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venerdì 1 maggio 2026

«Eravamo città delle auto, vogliamo diventare città delle armi?», appello del card. Repole per la festa del lavoro

«Eravamo città delle auto, vogliamo diventare città delle armi?», appello del card. Repole per la festa del lavoro

Messaggio dell’arcivescovo per la memoria liturgica di S. Giuseppe Artigiano venerdì 1° maggio 2026 


Pubblichiamo di seguito il messaggio del card. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, indirizzato ai lavoratori, agli imprenditori e alle loro famiglie per la Festa del Lavoro, nella memoria liturgica di San Giuseppe Artigiano, che ricorre venerdì 1° maggio 2026.

«Carissimi,

il nostro cuore in questo tempo di guerra è turbato e deve vigilare per non abituarsi, deve restare inquieto. Anche la Festa del Lavoro, che i cristiani vivono guardando all’esempio mite di san Giuseppe Artigiano, contiene quest’anno motivi di inquietudine: desidero condividervi il mio turbamento al pensiero che le guerre seminano morte nel mondo eppure qui a Torino, a Susa e in Piemonte rappresentano un vantaggio economico per le aziende che producono forniture militari e si offrono come motore di rilancio dell’occupazione.

Ci va bene così? Accettiamo qualsiasi tipo di lavoro, purché sia lavoro? Lo domando a me prima che ad altri perché siamo corresponsabili, le nostre azioni e i nostri stili di vita sono intrecciati: la città siamo noi, tutti insieme.

Sappiamo che decenni di crisi industriale hanno lasciato sacche di disoccupazione da risolvere. Nessuno può pretendere che i disoccupati rifiutino le occasioni di lavoro, perché sono l’anello più fragile della catena. Però dobbiamo fermarci e riflettere se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi.

So che si preferisce parlare di industria della Difesa, ma è inutile girarci attorno: il mercato degli ordigni di morte sta fiorendo e sta distribuendo ricchi profitti agli azionisti solo perché le armi vengono usate in altre parti del mondo per uccidere e devastare. Credo che non possiamo cercare la vita con una mano e toglierla con l’altra, non possiamo disgiungere pace e lavoro. Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?

Carissimi, faccio mie le parole di Leone XIV al corpo diplomatico: non basta parlare di pace, «occorre la volontà di smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte». La guerra ha radici nell’odio e nelle ingiustizie del mondo, ma è anche un grande business economico e sta spingendo sulla produzione delle armi, probabilmente oltre il bisogno di difesa da parte di un Paese come l’Italia.

Allora fermiamoci, cari amici, e ragioniamo tutti insieme – istituzioni e cittadini, imprenditori, sindacalisti, famiglie – domandiamoci quali persone vogliamo essere, come vogliamo spendere le nostre esistenze e la nostra comunità: eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi? La Chiesa locale, con la sua Pastorale del Lavoro, è pronta a offrirsi come luogo di incontro, confronto e approfondimento».
(fonte: Diocesi di Torino 29/04/2026)



lunedì 9 febbraio 2026

Tonio Dell'Olio: Quell’alleanza economico-militare

Tonio Dell'Olio
 
Quell’alleanza economico-militare
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  9 Febbraio 2026


Leone XIV ieri ha concluso l’Angelus con un’affermazione tanto perentoria quanto provocatoria e rischiosa: “Continuiamo a pregare per la pace – ha detto. Le strategie di potenza economica e militare – ce lo insegna la storia – non danno futuro all’umanità. Il futuro sta nel rispetto e nella fratellanza tra i popoli”. 

Una vera e propria denuncia netta e senza scampo di quell’alleanza tanto distruttiva da compromettere lo stesso destino della storia. Il papa ha avuto il coraggio di contestare pubblicamente quanto sta avvenendo sotto gli occhi di tutti e senza che si alzino obiezioni di sostanza. 

Oggi non sono le guerre a richiedere armi ma le armi a provocare le guerre. Siamo governati dalla logica del profitto che bisogna raggiungere a tutti i costi (e al massimo) sulla pelle della gente. 

Da un’altra angolatura l’aveva detto con chiarezza persino un presidente Usa, Dwight D. Eisenhower: “Nei consigli di governo dobbiamo guardarci dall’acquisizione di un’influenza indebita, voluta o meno, da parte del complesso militare-industriale. Il potenziale per una disastrosa crescita di potere mal riposto esiste e persisterà.” E poi aggiunse: “Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i nostri processi democratici”. 
Era il 17 gennaio 1961 e la situazione era incomparabilmente meno minacciosa rispetto allo strapotere di quell’alleanza oggi.


venerdì 6 febbraio 2026

Armiamoci, ma chi parte?

Armiamoci, ma chi parte?

(Foto di Roberto Zanotto)

La propaganda bellica sta ormai penetrando ogni strato della società civile e il fenomeno della militarizzazione delle scuole è ormai fuori controllo. E’ necessario che la scuola si faccia portavoce di valori di pace e che la guerra venga mostrata per ciò che è: morte e distruzione.

Le immagini di guerra e i video provenienti direttamente dal fronte inondano ormai i feed dei nostri social media e le prime pagine di ogni testata giornalistica. Gli ultimi dati forniti dal Centre for Strategic and International Studies (CSIS) parlano di quasi due milioni di soldati uccisi, feriti o dispersi dall’inizio della guerra in Ucraina.

Dal 7 ottobre 2023 abbiamo assistito a un genocidio compiuto da Israele a Gaza sotto i nostri occhi, con testimonianze, immagini e video di quanto stava accadendo disponibili su ogni piattaforma online. Bambini e civili uccisi a sangue freddo mentre raccoglievano i pochissimi aiuti umanitari che riuscivano ad arrivare, immortalati dagli obiettivi dei reporter che hanno reso queste immagini accessibili al mondo intero.

Questi sono solo due esempi tra i più di 56 conflitti attualmente in corso nel mondo, il numero più alto mai registrato dalla Seconda Guerra Mondiale, che coinvolgono circa 92 Paesi e causano oltre 100 milioni di sfollati.

In questo contesto si inserisce la nuova propaganda bellicista portata avanti dai governi e dagli stati maggiori europei, che culmina nel piano “ReArm Europe”, con cui l’Unione Europea ha deciso di stanziare 800 miliardi di euro per il potenziamento del settore militare. Una spesa giustificata dall’apparente presenza di un nemico ormai alle porte.

Mentre le azioni delle principali aziende produttrici di armi schizzano alle stelle, il dilemma fondamentale rimane uno: armiamoci, ma chi parte?

Il Ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha affermato che ci troviamo nella “fase peggiore dalla Seconda Guerra Mondiale” ed è proprio in questo contesto che, legittimati dalla narrazione del “nemico alle porte”, i principali governi europei stanno riportando nel dibattito pubblico il tema della reintroduzione della leva militare, seppur nella maggior parte dei casi in forma volontaria.

L’equazione, d’altronde, non risulta complessa: più armi, più uomini pronti a combattere.

In questo quadro trova perfettamente posto la nuova propaganda bellicista all’interno delle scuole italiane di ogni ordine e grado e la costante e crescente militarizzazione degli spazi civili, con particolare attenzione proprio alle scuole, luogo ideale per reclutare giovani leve.

Come denuncia l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole “le scuole stanno sempre più diventando terreno di conquista di un’ideologia bellicista e di controllo securitario che si fa spazio attraverso l’intervento diretto delle forze armate (in particolare italiane e statunitensi), declinato in una miriade di iniziative tese a promuovere la carriera militare in Italia e all’estero e a presentare le forze armate e le forze di sicurezza come risolutive di problematiche che appartengono alla società civile.”

Si registra in particolare un preoccupante aumento delle attività interne agli istituti scolastici, come i PCTO (ex alternanza scuola-lavoro), progetti di orientamento e protocolli di intesa firmati da rappresentanti dell’Esercito con il Ministero dell’Istruzione, gli Uffici Scolastici Regionali e Provinciali e le singole scuole.

La realtà cruda della guerra, oggi inaccettabile per l’opinione pubblica almeno a casa nostra, viene mascherata e nascosta agli studenti, contribuendo così a una normalizzazione della violenza bellica e a un’immagine edulcorata e mistificata della guerra.

È necessario quindi contrastare questa narrazione militarista e bellicista portata avanti dalle Forze Armate e dai governi europei, ribadendo che la scuola è un’istituzione che promuove i valori della pace, della solidarietà, dello sviluppo della capacità critica e dell’autodeterminazione.

Per combattere questo fenomeno e promuovere valori opposti di pace e disarmo, è indispensabile costruire all’interno degli spazi scolastici iniziative di confronto, di autogestione e di dialogo su tematiche di attualità, oltre a momenti di approfondimento sulle guerre in corso, mostrandole non più come un gioco di strategia, ma facendo emergere le tragedie e la morte che portano con sé.
(fonte: Pressenza, articolo di Teodoro Palpacelli 29.01.26)

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Vedi anche il post:
La guerra entra in classe: nazionalismo, leva e riarmo parlano ai ragazzi


lunedì 19 gennaio 2026

La guerra entra in classe: nazionalismo, leva e riarmo parlano ai ragazzi


La guerra entra in classe:
nazionalismo, leva e riarmo parlano ai ragazzi 


Quanto è accaduto nelle scuole italiane nei giorni precedenti e successivi al 4 novembre, con le oltre duecento iniziative organizzate nelle scuole italiane insieme alle forze armate, non rappresenta un episodio isolato. È piuttosto un sintomo, uno dei tanti segnali di una pressione culturale e simbolica sempre più evidente che, in questo tempo di guerra, si esercita sulle giovani generazioni. Una pressione che parla il linguaggio del patriottismo, della sicurezza, dell’emergenza permanente. E che rischia di trasformarsi in nazionalismo educativo.

Lo segnala da tempo l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università: la presenza dei militari negli istituti scolastici, la normalizzazione delle divise, l’enfasi sui valori della “difesa” e dell’“orgoglio nazionale” non avvengono nel vuoto. Avvengono mentre l’Europa discute apertamente di riarmo, mentre si moltiplicano i programmi di ReArm Europe, mentre tornano nel dibattito politico proposte di riforma o reintroduzione della leva – magari “moderna”, “volontaria”, “civico-militare”, ma pur sempre orientata a preparare i giovani a uno scenario di conflitto.

In questo contesto, portare le forze armate nelle scuole non è una semplice attività commemorativa. È un messaggio. Dice ai ragazzi che la guerra è un orizzonte possibile, forse inevitabile. Che la sicurezza passa dalle armi. Che l’identità nazionale si esprime attraverso l’uniforme. Il 4 novembre diventa così un laboratorio simbolico: non tanto memoria storica, quanto educazione all’obbedienza e all’appartenenza, più che al pensiero critico.

Il problema non è studiare la storia, né conoscere il ruolo delle istituzioni militari. Il problema è l’asimmetria del racconto. Ai ragazzi si mostrano mezzi, carriere, rituali, bandiere. Molto meno spazio viene dato alle conseguenze reali della guerra, alle vittime civili, ai traumi, alle alternative nonviolente, alla diplomazia, al diritto internazionale, all’obiezione di coscienza. La guerra entra in classe in forma rassicurante, ordinata, persino seducente.

E mentre si chiede alle nuove generazioni di “sentirsi parte” di una comunità nazionale sotto minaccia, si restringe lo spazio per il dissenso. Chi solleva dubbi viene facilmente accusato di ingenuità, disfattismo o irresponsabilità. È una dinamica nota: nei tempi di guerra il nazionalismo cresce, e con esso la richiesta di allineamento. La scuola, invece di essere un argine, rischia di diventare uno strumento.

Le proposte sulla leva – presentate spesso come opportunità educative o di coesione sociale – si inseriscono in questa stessa logica. Non si parla di un’educazione alla pace rafforzata, di investimenti equivalenti nella cooperazione, nella mediazione dei conflitti, nella cultura dei diritti. Si parla di preparazione, resilienza, prontezza. Parole che appartengono più al lessico militare che a quello pedagogico.

Il 4 novembre, dunque, non è “solo” una ricorrenza. È uno specchio del clima che stiamo costruendo. Un clima in cui ai ragazzi viene chiesto di interiorizzare l’idea che la guerra sia normale, che il riarmo sia necessario, che l’identità passi per la forza. E tutto questo mentre i conflitti reali – dall’Ucraina a Gaza, fino ad altri dimenticati – mostrano ogni giorno il fallimento di questa logica.

L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università chiede una cosa semplice e radicale: che la scuola resti uno spazio libero, capace di offrire strumenti critici, non narrazioni precostituite. Perché educare in tempo di guerra non significa preparare alla guerra, ma fornire gli strumenti per non subirla come destino.

Se non si apre ora un dibattito serio, il rischio è che una generazione cresca abituata all’idea che il conflitto sia permanente e che la risposta sia sempre militare. E allora il 4 novembre non sarà più una data da discutere, ma solo una tappa di un percorso già tracciato.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Laura Tussi 16/01/2026)


giovedì 6 novembre 2025

Don Luigi Ciotti: "Non combatteremo la vostra guerra"

Don Luigi Ciotti:
"Non combatteremo la vostra guerra"

Chi ci governa presenta il riarmo come una scelta obbligata, da perseguire anche a spese del welfare. Serve contrattaccare sul piano morale, alzare la voce: se vuoi la pace, prepara la pace


Fin dall’antichità i potenti provano a convincerci che "se vogliamo la pace, dobbiamo preparare la guerra". E anche se il mondo è radicalmente cambiato negli ultimi decenni, dopo la tragedia delle guerre mondiali, questa massima continua a dettare la linea. Secoli di progresso scientifico e tecnologico, filosofico, politico e sociale non sono bastati a ribaltare la prospettiva. Denunciamo gli orrori delle guerre lontane – sempre meno! – da noi, ma nulla facciamo per prevenire quelle che potrebbero travolgerci a breve. Invece di ripudiare l’ipotesi di nuove guerre, come vorrebbe la Costituzione, pensiamo a farci "trovare pronti". Pronti a combattere, s’intende.

Senza se e senza ma

La scelta di riarmo che l’Europa porta avanti compatta si spiega prima di tutto col rifiuto di abbandonare questa logica arcaica. Si compilano pagine e pagine di analisi, si organizzano convegni e incontri istituzionali di alto profilo per capire quando e quanto investire in nuovi armamenti, in una discussione senza se e senza ma: le classi dirigenti sembrano dare la guerra per scontata.

Non sono un esperto di geopolitica, e non mi permetto di confutare le previsioni degli analisti che da anni studiano le mosse dei vari Paesi, europei e non. Eppure mi sembra che se qualcosa dovrebbe caratterizzarci, come democratici, è l’apertura all’imprevisto e al cambiamento. L’idea che la volontà dei popoli possa evolvere ed esprimersi in una direzione diversa dal passato. Lo abbiamo visto accadere: da ottant’anni le nazioni europee, che si erano dilaniate senza sosta per secoli, riescono a convivere in pace. E quando la pace è stata interrotta, come è accaduto durante il conflitto nei Balcani, abbiamo sentito quella violenza come una ferita nel corpo vivo del Continente. Questa pace ha portato benessere, diritti e il rafforzamento dei meccanismi di governo sovranazionali, ha contagiato le nazioni vicine. La gente ama la pace! Qualsiasi sondaggio d’opinione lo dimostra. E persino l’affermazione elettorale di alcune forze politiche sovraniste sembrerebbe poggiare – anche – sull’idea che un maggiore isolamento internazionale significhi un minore rischio di conflitto sul proprio territorio.

Le altre armi spuntate

A dispetto di questo, l’Europa sceglie la strada della deterrenza armata. Ci viene detto che è una scelta obbligata, dettata dalle mosse minacciose dei nostri "nemici", primo fra tutti la Russia di Putin con altre dittature sue alleate. Non voglio certo difendere quel tipo di personaggio e i suoi metodi aggressivi, sciagurati in politica interna prima ancora che fuori dai confini.

Eppure mi chiedo: davvero dobbiamo ingaggiare con quella parte di mondo un confronto sul piano della forza? Se ci teniamo a difendere la nostra libertà, e le specificità del nostro modello di vita e di governo, non dovremmo piuttosto spostare il confronto sul piano dell’etica? Non possiamo provare a vincere con le armi della pace? Con la verità, la giustizia, il dialogo, il progresso economico e sociale? Forse non lo facciamo perché in fondo siamo consapevoli che, anche nel nostro decantato mondo occidentale, si tratta di armi spuntate, rese deboli dal prevalere di interessi assai meno nobili, che non hanno nulla di collettivo né di pacifico.

Ha detto Papa Leone XIV: "Come è possibile che ci sia pace in un mondo che si affida alla legge del più forte e del più ricco, a scapito del diritto internazionale?". Mi pare che questo richiamo sia ugualmente valido per l’Oriente e l’Occidente, il capitalismo nelle sue varianti socialista o liberista, le dittature e le democrature, chi punta ad ampliare militarmente i propri confini e chi invece li difende facendo la guerra al più derelitto degli “eserciti”: quello delle persone migranti in cerca di dignità.

Alziamo la voce

La pace è l’arte del compromesso, cioè del promettersi insieme qualcosa che ci fa contenti a metà per salvarci da una distruzione completa. Una promessa fatta con le armi in pugno però non vale nulla, come vediamo bene con la fragilissima e ambigua tregua firmata di recente in Palestina, dove chi avallava le distruzioni ha deciso che adesso è più lucroso ricostruire.

Secondo gli ultimi dati, sono in corso 59 guerre nel mondo. Hanno radici storiche, economiche e sociali diversissime, ma tutte si legano a quella vecchia e ormai logora idea: per avere la pace, devi preparare la guerra. Devi armarti e aspettare il minimo pretesto per attaccare. Questo ha portato nel 2024 a un record nella spesa militare globale, che ha toccato i 2.718 miliardi di dollari. I nuovi obiettivi della Nato prevedono inoltre di portare al 5 per cento del pil gli investimenti bellici entro il 2035, che per l’Italia vorrebbe dire spendere 100 miliardi di euro in più, le stesse che non si trovano per il welfare, l’istruzione, la salute, i diritti di base!

Come ha detto bene Papa Francesco, è il momento di "scardinare tale logica e procedere sulla via di un disarmo integrale, poiché nessuna pace è possibile laddove dilagano strumenti di morte". I giovani che hanno riempito le piazze in Italia e non solo in difesa di un popolo inerme massacrato mi danno la speranza che sia finalmente arrivato il tempo di contrattaccare, sul piano ideologico e morale. Se vuoi la pace, prepara la pace! Armati di santa pazienza, studia la lingua del tuo vicino, pratica la nonviolenza a partire dai rapporti più intimi, familiari e sociali. Usa parole disarmate e disarmanti. E alza la voce, se serve. Ma soltanto per dire: no grazie, io quell’arma non la prendo, io la tua guerra non la combatto.

(fonte: lavialibera 01/11/2025)


martedì 29 luglio 2025

Vito Alfieri Fontana, “Armi? Non nel mio nome”

Vito Alfieri Fontana, “Armi? Non nel mio nome”

Summer School EduCare, “oggi per essere futuro”. Sala piena a Pellizzano in Val di Sole per ascoltare Vito Alfieri Fontana, ex produttore di mine antiuomo. Per fermare la guerra occorre una forte partecipazione democratica

Vito Alfieri Fontana foto C Copparoni

È di estrema attualità e rilevanza la testimonianza che l’ingegnere Vito Alfieri Fontana ha condiviso in Val di Sole nel contesto della Summer School EduCare, oggi per essere futuro. Ex produttore di mine nell’azienda di famiglia, una delle fabbriche di armi più conosciute in Italia e all’estero, ha deciso di chiudere l’impresa e di iniziare una nuova vita. Una scelta che comportava una svolta radicale, ma che era l’unica strada che in coscienza si sentiva di percorrere: bonificare i campi delle mine che lui stesso aveva fabbricato. Pensare ai bambini che nei campi minati avrebbero giocato con questi artefatti “mi faceva male – racconta Fontana –. Sentivo che stavo diventando un depravato”.

Nel contesto attuale in cui si parla di riarmare l’Europa, la sua è un’esperienza controcorrente che incita a fermare la crudeltà nella progettazione delle armi. Ieri come oggi ha esclamato “Non nel mio nome” a perpetuare le vittime innocenti. Un no che trova eco nel comune sentimento della gente, già che afferma che il 99,6% delle persone non vuole la guerra. Per questo motivo considera moralmente inaccettabile e antidemocratico che solo alcuni potenti, una piccolissima fetta della popolazione, detengano la decisione di farla.

Secondo l’ingegnere si dovrebbero da subito avviare comitati etici di controllo all’interno delle industrie stesse che producono armi. Ma più di tutto è necessario rimettere in moto una mentalità politica che agisca orientata da valori diversi dal semplice tornaconto economico.

Non si tratta di pacifismo, ma di operare la pace in maniera diffusa, attiva e convinta. Per lui – che per 17 anni ha percorso i Balcani sminando le micidiali bombe che aveva fabbricato – ogni spazio delle nostre coscienze, come ogni metro quadro bonificato dalle armi, è un terreno che strappiamo alla guerra e restituiamo alla pace.


Al folto pubblico presente e ai giovani della Summer School interuniversitaria in corso in Val di Sole ha rivolto un forte appello: «La volontà di decidere sta in ciascuno di noi ed è arma potentissima che si esprime con la partecipazione politica. Non sprechiamola! Bisogna che come cittadini riprendiamo in mano con convinzione il nostro destino».
(fonte: Città Nuova, articolo di Candela Copparoni 21 Luglio 2025)

lunedì 28 luglio 2025

La nonviolenza in un mondo in guerra, intervista a Pasquale Pugliese

La nonviolenza in un mondo in guerra,
intervista a Pasquale Pugliese 
a cura di Carlo Cefaloni

Dialogo con l’esponente del Movimento Nonviolento, filosofo studioso del pensiero di Aldo Capitini, di fronte all’estendersi di conflitti sempre più cruenti che spingono ad incrementare la corsa al riarmo già in atto in Europa

Parata militare della vittoria a Mosca p maggio 2025 EPA/MAXIM SHIPENKOV

Viviamo oggi un tempo in cui dirsi pacifisti non è certo più di moda e anzi appare una colpa. Ognuno, poi, ha il suo idealtipo di “pacifista immaginario” da criticare. Abbiamo perciò incontrato Pasquale Pugliese, un vero esponente del variegato movimento per la pace in Italia, per esaminare alcuni nodi tematici di un dibattito sempre più serio. Lo scenario di un conflitto armato in Europa non è più così lontano come dicono, con toni di realismo politico, molti leader e capi di stato. Il presidente francese Macron, nel discorso tradizionale del 14 luglio, ha giustificato il raddoppio della spesa militare affermando che «l’ Europa non è mai stata così in pericolo dopo il 1945».

Pasquale Pugliese foto Sereno Regis
Intervistiamo perciò Pasquale Pugliese che originario di Tropea, vive e lavora a Reggio Emilia. Di formazione filosofica, si occupa di educazione, formazione e politiche giovanili. Impegnato per il disarmo, militare e culturale, è stato segretario nazionale del Movimento Nonviolento fino al 2019. Cura diversi blog, tra cui uno sul sito de Il Fatto, ed è autore di alcuni testi come “Introduzione alla filosofia della nonviolenza di Aldo Capitini” e “Disarmare il virus della violenza“.

Come filosofo ed esponente del Movimento Nonviolento fondato da Aldo Capitini come si pone davanti alla questione dell’invio di armi all’Ucraina e riconoscimento del diritto alla difesa armata di una nazione?

Il Movimento Nonviolento, insieme alla Rete Italiana Pace e Disarmo di cui è parte, si oppone all’invio di armi all’Ucraina pur riconoscendo il diritto di difesa di una nazione aggredita. Occorre dire che se inizialmente c’è stata una resistenza popolare, ora in Ucraina si registrano fenomeni di costrizione a combattere e molte diserzioni dal fronte. La logica dominante, intrisa di bellicismo, sostiene che fornire armi sia l’unico modo per permettere all’Ucraina di resistere e mantenere aperta una via diplomatica. Dopo oltre tre anni di guerra e centinaia di migliaia di vittime è evidente che quello armato è uno strumento totalmente contraddittorio rispetto al fine. L’unica soluzione possibile può maturare attraverso i negoziati: l’alternativa è una guerra nucleare.

È diffuso il paragone tra Putin e Hitler e quindi la necessità di non “cedere” all’aggressore. Cosa non vi convince di questa impostazione?

Il paragone tra Putin e Hitler, che invoca il rischio di una politica di appeasement come quella di Monaco del 1938, appare una semplificazione infondata. Il punto non è se “darla vinta” a Putin quanto piuttosto trovare un nuovo assetto geopolitico mondiale basato sulla coesistenza pacifica e multipolare, nel rispetto da parte di tutti del diritto internazionale, dove nessun soggetto possa intraprendere guerre impunemente, come è avvenuto anche da parte occidentale in Afghanistan, Iraq e Libia. L’obiettivo è ridefinire la geopolitica globale, attraverso una Conferenza internazionale di pace, senza arrivare a scatenare la guerra tra superpotenze nucleari. Siamo a cinquant’anni dalla Conferenza di Helsinki alla quale bisognerebbe ispirarsi.

Quale è, a suo parere, il ruolo dell’Europa nel contesto attuale di conflitto e riarmo?

Dal punto di vista diplomatico, è quello del “terzo assente”, per citare Norberto Bobbio, avendo abdicato alla sua funzione di mediatore politico ed essendo diventato mero fornitore di armi ad una delle parti in conflitto. Contribuendo così all’attuale escalation bellica e, contemporaneamente, alimentando il pretesto per il “riarmo”. Che in realtà è l’accelerazione di un processo in atto da vent’anni basato sulla costruzione del “nemico” – oggi il “pericolo russo” – per giustificare l’aumento abnorme delle spese militari, cioè i profitti dell’industria bellica internazionale, sottraendo gigantesche risorse agli investimenti civili e sociali.

Quali sono le proposte concrete del Movimento Nonviolento per una “pace giusta”?

Il Movimento Nonviolento, oltre alla campagna di Obiezione alla guerra a sostegno degli obiettori di coscienza di entrambi fronti, promuove “cinque passi di strategia nonviolenta” per un’uscita di sicurezza dalla guerra in Ucraina. Tra questi, vi, appunto, è la proposta di una Conferenza internazionale di pace che coinvolga non solo i governi ma anche le società civili che non vogliono la guerra. Per quanto riguarda l’Europa, inoltre, mentre se a lungo termine, l’orizzonte è il disarmo totale e l’abolizione degli eserciti, in una fase intermedia di passaggio – di “transarmo” come avrebbe detto Johan Galtung – è necessaria l’introduzione di un’altra gamba della difesa: la difesa civile non armata e non violenta, che comprenda i corpi civili di pace, proposti da Alex Langer.

Ma Langer non è citato spesso come il fautore dell’intervento armato per fermare l’aggressore come fece nel suo appello del 1995 a difesa della popolazione bosniaca?

Alex Langer è spesso citato parzialmente, guardando con strabismo alla sua opera: sebbene dopo anni di inerzia delle cancellerie europee, Langer avesse chiesto un intervento di polizia internazionale delle Nazioni Unite, per rompere l’assedio di Sarajevo, contemporaneamente proponeva al Parlamento di Strasburgo il progetto dei Corpi civili europei di pace. Un corpo adeguatamente formato per intervenire nei conflitti per prevenire la loro degenerazione bellica, prima che arrivino armi, milizie ed eserciti. Trent’anni dopo, di questi ce n’è fin troppi, di Corpi civili europei di pace nessuno. Citare Langer solo per giustificare oggi invii di armi ed interventi armati, ignorando la sua visione sulla prevenzione e gestione nonviolenta dei conflitti, è evidentemente strumentale.

Qual è la strategia del Movimento Nonviolento di fronte alla possibile reintroduzione della leva obbligatoria?

La citata campagna di Obiezione alla guerra comprende anche una dichiarazione personale di obiezione di coscienza aperta a tutti. Tuttavia, penso che, almeno a breve, sia improbabile una chiamata alle armi per decreto a causa della impopolarità dell’arruolamento – come rileva anche l’ultima ricerca del Censis sugli italiani e la guerra – che significherebbe perdita di voti per chi si assumesse la responsabilità di ripristinare la leva obbligatoria, ma vedo in atto una più subdola “violenza culturale”. Questa si manifesta nella militarizzazione delle scuole, delle università e nelle campagne mediatiche che promuovono l’immagine del militare come “bello” e “figo”, al fine di attirare i giovani in corpi specialistici “rigenerabili”, come si dice in gergo militare per indicare la sostituzione dei morti e feriti in guerra. Non a caso, in un’audizione in Parlamento il capo di Stato Maggiore, generale Masiello, si è lamentato del fatto che le caserme non sono più attrattive e sono sempre meno anche i giovani che vanno nelle accademie militari. Insomma, si lamentava del fatto che la nuova generazione non sembra non essere più interessata alla guerra, mentre l’esercito italiano ha bisogno almeno altri 40.000 effettivi in “stato di pace”, diciamo così ( ne ho scritto sul blog de Il Fatto).

Siamo inorriditi davanti alla tragedia del conflitto israelo-palestinese dove la resistenza nonviolenta appare impossibile. Che fare?

Bisogna agire su due livelli. A livello istituzionale, chiedere alla comunità internazionale di trattare il governo israeliano come “criminale”, interrompendo i flussi di armi e le collaborazioni universitarie con l’apparato bellico israeliano, riconoscendo lo Stato di Palestina e arrestando il criminale di guerra Netanyahu. A livello di “diplomazia dal basso”, quella che possiamo mettere concretamente in campo noi, sostenere coloro che rifiutano la logica della guerra pagando di persona, come gli obiettori di coscienza e i disertori israeliani e la resistenza nonviolenta palestinese, oltre a supportare e far conoscere le straordinarie esperienze dei gruppi misti che – anche dentro l’inferno scatenato in Palestina – cercano la pacificazione e la riconciliazione (come i Combatants for Peace, i Parents Circle Families Forum e tanti altri). Non a caso, il Movimento Nonviolento sostiene, anche economicamente, le spese legali degli obiettori di coscienza in vari Paesi in guerra, Israele, Ucraina e Russia e, anche su questo, chiediamo la collaborazione di tutti e di tutte.
 (Fonte: Città Nuova 22/07/2025)

martedì 3 giugno 2025

Il rapporto direttamente proporzionale tra incremento delle spese militari e impoverimento della scuola e dell’istruzione è evidente e netto. La denuncia di Guterres

Il rapporto direttamente proporzionale tra incremento delle spese militari e impoverimento della scuola e dell’istruzione è evidente e netto. La denuncia di Guterres

António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite

Sarebbe davvero necessario convertire le caserme in luoghi di cultura, in ambiti di dialogo interculturale, interreligioso e di educazione alla pace e alla gestione dei conflitti, anche perchè in un contesto globale segnato da tensioni crescenti, guerre a bassa e alta intensità, corsa agli armamenti e nuove alleanze belliche, si fa sempre più evidente una drammatica correlazione: l’aumento delle spese militari si accompagna, in modo direttamente proporzionale, all’impoverimento del sistema scolastico e formativo. Dove si investe in armi, si disinveste in educazione. Dove si moltiplicano i bilanci per la difesa, si riducono i fondi per le scuole, per gli insegnanti, per le biblioteche, per la ricerca.

I dati parlano chiaro. Secondo l’ultimo rapporto del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), nel 2024 la spesa militare globale ha superato per la prima volta i 2.400 miliardi di dollari, con aumenti record in Europa, Stati Uniti, Russia, Cina, India e Medio Oriente. Parallelamente, l’UNESCO denuncia che oltre 244 milioni di bambini e adolescenti nel mondo non vanno a scuola, e che la qualità dell’istruzione sta crollando anche nei paesi cosiddetti sviluppati a causa di tagli, precarizzazione del personale e logiche aziendalistiche.

Anche in Italia il fenomeno è sotto gli occhi di tutti: mentre il bilancio del Ministero della Difesa supera i 30 miliardi di euro nel 2025 (in costante crescita), le scuole pubbliche si trovano in condizioni sempre più precarie, con classi sovraffollate, stipendi docenti tra i più bassi d’Europa, edifici fatiscenti e una cronica mancanza di fondi per l’inclusione e il sostegno. Le università, intanto, soffrono di una costante fuga di cervelli e di un sottofinanziamento strutturale che penalizza ricerca e innovazione.

Questo rapporto inverso tra guerra e cultura – o, meglio, questa proporzionalità diretta tra investimento nel conflitto e disinvestimento nella crescita umana – non è casuale, ma esprime una precisa visione del mondo: un mondo in cui la sicurezza viene cercata nella deterrenza e nella minaccia, piuttosto che nella giustizia sociale, nella cooperazione, nella formazione delle nuove generazioni.

Come ha denunciato recentemente anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, «ogni dollaro speso in armi è un dollaro sottratto all’istruzione, alla sanità, alla lotta contro la povertà e il cambiamento climatico». Una verità scomoda, che trova eco in numerose voci del mondo della cultura, della scuola e della società civile.
Molti insegnanti, studenti e genitori si chiedono perché ci siano fondi per i nuovi caccia F-35, ma non per garantire insegnanti di sostegno per i bambini disabili. Perché si trovino risorse per costruire basi militari, ma non per riparare i tetti delle scuole che crollano. Perché si alimenti la paura e non la conoscenza.

A dieci anni dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato si’, che già metteva in guardia contro una “economia dell’esclusione e dello scarto”, la realtà sembra dar ragione a chi da tempo denuncia la militarizzazione della società a scapito dei beni comuni. È necessario, dicono in molti, un cambio radicale di paradigma: dalla logica della difesa armata a quella dell’educazione come strumento di pace. Dalla sicurezza dei confini alla sicurezza delle coscienze.

Se è vero che “l’istruzione è l’arma più potente per cambiare il mondo”, come diceva Nelson Mandela, allora ogni taglio alla scuola è un colpo inferto al futuro. E ogni euro speso in armi che poteva essere speso in libri è una sconfitta per tutti.

Il militarismo e la propensione alla guerra sono un aspetto del maschilismo più truce. Gli uomini, muovendosi guerra, violentano la madre terra, l’umanità e l’ambiente.
I processi di Pace iniziano dalla valorizzazione di genere, dalla considerazione della donna e del femminile, nel dialogo tra generi e generazioni, come punto di riferimento per la trasmissione della memoria storica e dei valori della Pace, a partire dall’istituzione scolastica.
La scuola deve promuovere l’altro come punto di incontro tra le diversità, quale principio attivo di scambio vicendevole e di integrazione solidale, dove l’alterità venga accettata e accolta in quanto ricchezza e risorsa per conoscere il mondo circostante e se stessi.

L’istituzione scolastica è chiamata a promuovere e trasmettere i valori della Pace, al fine di pensare, concepire e progettare una società senza guerre, dove si mobilitino meccanismi positivi di cultura della nonviolenza in un ambiente ecosostenibile, in cui le risorse delle ricchezze naturali siano spartite equamente tra i ceti e i gruppi sociali, nella civiltà delle relazioni tra popoli, genti e minoranze, per un’utopia attuale e realizzabile concretamente nel qui ed ora, nell’attualità del presente.
Un futuro senza conflitti è generato dalla condivisione della coesistenza tra culture aperte nel tessuto sociale e collettivo, che deve promuovere e progettare un processo civile orientato alla pace e al dialogo tra culture e religioni, dove l’altro divenga meta di condivisione, scambio e confronto pacifico, evitando ogni affronto sprezzante e violento.

L’altro è un microcosmo di conoscenza in un pluriverso di differenze che permettono di avvicinarsi all’attualizzazione concreta del concetto di pace tra popoli, a partire da ogni singolo individuo, chiamato ad entrare in relazione con il diverso da sé, al fine di porre in comunicazione molteplici entità ed identità che racchiudono ciascuna un microcosmo di idee, valori, sentimenti, pensieri, progetti da spartire collettivamente nella quotidianità, all’interno degli ambiti comunicativi e sociali, dove poter imparare a convivere e ad accogliere i caratteri identitari e impliciti nel soggetto che aiuta o chiede aiuto, che soccorre chi soffre o è soccorso.
La società intera è chiamata a promuovere i valori e a rivendicare i diritti umani contro ogni intenzione basata sul conflitto armato, nella pretesa di prevaricazione sull’altro, in quanto occorre immaginare, ipotizzare e realizzare l’utopia contemporanea di un mondo senza guerre, dove il più debole venga aiutato e accolto e non sottomesso da pretese prepotenti di sfruttamento, prevaricazione e riduzione in schiavitù dei più bisognosi.

Il dialogo è una risorsa pedagogica che consente di mettere in discussione i propri assunti, le certezze e i presupposti nel confronto con gli altri, come atteggiamento tramite cui la pluralità delle esperienze può agire come arricchimento reciproco e non come volontà di sopraffazione e prevaricazione, promuovendo invece comportamenti equilibrati tra il prestare la giusta attenzione nei riguardi dell’alterità e il riconoscimento delle differenze.
La scuola è il luogo dove si genera un nuovo orientamento umanitario per tradurre gli atteggiamenti negativi di non accettazione e intolleranza, che nascono da pregiudizi razziali molto diffusi nella società, in idealità e comportamenti positivi e costruttivi.

Gli insegnanti propongono piani e programmi di attività, di analisi, confronto e utilizzo didattico di elementi appartenenti alle culture degli allievi immigrati, con l’intenzione di contribuire, come istituzione educativa, alla costruzione dell’identità degli stessi, valorizzandone i patrimoni personali e culturali.
La presenza nella scuola di persone immigrate rappresenta uno stimolo a impegnarsi e a interrogarsi sui valori di cui siamo tutti portatori, in prima persona, perché l’educazione interculturale rappresenta per la scuola un elemento innovativo e critico, che comporta la trasmissione di idealità e valori di pace, accoglienza e dialogo con l’altro, contro ogni discriminazione e ogni guerra.

La scuola può insegnare il percorso di un’interazione che consideri l’apporto delle culture, cercando di leggerle in una sintesi globale, in modo che l’espansione di sè non sia basata sull’annientamento dell’altro, riconoscendo invece la pluralità dei contesti culturali, favorendo la costruzione di identità flessibili.
La società attuale è multiculturale, ma una simile consapevolezza non impedisce che si manifestino al suo interno azioni di intolleranza, conflittualità esasperate, episodi di razzismo, etnicismi e localismi portati all’eccesso e per questo motivo intolleranti verso il mondo.
Il sistema educativo è attualmente più che in altri periodi storici, sollecitato a cambiare le prospettive pedagogiche e le impostazioni didattiche che non rispondono ai mutamenti inevitabili delle pratiche educative, nella manifesta necessità di aprire la pedagogia a una dimensione interculturale, per una filosofia del dialogo, dell’incontro, dello scambio vicendevole nei messaggi educativi e valoriali di apertura alle culture altre e di valorizzazione delle differenze.

Attualmente è necessario aprire l’Italia, l’Europa, il mondo all’accoglienza dello straniero, non solo per integrarlo, ma soprattutto per riconoscerne e accettarne il valore, nella critica al dogmatismo totalitario, nel rispetto delle diversità, nella valorizzazione della specificità, della minoranza, della singolarità, con l’opposizione al razzismo, al nazionalismo, alla xenofobia, alla guerra.

Tutte queste motivazioni rientrano nei compiti della scuola e si possono realizzare e attualizzare tramite un lavoro costante di intermediazione, di conoscenza e rispetto dei diritti civili, inserendo gli elementi innovativi derivanti da altre correnti culturali, in una sorta di equilibrata interazione dinamica.
La scuola può insegnare il percorso di un’interazione che consideri l’apporto delle culture, cercando di leggerle in una sintesi globale, in modo che l’espansione di sè non sia basata sull’annientamento dell’altro, riconoscendo invece la pluralità dei contesti culturali, favorendo la costruzione di identità flessibili, individuando valori condivisi nell’appartenenza culturale, senza escluderne l’universalità. La scuola è responsabile, in quanto istituzione preposta all’educazione, di attivare iniziative per estirpare i pregiudizi sugli altri e le paure del diverso, facendo in modo di evitare che le incomprensioni si radicalizzino nel razzismo, nell’omofobia, nella xenofobia e nel conflitto armato.
La scuola deve promuovere la pedagogia dell’incontro, dell’accoglienza reciproca, del dialogo costruttivo, per evitare il conflitto a livello individuale e collettivo, per incentivare una predisposizione alla pace in un mondo che si concepisca privo di guerre e di scontri armati.

Nella foto: il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres per il quale “ogni dollaro speso in armi è un dollaro sottratto all’istruzione, alla sanità, alla lotta contro la povertà e il cambiamento climatico”
(fonte: Faro di Roma, articolo di Laura Tussi 31/05/2025)


mercoledì 14 maggio 2025

Alex Zanotelli: Come cittadino, come credente, come testimone della sofferenza umana, non posso tacere

Alex Zanotelli

I deputati della Commissione bilancio hanno discusso e votato in soli cinque minuti

Come cittadino, come credente, come testimone della sofferenza umana, non posso tacere

E’ assurdo che vengano acquistati aerei militari da Israele mentre si sta consumando la tragedia di Gaza. Un popolo rischia di scomparire sotto le bombe ma l’Italia acquista tecnologie militari da Israele. E' un tradimento dei valori che dovrebbero guidare le scelte pubbliche.


Devo purtroppo constatare che in Parlamento bastano cinque minuti per votare milioni di euro destinati a nuove tecnologie di guerra. È quanto avvenuto nella Commissione Bilancio della Camera dei Deputati, dove, senza alcun vero dibattito, è stato approvato lo schema di decreto ministeriale SMD 19/2024. 
Si tratta della prosecuzione di un programma militare di lungo periodo per la dotazione di sofisticati sistemi "Multi-Missione Multi-Sensore" (MMMS) montati su aerei Gulfstream G550. Stiamo parlando dell’Atto di Governo n. 264 sottoposto a parere parlamentare. Il suo esame è durato dalle ore 13.40 alle 13.45 del 6 maggio.

Tutto questo, ripeto, in cinque minuti. E con un silenzio assordante su un fatto gravissimo: la tecnologia alla base di questi sistemi è israeliana. Una tecnologia nata da decenni di occupazione, repressione e controllo militare su un intero popolo. Mentre a Gaza si muore, mentre l’opinione pubblica internazionale si interroga sui crimini di guerra di Netanyahu, l’Italia rafforza i suoi legami militari con l’apparato bellico israeliano. E lo fa nel modo peggiore: senza trasparenza, senza discussione, senza che i parlamentari stessi – in molti casi – siano pienamente consapevoli di ciò che votano. Infatti nei resoconti parlamentari viene omessa la parola Israele. Non viene scritto che queste tecnologie vengono da Israele, dal suo complesso industriale-militare.

In questo Atto di Governo n. 264 si perpetua la segretezza, e questo lo si riscontra nel linguaggio criptico degli atti parlamentari, nei tempi compressi che impediscono ogni approfondimento.

Come cittadino, come credente, come testimone della sofferenza umana, non posso tacere. Questo voto frettoloso e opaco è una ferita alla democrazia. È un insulto al dolore delle vittime dei conflitti armati. È un tradimento dei valori di pace, giustizia e solidarietà che dovrebbero guidare le scelte pubbliche.

E’ assurdo che questo accordo commerciale militare avvenga in un momento in cui si sta consumando la tragedia di Gaza. Mentre un popolo rischia di scomparire sotto le bombe, l’Italia stringe accordi con Israele per rendere ancora più terribile e devastante la guerra. Dovremmo boicottare il governo di Netanyahu e invece acquistiamo i sistemi d’arma israeliani.

Chiedo ai parlamentari di risvegliarsi dal torpore. Chiedo ai cittadini di informarsi, di vigilare, di opporsi. Chiedo alla stampa di fare il suo dovere. E chiedo, infine, alla coscienza collettiva di interrogarsi: in silenzio stiamo per acquistare da Israele delle tecnologie di morte. Diciamo stop, contattiamo i parlamentari, poniamoli di fronte alle loro responsabilità! E boicottiamo l’apparato bellico di Israele.
(fonte: PeaceLink 13/05/2025)

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martedì 18 marzo 2025

Andrea Tornielli: Disarmo e nuova linfa per la diplomazia

Andrea Tornielli

Disarmo e nuova linfa per la diplomazia

Dal Gemelli Papa Francesco ribadisce l’assurdità della guerra mentre il mondo corre a riarmarsi

Sfollati a Gaza dopo gli ultimi bombardamenti (AFP or licensors)

Poche parole, ma significative, che purtroppo giungono nelle stesse ore in cui si riaccende la guerra in Medio Oriente con nuovi bombardamenti israeliani a Gaza. Dal Policlinico Gemelli, Papa Francesco vede ancora più chiaramente e lucidamente l’assurdità della guerra. E nella lettera al direttore del Corriere della Sera alza nuovamente la sua voce - così simile a quella del Battista che grida del deserto – per ribadire che la guerra devasta le comunità e l’ambiente.

Il mondo, Europa compresa, corre a riarmarsi, pronto a investire somme ingentissime per riempire gli arsenali che già traboccano di ordigni in grado di distruggere dieci volte l’intera umanità. Il Successore di Pietro, reso fragile e debole dalla malattia, non rinuncia a indicarci la strada per fermare la corsa verso il baratro della Terza Guerra Mondiale. Ci invita a disarmare innanzitutto le parole e le menti. Ci invita a disarmare la terra.

In un tempo in cui persino le trattative e gli incontri di vertice avvengono in mondovisione, e dove sembrano prevalere il linguaggio semplificato, la demonizzazione dell’avversario, la polarizzazione e le fake news, Francesco invita alla riflessione, alla pacatezza, al senso della complessità della realtà. E ci invita soprattutto a riscoprire la diplomazia in un mondo che sembra averla dimenticata, e a ridare linfa vitale e credibilità alle organizzazioni internazionali, che vanno rafforzate e non svuotate della loro forza.

Che la via sia quella del disarmo e non del riarmo, lo ha ricordato ieri anche il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, interpellato sul ReArm Europe a margine della prima edizione del Tavolo del Ramadan – Iftar organizzato dall’ambasciata del Marocco presso la Santa Sede: «Chi sceglie di riarmarsi, prima o poi deve affrontare la realtà che le armi, per quanto possano sembrare un deterrente, sono destinate a essere utilizzate. Bisogna insistere a livello internazionale perché ci sia un disarmo generale e controllato. E questa è stata una costante della politica della Santa Sede sin dai tempi della Prima guerra mondiale». Parolin, ha aggiunto: «Non si può quindi essere soddisfatti della direzione che stiamo prendendo, dove, al contrario, si assiste a un rafforzamento degli arsenali».
(fonte: Vatican News, editoriale 18/03/2025)

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Vedi anche i post:

Riarmo e ombrello nucleare La parola a Francesco

«Come possiamo proporre la pace se usiamo continuamente l’intimidazione bellica nucleare come ricorso legittimo per la risoluzione dei conflitti?» 

Riarmo e ombrello nucleare
La parola a Francesco


di Andrea Tornielli

I venti di guerra, il riarmo con l’impiego di enormi investimenti, le proposte di rilancio delle armi atomiche... Fa davvero impressione il modo con cui, in Europa e nel mondo, viene presentata la corsa agli armamenti, quasi fosse una prospettiva inesorabilmente necessaria, l’unica percorribile.

Dopo anni in cui la diplomazia è rimasta silente e la capacità di negoziato assente, sembra che l’unica via percorribile sia quella del riarmo. Si scomodano padri fondatori come Alcide De Gasperi, che aveva sostenuto la creazione di un esercito comune europeo, per giustificare iniziative assai diverse, che non vedono protagonista l’Unione Europea ma i singoli Stati.

Si torna a parlare di “ombrello nucleare” e di “deterrenza”, che fa rivivere i peggiori scenari della Guerra Fredda ma in un clima di maggiore instabilità e incertezza rispetto al secolo scorso, con il baratro di una Terza Guerra Mondiale sempre più all’orizzonte.

In questi anni, con profetica lucidità, Papa Francesco ha visto avvicinarsi il pericolo. Le sue parole sono illuminanti per comprendere il momento che stiamo vivendo. Diamo voce a lui, che ricoverato al Policlinico Gemelli offre le sue sofferenze e le sue preghiere per la pace nel mondo.

«È un dato di fatto — aveva detto Francesco nel novembre 2017 — che la spirale della corsa agli armamenti non conosce sosta e che i costi di ammodernamento e sviluppo delle armi, non solo nucleari, rappresentano una considerevole voce di spesa per le nazioni, al punto da dover mettere in secondo piano le priorità reali dell’umanità sofferente: la lotta contro la povertà, la promozione della pace, la realizzazione di progetti educativi, ecologici e sanitari e lo sviluppo dei diritti umani... Gli armamenti che hanno come effetto la distruzione del genere umano sono persino illogici sul piano militare».

Nel novembre 2019, da Nagasaki città martire dell’atomica, il Vescovo di Roma affermava: «Uno dei desideri più profondi del cuore umano è il desiderio di pace e stabilità. Il possesso di armi nucleari e di altre armi di distruzione di massa non è la migliore risposta a questo desiderio; anzi, sembrano metterlo continuamente alla prova. Il nostro mondo vive la dicotomia perversa di voler difendere e garantire la stabilità e la pace sulla base di una falsa sicurezza supportata da una mentalità di paura e sfiducia, che finisce per avvelenare le relazioni tra i popoli e impedire ogni possibile dialogo».

E aggiungeva: «La pace e la stabilità internazionale sono incompatibili con qualsiasi tentativo di costruire sulla paura della reciproca distruzione o su una minaccia di annientamento totale; sono possibili solo a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana di oggi e di domani».

Sempre nel novembre 2019, da Hiroshima, Francesco ricordava, facendo sue le parole di Papa Montini, che la vera pace può essere solo disarmata: «Di fatto, se realmente vogliamo costruire una società più giusta e sicura, dobbiamo lasciare che le armi cadano dalle nostre mani: “non si può amare con armi offensive in pugno” (S. Paolo VI, Discorso alle Nazioni Unite, 4 ottobre 1965, 5). Quando ci consegniamo alla logica delle armi e ci allontaniamo dall’esercizio del dialogo, ci dimentichiamo tragicamente che le armi, ancor prima di causare vittime e distruzione, hanno la capacità di generare cattivi sogni, “esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli” (ibid., 5). Come possiamo proporre la pace se usiamo continuamente l’intimidazione bellica nucleare come ricorso legittimo per la risoluzione dei conflitti? Che questo abisso di dolore richiami i limiti che non si dovrebbero mai oltrepassare. La vera pace può essere solo una pace disarmata».

Quella del Successore di Pietro, continuava, è «la voce di coloro la cui voce non viene ascoltata e che guardano con inquietudine e con angoscia le crescenti tensioni che attraversano il nostro tempo, le inaccettabili disuguaglianze e ingiustizie che minacciano la convivenza umana, la grave incapacità di aver cura della nostra casa comune, il ricorso continuo e spasmodico alle armi, come se queste potessero garantire un futuro di pace».

Poi la condanna non soltanto dell’uso ma anche del possesso delle armi nucleari che ancora oggi riempiono gli arsenali del mondo con una potenza tale da essere in grado di distruggere decine di volte l’umanità intera: «Con convinzione desidero ribadire che l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune. L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche, come ho già detto due anni fa. Saremo giudicati per questo».

Secondo la Federation of American Scientists, citata dal quotidiano «Domani», in Europa ci sono 290 testate atomiche sotto il controllo francese e 225 testate in Gran Bretagna. La quasi totalità delle testate atomiche — l’88% è negli arsenali di Stati Uniti e Russia, più di 5.000 testate ciascuno. In tutto sono 9 i Paesi ad avere bombe nucleari, oltre a quelli già citati ci sono Cina, India, Corea del Nord, Pakistan e Israele. Esistono oggi missili balistici in grado di scatenare una potenza distruttiva mille volte superiore a quella delle bombe sganciate a Hiroshima e Nagasaki nel 1945. Viene da domandarsi: abbiamo davvero bisogno di ancora più armi? È davvero questa l’unica via per difenderci?

«La Chiesa Cattolica — aveva detto a Nagasaki sei anni fa Papa Francesco — è irrevocabilmente impegnata nella decisione di promuovere la pace tra i popoli e le nazioni: è un dovere per il quale si sente obbligata davanti a Dio e davanti a tutti gli uomini e le donne di questa terra… Nella convinzione che un mondo senza armi nucleari è possibile e necessario, chiedo ai leader politici di non dimenticare che queste non ci difendono dalle minacce alla sicurezza nazionale e internazionale del nostro tempo».

(fonte: L'Osservatore Romano 15/03/2025)


lunedì 17 marzo 2025

Tonio Dell'Olio: Stabile e duratura

Tonio Dell'Olio
 
Stabile e duratura

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  IL 17 MARZO 2025

Dai palchi e dai giornali, dai salotti delle tivù e dai social, tutti gridano che bisogna ottenere una pace stabile e duratura.

Nella Striscia di Gaza come in Cisgiordania e Israele, in Ucraina, in Congo, in Sudan… abbiamo bisogno di una pace stabile e duratura. Anche l’Europa si riarma a suon di miliardi di euro per ottenere o mantenere una pace stabile e duratura. Ma dobbiamo ammettere a noi stessi che se le parole hanno un significato allora dobbiamo valutarne il peso specifico. 
A quale pace facciamo riferimento? 
Perché se è quella prodotta dalle armi tutto può essere tranne che una pace stabile e duratura. Se vengono usate, allora diventa guerra (e non pace) destinata inevitabilmente a lasciare dietro di sé una scia di odi e rancori, oltre che morti, distruzione e dolori. 
Se invece servono – come si dice – come deterrenza, allora costituiscono una minaccia stabile e duratura per gli altri popoli. Diffondono paura e terrore, che è esattamente il contrario della pace stabile e duratura. 
Per fondare una pace con quelle caratteristiche nacquero le Nazioni Unite con apparati e organismi che dovessero essere in grado di prevenire i conflitti armati e diffondere un clima di cooperazione e fiducia. Tra gli effetti primari (e non secondari) della volontà di armarsi, vi è indiscutibilmente anche quello di indebolire l’ONU e il suo sogno, così come ogni altro tentativo di pervenire a una pace stabile e duratura tramite il dialogo, l’incontro, la diplomazia.

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Per approfondire alcuni dei nostri precedenti post:


sabato 15 marzo 2025

Tonio Dell'Olio: Scienziati contro il riarmo - APPELLO (testo integrale)

Tonio Dell'Olio

Scienziati contro il riarmo

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  IL 14 MARZO 2025

Gli scienziati si stanno unendo per esprimersi contro la recente proposta di riarmo dell'Unione Europea. Hanno pubblicato "Scienziati contro il riarmo – Un manifesto" e chiedono a scienziati, ingegneri, professionisti medici, matematici, studiosi e alla più ampia comunità scientifica di sostenere la loro posizione.

Carlo Rovelli e Flavio Del Santo sono i primi firmatari e, a guardare il sito dell’International Union of Scientists sono a 284 firme. Nell’appello si legge: “Come scienziati – molti di noi coinvolti in campi in cui viene sviluppata la tecnologia militare – come intellettuali, come cittadini consapevoli degli attuali rischi globali, crediamo che oggi sia obbligo morale e civico di qualsiasi persona di buona volontà alzare la voce contro la richiesta di una militarizzazione europea e sollecitare il dialogo, la tolleranza e la diplomazia. La brusca militarizzazione non preserva la pace; porta alla guerra. I nostri leader politici dicono di essere pronti a combattere per difendere i presunti valori occidentali che ritengono in gioco; sono pronti a difendere il valore universale della vita umana? I conflitti in tutto il mondo sono in aumento. Secondo le Nazioni Unite (2023), un quarto dell'umanità vive in aree colpite da conflitti armati. (…) Il "Doomsday Clock of the Bulletin of the Atomic Scientists", che quantifica i rischi di una catastrofe nucleare globale, non ha mai registrato un rischio così alto come oggi”.

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Scienziati europei contro il riarmo: un manifesto


Di Carlo Rovelli, Flavio Del Santo e gli scienziati sottoscritti, 13 marzo 2025

Come scienziati, molti di noi coinvolti in campi in cui si sviluppa la tecnologia militare, come intellettuali, come cittadini consapevoli degli attuali rischi globali, crediamo che oggi sia obbligo morale e civico di ogni persona di buona volontà alzare la voce contro la richiesta di una militarizzazione europea e sollecitare dialogo, tolleranza e diplomazia. La militarizzazione improvvisa non preserva la pace; conduce alla guerra.

I nostri leader politici dicono di essere pronti a combattere per difendere i presunti valori occidentali che ritengono in gioco; sono pronti a difendere il valore universale della vita umana? I conflitti in tutto il mondo sono in aumento. Secondo le Nazioni Unite (2023), un quarto dell'umanità vive in aree colpite da conflitti armati. La guerra tra Russia e Ucraina, sovvenzionata dai paesi della NATO con la giustificazione di "difendere i principi", sta lasciando dietro di sé circa un milione di vittime. Il rischio di genocidio dei palestinesi da parte dell'esercito israeliano sostenuto dall'Occidente globale è stato riconosciuto dalla Corte internazionale di giustizia. Guerre brutali si stanno svolgendo in Africa, come in Sudan o nella Repubblica Democratica del Congo, alimentate da interessi nelle risorse minerarie africane. Il "Doomsday Clock del Bulletin of the Atomic Scientists", che quantifica i rischi di una catastrofe nucleare globale, non ha mai registrato un rischio così alto come oggi.

Spaventata dall'attacco russo all'Ucraina e dal recente riposizionamento degli Stati Uniti, l'Europa si sente messa da parte e teme che la sua pace e prosperità possano essere a rischio. I politici stanno reagendo in modo miope con un appello a mobilitare, su scala continentale, una colossale quantità di risorse per produrre più strumenti di morte e distruzione. Il 4 marzo 2025, la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha pubblicato il "Piano ReArm Europe", affermando che "l'Europa è pronta e in grado di agire con la velocità e l'ambizione necessarie. [...] Siamo in un'era di riarmo. E l'Europa è pronta ad aumentare massicciamente la sua spesa per la difesa". L'industria militare, che ha vaste risorse e una potente influenza sui politici e sui media, soffia sul fuoco di una narrazione apertamente belligerante. La "paura della Russia" viene agitata come un uomo nero, ignorando convenientemente che la Russia ha un PIL inferiore a quello della sola Italia. I politici affermano, in modo del tutto ingiustificato, che la Russia ha obiettivi espansionistici verso l'Europa, rappresentando una minaccia per Berlino, Parigi e Varsavia, quando ha appena dimostrato di non essere stata nemmeno in grado di prendere il suo ex satellite, Kiev. La propaganda di guerra è sempre alimentata dall'istigazione di una paura esagerata. Con la diplomazia, l'Europa può tornare alla sua pacifica coesistenza e collaborazione con la Russia che la maledetta vicenda ucraina ha interrotto.

L'idea che la pace dipenda dalla sopraffazione delle altre parti porta solo all'escalation, e l'escalation porta alla guerra. La Guerra Fredda non è diventata una guerra "calda" e i politici saggi di entrambe le parti sono stati in grado di superare le loro forti divergenze ideologiche e le rispettive "questioni di principio" e concordare su una drastica riduzione equilibrata dei rispettivi armamenti nucleari. I trattati nucleari START tra gli USA e l'Unione Sovietica hanno portato alla distruzione dell'80% dell'arsenale nucleare del pianeta. Scienziati e intellettuali di entrambe le parti hanno svolto un ruolo riconosciuto nello spingere i politici verso una de-escalation razionale. Nel 1955, uno dei più importanti filosofi del XX secolo, matematico e premio Nobel per la letteratura, Bertrand Russell e il premio Nobel per la fisica Albert Einstein hanno firmato un influente manifesto e la Conferenza Pugwash, ispirata da esso, ha riunito scienziati di entrambe le parti, facendo pressioni per la de-escalation. Quando a Russell, nel 20, fu chiesto di lasciare un messaggio per i posteri, rispose: "In questo mondo, che sta diventando sempre più interconnesso, dobbiamo imparare a tollerarci a vicenda, dobbiamo imparare a sopportare il fatto che alcune persone dicano cose che non ci piacciono. Possiamo vivere insieme solo in questo modo. Ma se vogliamo vivere insieme, e non morire insieme, dobbiamo imparare una sorta di carità e una sorta di tolleranza, che è assolutamente vitale per la continuazione della vita umana su questo pianeta". Dovremmo aggrapparci a questa saggia eredità intellettuale.

I conflitti più importanti sono sempre stati preceduti da massicci investimenti militari. Dal 2009, la spesa militare globale ha raggiunto ogni anno livelli record senza precedenti, con una spesa del 2024 che ha raggiunto il massimo storico di 2443 miliardi di dollari. Il "ReArm Europe Plan" impegna l'Europa a investire 800 miliardi di euro in spese militari. Sia l'attuale Presidente degli Stati Uniti che l'attuale Presidente della Russia hanno recentemente dichiarato di essere pronti ad avviare colloqui per la normalizzazione delle relazioni e per una riduzione militare equilibrata. Il Presidente della Cina chiede ripetutamente la de-escalation e il passaggio da una mentalità conflittuale a una mentalità collaborativa "win-win". Questa è la direzione da seguire. E ora l'Europa si prepara alla guerra, con nuove spese militari pianificate mai viste dalla Seconda guerra mondiale. L'Europa è ora disposta a scuotere le spade perché si sente esclusa?

L'umanità affronta enormi sfide globali: cambiamenti climatici, carestia nel Sud del mondo, la più grande disuguaglianza economica di sempre, crescenti rischi di pandemie, guerra nucleare. L'ultima cosa di cui abbiamo bisogno oggi è che il Vecchio Continente passi da un faro di stabilità e pace a diventare un nuovo signore della guerra.

Se vedi pacem per pacem—se vuoi la pace, costruisci la pace, non la guerra.

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Le persone di buona volontà, scienziati o meno, sono benvenute firma questa dichiarazione qui.

(fonte:WORLD BEYOND WAR 13/03/2025)