, determinata proprio dal ritorno all’estrattivismo necessario all’autonomia energetica delle potenze imperiali su cui si basa una parte rilevante del capitalismo contemporaneo. Il risultato non è stata la scomparsa delle migrazioni, ma l’aumento dei costi umani della mobilità.

Da Jerry Masslo ai lavoratori agricoli morti nei campi, dalle vittime del caporalato alle migliaia di persone scomparse nel Mediterraneo, emerge una verità che il discorso pubblico continua a rimuovere: i migranti non sono l’oggetto delle campagne securitarie, ma le principali vittime dell’insicurezza sociale prodotta dal capitalismo contemporaneo.

Sarebbe allora opportuno capovolgere la domanda che domina il dibattito pubblico.

Non dovremmo più chiederci se i migranti rappresentino una minaccia per la sicurezza. Dovremmo chiederci perché, in società che si proclamano democratiche, milioni di persone continuino a essere private della propria sicurezza in quanto migranti.

Finché non saremo disposti ad affrontare questa domanda, continueremo a confondere le vittime con il problema e a scambiare l’effetto per la causa.

La storia di Jerry Masslo, come molte altre che l’hanno seguita, ci ricorda da che parte occorre guardare per comprenderla.

Ammesso che abbia un senso la parola “remigrazione”, così tanto invocata e osannata dalla destra mondiale – razzista, xenofoba, fascista e nazista – l’unico che vedo è questo: remigrare gli untori della peste fascista nelle fogne da cui sono usciti, per parafrasare uno splendido passaggio di Giorgio Gaber sulla peste fascista (Giorgio Gaber, La peste, 1974): “l’infezione è trasmessa da topi usciti dalle fogne/ma hanno visto abilissime mani lanciarli dai tombini/son le solite mani nascoste e potenti/che lavorano sotto, che son sempre presenti”

sabato 23 maggio 2026

Rapporto Istat 2026: meno figli, giovani via e oltre 2 milioni di famiglie in povertà assoluta


Rapporto Istat 2026: meno figli, giovani via e oltre 2 milioni di famiglie in povertà assoluta

(Foto di Quirinale.it)

Nel nostro Paese le disuguaglianze economiche rimangono marcate, più di un quinto della popolazione dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà o con grande difficoltà e circa un quarto ha difficoltà ad affrontare spese impreviste con le proprie risorse. Poco meno della metà della popolazione non à stata in grado di risparmiare nell’ultimo anno. Quasi 11 milioni di individui (pari al 18,6% della popolazione) si trovano in una condizione di rischio di povertà, che resta drammaticamente stabile ai massimi storici, mentre oltre 2,2 milioni di famiglie, per un totale di oltre 5,7 milioni di persone, sono in povertà assoluta. E la povertà assoluta continua a interessare soprattutto le famiglie numerose, quelle con i minori, gli stranieri e i residenti nel Mezzogiorno.

E’ quanto certifica uno dei Capitoli (il 2° Capitolo relativo a “Popolazione e società”) del Rapporto annuale 2026 dell’ISTAT, giunto alla sua trentaquattresima edizione, che offre un quadro informativo integrato sulle sfide che l’Italia è chiamata ad affrontare in ambito economico, demografico e sociale. Un Capitolo che delinea un Paese attraversato da profondi cambiamenti demografici, da persistenti disuguaglianze territoriali e sociali e da un mercato del lavoro che fatica a valorizzare appieno il capitale umano, soprattutto quello giovane e femminile. Una situazione che pone sfide rilevanti per la sostenibilità economica e sociale e che richiede politiche integrate in grado di sostenere la natalità, l’occupazione e l’accesso equo ai servizi. L’Istat specifica che si diffondono forme specifiche di disagio, come la povertà energetica, che riflette l’aumento dei costi e la fragilità dei redditi e conferma che un fattore di protezione decisivo sono senz’altro i livelli di istruzione più elevati che si associano a condizioni di vita migliori e a un minore rischio di disagio economico. Il Rapporto, nel considerare la continua diminuzione del numero medio di figli e la costante posticipazione della genitorialità (che determina uno squilibrio demografico, per fortuna attenuato da una dinamica migratoria positiva, con ingressi dall’estero superiori alle uscite, che contribuisce alla tenuta demografica e al ricambio generazionale), si sofferma sulle intenzioni di fecondità, che rappresentano un indicatore cruciale per comprendere i progetti familiari degli individui.

“Più della metà delle persone ritiene, si legge nel Rapporto Istat 2026, che la propria situazione finanziaria peggiorerebbe con l’arrivo di un figlio nei tre anni successivi (52,6 per cento). Le donne manifestano timori riguardo alle proprie opportunità lavorative più spesso degli uomini (49,9 contro 24,0 per cento). In modo speculare, questi ultimi prevedono un peggioramento delle opportunità lavorative della partner in misura doppia rispetto alle donne (34,7 contro 15,0 per cento). Le preoccupazioni legate al lavoro, all’autonomia personale e alla realizzazione di altri obiettivi di vita possono arrivare a scoraggiare i progetti riproduttivi. A conferma di questi timori, infatti, chi non intende avere figli mostra aspettative di peggioramento associate all’avere un figlio più elevate rispetto a chi invece desidera averne, soprattutto per quanto riguarda aspetti come le opportunità di lavoro (42,6 per cento contro il 33,6 per cento tra chi intende averne), la vicinanza con il partner (14,2 per cento contro 4,0 per cento) e la possibilità di realizzare altri obiettivi nella vita (32,8 per cento contro 24,3 per cento)”.

E’ in atto una trasformazione dei valori e delle priorità individuali, associata alla presenza di barriere strutturali: precarietà lavorativa, difficoltà abitative, carenza di servizi per l’infanzia, squilibri nei carichi di cura, incertezza economica e instabilità delle relazioni. Anche l’impegno di cura verso i propri genitori, in un Paese fatto sempre più di anziani, frena le prospettive genitoriali, ben più di quello verso i propri figli. Più di una persona su dieci, tra coloro che non intendono avere figli, è così impegnata nel curare i genitori anziani, da rinunciare a un progetto di genitorialità (11,5 per cento: 12,9 tra gli uomini e 10,4 tra le donne). L’impatto della cura dei genitori anziani si manifesta in modo consistente dai 35 anni (12,0 per cento tra i 35 e i 44 anni) e la prospettiva di prendersi cura contemporaneamente della generazione precedente e di quella successiva fa sì che 763 mila persone rinuncino a progetti di fecondità. Comprendere perché molte intenzioni non si traducano in scelte concrete è, dunque, un passaggio chiave per promuovere condizioni più favorevoli alla realizzazione dei desideri riproduttivi e, più in generale, per sostenere la vitalità demografica del Paese. Anche il 3° Capitolo del Rapporto, relativo a “Capitale umano e sociale” conferma che le disuguaglianze sociali limitano il pieno sviluppo del capitale umano, ampliano i divari economici e alimentano forme di esclusione che indeboliscono la coesione e la vitalità del tessuto sociale.

Qui il Rapporto ISTAT 2026
 (fonte: Pressenza, articolo di Giovanni Caprio 22.05.26)



giovedì 26 febbraio 2026

Giuseppe Savagnone: Il caso Rogoredo e il decreto sicurezza

Giuseppe Savagnone

Il caso Rogoredo e il decreto sicurezza

Foto di Max Fleischmann su Unsplash

Un evidente caso di legittima difesa

Sulle prime pagine dei quotidiani è esplosa come una bomba la notizia della svolta nelle indagini di Rogoredo, con le polemiche a cui ha dato immediatamente luogo. La riportava, in prima pagina, il «Corriere della Sera» del 24 febbraio: «Arrestato agente killer. Scudo penale, è scontro». Ne dava una precisa interpretazione «Il Fatto quotidiano»: «Rogoredo: boomerang per il governo e per il Sì». Su una lunghezza d’onda del tutto diversa, il titolo di «Libero»: «La sinistra manganella la polizia» e, nell’occhiello, si leggeva: «Processo alle forze dell’ordine».

Può essere utile, per capire cosa davvero è successo, cominciare dal 26 gennaio scorso, quando – stando ai resoconti di tutti i giornali – in un parco di Rogoredo, un quartiere della periferia di Milano, un gruppo di poliziotti che pattugliava l’area si era imbattuto in un ragazzo marocchino, Abderrahim Mansouri, di 28 anni, ben conosciuto come pusher, il quale, al loro arrivo, aveva brandito una pistola, costringendo uno di essi, l’assistente capo di polizia Carmelo Centurrino, a estrarre a sua volta la propria arma e a sparargli, uccidendolo.

Caso evidente di legittima difesa. Una sola ombra: quella di Mansouri era una pistola giocattolo, evidentemente inoffensiva. Ma tutti convenivano che il poliziotto non poteva saperlo, tanto più che era sera e c’era buio. Anche se restava irrisolto l’interrogativo sulle motivazioni che avevano spinto il giovane pusher a una simulazione che gli era costata la vita.

Malgrado questo quadro, a termine di legge il poliziotto veniva iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario e si avviavano le indagini di rito. Suscitando però il finimondo negli ambienti della destra al governo. In particolare il vice-premier Matteo Salvini, da sempre sostenitore della necessità di lasciare le mani più libere alle forze dell’ordine per reprimente la criminalità, aveva commentato, a caldo: «Io sto col poliziotto, senza se e senza ma». Per poi esprimere il suo sdegno nei confronti della magistratura e preannunziare misure, da parte del governo, per prevenire in futuro quella che appariva ai suoi occhi un’assurdità : «Un poliziotto si difende, il balordo muore, l’agente viene indagato per omicidio volontario. Tutto sbagliato! Nel nuovo pacchetto sicurezza abbiamo previsto una norma che eviti che gli agenti vengano automaticamente indagati dopo essersi difesi. Io sto col poliziotto».

La polemica era continuata anche nei giorni seguenti, con ulteriori attacchi del vice-premier a «quel pubblico ministero» – il magistrato Giovanni Tarzia – che per dovere d’ufficio aveva avviato un’inchiesta «veramente ingenerosa, gratuita, eccessiva», aprendo un «fascicolo odioso», come se «quell’agente avesse sparato per uccidere». «Più legittima di fesa di così», aveva fatto notare. E, su questa lunghezza d’onda, la Lega aveva perfino promosso una raccolta firme di solidarietà per l’agente di polizia indagato, a cui è stata consegnata perfino una medaglia.

In questa rovente polemica nei confronti della magistratura, il quotidiano «Il Giornale», molto vicino al governo, aveva aggiunto, nel suo titolo di prima pagina, un riferimento ai disordini di Torino, traendone le conclusioni in vista del prossimo referendum: «Uno dei fermati di Torino è già fuori, mentre un poliziotto è indagato per omicidio per essersi difeso. È vergognoso. Votiamo Sì al referendum».

Pochi giorni dopo, il 5 febbraio, il governo varava il decreto sicurezza, con cui si prevedeva, «per i cittadini e anche per le Forze di polizia», l’esenzione dal l’iscrizione nel registro degli indagati «quando appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione (ad esempio: legittima difesa, adempimento di un dovere)». Una versione allargata dello “scudo penale”, inizialmente pensato, in realtà solo per le forze dell’ordine ed esteso a tutte le categorie solo per un intervento del Quirinale, che aveva fatto presente che altrimenti si sarebbe violato il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Ma era evidente e dichiarato il riferimento al caso di Rogoredo, che ha continuato ad essere il simbolo delle ragioni sempre ribadite dalla destra per la stretta sull’ordine pubblico e per una maggiore libertà d’azione dei suoi tutori. Significativo che la premier, a inizio Olimpiadi, abbia voluto visitare proprio la stazione di polizia di Rogoredo, per ringraziare del prezioso lavoro che vi si svolgeva a favore della comunità.

Il colpo di scena

Poi, ventiquattro giorni dopo i fatti, il colpo di scena. Le indagini della Procura e della polizia hanno fatto emergere elementi che incriminano, senza possibile dubbio, Centurrino. Quello decisivo è che gli esami fatti dalla Scientifica sulla pistola giocattolo hanno rivelato tracce del DNA del poliziotto e non del suo preteso possessore. E il cadavere di quest’ultimo presenta un foro di proiettile non in fronte, come dovrebbe essere se avesse affrontato gli agenti, ma alla tempia, evidenziando che il ragazzo è stato ucciso mentre fuggiva.

Non solo: i colleghi di Centurrino hanno ammesso di non aver mai visto, in realtà, l’arma, né in mano al marocchino né per terra, dopo la sua uccisione, e di avere invece, su richiesta del poliziotto, ritirato dal commissariato una «valigetta nera» che probabilmente la conteneva.

Così, secondo la ricostruzione della procura di Milano – firmata da Giovanni Tarzia, il magistrato detestato da Salvini – Cinturrino aprì il fuoco contro Mansouri «coscientemente e volontariamente (…) in assenza di qualsivoglia causa di giustificazione» mentre il ragazzo «cercava una via di fuga», dopo aver «minacciato i poliziotti» con una pietra «da una distanza incompatibile con la concreta possibilità di colpirli». E la pistola giocattolo sarebbe stata posta accanto al morto dallo stesso assassino, per accreditare la sua messinscena. Alla quale si deve anche il ritardo della chiamata dei soccorsi che ha ridotto le possibilità di salvare la vita alla vittima.

Sono venuti fuori, inoltre, aspetti inquietanti della personalità di Cinturrino, che pare fosse conosciuto col nome di «Luca» dai pusher del quartiere, a cui chiedeva mazzette in denaro e in droga se volevano spacciare senza problemi. In questo contesto andrà cercata anche la spiegazione dell’assassinio di Mansouri.

Si capisce, a questo punto, l’editoriale di Annalisa Cuzzocrea sul «Corriere»: «Accade talvolta che la realtà si incarichi di smentire la propaganda (…). I fatti di Rogoredo si sono trasformati da assist per le riforme del governo Meloni in prova della loro pericolosità».

Così come si capisce il commento di Marco Iasevoli su «Avvenire»: «Sul caso-Rogoredo il Governo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il vicepremier Matteo Salvini, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e l’intero stato maggiore di FdI, Lega e Forza Italia sono costretti, in queste ore, alla capriola più vistosa dell’intera legislatura». Perché, dopo aver cavalcato davanti all’opinione pubblica questa vicenda invocando a gran voce l’introduzione dello “scudo penale” per i poliziotti e rivolgendo alla magistratura «l’accusa di aprire fascicoli contro chi la legge la difende, argomento che calzava bene con la campagna in vista del referendum del 22-23 marzo», si sono trovati totalmente spiazzati.

Meloni ha sfogato sul poliziotto corrotto e assassino quella che ha chiamato la sua «profonda rabbia», accusandolo di «tradimento nei confronti della nazione» e invocando, da quella stessa magistratura che aveva scusato di essere ideologizzata e inaffidabile, una condanna esemplare.

La stampa di destra se l’è cavata alla meno peggio concentrandosi sul pericolo di strumentalizzare l’accaduto per demonizzare la polizia, sottolineando che, come ha scritto su «Libero» il direttore Mario Sechi, che «a qualsiasi latitudine la sicurezza dei cittadini viene prima di tutto»

Sul fronte opposto, la segretaria del PD Elly Schlein ha esortato il governo a rivedere quella parte del nuovo decreto sicurezza che elimina l’obbligo di iscrizione automatica al registro degli indagati per chi compie atti di violenza in casi particolari, come «legittima difesa» e «adempimento di un dovere», introducendo così una norma di «impunità preventiva» per le forze dell’ordine. Che non è, secondo lei, la vera priorità a sostegno delle forze dell’ordine, bisognose piuttosto di maggiori risorse e di un incremento del personale.

Qualche considerazione

Al di là delle schermaglie tra i partiti, mi sembra significativa la riflessione di Mattia Feltri su «La Stampa» a proposito di questa norma, la si chiami o no “scudo penale”: «Ritengo profondamente sbagliata la logica che ispira la legge: se c’è bisogno di un po’ di scrupoli e di trasparenza in più, non in meno, è proprio quando a sparare sono poliziotti e carabinieri, perché a loro è stato concesso per legge, e dunque per volontà popolare, l’uso esclusivo di una forza per cui si può arrivare a uccidere».

Intanto, proprio la sera del 24 febbraio, con la firma del presidente della Repubblica, è entrato in vigore il decreto sicurezza. In una intervista fatta sul «Corriere della Sera» del 25 febbraio al capo della polizia, il prefetto Pisani, l’intervistatore gli ha chiesto: se fosse stato già allora vigente «il cosiddetto “scudo penale” per chi commette ipotetici reati con “evidente causa di giustificazione”», esso «avrebbe impedito l’accertamento dei fatti di Rogoredo?» la risposta del prefetto è stata decisa: «Non credo che avrebbe ostacolato alcunché, perché la necessità di sparare non appariva evidente».

Una risposta che però, non sembra corrispondere a ciò che l’opinione pubblica percepì in quei giorni. Tutti avevano considerato evidente la dinamica dei fatti e avrebbero sottoscritto le parole di Salvini: «Più legittima difesa di così»… Non si spiegherebbe altrimenti l’esasperazione del leader leghista e di tutta maggioranza nei confronti dell’iscrizione di Centurrino nel registro degli indagati. È difficile, perciò, immaginare che, in presenza di una norma legislativa che la escludeva nei casi di evidente legittima difesa, le indagini sull’operato del poliziotto avrebbero potuto essere condotte.

Come sarà difficile, in futuro, accertare la verità ora che le nuove regole creano una presunzione di legittimità per comportamenti violenti messi in atto «per legittima difesa» o «adempimento di un dovere» da parte delle forze dell’ordine (perché è ad esse che, evidentemente, questa clausola si attaglia più che a qualunque altra categoria di cittadini) .

E ai magistrati che ci proveranno sarà facile contestare un accanimento ideologico al di là dei limiti previsti dalla legge, specialmente se a giudicarli sarà – come prevede la riforma della giustizia – un’Alta Corte disciplinare presieduta non più dal presidente della Repubblica, ma da un membro “laico” eletto, in seno all’Alta Corte stessa, tra i giudici nominati dal Presidente della Repubblica o estratti a sorte dall’elenco compilato dal Parlamento in seduta comune. Non per nulla, nella sua protesta conto il pm che indagava sul caso Rogoredo, tutta la destra ha più volte invocato il Sì al referendum, che avrebbe bloccato in futuro magistrati come lui. Ora dipende dagli italiani decidere se vogliono che sia così.
(fonte:: Tuttavia 25/02/2026)

giovedì 29 gennaio 2026

Un appello umanista in tempi di crisi


Un appello umanista in tempi di crisi
 
Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Tedesco


Con una potente dichiarazione che esorta alla difesa dei diritti umani, alla democratizzazione reale e alla nonviolenza attiva come metodo di azione e stile di vita, si è conclusa domenica (25) la Quarta Assemblea del Forum Umanista Mondiale.

Durante la seconda giornata della Quarta Assemblea del Forum Umanista Mondiale, gli attivisti hanno lavorato al consolidamento delle proposte e alla pianificazione di azioni concrete in diciassette aree tematiche, con l’impegno di amplificare e articolare le voci delle maggioranze che chiedono e desiderano una trasformazione globale radicale.

La diagnosi elaborata durante la prima giornata è stata chiara e incisiva. Esiste un divario crescente tra le aspirazioni dei popoli e le decisioni dei leader politici ed economici. L’incoerenza della leadership, i deficit democratici, la disuguaglianza, la crisi climatica, l’autoritarismo e la disinformazione stanno intensificando l’instabilità globale.

Come ha affermato con estrema chiarezza uno dei partecipanti: «Il sistema ci sta uccidendo». E non era una frase retorica. La fame e la miseria, la corsa sfrenata agli armamenti, il razzismo e la discriminazione, la violenza contro le donne e i bambini, l’espansione della criminalità e del crimine organizzato, la proliferazione dell’incitamento all’odio, le catastrofi ambientali, tra gli altri indicatori, mostrano la brutale inefficacia del sistema e dei suoi promotori nel fornire una vita migliore alle persone nella società attuale.

Ciononostante, l’analisi collettiva ha sottolineato che le iniziative della società civile e delle associazioni umaniste in tutto il mondo dimostrano alternative costruttive e offrono motivi di speranza. Sta emergendo un mondo nuovo e sono questi i segnali che devono essere resi visibili e rafforzati.

La posizione e l’atteggiamento del Forum Umanista Mondiale di fronte all’attuale crisi globale

I partecipanti al convegno hanno sottolineato l’importanza di affermare i diritti umani come base per approfondire le relazioni umane, come garanzia di sopravvivenza e orizzonte rivoluzionario per politiche pubbliche che assicurino in modo equo ed efficace la qualità della vita per tutte le persone.

Insieme a ciò, hanno valutato la necessità di modificare i modelli oggi prevalenti, residui dell’ascesa della borghesia dei secoli precedenti, a favore di un’organizzazione politica decentralizzata in cui la democrazia e il pluralismo siano reali e provengano dalla base sociale stessa, includendo sistemi di governance inclusivi, trasparenti e responsabili.

Hanno posto al centro delle deliberazioni l’urgenza di affrontare sfide globali urgenti, come il cambiamento climatico attraverso misure immediate e la responsabilità ambientale a lungo termine, e di lasciarsi alle spalle le disuguaglianze, la repressione, i conflitti e le catastrofi attraverso la solidarietà e la cooperazione globale.

Nulla deve ostacolare il raggiungimento della pace, con riferimento alla mentalità distruttiva evidenziata oggi dalla crescita degli arsenali bellici e dall’aggressività manifesta della potenza in declino. Tuttavia, per raggiungere una pace vera e duratura, sarà necessario che i popoli adottino la non violenza come stile di vita quotidiano.

Un’altra delle priorità sottolineate da questa Quarta Assemblea è lo sforzo di emancipare i gruppi emarginati, dando priorità alle donne, alle minoranze e alle comunità LGBTQ+. Allo stesso tempo, in un’ottica di processo più ampio, è stata sottolineata l’importanza di porre un forte accento sull’istruzione come strumento di emancipazione, giustizia e trasformazione.

L’umanesimo, presente con nomi e modalità diverse in culture diverse in epoche diverse, è per sua natura inclusivo e universale, e il suo significato deve superare ogni divisione identitaria, basandosi sulla dignità umana condivisa.

Inoltre, è stato sottolineato che l’umanesimo non un semplice ideale astratto, ma una pratica di vita che promuove l’istruzione, la solidarietà e l’azione comunitaria.

Azione strategica

Oggi è necessario rinnovare le forme organizzative e le modalità di azione collettiva. Un’azione globale coordinata richiede l’articolazione con molteplici organizzazioni e l’adattamento al vertiginoso progresso tecnologico. Tuttavia, la chiave sta nel promuovere l’approccio comunitario dalla base sociale e valorizzare i giovani come principali agenti di cambiamento. È fondamentale creare spazi accoglienti che generino fiducia, affetto, inclusione e speranza.

Per gli umanisti, le alleanze, il lavoro in rete e la collaborazione reciproca con altre organizzazioni sono aspetti molto importanti, ma ciò non significa diluire le proprie proposte. Al contrario, il momento richiede immagini traccianti, innovative ed esempi dimostrativi che aiutino a superare l’indecisione e lo sconforto. Costruire l’utopia partendo da un “noi” è oggi la strada da seguire.

La forza dei popoli e delle civiltà è sempre scaturita dai loro miti fondatori. Miti che si trovano nel profondo della coscienza umana. Pertanto, le migliori aspirazioni si realizzeranno se gli attivisti riusciranno a connettersi con questa fonte e, da lì, a raggiungere le comunità con un mito sociale rinnovato.

Dal dialogo all’azione

Tra le principali azioni proposte in questa Quarta Assemblea vi è in primo luogo la partecipazione e la generazione di azioni a livello sociale, sostenendo e lavorando con i settori discriminati e generando soluzioni in tutti i campi “dal basso”, dal particolare e dal locale al generale.

Allo stesso modo, la costruzione di reti di comunità e alleanze nonviolente, insieme allo sviluppo di alleanze per l’accesso all’istruzione e l’azione a favore della cura del pianeta e il sostegno a nuovi modelli di democrazia, sono tra le priorità concordate.

Rifiutare la militarizzazione, promuovere la decolonizzazione e contribuire attivamente alla Settimana della Nonviolenza e alla 4ª Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza sono altre delle prossime linee guida d’azione. Allo stesso modo, promuovere iniziative di solidarietà internazionale e aderire alla convocazione di un’Assemblea Mondiale dei Cittadini nel quadro di una riorganizzazione democratica delle Nazioni Unite, sono state altre delle azioni menzionate in questa Assemblea.

Infine, continuare a rafforzare il tessuto interno del Forum Umanista Mondiale attraverso l’ampliamento e la costituzione di nuovi tavoli tematici, insieme ad aumentare la visibilità del Forum attraverso i media e i social network, sono priorità affinché questo ambito ampliasse il suo carattere di riferimento nell’ambito sociale.

La Quarta Assemblea si è conclusa con un’emozionante dichiarazione che riportiamo integralmente di seguito.

Un appello umanista in tempi di crisi

Viviamo in un mondo in cui le speranze dei popoli sono sempre più ignorate da chi detiene il potere. Le disuguaglianze si aggravano, la democrazia si indebolisce, il pianeta è minacciato e la paura viene spesso utilizzata per dividerci. Tuttavia, ovunque le persone si organizzano, si prendono cura, resistono e creano nuove possibilità.

Il Forum Umanista Mondiale difende un umanesimo che include tutti e tutte. Al di là delle identità, dei confini e delle credenze, affermiamo la dignità di ogni essere umano. L’umanesimo non è una filosofia astratta: è ciò che viviamo, ciò che costruiamo insieme e il modo in cui ci trattiamo.

Crediamo nella nonviolenza attiva come stile di vita e forza di trasformazione. Difendiamo i diritti umani come fondamento della libertà, della giustizia e della sopravvivenza. Scommettiamo su una democrazia capace di ascoltare, un’istruzione che responsabilizza e la scienza e il pensiero critico come guide per le nostre decisioni.

Proteggere il pianeta non è facoltativo: è essenziale per la nostra sopravvivenza. L’azione per il clima, la cura della natura e la solidarietà con coloro che soffrono maggiormente le crisi sono imperativi morali. Rifiutiamo la militarizzazione e l’autoritarismo e scegliamo la cooperazione, l’empatia e il coraggio.

Il cambiamento inizia vicino a casa: nelle nostre comunità, negli spazi condivisi, nelle piccole azioni collettive che crescono fino a diventare movimenti. I giovani non sono il futuro: sono il presente. Insieme, dalla base, possiamo passare dalla necessità alla libertà, dall’isolamento a un “noi” condiviso.

Un altro mondo non solo è possibile: sta già emergendo.

Il Forum Umanista Mondiale invita tutte le persone che credono nel potere dell’umanità a costruirlo collettivamente.
(fonte: Pressenza IPA 26.01.26)

martedì 20 gennaio 2026

Disuguaglianza, la legge del più ricco


La concentrazione estrema della ricchezza 
frena la lotta alla povertà e mina la democrazia globale. 
Il rapporto di Oxfam al Forum di Davos

Disuguaglianza, la legge del più ricco


Nel 2025 la ricchezza dei miliardari ha raggiunto un livello senza precedenti nella storia recente. Secondo il nuovo rapporto di Oxfam, presentato oggi in apertura del World Economic Forum di Davos, i miliardari nel mondo sono ormai oltre 3.000 e detengono un patrimonio complessivo pari a 18.300 miliardi di dollari. Una crescita del 16% in termini reali rispetto all’anno precedente e a un ritmo tre volte superiore alla media degli ultimi cinque anni.

«Il rapporto fotografa ancora una volta i vincitori e i vinti dell’economia globale», spiega Misha Maslennikov, ricercatore e analista di politiche pubbliche per Oxfam-Italia. «Siamo di fronte a un ammontare esorbitante di ricchezza, cresciuto dell’81% rispetto al 2020, che equivale a circa otto volte il Pil di un Paese come l’Italia». Una cifra quasi equivalente alla ricchezza totale detenuta dalla metà più povera dell’umanità ossia 4,1 miliardi di persone, mentre la povertà estrema è di nuovo in aumento in Africa.

Una ricchezza che, sottolinea Oxfam, sarebbe sufficiente a eliminare la povertà estrema nel mondo ben 26 volte. Eppure, alla crescita vertiginosa dei patrimoni dei super-ricchi non corrisponde alcun progresso nella riduzione della povertà globale: «Il tasso di riduzione della povertà resta sostanzialmente invariato da sei anni», osserva Maslennikov. «Se la crescita economica non diventerà inclusiva e meglio redistribuita, rischiamo di mancare l’obiettivo di eliminare la povertà estrema entro il 2030 e di ritrovarci, nel 2050, con ancora un terzo della popolazione mondiale — quasi 3 miliardi di persone — in condizioni di povertà».

Secondo Oxfam, l’accumulo estremo di ricchezza non è un fenomeno neutro, ma alimenta un circolo vizioso che rafforza anche la concentrazione del potere politico. «Nel rapporto mettiamo in evidenza un legame strutturale tra concentrazione di ricchezza e concentrazione di potere», afferma Maslennikov. «Gli individui più ricchi utilizzano il proprio potere economico per orientare le politiche pubbliche a proprio vantaggio, anziché nell’interesse collettivo».

Questa dinamica, prosegue Oxfam, rappresenta un fallimento dei sistemi democratici: le disuguaglianze estreme erodono il patto civico, lacerano il tessuto sociale e alimentano sfiducia e frammentazione. In molti Paesi si rafforza una frattura territoriale tra “luoghi che contano” e “luoghi che non contano”, aree lasciate indietro dove lo sviluppo ristagna e cresce il consenso verso proposte politiche populiste o estremiste, che promettono cambiamenti radicali ma finiscono per consolidare lo status quo.

Oxfam segnala inoltre l’impatto delle disuguaglianze sui sistemi di informazione. «Il controllo dei media è uno dei canali principali attraverso cui il potere economico esercita un’influenza sproporzionata sul dibattito pubblico», spiega Maslennikov. «Sette dei più grandi gruppi mediatici mondiali sono oggi controllati da miliardari, contribuendo a screditare alternative più egualitarie e a legittimare moralmente le disuguaglianze».

Un altro nodo centrale è il debito dei Paesi più poveri. Per Oxfam si tratta di una vera e propria “tegola” che limita lo spazio fiscale necessario per investire in istruzione, sanità e welfare. «Troppi Paesi oggi spendono più per il servizio del debito che per la salute e l’educazione dei propri cittadini», denuncia Maslennikov, evidenziando come ciò accentui ulteriormente le disuguaglianze globali.

Di fronte a questo scenario, Oxfam chiede un cambio di paradigma: ristrutturazione e cancellazione del debito dei Paesi più poveri, un fisco più equo a livello globale e l’introduzione di uno standard internazionale di tassazione dell’estrema ricchezza.

All’Italia, Oxfam chiede di assumere un ruolo più attivo: aumentare le risorse destinate alla cooperazione internazionale fino allo 0,7% del reddito nazionale lordo, sostenere una tassazione globale dei super-ricchi e promuovere l’istituzione di un panel internazionale sulla disuguaglianza, sul modello dell’Ipcc per il clima, capace di valutare con rigore scientifico l’impatto delle politiche pubbliche sulle disparità.

«La via d’uscita dal baratro della disuguaglianza esiste», conclude Oxfam, «ma richiede volontà politica, cooperazione internazionale e la scelta di rimettere uguaglianza, diritti e democrazia al centro delle decisioni economiche globali». 
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Stefano Leszczynski 19/01/2026)


sabato 13 settembre 2025

Vignarca (Rete Pace e Disarmo): “Il baratro non è più una metafora: è una possibilità concreta”

Droni in Polonia
Vignarca (Rete Pace e Disarmo):
“Il baratro non è più una metafora: è una possibilità concreta”

Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e disarmo, esprime forte preoccupazione per i “venti di guerra” che spirano in Europa, soprattutto a seguito dell’attacco con droni russi in Polonia e il dispiegamento di 80 mila uomini deciso dalla Polonia sui confini orientali del Paese.

(Foto ANSA/SIR)

“Sì, è vero: stiamo andando verso un baratro. Non so se siamo già sull’orlo o se ci separa ancora una certa distanza, ma il problema è che ci stiamo avvicinando. Dal mio punto di vista, non è tanto importante sapere quanto siamo vicini al punto di non ritorno, quanto piuttosto acquisire consapevolezza della direzione che stiamo prendendo. E purtroppo, quella direzione è chiara”. Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e disarmo, esprime forte preoccupazione per i “venti di guerra” che spirano in Europa, soprattutto a seguito dell’attacco con droni russi in Polonia e il dispiegamento di 80 mila uomini deciso dalla Polonia sui confini orientali del Paese. “Noi, come mondo della pace, del disarmo e della nonviolenza, lo diciamo da tempo”, aggiunge Vignarca. “Non solo negli ultimi tre anni, in cui tutto è diventato più evidente dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ma da molto prima. Conosciamo purtroppo molto bene le dinamiche di militarizzazione e l’aumento costante delle spese militari.

Oggi tendiamo a dimenticarlo, ma tutto questo non fa che preparare il terreno per molte altre violazioni: bombardamenti su paesi sovrani, violazioni del diritto internazionale, uccisioni che non cambiano nulla”.

Il card. Pietro Parolin, parlando ai giornalisti, non ha nascosto la sua preoccupazione per “il rischio di una guerra di più largo raggio”.
Il cardinale Parolin rappresenta un’istituzione, la Chiesa cattolica, che da tempo – con lui, con Papa Francesco e anche con Papa Leone – ammonisce contro la militarizzazione, l’aumento delle spese militari, gli interessi dell’industria bellica e il pericolo nucleare. Quindi, quando Parolin parla di un baratro che si avvicina, non fa altro che ribadire ciò che è sempre stato detto.

Il presidente Sergio Mattarella parlando in Slovenia ha paragonato l’attuale livello di tensione a quella che precedette la Prima Guerra Mondiale.
La politica non può oggi fingere di scoprire l’esistenza di questo pericolo. Ci sono somiglianze tra quello che viviamo oggi e quello che abbiamo vissuto nel passato. Ma i pacifisti lo stanno denunciando da tempo. È ora di ascoltare chi da tempo lancia l’allarme.

Perché il baratro non è più una metafora: è una possibilità concreta.

Perché si fa fatica ad ascoltare questi moniti?

Mi viene un’analogia storica significativa. Più di cent’anni fa, Benedetto XV affermava: “Tutto è perduto con la guerra”. E lo stesso hanno detto Papa Francesco e Papa Leone: con la guerra si perde tutto. È necessario cambiare mentalità, cambiare prospettiva, cambiare approccio. La guerra e le armi non sono la soluzione. Al contrario, aggravano il problema, lo rendono più complesso.

Dove si sta sbagliando?
Da almeno tre o quattro anni ripetiamo che anche i conflitti più estremi — pur avendo responsabilità chiare, come nel caso di Putin — sono il sintomo di un mondo che ha perso la capacità di governarsi. L’ordine mondiale non esiste più, lo squilibrio è sempre più evidente. Lo abbiamo visto anche di recente, al Vertice di Pechino, dove molti Paesi hanno detto chiaramente: “Non vogliamo più essere trattati come quelli di serie B”. Finché non affrontiamo questo nodo, finché non recuperiamo lo spirito di Helsinki (dove proprio 50 anni fa vennero firmati gli accordi finali della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa capaci di mettere in crisi la prospettiva bloccata della “guerra fredda”) non potremo costruire un futuro diverso. E’ urgente tornare a sedersi attorno a un tavolo per decidere insieme come vogliamo gestire il mondo.

L’alternativa altrimenti qual è?
I conflitti continueranno a moltiplicarsi. Anche perché ci sono interessi che li alimentano: quelli dell’industria militare e dei fondi finanziari che la controllano. Questi attori hanno bisogno che la bolla della guerra continui, che la spesa militare cresca, che la militarizzazione si espanda. Perché così le aziende aumentano il loro valore in borsa, e con esse crescono i patrimoni e le ricchezze di chi le possiede.

Come salvarsi?
La prima condizione è riconoscere ciò che sta accadendo, comprendere le dinamiche profonde che alimentano i conflitti e smettere di affrontare le guerre e la militarizzazione con la logica semplicistica dell’invasore e dell’invaso, dell’aggressore e dell’aggredito, dei buoni e dei cattivi. Non funziona così. La realtà è molto più complessa, intrecciata, e coinvolge responsabilità diverse, distribuite in modi e gradi differenti. Non esiste chi ha sbagliato tutto e chi ha fatto tutto bene. Questo è l’errore: aderire a una visione binaria. Cedere alla banalizzazione. Ed è proprio su questa semplificazione che la guerra trova terreno fertile. Distruggere è facile. Costruire è difficile, richiede tempo, fatica, compromessi. È un percorso incerto che chiede pazienza, umiltà, capacità di ascolto. È per questo che Papa Francesco, e prima di lui Don Tonino Bello, hanno parlato di “artigiani della pace”. La pace non si produce in serie. È un lavoro lento, fatto di gesti concreti, di riconoscimento delle ferite altrui, anche quando quelle ferite sono conseguenza di azioni nostre.

Serve il coraggio di concedere, di comprendere, di dialogare.

Cosa serve invece per essere un buon leader politico oggi?
Serve testa e tranquillità. Serve testa per non lasciarsi trascinare dalla retorica bellica che giova solo ai signori della guerra e a chi trae vantaggio dai conflitti. E serve tranquillità perché, quando ci si avvicina al baratro, bisogna capire perché ci si sta andando. Bisogna chiedersi se, in qualche modo, abbiamo sbagliato anche noi. E solo con calma si può premere il freno, aprire la portiera e salvarsi. E’ chiaro che le scelte giuste non sono quelle che ci hanno portato fin qui: l’aumento insensato della spesa militare, la fiducia cieca nelle armi come soluzione magica ai conflitti, il silenziamento di chi, da tempo, aveva già visto il baratro avvicinarsi.

Ora che è sotto gli occhi di tutti, non possiamo più ignorarlo.
(fonte: Sir, articolo di M. Chiara Biagioni 12/09/2025)