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domenica 26 luglio 2026

La “norma anti maranza” e la scorciatoia della paura: quando lo Stato rinuncia all’educazione e sceglie solo la repressione


La “norma anti maranza” e la scorciatoia della paura: quando lo Stato rinuncia all’educazione e sceglie solo la repressione 


C’è qualcosa di profondamente inquietante nella trasformazione del disagio giovanile in uno slogan politico. Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera alla cosiddetta “norma anti maranza”, una stretta sull’imputabilità dei minori tra i 14 e i 18 anni che introduce una presunzione generale di responsabilità penale, superando l’attuale necessità di accertare caso per caso la capacità di intendere e di volere. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivendicato il provvedimento con una frase diventata simbolo della linea del governo: “Chi sbaglia paga”.

Ma dietro una formula apparentemente semplice si apre una questione molto più profonda: quale idea di società c’è dietro la scelta di affrontare i problemi dei ragazzi attraverso l’inasprimento delle pene invece che attraverso prevenzione, scuola, servizi sociali, cultura e inclusione?

La parola stessa scelta per definire il provvedimento, “anti maranza”, è il segnale più evidente di una deriva comunicativa pericolosa. Non si sta parlando soltanto di contrastare comportamenti violenti o reati commessi da giovani: si rischia di trasformare un’intera generazione, spesso figlia di periferie dimenticate e di condizioni sociali fragili, in un bersaglio politico. Una categoria vaga, caricata di stereotipi, che finisce per sostituire l’analisi dei problemi con la ricerca del colpevole di turno.

Uno Stato serio deve certamente garantire sicurezza ai cittadini e deve intervenire quando un minore commette un reato grave. Nessuno può sostenere il contrario. Ma uno Stato democratico non può limitarsi a punire senza interrogarsi sulle cause. Un adolescente che cresce in contesti segnati da povertà educativa, marginalità, abbandono scolastico e assenza di prospettive non è semplicemente un “nemico” da colpire: è anche il prodotto delle responsabilità collettive di una società che spesso arriva troppo tardi.

La giustizia minorile nasce proprio da questo principio: un ragazzo non è un adulto in miniatura. Ha una responsabilità, ma anche una possibilità di cambiamento. La funzione della pena nei confronti dei minori dovrebbe essere prima di tutto quella del recupero, della crescita e del reinserimento. La presunzione generalizzata di imputabilità rischia invece di spostare il baricentro verso una risposta esclusivamente repressiva. Le opposizioni e diversi osservatori hanno criticato la riforma sostenendo che possa indebolire la specificità della giustizia minorile e sostituire la valutazione della persona con un automatismo.

Il problema è che la politica della paura è spesso più semplice della politica della responsabilità. È più facile annunciare nuove pene che spiegare perché mancano educatori nelle periferie, perché tanti giovani abbandonano la scuola, perché i servizi territoriali sono insufficienti, perché interi quartieri vengono lasciati senza opportunità.

La domanda allora è inevitabile: si vuole davvero combattere la criminalità giovanile o si vuole costruire consenso sulla paura dei giovani?

La sicurezza non nasce soltanto dalle sanzioni. Nasce da comunità più forti, da scuole capaci di includere, da famiglie sostenute, da politiche sociali efficaci. La repressione può essere necessaria in casi specifici, ma non può diventare l’unica risposta dello Stato.

C’è inoltre un rischio culturale enorme: quello di abituare l’opinione pubblica all’idea che ogni problema sociale possa essere risolto con un nuovo reato, una nuova pena, un nuovo nemico. È una scorciatoia che può produrre consenso immediato, ma che non costruisce una società più giusta né più sicura.

Un Paese che vuole davvero il bene dei propri giovani non deve soltanto chiedere loro di pagare quando sbagliano. Deve chiedersi perché alcuni arrivano a sbagliare e cosa è stato fatto, o non fatto, prima che fosse troppo tardi.

Perché uno Stato forte non è quello che riempie le carceri minorili. È quello che riesce a impedire che un ragazzo ci finisca dentro.
(fonte: Faro di Roma, articolo di G. Cavalleri e I. Smirnova 23/07/2026)

 

venerdì 19 giugno 2026

Maturità 2026, tra la fatica e i confini: cosa ci aspettiamo dai nostri figli?

Maturità 2026, tra la fatica e i confini:
cosa ci aspettiamo dai nostri figli?


Di fronte alle tracce della prima prova di italiano della Maturità 2026, una domanda sorge spontanea: che idea di società stiamo trasmettendo alle nuove generazioni? E soprattutto, cosa ci aspettiamo da questi ragazzi che oggi affrontano il loro primo vero esame da cittadini?

Le tracce scelte dal Ministero non sono mai neutre. Non lo sono perché ogni tema proposto racconta un pezzo di Paese, una gerarchia di valori, una visione del presente e del futuro. Quest’anno, più che in altre occasioni, colpisce la scelta di affiancare riflessioni sulla fatica e sul merito a un testo del sociologo Frank Furedi dedicato al tema dei confini e del passaggio all’età adulta.

La presenza di un testo di Furedi, intellettuale noto per le sue posizioni conservatrici e per la sua vicinanza culturale alle politiche del governo ungherese di Viktor Orbán, ha immediatamente suscitato discussioni. Non tanto perché uno studente debba condividere le idee dell’autore proposto – la scuola deve insegnare il pensiero critico, non l’adesione ideologica – quanto perché la scelta appare significativa nel quadro culturale e politico del nostro tempo.

Accanto a questa traccia emerge poi quella ispirata alle riflessioni del giornalista Mario Calabresi sul valore della fatica. Un tema che intercetta una delle grandi questioni del nostro tempo: una società che promette successo immediato ma che continua a chiedere sacrifici crescenti ai giovani.

La fatica è certamente un valore. Nessuna generazione può crescere senza imparare la disciplina, la perseveranza, la capacità di affrontare le difficoltà. Tuttavia, la domanda che molti ragazzi potrebbero porsi è un’altra: la fatica viene davvero premiata nella società contemporanea?

Molti maturandi appartengono a una generazione che ha conosciuto soltanto crisi. Sono nati negli anni della grande recessione, hanno vissuto da adolescenti la pandemia, hanno assistito alle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, osservano un mercato del lavoro sempre più precario e vedono il costo della casa diventare proibitivo. Sentono continuamente parlare di sacrificio, ma molto meno di diritti, di giustizia sociale, di redistribuzione delle opportunità.

È inevitabile che, leggendo una traccia sulla fatica, qualcuno abbia pensato ai propri genitori che lavorano sempre di più per mantenere lo stesso tenore di vita di dieci anni fa. O ai laureati costretti ad accettare stage sottopagati. O ai giovani che emigrano all’estero non per spirito di avventura ma per necessità.

La fatica, allora, non può essere celebrata come un valore astratto. Deve essere collegata alla dignità del lavoro, alla possibilità concreta di costruire un futuro, alla speranza che l’impegno trovi un riconoscimento.

L’altra parola che attraversa simbolicamente questa maturità è “confine”. Furedi la utilizza in un’accezione esistenziale, come passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Tuttavia, nel clima culturale europeo degli ultimi anni, la parola confine evoca inevitabilmente anche altro: frontiere, identità nazionali, sovranità, migrazioni.

È difficile non vedere in questa scelta una fotografia dell’Europa contemporanea, attraversata da paure, da spinte identitarie e da un crescente ripiegamento nazionale. Un continente che sembra aver smarrito la fiducia nel futuro e che spesso cerca sicurezza nella costruzione di nuovi muri, fisici o culturali.

Per questo la vera sfida dei maturandi non è semplicemente svolgere bene un tema. È dimostrare di saper andare oltre il testo. Di saper interrogare criticamente le parole “fatica”, “confine”, “identità”, “merito”. Di chiedersi chi resta escluso quando si parla soltanto di successo individuale. Di riflettere su cosa significhi essere cittadini in un mondo sempre più interdipendente.

Che cosa ci aspettiamo dunque da questi ragazzi?

Non che ripetano formule confezionate dagli adulti. Non che aderiscano a una visione politica o culturale prestabilita. Ci aspettiamo piuttosto che sappiano pensare con la propria testa.

Che comprendano il valore dell’impegno senza trasformarlo in una religione del sacrificio. Che riconoscano l’importanza delle identità senza cadere nell’ossessione dei confini. Che imparino a competere senza dimenticare la solidarietà. Che sappiano utilizzare la libertà come responsabilità verso gli altri.

La vera maturità non si misura nel numero di pagine scritte oggi sui banchi di scuola. Si misurerà domani, quando questi giovani saranno chiamati a costruire un Paese più giusto di quello che abbiamo consegnato loro.
(fonte: Faro di Roma, articolo di S. I. 18/06/2026)

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Leggi anche: 
Il sogno di una nuova maturità

Lettera aperta di mons. Antonio Staglianò ai giovani sull’AI: Siete carne, non codice.

Antonio Staglianò*
Lettera aperta ai giovani sull’AI
Siete carne, non codice.
 
Il presidente della Pontificia Accademia di Teologia, mons. Antonio Staglianò, scrive una lettera aperta ai giovani che in questi giorni affrontano l'esame di maturità ma anche a tutti gli altri per riflettere sull'uso dell'Intelligenza Artificiale.


Cari ragazzi e ragazze,

vi scrivo da adulto, da teologo, ma soprattutto da uomo che ogni giorno vi incontra. Vi vedo con il telefono in mano, con ChatGPT aperto, con mille schede attive. Vi vedo intelligenti, veloci, pieni di risorse. E vi vedo stanchi. Stanchi di dover decidere, stanchi di dover pensare, stanchi di dover cercare.

Per questo voglio dirvi una cosa semplice: l’Intelligenza Artificiale può essere un grande aiuto, ma può diventare anche la vostra gabbia. Dipende da come la usate. Dipende se la fate crescere con voi, o se vi fate sostituire da lei.

L’AI è uno strumento, non un maestro

L’AI è formidabile nel manipolare simboli. Vi trova una citazione in un secondo, vi riassume un libro, vi scrive una mail. È come avere una biblioteca infinita in tasca. Ma la biblioteca non sostituisce il lettore. Il motore di ricerca non sostituisce il cercatore.

Il rischio è scambiare la velocità dell’algoritmo per profondità del pensiero. Copiare la risposta dell’AI e pensare di aver capito. Papa Leone XIV, nella sua esortazione Magnifica Humanitas, vi ricorda che “la grandezza dell’uomo non sta nell’accumulare dati, ma nel custodire la verità con cuore libero e responsabile”. L’AI accumula. Solo voi potete custodire.

Se usate l’AI solo per farvi fare i compiti, per farvi scrivere la tesina, non crescete. Vi instupidite. La mente è un muscolo: se non la allenate a faticare, si atrofizza.

Senza corpo non c’è umanità

L’AI non ha corpo. Non ha fame, non ha sonno, non piange ai funerali, non ride alle battute stupide. Non ha una madre, non ha una storia, non morirà. Per questo può calcolare tutto, ma non può capire nulla.

Voi invece siete carne. Il vostro pensiero nasce dal corpo: dalla fatica di alzarvi la mattina, dalla gioia di un’amicizia vera, dal dolore di una delusione. È lì che nasce il senso. Non nei server.

Quando delegate tutto all’AI, tagliate il legame tra pensiero e vita. Magnifica Humanitas ci ricorda: “L’uomo è magnifico perché è unità di corpo e spirito, chiamato all’amore e alla responsabilità”. Se spegnete il corpo, spegnete la magnificenza.

Le tre domande prima di ogni “invio”

Allora come usarla bene? Tre domande semplici:Cosa sto cercando davvero?

Sto cercando la verità, o sto cercando di risparmiare tempo? Agostino diceva: “Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. L’AI non dà riposo. Dà solo rumore.Chi guadagna se io penso così?

Dietro ogni algoritmo c’è un interesse. Voi non siete il cliente. Siete il prodotto. Diventate liberi quando vi chiedete: questa idea mi appartiene, o me l’hanno venduta?Questa scelta mi rende più umano o più stupido?

Più umano = più capace di ascoltare, perdonare, restare in silenzio con chi soffre. Più stupido = più dipendente, più distratto. L’AI può aiutarvi a studiare. Ma se la usate per non pensare mai, vi rende più stupidi.

Conclusione: siete carne, non codice

Voi non siete nati per produrre dati. Siete nati per amare. “Siamo fatti per amare e non per odiare”. L’AI non può amare. Può scrivere “mi dispiace”, ma non può asciugare una lacrima.

La vostra grandezza sta nel portare pace dove c’è dissidio, nell’aiutare chi incontri a soffrire di meno e a gioire di più. Questo non lo fa nessun algoritmo. Lo fate solo voi, con la vostra carne, con le vostre scelte.

Magnifica Humanitas vi chiama “magnifici” non perché siete perfetti, ma perché siete chiamati. Chiamati a custodire l’umano in un tempo che rischia di ridurlo a codice.

Usate l’AI. Ma non lasciate che l’AI viva al posto vostro. Finché avrete un cuore che batte, avrete la responsabilità di custodire la vostra umanità. Perché voi siete carne, non codice.

Un adulto che crede in voi.

*Presidente della Pontificia Accademia di Teologia e Rettore della Chiesa degli artisti

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Per approfondire leggi anche il post:


mercoledì 17 giugno 2026

Divieto social sotto i 16 anni, lo psicologo Lancini: “Non serve proibire, va creata un’alternativa”

Divieto social sotto i 16 anni, lo psicologo Lancini:
“Non serve proibire, va creata un’alternativa”

L’esperto: “Bisogna aggiungere, non togliere: diamo alle nuove generazioni speranza, opportunità di lavoro, educazione digitale”


Il Regno Unito vieterà l'uso dei social media ai minori di 16 anni. Ad annunciarlo il primo ministro britannico Keir Starmer spiegando che si tratta di un provvedimento messo a punto per proteggere i bambini dai pericoli online, sulla scia di una misura simile introdotto lo scorso anno dall'Australia.
“Non è una cosa che faccio alla leggera e non la presenterò come gratuita, come se i social media non avessero portato alcun beneficio ai giovani, perché chiaramente questo è sbagliato. Ma il governo si basa sempre sulle scelte, ed è chiaro che un divieto totale sia la scelta giusta", ha detto il premier britannico.

È così?
Lo abbiamo chiesto a Matteo Lancini psicologo, psicoterapeuta e presidente della Fondazione Minotauro, che ha dedicato molti saggi e libri alle problematiche giovanili. 
“La prima questione da porsi è se si tratta di una legge applicabile. Fare leggi con i no che aiutano a crescere è facile, ma poi i divieti vanno gestiti, per non perdere credibilità”, premette l’esperto.

Professor Lancini, a cosa si riferisce?
“In questo momento in Italia è vietato il cellulare nelle scuole medie e superiori. Ma spesso i telefonini vengono usati lo stesso. In Australia, dove una legge obbliga le piattaforme a chiudere o non aprire account agli under 16, non riescono a controllare l’età di chi accede ai social. È una misura che sappiamo far realizzare o che serve per avere consenso popolare? Le regole implicano conflitto e vanno gestite”.

Come interpreta questo divieto? 
“Internet andrebbe vietato agli adulti, che hanno usato troppo i social trascurando i figli. Pensiamo al registro elettronico, ai compiti, ai voti e alle note mandati online, magari di notte tramite il registro elettronico; ai gruppi WhatsApp dei genitori, che aumentano il cyberbullismo, parlando male di altri genitori a partire dai 3 anni del figlio; all’ingresso dei cellulari degli adulti a scuola per riprendere e diffondere le emozioni dei figli. Vietare però implicherebbe cambiare la nostra vita e noi adulti non lo vogliamo fare. Spacciamo internet per quello che ci riguarda e lo vogliamo vietare ai nostri figli studenti perché a loro farebbe male. Si chiama dissociazione”.

Non frequentare i social prima dei 16 anni può portare dei benefici? 
“Dipende dalle alternative che diamo. Ricordiamoci che i social hanno sostituito i giochi di strada, quei processi di socializzazione fuori dal controllo degli adulti che noi attuavamo a partire dai 7 anni quando tornavamo da soli da scuola o scendevamo in cortile. Purtroppo viviamo in una società dissociata. Bisognerebbe educare le nuove generazioni alla terribile società che abbiamo creato, spiegando loro che oggi la socializzazione è governata dagli algoritmi. Oggi i genitori sono i più grandi spacciatori di internet: pensiamo alla pratica di geolocalizzare i figli”.

Ha senso parlare di un uso calibrato contro un uso eccessivo dei social?
“Non è uso eccessivo, è quello su cui oggi si governa il mondo. Si chiamava dipendenza da internet e oggi è il modo su cui costruisce il proprio futuro, la propria identità. Se non ci piace questo uso due sono le strade: o cambiamo la società o lasciamo i ragazzi, che sono già disperati, vivere in questa società. Si chiama società onlife, vita reale e virtuale sono integrate e i social garantiscono identità e successo. La regolamentazione di questa vita passa attraverso la trasformazione di una società. O cambiamo il mondo o smettiamo di raccontarci questa storia che stiamo troppo sui social. Togliamoci qualcosa noi: a questa generazione abbiamo già tolto abbastanza.”

Quale strada seguire per il bene dei ragazzi? 
“Il tema è, ancora una volta, l’alternativa. Bisogna aggiungere, non togliere, alle nuove generazioni: aggiungiamo speranza, opportunità di lavoro, informazione digitale. I ragazzi vanno educati agli algoritmi, all’intelligenza artificiale. E noi adulti chiediamoci perché oggi i giovani si rivolgono all’intelligenza artificiale e non a noi per parlare delle loro emozioni”.
(fonte: La Repubblica 15/06/2026)

martedì 31 marzo 2026

13enne accoltella a scuola in diretta social la sua professoressa di francese - Due lettere a confronto (2ª parte: la lettera dell'insegnante)

13enne accoltella a scuola in diretta social la sua professoressa di francese
Due lettere a confronto
(2ª parte: la lettera dell'insegnante)



Vedi il post precedente:

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La professoressa Chiara Mocchi, accoltellata da un suo alunno di terza media, a Trescore, sta meglio e, tramite il suo avvocato Angelo Lino Murtas, appena uscita dalla terapia intensiva ha scritto una lettera pubblicata dal Corriere della Sera, che riportiamo qui di seguito. 

* Il testo della lettera dell'insegnante di francese Chiara Mocchi *

A tutti voi,
adorati alunni, colleghi, genitori, soccorritori, personale sanitario, autorità, forze dell’ordine, familiari, giornalisti, e persone che mi avete circondato da subito di affetto e solidarietà. Sto dettando queste poche righe con la voce ancora flebile, al mio legale, ma con il cuore colmo di gratitudine.

Non avrei mai pensato che un giorno avrei dovuto raccontare un dolore così grande, né che avrei attraversato una prova così profonda. Eppure eccomi qui, ancora viva. E questo lo devo a molti di voi. In un attimo, un gesto improvviso e incomprensibile ha spezzato la quotidianità della scuola, trasformando una mattina come tante in un incubo. Quelle coltellate sul mio collo e sul mio torace avrebbero potuto fermare il mio cammino per sempre. So che addirittura la scena è stata ripresa via cellulare, è stata drammatica quanto irreale. Io stessa fatico a ricordarla senza tremare.

Ma subito, attorno a me, si è mosso un mondo di coraggio e di umanità. Ai colleghi che sono intervenuti senza alcuna esitazione, rischiando personalmente per mettermi in salvo: il vostro sangue freddo e la vostra forza hanno creato una barriera tra me e la morte. Agli studenti che hanno gridato aiuto, che hanno pianto, che si sono spaventati e hanno visto qualcosa che nessuno dovrebbe vedere a tredici anni: sappiate che non porto rabbia né paura nel cuore, ma solo desiderio di rivedervi crescere sereni e protetti.

Al personale dell’elisoccorso, che ha bloccato un’emorragia devastante, che ha lottato contro il tempo, che mi ha restituito un battito stabile con un a lunga trasfusione, mentre la linfa della vita usciva dalle mie ferite: non dimenticherò mai le vostre mani ferme e la vostra calma. Ai medici, agli infermieri, agli operatori sanitari che mi hanno accolto, curato e operato con una delicatezza che va oltre il dovere: siete stati famiglia. Alle forze dell’ordine e alle autorità, presenti subito, attente, rispettose, che hanno messo ordine nel caos e garantito sicurezza a tutti. A mio fratello Giampaolo, che ha tremato, pregato, vegliato accanto a me senza mai perdere la speranza. All’avvocato Angelo Lino Murtas, che mi sta accompagnando con sensibilità e competenza in un percorso che non avrei mai immaginato di dover affrontare.

Ai genitori, che mi scrivono, che mi abbracciano anche se solo da lontano, che hanno raccontato ai propri figli il valore dell’empatia e della vita.
A chiunque mi sta mandando messaggi, preghiere, pensieri, anche senza conoscermi: li ho sentiti arrivare tutti, uno per uno, come fili che mi hanno ricucito l’anima. Oggi sono ancora debole, la voce è un soffio, il corpo ha ferite profonde ancora fresche. Ma il mio spirito è vivo. E questa vita è un dono che non sprecherò.

So che quanto accaduto ha sconvolto molti di voi. Ha generato paure, domande, forse persino scoramento. Per questo vi dico: non lasciamoci vincere dal buio. Ai miei amati alunni, non fermatevi, non arrendetevi, studiate e preparatevi per il vostro futuro senza nessuna paura, ma solo e unicamente con coraggio. Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché. Come non lo sapranno i suoi genitori.

Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò. Tornerò in classe, tra i banchi, dove ho sempre sentito di appartenere. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili. Perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande. A tutti voi, dal profondo del cuore: grazie.

Grazie per avermi salvata, sorretta, pensata, custodita.
Grazie per darmi la forza di guardare avanti, non indietro, e soprattutto il sogno di potercela fare ancora.

Con commossa gratitudine
Prof. Chiara Mocchi


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* La riflessione di Tonio Dell'Olio *

È una lettera che nasce dal dolore e si apre alla vita quella della professoressa Chiara Mocchi, colpita da un suo alunno tredicenne. Parole dettate “con la voce ancora flebile”, ma con un cuore “colmo di gratitudine”.

Il racconto non indugia sull’orrore – “un gesto improvviso e incomprensibile” che ha trasformato la scuola in incubo – ma sulla rete di umanità che subito si è stretta attorno a lei: colleghi che “hanno creato una barriera tra me e la morte”, studenti impauriti ma vivi nel suo affetto, soccorritori e sanitari dalle “mani ferme”, capaci di restituirle il battito. 
Colpisce la scelta radicale: “non porto rabbia né paura nel cuore”. Persino verso chi l’ha ferita si affaccia uno sguardo che interroga, non condanna: un ragazzo che “forse nel profondo non saprà neanche perché”. 

E a tutti dice: “Non lasciamoci vincere dal buio”. È qui la lezione più alta: la ferita non come muro, ma “ponte”, occasione per una scuola più attenta e una comunità più unita. 

Nel corpo ancora segnato, lo spirito resta saldo: “questa vita è un dono che non sprecherò”. E l’orizzonte è il ritorno, semplice e luminoso: “tornerò in classe”. Non eroismo retorico, ma educazione viva, che sceglie la nonviolenza come forma più esigente di verità.
(fonte: Mosaico dei giorni 27/03/2026) 

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* La riflessione di Paola Spotorno *

«Come si torna in aula dopo questo trauma?»

Si apre per tutti un momento di profonda riflessione. Un momento di cura: per il corpo della docente, a cui va il mio più affettuoso abbraccio, e cura dello spirito e delle emozioni per il ragazzo coinvolto. Perché, ancora una volta, la scuola è chiamata non solo a insegnare, ma a comprendere, accogliere e, per quanto possibile, ricucire.

La prof Chiara Mocchi accoltellata a scuola dal suo studente aTrescore Balneario, Bergamo

Al mattino, quando vado a scuola, lungo la strada incontro studenti delle mie classi e anche di altre. Con molti di loro scambio un saluto: “Buongiorno, prof”, “Buongiorno”. Li vedo diversi: alcuni più sereni, altri ancora assonnati, qualcuno indifferente. Eppure, con loro mi sento tranquilla, serena per una nuova giornata che inizia, per una nuova sfida. Varco il portone della scuola, salgo le scale, continuo a salutare. È casa per me, ma credo anche un po’ per gli studenti: forse non la casa più bella ed elegante che uno sognerebbe, ma c’è sicuramente per tutti il calore di un luogo sicuro e accogliente.
Per questo sono rimasta sopraffatta, sorpresa e profondamente addolorata dal grave fatto di cronaca che ha coinvolto una collega, accoltellata questa mattina proprio sulla porta della sua classe, all’inizio delle lezioni, da un suo alunno. Uno di quegli alunni che incontri e saluti fuori da scuola, magari più incupito e meno socievole, dal quale però non ti aspetteresti un gesto del genere, perché non rientra tra le possibilità che immaginiamo nel nostro lavoro; un lavoro, il nostro, che è fatto di incontri, a volte anche di scontri, che esistono perché la relazione ne è il cuore, diviso tra professionalità, passione, ideali e, soprattutto, valori che attraverso le nostre lezioni cerchiamo di trasmettere. E l’insegnante che è stata ferita faceva dei valori un punto di forza della sua professione. Si impegnava per sé e per gli altri: essere RSU come è lei, rappresentante sindacale, significa assumersi responsabilità rispetto ai diritti dei colleghi. Chi lo fa crede nei diritti, nella contrattazione, nella possibilità di trovare un punto di convergenza per il bene comune. E chi si spende così per i colleghi, lo fa ancora di più per i propri studenti.

E questo rende se possibile più assurdo e inspiegabile il gesto di questo studente che si è presentato a scuola con quella maglietta con la scritta “vendetta”, una parola terribile e con quei pantaloni mimetici che evocano scenari di guerra. Spontaneamente allora mi chiedo che cosa spinga tanti ragazzi a comportamenti così oppositivi, così difficili da leggere. La scuola? Non credo, è un malessere che nasce e cresce fuori ma che trova ormai troppo spesso la sua esplosione negli edifici scolastici, nelle aule dove si chiede ancora di condividere spazi e regole comuni , dove ci sono adulti che mettono limiti, dove tutto è reale e il virtuale va lasciato fuori dalla porta. E quando il malessere diventa insopportabile e la relazione affettiva più significativa diventa “la mia ragazza virtuale” (comprata sui social) allora è probabile che virtuale e reale si siano definitivamente confusi. Basta allora un cellulare appeso al collo per riprendere la scena del proprio gesto ribelle, da postare sui social, per far diventare quel momento un videogioco violento.

Fuggire nel virtuale per non affrontare le proprie difficoltà, accettare le frustrazioni che inevitabilmente la vita porta con sé e trovare così solo nella vendetta nel farsi giustizia da soli una riparazione ai presunti torti. Ora si apre per tutti un momento di profonda riflessione. Un momento di cura: cura concreta per il corpo della docente, a cui va il mio più affettuoso abbraccio, e cura dello spirito e delle emozioni per il ragazzo coinvolto. Perché, ancora una volta, la scuola è chiamata non solo a insegnare, ma a comprendere, accogliere e, per quanto possibile, ricucire.
(fonte: Famiglia Cristiana 30/03/2026)

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* La seconda lettera dell'insegnante di francese Chiara Mocchi *


«Proprio lì, in quel buio, ho percepito la vita tornare indietro»

Tutto il Paese è ancora sotto shock per l’accoltellamento della professoressa di francese dell’istituto “Leonardo Da Vinci” di Trescore Balneario, nel bergamasco. Dopo il grande spavento delle prime ore, in cui l’attenzione era tutta catalizzata sulle condizioni di salute di Chiara Mocchi, una volta migliorata è arrivato il momento delle riflessioni. La professoressa aveva già scritto una prima comunicazione per ringraziare chi le è stata vicino in quelle 24 ore da incubo. Oggi è arrivata una seconda lettera, dettata direttamente dall'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, dove la donna è tutt’ora ricoverata.

Questa nuova testimonianza si apre con la descrizione di quei tragici istanti: «La mattina del 25 marzo 2026, davanti alla mia aula, un mio alunno tredicenne – confuso, trascinato e “indottrinato” dai social – mi ha colpita all’improvviso, ripetutamente al collo e al torace con un pugnale». Ma il peggio è stato evitato grazie al «solo coraggio immenso di un altro mio alunno, E., anche lui tredicenne, che mi ha invece difesa rischiando la sua stessa vita».

La professoressa prosegue poi raccontando i dettagli crudi dell’aggressione: «Una potentissima emorragia, quasi un litro e mezzo di sangue perso in poco tempo. Un fendente arrivato a mezzo millimetro dall’aorta. Un foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi mi soccorreva, e quel torpore che avanzava rapido mentre la luce intorno a me diventava ombra, e l’ombra diventava addio».

Successivamente, l’arrivo dell’eliambulanza del servizio “Blood on Board” ha permesso il trasporto d'urgenza. Chiara Mocchi ricorda con commozione il «momento del decollo, ho visto dall’alto le finestre della mia scuola: prima vuote, poi improvvisamente riempirsi dei volti dei miei amati ragazzi. Mi salutavano agitando le mani con disperazione, le lacrime agli occhi. Era come se volessero trattenermi ancora un po’ con loro».

Il racconto si sposta poi sul confine sottile tra la vita e la morte, nel momento critico in cui i medici lottavano contro il tempo: «Ricordo una voce di donna, ferma e urgente: “Abbiamo pochi secondi, la stiamo perdendo, ora o mai più”. Poi la luce nei miei occhi si è spenta e ho sentito di sprofondare nel buio più profondo. E proprio lì, in quel buio, ho percepito la vita tornare indietro. Come se stesse rientrando lentamente nel mio corpo, attraverso le vene. Una voce maschile scandiva: “Ancora una sacca… presto, ancora una!” Era il sangue donato, quello che ricominciava a circolare nel mio cuore che riprendeva il suo ritmo. Oggi la mia gratitudine va al mio alunno E., ai donatori, ai soccorritori, a chi mi ha tenuta aggrappata a questo mondo che amo e che non voglio lasciare».

La professoressa conclude con un pensiero che la commuove profondamente: «Penso – e non è un sogno – che il sangue che ora scorre nelle mie vene sia quello del mio avvocato Angelo Lino Murtas, donatore Avis da oltre 45 anni, che aveva donato il sangue proprio il giorno prima. Come lui, ci sono migliaia di persone anonime che offrono una parte di sé senza voler nulla in cambio. Gesti che sembrano piccoli, ma che diventano enormi quando salvano una vita. È lo stesso spirito con cui mio padre fondò l’Avis-Aido della Media Val Cavallina, con quel motto che da sempre custodisco nel cuore: “Una goccia di sangue può salvare una vita”. Forse non immaginava che un giorno quella vita sarebbe stata proprio quella di sua figlia».

L’insegnante termina la lettera con un invito rivolto a tutti coloro che leggeranno le sue parole, affinché chiunque «trovi il coraggio e la volontà di diventare donatore. Di affidare una piccola parte del proprio sangue all’Avis, affinché possa scorrere nelle vene di chi, come me, senza quelle gocce non ci sarebbe più».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Filippo Rizzardi e Daniela Bilanzuoli 30/03/2026)


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* News dal sito La Tecnica della Scuola 31/03/2026*

«L’insegnante accoltellata da un suo studente è stata dimessa dall’ospedale: 
“Vuole tornare a scuola il prima possibile”»

La docente accoltellata dallo studente tredicenne lo scorso 25 marzo in provincia di Bergamo è stata finalmente dimessa dall’ospedale Papa Giovanni XXIII del capoluogo lombardo. Lo conferma La Presse.

La 57enne ha potuto lasciare la struttura sanitaria dopo alcuni giorni di cure e osservazione. Le sue condizioni, secondo quanto emerso, sono in miglioramento e non desterebbero più particolari preoccupazioni dal punto di vista clinico.

Secondo quanto riferito dal suo legale “vuole tornare a scuola il prima possibile”, manifestando così la volontà di riprendere la propria attività didattica e di tornare alla normalità dopo il grave episodio di violenza che l’ha coinvolta.

“Voleva assolutamente tornare a casa per la Settimana Santa. È stata dimessa qualche ora fa e ora si trova a casa del fratello”, ha raccontato il suo legale all’Adnkronos, come riporta Rtl 102.5. Per la guarigione della 57enne “ci vorrà ancora tempo. Il taglio al collo è molto profondo e si spera non restino lesioni permanenti”, ha aggiunto.

Nonostante tutto, però, “l’umore è sempre forte: ha un bel carattere e vuole tornare il prima possibile a scuola, per accompagnare i ragazzi di terza all’esame. Vuole farlo al meglio e non si arrende”, anche se “le ferite, non solo fisiche ma anche interiori, devono ancora guarire”.

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«Insegnante accoltellata, Valditara vuole premiare il ragazzo che l’ha difesa.
Crepet: “Servitrice dello Stato a 1500 euro al mese”»


Il caso della docente 57enne accoltellata in una scuola media, in provincia di Bergamo, da uno studente tredicenne che prima di aggredirla ha scritto un “manifesto” e si è presentato a scuola con una maglietta con scritto “vendetta“.

Ieri, 30 marzo, la professoressa ha lasciato l’ospedale dopo cinque giorni, e ha diffuso una seconda lettera in cui ha ringraziato chi le ha salvato la vita, dal personale ospedaliero allo studente che ha cacciato l’aggressore a calci e lo ha allontanato.

“Lo studente è un eroe”

Come riporta SkyTg24, il legale della donna ha detto: “È indubbiamente un eroe. Ha rischiato di prendersi delle coltellate anche lui, come mi ha riferito la mia assistita. Sono intenzionato a proporlo per una medaglia”.

Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, a quanto apprende l’Adnkronos, ha anche chiamato la dirigente scolastica dell’istituto per invitare lo studente che è intervenuto a difesa dell’insegnante e la sua classe al ministero, per ringraziarlo e premiarlo per il suo coraggio.

Crepet: “Dare una medaglia alla docente”

Lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, intervenuto sul Nove, ha detto la sua: “Quello che trovo straordinario in questa vicenda orrenda è la professoressa. Uscire dalla rianimazione, l’hai scampata per un nanosecondo, vai appena il secondo giorno nel reparto di medicina e detti ad un tuo avvocato, ‘non tirate su un muro nei confronti di quel ragazzo, io non odio quel ragazzo’. Mamma mia. Allora questo Stato deve dare un riconoscimento anche di latta a questa donna perché questa è una servitrice dello Stato a 1.500€, va rispettata, ha rischiato la vita, ha detto che tornerà a scuola subito appena i medici gli daranno l’ok”.

“Ci rendiamo conto che c’abbiamo anche queste perle? Questo dà fiducia ai ragazzi. Perché io fossi un ragazzo vorrei andare da quella professoressa lì vorrei averla che mi legge Baudelaire”, ha concluso.

Crepet loda Valditara

Crepet, in questi giorni, ha anche commentato la decisione del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara di visitare la docente in ospedale: “Intanto, credo che il ministro abbia fatto una cosa molto giusta andando in ospedale ad assicurarsi sulle condizioni di una sua dipendente e dando anche un segnale. Detto questo, continuo a pensare che ci vorrebbe una bella onorificenza da parte del Presidente della Repubblica. Sarebbe un bel modo per dare una nuova visione dell’importanza della scuola”.

Ecco cosa, secondo lui, si dovrebbe fare: “Non ha senso agire all’ultimo secondo per prevenire i reati se non si fa nulla prima. Innanzitutto bisogna intervenire nella scuola, valorizzando la professione degli insegnanti e garantendo l’autonomia scolastica. E poi c’è quello che io chiamo ‘un vuoto artistico’ da riempire. I giovani oggi non hanno creatività. Una soluzione ce l’avrei: via i social per i tredicenni e facciamo convenzioni con artisti. Un mimo, un illustratore, una ballerina, un musicista: vengano a scuola ad aprire il cervello di chi guarda e ascolta”.

“O ancora: prevediamo un’ora a settimana nella scuole medie in cui si parta dalla dama e si arrivi agli scacchi. Sarebbe un ottimo modo per aprire le teste e liberare il pensiero. La nostra atrofia di adulti è ridicola e dannosa: oggi narrare e ascoltare è un gesto rivoluzionario”, ha aggiunto.

“Solo un prodotto finale”

Per Crepet c’era da aspettarsi un evento del genere: “C’è un rapporto diretto tra la mancanza di ascolto e la coltellata: quel gesto è pura frustrazione. Basta leggere quello che ha scritto quel ragazzo, roba molto forte. Ma lui è solo un prodotto finale: come si fa a non capire che questa è l’elegia del non vedere nulla? Eppure lo abbiamo già conosciuto in altre epoche, non è una novità. L’elemento nuovo è la presenza del cellulare, e allora mi chiedo come mai non si possa aprire un ragionamento su uno strumento che in certe situazioni diventa estremamente pericoloso. Lasciamo ai nostri figli la possibilità di crescere con i loro tempi e i loro errori. E invece gli adulti oggi stanno ‘truccando’ i bambini col rischio di mandarli fuori giri: io li chiamo ‘bambini Abarth’, e il tredicenne di Bergamo ne è un esempio: non è ascoltato, di lui non frega nulla a nessuno. Se ti puoi mettere una shirt con scritto vendetta e nessuno ti ferma, cosa devi fare di più, andare nudo in chiesa?”.



sabato 28 marzo 2026

13enne accoltella a scuola in diretta social la sua professoressa di francese - Due lettere a confronto (1ª parte: la lettera del tredicenne)

13enne accoltella a scuola in diretta social la sua professoressa di francese
Due lettere a confronto
(1ª parte: la lettera del tredicenne)


Prima di compiere il terribile gesto, il ragazzo 13enne di Trescore in provincia di Bergamo, aveva annunciato le sue intenzioni su un canale Telegram con una lunga lettera, di cui il quotidiano La Repubblica ha riportato il testo, che pubblichiamo qui di seguito. 

La professoressa ha scritto anche lei una lettera, dettando le parole al suo avvocato. 

* Il testo della lettera del ragazzo, dal titolo «La soluzione finale» *

«Non ho trovato il coraggio di uccidere mio padre. Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese. La scelta non è casuale, è mirata. Le piace prendermi di mira, umiliarmi davanti a tutti, fare commenti cattivi, battute di cattivo gusto e giustificare la violenza contro di me anche quando sono chiaramente la vittima. Quando un ragazzino gracile mi ha dato un pugno, non ho reagito. Gli insegnanti non se ne sono nemmeno accorti. Sono dovuto andare da loro e spiegare l’accaduto, e questo dimostra quanto la scuola stia fallendo. Quando la mia insegnante di francese ha avuto l’audacia di dire che me lo meritavo, il preside non ha fatto nulla. È rimasta impunita per una cosa così grave».

«Visto che a quanto pare i ‘ragazzi’ non capiscono cosa sia giusto e cosa no, userò questo a mio vantaggio: non posso essere incarcerato, dato che in Italia l’età minima per la responsabilità penale è 14 anni, non posso nemmeno essere processato, quindi farò quello che ho sempre voluto fare: uccidere lei e chiunque cercherà di impedirmelo. Non è solo un atto di vendetta, è un modo per rompere la noiosa routine nel modo più estremo possibile. Sono stanco di essere un tipo banale, di dover fare sempre le stesse cose. Le regole non sono qualcosa che devo seguire, sono qualcosa che devo infrangere, e non c’è niente di meglio per farlo che la vendetta, punire chi mi ha fatto un torto. Ho sempre amato infrangere le regole, che fossero etiche, morali o legali, tutte queste cose mi limitano. E se qualcosa mette in discussione la mia libertà, lo sento come un attacco personale alla mia autonomia. Se qualcuno mi dice di non fare qualcosa, il più delle volte mi sento ancora più spinto a farlo».

«Eppure quando mi hanno fatto fare un test sul mio comportamento, la mia insegnante mi ha dato un punteggio basso per la distrazione e non ha esitato a sottolinearlo in classe e questo mi fa infuriare. Mi sembra un sabotaggio. Mi sta incatenando a questa vita di sofferenza solo perché non le piaccio. Avendo solo 13 anni, sono completamente impotente in questa situazione e non posso fare molto per cambiare il percorso che è stato scelto per me. La mia vita è dettata da adulti a cui non importa nulla di me, la mia insegnante di francese non vuole altro che riempirmi la vita di dolore e sofferenza abusando del suo potere. È così impotente nella sua vita che ha deciso che sfogare la sua rabbia su un gruppo di ragazzini delle medie è un ottimo modo per rilassarsi».

«L’uniforme militare non è una scelta casuale. L’ho scelta perché mi vedo come un soldato che combatte per i propri diritti, diritti che sono stati calpestati. Mi sento anche superiore a tutti i miei coetanei. Sì, a volte sono divertenti, ma mi sento molto più intelligente di loro e indossare un’uniforme dimostra la mia superiorità rispetto a tutti questi comuni mortali. Non sono più uno di loro, sono qualcuno di migliore, qualcuno che ha avuto la forza di fare ciò che molti non hanno fatto, qualcuno che ha l’intelligenza di capire che nessuno difende veramente noi e i nostri bisogni. Sono unico e non sono una copia di nessun attacco scolastico precedente. Voglio essere riconosciuto per essere andato controcorrente: voglio portare qualcosa di nuovo. Vendetta non è una parola scelta a caso. Rappresenta ciò che provo: mi sto prendendo la dolce vendetta che merito uccidendo le persone che mi hanno fatto del male. Per quanto riguarda la mia ideologia politica, non mi riconosco in nessuna ideologia ben definita, perché l’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita ha importanza al di fuori della mia. La vita non ha senso se decidi di viverla come un topo, seguendo una routine quotidiana come uno schiavo».

«Non ho molti amici perché la maggior parte delle persone mi considera strano o insopportabile. Mi piace socializzare, ma allo stesso tempo detesto uscire. Vedere la gente che ride in gruppo mi fa infuriare: sono tutti un branco di stupidi e banali, tutti uguali, come se fossero stati copiati e incollati da un progetto noioso. Devi dare un senso alla tua vita, e il senso della mia vita è assecondare tutte le mie fantasie, ignorando gli altri e provando il brivido di infrangere le regole, che è il piacere più grande della mia vita».

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* Il commento del Ministro Valditara *


"Quanto accaduto presso l'Istituto comprensivo di Trescore Balneario, è un fatto di una gravità sconvolgente" ha detto il Ministro Valditara, secondo quanto riporta ANSA.

"Esprimo innanzitutto la mia forte vicinanza alla docente, ai suoi famigliari, alla scuola. Questo fatto dimostra che è necessario approvare rapidamente le nuove, severe norme predisposte dal governo per contrastare la criminalità giovanile e in particolare la diffusione di armi improprie fra i giovani. Misure necessarie da accompagnare a quelle che abbiano già avviato nelle scuole sulla condotta e l'educazione al rispetto e che a breve saranno avviate come quella sulla assistenza psicologica" ha concluso Valditara.

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* La riflessione di Ivano Zoppi *


«È un fallimento educativo che viene da lontano»

L’aggressione nel Bergamasco, dove un tredicenne ha accoltellato la sua docente filmando la scena, rivela una preoccupante deriva. Ivano Zoppi di Fondazione Carolina analizza il caso sottolineando come la logica della performance social e la ricerca della vendetta non possano essere contrastate solo con misure punitive

iStock

Non solo un’aggressione, ma una performance studiata a tavolino: la maglietta con la scritta "vendetta" e il telefono al collo per filmare tutto. Il caso del tredicenne che ha ferito con un coltello la sua docente nel bergamasco solleva interrogativi che vanno ben oltre l’ordine pubblico, toccando il cuore della responsabilità degli adulti e della deriva digitale dei giovanissimi.

Quando si tratta di educazione e digitale, Fondazione Carolina è sempre in prima fila per cercare soluzioni che possano aiutare ragazzi in difficoltà. Ivano Zoppi, di Fondazione Carolina, ci mette in guardia dal confondere la velocità della punizione con l’efficacia della rieducazione.

«Condivido l'urgenza espressa dal Ministro Valditara: servono risposte rapide e concrete. Ma attenzione a non confondere la velocità della risposta con la sua efficacia. Norme più severe sulla diffusione di armi tra i minori sono opportune, ma non possono essere l'unica — né la principale — risposta a ciò che è accaduto oggi. Un ragazzino di tredici anni che si presenta a scuola con un coltello, una maglietta con la scritta "vendetta" e il telefono al collo per filmare la propria aggressione non è un problema di ordine pubblico. È il segnale di un fallimento educativo che viene da lontano — un fallimento che riguarda tutti noi».

E prosegue: «Il Ministro ha giustamente richiamato il tema dell'assistenza psicologica nelle scuole. Bene, ma con quale modello? Con quali risorse? E soprattutto: con quale continuità? Non possiamo continuare a invocare lo psicologo scolastico il giorno dopo la tragedia e dimenticarcene la settimana successiva. Servono presidi educativi stabili, adulti formati e presenti nel quotidiano dei ragazzi — non interventi emergenziali a fatto compiuto».

C'è poi un elemento «che merita una riflessione profonda: questo ragazzo non ha solo pianificato un'aggressione, l'ha messa in scena. La maglietta, i pantaloni militari, il telefono per riprendere tutto. È la grammatica dei social, la logica della performance violenta come spettacolo. Non è un caso isolato: è il sintomo di una cultura digitale che normalizza la violenza come contenuto. Su questo versante, come Fondazione Carolina lo ripetiamo da anni: senza una strategia strutturale di educazione digitale e senza un coinvolgimento serio delle piattaforme, continueremo a intervenire solo dopo, solo troppo tardi».

Infine, una nota necessaria: «questo ragazzo ha tredici anni e non è imputabile. Non lo sarà neanche con nuove norme, se queste non saranno accompagnate da percorsi reali di presa in carico, di giustizia riparativa, di intervento precoce. La punizione senza educazione non protegge nessuno — né le vittime, né i ragazzi che compiono questi gesti».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Filippo Rizzardi e Chiara Pelizzoni 26/03/2026)

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* La riflessione di Marco Rovelli *

«Quella lontananza mortale dagli adulti»

Nella lettera del 13enne che in provincia di Bergamo ha attentato a scuola alla vita della sua insegnante, una ripetuta rivendicazione di libertà dal controllo e dal giudizio

L’istituto comprensivo di via Damiano Chiesa di Trescore Balneari dove sono avvenuti i fatti – foto Ansa

«La soluzione finale» è il titolo scelto per il messaggio scritto su Telegram dal tredicenne che ha accoltellato la sua insegnante di francese. Si prende in prestito dalla storia un’espressione che condensa tutto il suo orrore, per portarla nel proprio quotidiano

Si tratta di farla finita con la vita, in un gesto nichilistico di annientamento del mondo e di se stessi, di distruzione e di autodistruzione.

«Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese». Un gesto di cui viene dichiarato subito la sua natura di surrogato: «Non ho trovato il coraggio di uccidere mio padre». Lo dice al mondo intero, quel ragazzo, di avere un problema radicale di relazione, e non sapendolo elaborare decide di passare all’atto nel contesto quotidiano in cui sconta la propria incapacità di gestire le relazioni.

La scelta di colpire l’insegnante è una scelta «mirata», scrive. «Le piace prendermi di mira, umiliarmi davanti a tutti, fare commenti cattivi, battute di cattivo gusto e giustificare la violenza contro di me anche quando sono chiaramente la vittima». La sua condizione autopercepita come vittimaria porta con sé il proprio sentirsi diverso da tutti e superiore ai «comuni mortali» da cui si sente circondato: «L’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta», il culto del proprio Io – un Io ancora tutto in formazione, fluido, esposto drammaticamente a un mondo che non è in grado di gestire – è la sua difesa estrema dalla sofferenza che ogni relazione per lui porta con sé.

Quel culto trova espressione estetica nella scelta di come vestirsi, ritualmente, con un’uniforme militare per compiere quel gesto estremo, omicidario e suicidario insieme: «L’ho scelta perché mi vedo come un soldato che combatte per i propri diritti, diritti che sono stati calpestati». Ingiustizia, rispetto, diritti, sono parole chiave dell’universo simbolico di quell’adolescente, come di tanti adolescenti: a cui però manca totalmente una dimensione collettiva, incapace com’è di gestire le relazioni sia con i coetanei che con gli adulti.

È palese la distanza abissale dal mondo degli adulti, e la rivendicazione di libertà a autonomia. E l’idea di una scuola inadeguata («La scuola sta fallendo»). Distanza dal mondo degli adulti e rivendicazione di autonomia a fronte dell’eccessivo controllo e giudizio di cui si è oggetti sono senso comune, tra gli adolescenti. Ma qui precipitano, come in un manga, o in una serie coreana, nella necessità della vendetta: «Mi sto prendendo la dolce vendetta che merito uccidendo le persone che mi hanno fatto del male».

Là dove sei giudicato e ti senti svilito nella tua dignità, là dove sei considerato un loser senza redenzione possibile, non resta che la vendetta, come gesto estremo di affermazione della propria identità.

E si tratta anche di fuggire la «banalità» che vede attorno a sé, e così riscattare la propria identità per differenza. «Voglio essere riconosciuto per essere andato controcorrente», scrive: non ha certamente letto Hegel, ma ha ben chiara la questione del riconoscimento da parte dell’altro. Questa differenza risalterà in quel gesto estremo, dove saranno evidenti a chiunque «la forza» necessaria per «fare ciò che molti non hanno fatto», e «l’intelligenza» per «capire che nessuno difende veramente noi e i nostri bisogni». Solo in questo passaggio della lettera si enuncia un «noi», parlando di «nostri bisogni» – come se percepisse con chiarezza che quella condizione radicale di solitudine e di distanza abissale da ogni adulto non fosse solo sua, ma una condizione comune.

Perciò agisce, ribellandosi a un destino che percepisce essere già stato deciso, e di cui trova nella sua insegnante di francese il massimo responsabile e il nemico perfetto da abbattere, perché tra le umiliazioni che sente di aver ricevuto c’è anche quello di essere stato marchiato e deriso per un disturbo dell’attenzione.

Quest’Io sofferente allo spasimo, che si sente incatenato, con un destino immodificabile, decide di riscattarsi infliggendo la sofferenza estrema: dispensare morte, che è il culmine della trasgressione di ogni regola, l’affermazione radicale della propria libertà, e l’unica possibilità di dare un senso alla propria vita.

Colpisce la scrittura nitida e precisa di questa lettera, inusuale in un ragazzo di tredici anni. E colpisce anche la consapevolezza del fatto che non potrà essere processato, «visto che a quanto pare i “ragazzi” non capiscono cosa sia giusto e cosa no». E anche questo suona come un segno di quanto sia abissale la distanza dal mondo degli adulti, e dell’insostenibilità dell’esserne giudicati.
(fonte: Il Manifesto, articolo di Marco Rovelli 27/03/2026)


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* La riflessione di Alberto Pellai *

«Come arriva un tredicenne a voler accoltellare la sua prof?»

I ragazzi oggi nutrono il loro cervello di violenza e bruttezza. Il male arriva alle menti di chi cresce molto più del bene. È in questo modo che si agisce quello che si sente, senza pensarci su. Di cosa c’è bisogno? Di genitori che stiano ogni giorno a fianco dei propri figli. Crescere implica fatica, impegno e responsabilità

Nel riquadro la professoressa Chiara Mocchi accoltellata dallo studente tredicenne a Trescore Balneario (Bergamo) - Ansa

Un tredicenne entra a scuola, quando ancora non sono iniziate le lezioni. In mano ha un coltello; appeso al collo ha uno smartphone da cui ha fatto partire una diretta che riprende in tempo reale ciò che sta per fare. Il ragazzo assale la propria professoressa di francese. La accoltella al collo e al petto e solo la prontezza dell’intervento medico - tramite elisoccorso - le salva la vita. 

Il ragazzo viene fermato e poi condotto in questura. Racconta che il suo gesto è dovuto al fatto che la professoressa gli ha dato un voto più basso di quello che secondo lui, si sarebbe meritato. Inoltre, in un litigio con un compagno, ha preso le difese dell’altro. 

Tutto questo, nella sua visione delle cose, giustifica un tentato omicidio. La sua azione criminale non è il risultato dell’impulso rabbioso. È invece un progetto studiato in ogni particolare. 
Il ragazzo si reca a scuola con una felpa che riporta la scritta “vendetta”. Con sé ha anche una pistola scacciacani. A casa si è procurato, probabilmente tramite acquisti online, materiale esplosivo per produrre un ordigno che, per fortuna, non ha mai portato a termine. Sembra di assistere al copione di un video youtube di una challenge estrema, ovvero quei video in cui ci sono giovanissimi che si riprendono mentre fanno cose molto pericolose con cui dimostrano al mondo il loro “presunto” coraggio.

Tutta questa vicenda mette in scena le peggiori ansie genitoriali ed educative del terzo millennio. 
Che cosa sta accadendo ai giovanissimi? Per quale motivo si muovono nella realtà, immaginando di essere i protagonisti di un film, in cui agiscono copioni criminali che avranno conseguenze enormi sul loro tragitto esistenziale? 

La cronaca afferma che il tredicenne, fermato quasi subito dopo il suo folle gesto, una volta portato in presidenza, ha pianto copiosamente probabilmente essendosi reso conto dell’enormità di ciò che aveva compiuto. Ecco: questo è, secondo me, il fermo-immagine su cui concentrare le nostre riflessioni educative.

La preadolescenza è un’età in cui il funzionamento della mente spinge ad agire senza averci “pensato su”. 
Il cervello emotivo (quello che agisce in modo pulsionale e sulla spinta delle emozioni che un soggetto vive) è molto più potente del cervello cognitivo, che è quello che è in grado di mettere in gioco i freni inibitori, di far riflettere sulle implicazioni e sulle conseguenze del proprio gesto. Molti ragazzi agiscono in base a ciò che sentono e senza pensarci su. In pre-adolescenza tale meccanismo si genera sulla base di una vulnerabilità fisiologica in cui la potenza emotiva non è compensata in modo adeguato dalla competenza cognitiva. La maturità cognitiva, infatti, arriva lenta nel tempo e ha bisogno di tutta l’adolescenza per compiersi in modo pieno. Per questo motivo, la preadolescenza avrebbe bisogno di avvenire in un mondo che “transenna” l’immaginario di ragazzi e ragazze, dirigendolo verso territori in cui si impara la responsabilità, si viene aiutati a regolare le proprie emozioni, si riflette su ciò che è bene e ciò che è male. Invece, che cosa è accaduto negli ultimi venti anni? È accaduto che i nostri figli trascorrono sempre più tempo nel mondo virtuale, che gli adulti veri – quelli della vita reale – sono sempre più distanti e assenti, silenziosi e poco autorevoli. E che ogni giorno il cervello dei minori in crescita galleggia in un brodo digitale in cui si gioca per ore con videogiochi sparatutto, si ascoltano canzoni piene di riferimenti violenti e sprezzanti nei confronti di tutto e tutti, si guardano video estremi dove tutto è centrato sul valore della potenza. È così che muore la possibilità di generare competenza emotiva, cognitiva e socio-relazionale. Così un cervello che ancora non sa come si sta al mondo, si abitua a pensarsi onnipotente e progetta azioni distruttive, trasgressive, a volte criminali come in questo caso. I ragazzi oggi nutrono il loro cervello di violenza e bruttezza. Il male arriva alle menti di chi cresce molto più del bene. I modelli negativi sembrano più popolari e vincenti di quelli positivi, così che avere in mano un coltello può apparirti più vantaggioso – a livello identitario – che avere in mano un libro. 

È in questo modo che si agisce quello che si sente, senza pensarci su. Per poi magari piangere a dirotto, una volta compiuto il danno, perché ci si accorge che la vita reale non funziona come la video dentro youtube.

Di cosa c’è bisogno? Di genitori che stiano ogni giorno a fianco dei propri figli. Che parlino a tavola con loro, evitando che il tempo dei pasti sia un’ennesima occasione per scrollare sul piccolo schermo.

C’è bisogno di portare nelle scuole testimonianze di persone normali – infermieri, panettieri, medici, idraulici, ingegneri, elettricisti – che raccontino ai ragazzi e alle ragazze che la vita reale è tenuta in piedi da persone che ogni giorno gestiscono con impegno e responsabilità il loro ruolo adulto, permettendo a tutti di avere una vita degna di questo nome

C’è bisogno di aiutare chi cresce a immaginarsi persona normale e non grandiosa, capace di reggere le frustrazioni. 

C’è bisogno di studenti che di fronte ad un brutto voto non pensano a quanti errori ha fatto il docente che quel voto gli ha attribuito, ma riflettono su cosa serve per migliorarsi in occasione della prossima prova. 
Il tredicenne bergamasco ha procurato un tentato omicidio perché aveva ricevuto un voto più basso di quello che si aspettava. La sua visione del mondo era totalmente auto-centrata: io mi merito tutto e se non mi riconosci il merito che io penso di avere, allora con te mi arrabbio e ti faccio fuori. Eliminare la fonte di frustrazione, invece che considerarla un’occasione per crescere e migliorarsi: il fulcro della fragilità narcisistica sta tutto qui. E questa società di tale fragilità ne è impregnata a ogni livello. 

Bisogna ripartire dai fondamentali dell’educazione: ovvero che crescere implica fatica, impegno e responsabilità. E che solo il mondo reale sa allenare a questi tre aspetti, perché quello virtuale ha costruito la sua fortuna e il suo successo nell’esatto contrario, essendo facile, disimpegnato e irresponsabile. Ripartiamo da qui.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Alberto Pellai 26/03/2026)