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sabato 25 settembre 2021

CICATRICI LUMINOSE - Dio ci invita a temere di più una vita fallita che non le ferite dolorose della vita stessa. La soluzione non è una mano tagliata, ma una mano convertita, felice nel dono di sé. - XXVI Domenica T. O. / B - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

CICATRICI LUMINOSE
 

Dio ci invita a temere di più una vita fallita 
che non le ferite dolorose della vita stessa. 
La soluzione non è una mano tagliata, ma una mano convertita, felice nel dono di sé.
 

I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire
In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. (...)». Marco 9, 38-43.45.47-48


per i social

CICATRICI LUMINOSE

Dio ci invita a temere di più una vita fallita che non le ferite dolorose della vita stessa. La soluzione non è una mano tagliata, ma una mano convertita, felice nel dono di .

«Maestro, quell’uomo non è dei nostri... Non importa se è bravo, fa miracoli e dalle sue mani germogliano vita e luce. Ci oscura! Ci toglie pubblico. Viene da un’altra storia, e noi dobbiamo difendere la nostra».

L’istituzione prima di tutto, l’appartenenza prima del miracolo, l’ideologia prima della verità.

Non era, non sono dei nostri. Tutti lo ripetono: gli apostoli di allora, le chiese, le nazioni, i partiti davanti ai flussi migratori. Separano. Invece noi vogliamo seguire quest'uomo senza barriere, quel Gesù che ha un’altra intuizione capace di cambiare il corso della storia: non glielo impedite, perché chi non è contro di noi è per noi.

La persona viene sempre prima della legge, prima anche della verità.

Chiunque aiuta il mondo a fiorire è mio discepolo.

Si possono incarnare sogni di Vangelo anche senza essere cristiani, il Regno è molto più vasto e profondo di tutte le istituzioni messe insieme. Si può essere uomini di Dio anche senza essere uomini della Chiesa, e il Regno è infinitamente più grande di tutte le chiese.

Chiunque fa del bene, chiunque dà un sorso d'acqua, un sorso di miracolo, è dei nostri. L’uomo tutto è dei nostri, e “l’uomo” siamo tutti. Quanti sono di Cristo e neppure lo sanno! Lottano contro i demoni di ingiustizia, violenza, soprusi; sono capaci dei miracoli dell'amore, sanno dare vita e libertà e futuro a uno solo o a tanti fratelli. Fuori dall'accampamento, eppure profeti di luce.

«Fossero tutti profeti», esclama Mosé. Allora impariamo a godere e a ringraziare del bene, da chiunque sia fatto.

Tante volte di fronte al male ci sentiamo frustrati e impotenti. Gesù dice: tu porta il tuo bicchiere d'acqua, fidati, il peggio non prevarrà. Così ti porta a gettarti dentro lo Spirito dei profeti e a vivere molte vite, a vivere storie d’altri come fossero le tue. Se tutti i miliardi di persone portassero il loro bicchiere d'acqua, quale oceano d'amore si stenderebbe a coprire il mondo.

E termina con parole dure: «Se la tua mano, il tuo piede, il tuo occhio ti scandalizzano, tagliali, gettali via». Vangelo delle cicatrici luminose, perché le parole di Gesù non sono l’invito a un’inutile automutilazione, ma un linguaggio figurato, in­cisivo, che trasmette la serietà con cui si deve pensare alle cose essenziali. Anche perdere ciò che ti è prezioso, come la mano e l’occhio, non è paragonabile al danno che deriva dall’aver sbagliato la vita.

Non dare sempre la colpa agli altri, alla società, all'infanzia, alle circostanze. Se il male si è annidato dentro di te, nel tuo occhio, nella tua mano, nel tuo cuore, tu scava, cerca il tuo mistero d'ombra, e convertilo. Dio ci invita a temere di più una vita fallita che non le ferite dolorose della vita stessa.

La soluzione non è una mano tagliata, ma una mano convertita, mano felice nel dono di sè.

per Avvenire

È di Dio chi regala un sorso di vita (...)



Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) - CANTI PER IL TEMPO ORDINARIO / 3

Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) 

CANTI PER IL TEMPO ORDINARIO / 3


Nel rispetto delle regole anti-covid, tutti i partecipanti alla S. Messa presso il Santuario del Carmine sono invitati a stamparsi il proprio foglio dei canti:

- CANTI PER IL TEMPO ORDINARIO / 3 (PDF)

N.B.: Il foglio non dovrà essere lasciato in chiesa.

SINODO - Papa Francesco: " Non abbiate paura di entrare in dialogo e lasciatevi sconvolgere dal dialogo: è il dialogo della salvezza" Discorso ai fedeli della Diocesi di Roma

SINODO CHIESA ITALIANA
Papa Francesco:  
"Non abbiate paura di entrare in dialogo 
e lasciatevi sconvolgere dal dialogo: 
è il dialogo della salvezza"

Discorso ai fedeli della diocesi di Roma,
Aula Paolo VI - Sabato, 18 settembre 2021


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!


Come sapete – non è una novità! –, sta per iniziare un processo sinodale, un cammino in cui tutta la Chiesa si trova impegnata intorno al tema: «Per un Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione»: tre pilastri. Sono previste tre fasi, che si svolgeranno tra ottobre 2021 e ottobre 2023. Questo itinerario è stato pensato come dinamismo di ascolto reciproco, voglio sottolineare questo: un dinamismo di ascolto reciproco, condotto a tutti i livelli di Chiesa, coinvolgendo tutto il popolo di Dio. Il Cardinale vicario e i Vescovi ausiliari devono ascoltarsi, i preti devono ascoltarsi, i religiosi devono ascoltarsi, i laici devono ascoltarsi. E poi, inter-ascoltarsi tutti. Ascoltarsi; parlarsi e ascoltarsi. Non si tratta di raccogliere opinioni, no. Non è un’inchiesta, questa; ma si tratta di ascoltare lo Spirito Santo, come troviamo nel libro dell’Apocalisse: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (2,7). Avere orecchi, ascoltare, è il primo impegno. Si tratta di sentire la voce di Dio, cogliere la sua presenza, intercettare il suo passaggio e soffio di vita. Capitò al profeta Elia di scoprire che Dio è sempre un Dio delle sorprese, anche nel modo in cui passa e si fa sentire:

«Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce […], ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello» (1Re 19, 11-13).

Ecco come ci parla Dio. Ed è per questa “brezza leggera” – che gli esegeti traducono anche “voce sottile di silenzio” e qualcun altro “un filo di silenzio sonoro” – che dobbiamo rendere pronte le nostre orecchie, per sentire questa brezza di Dio.

La prima tappa del processo (ottobre 2021 - aprile 2022) è quella che riguarda le singole Chiese diocesane. Ed è per questo che sono qui, come vostro Vescovo, a condividere, perché è molto importante che la Diocesi di Roma si impegni con convinzione in questo cammino. Sarebbe una figuraccia che la Diocesi del Papa non si impegnasse in questo, no? Una figuraccia per il Papa e anche per voi.

Il tema della sinodalità non è il capitolo di un trattato di ecclesiologia, e tanto meno una moda, uno slogan o il nuovo termine da usare o strumentalizzare nei nostri incontri. No!

La sinodalità esprime la natura della Chiesa, la sua forma, il suo stile, la sua missione. E quindi parliamo di Chiesa sinodale, evitando, però, di considerare che sia un titolo tra altri, un modo di pensarla che preveda alternative. Non lo dico sulla base di un’opinione teologica, neanche come un pensiero personale, ma seguendo quello che possiamo considerare il primo e il più importante “manuale” di ecclesiologia, che è il libro degli Atti degli Apostoli.

La parola “sinodo” contiene tutto quello che ci serve per capire: “camminare insieme”. Il libro degli Atti è la storia di un cammino che parte da Gerusalemme e, attraversando la Samaria e la Giudea, proseguendo nelle regioni della Siria e dell’Asia Minore e quindi nella Grecia, si conclude a Roma. Questa strada racconta la storia in cui camminano insieme la Parola di Dio e le persone che a quella Parola rivolgono l’attenzione e fede. La Parola di Dio cammina con noi. Tutti sono protagonisti, nessuno può essere considerato semplice comparsa. Questo bisogna capirlo bene: tutti sono protagonisti. Non è più protagonista il Papa, il Cardinale vicario, i Vescovi ausiliari; no: tutti siamo protagonisti, e nessuno può essere considerato una semplice comparsa. I ministeri, allora, erano ancora considerati autentici servizi. E l’autorità nasceva dall’ascolto della voce di Dio e della gente – mai separarli – che tratteneva “in basso” coloro che la ricevevano. Il “basso” della vita, a cui bisognava rendere il servizio della carità e della fede. Ma quella storia non è in movimento soltanto per i luoghi geografici che attraversa. Esprime una continua inquietudine interiore: questa è una parola chiave, la inquietudine interiore. Se un cristiano non sente questa inquietudine interiore, se non la vive, qualcosa gli manca; e questa inquietudine interiore nasce dalla propria fede e ci invita a valutare cosa sia meglio fare, cosa si deve mantenere o cambiare. Quella storia ci insegna che stare fermi non può essere una buona condizione per la Chiesa (cfr Evangelii gaudium, 23). E il movimento è conseguenza della docilità allo Spirito Santo, che è il regista di questa storia in cui tutti sono protagonisti inquieti, mai fermi.

Pietro e Paolo, non sono solo due persone con i loro caratteri, sono visioni inserite in orizzonti più grandi di loro, capaci di ripensarsi in relazione a quanto accade, testimoni di un impulso che li mette in crisi – un’altra espressione da ricordare sempre: mettere in crisi –, che li spinge a osare, domandare, ricredersi, sbagliare e imparare dagli errori, soprattutto di sperare nonostante le difficoltà. Sono discepoli dello Spirito Santo, che fa scoprire loro la geografia della salvezza divina, aprendo porte e finestre, abbattendo muri, spezzando catene, liberando confini. Allora può essere necessario partire, cambiare strada, superare convinzioni che trattengono e ci impediscono di muoverci e camminare insieme.

Possiamo vederelo Spirito che spinge Pietro ad andare nella casa di Cornelio, il centurione pagano, nonostante le sue esitazioni. Ricordate: Pietro aveva avuto una visione che l’aveva turbato, nella quale gli veniva chiesto di mangiare cose considerate impure, e, nonostante la rassicurazione che quanto Dio purifica non va più ritenuto immondo, restava perplesso. Stava cercando di capire, ed ecco arrivare gli uomini mandati da Cornelio. Anche lui aveva ricevuto una visione e un messaggio. Era un ufficiale romano, pio, simpatizzante per il giudaismo, ma non era ancora abbastanza per essere pienamente giudeo o cristiano: nessuna “dogana” religiosa lo avrebbe fatto passare. Era un pagano, eppure, gli viene rivelato che le sue preghiere sono giunte a Dio, e che deve mandare qualcuno a dire a Pietro di recarsi a casa sua. In questa sospensione, da una parte Pietro con i suoi dubbi, e dall’altra Cornelio che aspetta in quella zona d’ombra, è lo Spirito a sciogliere le resistenze di Pietro e aprire una nuova pagina della missione. Così si muove lo Spirito: così. L’incontro tra i due sigilla una delle frasi più belle del cristianesimo. Cornelio gli era andato incontro, si era gettato ai suoi piedi, ma Pietro rialzandolo gli dice: «Alzati: anch’io sono un uomo!» (At 10,26), e questo lo diciamo tutti: “Io sono un uomo, io sono una donna, siamo umani”, e dovremmo dirlo tutti, anche i Vescovi, tutti noi: “alzati: anche io sono un uomo”. E il testo sottolinea che conversò con lui in maniera familiare (cfr v. 27). Il cristianesimo dev’essere sempre umano, umanizzante, riconciliare differenze e distanze trasformandole in familiarità, in prossimità. Uno dei mali della Chiesa, anzi una perversione, è questo clericalismo che stacca il prete, il Vescovo dalla gente. Il Vescovo e il prete staccato dalla gente è un funzionario, non è un pastore. San Paolo VI amava citare la massima di Terenzio: «Sono uomo, niente di ciò ch’è umano lo stimo a me estraneo». L’incontro tra Pietro e Cornelio risolse un problema, favorì la decisione di sentirsi liberi di predicare direttamente ai pagani, nella convinzione – sono le parole di Pietro – «che Dio non fa preferenza di persone» (At 10,34). In nome di Dio non si può discriminare. E la discriminazione è un peccato anche fra noi: “noi siamo i puri, noi siamo gli eletti, noi siamo di questo movimento che sa tutto, noi siamo…”. No. Noi siamo Chiesa, tutti insieme.

E vedete, non possiamo capire la “cattolicità” senza riferirci a questo campo largo, ospitale, che non segna mai i confini. Essere Chiesa è un cammino per entrare in questa ampiezza di Dio. Poi, tornando agli Atti degli Apostoli, ci sono i problemi che nascono riguardo all’organizzazione del crescente numero dei cristiani, e soprattutto per provvedere ai bisogni dei poveri. Alcuni segnalano il fatto che le vedove vengono trascurate. Il modo con cui si troverà la soluzione sarà radunare l’assemblea dei discepoli, prendendo insieme la decisione di designare quei sette uomini che si sarebbero impegnati a tempo pieno nella diakonia, nel servizio alle mense (At 6,1-7). E così, con il discernimento, con le necessità, con la realtà della vita e la forza dello Spirito, la Chiesa va avanti, cammina insieme, è sinodale. Ma sempre c’è lo Spirito come grande protagonista della Chiesa.

Inoltre, c’è anche il confronto tra visioni e attese differenti. Non dobbiamo temere che questo accada ancora oggi. Magari si potesse discutere così! Sono segni della docilità e apertura allo Spirito. Possono anche determinarsi scontri che raggiungono punte drammatiche, come capitò di fronte al problema della circoncisione dei pagani, fino alla deliberazione di quello che chiamiamo il Concilio di Gerusalemme, il primo Concilio. Come accade anche oggi, c’è un modo rigido di considerare le circostanze, che mortifica la makrothymía di Dio, cioè quella pazienza dello sguardo che si nutre di visioni profonde, visioni larghe, visioni lunghe: Dio vede lontano, Dio non ha fretta. La rigidità è un’altra perversione che è un peccato contro la pazienza di Dio, è un peccato contro questa sovranità di Dio. Anche oggi succede questo.

Era capitato allora: alcuni, convertiti dal giudaismo, ritenevano nella loro autoreferenzialità che non ci potesse essere salvezza senza sottomettersi alla Legge di Mosè. In questo modo si contestava Paolo, il quale proclamava la salvezza direttamente nel nome di Gesù. Contrastare la sua azione avrebbe compromesso l’accoglienza dei pagani, che nel frattempo si stavano convertendo. Paolo e Barnaba furono mandati a Gerusalemme dagli Apostoli e dagli anziani. Non fu facile: davanti a questo problema le posizioni sembravano inconciliabili, si discusse a lungo. Si trattava di riconoscere la libertà dell’azione di Dio, e che non c’erano ostacoli che potessero impedirgli di raggiungere il cuore delle persone, qualsiasi fosse la condizione di provenienza, morale o religiosa. A sbloccare la situazione fu l’adesione all’evidenza che «Dio, che conosce i cuori», il cardiognosta, conosce i cuori, Lui stesso sosteneva la causa in favore della possibilità che i pagani potessero essere ammessi alla salvezza, «concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi» (At 15,8), concedendo così anche ai pagani lo Spirito Santo, come a noi. In tal modo prevalse il rispetto di tutte le sensibilità, temperando gli eccessi; si fece tesoro dell’esperienza avuta da Pietro con Cornelio: così, nel documento finale, troviamo la testimonianza del protagonismo dello Spirito in questo cammino di decisioni, e della sapienza che è sempre capace di ispirare: «È parso bene, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo» eccetto quello necessario (At 15,28). “Noi”: In questo Sinodo andiamo sulla strada di poter dire “è parso allo Spirito Santo e a noi”, perché sarete in dialogo continuo tra voi sotto l’azione dello Spirito Santo, anche in dialogo con lo Spirito Santo. Non dimenticatevi di questa formula: “È parso bene allo Spirito Santo e a noi di non imporvi altro obbligo”: è parso bene allo Spirito Santo e a noi. Così dovrete cercare di esprimervi, in questa strada sinodale, in questo cammino sinodale. Se non ci sarà lo Spirito, sarà un parlamento diocesano, ma non un Sinodo. Noi non stiamo facendo un parlamento diocesano, non stiamo facendo uno studio su questo o l’altro, no: stiamo facendo un cammino di ascoltarsi e ascoltare lo Spirito Santo, di discutere e anche discutere con lo Spirito Santo, che è un modo di pregare.

“Lo Spirito santo e noi”. C’è sempre, invece, la tentazione di fare da soli, esprimendo una ecclesiologia sostitutiva – ce ne sono tante, di ecclesiologie sostitutive – come se, asceso al Cielo, il Signore avesse lasciato un vuoto da riempire, e lo riempiamo noi. No, il Signore ci ha lasciato lo Spirito! Ma le parole di Gesù sono chiare: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. […] Non vi lascerò orfani» (Gv 14,16.18). Per l’attuazione di questa promessa la Chiesa è sacramento, come affermato in Lumen gentium 1: «La Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano». In questa frase, che raccoglie la testimonianza del Concilio di Gerusalemme, c’è la smentita di chi si ostina a prendere il posto di Dio, pretendendo di modellare la Chiesa sulle proprie convinzioni culturali, storiche, costringendola a frontiere armate, a dogane colpevolizzanti, a spiritualità che bestemmiano la gratuità dell’azione coinvolgente di Dio. Quando la Chiesa è testimone, in parole e fatti, dell’amore incondizionato di Dio, della sua larghezza ospitale, esprime veramente la propria cattolicità. Ed è spinta, interiormente ed esteriormente, ad attraversare gli spazi e i tempi. L’impulso e la capacità vengono dallo Spirito:«Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e Samaria e fino ai confini della terra» (At 1,8). Ricevere la forza dello Spirito Santo per essere testimoni: questa è la strada di noi Chiesa, e noi saremo Chiesa se andremo su questa strada.

Chiesa sinodale significa Chiesa sacramento di questa promessa - cioè che lo Spirito sarà con noi - che si manifesta coltivando l’intimità con lo Spirito e con il mondo che verrà. Ci saranno sempre discussioni, grazie a Dio, ma le soluzioni vanno ricercate dando la parola a Dio e alle sue voci in mezzo a noi; pregando e aprendo gli occhi a tutto ciò che ci circonda; praticando una vita fedele al Vangelo; interrogando la Rivelazione secondo un’ermeneutica pellegrina che sa custodire il cammino cominciato negli Atti degli Apostoli. E questo è importante: il modo di capire, di interpretare. Un’ermeneutica pellegrina, cioè che è in cammino. Il cammino che è incominciato dopo il Concilio? No. È incominciato con i primi Apostoli, e continua. Quando la Chiesa si ferma, non è più Chiesa, ma una bella associazione pia perché ingabbia lo Spirito Santo. Ermeneutica pellegrina che sa custodire il cammino incominciato negli Atti degli Apostoli. Diversamente si umilierebbe lo Spirito Santo. Gustav Mahler – questo l’ho detto altre volte – sosteneva che la fedeltà alla tradizione non consiste nell’adorare le ceneri ma nel custodire il fuoco. Io domando a voi: “Prima di incominciare questo cammino sinodale, a che cosa siete più inclini: a custodire le ceneri della Chiesa, cioè della vostra associazione, del vostro gruppo, o a custodire il fuoco? Siete più inclini ad adorare le vostre cose, che vi chiudono – io sono di Pietro, io sono di Paolo, io sono di questa associazione, voi dell’altra, io sono prete, io sono Vescovo – o vi sentite chiamati a custodire il fuoco dello Spirito? È stato un grande compositore, questo Gustav Mahler, ma è anche maestro di saggezza con questa riflessione. Dei Verbum (n. 8), citando la Lettera agli Ebrei, afferma: «“Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri” (Eb 1,1), non cessa di parlare con la Sposa del suo Figlio». C’è una felice formula di San Vincenzo di Lérins che, mettendo a confronto l’essere umano in crescita e la Tradizione che si trasmette da una generazione all’altra, afferma che non si può conservare il “deposito della fede” senza farlo progredire: «consolidandosi con gli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l’età» (Commonitorium primum, 23,9) – “ut annis consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aetate”. Questo è lo stile del nostro cammino: le realtà, se non camminano, sono come le acque. Le realtà teologiche sono come l’acqua: se l’acqua non scorre ed è stantia è la prima a entrare in putrefazione. Una Chiesa stantia incomincia a essere putrefatta.

Vedete come la nostra Tradizione è una pasta lievitata, una realtà in fermento dove possiamo riconoscere la crescita, e nell’impasto una comunione che si attua in movimento: camminare insieme realizza la vera comunione. È ancora il libro degli Atti degli Apostoli ad aiutarci, mostrandoci che la comunione non sopprime le differenze. È la sorpresa della Pentecoste, quando le lingue diverse non sono ostacoli: nonostante fossero stranieri gli uni per gli altri, grazie all’azione dello Spirito «ciascuno sente parlare nella propria lingua nativa» (At 2,8). Sentirsi a casa, differenti ma solidali nel cammino. Scusatemi la lunghezza, ma il Sinodo è una cosa seria, e per questo io mi sono permesso di parlare…

Tornando al processo sinodale, la fase diocesana è molto importante, perché realizza l’ascolto della totalità dei battezzati, soggetto del sensus fidei infallibile in credendo. Ci sono molte resistenze a superare l’immagine di una Chiesa rigidamente distinta tra capi e subalterni, tra chi insegna e chi deve imparare, dimenticando che a Dio piace ribaltare le posizioni: «Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili» (Lc 1,52), ha detto Maria. Camminare insieme scopre come sua linea piuttosto l’orizzontalità che la verticalità. La Chiesa sinodale ripristina l’orizzonte da cui sorge il sole Cristo: innalzare monumenti gerarchici vuol dire coprirlo. I pastori camminano con il popolo: noi pastori camminiamo con il popolo, a volte davanti, a volte in mezzo, a volte dietro. Il buon pastore deve muoversi così: davanti per guidare, in mezzo per incoraggiare e non dimenticare l’odore del gregge, dietro perché il popolo ha anche “fiuto”. Ha fiuto nel trovare nuove vie per il cammino, o per ritrovare la strada smarrita. Questo voglio sottolinearlo, e anche ai Vescovi e ai preti della diocesi. Nel loro cammino sinodale si domandino: “Ma io sono capace di camminare, di muovermi, davanti, in mezzo e dietro, o sono soltanto nella cattedra, mitra e baculo?”. Pastori immischiati, ma pastori, non gregge: il gregge sa che siamo pastori, il gregge sa la differenza. Davanti per indicare la strada, in mezzo per sentire cosa sente il popolo e dietro per aiutare coloro che rimangono un po’ indietro e per lasciare un po’ che il popolo veda con il suo fiuto dove sono le erbe più buone.

Il sensus fidei qualifica tutti nella dignità della funzione profetica di Gesù Cristo (cfr Lumen gentium, 34-35), così da poter discernere quali sono le vie del Vangelo nel presente. È il “fiuto” delle pecore, ma stiamo attenti che, nella storia della salvezza, tutti siamo pecore rispetto al Pastore che è il Signore. L’immagine ci aiuta a capire le due dimensioni che contribuiscono a questo “fiuto”. Una personale e l’altra comunitaria: siamo pecore e siamo parte del gregge, che in questo caso rappresenta la Chiesa. Stiamo leggendo nel Breviario, Ufficio delle Letture, il “De pastoribus” di Agostino, e lì ci dice: “Con voi sono pecora, per voi sono pastore”. Questi due aspetti, personale ed ecclesiale, sono inseparabili: non può esserci sensus fidei senza partecipazione alla vita della Chiesa, che non è solo l’attivismo cattolico, ci dev’essere soprattutto quel “sentire” che si nutre dei «sentimenti di Cristo» (Fil 2,5).

L’esercizio del sensus fidei non può essere ridotto alla comunicazione e al confronto tra opinioni che possiamo avere riguardo a questo o quel tema, a quel singolo aspetto della dottrina, o a quella regola della disciplina. No, quelli sono strumenti, sono verbalizzazioni, sono espressioni dogmatiche o disciplinari. Ma non deve prevalere l’idea di distinguere maggioranze e minoranze: questo lo fa un parlamento. Quante volte gli “scarti” sono diventati “pietra angolare” (cfr Sal 118,22; Mt 21,42), i «lontani» sono diventati «vicini» (Ef 2,13). Gli emarginati, i poveri, i senza speranza sono stati eletti a sacramento di Cristo (cfr Mt 25,31-46). La Chiesa è così. E quando alcuni gruppi volevano distinguersi di più, questi gruppi sono finiti sempre male, anche nella negazione della Salvezza, nelle eresie. Pensiamo a queste eresie che pretendevano di portare avanti la Chiesa, come il pelagianesimo, poi il giansenismo. Ogni eresia è finita male. Lo gnosticismo e il pelagianesimo sono tentazioni continue della Chiesa. Ci preoccupiamo tanto, giustamente, che tutto possa onorare le celebrazioni liturgiche, e questo è buono – anche se spesso finiamo per confortare solo noi stessi – ma San Giovanni Crisostomo ci ammonisce: «Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità. Colui che ha detto: “Questo è il mio corpo”, confermando il fatto con la parola, ha detto anche “Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare” e: “Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli tra questi, non l’avete fatto neppure a me”» (Omelie sul Vangelo di Matteo, 50, 3). “Ma, Padre, cosa sta dicendo? I poveri, i mendicanti, i giovani tossicodipendenti, tutti questi che la società scarta, sono parte del Sinodo?”. Sì, caro, sì, cara: non lo dico io, lo dice il Signore: sono parte della Chiesa. Al punto tale che se tu non li chiami, si vedrà il modo, o se non vai da loro per stare un po’ con loro, per sentire non cosa dicono ma cosa sentono, anche gli insulti che ti danno, non stai facendo bene il Sinodo. Il Sinodo è fino ai limiti, comprende tutti. Il Sinodo è anche fare spazio al dialogo sulle nostre miserie, le miserie che ho io come Vescovo vostro, le miserie che hanno i Vescovi ausiliari, le miserie che hanno i preti e i laici e quelli che appartengono alle associazioni; prendere tutta questa miseria! Ma se noi non includiamo i miserabili – tra virgolette – della società, quelli scartati, mai potremo farci carico delle nostre miserie. E questo è importante: che nel dialogo possano emergere le proprie miserie, senza giustificazioni. Non abbiate paura!

Bisogna sentirsi parte di un unico grande popolo destinatario delle divine promesse, aperte a un futuro che attende che ognuno possa partecipare al banchetto preparato da Dio per tutti i popoli (cfr Is 25,6). E qui vorrei precisare che anche sul concetto di “popolo di Dio” ci possono essere ermeneutiche rigide e antagoniste, rimanendo intrappolati nell’idea di una esclusività, di un privilegio, come accadde per l’interpretazione del concetto di “elezione” che i profeti hanno corretto, indicando come dovesse essere rettamente inteso. Non si tratta di un privilegio – essere popolo di Dio –, ma di un dono che qualcuno riceve … per sé? No: per tutti, il dono è per donarlo: questa è la vocazione. È un dono che qualcuno riceve per tutti, che noi abbiamo ricevuto per gli altri, è un dono che è anche una responsabilità. La responsabilità di testimoniare nei fatti e non solo a parole le meraviglie di Dio, che, se conosciute, aiutano le persone a scoprire la sua esistenza e ad accogliere la sua salvezza. L’elezione è un dono, e la domanda è: il mio essere cristiano, la mia confessione cristiana, come lo regalo, come lo dono? La volontà salvifica universale di Dio si offre alla storia, a tutta l’umanità attraverso l’incarnazione del Figlio, perché tutti, attraverso la mediazione della Chiesa, possano diventare figli suoi e fratelli e sorelle tra loro. È in questo modo che si realizza la riconciliazione universale tra Dio e l’umanità, quell’unità di tutto il genere umano di cui la Chiesa è segno e strumento (cfr Lumen gentium, 1). Già prima del Concilio Vaticano II era maturata la riflessione, elaborata sullo studio attento dei Padri, che il popolo di Dio è proteso verso la realizzazione del Regno, verso l’unità del genere umano creato e amato da Dio. E la Chiesa come noi la conosciamo e sperimentiamo, nella successione apostolica, questa Chiesa deve sentirsi in rapporto con questa elezione universale e per questo svolgere la sua missione. Con questo spirito ho scritto Fratelli tutti. La Chiesa, come diceva San Paolo VI, è maestra di umanità che oggi ha lo scopo di diventare scuola di fraternità.

Perché vi dico queste cose? Perché nel cammino sinodale, l’ascolto deve tener conto del sensus fidei, ma non deve trascurare tutti quei “presentimenti” incarnati dove non ce l’aspetteremmo: ci può essere un “fiuto senza cittadinanza”, ma non meno efficace. Lo Spirito Santo nella sua libertà non conosce confini, e non si lascia nemmeno limitare dalle appartenenze. Se la parrocchia è la casa di tutti nel quartiere, non un club esclusivo, mi raccomando: lasciate aperte porte e finestre, non vi limitate a prendere in considerazione solo chi frequenta o la pensa come voi – che saranno il 3, 4 o 5%, non di più. Permettete a tutti di entrare… Permettete a voi stessi di andare incontro e lasciarsi interrogare, che le loro domande siano le vostre domande, permettete di camminare insieme: lo Spirito vi condurrà, abbiate fiducia nello Spirito. Non abbiate paura di entrare in dialogo e lasciatevi sconvolgere dal dialogo: è il dialogo della salvezza.

Non siate disincantati, preparatevi alle sorprese. C’è un episodio nel libro dei Numeri (cap. 22) che racconta di un’asina che diventerà profetessa di Dio. Gli ebrei stanno concludendo il lungo viaggio che li condurrà alla terra promessa. Il loro passaggio spaventa il re Balak di Moab, che si affida ai poteri del mago Balaam per bloccare quella gente, sperando di evitare una guerra. Il mago, a suo modo credente, domanda a Dio che fare. Dio gli dice di non assecondare il re, che però insiste, e allora lui cede e sale su un’asina per adempiere il comando ricevuto. Ma l’asina cambia strada perché vede un angelo con la spada sguainata che sta lì a rappresentare la contrarietà di Dio. Balaam la tira, la percuote, senza riuscire a farla tornare sulla via. Finché l’asina si mette a parlare avviando un dialogo che aprirà gli occhi al mago, trasformando la sua missione di maledizione e morte in missione di benedizione e vita.

Questa storia ci insegna ad avere fiducia che lo Spirito farà sentire sempre la sua voce. Anche un’asina può diventare la voce di Dio, aprirci gli occhi e convertire le nostre direzioni sbagliate. Se lo può fare un’asina, quanto più un battezzato, una battezzata, un prete, un Vescovo, un Papa. Basta affidarsi allo Spirito Santo che usa tutte le creature per parlarci: soltanto ci chiede di pulire le orecchie per sentire bene.

Sono venuto qui per incoraggiarvi a prendere sul serio questo processo sinodale e a dirvi che lo Spirito Santo ha bisogno di voi. E questo è vero: lo Spirito Santo ha bisogno di noi. Ascoltatelo ascoltandovi. Non lasciate fuori o indietro nessuno. Farà bene alla Diocesi di Roma e a tutta la Chiesa, che non si rafforza solo riformando le strutture – questo è il grande inganno! –, dando istruzioni, offrendo ritiri e conferenze, o a forza di direttive e programmi - questo è buono, ma come parte di altro - ma se riscoprirà di essere popolo che vuole camminare insieme, tra di noi e con l’umanità. Un popolo, quello di Roma, che contiene la varietà di tutti i popoli e di tutte le condizioni: che straordinaria ricchezza, nella sua complessità! Ma occorre uscire dal 3-4% che rappresenta i più vicini, e andare oltre per ascoltare gli altri, i quali a volte vi insulteranno, vi cacceranno via, ma è necessario sentire cosa pensano, senza volere imporre le nostre cose: lasciare che lo Spirito ci parli.

In questo tempo di pandemia, il Signore spinge la missione di una Chiesa che sia sacramento di cura. Il mondo ha elevato il suo grido, ha manifestato la sua vulnerabilità: il mondo ha bisogno di cura.

Coraggio e avanti! Grazie!

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I suicidi e l’altra faccia della pandemia - Raddoppiati i tentativi di suicidio tra adolescenti

I suicidi e l’altra faccia della pandemia

L'età più a rischio è quella delle transizioni, dei grandi cambiamenti, come quello del passaggio da media a superiori


Lunedì 13 settembre, il primo giorno di scuola in presenza dopo un anno e mezzo di pandemia, a Milano due quindicenni si sono tolti la vita e una ragazzina di 12 anni è stata ricoverata in Rianimazione, in gravissime condizioni, per un tentativo di suicidio.

La Procura di Milano ha aperto un’indagine a carico di ignoti con l’ipotesi di istigazione al suicidio. Una delle due vittime, un ragazzino, si è gettato dal balcone di casa, al dodicesimo piano, lunedì pomeriggio. L’altra vittima, una ragazza di quindici anni, alle 7 del mattino si è buttata dal settimo piano del palazzo in cui viveva. È ricoverata gravissima all’ospedale di Niguarda un’altra ragazza, di dodici anni, che alle 8, prima di andare a scuola, si è lanciata dalla finestra della sua abitazione al quarto piano. Polizia e Procura dei Minori del tribunale di Milano stanno cercando di capire le motivazioni e di accertare le cause che possono avere provocato gesti così estremi.

Molti studi sulla pandemia e sulla fase di ritorno a una diversa normalità rispetto a quella che conoscevamo hanno rilevato che gli studenti soffrono di un elevato livello di stress e che sono conseguentemente aumentati i problemi emotivi e il numero di suicidi.

Le età più a rischio sono quelle delle transizioni, dei grandi cambiamenti, come quello del passaggio da media a superiori. La fine della dad e il ritorno a scuola comportano per i giovani grande incertezza e tante aspettative che, se deluse, possono andare a pesare su fragilità e condizioni difficili pre-esistenti. Inoltre, durante l’emergenza sanitaria e i lockdown, sono aumentati gli episodi di violenza domestica e si sono aggravate piaghe come il cyberbullismo, il revenge porn e altre condotte online lesive della personalità altrui. Non si sottovalutino queste emergenze che rappresentano l’altra faccia della pandemia.

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Pandemia di Covid e disagio mentale: 
raddoppiati i tentativi di suicidio tra adolescenti

La mancanza di relazioni non virtuali, l’assenza dalla scuola e una situazione di stress prolungato hanno inciso pesantemente su un equilibrio psicologico che, per alcuni, era precario. Nel secondo lockdown i ragazzi sono stati spesso soli, più che nel primo. Il ruolo dei genitori


La cronaca del primo giorno di scuola in Lombardia (il 13 settembre) ha restituito la tragica notizia di tre casi di suicidio tra ragazzini, con due 15enni morti e una 12enne gravissima. Solo tre giorni prima, il 10 settembre, si ricordava la «Giornata mondiale per la prevenzione al suicidio» con un dato allarmante in primo piano: con la pandemia si è registrato un raddoppio dei tentati suicidi proprio tra gli adolescenti.

Autolesionismo e tentati suicidi raddoppiati

Il suicidio costituisce la seconda causa di morte nei giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni (la prima sono gli incidenti stradali) e l’autolesionismo colpisce in Europa circa 1 adolescente su 5. L’arrivo del Covid-19 e le relative restrizioni alla libertà, circolazione e didattica in presenza per i ragazzi hanno inciso pesantemente su un equilibrio psicologico che, per alcuni, era precario. Presso l’osservatorio dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù il numero delle consulenze specialistiche per ideazione suicidaria e tentativo di suicidio è quasi raddoppiato, così come le ospedalizzazioni per tali motivi: passate dal 17% nel gennaio 2020 al 45% del totale nel gennaio 2021. Per questo, l’ospedale ha predisposto un «Servizio per la gestione dell’autolesionismo e la prevenzione del suicidio in età evolutiva» che si offre come Centro di riferimento, con lo scopo di prendere in carico rapidamente i bambini e gli adolescenti che giungono al Pronto Soccorso, avviando quanto prima un inquadramento diagnostico e un trattamento integrato farmacologico per il paziente e psicoterapeutico per l’intero nucleo familiare. Il Servizio del Bambino Gesù è integrato da una linea telefonica per le consulenze psicologiche urgenti, attiva tutti i giorni 24 ore su 24.

Ragazzi che si tagliano

«L’autolesionismo esiste da sempre tra i ragazzi — spiega Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza del Bambino Gesù —: le statistiche ci dicono che almeno un 20% degli adolescenti in Italia e oltre il 25% nei Paesi del nord Europa fanno attività di autolesionismo, cioè si provocano danni corporali (anche non a scopo suicidario) perché questo comportamento, a loro dire, sarebbe in grado di “contenere” la loro angoscia interiore. È un fenomeno molto diffuso e sottovalutato, spesso associato a un disturbo mentale di tipo depressivo».

La solitudine

La pandemia ha peggiorato il fenomeno: al Bambino Gesù, nel mese di aprile 2020 il 61% delle consulenze neuropsichiatriche ha riguardato fenomeni di ideazione suicidaria e tentativi di suicidio (rispetto al 36% dell’aprile 2019). A gennaio 2021, durante la seconda ondata pandemica, il 63% delle consulenze è stato effettuato per ideazione suicidaria e tentativo di suicidio (rispetto al 39% del gennaio 2020). I comportamenti autolesivi (soprattutto lesioni da taglio) sono stati rilevati nel 52% dei ricoveri di gennaio 2021, in aumento rispetto al 29% dell’anno precedente.

«Questo periodo della pandemia si è portato dietro in generale uno stress individuale e collettivo che è durato moltissimo. I fattori di stress prolungati possono favorire la comparsa di disturbi mentali, anche quelli che stanno alla base di comportamenti autolesivi — illustra Vicari —. Non ci sono cause specifiche direttamente legate alla pandemia, ma, osservando le differenze tra il primo e il secondo lockdown, possiamo azzardare alcune ipotesi per spiegare l’aumento delle richieste di aiuto. Durante il primo lockdown abbiamo avuto una riduzione dei ricoveri e di accessi al pronto soccorso. Nel secondo lockdown abbiamo avuto un aumento degli stessi del 30%. Sicuramente nel primo lockdown ha giocato un ruolo il timore di andare in ospedale, ma non solo. Con il primo lockdown le famiglie sono rimaste chiuse in casa insieme: i genitori non andavano al lavoro e i ragazzi non andavano a scuola. Nel secondo lockdown i genitori sono tornati al lavoro, ma le scuole (ovviamente non tutte) sono rimaste chiuse. I ragazzi sono rimasti soli ed è quello che ci raccontano al Pronto Soccorso: ci manifestano la loro solitudine. Durante il secondo lockdown è venuta a mancare una rete di relazioni che consentisse di ammortizzare lo stress percepito così fortemente dagli adolescenti; relazioni positive e valide sia in famiglia, sia a scuola, che nel gruppo dei pari», dice l’esperto.

Non bastava chiamarsi ogni giorno al cellulare con gli amici?

«Le relazioni mediate dal cellulare non sono concrete e reali: i ragazzi non sono se stessi sui social, si abbelliscono, si “nascondono” — osserva Vicari —. I ragazzi imparano chi sono nel confronto reale con gli altri. Capiscono se sono simpatici, antipatici, altruisti o egoisti stando in mezzo agli altri, grazie ai commenti del gruppo dei pari. La relazione reale è fatta di comunicazioni non verbali, di manifestazioni corporali e queste si perdono nella relazione virtuale».

E le relazioni in DAD (Didattica A Distanza) con i professori?

«A scuola l’adulto non è soltanto, come nella DAD, il dispensatore di competenze, ma anche colui che stabilisce una relazione empatica con i ragazzi. Questo è mancato. È mancato il professore che la mattina ti vede con la faccia scura e ti chiede che cos’hai. La scuola è sempre più un’agenzia di collocamento per futuri disoccupati, cioè ci si preoccupa sempre più di promuovere competenze specifiche del mondo del lavoro piuttosto che il piacere di imparare, il gusto di conoscere le cose, la formazione dell’uomo e del cittadino. L’ambiente, però, è un modulatore fondamentale dei disturbi mentali», dichiara il professore.

In che senso?

«Nell 80% dei casi c’è una depressione o un disturbo dell’umore dietro le malattie mentali — chiarisce lo specialista —. In generale c’è una forte base genetica, una familiarità, che è il primo fattore di rischio, ma ci sono anche fattori di protezione, “modulatori” ambientali, come li chiamiamo noi, che possono favorire o meno la manifestazione del rischio biologico. Ad esempio, i traumi ripetuti nell’infanzia, l’incapacità e la difficoltà a costruire delle relazioni valide, la difficoltà a gestire le nostre emozioni: questi sono tutti i fattori di rischio che possono favorire la comparsa del disturbo mentale».

Come affronta lo stress un adolescente?

«In alcuni studi si dimostra che il modo in cui i ragazzi rispondono a uno stress è legato a come genitori vivono lo stress, cioè i genitori possono essere nei confronti di un minore contenitivi dell’ansia oppure no. Se i genitori sono contenitivi delle emozioni, cioè sono un supporto emotivo per i ragazzi, i ragazzi vivono molto meglio, se i genitori non lo sono, tutto si moltiplica, si amplifica», sostiene Vicari.

Quali sono i campanelli d’allarme?

«Sicuramente i cambiamenti. Un genitore si deve preoccupare se un ragazzino era solare, andava bene a scuola, aveva un sacco di amici, faceva attività sportiva, si godeva la vita e improvvisamente diventa cupo, triste, taciturno, non vuole più uscire di casa, non vede nessuno, non dorme, non mangia più. I cambiamenti che durano per mesi», spiega l’esperto.

Cosa dovrebbero fare (o non fare) i genitori?

«Come detto, possono amplificare o contenere il disagio dei ragazzi. Un genitore può essere un elemento che rinforza le capacità dei figli, oppure no. Ci sono genitori giudicanti o non giudicanti. Bisogna esserci, accettando l’idea che loro non vogliano parlarci, perché gli adolescenti sono così, devono viverci come una controparte, imparando chi sono grazie ai litigi con noi, è normale. E bisogna essere un modello per i figli, non fare da amici e confidenti. Questo richiede un grande equilibrio: i genitori per primi sono spaventati delle reazioni dei propri figli, tant’è che li accontentano in tutto; invece devono riscoprire il loro ruolo educativo», osserva lo specialista.

Quanto questo uso smodato dei cellulari contribuisce ai fattori di stress di cui abbiamo parlato?

«Non è lo strumento in sé, però ad esempio per spiegare il grande aumento disturbi mentali che stiamo osservando possiamo ipotizzare come concausa la deprivazione del sonno: molti ragazzi dormono meno, perdere ore di sonno aumenta l’irritabilità e si porta dietro una serie di fattori di rischio per i disturbi mentali», conclude Vicari.
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Vedi anche:

venerdì 24 settembre 2021

Papa Francesco al Ccee: «Aiutiamo l’Europa di oggi, malata di stanchezza, a ritrovare il volto sempre giovane di Gesù e della sua sposa» Omelia 23/09/2021 (foto, testo e video)

CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA
CON I PARTECIPANTI ALL'ASSEMBLEA PLENARIA DEL
CONSIGLIO DELLE CONFERENZE EPISCOPALI D'EUROPA (C.C.E.E.)

Basilica di San Pietro
Giovedì, 23 settembre 2021


“Aiutiamo l’Europa di oggi, malata di stanchezza, a ritrovare il volto sempre giovane di Gesù e della sua sposa”. Papa Francesco ha concluso con questo invito l’omelia della messa celebrata nella basilica di San Pietro con i partecipanti all’assemblea plenaria del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (Ccee), in occasione del 50° della sua istituzione. “Riflettere, ricostruire, vedere”. Sono questi, per il Papa, i tre verbi “che ci interpellano come cristiani e pastori in Europa”. Fuggire dalla “tentazione di starcene comodi nelle nostre strutture, nelle nostre case e nelle nostre chiese, nelle sicurezze date dalle tradizioni, nell’appagamento di un certo consenso, mentre tutt’intorno i templi si svuotano e Gesù viene sempre più dimenticato”, l’invito iniziale. Forte e chiaro il monito all’Europa.






OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Ci sono tre verbi che oggi ci offre la Parola di Dio e che ci interpellano come cristiani e pastori in Europa: riflettere, ricostruire, vedere.

Riflettere è ciò che il Signore invita anzitutto a fare per mezzo del profeta Aggeo: «Riflettete bene sul vostro comportamento». Due volte lo dice al popolo (Ag 1,5.7). Su quali aspetti del proprio comportamento doveva riflettere il popolo di Dio? Ascoltiamo cosa dice il Signore: «Vi sembra questo il momento di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre questa casa è ancora in rovina?» (v. 4). Il popolo, tornato dall’esilio, si era preoccupato di risistemare le sue abitazioni. E ora si accontenta di starsene comodo e tranquillo a casa, mentre il tempio di Dio è in macerie e nessuno lo riedifica. Questo invito a riflettere ci interpella: infatti, anche oggi in Europa noi cristiani abbiamo la tentazione di starcene comodi nelle nostre strutture, nelle nostre case e nelle nostre chiese, nelle nostre sicurezze date dalle tradizioni, nell’appagamento di un certo consenso, mentre tutt’intorno i templi si svuotano e Gesù viene sempre più dimenticato.

Riflettiamo: quante persone non hanno più fame e sete di Dio! Non perché siano cattive, no, ma perché manca chi faccia loro venire l’appetito della fede e riaccenda quella sete che c’è nel cuore dell’uomo: quella «concreata e perpetua sete» di cui parla Dante (Paradiso, II,19) e che la dittatura del consumismo, dittatura leggera ma soffocante, prova a estinguere. Tanti sono portati ad avvertire solo bisogni materiali, non la mancanza di Dio. E noi di certo ce ne preoccupiamo, ma quanto ce ne occupiamo davvero? È facile giudicare chi non crede, è comodo elencare i motivi della secolarizzazione, del relativismo e di tanti altri ismi, ma in fondo è sterile. La Parola di Dio ci porta a riflettere su di noi: proviamo affetto e compassione per chi non ha avuto la gioia di incontrare Gesù oppure l’ha smarrita? Siamo tranquilli perché in fondo non ci manca nulla per vivere, oppure inquieti nel vedere tanti fratelli e sorelle lontani dalla gioia di Gesù?

Su un’altra cosa il Signore, tramite il profeta Aggeo, chiede al suo popolo di riflettere. Dice così: «Avete mangiato, ma non da togliervi la fame; avete bevuto, ma non fino a inebriarvi; vi siete vestiti, ma non vi siete riscaldati» (v. 6). Il popolo, insomma, aveva quanto voleva, e non era felice. Che cosa gli mancava? Ce lo suggerisce Gesù, con parole che sembrano ricalcare quelle di Aggeo: «Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, […] ero nudo e non mi avete vestito» (Mt 25,42-43). La mancanza di carità causa l’infelicità, perché solo l’amore sazia il cuore. Solo l’amore sazia il cuore. Chiusi nell’interesse per le proprie cose, gli abitanti di Gerusalemme avevano perso il sapore della gratuità. Può essere anche il nostro problema: concentrarsi sulle varie posizioni nella Chiesa, su dibattiti, agende e strategie, e perdere di vista il vero programma, quello del Vangelo: lo slancio della carità, l’ardore della gratuità. La via di uscita dai problemi e dalle chiusure è sempre quella del dono gratuito. Non ce n’è un’altra. Riflettiamoci.

E dopo aver riflettuto, c’è il secondo passaggio: ricostruire. «Ricostruite la mia casa», chiede Dio tramite il profeta (Ag 1,8). E il popolo ricostruisce il tempio. Smette di accontentarsi di un presente tranquillo e lavora per l’avvenire. E siccome c’era gente che era contraria a questo, ci dice il Libro delle Cronache che lavoravano con una mano sulle pietre, per costruire, e l’altra mano alla spada, per difendere questo processo di ricostruzione. Non è stato facile ricostruire il tempio. Di ciò ha bisogno la costruzione della casa comune europea: di lasciare le convenienze dell’immediato per tornare alla visione lungimirante dei padri fondatori, una visione – oserei dire – profetica e d’insieme, perché essi non cercavano i consensi del momento, ma sognavano il futuro di tutti. Così sono state costruite le mura della casa europea e solo così si potranno rinsaldare. Ciò vale pure per la Chiesa, casa di Dio. Per renderla bella e ospitale, occorre guardare insieme all’avvenire, non restaurare il passato. Purtroppo è di moda quel “restaurazionismo” del passato che ci uccide, ci uccide tutti. Certo, dobbiamo ripartire dalle fondamenta, dalle radici – questo sì, è vero –, perché da lì si ricostruisce: dalla tradizione vivente della Chiesa, che ci fonda sull’essenziale, sul buon annuncio, sulla vicinanza e sulla testimonianza. Da qui si ricostruisce, dalle fondamenta della Chiesa delle origini e di sempre, dall’adorazione a Dio e dall’amore al prossimo, non dai propri gusti particolari, non dai patti e negoziati che possiamo fare adesso, diciamo, per difendere la Chiesa o difendere la cristianità.

Cari Fratelli, vorrei ringraziarvi per questo non facile lavoro di ricostruzione, che portate avanti con la grazia di Dio. Grazie per questi primi 50 anni a servizio della Chiesa e dell’Europa. Incoraggiamoci, senza mai cedere allo scoraggiamento e alla rassegnazione: siamo chiamati dal Signore a un’opera splendida, a lavorare perché la sua casa sia sempre più accogliente, perché ognuno possa entrarvi e abitarvi, perché la Chiesa abbia le porte aperte a tutti e nessuno abbia la tentazione di concentrarsi solo a guardare e cambiare le serrature. Le piccole cose squisite… E noi siamo tentati. No, il cambiamento va da un’altra parte, viene dalle radici. La ricostruzione va da un’altra parte.

Il popolo d’Israele ricostruì il tempio con le proprie mani. I grandi ricostruttori della fede del continente hanno fatto lo stesso – pensiamo ai Patroni. Hanno messo in gioco la loro piccolezza, fidandosi di Dio. Penso ai Santi, come Martino, Francesco, Domenico, Pio che ricordiamo oggi; ai patroni come Benedetto, Cirillo e Metodio, Brigida, Caterina da Siena, Teresa Benedetta della Croce. Hanno cominciato da se stessi, dal cambiare la propria vita accogliendo la grazia di Dio. Non si sono preoccupati dei tempi bui, delle avversità e di qualche divisione, che c’è sempre stata. Non hanno perso tempo a criticare e colpevolizzare. Hanno vissuto il Vangelo, senza badare alla rilevanza e alla politica. Così, con la forza mite dell’amore di Dio, hanno incarnato il suo stile di vicinanza, di compassione e di tenerezza – lo stile di Dio: vicinanza, compassione e tenerezza –; e hanno costruito monasteri, bonificato terre, ridato anima a persone e Paesi: nessun programma “sociale” fra virgolette, solo il Vangelo. E con il Vangelo sono andati avanti.

Ricostruite la mia casa. Il verbo è coniugato al plurale. Ogni ricostruzione avviene insieme, nel segno dell’unità. Con gli altri. Ci possono essere visioni diverse, ma va sempre custodita l’unità. Perché, se custodiamo la grazia dell’insieme, il Signore costruisce anche lì dove noi non riusciamo. La grazia dell’insieme. È la nostra chiamata: essere Chiesa, un Corpo solo tra di noi. È la nostra vocazione, in quanto Pastori: radunare il gregge, non disperderlo e nemmeno preservarlo in bei recinti chiusi. Questo è ucciderlo. Ricostruire significa farsi artigiani di comunione, tessitori di unità a ogni livello: non per strategia, ma per Vangelo.

Se così ricostruiamo, daremo la possibilità ai nostri fratelli e sorelle di vedere. È il terzo verbo, con il quale si conclude il Vangelo odierno, con Erode che cercava di “vedere Gesù” (cfr Lc 9,9). Oggi come allora si parla tanto di Gesù. A quei tempi si diceva: «Giovanni è risorto dai morti […] È apparso Elia […] È risorto uno degli antichi profeti» (Lc 9,7-8). Tutti costoro apprezzavano Gesù, ma non comprendevano la sua novità e lo rinchiudevano in schemi già visti: Giovanni, Elia, i profeti... Gesù, però, non si può incasellare negli schemi del “sentito dire” o del “già visto”. Gesù sempre è novità, sempre. L’incontro con Gesù ti dà stupore, e se tu nell’incontro con Gesù non senti lo stupore, non hai incontrato Gesù.

Tanti in Europa pensano che la fede sia qualcosa di già visto, che appartiene al passato. Perché? Perché non hanno visto Gesù all’opera nelle loro vite. E spesso non lo hanno visto perché noi con le nostre vite non lo abbiamo mostrato abbastanza. Perché Dio si vede nei visi e nei gesti di uomini e donne trasformati dalla sua presenza. E se i cristiani, anziché irradiare la gioia contagiosa del Vangelo, ripropongono schemi religiosi logori, intellettualistici e moralistici, la gente non vede il Buon Pastore. Non riconosce Colui che, innamorato di ogni sua pecora, la chiama per nome e la cerca per mettersela sulle spalle. Non vede Colui di cui predichiamo l’incredibile Passione, proprio perché Egli ha una sola passione: l’uomo. Questo amore divino, misericordioso e sconvolgente, è la novità perenne del Vangelo. E domanda a noi, cari Fratelli, scelte sagge e audaci, fatte in nome della tenerezza folle con cui Cristo ci ha salvati. Non ci chiede di dimostrare, ci chiede di mostrare Dio, come hanno fatto i Santi: non a parole, ma con la vita. Chiede preghiera e povertà, chiede creatività e gratuità. Aiutiamo l’Europa di oggi, malata di stanchezza – questa è la malattia dell’Europa di oggi –, a ritrovare il volto sempre giovane di Gesù e della sua sposa. Non possiamo che dare tutto noi stessi perché si veda questa intramontabile bellezza.

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Leggi anche il testo del saluto a Papa Francesco letto dal card. Vincent Nichols in assenza del card. Bagnasco.



RISCOPRIRE IL VOLTO FRATERNO DELL’UMANITÀ A confronto con la “Fratelli tutti” di papa Francesco - I MERCOLEDÌ DELLA SPIRITUALITÀ 2021 Dal 13 Ottobre al 1 Dicembre

I MERCOLEDÌ DELLA SPIRITUALITÀ 2021

RISCOPRIRE IL VOLTO FRATERNO DELL’UMANITÀ

A confronto con la “Fratelli tutti” di papa Francesco

IN PRESENZA E IN DIRETTA ONLINE

Dal 13 Ottobre al 1 Dicembre
nella Chiesa-Santuario dalle h. 20.00 alle h. 21.00

promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)



MERCOLEDÌ 13 OTTOBRE  ore 20.00
Adamo dove sei? Siamo fratelli in umanità. 
Riflessione biblica introduttiva 
 (Carmelo Russo)


MERCOLEDÌ 20 OTTOBRE  ore 20.00
“Un mondo chiuso”: la fraternità tradita. 
Riflessione sul cap. 1 di Fratelli tutti
  (Tindaro Bellinvia)


MERCOLEDÌ 27 OTTOBRE  ore 20.00
Gesù, Buon Samaritano, ci rivela la vera umanità.
Riflessione sul cap. 2 di Fratelli tutti
  (Alberto Neglia).


MERCOLEDÌ 3 NOVEMBRE  ore 20.00
Valori che “aprono” il mondo. 
Riflessione sui capitoli 3-4 di Fratelli tutti 
 (Vittorio Rocca).


MERCOLEDÌ 10 NOVEMBRE  ore 20.00
“La politica di cui c’è bisogno”. 
Riflessione sul cap. 5 di Fratelli tutti 
 (Maria Grazia Recupero).


MERCOLEDÌ 17 NOVEMBRE  ore 20.00
“Una nuova cultura dell’incontro”. 
Riflessione sul cap. 6 di Fratelli tutti 
 (Marcello Badalamenti).


MERCOLEDÌ 24 NOVEMBRE  ore 20.00
Perdono e nonviolenza: affrontare i conflitti. 
Riflessione sul cap. 7 di Fratelli tutti 
(Gregorio Battaglia).


MERCOLEDÌ 1 DICEMBRE  ore 20.00
“Le religioni al servizio della fraternità umana”. 
Riflessione sul cap. 8 di Fratelli tutti 
(Egidio Palumbo).


** Per informazioni: Santuario del Carmine - Tel 0909762800.


N.B.: Tutti gli incontri saranno solo in streaming tramite diretta YouTube. 
          Questa pagina sarà aggiornata con le nuove indicazioni.

UN TESTIMONE DEL VANGELO PER GLI UOMINI DI OGGI

UN TESTIMONE DEL VANGELO
PER GLI UOMINI DI OGGI
di Giannino Piana



La figura del prete è divenuta oggi anacronistica. Sono molti i fattori che hanno concorso (e concorrono) a provocare tale situazione. Quello principale è senz’altro costituito dall’avanzare del fenomeno della secolarizzazione (trasformatosi in molti casi in secolarismo) che rende evanescente ogni sentimento religioso.

Dio non è contestato – come avveniva con l’ateismo ottocentesco –; è, più semplicemente, ignorato. Di Lui non rimangono che sterili vestigia di un passato in cui a prevalere, secondo molti, era una visione mitica della realtà del mondo e della vita – quella neoilluminista – radicalmente sconfessata da una forma di razionalità onnicomprensiva e oggi soprattutto dai successi della scienza e della tecnologia, che assumono carattere di sacralità e di assolutezza, fino a configurarsi come la “nuova religione”.

La percezione dell’inutilità del ruolo

Nel contesto di questa cultura il prete appare come il portatore di una visione arcaica dell’esistenza destituita di ogni credibilità. Le indagini sociologiche sulla “religiosità” degli italiani confermano la verità di questo assunto. Il mondo giovanile, che rappresenta il futuro della nostra società, non è soltanto del tutto assente dalla pratica religiosa, ma non è neppure più scalfito dalla domanda su Dio e sull’al di là. I giovani vivono, in larga maggioranza, “come se Dio esistesse”, e non avvertono in questo alcun senso di malessere. La loro vita ha altri riferimenti e la domanda di senso, quando si pone, riceve risposte sufficienti nell’adesione a criteri valoriali (o almeno ritenuti tali) di ordine mondano.

Non vi è dunque spazio per la logica evangelica, che si presenta come alternativa e controcorrente, e il suo annuncio, che ha nel prete il proprio più diretto messaggero, rischia di cadere totalmente nel vuoto. La giusta rivendicazione dell’autonomia delle realtà terrestri, fatta peraltro propria anche dalla chiesa con la celebrazione del Vaticano II, è sempre più interpretata in termini di radicale autosufficienza, con il rifiuto di qualsiasi riferimento religioso (e spesso persino etico) in nome dell’emancipazione dell’uomo e della sua liberazione da ogni forma di alienazione, compresa quella derivante dalla adesione alla religione.

Un uomo alla deriva della solitudine

Questa situazione descritta nelle tinte più fosche, non tenendo conto della presenza di fenomeni positivi, sia pure minoritari, che meritano in ogni caso attenzione, costituisce tuttavia, nell’insieme, lo scenario prevalente sul quale l’attività del prete deve esercitarsi.

Ad avere un peso decisivo in questi cambiamenti non è soltanto la perdita di ogni ruolo sociale di cui in passato il prete godeva, ma è la distanza che egli avverte essersi creata tra sé e la gente, la quale non ha soltanto abbandonato la tradizionale pratica di partecipazione alla messa domenicale, e – sia pure con minore intensità – anche il ricorso ai riti che in passato scandivano i momenti più significativi dell’esistenza dalla nascita alla morte. Si assiste infatti a una consistente (e continua) diminuzione dei battesimi, delle prime comunioni, delle cresime e dei matrimoni (per non dire della confessione che appare ormai una pratica fuori uso).

Un vero crollo della pratica religiosa rimasta retaggio della popolazione anziana che va progressivamente scomparendo. Tutto questo provoca nei prete un inevitabile senso di frustrazione accentuato da uno stato di solitudine, che trova sbocco in molti casi nella ricerca di compensazioni affettive vissute nella clandestinità, e dunque a loro volta frustranti, perché frutto di accomodamenti che avvengono nel segno della doppiezza; o, inversamente, in forme di arroccamento, con l’assunzione di un atteggiamento di rifiuto di tutto ciò che è stato prodotto dalla modernità; rifiuto che si traduce nel dedicarsi a pratiche sacro-rituali – si pensi all’enfasi data a forme esteriori nella celebrazione liturgica – o provoca il ritorno ad abitudini del passato – è sintomatico il ritorno all’uso della talare – che, oltre ad offrire una apparente sicurezza, esprimono l’esplicita volontà di non contaminarsi con il modo considerato fonte di pericolo.

C’è ancora spazio per la missione del prete?

La domanda che allora affiora è: c’è ancora spazio per la missione del prete? E, se c’è, come è possibile ricrearlo? La risposta al primo interrogativo è, a mio avviso, positiva. Nonostante tutto quello che si è rilevato, è indubbio che è presente anche nella coscienza dell’uomo contemporaneo un bisogno religioso, spesso latente, che occorre far emergere con pazienza, rendendo soprattutto testimonianza, non solo individuale ma comunitaria, all’attualità della proposta evangelica. Da questo punto di vista il passaggio da una chiesa di massa, propria del regime di cristianità, a una chiesa che ha sempre più i connotati di pusillus grex, se toglie, da una parte, rassicurazioni istituzionali, favorisce, dall’altra, la possibilità di un ritorno alle origini, del ricupero cioè della più genuina tradizione cristiana.

Non meno importante poi, rimanendo alla visione di chiesa, è la definizione di “popolo di Dio” offerta dal Vaticano II, con il passaggio da una concezione piramidale con al vertice la gerarchia, a una concezione che identifica la chiesa con la comunità dei credenti che hanno pari dignità in ragione del battesimo che li rende partecipi del sacerdozio profetico e regale di Cristo. Da queste due significative svolte – l’una sociologica e l’altra ecclesiologica – scaturiscono preziose indicazioni per una profonda revisione della missione presbiterale.

Uno spazio da ricreare

Da una parte, ad essere messa in discussione è la preoccupazione di una azione sacramentale diffusa che raggiunga il più elevato numero di persone – Dio non sa che farsene, osservano i profeti, di un culto materiale che non si accompagna all’esercizio della giustizia, che non ha cioè riscontro nelle opzioni della vita quotidiana – per fare spazio ad un’opera di evangelizzazione finalizzata a raggiungere un numero magari ristretto di persone che si impegnano a fare concretamente propria la logica evangelica. Dall’altra, obbliga a ripensare l’esercizio del ruolo sacerdotale, abbandonando atti di supplenza divenuti spesso esorbitanti per lasciarne la gestione alla responsabilità dei laici e concentrare l’attenzione su ciò che è davvero specifico ed essenziale, cioè il servizio all’edificazione della comunità nella prospettiva di una comunione che ha il suo momento più alto nella celebrazione eucaristica.

Questo implica come condizione prioritaria il pieno inserimento del prete nella vita della comunità. Il che può verificarsi soltanto laddove la scelta della persona chiamata ad esercitare tale ministero avviene all’interno della comunità e da parte di essa. L’essere catapultati dall’esterno – come ancor oggi normalmente avviene – rende difficile l’inserimento e rischia di far percepire il prete come un “corpo estraneo” imposto dall’alto, dunque non pienamente inserito nel contesto ambientale in cui è destinato ad operare. Inoltre tale inserimento può soprattutto verificarsi soltanto laddove il criterio che presiede alla scelta è la presenza come requisito fondamentale la capacità di creare comunità, cioè di intessere e consolidare rapporti vicendevoli, superando le resistenze negative e sviluppando forme di solidarietà e di fraternità, che favoriscano la partecipazione e la cooperazione.

Una situazione ancora ambigua

I preti sono oggi in linea con questa visione, peraltro suggerita, nelle sue linee essenziali, dall’ecclesiologia del Vaticano II? L’iter formativo proposto corrisponde adeguatamente all’esercizio dei compiti cui si è fatto riferimento? E, infine, quale progetto pastorale viene loro prospettato dalle chiese locali?

La risposta a questi quesiti non è facile. La prima difficoltà è legata all’identikit di coloro che accedono al presbiterato.

La riduzione sempre più consistente da noi (e più in generale in Occidente) del numero dei candidati a tale ministero si accompagna a un mutamento piuttosto radicale della figura di coloro che entrano in Seminario. La scomparsa, quasi ovunque, del Seminario minore ha comportato (e comporta) una mutazione della tipologia dei seminaristi, che sono in larga misura giovani in adolescenza avanzata, diplomati o laureati, che provengono da precedenti esperienze ecclesiali fatte in movimenti e/o in associazioni, e che hanno perciò già compiuto un itinerario formativo e spirituale.

A questo si deve aggiungere – e non è cosa di poco conto – che, negli ultimi decenni, al numero sempre più esiguo di seminaristi italiani fa riscontro una costante crescita di seminaristi stranieri, provenienti in particolare dal Terzo Mondo – Africa, America Latina e Paesi dell’Est europeo – e dunque con visioni culturali diverse che si riflettono anche nell’idea della missione della chiesa e dell’esercizio del ministero presbiterale.

Nonostante un certo rinnovamento dei seminari avvenuto nel post-concilio, sia sul piano culturale che spirituale, le difficoltà segnalate persistono. Non è infatti infrequente che si assista – come già si è ricordato – a ritorni involutivi e a rigurgiti integralisti, all’assunzione cioè di atteggiamenti difensivi e di chiusura spesso motivati da una fragilità psicologica, che induce a ricercare appoggi esteriori per la tuela della propria identità.

Le priorità di papa Francesco

La estrema fluidità della situazione attuale – la liquidità cui allude Bauman si verifica anche su questo piano – rende impossibile prefigurare quale sarà la fisionomia del prete negli anni che verranno.

Le osservazioni fatte non sembrano fare spazio ad un grande ottimismo. Più agevole è la delineazione di come tale fisionomia dovrebbe essere, dei tratti che la dovrebbero qualificare. L’enucleazione di questi tratti è stata in questi anni di pontificato una delle maggiori preoccupazioni di papa Francesco. Egli è più volte intervenuto ad indicare l’identitik del presbitero, mettendone di volta in volta aspetti diversi e complementari.

Tre sono, al riguardo, le priorità messe in evidenza dal pontefice. La prima è la capacità di immedesimarsi nelle situazioni esistenziali della gente, condividendone le gioie e le fatiche quotidiane – papa Francesco sottolinea l’importanza di “sentire l’odore delle pecore” – e divenendo in tal modo partecipi del mistero dell’incarnazione. La seconda priorità è costituita dalla scelta della povertà come sobrietà di vita e come rinuncia ad ogni tentazione di potere, così da conquistare quella libertà interiore, che consente di diventare pienamente solidali con il mondo dei poveri e di impegnarsi per la loro liberazione. La terza priorità è, infine, il ricupero di una spiritualità autentica, non formale o devozionale, ma connotata da una forte tensione mistica, capace di interpretare il bisogno di trascendenza che alberga anche oggi nel cuore di molti e di diventare in tal modo testimoni credibili del mistero di Dio.

Sono queste le condizioni preliminari, che vanno poste alla base dell’esercizio del proprio ministero, e che adempiute danno efficacia all’azione pastorale, alla capacità cioè di rendere trasparente la novità e la bellezza del messaggio evangelico.

* Giannino Piana
Già docente di etica cristiana alla Libera Università di Urbino e di etica ed economia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino. Socio fondatore e membro del Gruppo di Riflessione e Proposta di Viandanti