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lunedì 18 maggio 2026

Clima e salute: un nuovo modo di pensare il mondo


Clima e salute: un nuovo modo di pensare il mondo

Un gruppo di avvocati decisi ad affermare il legame tra norme giuridiche e sostenibilità ha fondato l’associazione “Diritto per l’Ambiente” e lancia l’appello per discutere insieme su un tema centrale di questa sfida: l’impatto del riscaldamento globale sulla salute

L'inquinamento associato all'aumento delle temperature produce effetti concreti sulla salute

Mesi più caldi “di sempre”, “temperature record”, gli appelli degli scienziati ormai si susseguono puntuali per ricordare al mondo che siamo nel pieno di una crisi climatica e dobbiamo invertire la rotta. Perché il riscaldamento globale non è più solo una questione ambientale, da relegare all’interno delle comunità scientifiche, ma una delle principali sfide che coinvolge l’intera società. Incide sulla vita quotidiana, la salute, l’economia e rende evidente quando le scelte individuali e collettive siano intrecciate. In questo contesto di responsabilità condivisa, nasce l’associazione “Diritto per l’Ambiente” presentata a Roma l’11 maggio a Palazzo di Giustizia. L’iniziativa è di un gruppo di avvocati, ma aperta a tutti, decisi ad affermare e difendere il legame tra diritti umani e sostenibilità. Non solo. Se è chiaro che le grandi transizioni anche in ambito ambientale devono passare attraverso leggi, regolamenti e direttive, istituzioni e cittadini sono chiamati a contribuire, ciascuno con il proprio ruolo, alla costruzione di un modello più sostenibile.

Clima e salute: la sfida del nostro tempo

L’obiettivo lo spiegano chiaramente gli stessi promotori dell’iniziativa che vogliono impegnarsi “a contribuire alla tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi nell’interesse delle future generazione, utilizzando il ‘Diritto’, ossia il complesso delle norme che costituiscono l’ordinamento giuridico nazionale sovranazionale”. L’idea è dunque di superare una visione frammentata dei problemi ambientali e adottare un approccio che tenga insieme diritti, sviluppo e tutela. Per questo hanno invitato a discuterne insieme a loro medici, giornalisti rappresentanti della Pubblica amministrazione, urbanisti e giuristi. E non è un caso che per il primo incontro pubblico l’associazione abbia scelto un tema centrale di questa sfida: l’impatto del riscaldamento globale sulla salute. Chiaro fin dal titolo, l’obiettivo dell’incontro: “Riscaldamento climatico e diritto alla salute nelle grandi città: cuocere, fuggire o agire”. Il diritto in questo quadro ha infatti un ruolo chiave: garantire che la tutela della salute e dell’ambiente non resti solo un principio astratto, ma un impegno concreto nelle politiche e nelle decisioni condivise a tutti i livelli.

“Una responsabilità condivisa”

Lo stesso orientamento ribadito dall’Organizzazione mondiale della sanità che parla di crisi climatica come una delle minacce principali per le popolazioni. L’aumento delle temperature e della frequenza degli eventi estremi, l’inquinamento dell’aria delle città stanno avendo effetti concreti su adulti e bambini. I dati parlano chiaro: c’è un incremento della mortalità legata al caldo, la diffusione delle malattie infettive e l’aggravamento di patologie respiratorie e cardiovascolari. E non si si tratta di scenari futuri, ma di dinamiche già in atto.

“I più ignorano il problema e molti lo proiettano nel futuro: ma alcuni recenti studi e articoli di stampa ci fanno comprendere che il tema è attuale e che, allo stesso tempo, possiamo fare subito qualcosa per cercare di mitigare (almeno) gli effetti del cambiamento climatico. Ci ha colpito, ad esempio, un recente studio inglese che definisce le ondate di calore come dei ‘killer silenziosi’ e la sfida che devono affrontare le grandi città per cercare di mitigare tale preoccupante fenomeno. Per cercare di mitigare (almeno) tali nefaste conseguenze si può, si deve fare qualcosa subito”. Hanno accolto l’invito al confronto del presidente dell’associazione Arnaldo Del Vecchio: Sabrina Alfonsi, assessore all’ambiente di Roma Capitale; Rosario Carrano, magistrato del Consiglio di Stato; Elisabetta Salvatori, responsabile Sezione Soluzioni Integrate e Nature-based per la rigenerazione Urbana del Dipartimento Enea-Sspt; Lisa Iotti, giornalista Rai3; Laura Reali, pediatra e presidente Isde (Medici per l’ambiente), Roma e Lazio; Francesco Varone, pneumologo; Aldo Olivo, dirigente urbanistica e ambiente al Comune di Formello in provincia di Roma; Alessandro De Pasquale, presidente nazionale Anaip.

Un solo equilibrio

La pandemia di Covid-19, ha reso evidente un principio spesso trascurato: la salute è una sola, ed è risultato dell’equilibrio tra ambiente, società ed economia. Non esistono confini netti tra la salute umana e quella degli ecosistemi. Quando uno di questi si altera le conseguenze si propagano rapidamente. L’obiettivo è dunque di cercare di tradurre in azioni concrete questa consapevolezza affermando che c’è un legame tra diritto alla salute e il modo con cui gestione ambiente, territorio e risorse.

C’è dunque bisogno di trovare un nuovo modo di pensare il mondo. Perché proteggere il Pianeta significa inevitabilmente proteggere la nostra salute.
(fonte: La Repubblica, articolo di Fiammetta Cupellaro 05/05/2026)

domenica 17 maggio 2026

Bakari andava al lavoro

Bakari andava al lavoro


𝐔𝐧 𝐠𝐫𝐢𝐝𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐢𝐥 𝐯𝐮𝐨𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐢 𝐬𝐭𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐚𝐝𝐝𝐨𝐬𝐬𝐨

𝐶’𝑒̀ 𝑢𝑛’𝑜𝑟𝑎 𝑠𝑡𝑟𝑎𝑛𝑎, 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑡𝑎 𝑡𝑟𝑎 𝑙𝑎 𝑛𝑜𝑡𝑡𝑒 𝑒 𝑖𝑙 𝑚𝑎𝑡𝑡𝑖𝑛𝑜.
Un’ora in cui due mondi si sfiorano senza mai incontrarsi davvero: quelli che stanno tornando da qualcosa e quelli che stanno andando verso qualcosa. Due direzioni opposte, due vite che non si parlano, due solitudini che occupano lo stesso marciapiede.
In quell’ora, Bakari Sako attraversava una piazza. Andava al lavoro. Aveva le mani di un bracciante, la schiena abituata alla fatica, il cuore gonfio di un segreto bellissimo: stava per diventare padre per la prima volta.

𝑷𝒐𝒓𝒕𝒂𝒗𝒂 𝒅𝒆𝒏𝒕𝒓𝒐 𝒅𝒊 𝒔𝒆́ 𝒖𝒏𝒂 𝒗𝒊𝒕𝒂 𝒄𝒉𝒆 𝒏𝒂𝒔𝒄𝒆𝒗𝒂. 𝑬̀ 𝒖𝒔𝒄𝒊𝒕𝒐 𝒅𝒂 𝒒𝒖𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒑𝒊𝒂𝒛𝒛𝒂 𝒔𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒗𝒊𝒕𝒂.

LA SOCIETÀ CHE ABBIAMO COSTRUITO

Parliamo tanto di valori. Li scriviamo nelle costituzioni, nelle campagne elettorali, nei post da diecimila like. Li mettiamo nelle biografie dei profili social, tra un filtro e l’altro, tra una storia che svanisce dopo ventiquattr’ore e la prossima.
E poi c’è una piazza, all’alba, e c’è Bakari che ci passa dentro e non riesce ad uscirne, e ci sono persone che non erano ancora andate a dormire e che non lo conoscevano, e lui non conosceva loro, e bastava così, bastava non conoscersi, per morire.

COSA SI È ROTTO, ESATTAMENTE?

Viviamo dentro una società che il sociologo Zygmunt Bauman ha chiamato liquida e aveva ragione, ma forse non immaginava quanto liquida sarebbe diventata. Così fluida da non riuscire più a tenere nessuna forma. Nessun legame che non sia revocabile con uno swipe. Nessun impegno che non abbia una via d’uscita. Nessun altro essere umano che non sia, prima di tutto, un contenuto da consumare o da ignorare.

IL VIRTUALE HA VINTO SUL REALE?

I ragazzi crescono dentro schermi che mostrano vite perfette, corpi perfetti, successi perfetti e si svegliano ogni mattina in una realtà imperfetta, lenta, faticosa, che non mette like, che non manda notifiche di approvazione, che non filtra niente. E quella realtà – 𝒒𝒖𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒗𝒆𝒓𝒂 – diventa insopportabile. Grigia. Sbagliata.
𝐿’𝑎𝑝𝑝𝑎𝑟𝑖𝑟𝑒 𝑒̀ 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒. Non per colpa loro. Per colpa di un sistema che guadagna sulla loro insicurezza, che vende loro specchi invece di finestre, che trasforma ogni fragilità in un’opportunità di mercato, che li vuole omologati e non pensieri liberi.

L’ANESTESIA TOTALE

Ci hanno anestetizzato. Lentamente, metodicamente, con grande competenza. Ci hanno tolto il disagio non risolvendo i problemi, ma abbassando la soglia del dolore. Ci hanno dato uno schermo per ogni noia, una distrazione per ogni pensiero scomodo, un contenuto per ogni silenzio che avrebbe potuto diventare consapevolezza.
Il risultato è una generazione – anzi, più generazioni – che non sa più stare nel vuoto e cercare un sentiero. Che non sa aspettare. Che non sa incontrare l’altro nella sua differenza, nella sua lentezza, nella sua concretezza di corpo e storia e bisogno.

“𝐿’𝑎𝑝𝑝𝑎𝑟𝑖𝑟𝑒 𝑒̀ 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑛𝑡e. 𝐿𝑎 𝑚𝑖𝑠𝑢𝑟𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑖𝑣𝑖𝑙𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑜𝑐𝑖𝑒𝑡𝑎̀ 𝑠𝑖 𝑣𝑒𝑑𝑒 𝑑𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑡𝑟𝑎𝑡𝑡𝑎 𝑖 𝑠𝑢𝑜𝑖 𝑚𝑒𝑚𝑏𝑟𝑖 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑑𝑒𝑏𝑜𝑙𝑖, 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑝𝑜𝑣𝑒𝑟𝑖, 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑒𝑚𝑎𝑟𝑔𝑖𝑛𝑎𝑡𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑣𝑜𝑐𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑑𝑖𝑓𝑒𝑛𝑑𝑒𝑟𝑠𝑖 𝑒 𝑛𝑜𝑛 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑓𝑎𝑟𝑠𝑖 𝑎𝑠𝑐𝑜𝑙𝑡𝑎𝑟𝑒.” (Fyodor Dostoevskij)
L’empatia si impara nell’attrito reale con gli altri. Si impara guardandosi negli occhi, non nei profili. Si impara sbagliando insieme, non curando il proprio personal brand.
E quando l’empatia non si impara, al suo posto cresce qualcos’altro. Qualcosa di freddo. Qualcosa che può attraversare una piazza all’alba e non vedere un uomo. Vedere solo un ostacolo. O peggio — non vedere niente.

BAKARI

Era nato in Mali. 𝐀𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐚𝐭𝐭𝐫𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚𝐫𝐞 𝐪𝐮𝐢, 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐞 𝐛𝐫𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚 𝐞 𝐧𝐞𝐠𝐚 𝐧𝐨𝐦𝐢, 𝐜𝐡𝐞 𝐯𝐮𝐨𝐥𝐞 𝐢𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐞 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐢𝐧𝐠𝐞 𝐢𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞, 𝐜𝐡𝐞 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐠𝐥𝐢𝐞 𝐢 𝐟𝐫𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐞 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐜𝐡𝐢 𝐥𝐢 𝐡𝐚 𝐩𝐢𝐚𝐧𝐭𝐚𝐭𝐢.
Bracciante agricolo. Una di quelle parole che diciamo in fretta, come se non ci fosse una vita intera compressa dentro.
Invece c’era. C’era la storia di un uomo che aveva scelto di costruire qualcosa, non di distruggere. Che alzava la schiena all’alba mentre altri non si erano ancora coricati. Che aspettava un figlio, 𝐪𝐮𝐞𝐥 𝐟𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐝𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐧𝐚𝐬𝐜𝐞𝐫𝐚̀ 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐩𝐚𝐝𝐫𝐞, 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐫𝐞𝐬𝐜𝐞𝐫𝐚̀ 𝐜𝐨𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐭𝐫𝐨𝐩𝐩𝐨 𝐩𝐞𝐬𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐞 𝐬𝐩𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐨.
𝐵𝑎𝑘𝑎𝑟𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑒𝑟𝑎 𝑢𝑛 𝑠𝑖𝑚𝑏𝑜𝑙𝑜. 𝐸𝑟𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑎. 𝐸 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜, 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜, 𝑎𝑣𝑟𝑒𝑏𝑏𝑒 𝑑𝑜𝑣𝑢𝑡𝑜 𝑏𝑎𝑠𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑎 𝑡𝑒𝑛𝑒𝑟𝑙𝑜 𝑖𝑛 𝑣𝑖𝑡𝑎.

𝐍𝐨𝐧 𝐛𝐚𝐬𝐭𝐚𝐯𝐚. 𝐍𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐛𝐚𝐬𝐭𝐚𝐭𝐨. 𝐍𝐎
“𝐺𝑙𝑖 𝑖𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎𝑛𝑖 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑢𝑛’𝑎𝑟𝑡𝑒 𝑎𝑛𝑡𝑖𝑐𝑎: 𝑠𝑎𝑝𝑒𝑟 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑠𝑢𝑏𝑙𝑖𝑚𝑖 𝑒 𝑚𝑒𝑠𝑐ℎ𝑖𝑛𝑖 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑟𝑒𝑠𝑝𝑖𝑟𝑜” (Giuseppe Prezzolini).

Non accettiamo la narrazione della fatalità. Non accettiamo: ” 𝑒̀ 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑡𝑟𝑎𝑔𝑖𝑐𝑎 𝑐𝑜𝑖𝑛𝑐𝑖𝑑𝑒𝑛𝑧𝑎”, “𝑝𝑜𝑡𝑒𝑣𝑎 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑎 𝑐ℎ𝑖𝑢𝑛𝑞𝑢𝑒 “, la nebbia comoda che si stende sulle responsabilità collettive per trasformare ogni orrore in incidente o in fatalità.
𝐁𝐚𝐤𝐚𝐫𝐢 𝐞̀ 𝐦𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐢𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐢𝐚𝐳𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐨 𝐩𝐚𝐞𝐬𝐞, 𝐚𝐥𝐥’𝐚𝐥𝐛𝐚, 𝐩𝐞𝐫 𝐦𝐚𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐬𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐢𝐮𝐭𝐢. È morto perché qualcuno, più di qualcuno, non ha imparato che la vita degli altri ha lo stesso peso della propria. È morto in una società che ha mercificato tutto tranne l’etica. È morto in un’epoca che ha digitalizzato tutto tranne la coscienza. È morto mentre andava al lavoro e questo dettaglio semplice, brutale, dovrebbe bruciarci dentro come un ferro rovente ogni volta che lo ripetiamo.
Andava al lavoro. Non serve altro. Non serve sapere altro. Quella frase da sola è già un’accusa, una sentenza, uno specchio che nessuno vuole guardare.

QUELLO CHE DOBBIAMO SCEGLIERE

Non è una questione di sicurezza nelle piazze. È una questione di cosa stiamo diventando.
Di quali esseri umani stiamo allevando in un sistema che premia l’immagine e punisce la profondità, che celebra il successo individuale e deride la cura collettiva, che ha trasformato la solitudine in un’estetica e l’indifferenza in un’attitudine cool.
“𝐿’𝑖𝑛𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑙’𝑎𝑙𝑡𝑟𝑜 𝑒̀ 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑢𝑛 𝑖𝑛𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑛𝑜𝑖 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑖. 𝐶𝑖𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑜𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑛𝑒𝑙𝑙’𝑎𝑙𝑡𝑟𝑜 𝑒̀ 𝑐𝑖𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑎𝑏𝑏𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎 𝑎𝑐𝑐𝑒𝑡𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑛𝑜𝑖.” (Carl Gustav Jung)

Dobbiamo scegliere. Tra una società che vede le persone e una che vede i profili. Tra una comunità che si incontra e una che si scrolla. Tra un futuro in cui Bakari avrebbe potuto stringere suo figlio tra le braccia e questo – questo presente – in cui non può farlo.
La piazza in cui è morto Bakari Sako era vuota di umanità prima ancora che lui ci entrasse.
Riempiamola. Prima che si svuoti ancora.
𝑩𝑨𝑲𝑨𝑹𝑰 𝑺𝑨𝑲𝑶, 𝒃𝒓𝒂𝒄𝒄𝒊𝒂𝒏𝒕𝒆 𝒂𝒈𝒓𝒊𝒄𝒐𝒍𝒐, 𝒑𝒂𝒅𝒓𝒆 𝒄𝒉𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒉𝒂 𝒑𝒐𝒕𝒖𝒕𝒐 𝒆𝒔𝒔𝒆𝒓𝒍𝒐, 𝒖𝒐𝒎𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒎𝒆𝒓𝒊𝒕𝒂𝒗𝒂 𝒅𝒊 𝒊𝒏𝒗𝒆𝒄𝒄𝒉𝒊𝒂𝒓𝒆.
𝐼𝑙 𝑠𝑢𝑜 𝑛𝑜𝑚𝑒 𝑣𝑎 𝑑𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑎𝑑 𝑎𝑙𝑡𝑎 𝑣𝑜𝑐𝑒. 𝑆𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒.
(fonte: Pressenza, articolo di Aurelio Angelini 17/05/26) 


Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - ASCENSIONE DEL SIGNORE anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli



ASCENSIONE DEL SIGNORE anno A

17 Maggio 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, il Cristo risorto, il Cristo che ha vinto la morte è anche il Cristo che ascendendo introduce la nostra umanità nel mistero stesso di Dio, nel cuore della comunione trinitaria. Al Signore Gesù, nostro intercessore presso il Padre, innalziamo le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/   Aiutaci, o Signore, a crescere in umanità

Lettore

- Tu hai promesso, Signore Gesù, di essere sempre presente nella tua Chiesa. Rafforza la sua fede sempre legata al dubbio, aprile il cuore all’intelligenza del tuo Vangelo, perché possa essere una vera benedizione in mezzo a tutta l’umanità, una presenza che sia segno e strumento di comunione tra fratelli e sorelle, desiderosi di accogliere il tuo Regno di giustizia e di pace. Preghiamo.

- Signore Gesù, Tu hai fatto della tua vita un dono di amore per tutti gli uomini e per tutte le donne della terra. In risposta a ciò il Padre tuo ti ha costituito Re dei re e Signore dei signori. Con la forza del tuo amore frantuma il cuore di quei potenti, che confidano unicamente nella forza del denaro e delle armi. Preghiamo.

- Davanti all’omicidio di Bakari Sako, un bracciante di 35 anni proveniente dal Mali, avvenuto a Taranto da parte di un gruppo di minorenni, proviamo vergogna e dolore. Siamo diventati un Paese che non sa accogliere e dove la politica ha fatto della lotta agli immigrati un punto qualificante del suo programma. Perdonaci, Signore Gesù ed aiutaci ad uscire dall’indifferenza per ascendere e crescere in umanità, e saper riconoscere il valore assoluto di ogni persona umana. Preghiamo.

- Ti affidiamo, Signore Gesù, tutte quelle famiglie costrette a lasciare la loro casa, perché non riescono più a pagare la rata del mutuo. Ti affidiamo, i bambini e le bambine, che vivono sulla loro pelle le violenze e le separazioni dei loro genitori. Sii presente in ogni casa con la forza del tuo Spirito di amore, perché vinca la vita e non la morte. Preghiamo.

- Davanti a Te, Signore Gesù, innalzato alla destra del Padre, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo anche delle vittime dell’odio religioso e razziale, della persecuzione politica, della solitudine, della disperazione e della emarginazione. Dona a tutti di godere la pace del tuo Regno. Preghiamo.


Per chi presiede

O Signore Crocifisso e Risorto, che ascendendo al Padre hai innalzato accanto a te anche la nostra umanità, ascolta la nostra preghiera: donaci coraggio, forza e speranza per imparare a vivere con sapienza intelligenza e dignità questi nostri tempi incerti e difficili. Tu sei Dio e vivi e regni con il Padre lo Spirito Santo, nei secoli dei secoli.

AMEN.


"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 28 - 2025/2026 - ASCENSIONE DEL SIGNORE anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

ASCENSIONE DEL SIGNORE - anno A

Vangelo:
Mt 28,16-20

Il brano del Vangelo di questa Domenica, Solennità dell'Ascensione, è la parte finale del Vangelo di Matteo, gli ultimi cinque versetti, dove l'evangelista sintetizza in modo mirabile i temi sviluppati lungo tutta l'opera. Gesù ha terminato la sua missione terrena e ora affida ai discepoli il compito di proseguire ciò che Lui ha iniziato. Quanto Gesù ha detto e fatto per il popolo di Israele, ora la Chiesa è chiamata a offrirlo, nel tempo e nella storia, a tutto il mondo, a tutti i popoli; di battezzare, cioè immergere, ogni creatura umana nell'Amore della Santissima Trinità come Lui ha fatto con le sorelle e i fratelli del suo tempo che lo hanno accolto, a cominciare dalla periferia di Israele, la Galilea dei pagani, fino a raggiungere ogni disprezzata periferia del mondo. Là, in Galilea, dove tutto è iniziato, sul monte che il Signore ha indicato dove ha proclamato le Beatitudini, la Nuova Legge per il nuovo popolo, Gesù ci precede da sempre e là soltanto saremo in grado di contemplare il suo Volto, se solo lasceremo che il Maestro unga i nostri occhi di discepoli increduli con il collirio dello Spirito (cfr.Ap 3,18), affinché possiamo essere finalmente guariti dalla cecità che ci impedisce di riconoscerlo, ascoltarlo, amarlo e seguirlo sulla via che conduce al Regno, via d'amore per ogni fratello che conduce al Padre.


sabato 16 maggio 2026

DUNQUE VAI! “Il modello della Chiesa è quella piccola, colorata carovana di itineranti, felici e marginali. Fuori dalle istituzioni religiose, e che non mandava mai via nessuno.” - ASCENSIONE DEL SIGNORE ANNO A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

DUNQUE VAI!


Il modello della Chiesa è quella piccola, colorata carovana di itineranti, felici e marginali.
Fuori dalle istituzioni religiose, e 
che non mandava mai via nessuno. 


In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Mt 28,16-20

  
DUNQUE VAI!
 
Il modello della Chiesa è quella piccola, colorata carovana di itineranti, felici e marginali. Fuori dalle istituzioni religiose, e che non mandava mai via nessuno.

Gli undici sono tornati in Galilea.

Perché non a Gerusalemme? Perché è dove tutto ha avuto inizio, ed è come se Gesù dicesse: ricordatevi di quando siamo partiti insieme; ricordate quante strade abbiamo percorso, quanti villaggi e quante case, quanti volti, quanti corpi guariti, quanti sorrisi rinati. Ricordatevi di come abbiamo camminato leggeri, solo un bastone e degli amici, senza possessi e senza poteri, ignorando la paura. Liberi. Ricordatevi di quella colorata carovana, dove si rallentava il passo sulla misura dell’ultimo, solidali. Ricordate com’era il volto di Dio che si disegnava su quelle strade; un Dio che se tu lo molli, lui no, non ti molla.

Per tanto tempo il riferimento della Chiesa è stato la vita della prima comunità di Gerusalemme: avevano un cuor solo e un anima sola, assidui all’ascolto degli apostoli e allo spezzare del pane, e avevano tutto in comune. Bellissimo, inarrivabile. Eppure viene dopo.

Ce n’è prima un altro, originale, più radicale e più fresco. Tornare a quella che è stata davvero la prima di tutte le comunità: ritornate in Galilea, ripartite da lì, prendendo a modello quei tre anni di vagabondaggio libero tra lago e colline, tra l’una e l’altra riva, tra Betsaida e Cafarnao, Genezaret e Tiberiade, Tiro e Cesarea di Filippo. Il modello della Chiesa è quella piccola, colorata carovana di itineranti, felici e marginali. Fuori dalle istituzioni religiose, e che non mandava mai via nessuno.

Gesù lascia la terra con un bilancio deficitario: gli sono rimasti soltanto undici amici impauriti e confusi, e poche donne coraggiose e fedeli. Non hanno capito molto, ma lo hanno molto amato. E questa è la sola garanzia di cui ha bisogno. Ora può tornare al Padre, sa che nessuno di loro lo dimenticherà, dentro di loro vivrà per sempre.

Quando lo videro, si prostrarono ma alcuni dubitavano. Di che cosa dubitano? Non che sia risorto, lo vedono. Non che sia il Dio tra noi, si prostrano in adorazione. Di che cosa allora? Dubitano di se stessi, lo sanno bene come sono scappati quella notte, come lo hanno rinnegato; che non hanno creduto alle donne a pasqua; che sono rimasti tappati in casa per giorni, in quell’aria morta. Conoscono i propri limiti.

Gesù compie un atto di illogica fiducia in chi dubita ancora. Non rimane con loro per spiegare meglio, ma affida la lieta notizia ai loro dubbi, che sono come i poveri, li avremo sempre con noi.

Gesù affida il suo Vangelo ai dubitanti e chiama i claudicanti ad andare. Andate dunque! Quel ‘dunque’ è bellissimo: dunque vai! Ogni mio potere è vostro, ogni cosa mia diventa vostra. Io sono con voi sempre, fino alla fine.

Cosa sia l’ascensione lo capiamo da queste parole. Gesù non è andato lontano o in qualche angolo remoto del cosmo, ma si è fatto più vicino. E’ dentro, nel coraggio rinnovato. Sempre.


Opinioni contrastanti su un'esperienza scolastica di una scuola di Marostica a favore di migranti aTrieste

Opinioni contrastanti su un'esperienza scolastica di una scuola di Marostica a favore di migranti aTrieste


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I piccoli angeli arrivati a Trieste per aiutare i migranti: i bimbi commuovono tutta Italia


Ci sono momenti che riescono ancora a rompere il rumore del mondo. Momenti piccoli, apparentemente semplici, che però hanno la forza di attraversare lo schermo di un telefono, entrare nelle case, fermare le persone e lasciare qualcosa dentro.

È successo nelle ultime ore con il video condiviso da Linea d’Ombra e diventato virale nel giro di pochissimo tempo. Un filmato nato nel cuore di Trieste, in quella piazza Libertà che da anni viene chiamata “la piazza del mondo”, luogo dove si intrecciano speranze, viaggi, paure, attese e frammenti di umanità provenienti da ogni angolo della terra.

Ma questa volta, a colpire profondamente migliaia di persone, non sono stati i numeri, le emergenze o le polemiche. A lasciare il segno sono stati dei bambini.

Bambini arrivati da Marostica, in provincia di Vicenza, con i loro insegnanti, per conoscere da vicino la realtà della rotta balcanica e dare una mano ai volontari impegnati nell’assistenza ai migranti che ogni giorno arrivano a Trieste dopo viaggi lunghi, durissimi e spesso disumani.

Parole semplici che valgono più di mille discorsi

Nel video non ci sono slogan costruiti, frasi preparate o discorsi studiati. Ci sono occhi sinceri, emozioni vere e parole che arrivano dritte perché nascono senza filtri.

“Per aiutare”, dice un ragazzo quasi con naturalezza.

“Per dare cibo ai più bisognosi e stargli vicino”, aggiunge un altro.

E poi arriva quella frase che ha travolto il web, condivisa migliaia di volte in poche ore:

“Per noi è poco, ma per loro è tantissimo”.

Una frase pronunciata con la leggerezza e la purezza che solo i più giovani riescono ancora ad avere. Senza rabbia. Senza divisioni. Senza il bisogno di schierarsi.

Solo con umanità.

Ed è forse proprio questo ad aver colpito così profondamente chi ha guardato il video.

Camminare bendati per capire il buio degli altri

Tra i momenti più forti del racconto c’è anche l’esperienza vissuta dai ragazzi a scuola prima di arrivare a Trieste.

Uno degli studenti racconta di aver affrontato un percorso bendato e scalzo insieme ai compagni per provare a comprendere, almeno simbolicamente, cosa significhi attraversare territori sconosciuti nel buio della rotta balcanica.

Sassi sotto i piedi. Ostacoli improvvisi. Acqua. Paura. Disorientamento.

“Loro camminano nel buio per non farsi trovare”, spiega uno dei ragazzi.

E mentre lo racconta non c’è retorica. C’è solo il tentativo sincero di immedesimarsi nel dolore degli altri.

Un esercizio umano prima ancora che scolastico.

Perché quei bambini, senza forse rendersene pienamente conto, hanno fatto qualcosa che tanti adulti oggi sembrano aver dimenticato: provare a capire.

Piazza Libertà torna a essere la piazza del mondo

Da anni piazza Libertà è il simbolo di una Trieste sospesa tra confine, accoglienza, sofferenza e speranza. Un luogo che divide, fa discutere, genera tensioni politiche e sociali.

Eppure, in mezzo a tutto questo, il video di questi ragazzi è riuscito a riportare per qualche minuto l’attenzione su qualcosa di diverso: l’umanità.

Non quella urlata. Non quella esibita.

Quella silenziosa.

Quella che si vede in un panino consegnato con timidezza. In uno sguardo pieno di empatia. In un ragazzo che dice “è bello aiutarli” senza aspettarsi nulla in cambio.

In un tempo in cui il dibattito pubblico sembra sempre più feroce, aggressivo e incapace di ascoltare, le parole di questi bambini hanno avuto la forza di una carezza.

Una generazione che forse può ancora insegnare qualcosa agli adulti

Il successo virale del video non nasce soltanto dall’emozione del momento. Nasce dal fatto che tante persone, guardandolo, hanno rivisto qualcosa che sembrava perduto: la capacità di provare compassione senza cinismo.

Quei ragazzi arrivati da Marostica non hanno parlato di geopolitica, decreti o strategie. Hanno parlato di fame, freddo, paura e dignità.

Hanno raccontato il dolore degli altri con una delicatezza che spesso manca persino agli adulti.

E mentre Trieste continua a vivere ogni giorno il passaggio di storie difficili e vite spezzate lungo la rotta balcanica, quel gruppo di bambini è riuscito, anche solo per pochi minuti, a ricordare a tutti che dietro ogni volto esiste prima di tutto una persona.

Forse è questo il motivo per cui il video sta commuovendo così tanto il web.

Perché in quelle immagini molti hanno visto non solo dei ragazzi.

Ma la parte migliore dell’umanità.
(fonte: Trieste Cafe 14/05/2026)


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Dipiazza furioso sul caso dei bambini in piazza Libertà:
“Atto indegno, pronto a denunciare”

Il caso dei bambini arrivati a Trieste nell’ambito di un progetto scolastico dedicato alla rotta balcanica continua ad agitare il dibattito politico e cittadino. Dopo le polemiche esplose nelle ultime ore e gli interventi di diversi esponenti politici, anche il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza è intervenuto con parole durissime ai microfoni di Trieste Cafe.

E lo ha fatto senza mezzi termini.

“Trovo scandaloso che vengano utilizzati dei bambini per fare questo”, ha dichiarato il primo cittadino, visibilmente contrariato mentre commentava il video diventato virale nei giorni scorsi.

Un intervento molto netto, quello del sindaco, che ha voluto prendere pubblicamente posizione sulla vicenda legata alla visita a Trieste di una classe di una scuola elementare di Marostica, coinvolta in attività di sensibilizzazione sul tema della rotta balcanica e dell’immigrazione.

“Atto indegno, lunedì vado dagli avvocati”

Nel corso dell’intervista concessa a Trieste Cafe, Roberto Dipiazza ha annunciato di voler approfondire la questione anche sul piano legale. ...

Continua nel sito TRIESTE Cafe

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Da Marostica a Trieste, alunni in gita con i migranti in piazza Libertà.
Scatta una doppia interrogazione parlamentare

I due partiti di centrodestra puntano il dito su un video pubblicato in questi giorni dall'associazione umanitaria Linea d'ombra. Il ministero dell'Istruzione annuncia verifiche

Sono stati portati a Trieste nell'ambito delle collaborazioni tra onlus. Nel video si vedono i bimbi che consegnano i pasti ai migranti e, incalzati dalla referente della onlus Linea d'ombra, Lorena Fornasir, raccontano che nella loro scuola in provincia di Vicenza hanno svolto questa attività bendati e senza scarpe.


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Gli alunni danno da mangiare ai migranti insieme ai volontari.
E sulla scuola di Marostica scoppia la bufera

Interrogazione al ministro Valditara, che manda gli ispettori. L'accusa di «fare il lavaggio del cervello ai bambini», dando loro «messaggi diseducativi»


I bambini delle quinte classi di un plesso di Marostica, in provincia di Vicenza, hanno aiutato le associazioni di volontariato a distribuire i pasti ai migranti che si radunano a piazza Libertà a Trieste. E hanno raccontato l’esperienza fatta a scuola per comprendere il fenomeno migratorio, in modo da presentarsi a Trieste, puntualmente informati di chi avrebbero incontrato: i profughi della Rotta Balcanica. Tra gli esercizi preparatori, hanno provato ad immedesimarsi, bendati e senza scarpe, nelle persone che avrebbero incontrato. E che per arrivare in Italia hanno affrontato ostacoli e insidie.

A Trieste sono scoppiate le polemiche. L’europarlamentare della Lega ... e il senatore ... dello stesso partito, hanno parlato di “immagini vergognose” e di “scene inaudite”: «Le maestre hanno fatto un vero e proprio lavaggio del cervello a questi piccoli». «La scuola non deve esporre i bambini a messaggi diseducativi», ha insistito il deputato di Fdi ... propone un’interrogazione a Valditara. È intervenuto anche il presidente della Regione, Massimiliano Fedriga. Il ministero dell’Istruzione e del Merito ha fatto sapere che l’Ufficio scolastico regionale per il Veneto «ha immediatamente avviato le opportune verifiche, al fine di accertare le modalità didattiche delle attività disposte e le modalità di svolgimento». Il ministero «monitorerà con la massima attenzione gli sviluppi della vicenda».

Gian Andrea Franchi, uno dei volontari, ha confermato che nei giorni scorsi, assieme ai Fornelli resistenti di Bassano del Grappa e alla Fattoria sociale Conca d’oro, hanno partecipato appunto anche gli scolari di Marostica. «Premetto – specifica la moglie, Lorenza Fornasir – che gli insegnanti avevano tutte le autorizzazioni a portare i bambini alla gita scolastica. Ebbene, una di queste maestre, che fa parte del “fornello resistente” di Vicenza, uno dei 65 che da ogni parte d’Italia vengono a Trieste per assistere gli immigrati, mi ha chiesto se poteva portare una classe, del plesso di Marostica. Le ho detto “certamente”, perché noi abbiamo centinaia di bambini, di scout, di gruppi parrocchiali che vengono a visitare piazza Libertà e ci aiutano nella distribuzione del cibo. Le ho consigliato, però, di preparare i bambini all’esperienza. E così è stato».
Gli scolari, dunque, sono arrivati preparati. «E infatti hanno dimostrato una capacità di affrontare l’esperienza in un modo così bello, puro, spontaneo, genuino, che è stata una cosa magnifica. Tant’è che io ho fatto un video che è diventato virale. E aveva l’autorizzazione della scuola. Perfino gli agenti della polizia che si trovano in piazza ci hanno osservato sorpresi, con simpatia». ...

Leggi tutto dal sito di Avvenire


Enzo Bianchi Siamo davvero testimoni credibili?

Enzo Bianchi
Siamo davvero testimoni credibili?

I discepoli lo sono stati, tanto che hanno convinto molti loro contemporanei. Anche noi lo siamo, se ci affidiamo alla potenza dello Spirito Santo


Famiglia Cristiana - 10 Maggio 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

Noi crediamo fermamente che Gesù di Nazareth, crocifisso il 7 Aprile dell’anno 30 della nostra era dai romani e dai giudei, sia stato richiamato dai morti dalla potenza di Dio il terzo giorno. Ne siamo convinti, non ne siamo certi, ma la nostra fede ha come fondamento la testimonianza innanzitutto delle donne discepole e poi dei Dodici. Tutti questi nel terzo giorno hanno annunciato di aver avuto una rivelazione (tramite l’angelo interprete dell’evento della tomba vuota): Gesù era risorto, era vivente. Questo annuncio che la morte non era più l’ultima parola e che l’amore vissuto da Gesù tutta la vita fino alla fine si era mostrato più forte della morte ha convinto i primi credenti cristiani.

Pensiamoci bene: la nostra fede si basa sulla testimonianza di alcune donne, di alcuni discepoli, mentre noi non abbiamo visto nulla, tantomeno abbiamo visto Gesù risorto dai morti. Eppure questa testimonianza ci è apparsa e ci appare credibile grazie allo Spirito santo che nel nostro cuore sussurra: “Gesù Cristo è vivente, è il Signore!”. Certamente quelle donne e quei discepoli erano credibili, affidabili e risvegliavano la fede. E noi siamo testimoni credibili? Chi ci incontra è portato a credere che Gesù, il Signore nostro, è risorto? Oppure è portato addirittura a diffidare delle nostre parole non accompagnate dalla vita, parole vuote, retoriche, che non costano nulla?
(fonte: blog dell'autore)


venerdì 15 maggio 2026

Davide Simone Cavallo, aggredito e accoltellato a Milano: la sua lettera agli aggressori è un inno alla vita e al perdono


Davide Simone Cavallo, aggredito e accoltellato a Milano: la sua lettera agli aggressori è un inno alla vita e al perdono

Il commento del condirettore di Famiglia Cristiana alla lunga lettera del 22enne ferito in un’aggressione a Milano: parole di perdono, gratitudine e amore per la vita che interrogano tutti noi

Fonte: Facebook

Un’aggressione che taglia letteralmente a metà la sua giovane vita, in corso Como a Milano, in una serata d’ottobre. Una lesione al midollo spinale con gravi conseguenze sul fisico ad oggi. Aggredito, rapinato e accoltellato. Il risveglio amaro in una stanza grigia, con macchinari alle pareti e un infermiere accanto. «Non mi sento le gambe. Perché non mi sento le gambe?».

A sei mesi da quei fatti, Davide Simone Cavallo, 22 anni, sente il bisogno di raccontare, di riflettere su quanto accaduto in questo tempo e di condividere. E lo fa in una lunga e commovente lettera, uscita un paio di giorni fa, ripercorre quanto ha vissuto in questi mesi: la rievocazione di quella fatale sera, la compassione per gli aggressori, il rapporto con il “nuovo” corpo, le problematiche quotidiane che la lesione midollare gli lascia, la paura di morire, le domande che si accavallano. Ma colpiscono le parole che, senza cedere alla  rabbia, parlano di perdono, di gratitudine e apprezzamento per la vita nonostante tutto, per la famiglia, per Dio, per il personale sanitario che lo cura.

Un ragazzo giovane, pieno di vita e di passioni, si ritrova a confrontarsi con la dura realtà della sofferenza e persino della morte. Non ha neppure un ricordo di quella sera. «Io non lo ricordo, ma il mio corpo sì. Io non dovrei essere qui», scrive nella lettera. Eppure, nonostante che le sue giornate «da sei mesi a questa parte la mattina iniziano con tubi, pillole e medicazioni, per finire con punture, scarichi e contrazioni involontarie», Davide pensa con dispiacere ai giovani aggressori («Quando ho saputo della loro età, mi si è fatto pesante il cuore») e trova parole di perdono sorprendenti: «Non odio. Dovrei farlo, credo, sarebbe logico, ma non mi riesce. L’odio non è logico, e manco io. A volte penso che il mio cuore ha già perdonato un po’ quello che mi è stato fatto, perché so come si sentono i responsabili, o almeno mi piace pensarlo». E ancora: «Se sei veramente in grado di metterti nei panni di chi dovresti odiare, forse, sei in grado anche di perdonare... Ho compassione per loro e li abbraccio».

Di fronte a parole così cariche di umanità, mi chiedo anche – come cristiano e come prete – se siamo ancora capaci di questo sguardo sulla vita, sul mondo, sulle relazioni, su Dio, su ciò che ogni giorno ci è donato e non dovuto. «La cosa che meno sopporto è la stessa per cui più devo ringraziare: sono stato costretto ad essere grato delle cose più piccole. Un passo, un movimento che fino a ieri era normale finalmente riacquisito dopo mesi di lavoro». Non la rabbia, la frustrazione, ma la gratitudine come sentimento che guida la vita di Davide anche là dove è pesantemente limitata. Anche di fronte a un «corpo nuovo» con cui deve fare i conti («Ci tengo infine a dire […] io, fino a ieri, ero voi. Ciascuno di voi. Non ero diverso. Fino a ieri camminavo per la strada cantando»), trova la forza di sperare e di sognare ancora. «Non posso iniziare a mettere da parte sogni adesso. Mi rifiuto. Per questo metto tutto me stesso in ogni attimo di lavoro, di vita, di guarigione […] O ci credi veramente di uscire, o marcisci, fino a non riconoscerti più».

Insomma, un inno potente alla vita, senza autocommiserazione. «Quando la notte è più pesante del solito e sento aleggiare nell’aria quella fatidica domanda: “Perché a me?”, un po’ sorrido. […] Forse al contrario, non mi sono mai sentito tanto vivo e nuovo quanto dopo aver visto la morte in faccia».

Le parole di Davide sono davvero preziose. Sorgono dal confronto con il senso ultimo della vita, quando si è visto in faccia la morte e si guarda alla vita in un modo che non può essere quello di prima. «Sono un ragazzo come altri, solo più fortunato, forse, e un po’ ferito. Non mi sono mai arreso e oggi sono qui».

Di fronte a tanto amore per la vita, a resilienza e coraggio ad affrontare un travaglio non solo fisico ma che coinvolge tutta la persona, dobbiamo interrogarci. Abbiamo ancora lo sguardo per vedere il bene che c’è in noi e intorno a noi? Di guardare oltre la “disgrazia”? La lezione di Davide è un invito a ritornare nella nostra interiorità, a recuperare le domande giuste, a guardare il bene che c’è, ad andare all’essenziale che rende la vita ricca anche dentro il limite e l’inaspettato nella vita «Non ve lo viene a dire nessuno che un giorno finisce, signori. Non c’è promemoria. A sorpresa… Se mi rivedessi prima dell’aggressione, senza dubbio, direi: “Vivi, il più possibile, fai del bene, viaggia, ama quanto più puoi, lascia andare il male”». Una sapienza sulla vita di cui fare tesoro ci viene da un giovane consapevole che «un giorno perdi parti di te fino a ieri scontate e inizi a cercarle».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Don Vincenzo Vitale 14/05/2026)

14 maggio 2026 Papa Leone XIV alla Sapienza - L’Università Sapienza accoglie Leone nei valori condivisi di pace e dignità umana - Il Papa agli universitari: siate artigiani di pace, il riarmo arricchisce le élite (cronaca, commenti, foto, testi e video)



L’Università Sapienza accoglie Leone
nei valori condivisi di pace e dignità umana

Il Papa visita il primo ateneo di Roma lasciando un’impronta forte all’insegna della ricerca dell’amicizia tra i popoli. Palpabile la sintonia tra il Pontefice e la comunità accademica sui temi del disarmo e della costruzione di una società aperta ai fragili e ai giovani profughi di guerra. La rettrice Polimeni: stiamo cercando di garantire continuità alla formazione di studentesse e studenti palestinesi, attivando borse di studio e percorsi di accoglienza

Il Papa nella Università Sapienza di Roma

Hanno sfidato l’alba credenti e non, italiani e non, studenti e non. Ma sono voluti venire qui, nella Università più grande d’Europa, Sapienza, prima della capitale con i suoi 700 anni di storia, per ascoltare le parole di Leone XIV alla comunità accademica e alle nuove generazioni. Perché loro, i giovani, ci tengono al proprio futuro e sono più esigenti di quanto può sembrare se si considerano gli appellativi degli adulti con cui spesso vengono decorati. “Penso che sia un’opportunità importante esserci sia se guardiamo l’evento come un fatto spirituale sia che lo guardiamo come a un incontro con un Capo di Stato”, dice una studentessa di Medicina in fila per entrare in Aula Magna. “Mi aspetto parole di pace in un mondo che la pace non la riesce a fare”. Anche un ragazzo canadese ha le stesse curiosità e le stesse speranze. Più di qualcuno osserva: “I leader internazionali di oggi ci appaiono un po’ delle macchiette; che il Papa venga qui servirà certamente a ribadire una parola chiara anche sulla necessità di costruire una forma di riconciliazione sociale di cui abbiamo tanto bisogno”. Del medesimo parere un docente emerito di Matematica che è tornato in queste aule ormai da pensionato per esprimere il suo grazie al “Papa americano” a cui si guarda anelando alla concordia tra i popoli.

Il tempo universitario sia un incontro con Dio

“Mettere la Sua impronta in tutto quello che siamo”, sono le parole di Leone nel salutare le circa 300 persone presenti in Cappella. “Soprattutto come figli e figlie di Dio, creature fatte nella Sua immagine, ma anche nella Sua creazione”, prosegue, rimarcando che “è Dio che ha dato questa meravigliosa creazione per tutti noi”. E aggiunge che “chi cerca la verità alla fine cerca Dio”, citando una frase di Edith Stein - Santa Teresa Benedetta della Croce.

Che questo tempo che vivete voi in questa università sia davvero per tutti voi un incontro con Dio, e la bellezza della vita.

Il Papa davanti alla cappella dell'Università Sapienza (@Vatican Media)

Vicini agli studenti di zone di guerra

Appena entrato in Cappella, al Papa si avvicinano due ragazzi che frequentano la Facoltà di Lettere e Filosofia. Sono Mario Soldaini e Leonardo Tosti, curatori del libro “Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza” (Fazi, 2025), che ha raccolto 200 mila euro per le attività di Emergency nella Striscia. Ne hanno donato una copia al Papa con l’invito ribadito all’uscita: “Lo legga, quel libro, Santità”.

Mario Soldaini e Leonardo Tosti

Nell’Ateneo è un tema diventato sempre più presente nei dibattiti, negli incontri culturali che si sono organizzati in gran numero soprattutto per creare legami, pluralismo e alleanze. Si è dato vita a progetti concreti di solidarietà verso coetanei di Paesi in guerra a cui il diritto allo studio viene di fatto negato. Proprio martedì scorso, per esempio, sono arrivati a Roma i primi quattro tra i giovani palestinesi che troveranno ospitalità nella città grazie all’accordo tra Sapienza Università di Roma, Diocesi di Roma e Comunità di Sant’Egidio, siglato a febbraio scorso. I ragazzi, tre studentesse e uno studente, frequenteranno i corsi di laurea in lingua inglese alla Sapienza, alloggeranno nelle residenze universitarie messe a disposizione dalla Diocesi e seguiranno le scuole di lingua e cultura italiana della Comunità di Sant’Egidio.

Antonella Polimeni, rettrice Sapienza

I progetti di accoglienza degli studenti palestinesi

È un ulteriore passo in avanti del percorso intrapreso per prendersi cura delle persone garantendo continuità alla formazione di studentesse e studenti palestinesi, attivando borse di studio e percorsi di accoglienza, afferma la rettrice Antonella Polimeni, la prima donna a guidare l’Ateneo. L’idea è di accogliere anche altri che stanno transitando in altri Paesi, preparandosi per la partenza. L’Ateneo li sosterrà per tutto il corso di studi con attività di orientamento e tutorato accademico, assistenza sanitaria e fornirà supporto e servizi tra cui il Centro di Counselling di Ateneo. La Diocesi di Roma ospiterà gratuitamente tutti gli studenti in residenze universitarie dal momento del loro arrivo in Italia fino a marzo 2029, con possibilità di estensione per altri 12 mesi per la discussione della tesi di laurea, e sarà parte attiva nell’orientare alle attività extra-accademiche e coordinare azioni di supporto per l’inclusione sociale, tramite anche la Cappellania della Sapienza.

Un polo di eccellenza con una tradizione di Nobel

Sapienza è prima università al mondo in Classics & Ancient History e tra le prime 10 con Archeology e History of Art. L’anno scorso si è collocata al primo posto tra le università generaliste italiane. Oltre 125 mila studenti, più di 3.500 docenti, più di 2.500 amministrativi, tecnici e bibliotecari, un migliaio di amministrativi nelle strutture ospedaliere. 58 dipartimenti, 44 biblioteche. Dieci i Premi Nobel che qui hanno insegnato, insigniti del prestigioso riconoscimento soprattutto nelle discipline scientifiche. Spicca il fisico Guglielmo Marconi.

Leone XIV in preghiera nella cappella dell'Università Sapienza (@Vatican Media)

La rettrice: rincuora l’impegno instancabile del Papa per l’unità

“Gli echi e le conseguenze delle guerre ci richiamano a riflessioni inevitabili su valori minacciati, umiliati e dimenticati, ma per noi imprescindibili: la libertà, la pace, la democrazia e la solidarietà”, afferma la rettrice nel suo saluto in Aula Magna, dove il Papa pronuncia il suo discorso dopo aver visitato la mostra Sapienza e i Papi allestita negli spazi dell’Ateneo. E lei cita Agostino, “Nos sumus tempora: quales sumus, talia sunt tempora”, che esortava a non lamentarsi della cattiveria dei tempi, ma a migliorare sé stessi per renderli migliori. “La sua presenza qui oggi, il suo impegno instancabile a favore dell’unità tra i popoli ci rincuorano – le parole di Polimeni -, ci danno fiducia e ci spingono ad accrescere ulteriormente il già forte impegno della Sapienza per costruire percorsi di dialogo e condivisione”.

“Il sapere nasce dal dialogo”

L’uscita dalla pandemia, l’invasione russa dell’Ucraina, la recrudescenza del conflitto in Medio Oriente, la crescita, in Italia come in altre società europee, dei fenomeni di intolleranza e discriminazione, senza dimenticare le nuove forme di disuguaglianza generate da un accesso iniquo e non equilibrato agli algoritmi e alle nuove tecnologie hanno spinto, afferma la rettrice, a sviluppare ulteriormente la funzione di “responsabilità sociale”. Non vi è conoscenza senza pace – sostiene -, perché il sapere nasce dal dialogo, dalla possibilità di condividere idee, mettere alla prova ipotesi, riconoscere nell’altro non un avversario da sconfiggere, ma un interlocutore con cui costruire e testare convincimenti provvisori”.

Studenti radunati lungo i viali dell'Università Sapienza (@VATICAN MEDIA)

Nei giovani il desiderio autentico di spiritualità

Per volere della rettrice, qui oggi sono presenti anche diversi rappresentanti del personale sanitario dell’ospedale Umberto I, annesso all’Università, con gli studenti delle 24 professioni sanitarie. Emerge chiaro il desiderio di coinvolgere chi quotidianamente presta un servizio di cura a chi è più fragile. Perché formare non è solo dispensare nozioni ma far crescere la persona nella sua integralità. Che poi è il messaggio evangelico, è il magistero ecclesiale, è quanto oggi lo stesso Leone è venuto a ricordare.

Alla Cappella universitaria, dove il Papa ha sostato un breve momento in preghiera al suo arrivo, e attualmente gestita dai sacerdoti diocesani già legati all’Ufficio diocesano per la Pastorale universitaria, è voluto tornare anche un manipolo di gesuiti, tra coloro che per anni hanno creato una presenza di accompagnamento per chi desiderasse un colloquio, un orientamento, un tempo e uno spazio di ascolto. “Per me quello che ha spinto tanti giovani ad esserci oggi – spiega padre Giancarlo Pani SJ, per ben 34 anni in Cappella -, è il modo con cui il Papa sta parlando di pace e il modo in cui si impegna a farla la pace, con tutte le difficoltà che implica. I giovani se ne accorgono, sanno cogliere questo coraggio. E mi ha colpito, entrando, che si inginocchiano davanti al tabernacolo. Non è solo esteriorità quella dei giovani, loro davvero sono attratti dallo Spirito, davvero desiderano un’esperienza di intimità spirituale”. Lo hanno dimostrato stamane con i prolungati applausi all’attraversamento dell’auto papale lungo i viali della cittadella, alle sottolineature del Pontefice sul rischio del riarmo globale. La speranza e l’attivismo dei giovani sono forti e si esprimono in decine di iniziative: dall’accordo con l’Università di Betlemme al concerto ospitato proprio lunedì scorso in questa Aula Magna, che ha visto esibirsi insieme musicisti del Conservatorio Magnificat di Gerusalemme e della scuola di musica di Scampia.

Il Papa mentre si intrattiene con alcuni studenti (@Vatican Media)

Il dono a Leone, un ponte con il Medio Oriente

Un modello di cooperazione internazionale fondato su equilibrio istituzionale, rigore scientifico e rispetto delle diverse tradizioni, è quello che emerge anche dal dono fatto al Papa: la riproduzione di un raro esempio epigrafico in lingua greca che riporta una citazione “assoluta” di un passo delle Sacre Scritture, dal Vangelo secondo Luca, capitolo 23, versetto 42 Μνήσθητί μου, Κύριε, ὅταν ἔλθῃς ἐν τῇ βασιλείᾳ σου Signore, ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno. L’iscrizione, databile tra la seconda metà del V e la metà del VI secolo, è stata rinvenuta nel complesso del Santo Sepolcro a Gerusalemme, in un contesto che richiama l’area della Crocifissione, alla quale il testo si lega in modo particolarmente significativo. Il dono, realizzato dal laboratorio Officine museali Polo museale Sapienza Cultura, è custodito in una cassetta in legno d’ulivo realizzata a mano dagli artigiani Sapienza. E lo stesso palco dell'Aula Magna era oggi addobbato con diversi alberelli di ulivo... Dal 2022 la Sapienza è impegnata, su invito delle Comunità religiose custodi del luogo, in un progetto di ricerca e di scavo archeologico presso il Santo Sepolcro. Il progetto si distingue per un approccio fortemente interdisciplinare e per l’applicazione sistemica di metodologie integrate. A consegnarlo è Mattia D'Amico, dottorando in archeologia e membro della missione archeologica a Gerusalemme. Un motivo ulteriore di lavoro per la pace oltre ogni frontiera.

Al congedo sullo scalone dell'Aula Magna, risuona ancora l'esortazione del Pontefice:

Abbiate sempre speranza nella possibilità di costruire un mondo nuovo! Grazie per essere qui, e arrivederci!

Il dono fatto al Papa: la riproduzione di un esempio epigrafico in lingua greca 
con un passo delle Sacre Scritture (@Vatican Media)
(fonte: Vatican News, articolo di Antonella Palermo 14/05/2026)

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Il Papa agli universitari:
siate artigiani di pace, il riarmo arricchisce le élite

Leone XIV visita l'Università Sapienza, la più antica di Roma, e nel suo discorso si sofferma sull'"inquinamento della ragione che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale" generando un mondo "storpiato" da guerre e parole di guerra. Invita a praticare un saggio esercizio della memoria e "custodire la giustizia", a vigilare su sviluppo e applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile: "Non si chiami difesa un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza"

Il Papa con Antonella Polimeni, rettrice dell'università (@Vatican Media)

Segno di una nuova alleanza educativa tra la Chiesa di Roma e la prestigiosa università che proprio in seno alla Chiesa nacque sette secoli fa. Questo è il senso della visita che il Vescovo della città, Papa Leone, fa oggi, 14 maggio, alla comunità educante della Sapienza e ai suoi studenti. Un'alleanza che già a febbraio scorso si è consolidata con la firma, molto apprezzata dal Papa, della convenzione tra la Diocesi e la Sapienza per l’apertura di un corridoio umanitario universitario dalla Striscia di Gaza. Nel suo discorso pronunciato in Aula Magna, il Pontefice offre un'ampia riflessione in cui confluiscono le preoccupazioni per un riarmo degli Stati ammantato da strategie di "difesa"; l'esortazione a impegnare intelligenza e audacia nella ricerca di giustizia, pace, custodia della Terra e a scegliere sempre la via per un uso etico delle tecnologie; l'invito ad ascoltare e a non alimentare il malessere di molti giovani con distorte interpretazioni dell'essere maestri.

"Sì" alla vita

In una fucina di conoscenza quale il mondo universitario, che informa e forma cervelli e coscienze, il Papa avverte ancora di più l'urgenza di ribadire il suo 'no' alla guerra e alla spirale mortifera di cui essa si nutre.

Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento. Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale “sì” alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!
Cura per la complessità e saggio esercizio della memoria

Consapevole che alle nuove generazioni si sta consegnando "un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra", Leone chiama in causa gli adulti e sottolinea che si tratta di un "inquinamento della ragione, che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale". Di qui l'invito a non cedere a facili riduzionismi della storia, a riprendere in mano la Carta costituzionale, a riscoprire i valori su cui si fondano le democrazie e la libertà di popoli e individui.

La semplificazione che costruisce nemici va allora corretta, specie in università, con la cura per la complessità e il saggio esercizio della memoria. In particolare, il dramma del Novecento non va dimenticato. Il grido “mai più la guerra!” dei miei Predecessori, così consonante al ripudio della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali.

Il discorso del Papa nell'Aula Magna dell'ateneo (@Vatican Media)

Sul riarmo che viene chiamato "difesa"

Di fronte a spese militari aumentate, soprattutto in Europa, il Pontefice torna a mettere in guarda che questo è un crinale troppo pericoloso e, soprattutto, il suo è un invito a distillare il linguaggio dalle mistificazioni:

“Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”

"Vigilare sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile - è ancora l'indicazione data da Leone XIV -, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti". Un avvertimento quanto mai cruciale in un'epoca di accelerazioni senza precedenti in settori di ricerca che necessitano di orientamenti verso destini vitali, non mortiferi o suicidari.

"Noi siamo un desiderio, non un algoritmo!"

In questo orizzonte, di attenzione al bene comune e alla pace, si inserisce l'iniezione di coraggio che il Papa dà ai giovani mostrando egli di comprendere bene i motivi del disagio di molti. Un disagio che va visto, riconosciuto, accolto, non stigmatizzato, aiutato a superare. Perché le "terribili ingiustizie" del mondo non abbiano a inibire talenti ed energie, a fiaccare le speranze. Ma nessuno può rubare il futuro ai ragazzi e alle ragazze, ricorda il Papa. E nel dire questo, avrà ripensato al proprio passato di studente, a quello di insegnante, di certo ha pensato - Leone lo ammette - alle inquietudini del giovane Agostino che da giovane fece anche "gravi errori" ma poi "nulla andò perduto della sua passione per la bellezza e la sapienza". L'importante è tenere a bada l'ansia di dover piacere che spesso è alla radice dei disagi e malesseri di questa età:

Oggi questo dipende sempre più dal ricatto delle aspettative e dalla pressione delle prestazioni. È la menzogna pervasiva di un sistema distorto, che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d’ansia. Proprio questo malessere spirituale di molti giovani ci ricorda che non siamo la somma di quel che abbiamo, né una materia casualmente assemblata di un cosmo muto. Noi siamo un desiderio, non un algoritmo!

Coltivare e custodire la giustizia

Trasformare l'inquietudine in profezia: è il mandato di oggi del Successore di Pietro a cui sta a cuore che la Casa comune sia in buona salute. A oltre dieci anni dalla Laudato si', si rende conto che il "paradigma possessivo e consumistico" ha soffocato buoni propositi e buone pratiche ispirate dall'enciclica di Francesco. Ma è tempo di rilanciare, passando dall'ermeneutica all'azione:

Studiate, coltivate, custodite la giustizia! Insieme a me e a tanti fratelli e sorelle, siate artigiani della pace vera: pace disarmata e disarmante, umile e perseverante, lavorando alla concordia tra i popoli e alla custodia della Terra.

L'applauso degli studenti alle parole del Papa (@Vatican Media)

Insegnare è carità, accoglienza, è dire la verità

Il sapere non serve solo a raggiungere scopi lavorativi, ma a discernere chi si è. È la messa a fuoco, destinata in particolare al corpo docente, che chiude il discorso di Leone XIV. C'è una responsabilità nel mestiere di professore che non può ridursi alla pragmatica nozionistica. Recuperare questo fondamento è essenziale e Leone lo fa con parole cristalline.

Insegnare è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata. Si tratta di amare sempre e comunque la vita umana, di stimarne le possibilità, così da parlare al cuore dei giovani, senza puntare solo alle loro cognizioni. Insegnare diventa allora testimoniare valori con la vita: è cura per la realtà, è senso di accoglienza verso ciò che non si comprende ancora, è dire la verità.

Il dono del Papa all'Università Sapienza: Il facsimile del manoscritto con la traduzione latina del testo greco della Geographia di Claudio Tolomeo eseguita da Jacopo Angeli da Scarperia (@Vatican Media)

(fonte: Vatican News, articolo di Antonella Palermo 14/05/2026)

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DISCORSO DI LEONE XIV
ALL’UNIVERSITÀ “SAPIENZA” DI ROMA

Aula Magna
Giovedì, 14 maggio 2026
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Saluto a braccio nella Cappella Universitaria

Buongiorno! Un saluto a tutti, alla Rettrice, a Sua Eminenza, ai Vescovi Ausiliari, a tutti voi studenti, ai professori!

Ho voluto cominciare questa visita stamattina qui nella Cappella, in questa bella chiesa, punto di incontro con il Signore. Perché innanzitutto questa mia visita stamattina è una visita pastorale: conoscere un po’ l’Università, conoscere voi, poter salutare e condividere un breve momento nella fede. Chi ricerca, chi studia, chi cerca la verità, alla fine cerca Dio, incontrerà Dio, troverà Dio precisamente nella bellezza della creazione, in tante forme in cui Dio ha voluto mettere la sua impronta, in tutto quello che siamo noi, soprattutto come figli e figlie di Dio, creature fatte a sua immagine, ma anche nella sua creazione.

Allora è un bel momento oggi condividere un po’ con la comunità universitaria, in questo centro di studio…, credo che sia il più grande in tutta Europa. E allora veramente è una benedizione, un dono di Dio, trovarci qui e vivere questo momento, sapendo che è Dio che ci ha chiamati, è Dio che ha dato questa meravigliosa creazione per tutti noi. Vi auguro non solo una buona giornata, ma un buono studio, e che questo tempo che vivete voi in questa Università sia davvero per tutti voi un incontro con Dio e con la bellezza della vita.

Adesso do la benedizione a voi, poi continuiamo un po’ la visita in altri luoghi dell’Università.

[Benedizione]

Bene, buona giornata, grazie a voi! Grazie per l’accoglienza!

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Dirigendosi verso il Rettorato dell’Università, il Santo Padre rivolge alcune parole di saluto agli studenti presenti nel Piazzale centrale dell’Ateneo:

Buongiorno a tutti! Bene, grazie per l’accoglienza! Sono molto contento di essere qui stamattina con voi, potrete seguire tutto l’incontro attraverso gli schermi. E spero che sia un momento di grazia, un momento di gioia per tutta la comunità della Sapienza. Auguri a voi e ci vediamo dopo!

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Discorso del Santo Padre


Magnifica Rettrice,
Autorità politiche e civili,
illustri docenti, ricercatori e personale tecnico amministrativo
e, soprattutto, cari studenti e studentesse!

Ho accolto con grande gioia l’invito a incontrare la comunità universitaria della Sapienza – Università di Roma. La vostra Università si caratterizza come polo d’eccellenza in diverse discipline e, al contempo, per il suo impegno in favore del diritto allo studio, anche di chi ha minori disponibilità economiche, delle persone con disabilità, dei detenuti e di chi è fuggito da zone di guerra. Ad esempio, apprezzo molto che la Diocesi di Roma e la Sapienza abbiano firmato una convenzione per l’apertura di un corridoio umanitario universitario dalla striscia di Gaza. È dunque importante per me, che sono Vescovo di Roma da poco più di un anno, potervi incontrare. Con cuore di pastore vorrei rivolgermi dapprima agli studenti e poi ai docenti.

I viali della città universitaria, che ho percorso per arrivare qui, sono attraversati quotidianamente da tanti giovani, abitati da sentimenti contrastanti. Vi immagino a volte spensierati, lieti della vostra stessa giovinezza che, anche in un mondo travagliato e segnato da terribili ingiustizie, vi consente di sentire che il futuro è ancora da scrivere e che nessuno ve lo può rubare. Allora, gli studi che fate, le amicizie che sorgono in questi anni e l’incontro con diversi maestri del pensiero sono promessa di ciò che può cambiare in meglio noi stessi, prima ancora che la realtà attorno a noi. Quando il desiderio di verità si fa ricerca, la nostra audacia nello studio testimonia la speranza di un mondo nuovo.

Sapete che sono legato spiritualmente a Sant’Agostino, che fu un giovane inquieto: fece anche gravi errori, ma nulla andò perduto della sua passione per la bellezza e la sapienza. A questo proposito, mi ha fatto piacere ricevere da parte vostra un gran numero di domande: centinaia! Ovviamente non è possibile rispondere a tutte, ma le tengo presenti, augurando a ciascuno di cercare più occasioni per dialogare. Anche per questo esistono nell’università le cappellanie, dove la fede incontra le vostre domande.

Dell’inquietudine esiste però anche un volto triste: non dobbiamo nasconderci che molti giovani stanno male. Per tutti ci sono stagioni difficili; qualcuno però può avere l’impressione che non finiscano mai. Oggi questo dipende sempre più dal ricatto delle aspettative e dalla pressione delle prestazioni. È la menzogna pervasiva di un sistema distorto, che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d’ansia. Proprio questo malessere spirituale di molti giovani ci ricorda che non siamo la somma di quel che abbiamo, né una materia casualmente assemblata di un cosmo muto. Noi siamo un desiderio, non un algoritmo! Proprio questa nostra speciale dignità mi porta a condividere con voi due domande.

A voi giovani questo malessere chiede: “Chi sei?” Essere noi stessi, infatti, è l’impegno caratteristico della vita di ogni uomo e di ogni donna. “Chi sei?” è la domanda che ci facciamo l’un l’altro; la domanda, che silenziosamente poniamo a Dio; la domanda cui possiamo rispondere solo noi, per noi stessi, ma alla quale non possiamo mai rispondere da soli. Noi siamo i nostri legami, il nostro linguaggio, la nostra cultura: a maggior ragione, è vitale che gli anni dell’università siano il tempo dei grandi incontri.

Perciò, a chi è più adulto il malessere giovanile domanda: “Che mondo stiamo lasciando?”. Un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra. Si tratta di un inquinamento della ragione, che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale. La semplificazione che costruisce nemici va allora corretta, specie in università, con la cura per la complessità e il saggio esercizio della memoria. In particolare, il dramma del Novecento non va dimenticato. Il grido “mai più la guerra!” dei miei Predecessori, così consonante al ripudio della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali.

Ad esempio, nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune. Occorre inoltre vigilare sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti. Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento. Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale “sì” alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!

Un secondo fronte d’impegno comune riguarda l’ecologia. Come ci ha detto Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’, «esiste un consenso scientifico molto consistente che indica che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico» (n. 23). Da allora è trascorso oltre un decennio e, al di là dei buoni propositi e di alcuni sforzi orientati in tale direzione, la situazione non sembra essere migliorata.

In questo scenario incoraggio soprattutto voi, cari giovani, a non cedere alla rassegnazione, trasformando invece l’inquietudine in profezia. Specialmente chi crede sa che la storia non piomba senza scampo nelle mani della morte, ma è sempre custodita, qualsiasi cosa accada, da un Dio che crea vita dal nulla, che dà senza prendere, che condivide senza consumare. Oggi, proprio l’implosione di un paradigma possessivo e consumistico libera il campo al nuovo che già germoglia: studiate, coltivate, custodite la giustizia! Insieme a me e a tanti fratelli e sorelle, siate artigiani della pace vera: pace disarmata e disarmante, umile e perseverante, lavorando alla concordia tra i popoli e alla custodia della Terra.

C’è bisogno di tutta la vostra intelligenza e audacia. Voi, infatti, potete aiutare chi vi ha preceduto a ristabilire un autentico orizzonte di senso, per non fermarci all’ennesima, rapida fotografia della situazione nella quale ci troviamo. Occorre passare dall’ermeneutica all’azione: così poco considerati da una società con sempre meno figli, testimoniate che l’umanità è capace di futuro, quando lo costruisce con sapienza.

La vostra Università, che porta un nome divino, è luogo di studio e sede di sperimentazione, che da secoli forma al pensiero critico. In particolare, voi docenti potete coltivare un proficuo contatto con le menti e i cuori dei giovani: si tratta di una responsabilità esigente, certo, ma entusiasmante. È di estrema importanza credere nei vostri studenti e nelle vostre studentesse. Perciò, domandatevi spesso: ho fiducia in loro?

Insegnare è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata. Si tratta di amare sempre e comunque la vita umana, di stimarne le possibilità, così da parlare al cuore dei giovani, senza puntare solo alle loro cognizioni. Insegnare diventa allora testimoniare valori con la vita: è cura per la realtà, è senso di accoglienza verso ciò che non si comprende ancora, è dire la verità. Che senso avrebbe d’altronde formare un ricercatore o professionista, che però non coltiva la propria coscienza, il senso della giustizia e del rispetto per ciò che non si può né si deve dominare? Il sapere, infatti, non serve solo a raggiungere scopi lavorativi, ma a discernere chi si è. Attraverso le lezioni, i tirocini, l’interazione con la città, le tesi, i dottorati, ogni studente può sempre trovare motivazioni nuove, mettendo ordine tra studio e vita, tra strumenti e fini.

Carissimi, mentre vi incoraggio a questo esercizio quotidiano, la mia visita vuole essere segno di una nuova alleanza educativa tra la Chiesa che è in Roma e la vostra prestigiosa Università, che proprio in seno alla Chiesa è nata e cresciuta. Assicuro a tutti voi il ricordo nella preghiera, e di cuore invoco sull’intera comunità della Sapienza la benedizione del Signore. Grazie!

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Saluto finale a braccio davanti al Rettorato

Grazie, grazie a tutti! In quest’ultimo saluto, dopo la visita di stamattina, vorrei fare come un invito a tutti voi: collaboriamo insieme, siamo tutti costruttori di pace nel mondo, lavoriamo, studiamo, facciamo tutto, dai rapporti fra gli amici, le nostre parole, il nostro modo di pensare, per costruire la pace nel mondo. Abbiate sempre speranza nella possibilità di costruire un mondo nuovo! Grazie per essere qui, e arrivederci!