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venerdì 16 gennaio 2026

“Tutti Contano”: la Rilevazione delle Persone Senza Dimora


“Tutti Contano”: la Rilevazione delle Persone Senza Dimora


(Foto di Tutti Contano)

La Rilevazione ISTAT delle Persone Senza Dimora è una grande iniziativa nazionale, una “fotografia notturna” per conoscere meglio il fenomeno della grave emarginazione adulta, raccogliere dati utili e migliorare le politiche e i servizi dedicati alle persone che vivono in strada. E’ realizzata in collaborazione con le città centro delle aree metropolitane, gli enti locali, il terzo settore, i servizi sociali e centinaia di volontari. L’obiettivo è quello di raccogliere dati utili, aggiornati e condivisi per migliorare i servizi rivolti alle persone che vivono in strada o in sistemazioni precarie.

La Conta avverrà contestualmente il 26, 28 e 29 gennaio 2026 nelle città di: Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Milano, Messina, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma, Torino, Venezia. Ogni città coinvolta ha uno o più Coordinatori, è suddivisa in Macro Aree, ciascuna coordinata da un Responsabile della Rilevazione. Ogni volontario viene inserito in una squadra di 2/3 persone, che monitorerà a piedi o con mezzi propri (bici, scooter, auto) una zona specifica della città. Durante le attività sarà affiancato da operatori esperti, riceverà una breve formazione e vivrà un’esperienza concreta di cittadinanza attiva.

Ma perché è importante questo censimento? Questa “fotografia notturna” è fondamentale per: dare voce a chi è ai margini, conoscere meglio il fenomeno dell’emarginazione grave, orientare le politiche pubbliche e l’uso delle risorse (comprese quelle europee) per combattere la povertà estrema. I volontari parteciperanno a un’uscita serale nel proprio quartiere o in una zona assegnata, faranno parte di una squadra di rilevazione coordinata da operatori esperti e potranno, se disponibili, partecipare anche alla fase delle interviste nei giorni successivi. Il 26 gennaio si effettuerà la conta visiva notturna in strada e nelle strutture di accoglienza. Il 28 e 29 gennaio si realizzeranno le interviste di approfondimento a un campione delle persone individuate nella prima serata. Al momento si sono iscritti oltre 4.200 volontari. Le città di Milano, Bologna, Torino, Firenze, Genova, Napoli, Cagliari, Catania e Messina hanno già superato il numero necessario di volontari. Palermo Venezia, Bari e Reggio Calabria ci sono quasi. Per Roma, che necessita di un numero molto alto, serve una mano. Qui per candidarsi: https://www.tutticontano.fiopsd.org/candidati/.

PSD ETS, la Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora – Ente del Terzo Settore, che per conto dell’ISTAT sta implementando il progetto di Rilevazione sulle persone Senza Dimora nei 14 Comuni centro delle aree metropolitane, ci ricorda che nel corso del 2025 sono morte 414 persone senza dimora, un numero tristemente in linea con il dato degli anni precedenti. Quello che appare evidente è che la strada amplifica gli effetti causati da un malore generico, una caduta, una malattia lieve o un incidente, così come del “freddo” o del “caldo”, rendendo fatali dei meri eventi naturali. I luoghi in cui sono avvenuti i decessi sono un chiaro indicatore delle condizioni di vita di queste persone. In primo luogo le morti sono avvenute in spazi pubblici, visibili e facilmente accessibili: nel 34% dei casi i ritrovamenti sono infatti avvenuti in strada, parchi e aree pubbliche. In secondo luogo troviamo i decessi avvenuti in baracche e ripari di fortuna (23%), e per annegamento (15%). Infine, troviamo tanti decessi anche in carcere (8%). Le morti in strada interessano soprattutto uomini (91,5%) e persone di nazionalità straniera (56,5%), soprattutto provenienti da Paesi extraeuropei (45%), in particolare dal Marocco (10%) e dalla Tunisia (3,5%). L’età media dei decessi si attesta a 46,3 anni, maggiore per gli italiani e pari a 54,5, minore per gli stranieri, pari a 42. Un dato questo cruciale, se pensiamo che l’età media di morte della popolazione italiana è di 81,9 anni, che rende tutta la drammaticità delle conseguenze della vita in strada.

Il Nord Italia rimane l’area più colpita, con oltre la metà dei decessi: 29% nel Nord-Ovest e 19,7% nel Nord-Est. Seguono il Centro, con il 26%, il Sud, con il 17% e le Isole con l’8,3%. “Le cause dei decessi tra le persone senza dimora riflettono una condizione di estrema vulnerabilità, in cui fattori personali, sociali e ambientali si intrecciano aggravando situazioni spesso già precarie,” afferma il presidente Alessandro Carta. “Con la Rilevazione del 26/29 gennaio confidiamo che potremo conoscere meglio quanti sono e chi sono le persone che vivono in strada; ci appelliamo a tutti i cittadini affinché aiutino come Volontari nella Conta.”

Alla Rilevazione delle Persone Senza Dimora hanno aderito: Caritas Italiana, ARCI, CNCA, Azione Cattolica, Croce Rossa Italiana, UISP, CSVnet, AGCI, Confcooperative, Medici Senza Frontiere, Alleanza Contro la Povertà, AGESCI, Forum Terzo Settore, Fed Scout d’Europa, Sant’Egidio, Esercito della Salvezza, Leroy Merlin, TecnoMat, le Università delle città ed oltre 70 enti nazionali e locali.

Qui per approfondire: https://www.tutticontano.fiopsd.org/.  
(fonte: Pressenza, articolo di Giovanni Caprio 11.01.26)


Il Papa alle famiglie delle vittime di Crans-Montana: tanto dolore, sono commosso


Il Papa alle famiglie delle vittime di Crans-Montana:
tanto dolore, sono commosso


Leone XIV incontra i parenti dei giovani italiani deceduti o feriti durante la "catastrofe di estrema violenza" che è stata l'incendio in un locale della cittadina svizzera, la notte di Capodanno. Il Pontefice assicura la sua vicinanza e preghiera, insieme a quella di tutta la Chiesa: “L’affetto e le parole umane di compassione che vi rivolgo oggi sembrano molto limitate e impotenti, ma il Successore di Pietro lo afferma con forza: la vostra speranza non è vana"


“Dico molto sinceramente che sono molto commosso nell'incontrarvi..”. Papa Leone XIV ha la voce incrinata nel rivelare i suoi sentimenti davanti alla "catastrofe di estrema violenza" di Crans-Montana, la località svizzera dove la notte di Capodanno un incendio in un locale ha provocato 40 vittime e 116 feriti. La maggior parte, tutti ragazzi giovanissimi e anche minorenni. A quindici giorni da quel dramma, mentre sono in corso le indagini sulle dinamiche e le preghiere e le speranze sono tutte per la guarigione dei feriti ricoverati in ospedale (per gli italiani, attualmente, dodici giovani sono in cura presso l'ospedale Niguarda di Milano, di cui 7 in rianimazione), Papa Leone abbraccia – in senso fisico e figurato – le famiglie dei ragazzi italiani rimasti uccisi o feriti nel rogo.


Un gruppo di circa 20 persone, accolte questa mattina intorno alle 12 nel Palazzo Apostolico vaticano, prima dell'incontro a Palazzo Chigi con i rappresentanti del Governo italiano. Un’udienza raccolta e toccante quella nella Sala dei Papi, tra le parole e i gesti di Leone e le lacrime di questa gente distrutta dal lutto e dalla perdita improvvisa. Con loro il Papa parla a braccio, esprimendo - come già aveva fatto sabato scorso nell'incontro con i giovani della Diocesi di Roma - tutta la sua vicinanza e il suo affetto. "Quando ho saputo che da parte vostra qualcuno aveva chiesto questa udienza, subito ho detto: 'Sì, troveremo il tempo'. Volevo almeno avere l’opportunità di condividere un momento che per voi, in mezzo a tanto dolore e sofferenza, è veramente una prova della nostra fede, è una prova di ciò che crediamo", esordisce il Papa, discostandosi dal testo scritto.

"La vostra speranza non è vana"

Circostanze simili, oltre al dolore, suscitano domande. Tante domande. “Perché, Signore?” è la prima. Lo afferma Leone stesso: "Qualcuno mi ha fatto ricordare un momento simile: proprio nella Messa del funerale dove invece di fare una predica, il sacerdote faceva come un dialogo fra la persona e Dio stesso, con quella domanda che sempre ci accompagna, a dire: 'Perché Signore, perché?'". Ogni risposta, però, può essere limitata, dice il Papa nel suo discorso.

Il Papa nell'udienza ai familiari delle vittime di Crans-Montana (@Vatican Media)

Parla quindi come Pontefice della Chiesa universale, Leone XIV, a queste mamme e papà, fratelli e sorelle, nonni, portando loro il messaggio di speranza, sempre eterno e sempre valido, della resurrezione di Cristo.

Io non posso spiegarvi, cari fratelli e sorelle, perché sia stato chiesto a voi e ai vostri cari di affrontare una tale prova. L’affetto e le parole umane di compassione che vi rivolgo oggi sembrano molto limitate e impotenti. Il Successore di Pietro che siete venuti a incontrare oggi ve lo afferma con forza e convinzione: la vostra speranza, la vostra speranza, non è vana, perché Cristo è veramente risorto! La Santa Chiesa ne è testimone e lo annuncia con certezza

È, dunque, questa la risposta "adeguata" per chi sta attraversando un “momento di grande dolore e sofferenza”. Dolore e sofferenza date dal fatto che "una delle persone a voi più care, più amate, ha perso la vita in una catastrofe di estrema violenza, oppure si trova ricoverata in ospedale per un lungo periodo, con il corpo sfigurato dalle conseguenze di un terribile incendio che ha colpito l'immaginario di tutto il mondo". Il tutto avvenuto, peraltro, “nel momento più inaspettato, in un giorno in cui tutti gioivano e festeggiavano per scambiarsi auguri di gioia e felicità”.

Una sola parola adeguata, quella di Cristo in croce

Se già c'è poco da dire, anche è difficile trovare un senso a tali eventi, evidenzia il Pontefice. Così come è difficile dare una risposta alla domanda:

Dove trovare una consolazione all'altezza di ciò che provate, un conforto che non sia costituito da parole vane e superficiali, ma che tocchi nel profondo e ravvivi la speranza?

Il Papa invita a guardare al "Figlio di Dio sulla croce – a cui siete così vicini oggi – che dal profondo del suo abbandono e del suo dolore gridò al Padre: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’”. “La risposta del Padre alla supplica del Figlio si fa attendere tre giorni, nel silenzio. Ma che risposta!”, esclama il Papa. “Gesù risorge glorioso, vivendo per sempre nella gioia e nella luce eterna della Pasqua”.

Papa Leone con alcune delle famiglie dei giovani rimasti uccisi nell'incendio a Crans-Montana (@Vatican Media)

Il Papa e la Chiesa vicini alle famiglie

“Nulla potrà mai separarvi dall'amore di Cristo, così come i vostri cari che soffrono o che avete perso”, aggiunge Papa Leone, citando San Paolo. “La fede che abita in noi illumina i momenti più bui e più dolorosi della nostra vita con una luce insostituibile, che ci aiuta a continuare coraggiosamente il cammino verso la meta” “Gesù ci precede su questo cammino di morte e risurrezione che richiede pazienza e perseveranza”, rimarca ancora il Pontefice. “Siate certi della sua vicinanza e della sua tenerezza: Egli non è lontano da ciò che state vivendo, al contrario, lo condivide e lo porta con voi”. E allo stesso modo “tutta la Chiesa”.

Leone XIV assicura infatti la preghiera della Chiesa e quella sua personale per i defunti, per “il sollievo di coloro che amate e che soffrono” e per gli stessi parenti. “Il vostro cuore oggi è trafitto, come lo fu quello di Maria ai piedi della Croce”, dice. I presenti li invita a pregare insieme un Padre Nostro e affida tutti alla Madonna Signora dei Dolori.

Vi è vicina in questi giorni… Rivolgete a Lei senza riserve le vostre lacrime e cercate in lei il conforto materno che lei potrà darvi. Come Lei, saprete attendere con pazienza, nella notte della sofferenza ma con la certezza della fede, che un giorno, un nuovo giorno sorga; e ritroverete la gioia.
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 15/01/2026)

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Vedi anche il post (all'interno altri link a quelli precedenti):


giovedì 15 gennaio 2026

Ripristinare il diritto internazionale

Ripristinare il diritto internazionale

Il commissario generale dell’Unwra, Philippe Lazzarini, fa il punto sulle sofferenze della popolazione civile nello Stato di Palestina, tra Gaza, ridotta a un cumulo di macerie, e la Cisgiordania


Due anni e mezzo dopo l’incontro con Papa Francesco l’11 maggio 2023, Philippe Lazzarini, commissario generale dell’Unwra, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, è tornato ieri (12 gennaio) al Palazzo Apostolico, dove è stato ricevuto in udienza privata da Papa Leone XIV. Tra questi due incontri sembra essere trascorso un secolo: dall’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, la Striscia di Gaza è stata quasi completamente rasa al suolo dai bombardamenti israeliani e molti denunciano che il diritto internazionale umanitario è stato calpestato. Sebbene l’intensità della violenza a Gaza sia diminuita in seguito all’accordo raggiunto il 10 ottobre 2025 tra Israele e Hamas, la situazione umanitaria rimane drammatica. Senza contare il lavoro dell’Unrwa in Cisgiordania, reso ogni giorno più difficile dal governo israeliano, che esercita pressioni per espellere l’agenzia delle Nazioni Unite.

Dopo l’incontro con il Pontefice, Lazzarini, ai microfoni dei media vaticani, ha raccontato a caldo le emozioni di questa prima udienza con Papa Leone e ha fatto il punto sulla situazione dei palestinesi oggi, mentre Gaza è sempre meno presente sulle pagine e nei titoli dei giornali.

Sebbene il cessate-il-fuoco a Gaza alla fine di ottobre 2025 sembra aver portato alcuni miglioramenti, la situazione umanitaria rimane comunque estremamente grave nella Striscia. Cosa può dirci delle condizioni di vita attuali?

Le condizioni di vita sono assolutamente misere. La popolazione di Gaza è concentrata in meno del 50% della Striscia che ora appare divisa in due. C’è una parte sotto il controllo dell'esercito israeliano dove non ci sono praticamente persone e poi la parte che è ancora sotto il controllo di Hamas, in cui si concentra la maggior parte della popolazione. Gaza è solo un cumulo di rovine per il momento, tutto è da ricostruire e la gente si preoccupa quotidianamente di trovare l’assistenza minima per le proprie famiglie. Da alcune settimane, le condizioni invernali hanno aggiunto un’ulteriore dose di sofferenza alla popolazione. Ora, nel colloquio che abbiamo avuto con il Santo Padre, ho sollevato la questione del ruolo dell’Unrwa. L’Unwra è un’agenzia che fornisce principalmente servizi pubblici alla popolazione, cioè istruzione primaria e secondaria, ma anche sanità e soccorso umanitario. Attualmente, l’agenzia subisce enormi pressioni politiche affinché cessi le sue attività nella Striscia di Gaza. E ho fatto notare che, se ciò dovesse accadere, in assenza di istituzioni palestinesi, si creerebbe un vuoto enorme e una generazione persa in materia di istruzione. L’istruzione è l’unica cosa che non è mai stata tolta ai palestinesi. Se perdiamo questa generazione, significa che stiamo gettando le basi per un maggiore estremismo in futuro.

Dal 7 ottobre 2023 e dalla guerra che ne è seguita, la questione dell'istruzione è tra gli aspetti meno trattati dai media. L’istruzione è fondamentale per centinaia di migliaia di bambini palestinesi, sia di Gaza che della Cisgiordania. In che modo questa guerra ha influito sulla questione dell’istruzione? Perché l’istruzione di tutti questi giovani palestinesi rimane fondamentale?

In primo luogo, l’istruzione è l’unica cosa che non è mai stata tolta ai palestinesi. I palestinesi hanno perso le loro terre, hanno perso le loro case, ma non hanno perso l'istruzione, anzi. L’istruzione è un settore in cui tutti erano orgogliosi di investire per i propri figli o nipoti. Oggi, nella Striscia di Gaza, tutte le università sono state distrutte, l’80% delle nostre scuole è stato danneggiato o completamente distrutto. Inoltre, abbiamo più di 600.000 bambini e bambine in età scolare per la scuola primaria e secondaria che attualmente vivono tra le macerie, nella polvere, profondamente traumatizzati da questa guerra, e se non riusciamo a riportarli in un ambiente educativo il più rapidamente possibile, corriamo il rischio di perdere una generazione. Se perdiamo questa generazione, significa che stiamo anche gettando le basi per un maggiore estremismo in futuro.

Anche la Cisgiordania, nello Stato di Palestina, è ovviamente fonte di preoccupazione, come abbiamo visto ancora negli ultimi mesi. Sono stati messi sotto sequestro alcuni locali dell’Unrwa. Qiaò è la situazione nei territori palestinesi occupati dove la pressione israeliana è particolarmente forte? Come riuscite a portare avanti il vostro lavoro nonostante le difficoltà?

In effetti, occorre distinguere le attività nella parte occupata di Gerusalemme Est dal resto della Cisgiordania. Attualmente in Israele sono in vigore tre leggi anti-Unrwa che prendono di mira la nostra agenzia: la prima vieta qualsiasi comunicazione tra le autorità israeliane e i nostri responsabili. La seconda inibisce qualsiasi presenza dell’agenzia sul territorio sovrano dello Stato di Israele, che considera Gerusalemme Est occupata come parte del proprio territorio. Quindi, in questo caso, effettivamente lì non abbiamo più alcuna presenza. La terza legge riguarda anch’essa Gerusalemme Est e vieta alle autorità di fornire elettricità e acqua, oltre a incaricare il governo di sequestrare il quartier generale e la scuola professionale dell’Unrwa a Gerusalemme Est. In Cisgiordania, invece, nonostante tutte le violenze, nonostante l’espansione degli insediamenti e nonostante le operazioni militari che hanno avuto luogo nei campi, in particolare nel nord, nonostante il fatto che si sia assistito al più grande spostamento di palestinesi dal 1967, l’agenzia continua a operare attraverso le sue scuole e i suoi centri sanitari. Solo in Cisgiordania abbiamo 6000 dipendenti.

Pochi giorni fa, davanti agli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, il Papa ha espresso la sua preoccupazione per la violazione del diritto internazionale umanitario. Immagino che si tratti di dichiarazioni che vi stanno particolarmente a cuore...

Sì, assolutamente, siamo mobilitati fin dall’inizio della guerra, quando ho ricordato agli Stati membri (dell’Onu, ndr) che anche le guerre devono rispettare delle regole. Il diritto internazionale è stato costantemente violato negli ultimi due anni, al punto da creare una frattura nella percezione tra le popolazioni del Sud e del Nord del mondo. Nel Sud si ha l’impressione che le convenzioni sui diritti umani o il diritto internazionale umanitario abbiano perso la loro universalità a causa della loro applicazione variabile e frammentaria. È vero che nel contesto di Gaza e della Palestina questo diritto è stato costantemente violato. Anche le sentenze della Corte internazionale di giustizia sono oggi contestate dalle autorità israeliane. Continuo a ripetere che se si accetta che questo diritto internazionale non sia applicato in modo rigoroso nel contesto di Gaza, ciò creerà un precedente e lo indebolirà altrove. Oggi il diritto internazionale è malato e dobbiamo stare al suo capezzale.

Ma come si fa, in una situazione come quella attuale, a difendere l’idea che il diritto internazionale debba comunque rimanere uno dei pilastri dell’azione diplomatica?

Non è una novità che il diritto internazionale venga calpestato. La novità è la pretesa di calpestarlo sistematicamente, in modo così aperto, senza nemmeno cercare di negarlo. Ed è esattamente ciò che è successo nel contesto di Gaza. È vero che stiamo assistendo a un indebolimento del sistema multilaterale, un indebolimento del sistema dell’ordine mondiale che si è instaurato dopo la seconda Guerra mondiale, ma penso che sia ancora tempo di ricordare costantemente, instancabilmente, agli Stati membri dell’Europa che questo diritto internazionale non è a “geometria variabile” e che non può essere applicato “à la carte”. Dobbiamo chiederne l’applicazione allo stesso modo in una situazione nel continente africano, in Medio Oriente, in Europa. E se non lo facciamo, perderemo molti alleati che hanno creduto a lungo che questo diritto internazionale fosse universale. Oggi il diritto internazionale è malato e dobbiamo stare al suo capezzale. Ma non dobbiamo abbandonarlo, perché l’alternativa, se non avessimo più regole a cui fare riferimento, sarebbe la barbarie. E ciò va assolutamente evitato.

Un’ultima domanda sul sostegno del Papa e della Chiesa alle sofferenze del popolo palestinese. Come sono accolte dalla gente queste manifestazioni di sostegno?

È un sostegno estremamente sempre importante. La popolazione palestinese ha l’impressione che, in un certo senso, la comunità internazionale le abbia voltato le spalle. E penso che questo messaggio di compassione e solidarietà del Santo Padre si irradi ben oltre le popolazioni cristiane della regione. Si irradia a tutte le minoranze perché, ogni volta, sono messaggi di pace che vengono espressi.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Olivier Bonnel 13/01/2026)


UDIENZA GENERALE Leone XIV Con la sua Parola Dio invita all’Amicizia

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 14 gennaio 2026

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Con la sua Parola Dio invita all’Amicizia

Leone XIV prosegue il ciclo di catechesi sul Concilio Vaticano II e riflette sulla Costituzione dogmatica «Dei Verbum»


«La parola possiede una dimensione rivelativa che crea una relazione con l’altro. Così, parlando a noi, Dio ci rivela se stesso come Alleato che ci invita all’amicizia con Lui». Lo ha detto Leone XIV durante l’udienza generale in Aula Paolo VI.

Proseguendo il ciclo di catechesi avviato con il nuovo anno e incentrato sui documenti del Concilio Vaticano II, il Pontefice ha dedicato la riflessione alla Costituzione dogmatica Dei Verbum sulla divina Rivelazione. Si tratta, ha detto, di «uno dei documenti più belli e più importanti dell’assise conciliare» poiché ricorda che Dio parla all’umanità. Dunque, la Rivelazione di Dio «ha il carattere dialogico dell’amicizia e, come accade nell’esperienza dell’amicizia umana, non sopporta il mutismo, ma si alimenta dello scambio di parole vere». Di qui, l’invito del Papa a distinguere tra la parola, che «crea una relazione con l’altro», e la chiacchiera che, invece, «si ferma alla superficie».

Al termine della catechesi, salutando i gruppi di fedeli presenti, il vescovo di Roma ha rammentato l’importanza della preghiera quotidiana, così da vivere sempre «un autentico rapporto filiale» con il Signore.
(fonte: L'Osservatore Romano 14/01/2026)

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LEONE XIV

Catechesi. Il Concilio Vaticano II. Costituzione dogmatica Dei Verbum. 1. Dio parla agli uomini come ad amici


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Abbiamo avviato il ciclo di catechesi sul Concilio Vaticano II. Oggi iniziamo ad approfondire la Costituzione dogmatica Dei Verbum sulla divina Rivelazione. Si tratta di uno dei documenti più belli e più importanti dell’assise conciliare e, per introdurci, può esserci d’aiuto richiamare le parole di Gesù: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15). Questo è un punto fondamentale della fede cristiana, che la Dei Verbum ci ricorda: Gesù Cristo trasforma radicalmente il rapporto dell’uomo con Dio, d’ora innanzi sarà una relazione di amicizia. Perciò, l’unica condizione della nuova alleanza è l’amore.

Sant’Agostino, nel commentare questo passaggio del Quarto Vangelo, insiste sulla prospettiva della grazia, che sola può renderci amici di Dio nel suo Figlio (Commento al Vangelo di Giovanni, Omelia 86). Infatti, un antico motto recitava: “Amicitia aut pares invenit, aut facit”, “l’amicizia o nasce tra pari, o rende tali”. Noi non siamo uguali a Dio, ma Dio stesso ci rende simili a Lui nel suo Figlio.

Per questo, come possiamo vedere in tutta la Scrittura, nell’Alleanza c’è un primo momento di distanza, in quanto il patto tra Dio e l’uomo rimane sempre asimmetrico: Dio è Dio e noi siamo creature; ma, con la venuta del Figlio nella carne umana, l’Alleanza si apre al suo fine ultimo: in Gesù, Dio ci rende figli e ci chiama a diventare simili a Lui nella nostra pur fragile umanità. La nostra somiglianza con Dio, allora, non si raggiunge attraverso la trasgressione e il peccato, come suggerisce il serpente a Eva (cfr Gen 3,5), ma nella relazione con il Figlio fattosi uomo.

Le parole del Signore Gesù che abbiamo ricordato – “vi ho chiamato amici” – sono riprese proprio nella Costituzione Dei Verbum, che afferma: «Con questa Rivelazione, infatti, Dio invisibile (cfr Col 1,15; 1Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» (n. 2). Il Dio della Genesi già si intratteneva con i progenitori, dialogando con loro (cfr Dei Verbum, 3); e quando con il peccato questo dialogo si interrompe, il Creatore non smette di cercare l’incontro con le sue creature e di stabilire di volta in volta un’alleanza con loro. Nella Rivelazione cristiana, quando cioè Dio per venire a cercarci si fa carne nel suo Figlio, il dialogo che si era interrotto viene ripristinato in maniera definitiva: l’Alleanza è nuova ed eterna, niente ci può separare dal suo amore. La Rivelazione di Dio, dunque, ha il carattere dialogico dell’amicizia e, come accade nell’esperienza dell’amicizia umana, non sopporta il mutismo, ma si alimenta dello scambio di parole vere.

La Costituzione Dei Verbum ci ricorda anche questo: Dio ci parla. È importante cogliere la differenza tra la parola e la chiacchiera: quest’ultima si ferma alla superficie e non realizza una comunione fra le persone, mentre nelle relazioni autentiche, la parola non serve solo a scambiarsi informazioni e notizie, ma a rivelare chi siamo. La parola possiede una dimensione rivelativa che crea una relazione con l’altro. Così, parlando a noi, Dio ci rivela sé stesso come Alleato che ci invita all’amicizia con Lui.

In tale prospettiva, la prima attitudine da coltivare è l’ascolto, perché la Parola divina possa penetrare nelle nostre menti e nei nostri cuori; allo stesso tempo, siamo chiamati a parlare con Dio, non per comunicargli ciò che Egli già conosce, ma per rivelare noi a noi stessi.

Di qui la necessità della preghiera, nella quale siamo chiamati a vivere e a coltivare l’amicizia con il Signore. Questo si realizza in primo luogo nella preghiera liturgica e comunitaria, dove non siamo noi a decidere cosa ascoltare della Parola di Dio, ma è Lui stesso a parlarci per mezzo della Chiesa; inoltre, si compie nell’orazione personale, che avviene nell’interiorità del cuore e della mente. Non può mancare, nella giornata e nella settimana del cristiano, il tempo dedicato alla preghiera, alla meditazione e alla riflessione. Solo quando parliamo con Dio, possiamo anche parlare di Lui.

La nostra esperienza ci dice che le amicizie possono finire per un qualche gesto eclatante di rottura, oppure per una serie di disattenzioni quotidiane, che sfaldano il rapporto fino a perderlo. Se Gesù ci chiama ad essere amici, cerchiamo di non lasciare inascoltato questo appello. Accogliamolo, prendiamoci cura di questa relazione e scopriremo che proprio l’amicizia con Dio è la nostra salvezza.

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Saluti

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Nel salutare i pellegrini italiani presenti, rivolgo un pensiero particolare ai sacerdoti di diverse Diocesi e ai Vigili del Fuoco di Napoli.

Il mio saluto si estende, poi, ai giovani, ai malati ed agli sposi novelli. La festa del Battesimo del Signore, che abbiamo celebrato domenica scorsa, ridesti in tutti il ricordo del nostro Battesimo. Esso costituisca per ciascuno uno stimolo a testimoniare sempre la gioia dell’adesione a Cristo, Figlio prediletto del Padre e nostro Fratello che illumina il cammino della vita.

A tutti la mia benedizione!

Guarda il video

mercoledì 14 gennaio 2026

Tonio Dell'Olio - Alberto Trentini grazie a chi?


Tonio Dell'Olio
 
Alberto Trentini grazie a chi?
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  14 Gennaio 2026


Bisogna pubblicamente ringraziare Marco Damilano che ieri, dalle pagine del quotidiano Domani, ha dato voce anche ai sentimenti di tanti dopo la scarcerazione di Alberto Trentini.

Damilano si poneva l’interrogativo di chi ringraziare per il felice esito di un’infausta vicenda. Ebbene, dopo il carosello delle passerelle governative nostrane e la prova muscolare dell’amministrazione Trump, credo fosse proprio l’ora di dire che in questi 423 giorni c’è stato anche un moto di solidarietà che ha spinto a non dimenticare Alberto. 

Come ci ha ricordato don Luigi Ciotti, citando Gianni Rodari: “Colui il cui nome è sempre pronunciato è sempre in vita”. Ma va ringraziato innanzitutto Alberto stesso: “Un italiano normale, dunque straordinario, che ha passato i confini non per invadere un altro popolo, ma per aiutare chi era in difficoltà. Ha vissuto quattordici mesi da prigioniero senza uno straccio di capo di imputazione, in mano al potere assoluto e dispotico degli aguzzini di Maduro” fa notare Damilano. 

E poi soprattutto i suoi genitori e infine la folla di associazioni, gruppi, movimenti, cittadini… che si sono uniti nella protesta e nella pretesa di una liberazione dovuta. Certo che i governi possono contare su intelligence, diplomazia, relazioni… ma non sempre lo fanno. E se hanno messo in campo qualcosa dell’apparato di cui dispongono l’hanno fatto anche perché c’è stata un’opinione pubblica che li ha spinti a tanto ricordandoglielo ogni giorno. 

Insomma, mobilitarsi vale la pena. Grazie.

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Vedi anche il post precedente:


La repressione, le vittime, l’aiuto promesso da Trump. Cosa sta succedendo in Iran

La repressione, le vittime, l’aiuto promesso da Trump.
Cosa sta succedendo in Iran

Secondo varie fonti i morti durante la repressione per le proteste a Teheran sarebbero migliaia, forse 12 mila. Lunedì sembrava essersi aperto un canale di dialogo fra il regime di Khamenei e la Casa Bianca. Ma il giorno dopo il presidente americano ha chiuso la porta ai negoziati, incitato i manifestanti a continuare la protesta e minacciato ancora di intervenire (“L’aiuto sta arrivando”)


“La situazione è ora sotto controllo totale”. Aveva detto lunedì il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi, aggiungendo che “quello che sta succedendo ora non sono proteste, è una guerra terroristica contro il Paese”. Ma l’Iran resta una polveriera. Il regime iraniano fa muro di fronte all’ondata di proteste che dal 28 dicembre scorso sta travolgendo la Repubblica Islamica. Il blocco di internet ha isolato l’Iran dal resto del mondo. “Non ho nessuna notizia, non posso neanche sentire i miei genitori”, ci diceva domenica un conoscente iraniano che vive da tempo in Italia. Bloccando il web le autorità sperano di rendere difficili le comunicazioni fra i manifestanti, ma dal’Iran arrivano comunque immagini di folla nelle strade, automobili in fiamme, sacchi neri pieni di cadaveri all’esterno degli ospedali. L'agenzia di stampa statunitense Human Rights Activist News Agency (HRANA) sostiene di aver verificato la morte di 1.850 manifestanti e l’arresto di 16.784 persone. Il sito di Iran International, con base a Londra, conta addirittura 12 mila morti. Il massacro sarebbe avvenuto soprattutto fra l’8 e il 9 gennaio. Ma si tratta di dati sui quali è impossibile una verifica indipendente.

Le proteste a Teheran

Secondo il Critical Threats Project dell'Institute for the Study of War, citato da Al Jazeera, domenica le proteste in Iran hanno iniziato a diminuire. Secondo il think tank statunitense, la diminuzione delle manifestazioni è probabilmente dovuta alla chiusura di Internet a livello nazionale da parte del governo e alla repressione dell'uso dei satelliti Starlink. Tuttavia il presidente americano Trump ha detto che intende parlare con Elon Musk per riattivare l’uso della rete Starlink in Iran. Come già avvenuto in passato, il regime ha organizzato una grande contromanifestazione di sostegno al governo.

Manifestazioni di sostegno alla protesta iraniana a Londra (REUTERS)

Le proteste in Iran sono cominciate a fine dicembre per esprimere il malcontento nei confronti della situazione economica del paese. Le sanzioni, la dispendiosa guerra contro Israele, la cattiva gestione dell’economia hanno provocato l’aumento dei prezzi e la perdita di valore della valuta locale, il rial, nei confronti del dollaro. Ben presto la protesta si è trasformata in una critica più ampia al regime iraniano. I manifestanti hanno intonato slogan come "Morte al dittatore" e "Iraniani, alzate la voce, gridate per i vostri diritti”. Domenica, HRANA ha riferito che ci sono state proteste in oltre 185 città in tutte le 31 province del Paese, con oltre 10.000 persone arrestate.

In un primo tempo il governo aveva riconosciuto le difficoltà economiche e il presidente della Repubblica, Masoud Pezeshkian, aveva nominato un nuovo capo della banca centrale. Ma poi ha prevalso la linea dura. Mohammad Movahedi Azad, procuratore generale iraniano, sabato aveva dichiarato che i procedimenti legali contro i rivoltosi dovrebbero essere condotti "senza clemenza, pietà o appeasement". Ha avvertito che "tutti i criminali coinvolti" sarebbero stati considerati "nemici di Dio”.

La protesta, come è sempre accaduto in questi anni in Iran, è spontanea e senza leader autorevoli e riconoscibili. Il regime mostra ancora compattezza dietro il leader politico e spirituale, l’ayatollah Khamenei. Non arrivano notizie di defezioni da parte delle istituzioni armate del Paese, in primo luogo i Guardiani della rivoluzione e le milizie Basij. Dal suo esilio negli Stati Unti Reza Pahlavi, 66 anni, il figlio dell’ex Scià di Persia, che lasciò l’Iran a 19 anni in seguito alla rivoluzione khomeinista, si propone come figura di transizione verso la democrazia. In un intervento sul quotidiano Washington Post, Reza Pahlavi, ha scritto di farsi avanti “non come aspirante sovrano, ma come amministratore di una transizione nazionale verso la democrazia” che porti a una riconciliazione nazionale e a un referendum “per determinare la futura forma democratica di governo”. In qualche modo, sostengono alcuni iraniani che vivono all’estero, Pahlavi in questo momento è un simbolo che può unire, anche se sembra improponibile un ritorno della monarchia.

Quello che potrà accadere nei prossimi giorni è anche nella mani di Donald Trump. All’inizio della protesta Trump aveva affermato che gli Stati Uniti sono "pronti a intervenire" qualora il governo iraniano dovesse ricorrere alla forza letale contro i manifestanti, ed è stato informato dai vertici americani n merito a potenziali attacchi militari. Tuttavia Trump resta prudente. Un intervento militare contro l’Iran non è privo di rischi, anche per la minaccia di rappresaglie contro Israele e le basi militari Usa nella regione del Golfo. Un intervento di tipo dimostrativo rischia di essere troppo poco e anche controproducente. Un intervento più deciso potrebbe scatenare una reazione dura del regime, anche a danno dei manifestanti e della popolazione iraniana. Di fronte a questi rischi non sorprende che nelle ultime ore diano arrivati segnali di un possibile dialogo fra Teheran e Washington. “Come ho ripetuto più volte, siamo anche pronti a negoziare, ma solo se si tratta di negoziati equi e dignitosi, condotti su un piano di parità, nel rispetto reciproco e sulla base di interessi comuni”, dice il ministro degli esteri iraniano Araghchi. Trump ha confermato che i funzionari iraniani lo avevano chiamato "per negoziare", aggiungendo però che "potrebbe essere necessario agire prima di un incontro". Ma nelle ultime ore Trump ha inasprito i toni. Ha dichiarato di aver cancellato gli incontri con i funzionari iraniani, ha incitato i “patrioti iraniani” a continuare a manifestare”, aggiungendo che “l’aiuto è in arrivo”. Ma non ha specificato a quale tipo di aiuto sta pensando.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Roberto Zichittella 12/01/2026 • Ultimo aggiornamento 14/01/2026 • 12:19)

Diritto vs libertà? di Giuseppe Savagnone

Diritto vs libertà? 
di Giuseppe Savagnone


Attacco al Venezuela
Il caso Venezuela ha riempito e continua riempire le pagine dei giornali, letto però in ottiche abbastanza diverse e talora opposte. Poiché ad esserne protagonista è il paese – gli Stati Uniti – che, dalla seconda guerra mondiale in poi, ha costituito, e anche ora continua a costituire, il punto di riferimento delle democrazie occidentali, vale la pena cercare di comprendere meglio il significato di questa vicenda e delle diverse interpretazioni che se ne danno.

In primo luogo, come sempre è giusto fare prima di passare ai commenti, partiamo dai fatti. Da mesi il regime del presidente venezuelano Nicolás Maduro era oggetto di durissime accuse da parte della Casa Bianca. L’imputazione fondamentale era il suo ruolo nel narcotraffico. Maduro sarebbe stato addirittura capo di un cartello della droga denominato «Cartel de los Soles», accusato anche di essere una organizzazione terroristica.

È stato in rapporto a questo che, dai primi di settembre 2025, più di trenta imbarcazioni venezuelane, mentre navigavano nelle loro acque territoriali, sono state oggetto di attacchi da parte di droni americani, con la morte di centodieci persone – pacifici pescatori, secondo il governo venezuelano, pericolosi narco-trafficanti secondo quello statunitense.

In mancanza di prove, impossibile dire chi avesse ragione. Ma diversi membri del Congresso americano hanno fortemente criticato la violenza delle operazioni – per di più sulla base di una indimostrata presunzione di colpa – , evidenziata da un video che mostrava alcuni superstiti dell’attacco a una di queste barche, aggrappati al relitto, colpiti e uccisi da un secondo attacco.

Anche se gli esperti della lotta al narcotraffico hanno sempre dichiarato che il Venezuela ha in esso un ruolo marginale e infatti, dopo la cattura di Maduro e l’avvio del processo nei suoi confronti, l’accusa di capeggiare il traffico della droga è quasi scomparsa dall’elenco delle imputazioni e al centro c’è quella di essere al centro di un «sistema di corruzione»..

Quello che è certo, è che Maduro era un dittatore, come del resto il suo precessore, Chavez, di cui dal 2013 era il successore designato, ma di cui non aveva né il carisma né le capacità. Da qui un regime che ha puntato più sulla repressione che sul vero consenso, che ha messo in prigione gli oppositori, che ha trascinato il Venezuela in una profonda crisi economica e sociale.

È in questo contesto – caratterizzato dalle proteste dell’opposizione, guidata dalla premio Nobel per la pace Maria Corina Machado – che il presidente Trump ha sempre più accresciuto la pressione psicologica e militare su Maduro, schierando di fronte alle coste venezuelane una vera e propria armata, con numerose navi da guerra e truppe pronte allo sbarco. Ma Maduro non si è dimesso. A questo punto, nella notte fra il 2 e il 3 gennaio, è scattato il blitz che lo ha sorpreso nottetempo nella sua residenza e, eliminando la sua guardia personale – si parla di circa ottanta vittime – lo ha arrestato e trasportato negli Stati Uniti, dove è appena cominciato il suo processo.

Le reazioni internazionali
E qui cominciano le divergenze nel valutare l’accaduto. Il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu si è congratulato con Trump per il blitz e per la sua «leadership coraggiosa e storica a favore della libertà e della giustizia», mentre la Russia e la Cina – che tra l’altro in Venezuela hanno grossi interessi legati al petrolio – hanno duramente condannato l’attacco.

L’Unione Europea ha reagito con estrema cautela, ricordando di avere «ripetutamente affermato che Nicolás Maduro non ha la legittimità di un presidente democraticamente eletto», ma al tempo stesso sottolineando che «in ogni circostanza devono essere rispettati i principi del diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite» e affermando che «il diritto del popolo venezuelano a determinare il proprio futuro deve essere rispettato». Tutto e nulla.

Diversificate le reazioni dei singoli governi europei. Quello italiano, pur criticando in linea di principio «l’azione militare esterna», ha dichiarato di considerare «al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico».

La condanna più decisa è venuta dal governo francese: «Nessuna soluzione politica durevole può essere imposta dall’esterno», ha affermato il ministro degli Esteri Jean-Noel Barrot. E, a proposito di Maduro, ha aggiunto: «L’operazione militare che ha portato alla sua cattura viola il principio di non uso della forza, che è alla base del diritto internazionale».

Il contesto
Come sempre, però, è il contesto della vicenda a indicarne il significato. Trump ha parlato di una «nuova alba» per il Venezuela. E come tale l’hanno salutata molti partiti e giornali di destra in Europa e in Italia, dove i critici dell’operazione americana sono stati accusati di essere per ciò stesso sostenitori di un dittatore. E, anche laddove si è, più correttamente, preso atto che la condanna del blitz statunitense non implicava l’apprezzamento del personaggio Maduro, essa è stata additata come il segno di una distorsione ideologica. Così in un titolo de «il Foglio (6 gennaio): «Questa sinistra venera più il diritto internazionale che la libertà».

Una contrapposizione inquietante, perché il diritto non è un’alternativa alla libertà, ma la sua suprema garanzia. Senza di esso, ad essere liberi sono soltanto i più forti, che sono in grado di imporre la loro volontà senza rispettare alcuna regola. Che è quello che Trump ha a chiare lettere rivendicato, in una lunga intervista fattagli dal «New York Times». Quando gli è stato chiesto se vede limiti ai suoi «poteri globali», il presidente ha risposto: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me stesso».

Questa è la libertà senza diritto. Maduro era un dittatore, ma Trump crede di essere Dio. E il secondo non è meno pericoloso del primo. Anche semplicemente dal punto di vista della democrazia. Lo evidenzia il fatto che l’enfasi con cui è stata esaltata dall’opinione pubblica mondiale la liberazione del popolo venezuelano e la sua restituzione ad un regime finalmente democratico sia miseramente naufragata di fronte all’esplicita esclusione, da parte di Trump, della leader dell’opposizione, Maria Corina Machado, che in un primo momento aveva esultato, dichiarandosi pronta a «prendere il potere».

In realtà il presidente americano sembra preferire la continuazione del tanto contestato assetto chaveziano finora vigente in Venezuela, ora che la vice-presidente Delcy Rodríguez, subentrata al vertice del governo ha ceduto alle sue minacc e si è sottomessa senza riserve, in particolare riconoscendo agli Stati Uniti il pieno controllo del petrolio venezuelano e, indirettamente, del paese.

Ed è di petrolio che Trump ha parlato celebrando il proprio ennesimo trionfo, molto più che di democrazia. Anche perché è difficile definire democratico un progetto che prevede il controllo degli Stati Uniti sul Venezuela nel prossimo futuro. Per quanto, «solo il tempo ce lo dirà», ha spiegato il Tychoon nell’intervista al «New York Times» Alla domanda se la situazione sarebbe durata tre mesi, sei mesi, un anno o più, il presidente americano ha risposto: «Direi molto più a lungo». E ha continuato: «Useremo il petrolio e lo importeremo. Abbasseremo i prezzi del petrolio e daremo soldi al Venezuela, che ne ha disperatamente bisogno».

Insomma, l’avvento della democrazia, per il popolo venezuelano, comporterà l’appropriazione della sua principale risorsa da parte degli Stati Uniti, che hanno sempre aspirato a impadronirsene, e la sottomissione all’arbitrio del più forte. Quali che siano le acrobazie dei sostenitori europei e italiani di Trump, questo non è il progetto di una liberazione, ma di un dominio e di uno sfruttamento coloniale.
Una stella nella notte

Come conferma, del resto, il concomitante ritorno del Tychoon alla rivendicazione della Groenlandia, che certo non ha nulla a che vedere col narcotraffico e con la mancanza di democrazia. «Abbiamo bisogno della Groenlandia», ha dichiarato, spiegando che non esclude, per questo neppure l’opzione militare. In alternativa, si offre di comprarla da governo danese che però, per bocca della sua premier Mette Frederiksen, ha replicato con fermezza che «la Groenlandia non è in vendita».

Questa volta l’Europa sembra compatta nella decisone di difendere i diritti della Danimarca. Ma circola l’ipotesi che, per evitare che finisca come col Venezuela, si possa ricorrere all’escamotage di concedere l’indipendenza all’isola e lasciare poi che siano gli abitanti a decidere. E già si parla della possibile offerta di centomila dollari a testa in cambio della scelta di aderire agli Stati Uniti.

Il diritto ormai si identifica apertamente con la forza, quella delle armi e quella del denaro, nel venir meno di ogni criterio etico e perfino del pudore che in passato mascherava questo cinismo. Ciò riguarda l’Italia in modo particolare perché, come si è visto, mentre altri paesi, come la Francia, hanno preso le distanze dallo stile di Trump, la nostra premier – che se ne è sempre dichiarata ammiratrice, rivendicando il «rapporto privilegiato» che li lega – , non lo ha fatto, fedele al proposito, espresso più volte, di collaborare con lui per «rendere di nuovo grande l’Occidente».

Una piccola stella, in questa notte, è stata la parola di papa Leone che, nell’omelia della veglia di Natale, ha contrapposto la logica del vangelo a un sistema economico che non è a servizio della persona, ma la riduce ad oggetto. «Sì, mentre un’economia distorta induce a trattare gli uomini come merce, Dio si fa simile a noi, rivelando l’infinita dignità di ogni persona. Mentre l’uomo vuole diventare Dio per dominare sul prossimo, Dio vuole diventare uomo per liberarci da ogni schiavitù». Il papa non ha detto a chi si riferiva. I fatti si sono incaricati di mostrarlo.

(Fonte: Rubrica "I CHIAROSCURI" - 09.01.2026)

martedì 13 gennaio 2026

Polizie morali di Tonio Dell'Olio

Polizie morali 
di Tonio Dell'Olio




I regimi totalitari hanno sempre avuto bisogno di corpi speciali, agenzie di spionaggio interno, reparti di polizia assolutamente affidabile e meglio addestrato… cui assegnare compiti determinanti per la stessa vita del regime.

In Iran questo ruolo, sin dal 1979, all’indomani della cosiddetta “rivoluzione islamica”, è affidato al Gasht-e Ershad, comunemente chiamato “polizia morale” o Guidance Patrol. Ha il compito di pattugliare le strade e le piazze riservando particolare attenzione ai luoghi di ritrovo più frequentati da donne e trarre in arresto ragazze che non rispettino le norme sull’abbigliamento o che mostrino un comportamento “inopportuno”. Ce l’hanno in particolare con i ciuffi di capelli che spuntano dall’hijab. I luoghi di detenzione sono poi un vero e proprio inferno. Gli Stati uniti d’America che vantano una gloriosa storia di democrazia hanno messo in campo l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) che è un’agenzia federale. In questa seconda amministrazione Trump, l’ICE sembra avere assunto tutte le stesse caratteristiche comportamentali e strutturali di un corpo speciale tipico delle dittature. Presidia strade, piazze e possibili luoghi di ritrovo dei migranti, organizza blitz mirati, trae in arresto e “re-immigra” persone che da anni ormai si sono stabilite degli Usa, non sottopongono a processi e non tengono conto delle particolari condizioni (figli piccoli o anziani da accudire, situazioni di precarietà ecc.). Gli Stati Uniti sono ancora una democrazia?

(Fonte: Mosaico dei Giorni - 13.01.2026)

Tutti i crimini del sovrano del mondo di Luigi Ferraioli

Tutti i crimini del sovrano del mondo 
di Luigi Ferraioli


L’aggressione degli Stati Uniti al Venezuela – un «attacco spettacolare» l’ha chiamata lo stesso Donald Trump – è un atto criminale, ancor più grave, per la sua ostentata e compiaciuta brutalità, della criminale aggressione della Russia di Putin all’Ucraina. L’elenco dei crimini è lungo e variegato: la violazione della proibizione, nell’art. 2 della carta dell’Onu, dell’uso della forza contro uno Stato sovrano, qualificato come crimine di aggressione dall’articolo 5 dello statuto della Corte penale internazionale; l’assassinio di almeno 80 persone, che hanno perso la vita a causa dei bombardamenti sul Parlamento del Venezuela, sul palazzo del governo, su aeroporti, caserme e basi miliari.

E ancora: il sequestro di persona del presidente venezuelano Maduro e di sua moglie, catturati dagli aggressori entrati arbitrariamente nella loro abitazione; la violazione della Costituzione degli Stati Uniti, il cui primo articolo, nella sezione 8, affida le decisioni in materia di guerra al Congresso, il quale invece non è stato neppure informato dell’aggressione.

Il fatto che Nicolás Maduro sia un dittatore nulla toglie alla gravità di questi crimini. Il narcotraffico, ovviamente, è un pretesto. I veri obiettivi sono due: l’immenso petrolio venezuelano e, soprattutto, la dimostrazione al pianeta di chi è il vero sovrano del mondo.

Trump non solo si è vantato, come sempre, della sua eccezionalità e della sua potenza militare, ma ha dichiarato che il Venezuela sarà d’ora in poi governato dagli Stati Uniti, dunque che è una terra di conquista; al punto, se sarà necessario, che è già programmata una seconda aggressione militare. Ha progettato il sostanziale controllo del petrolio venezuelano come “roba nostra” e i molti miliardi che ne verranno alle compagnie statunitensi. Ha minacciato l’intera America Latina, a cominciare da Cuba e dalla Colombia, ma anche il mondo intero, al quale ha esibito l’indiscutibile superpotenza militare degli Stati Uniti.

L’aspetto più penoso della vicenda è stato il sostanziale silenzio dell’Unione Europea e dei suoi stati membri e addirittura la sua giustificazione da parte del governo italiano. Per quattro anni in Europa si è inveito quotidianamente contro Putin, ripetendo che da una parte c’è un aggressore e dall’altra un aggredito. Oggi, di fronte, di nuovo, a un’aggressione, nella quale da una parte c’è un aggressore e dall’altra un aggredito, la mancata indignazione dell’Unione annulla la già debole credibilità dell’intera politica europea, incapace in quattro anni di una sola iniziativa diplomatica nei confronti della Russia. Il vanto incontrastato di Trump per l’operazione segnala apertamente il crollo del diritto internazionale, sostituito dalla legge del più forte, ostentata del resto, e non solo praticata, anche dagli altri autocrati suoi alleati, Putin e Netanyahu.

Questa generale, esplicita abdicazione del diritto internazionale avrà l’effetto di rendere d’ora in poi legittima e scontata qualunque sua violazione, passata e futura: ieri l’invasione russa dell’Ucraina, domani quella cinese di Taiwan e poi altre ancora, da Cuba alla Groenlandia, già del resto apertamente minacciate. Fino alla normalizzazione e alla mondializzazione delle guerre di aggressione.

Mai come oggi sarebbe perciò necessaria, per fermare questa deriva, una reazione istituzionale, senza la quale il diritto internazionale cesserà di esistere: anzitutto l’incriminazione di Trump, come già quella di Putin e quella di Netanyahu, da parte della Corte penale internazionale, i cui membri, tuttavia, sono stati più volte, da questi stessi criminali, aggrediti, minacciati e pesantemente intimiditi; in secondo luogo una condanna politica, decisa a maggioranza, da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, oltre che di tutti i paesi che ancora credono nelle ragioni del diritto; in terzo luogo la mobilitazione in tutto il mondo delle forze pacifiste e, più semplicemente, di tutte le persone civili.

L’impunità del crimine, la sua passiva e spaventata accettazione, la sottomissione alla sua violenza e prepotenza equivalgono sempre alla sua legittimazione. Il 3 gennaio ha segnato una svolta nel già dissestato diritto internazionale. Dopo le tante guerre – alla Serbia, all’Afghanistan, all’Iraq, alla Libia – contrabbandate con le ipocrite qualifiche di guerra etica, esportazione della democrazia, difesa preventiva e simili – è stata proclamata ufficialmente, dalla più grande potenza militare del mondo, la legge del più forte.

Questa legge selvaggia, in un mondo nel quale la forza è quella di 12.000 testate nucleari divise tra ben nove potenze, quasi tutte animate dalla logica del nemico, equivale, prima o poi, all’autodistruzione del genere umano.

La sola alternativa, improbabile ma possibile, è, come sempre, una rifondazione costituzionale della carta dell’Onu, che non si limiti a proclamare la pace, ma introduca la sola garanzia che renda impossibile le guerre: la messa al bando delle armi – di tutte le armi concepite per uccidere – tramite la previsione e la severa punizione della loro produzione e del loro commercio come crimini gravissimi contro l’umanità.

Nell’interesse di tutti, fuorché degli attuali padroni del mondo. È un’utopia, certamente. Ma è la sola cosa che abbiamo. Consiste in una prospettiva, solo lontanamente possibile, ma che, proprio per questo, abbiamo tutti il dovere di perseguire.

(Fonte:  “il Manifesto” - 6 gennaio 2026)

lunedì 12 gennaio 2026

Don Ciotti: "Bentornato Alberto Trentini, figlio di un'Italia che crede nella pace"

Don Ciotti: "Bentornato Alberto Trentini,
figlio di un'Italia che crede nella pace"
'Una gioia indescrivibile saperti libero'

Luigi Ciotti, Alessandra Ballerini, Armanda Trentini, Paola Regeni, Claudio Regeni (ANSA)

Bentornato, carissimo Alberto! E' una gioia indescrivibile saperti libero e pronto a rientrare in Italia, dalla tua famiglia e dai tuoi amici.

Ti siamo stati famiglia in tanti, in questo periodo di ingiusta e durissima detenzione.

Tu forse non l'hai saputo, ma abbiamo condiviso coi tuoi genitori Armanda ed Ezio, e con la brava avvocata Alessandra Ballerini, preoccupazione, impegno e speranza. Non li abbiamo lasciati mai soli, non abbiamo lasciato che si spegnesse l'attenzione su di te, prigioniero senza colpe di un sistema di interessi che usa i diritti delle persone come merce di scambio". Così don Luigi Ciotti si rivolge a Alberto Trentini nel giorno della sua liberazione.

"Non avevamo il potere di riportarti a casa, ma sentivamo il dovere morale di sollecitare ogni giorno, a gran voce, chiunque fosse in grado di intervenire- afferma don Ciotti- Ognuno l'ha fatto secondo la propria sensibilità: chi attraverso gli appelli, chi con le manifestazioni, con la preghiera o con il digiuno. Il tuo nome, il tuo sorriso, la tua forza nel sopportare una prigionia senza motivo, ci hanno accompagnati in quest'anno di attesa sempre più febbrile. L'attesa è finita e adesso non ci stanchiamo di ripeterlo: bentornato, Alberto! Bentornato a te giovane uomo generoso, figlio di un'Italia che crede nella pace, nella libertà, nella dignità di tutti gli esseri umani. E che naturalmente si rallegra anche per gli altri detenuti restituiti oggi ai propri Paesi e alle proprie famiglie!".

"In questi lunghi mesi abbiamo fatto di tutto per sentirti vicino, anche mettere un po' della tua passione civile nel nostro impegno quotidiano. Grazie perché, anche senza poterci parlare, ci hai insegnato qualcosa. Oggi la felicità di saperti libero supera qualsiasi riflessione su come la tua liberazione sia infine arrivata. Ma un pensiero va al popolo del Venezuela e in particolare ai suoi abitanti più poveri e fragili, ai quali tu volevi portare aiuto e che oggi affrontano nuove prove. La speranza è - conclude- che anche per loro si costruiscano nel tempo quei diritti e quella giustizia sociale che dovrebbero essere garantiti a ogni comunità umana".
(fonte: ANSA 12/01/2026)

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Il caso di Alberto Trentini, detenuto 423 giorni
Dall'arresto alla liberazione, le tappe della vicenda



La detenzione di Alberto Trentini in Venezuela è cominciata il 15 novembre 2024.

L'operatore umanitario veneziano, 46 anni, si trovava nel Paese da meno di un mese per conto della Ong 'Humanity & Inclusion', impegnata nell'assistenza alle persone con disabilità.

Trentini, che era arrivato a Caracas il 17 ottobre, è stato fermato a un posto di blocco mentre viaggiava verso Guasdualito per portare aiuti alle comunità locali. Quando è stato arrestato non aveva con sé le medicine di cui ha bisogno. Ha trascorso 423 giorni in un carcere di massima sicurezza alle porte della capitale venezuelana.

Nelle prime settimane non si è saputo nulla sulla sua detenzione. Per oltre due mesi le autorità non hanno fornito notizie né hanno permesso alcun contatto con lui. A gennaio 2025 Palazzo Chigi, in una nota, assicurò che si stavano "attivando tutti i canali possibili per garantire una soluzione positiva e tempestiva" garantendo "massima attenzione fin dall'inizio".

Dopo 181 giorni di silenzio la notte del 16 maggio è arrivata la prima telefonata. Il cooperante dal carcere di Caracas ha parlato con la famiglia, rassicurando di essere in buone condizioni e di ricevere le cure mediche di cui ha bisogno. Un contatto, ottenuto dopo lunghe pressioni diplomatiche, accolto con sollievo dai familiari ma anche dal governo italiano. Il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli lo definì "un passo in avanti frutto di un lungo lavoro di mediazione diplomatica".

Un mese prima, ad aprile, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva telefonato alla madre di Trentini, Armanda Colusso, per rassicurarla sull'impegno delle istituzioni, garantendo che "il governo è al lavoro per riportarlo a casa".

Ma proprio in occasione del primo anniversario della detenzione del cooperante la donna, in una conferenza stampa nella sede del Comune di Milano, ha puntato il dito contro l'esecutivo. "Fino ad agosto il nostro governo non aveva avuto alcun contatto col governo venezuelano - ha detto - E questo dimostra quanto poco si sono spesi per mio figlio. Sono qui dopo 365 giorni a esprimere indignazione. Per Alberto non si è fatto ciò che era doveroso fare. Sono stata troppo paziente ed educata ma ora la pazienza è finita".

Una linea che si è poi ammorbidita. "La nostra famiglia sta vivendo giornate di angoscia e di speranza" hanno affermato proprio mercoledì i genitori di Alberto: "Chiediamo a tutti di rispettare la consegna del silenzio indicata da Palazzo Chigi ed evitare qualunque strumentalizzazione perché ogni parola sbagliata può compromettere la liberazione".

Infine oggi 12 gennaio 2026 la notizia tanto attesa, quella della liberazione, annunciata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, con la soddisfazione espressa dalla premier Giorgia Meloni. Sollievo e gioia per la famiglia di Alberto Trentini.
(fonte: ANSA 12/01/2026)

FESTA DEL BATTESIMO DEL SIGNORE ANGELUS Leone XIV: nel buio e nei conflitti della vita, il Battesimo è luce e riconciliazione - Prego per chi soffre e rinnovo l’appello a cessare le violenze e a intensificare gli sforzi per arrivare alla pace.

FESTA DEL BATTESIMO DEL SIGNORE

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 11 gennaio 2026

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Leone XIV: nel buio e nei conflitti della vita, 
il Battesimo è luce e riconciliazione

All'inizio del Tempo Ordinario il Papa all'Angelus, con una piazza San Pietro gremita di 25 mila fedeli, si sofferma sul "sorprendente progetto d’amore per l’intera umanità". Invita tutti i battezzati a impegnarsi per testimoniare il dono di questo Sacramento "con gioia e con coerenza", nella certezza che "Dio non guarda il mondo da lontano, senza toccare la nostra vita, i nostri mali e le nostre attese"


“Quant’è bello celebrare come un’unica famiglia l’amore di Dio, che ci chiama per nome e ci libera dal male!”

Tutta la Trinità si fa presente nella storia. È accaduto quando Gesù si è fatto battezzare nelle acque del fiume Giordano: lo Spirito Santo discese sul Figlio di Dio e, attraverso di Lui, il dono della salvezza arriva all'uomo. È quanto ricorda il Pontefice oggi, 11 gennaio, nella catechesi dell'Angelus pronunciato dopo il rito dei Battesimi, in Cappella Sistina, a 20 bambini figli di dipendenti vaticani.

Dio non guarda il mondo da lontano

C'è uno sguardo divino sull'umanità che è attento, costante e misericordioso. Il mistero di Dio fattosi uomo dice di una relazione in cui non c'è distanza ma ascolto, presenza.

Carissimi, Dio non guarda il mondo da lontano, senza toccare la nostra vita, i nostri mali e le nostre attese! Egli viene in mezzo a noi con la sapienza del suo Verbo fatto carne, coinvolgendoci in un sorprendente progetto d’amore per l’intera umanità.

Gesù viene per servire, non per dominare

Il Papa sottolinea la dimensione dell'incarnazione che caratterizza la fede cristiana: "Nella sua santità il Signore si fa battezzare come tutti i peccatori, per rivelare l’infinita misericordia di Dio".

Il Figlio Unigenito, nel quale siamo fratelli e sorelle, viene infatti per servire e non per dominare, per salvare e non per condannare. Egli è il Cristo redentore: prende su di sé quello che è nostro, compreso il peccato, e ci dona quello che è suo, cioè la grazia di una vita nuova ed eterna.

Il Battesimo è luce, testimoniarlo con gioia e coerenza

Il Successore di Pietro invita a riscoprire il valore profondo del Battesimo, soprattutto oggi: è un "grande dono ricevuto". Esorta a impegnarci testimoniandolo "con gioia e con coerenza". È linfa vitale, in particolare nelle desolazioni della vita:

Nelle ore buie, il Battesimo è luce; nei conflitti della vita, il Battesimo è riconciliazione; nell’ora della morte, il Battesimo è porta del cielo.
(fonte: Vatican News, articolo di Antonella Palermo 11/01/2026)


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Il Papa: in Iran e Siria si coltivi con pazienza il dialogo e la pace

A fine Angelus, Leone XIV rivolge un pensiero all'Iran, teatro di proteste e di violente repressioni, e alla Siria, dove proseguono gli scontri tra esercito governativo e milizie curde: "Perseguire il bene comune dell’intera società". Invoca poi pace in Ucraina, al buio e al freddo a causa dei "gravi" raid russi: "Cessare le violenze e intensificare gli sforzi per la pace". Il Pontefice prega per i bimbi nati in condizioni più difficili, "sia di salute sia per i pericoli esterni"

Piazza san Pietro all'Angelus dell'11 gennaio (@Vatican Media)

È una grave preoccupazione quella che Leone XIV esprime dalla finestra del Palazzo Apostolico per il Medio Oriente, in preda ancora a conflitti e violenze. Il pensiero del Papa all’Angelus di oggi, 11 gennaio, è soprattutto per Iran e Siria, "dove - afferma - persistenti tensioni stanno provocando la morte di molte persone".

L’Iran, teatro di una ondata di proteste senza precedenti iniziate a fine dicembre e in corso per il quattordicesimo giorno consecutivo, con quasi duecento città coinvolte in tutte le 31 province iranian. Il bilancio – stando alle Ong – è di circa 500 vittime tra i manifestanti, a causa della feroce repressione del regime, e di oltre 2.500 mila arresti. In Siria, invece, continuano gli scontri ad Aleppo tra l’esercito governativo e le milizie curde delle Forze democratiche siriane (Fds) che hanno provocato morti e feriti.

Leone XIV invoca pace, tregua, dialogo, stop alle violenze.

“Auspico e prego che si continui con pazienza, il dialogo e la pace, perseguendo il bene comune dell’intera società”

Pace in Ucraina

Una supplica accorata il Papa la eleva anche per l’Ucraina, dove non si fermano i raid russi a edifici e infrastrutture (secondo il governo di Kyiv, ci sono stati 1100 droni e 890 bombe in una sola settimana), che hanno lasciato intere città al buio e al freddo. Leone XIV stigmatizza questi "nuovi attacchi particolarmente gravi" che, "mentre il freddo si fa più duro", colpiscono "pesantemente" la popolazione civile. Rilancia quindi l’appello perché possa terminare questo orrore nel Paese.

Prego per chi soffre e rinnovo l’appello a cessare le violenze e intensificare gli sforzi per arrivare alla pace

La benedizione ai bambini battezzati

Al momento dei saluti dopo l’Angelus, il Pontefice, nel giorno della festa del Battesimo del Signore, estende la benedizione a tutti i bambini che sono stati battezzati nella Cappella Sistina questa mattina e anche a quelli che riceveranno il Sacramento in questi giorni "a Roma e nel mondo intero".

In modo particolare prego per i bimbi nati in condizioni più difficili, sia di salute sia per i pericoli esterni. La grazia del Battesimo, che li unisce al mistero pasquale di Cristo, agisca efficacemente in loro e nei loro familiari
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 11/01/2026)

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ANGELUS DI LEONE XIV
(testo integrale)

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

La festa del Battesimo di Gesù, che oggi celebriamo, dà inizio al Tempo Ordinario: questo periodo dell’anno liturgico ci invita a seguire insieme il Signore, ascoltare la sua Parola e imitare i suoi gesti d’amore verso il prossimo. È così, infatti, che confermiamo e rinnoviamo il nostro Battesimo, cioè il Sacramento che ci fa cristiani, liberandoci dal peccato e trasformandoci in figli di Dio, per la potenza del suo Spirito di vita.

Il Vangelo che oggi ascoltiamo racconta come nasce questo segno efficace della grazia. Quando si fa battezzare da Giovanni nel fiume Giordano, Gesù vede «lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui» (Mt 3,16). Nello stesso tempo, dai cieli aperti si ode la voce del Padre che dice: «Questi è il Figlio mio, l’amato» (v. 17). Allora tutta la Trinità si fa presente nella storia: come il Figlio discende nell’acqua del Giordano, così lo Spirito Santo discende su di Lui e, attraverso di Lui, ci viene donato quale forza di salvezza.

Carissimi, Dio non guarda il mondo da lontano, senza toccare la nostra vita, i nostri mali e le nostre attese! Egli viene in mezzo a noi con la sapienza del suo Verbo fatto carne, coinvolgendoci in un sorprendente progetto d’amore per l’intera umanità.

Ecco perché Giovanni il Battista, pieno di stupore, chiede a Gesù: «Tu vieni da me?» (v. 14). Sì, nella sua santità il Signore si fa battezzare come tutti i peccatori, per rivelare l’infinita misericordia di Dio. Il Figlio Unigenito, nel quale siamo fratelli e sorelle, viene infatti per servire e non per dominare, per salvare e non per condannare. Egli è il Cristo redentore: prende su di sé quello che è nostro, compreso il peccato, e ci dona quello che è suo, cioè la grazia di una vita nuova ed eterna.

Il sacramento del Battesimo realizza quest’evento in ogni tempo e in ogni luogo, introducendo ciascuno di noi nella Chiesa, che è il popolo di Dio, formato da uomini e donne di ogni nazione e cultura, rigenerati dal suo Spirito. Dedichiamo allora questo giorno a fare memoria del grande dono ricevuto, impegnandoci a testimoniarlo con gioia e con coerenza. Proprio oggi ho battezzato alcuni neonati, che sono diventati nostri nuovi fratelli e sorelle nella fede: quant’è bello celebrare come un’unica famiglia l’amore di Dio, che ci chiama per nome e ci libera dal male! Il primo dei Sacramenti è un segno sacro, che ci accompagna per sempre. Nelle ore buie, il Battesimo è luce; nei conflitti della vita, il Battesimo è riconciliazione; nell’ora della morte, il Battesimo è porta del cielo.

Preghiamo insieme la Vergine Maria, chiedendo che sostenga ogni giorno la nostra fede e la missione della Chiesa.
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Dopo l'Angelus


Cari fratelli e sorelle,

come ho già accennato, questa mattina – secondo la consuetudine della festa del Battesimo di Gesù – ho battezzato alcuni neonati, figli di dipendenti della Santa Sede. Ora vorrei estendere la mia benedizione a tutti i bambini che hanno ricevuto o riceveranno il Battesimo in questi giorni, a Roma e nel mondo intero, affidandoli alla materna protezione della Vergine Maria. In modo particolare prego per i bimbi nati in condizioni più difficili, sia di salute sia per i pericoli esterni. La grazia del Battesimo, che li unisce al mistero pasquale di Cristo, agisca efficacemente in loro e nei loro familiari.

Il mio pensiero si rivolge a quanto sta accadendo in questi giorni in Medio Oriente, in particolare in Iran e in Siria, dove persistenti tensioni stanno provocando la morte di molte persone. Auspico e prego che si coltivi con pazienza il dialogo e la pace, perseguendo il bene comune dell’intera società.

In Ucraina nuovi attacchi, particolarmente gravi, indirizzati soprattutto a infrastrutture energetiche, proprio mentre il freddo si fa più duro, colpiscono pesantemente la popolazione civile. Prego per chi soffre e rinnovo l’appello a cessare le violenze e a intensificare gli sforzi per arrivare alla pace.

E ora saluto tutti voi, romani e pellegrini presenti oggi in Piazza San Pietro. Grazie, thank you, muchas gracias!

In particolare saluto il gruppo della Scuola “Everest” di Madrid e l’associazione “Bambini Fratelli” di Guadalajara in Messico: “Dejemos que los niños sueñen”.

A tutti voi auguro una buona domenica!

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