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mercoledì 15 aprile 2026

VIAGGIO APOSTOLICO DI LEONE XIV pellegrino nel Continente africano - Algeria 14/04/2026 Gli incontri della mattina: Ad Annaba sui passi di sant’Agostino - Un polo di solidarietà che offre speranza anche ai musulmani



VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE

13-23 APRILE 2026
Martedì 14 aprile 2026

ALGERI – ANNABA 

09:20 Partenza in aereo dall’Aeroporto Internazionale di Algeri “Houari Boumédiène” per Annaba
10:30 Arrivo all’Aeroporto Internazionale di Annaba “Rabah Bitat”
11:00 VISITA AL SITO ARCHEOLOGICO DI IPPONA
A CASA DI ACCOGLIENZA PER ANZIANI DELLE PICCOLE SORELLE DEI POVERI
12:10 INCONTRO PRIVATO CON I MEMBRI DELL’ORDINE AGOSTINIANO nella Casa della Comunità Agostiniana

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Leone XIV pellegrino nel Continente africano - Algeria
Gli incontri di martedì mattina

Ad Annaba sui passi di sant’Agostino


Piove a dirotto ad Annaba, è una giornata grigia. Eppure tra le rovine dell’antica Ippona il passato e il presente oggi sembrano fondersi. Due epoche diverse, lontane più di sedici secoli, ma dalle quali giunge al mondo lo stesso messaggio, da sant’Agostino e da Leone XIV: si può vivere come fratelli se si costruisce insieme la pace.

È il secondo giorno del viaggio apostolico del Papa in Africa e quello nel sito archeologico è uno dei momenti più attesi. Il Pontefice agostiniano, tra la pioggia battente, percorre un breve tratto dell’area, parte di una strada attraversata tante volte dal vescovo Aurelio Agostino, nativo di Tagaste, l’odierna Souk Ahras, e vescovo della fiorente città portuale.

Ampliando lo sguardo si abbraccia la collina di Annaba, con la basilica dedicata al grande padre della Chiesa. Ieri e oggi. Il primo Pontefice in terra algerina viene a rendere omaggio al suo padre spirituale, per raccoglierne l’eredità e dare ancora voce al suo invito a vivere concordi, perché ci sia armonia tra i popoli. Perché «la pace è il fine del nostro bene», scrive Agostino ne La città di Dio, nel capitolo XIX (11), dove ripete la parola «pace» oltre un centinaio di volte.

Leone XIV — partito in mattinata in aereo da Algeri — giunge poco dopo le 11.30 all’ingresso. Ad accoglierlo è un responsabile del sito, che lo saluta in arabo. Il Pontefice, riparato da un ombrello bianco, subito osserva, visibilmente emozionato, le rovine di Hippo Regius, fino al V secolo abitata da pescatori, marinai, soldati, commercianti, artigiani, e ancora funzionari e agricoltori, ma pure da famiglie agiate, armatori e uomini d’affari.

Il maltempo costringe a una cerimonia più breve rispetto a quella prevista. Simbolico il momento in cui il Papa, da sotto un gazebo e con l’aiuto di due giovani boy scout, depone una corona di rose bianche e gialle. Sullo stesso punto, pianta un ulivo, simbolo di pace: quel dono che oggi sembra impossibile e che il Pontefice affida all’intercessione di sant’Agostino. L’ulivo richiama anche quello secolare della città natale del vescovo di Ippona, che la tradizione vuole risalga al suo tempo.

Per alcuni istanti il Papa rimane assorto in preghiera, con le mani giunte. Intanto vengono fatte volare nel cielo carico di pioggia delle colombe bianche, mentre la corale dell’Istituto della Musica di Annaba intona dei canti in latino, berbero e algerino, con testi tratti dagli scritti agostiniani sui temi della pace e della fratellanza.

Un gruppo di giovani vestiti con abiti tipici, di colore chiaro, canta per il Pontefice, il quale si dirige dinanzi a loro per ascoltare l’esecuzione dell’ultimo brano. Li applaude alla fine e li ringrazia scandendo con le labbra un «thank you». Poi, ancora sotto la pioggia incessante, si avvia verso l’uscita del sito per proseguire questa seconda giornata di viaggio sui passi di sant’Agostino.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Tiziana Campisi 14/04/2026)

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Un polo di solidarietà
che offre speranza
anche ai musulmani

14 aprile 2026


dal nostro inviato
Salvatore Cernuzio

Il cuore di Dio «è straziato» da guerre, violenze, ingiustizie e menzogne. E allora vedere in una città come Annaba — ricca di storia, ma povera nei mezzi e nelle possibilità — una Casa come la Ma Maison, polo di accoglienza e solidarietà per gli anziani gestita dalle Piccole sorelle dei poveri, fa esclamare: «Allora c’è speranza!». Leone XIV dà voce al pensiero che affiora alla mente di quanti varcano il cancelletto di questa struttura situata a Lala Bouna, la collina di Annaba, a fianco alla basilica di Sant’Agostino. Un edificio risalente all’Ottocento, con all’interno una cappella e una piccola moschea, dove è forte, all’ingresso, l’odore di carne messa a cuocere e di fiori bagnati.

Qui nove suore ospitano e si prendono cura — con il supporto di personale retribuito e di volontari — di una quarantina di persone. Uomini e donne relegati, per età o malattia, ai margini del perimetro sociale, pieni di bisogni e senza famiglia. Tra loro, anche diversi musulmani.

Il Papa si reca in visita nella Casa, viva e attiva grazie anche alla carità degli abitanti, come secondo appuntamento del suo secondo giorno di viaggio in Algeria. Una giornata — anch’essa segnata da una violenta bufera di pioggia e vento — trascorsa interamente nell’antica Ippona della quale fu vescovo sant’Agostino.

In questa tappa “tutta” agostiniana, Leone XIV ha voluto ritagliarsi tra i vari impegni un breve momento in questo centro di carità in cui «abita Dio». Perché sempre, come ha detto, «dove c’è amore e servizio, lì c’è Dio».

Il Pontefice viene accolto dai canti e dagli applausi delle suore e del personale della struttura, oltre che dalle zagharit, il grido di esultanza tipico delle donne arabe e africane.

La stanza è piccola, stretta, ma ricolma dell’entusiasmo dei diversi anziani (tra loro anche l’arcivescovo gesuita Paul Desfarges, emerito di Alger), espresso ognuno secondo le proprie possibilità. Chi muovendo una mano, chi aprendosi in un sorriso, chi spostandosi in avanti con la sedia a rotelle o agitando la bandierina bianco/verde dell’Algeria. Gli “ospiti” hanno indosso gli abiti della festa: tuniche dagli ornamenti dorati, veli, turbanti, collane, kufi.

È la madre superiora, suor Philomena Peter, a dare il marhaban, il “benvenuto”, al Vescovo di Roma, seguita dalla testimonianza dell’arcivescovo Desfarges. Parole «toccanti», le definisce il Papa nel suo saluto in inglese, tradotto in arabo. A conclusione del quale, gli ospiti si affrettano a disporsi in fila indiana per recarsi dall’ospite illustre. A turno gli porgono doni, tra quadri e prodotti artigianali, mentre il Papa ricambia con coroncine del Rosario. Un anziano infila la propria nel taschino della camicia dopo averla baciata. Una foto di gruppo conclude l’incontro, il primo di un Pontefice in questa oasi di carità, nascosta al mondo al quale, tuttavia, lancia un segnale in controtendenza: «Allora c’è speranza!».

Il Pontefice, salutati tutti i presenti lasciando in dono anche un’Icona del Mandato Missionario, si reca quindi a pranzo con i confratelli dell’ordine di Sant’Agostino, che qui officiano la vicina basilica intitolata al vescovo d’Ippona. Giunto a piedi, incontra i religiosi di diverse nazionalità africane ai quali è affidato il tempio. E in dono lascia loro una riproduzione in polvere di marmo dell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Salvatore Cernuzio 14/04/2026)

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Testi e video integrali

Partenza da Algeri e Arrivo ad Annaba

Alle ore 8.45 locali, Papa Leone XIV si è trasferito in auto all’Aeroporto internazionale di Algeri “Houari Boumédiène”. Alle ore 9.38 locali, a bordo di un A220 / Air Algérie, il Santo Padre è partito alla volta di Annaba (Algeria).
Atterato all’Aeroporto Internazionale di Annaba Rabah Bitat alle ore 10.32, è stato accolto da alcune Autorità locali, poi si è trasferito in auto al sito archeologico di Ippona.

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VISITA AL SITO ARCHEOLOGICO DI IPPONA

Alle ore 11.00 Papa Leone XIV ha raggiunto il sito archeologico di Ippona, dove è stato accolto all’ingresso da un responsabile.
Il Santo Padre ha attraversato le rovine, e giunto al termine del percorso, ha deposto una corona di fiori in memoria di Sant’Agostino, che per più di trent’anni fu vescovo della città romana. La corale dell’Istituto della Musica di Annaba ha intonato un canto e il Papa si è raccolto per un momento di preghiera.

Al termine, alle ore 12.50 circa, il Pontefice si è trasferito in auto alla Casa di accoglienza per Anziani delle Piccole Sorelle dei Poveri.



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VISITA ALLA CASA DI ACCOGLIENZA PER ANZIANI DELLE PICCOLE SORELLE DEI POVERI

Alle ore 13.10 circa, Papa Leone XIV ha raggiunto in auto la Casa di accoglienza delle Piccole Sorelle dei Poveri ad Annaba, in Algeria.

Al suo arrivo, il Santo Padre è stato accolto dalla Superiora della Comunità. Nella sala dell’incontro, dove sono raccolte le circa 40 persone assistite, le sorelle della Congregazione delle Piccole Sorelle dei Poveri e gli operatori della casa, dopo il saluto della Superiora, le testimonianze dell’Arcivescovo emerito di Algeri, S.E. Mons. Paul Desfarges, e di un residente algerino musulmano, il Papa ha rivolto il suo saluto ai presenti, seguito dallo scambio di doni e da un canto. 




Pubblichiamo di seguito il Saluto che Papa Leone XIV ha rivolto ai presenti nel corso della visita

Eccellenze,
Care Sorelle,
cari fratelli e sorelle, buongiorno! As-salamu alaykom!


Vi ringrazio di accogliermi in questa casa! Sono contento perché qui abita Dio, perché dove c’è amore e servizio, lì c’è Dio.

Ringrazio le Piccole Sorelle dei Poveri insieme al Personale della Casa. Grazie, Madre Filomena, per il benvenuto che mi ha rivolto.

Grazie, caro Monsignor Desfarges, per le Sue parole, le sue toccanti parole! AscoltandoLa e vedendo la Sua presenza qui in mezzo ai fratelli e alle sorelle anziani, viene spontaneo lodare Dio e ringraziarlo. Come fece Gesù quel giorno, in cui gioì nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza» (Lc 10,21).

Ringrazio il Signor Salah Bouchemel per la sua testimonianza, così bella e consolante. Penso che il Signore, dal Cielo, vedendo una casa come questa, dove si cerca di vivere insieme nella fraternità, possa pensare: allora c’è speranza! Sì perché il cuore di Dio è straziato dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie e dalle menzogne. Ma il cuore del nostro Padre non è con i malvagi, con i prepotenti, con i superbi: il cuore di Dio è con i piccoli, con gli umili, e con loro porta avanti il suo Regno d’amore e di pace, giorno per giorno. Come cercate di fare qui nel vostro servizio quotidiano, nella vostra amicizia, nel vivere insieme.

Grazie, care sorelle e cari fratelli, di questo incontro! Vi porto nella mia preghiera e di cuore vi lascio la mia benedizione.


Al termine il Santo Padre ha salutato individualmente gli anziani residenti della struttura, si è poi recato a piedi, alle ore 13.30 circa, alla Casa della Comunità Agostiniana, dove incontra i membri dell’Ordine e si trattiene a pranzo con loro.

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Vedi anche il post precedente:







lunedì 8 dicembre 2025

ANGELUS 07/12/2025 Papa Leone XIV: facciamo spazio a Gesù nella nostra vita (cronaca/commento, testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
II Domenica di Avvento, 7 dicembre 2025

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Papa Leone XIV: facciamo spazio a Gesù nella nostra vita

Il palazzo apostolico vaticano al momento dell'Angelus 

Seconda domenica del tempo di Avvento. E' il primo Natale di papa prevost, questo. Il sole, timido, riscalda la piazza. Solo qualche nuovala, leggera, velata, invernale. E' il momento dell'Angelus. Mezzogiorno, l'annuncio a Maria. E nella meditazione di oggi papa Leone XIV si concentra sulla venuta del Regno di Dio: "Prima di Gesù, confronta sulla scena il suo Precursore, Giovanni il Battista. Egli predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!»" così comincia papa Leone XIV.

E continua: "Nella preghiera del “Padre nostro”, noi chiediamo ogni giorno: «Venga il tuo regno». Gesù stesso ce l'ha insegnato. E con questa invocazione ci orientiamo al Nuovo che Dio ha in serbo per noi, riconosciamo che il corso della storia non è già scritto dai potenti di questo mondo. Mettiamo pensieri ed energie a servizio di un Dio che viene a regnare non per dominarci, ma per liberarci" continua papa Prevost. Le parole del Battista sono severe, certo, ma il popolo le ascolta perché dentro sente “risuonare l'appello di Dio a non scherzare con la vita, ad approfittare del momento presente per prepararsi all'incontro con Colui che giudica in base alle opere e alle intenzioni del cuore, e non secondo le apparenze”.

Ricorda le parole, poi, del profeta Isaia: il rimando a Cristo, che diviene “germoglio”: immagine di nascita e di novità. Cita, papa Leone XIV, il Concilio Vaticano II, "che si concludeva proprio sessant'anni fa: un'esperienza che si rinnova quando camminiamo insieme verso il Regno di Dio, tutti protesi ad accoglierlo ea servirlo. Allora non soltanto germogliano realtà che parevano deboli o marginali, ma si realizza ciò che umanamente si sarebbe detto impossibile" continua papa Leone XIV.

Infine l'esortazione per tutti: "Prepariamoci al suo Regno, facciamogli spazio. Il “più piccolo”, Gesù di Nazaret, ci guiderà! Lui che si è messo nelle nostre mani, dalla notte della sua nascita all'ora oscura della morte in croce, risplende sulla nostra storia come Sole che sorge. Un giorno nuovo è iniziato: svegliamoci e camminiamo nella sua luce!".

E dopo la preghiera dell’Angelus ricorda il recente viaggio apostolico in Turchia: “Ci siamo incontrati per pregare insieme ad Iznik, l'antica Nicea, dove 1700 anni fa si tenne il primo concilio ecumenico. Proprio oggi ricorre il sessantesimo anniversario della dichiarazione comune tra Paolo VI e il Patriarca Atenagora che poneva fine alle reciproche scomuniche. Rendiamo grazie a Dio e rinnoviamo l'impegno nel cammino verso la piena unità visibile di tutti i cristiani”. E, sempre sul recente viaggio, dice: “In Turchia ho avuto la gioia di incontrare la comunità cattolica. Attraverso il dialogo paziente e il servizio a chi soffre, essa testimonia il Vangelo dell'amore e la logica di Dio che si manifesta nella piccolezza. Il Libano continua a essere un mosaico di convivenza e mi ha confortato ascoltare tante testimonianze in questo senso”.

Il pensiero corre, poi, alla pace: “Quanto è avvenuto nei giorni scorsi in Turchia e Libano ci insegna che la pace è possibile e che i cristiani in dialogo con gli uomini e le donne di altre fedi e culture possono contribuire a costruirla. Non lo dimentichiamo, la pace è possibile!”.

Infine, un riferimento ai recenti disastri del sud-est asiatico duramente provati dai disastri naturali come le innodanzioni di questi giorni: “Prego per le vittime, per le famiglie che piangono i loro cari e per quanti portano soccorso. Esorto la comunità internazionale e tutte le persone di buona volontà a sostenere con gesti di solidarietà i fratelli e le sorelle di quelle regioni”.
(ACI Stampa, articolo di Antonio Tarallo 07/12/2025).

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Leone XIV


Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Il Vangelo di questa seconda domenica di Avvento ci annuncia la venuta del Regno di Dio (cfr Mt 3,1-12). Prima di Gesù, compare sulla scena il suo Precursore, Giovanni il Battista. Egli predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!» (Mt 3,1).

Nella preghiera del “Padre nostro”, noi chiediamo ogni giorno: «Venga il tuo regno». Gesù stesso ce l’ha insegnato. E con questa invocazione ci orientiamo al Nuovo che Dio ha in serbo per noi, riconosciamo che il corso della storia non è già scritto dai potenti di questo mondo. Mettiamo pensieri ed energie a servizio di un Dio che viene a regnare non per dominarci, ma per liberarci. È un “vangelo”: una vera buona notizia, che ci motiva e ci coinvolge.

Certo, il tono del Battista è severo, ma il popolo lo ascolta perché nelle sue parole sente risuonare l’appello di Dio a non scherzare con la vita, ad approfittare del momento presente per prepararsi all’incontro con Colui che giudica in base alle opere e alle intenzioni del cuore, e non secondo le apparenze.

Lo stesso Giovanni sarà sorpreso dal modo in cui il Regno di Dio si manifesterà in Gesù Cristo, nella mitezza e nella misericordia. Il profeta Isaia lo paragona a un germoglio: un’immagine non di potenza o di distruzione, ma di nascita e di novità. Sul germoglio che spunta da un tronco apparentemente morto, inizia a soffiare lo Spirito Santo con i suoi doni (cfr Is 11,1-10). Ognuno di noi può pensare a una sorpresa simile che gli è capitata nella vita.

È l’esperienza che la Chiesa ha vissuto con il Concilio Vaticano II, che si concludeva proprio sessant’anni fa: un’esperienza che si rinnova quando camminiamo insieme verso il Regno di Dio, tutti protesi ad accoglierlo e a servirlo. Allora non soltanto germogliano realtà che parevano deboli o marginali, ma si realizza ciò che umanamente si sarebbe detto impossibile. Con le immagini del profeta: «Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà» (Is 11,6).

Sorelle e fratelli, come ha bisogno il mondo di questa speranza! Nulla è impossibile a Dio. Prepariamoci al suo Regno, facciamogli spazio. Il “più piccolo”, Gesù di Nazaret, ci guiderà! Lui che si è messo nelle nostre mani, dalla notte della sua nascita all’ora oscura della morte in croce, risplende sulla nostra storia come Sole che sorge. Un giorno nuovo è iniziato: svegliamoci e camminiamo nella sua luce!

Ecco la spiritualità dell’Avvento, tanto luminosa e concreta. Le luminarie lungo le strade ci ricordino che ognuno di noi può essere una piccola luce, se accoglie Gesù, germoglio di un mondo nuovo. Impariamo a farlo da Maria, nostra Madre, donna dell’attesa fiduciosa e della speranza.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Da pochi giorni sono rientrato dal mio primo viaggio apostolico, in Türkiye e in Libano. Con l’amato fratello Bartolomeo, Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, e i Rappresentanti di altre confessioni cristiane, ci siamo incontrati per pregare insieme a İznik, l’antica Nicea, dove 1700 anni fa si tenne il primo Concilio ecumenico. Proprio oggi ricorre il 60° anniversario della Dichiarazione comune tra Paolo VI e il Patriarca Atenagora, che poneva fine alle reciproche scomuniche. Rendiamo grazie a Dio e rinnoviamo l’impegno nel cammino verso la piena unità visibile di tutti i cristiani. In Türkiye ho avuto la gioia di incontrare la comunità cattolica: attraverso il dialogo paziente e il servizio a chi soffre, essa testimonia il Vangelo dell’amore e la logica di Dio che si manifesta nella piccolezza.

Il Libano continua a essere un mosaico di convivenza e mi ha confortato ascoltare tante testimonianze in questo senso. Ho incontrato persone che annunciano il Vangelo accogliendo gli sfollati, visitando i carcerati, condividendo il pane con chi si trova nel bisogno. Sono stato confortato dal vedere tanta gente per strada a salutarmi e mi ha commosso l’incontro con i parenti delle vittime dell’esplosione nel porto di Beirut. I libanesi attendevano una parola e una presenza di consolazione, ma sono stati loro a confortare me con la loro fede e il loro entusiasmo! Ringrazio tutti coloro che mi hanno accompagnato con la preghiera. Cari fratelli e sorelle, quanto è avvenuto nei giorni scorsi in Türkiye e Libano ci insegna che la pace è possibile e che i cristiani in dialogo con gli uomini e le donne di altre fedi e culture possono contribuire a costruirla. Non lo dimentichiamo: la pace è possibile!

Sono vicino ai popoli del Sud e del Sud-Est asiatico, duramente provati dai recenti disastri naturali. Prego per le vittime, per le famiglie che piangono i loro cari e per quanti portano soccorso. Esorto la comunità internazionale e tutte le persone di buona volontà a sostenere con gesti di solidarietà i fratelli e le sorelle di quelle regioni.

Saluto con affetto tutti voi, romani e pellegrini. Saluto tutti quelli che sono venuti da altre parti del mondo, in particolare i fedeli peruviani di Pisco, Cusco e Lima; i polacchi, ricordando anche la Giornata di preghiera e aiuto materiale alla Chiesa dell’Est; e anche il gruppo di studenti portoghesi.

Saluto poi i gruppi parrocchiali di Lentiai, Manerbio, Santa Cesarea Terme, Cerfignano, Roverchiara e Roverchiaretta; i ragazzi di Marostica e Pianezze, i cresimandi di Cavaion Veronese, i giovani dell’Oratorio di Mezzocorona, il gruppo di ministranti di Bologna e i soci della Mutua Madonna del Granato.

Auguro a tutti una buona domenica e un buon cammino di Avvento.

Guarda il video


venerdì 5 dicembre 2025

La conferenza stampa di Leone XIV in aereo al termine del viaggio apostolico in Türkiye e in Libano - In Medio Oriente una pace sostenibile è possibile

VIAGGIO APOSTOLICO DI LEONE XIV
IN TÜRKIYE E IN LIBANO
CON PELLEGRINAGGIO A İZNIK (TÜRKIYE)
IN OCCASIONE DEL 1700° ANNIVERSARIO DEL PRIMO CONCILIO DI NICEA
27 NOVEMBRE - 2 DICEMBRE 2025

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La conferenza stampa di Leone XIV in aereo
al termine del viaggio apostolico in Türkiye e in Libano

In Medio Oriente
una pace sostenibile è possibile


«Pensavo di andare in pensione...»

«Innanzitutto voglio dire grazie a tutti voi che avete lavorato tanto, vorrei che trasmetteste questo messaggio anche agli altri giornalisti sia in Türkiye che in Libano, che hanno lavorato per comunicare i messaggi importanti di questo viaggio». Così Leone XIV ha salutato gli 81 tra cronisti, fotografi e cameramen presenti martedì 2 dicembre sul volo di ritorno da Beirut a Roma, al termine della prima visita internazionale del pontificato. 
Rispondendo alle domande rivoltegli, in inglese, italiano e spagnolo il Papa ha parlato tra l’altro delle aspettative per il Medio Oriente, sottolineando che «una pace sostenibile è possibile»; ma anche della guerra in Ucraina, della presenza dell’Europa nelle trattative e della situazione del Venezuela. 
Nella circostanza ha ricevuto in dono un quadro dipinto a mano negli stessi giorni della visita, che ritrae lui e i luoghi simbolici visitati nel Paese dei Cedri.

Atterrato all’aeroporto di Roma-Fiumicino alle 15.57, successivamente il Pontefice ha raggiunto Castel Gandolfo dove ha pernottato e sta trascorrendo la giornata di mercoledì 3 dicembre. 
Il rientro è previsto in serata.
(fonte: L'Osservatore Romano 03/12/2025)

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Foto e video integrale






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Vedi anche il post (all'interno i link a quelli precedenti):

Il racconto in immagini del primo viaggio apostolico di Leone XIV in Türkiye e Libano

VIAGGIO APOSTOLICO DI LEONE XIV
IN TÜRKIYE E IN LIBANO
CON PELLEGRINAGGIO A İZNIK (TÜRKIYE)
IN OCCASIONE DEL 1700° ANNIVERSARIO DEL PRIMO CONCILIO DI NICEA
27 NOVEMBRE - 2 DICEMBRE 2025

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Il racconto in immagini del primo viaggio apostolico
di Leone XIV in Türkiye e Libano 

Nel video, l'approdo nel Paese ponte tra Oriente e Occidente, con l'appello a favorire la fraternità nella regione, l'unità tra le Chiese, la piena dignità per le minoranze. Poi l'ingresso nel Paese dei cedri con l'abbraccio tra i leader religiosi nel nome della pace, l'entusiasmo dei giovani che resistono nelle difficoltà, la preghiera silenziosa al porto di Beirut. E la promessa: "Non ci lasciamo"

Guarda il video


VIAGGIO APOSTOLICO DI LEONE XIV IN TÜRKIYE E IN LIBANO 27/11 - 2/12/2025 – L'ultimo giorno del viaggio 02/12/2025 (cronaca/commento, testi, foto e video)

VIAGGIO APOSTOLICO DI LEONE XIV
IN TÜRKIYE E IN LIBANO
CON PELLEGRINAGGIO A İZNIK (TÜRKIYE)
IN OCCASIONE DEL 1700° ANNIVERSARIO DEL PRIMO CONCILIO DI NICEA
27 NOVEMBRE - 2 DICEMBRE 2025

Martedì, 2 dicembre 2025

 BEIRUT – JAL ED DIB – BEIRUT 

08:30 VISITA AGLI OPERATORI E ASSISTITI DELL’OSPEDALE “DE LA CROIX” a Jal ed Dib
09:30 PREGHIERA SILENZIOSA AL LUOGO DELL’ESPLOSIONE DEL PORTO DI BEIRUT
10:30 SANTA MESSA presso il "Beirut Waterfront"
12:45 CERIMONIA DI CONGEDO presso l'Aeroporto Internazionale di Beirut
13:15 Partenza in aereo dall'Aeroporto Internazionale di Beirut per Roma

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VISITA AGLI OPERATORI E ASSISTITI DELL’OSPEDALE “DE LA CROIX”

Ospedale “De La Croix” (Jal ed Dib)
Martedì, 2 dicembre 2025

Alle ore 8:10 (ora locale), dopo essersi congedato dalla Nunziatura Apostolica, il Santo Padre Leone XIV si è trasferito in auto alla Congregazione delle Suore Francescane della Croce a Jal ed Dib, per la visita agli operatori e assistiti dell’Ospedale de la Croix.
Al suo arrivo, all’ingresso principale della residenza della Congregazione, il Papa è stato accolto dalla Madre Superiora della Congregazione delle Suore Francescane della Croce del Libano, dalla Superiora del Convento e dalla Direttrice dell’Ospedale, che lo hanno accompagnato al teatro della struttura, dove erano presenti gli operatori e gli assistiti dell’Ospedale de la Croix.
Dopo le parole di benvenuto della Superiora Generale e la testimonianza di una malata e di un malato, il Papa ha salutato i presenti.
Al termine, dopo la benedizione e lo scambio dei doni, il Santo Padre ha visitato privatamente il padiglione Saint Dominique.

Conclusa la visita privata, Leone XIV è salito in auto e si è trasferito al luogo dell’esplosione del Porto di Beirut.

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Il Papa nell’ospedale psichiatrico di Beirut:
"Voi malati siete nel cuore di Dio"

Leone XIV visita l'ospedale di de La Croix gestito dalle suore francescane della Croce che quotidianamente si prendono cura di 800 disabili mentali e malati psichiatrici. Grande accoglienza per il Pontefice che riceve in dono oltre 70 rosari fatti a mano dai pazienti. Dal Papa l'invito a non dimenticare i poveri: "Non possiamo immaginare una società che corre a tutta velocità aggrappandosi ai falsi miti del benessere, ignorando tante situazioni di povertà e di fragilità”


“A ciascuno di voi oggi il Signore ripete: ti amo, ti voglio bene, sei mio figlio! Non dimenticatelo mai! Shukrán! Allah ma’akum (Grazie! Dio sia con voi)”.

Sorrisi sghembi e sguardi spenti dalla malattia e dalle difficoltà della vita quelli che accolgono questa mattina Papa Leone XIV nell’Ospedale de la Croix, uno dei più grandi ospedali per disabili mentali del Medio Oriente, prima tappa dell’ultimo giorno del viaggio apostolico in Libano. Ottocento malati sono seduti nel teatro della struttura, fondata nel 1919 dal beato cappuccino padre Yaaqoub, trasformata in manicomio nel 1937 e in nosocomio per disabili mentali nel 1951. Uomini, donne, anziani, giovani, alcuni affetti da tossicodipendenza (a loro è riservato uno dei cinque padiglioni) accolgono il Papa con le loro sciarpette bianche con impresso lo stemma papale e il volto di padre Yaaqoub, le bandierine libanesi e vaticane. Restano immobili e ogni tanto applaudono motivati dalle suore Francescane della Croce che quotidianamente si prendono cura di loro, insieme a un personale di infermieri e volontari. Come Jean, militare in pensione, che racconta: “Facciamo il possibile per loro”.

L'attesa per l'arrivo del Papa

Nel complesso situato sul Mount-Lebanon, da dove la vista della baia di Beirut toglie il respiro, ci sono una farmacia centrale, un dispensario, ambulatori, un teatro e una sala cinematografica e teatrale, cucine e lavanderia. Sono riunite là almeno un migliaio di persone, considerando i chilometri e chilometri di persone assiepate da dietro le transenne sin dalla strada centrale. Ancora bandiere in questa terz’ultima tappa del Papa in Libano, ancora striscioni (uno con il volto di Robert Francis Prevost giovane agostiniano), ancora fiori e immaginette. In mezzo poi un gruppo i bambini della vicina scuola di St. Jacques che hanno allestito un piccolo Conclave, con guardie svizzere, cardinali e anche un piccolo Papa, Elysha, con tanto di anello piscatorio e scarpe bianche. Le suore li hanno preparati spiegando il significato di quegli abiti e prima dell’arrivo di Leone gli fanno ripetere cori, canti e saluti. Uno pure in italiano: “Cccciao Papa Leone!”.

L'omaggio al Papa da parte dei bambini della scuola di St. Jacques (@Vatican Media)

Il Pontefice arriva all’ingresso principale della residenza della Congregazione in auto. Le suore gli corrono incontro e una pure gli si stringe al collo. La madre superiora, suor Marie Makhlouf, insieme alla direttrice dell’ospedale, suor Rose Hanna, e la superiora del Convento, suor Hiam El Badawi, accompagnano il Papa nel teatro e anche lì l’accoglienza è festante. Una suora chiede in videochiamata di salutare una familiare e Leone la benedice, in sala risuonano le zaghroutah, le urla – tipiche delle donne mediorientali – segno di felicità e festeggiamento.

L'accoglienza delle suore Francescane della Croce (@Vatican Media)

La commozione della madre superiora, suor Marie

A prendere la parola, lottando con la commozione che la interrompe più di una volta, la superiora suor Marie ringrazia il Papa per aver scelto di visitare una realtà che accoglie persone “ferite dalla loro solitudine” e “assenti dai media e dai palcoscenici”. Sottolinea come la presenza del Papa confermi che i più poveri e dimenticati “sono un tesoro della Chiesa” e non un peso per la società. Infine definisce la missione dell’ospedale un “miracolo quotidiano” sostenuto dalla Provvidenza e dalla generosità silenziosa dei benefattori. Anche due pazienti portano poi la loro testimonianza a Papa Leone. Una degente descrive la visita come una “luce” che dà coraggio e allevia le sofferenze, auspicando che il mondo possa conoscere la realtà umana e accogliente dell’ospedale e la santità di Abouna Yaacoub. Un altro paziente dice pure lui “grazie” al Papa per questo viaggio vissuto come dono e grazia per il popolo libanese. A nome di tutti i malati, chiede la benedizione per queste persone “che portano ogni giorno la propria croce” e anche per le religiose che li servono.

Suor Marie ringrazia il Papa della visita (@Vatican Media)

"Qui abita Gesù"

Leone XIV ascolta e sembra commuoversi. “Sono contento di incontrarvi, era un mio desiderio, perché qui abita Gesù: sia in voi ammalati, sia in voi che ne avete cura, le Suore, i medici e tutti gli operatori sanitari e il personale”, esordisce, in francese. Assicura che tutto il popolo dell’ospedale libanese è nel suo cuore e nelle sue preghiere. Anche il Papa ricorda la santità della vita del fondatore e la sua testimonianza portata avanti dalle Francescane della Croce. Il loro è “un prezioso servizio”, dice: “Grazie, care Sorelle, per la missione che portate avanti con gioia e dedizione!”.

Prezioso è pure il servizio degli operatori: “La vostra presenza competente e premurosa e la cura degli ammalati sono un segno tangibile dell’amore compassionevole di Cristo. Siete come il buon samaritano, che si ferma presso chi è ferito e se ne prende cura per sollevarlo e guarirlo”, dice il Papa. È vero, ammette, “a volte può sopraggiungere la stanchezza o lo scoraggiamento, soprattutto per le condizioni non sempre favorevoli in cui vi trovate a lavorare”. L’incoraggiamento è allora ad andare avanti, nonostante qualche difficoltà, avendo davanti sempre “il bene che avete possibilità di realizzare”.

Leone XIV saluta i presenti (@Vatican Media)

Non dimenticare i più fragili

“Quanto si vive in questo luogo è un monito per tutti, per la vostra terra ma anche per l’intera umanità: non possiamo dimenticarci dei più fragili, non possiamo immaginare una società che corre a tutta velocità aggrappandosi ai falsi miti del benessere, ignorando tante situazioni di povertà e di fragilità”, conclude Papa Leone. In particolare cristiani, aggiunge, sono chiamati a prendersi cura dei poveri: “Il Vangelo stesso ce lo chiede”.

A conclusione dell’incontro le suore consegnano al Papa 77 Rosari con i nomi dei malati e degli operatori che li hanno realizzati a mano. Suor Marie regala invece una icona fatta a mano di Abouna Yaacoub, nella speranza che venga presto canonizzato.
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 02/12/2025)

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In silenzio e con le braccia aperte,
la preghiera del Papa al porto di Beirut

Leone XIV, al suo ultimo giorno in Libano, si reca nel luogo scenario, nell'agosto 2020, della tragica esplosione che ha ucciso oltre 240 persone e ne ha ferite 7 mila. Il Pontefice prega dinanzi al monumento in marmo che riporta, uno ad uno, i nomi dei morti. Depone una ghirlanda e saluta i sopravvissuti e i familiari delle vittime. Ognuno ha in mano fotografie dei parenti scomparsi. Le loro voci: "Vogliamo giustizia e verità. Il Papa che viene a pregare qui ci porta speranza"


Nada apre le braccia e srotola una sciarpa dai colori del grigio, del nero e del bianco. Stampati, in quelli che sembrano tanti quadratini, ci sono una serie di volti. Donne, bambini, anziani, uomini, poliziotti, vigili del fuoco. Sopra la scritta Beirut August 4th 2020 6.07 pm – Forever in our hearts. Luogo, data, orario e facce degli oltre 245 morti della tragica esplosione del porto della capitale libanese che ha sfigurato una città, una nazione, un popolo. Nada è al porto in rappresentanza di Isaac, il bimbo di 2 anni australiano (è la vittima più giovane) ucciso dalla esplosione mentre era seduto sulla sedia della casa che i genitori avevano affittato mentre si trovavano di passaggio in Libano. “Mi hanno chiesto espressamente di essere qui affinché l’anima di Isaac e la sua famiglia possano ricevere la benedizione del Papa, di Papa Leone”.

La sciarpa con i volti delle vittime che Nada dona al Papa

Giustizia e verità

Il faccino di Isaac è anche lui impresso sulla sciarpa, la donna chiede di poterla regalare a Papa Leone XIV che oggi, come penultimo appuntamento del viaggio apostolico in Libano, visita questo luogo divenuto uno scenario spettrale con la sagoma dei silos esplosi massicciamente che si stagliano nel cielo, cumuli di detriti, macchine bruciate accalcate una sull’altra con sopra insetti che non lasciano tregua ai visitatori. L’aveva già regalata a Papa Francesco la sciarpa, Nada Abdelsater, durante l’udienza dell’agosto 2024, quella in Vaticano del Pontefice con sopravvissuti e familiari delle vittime e dei circa 7 mila feriti, in cui Jorge Mario Bergoglio fece proprio il loro grido: “Giustizia e verità”. Il grido, cioè, che ribadiscono da cinque anni in mezzo a indagini bloccate e quelli che definiscono “ostruzionismi”. Anche oggi, disposti in fila per la preghiera silenziosa con Leone XIV, lo ripetono: “Giustizia e verità”.

Il Papa in preghiera dinanzi al monumento in marmo che riporta i nomi delle vittime dell'espolosione (@Vatican Media)

Leone XIV in preghiera

Il Papa saluta una ad una queste persone, in lacrime o con le mani a tapparsi la bocca, disposte tutte in fila. Prima però si ferma a pregare davanti al memoriale in marmo che elenca tutti i nomi di coloro a cui la deflagrazione ha strappato la vita. Di colpo - come il fratello, il cugino e il cognato di Antonella “tutti pompieri” - oppure dopo una lenta agonia in ospedale. Leone si ferma a lungo, in piedi, con le mani giunte davanti alla stele. A un certo punto alza lo sguardo e inizia a camminare verso il monumento. Si inginocchia a deporre una ghirlanda di rose rosse, poi di nuovo si ferma davanti e apre le braccia, tenendole in alto. Una preghiera, una benedizione, tutto in silenzio. Si vede la bocca del Papa muoversi e sussurrare qualcosa. Le pale dell’elicottero che sorvola la zona impediscono di sentire ogni suono, incluse le lacrime dei parenti e dei sopravvissuti che assistono alla scena.

Il saluto a sopravvissuti e familiari delle vittime

Ognuno di loro porta addosso l’immagine dei propri cari perduti. Quasi tutti tengono in mano fotografie di mariti, mogli, figli, nonni, zii, cugini. C’è chi ha il volto del marito dentro a un ciondolo o stampato in una delle spillette attaccate ai giubotti. Una donna distribuisce volantini con la sagoma della figlia, una ragazza bionda e sorridente morta a 33 anni: “Non mi dimenticate, tenetemi sempre nelle vostre preghiere. Vi amo tutti. Krystel El Adem”, recita la scritta. Al porto è presente pure il ministro degli affari sociali, Hanine Sayed; sua madre è rimasta uccisa nell'esplosione del 2020. E c’è anche il primo ministro Nawaf Salam e il nunzio apostolico, monsignor Paolo Borgia. Restano in disparte mentre Papa Leone compie il giro dei saluti, stringendo la mano, benedicendo, poggiando la mano sul capo e abbassando la testa mentre questi uomini e queste donne gli riferiscono qualcosa all’orecchio. Davanti a un bambino, il Papa si inginocchia e afferra la foto del papà che il piccolo tiene tra le mani. Una mamma lo abbraccia.

Il Papa in ginocchio davanti a un bambino al porto di Beirut (@Vatican Media)

Le voci di chi ha perso il proprio caro

“Sono contenta”, dice ancora Antonella Hitti, “la presenza del Papa è una piccola dose di speranza. Noi preghiamo con lui. E preghiamo per la giustizia, la verità e le responsabilità”. “Vogliamo la verità, vogliamo sapere chi ha un ruolo”, fa eco Nohad Abdou. Le trema la mano con cui tiene il ritratto di Jacques Baramachian, suo nipote che viveva nell’edificio bianco di fronte al porto: “La visita del Papa certo è una speranza”.

La benedizione del Pontefice a sopravvissuti e familiari delle vittime (@Vatican Media)

Immancabile anche l’avvocatessa Cecile Roukos, tra i familiari che più di altri hanno alzato la voce in questi anni tramite media e web. Lei ha visto morire il fratello impiegato in una compagnia di navigazione: “Lavorava all'interno del porto... Aveva 45 anni. Era più giovane di me”. Tatiana Hasrouty aveva addirittura il padre Ghassan che lavorava qui nei silos. “È morto durante l’esplosione, l’intero edificio è crollato. Credo che il Papa possa portarci un messaggio di resilienza... Sono tra coloro che hanno incontrato Papa Francesco e lui ci ha dimostrato che non ci ha dimenticati. Con questa visita di Papa Leone, sappiamo che il Vaticano ci tiene in considerazione e sente la nostra sofferenza”. “Venire a pregare qui – aggiunge Tatiana - nel luogo dove sono morte tante persone, ci dà un messaggio di speranza. Non siamo solo cristiani, ma ci sono anche musulmani. È questo il messaggio più importante che ci trasmette: rimanere uniti, nella preghiera e nella speranza di trovare la verità”.

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(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 02/12/2025)

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SANTA MESSA

"Beirut Waterfront" (Beirut) 
Martedì, 2 dicembre 2025

Lasciato il Porto di Beirut, il Santo Padre si è trasferito al Beirut Waterfront per la celebrazione della Santa Messa.

Al suo arrivo, il Papa ha compiuto un giro in papamobile tra i fedeli.
Dopo il saluto di benvenuto del Patriarca di Antiochia dei Greco‑Melchiti e le Letture della Sacra Scrittura, il Santo Padre ha pronunciato la sua omelia.
Al termine della Santa Messa, il Patriarca di Antiochia dei Maroniti, S.B. Cardinale Béchara Boutros Raï, ha pronunciato alcune parole di ringraziamento.

Il Santo Padre, prima di salire in auto e trasferirsi all’Aeroporto Internazionale di Beirut per il congedo dal Libano, ha rivolto ai fedeli un appello.

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Il Papa: Libano, rialzati!
Sii profezia di pace, casa di giustizia e fraternità

Nella messa presieduta al Beirut Waterfront, Leone XIV esprime gratitudine per le “giornate intense” del suo primo viaggio apostolico, da cui porta con sé le sofferenze e le speranze delle persone incontrate. Invita a lasciare cadere le "corazze" delle chiusure etniche e politiche, aprendo le confessioni religiose "all'incontro reciproco"


Il fragore delle fragili e illusorie “corazze” — chiusure etniche e politiche indurite dal tempo — che si sgretolano a terra, vinte e disarmate da piccoli virgulti che spuntano ostinati, promettendo rinascita dentro una storia “apparentemente perduta”. E per ogni armatura che cade, una nazione si rialza: il Libano, bellezza antica cantata dalla Scrittura, “profezia di pace” e "casa di giustizia e fraternità" per l’intero Medio Oriente. È questo l’orizzonte che Papa Leone XIV contempla questa mattina, 2 dicembre, mentre presiede la messa al Beirut Waterfront, nell’ultimo giorno del suo primo viaggio apostolico.

Macerie e rinascita

La cornice è la linea di costa tra il porticciolo turistico e il centro della capitale del Paese dei cedri: un terreno recuperato dal mare grazie al riporto di terra e alle macerie del centro di Beirut, raso al suolo al termine della Guerra del Libano, prima della ricostruzione. Un luogo che porta quindi con sé tanto il segno della distruzione quanto, ancor più, quello della rinascita. Qui il Pontefice giunge, compiendo un giro in papamobile tra i fedeli, circa 120mila, in festa che sventolano le bandiere del loro Paese. Tra i presenti, anche il presidente del Libano, Joseph Aoun, e la moglie Nehmat.

La Papamobile tra i fedeli accorsi per la Messa celebrata da Leone XIV (@Vatican Media)

La dimensione della lode

Nell’omelia, pronunciata in lingua francese, Leone XIV rende grazie per le “giornate intense” appena trascorse, dalle quali porta con sé sofferenze e speranze di molti incontri, attingendo alla gratitudine che Gesù rivolge al Padre nel Vangelo di Luca, proclamato in lingua araba nel corso della celebrazione eucaristica.

La dimensione della lode, però, non sempre trova spazio dentro di noi. A volte, appesantiti dalle fatiche della vita, preoccupati per i numerosi problemi che ci circondano, paralizzati dall’impotenza dinanzi al male e oppressi da tante situazioni difficili, siamo più portati alla rassegnazione e al lamento, che allo stupore del cuore e al ringraziamento.

Il canto del Libano

È un invito alla lode, quello che il Papa offre al popolo libanese, destinatario di una terra dalla “bellezza rara”, ma segnata anche da mali capaci di offuscare tanta magnificenza. Leone XIV ne celebra la bellezza citando le Scritture: i Salmi cantano i poderosi cedri, simboli del Paese; il Cantico dei Cantici paragona il profumo delle vesti della sposa a quello della terra mediorientale.

E a Gerusalemme, città santa rivestita di luce per la venuta del Messia, Egli annuncia: “La gloria del Libano verrà a te, con cipressi, olmi e abeti, per abbellire il luogo del mio santuario, per glorificare il luogo dove poggio i miei piedi”.

Le ferite di un popolo

A tali meraviglie fanno però da contraltare ferite e sofferenze difficili da rimarginare, come l’esplosione nel porto di Beirut del 4 agosto 2020, che uccise oltre 200 persone e ne ferì più di 7.000. Proprio lì il Pontefice ha appena vissuto un momento di silenziosa preghiera, incontrando i familiari delle vittime. A oscurare lo splendore della terra libanese contribuisce anche un contesto politico “fragile” e “spesso instabile”, insieme alla “drammatica” crisi economica che la attanaglia, e alle violenze e ai conflitti “che hanno risvegliato antiche paure”.

Luci nel cuore della notte

In tali condizioni, non è semplice essere grati, ammette il Papa. È spontaneo lasciarsi prendere dal disincanto, vedere la lode sprofondare nella desolazione del cuore, lasciando inaridire la “sorgente della speranza” nell’incertezza e nel disorientamento.

La Parola del Signore, però, ci invita a trovare le piccole luci splendenti nel cuore della notte, sia per aprirci alla gratitudine che per spronarci all’impegno comune a favore di questa terra.

Il Messia in un germoglio

Gesù, infatti, non rende grazie per opere straordinarie, ma per una luce che si rivela ai piccoli, a coloro che “sembrano contare poco o niente”. Sono quei piccoli virgulti che, come scrive il profeta Isaia, spuntano da un tronco: una metafora quanto mai precisa in un Paese che fa del cedro il suo simbolo.

Una piccola speranza che promette la rinascita quando tutto sembra morire. Così viene annunciato il Messia e, venendo nella piccolezza di un germoglio, può essere riconosciuto solo dai piccoli, da coloro che senza grandi pretese sanno riconoscere i dettagli nascosti, le tracce di Dio in una storia apparentemente perduta.

Occhi nuovi

La storia da scrivere, invece, è quella di occhi nuovi, capaci di riconoscere il valore del germoglio che cresce anche nel dolore.

Piccole luci che risplendono nella notte, piccoli virgulti che spuntano, piccoli semi piantati nell’arido giardino di questo tempo storico possiamo vederli anche noi, anche qui, anche oggi.

Il valore della piccolezza, Leone XIV lo riconosce anzitutto nelle famiglie, per poi allargarlo alle scuole cristiane, alle parrocchie, alle congregazioni, ai movimenti, ai sacerdoti, ai religiosi e ai laici. Per tutti loro sale la preghiera di Gesù: “Ti rendiamo lode, o Padre!”.

La Messa celebrata dal Papa al Beirut Waterfront (ANSA)

“Dio ha pensato la nostra vita”

Dire grazie, però, non è una consolazione “intimistica e illusoria”: la gratitudine deve trasformare il cuore, convertirlo alla vita, ricordando che, alla luce della fede, “Dio ha pensato la nostra vita”.

E, perciò, tutti noi siamo chiamati a coltivare questi virgulti, a non scoraggiarci, a non cedere alla logica della violenza e all’idolatria del denaro, a non rassegnarci dinanzi al male che dilaga.

Disarmare i cuori

Per farlo esiste solo un modo: disarmare i cuori.

Facciamo cadere le corazze delle nostre chiusure etniche e politiche, apriamo le nostre confessioni religiose all’incontro reciproco.

“Libano, rialzati!”

La ripartenza può e deve avvenire dal Libano, dove l’auspicio del Papa è che tutti possano riconoscersi fratelli e sorelle. È un sogno affidato al suo popolo.

Libano, rialzati! Sii casa di giustizia e di fraternità! Sii profezia di pace per tutto il Levante!

Il saluto del Patriarca di Antiochia dei Greco-Melchiti

Ad ulteriore riprova della ricchezza culturale del Libano, le intenzioni della preghiera dei fedeli vengono lette in svariate lingue: greco, inglese, siriaco, armeno, francese, arabo. La messa è introdotta da un saluto di benvenuto del Patriarca di Antiochia dei Greco-Melchiti, Youssef Absi, che esprime a sua volta gratitudine per l’impegno dimostrato dal Pontefice nel “preservare e sostenere” le Chiese orientali. Il suo primo viaggio apostolico è stato motivo di conforto per tutti gli abitanti del Medio Oriente, “ansiosi e smarriti”, i quali ripongono piena fiducia in uno sforzo costante affinché la pace possa finalmente giungere nella regione. Durante le sue visite — dal santuario di San Charbel ai degenti dell'ospedale De la Croix — Leone XIV ha mostrato “l’essenziale”: la preghiera e la cura per quanti soffrono. Un segno che diventa per tutti fonte di profonda gioia e di quella pace “che nulla e nessuno potrà toglierci, perché sono la promessa del Signore”.

Il ringraziamento del Patriarca di Antiochia dei Maroniti

Al termine della celebrazione prende la parola il cardinale Béchara Boutros Raï, patriarca di Antiochia dei Maroniti, che esprime la comune riconoscenza e la gioia per la presenza del Papa. Una visita che ravviva la determinazione del popolo libanese a operare per la pace nella regione. Ricordando la missione affidata da Leone XIV a ogni fedele — “costruire ponti” e incoraggiare l’umanità — il porporato sottolinea come il messaggio di comunione tra tutte le componenti della società libanese “sia un faro che illumina la nostra uscita dalle prove e guida i nostri cuori verso la vita ritrovata”. In conclusione, il Papa dona un calice al cardinale.
(fonte: Vatican News, articolo di Edoardo Giribaldi 02/12/2025)

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CERIMONIA DI CONGEDO  

Aeroporto Internazionale Rafiq Hariri (Beirut) 
Martedì, 2 dicembre 2025

Lasciato il Beirut Waterfront, il Santo Padre Leone XIV si è trasferito in auto all’Aeroporto Internazionale di Beirut, per la Cerimonia di Congedo dal Libano.

Al suo arrivo, alle ore 12.20 (ora locale), il Papa è stato accolto dal Presidente della Repubblica libanese.

Dopo il saluto delle rispettive Delegazioni, la Guardia d’Onore e il discorso del Presidente, Papa Leone XIV ha pronunciato il suo discorso.

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Il Papa saluta il Libano:
cessino attacchi e ostilità, scegliamo il dialogo e la pace

Leone XIV si congeda dal Paese dei cedri dove è stato accolto da un "popolo che non ama l'isolamento, ma l'incontro". Rassicura che il distacco prepara a procedere "insieme" in uno spirito di fraternità per tutto il Medio Oriente. Il pensiero va alle regioni che non è stato possibile visitare: Tripoli e il nord, la Beqaa, Tiro, Sidone, i luoghi biblici, il sud, che vive una situazione di conflitto e incertezza. L'appello: "le armi uccidono, la trattativa, la mediazione e il dialogo edificano"


“Non ci lasciamo”

Le parole con le quali all'aeroporto internazionale di Beirut, dopo la Messa presieduta al Waterfront della capitale, il Pontefice si congeda dal Paese dei cedri e con cui termina il suo primo viaggio apostolico, tanto desiderato e preparato dal predecessore Francesco, sono parole di grande dolcezza, speranza, ringraziamento per aver vissuto incontri che gli hanno trasmesso una forte energia interiore. Il suo è un abbraccio che si estende a tutto il popolo, in particolare alle regioni dove imperversa il conflitto e l'instabilità. Ad accoglierlo prima decollare e far rientro a Roma, il presidente della Repubblica Joseph Aoun e i rappresentanti istituzionali civili e religiosi. Alberi di ulivo adornano l'area allestita per i saluti delle delegazioni e i riti della guardia d'onore.

La cerimonia di congedo (@Vatican Media)

Aoun si fa portavoce della volontà di impegnarsi sulla via della pace. "Abbiamo percepito la profondità del suo amore per il Libano e il suo popolo - sottolinea il capo di Stato -, e la sincerità del suo desiderio di vedere una nazione di missione, dialogo, apertura, libertà e dignità per ogni essere umano". Esalta la fedeltà di questo popolo che, afferma, merita la vita, ne è degno. Il grazie a Leone XIV dell'ascolto e della speranza e del conforto che qui ha portato.

Impegno per la pace in tutto il Medio Oriente

La pace, parola che ha attraversato l'intera permanenza del Papa in queste terre tra Oriente e Occidente, è quella che invita a coltivare nel futuro. E mentre nel suo discorso finale non nasconde che "partire è più difficile che arrivare" e che porterà nel cuore questa cultura in cui è entrato "con delicatezza", Leone rassicura: "essendoci incontrati andremo avanti insieme". E aggiunge:

Speriamo di coinvolgere in questo spirito di fraternità e di impegno per la pace tutto il Medio Oriente, anche chi oggi si considera nemico.

Il pensiero va poi a Papa Francesco che "cammina con noi insieme a tanti altri testimoni del Vangelo". Sottolinea il particolare legame con chi ci precede nel segno della fede d cui ereditiamo l'amore che ha animato la loro vita.

Il saluto alle regioni che non è stato possibile visitare

Non è estranea al Papa la sofferenza della gente del sud del Libano, tanto che la ricorda in modo esplicito, ricorda le terre che "non è stato possibile visitare": Tripoli e il nord, la Beqaa e il sud del Paese, Tiro, Sidone, i luoghi biblici, tutte le zone e in particolare il sud, che attualmente vivono una situazione di conflitto e incertezza. Anche alle popolazioni di quest'area va l'affetto del Pontefice. A tutti l'auspicio di restare "forti come cedri". A tutti l'abbraccio unito alla raccomandazione: "Cessino gli attacchi e le ostitlità", affinché, conclude, il Libano possa davvero incarnare quel messaggio di convivenza che già cinquant'anni fa San Giovanni Paolo II aveva attribuito al Paese. La benedizione apostolica si fonde con il ringraziamento pronunciato anche in arabo.

A tutti il mio abbraccio e il mio augurio di pace. E anche un accorato appello: cessino gli attacchi e le ostilità. Nessuno creda più che la lotta armata porti qualche beneficio. Le armi uccidono, la trattativa, la mediazione e il dialogo edificano. Scegliamo tutti la pace come via, non soltanto come meta!

Portare con sé il dolore e la sete di verità e giustizia

Il Successore di Pietro accenna ai momenti significativi che hanno caratterizzato il contatto con le radici spirituali della nazione e che gli hanno permesso di apprezzare la venerazione, condivisa anche con i musulmani, della Vergine Maria. Così come ricorda la breve ma profondamente toccante visita al porto di Beirut, dove l'esplosione di cinque anni fa "ha devastato non soltanto un luogo, ma tante vite".

Ho pregato per tutte le vittime e porto con me il dolore e la sete di verità e di giustizia di tante famiglie, di un intero Paese.
(fonte: Vatican News, articolo di Antonella Palermo 02/12/2025)

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