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giovedì 2 luglio 2026

Il 4 luglio papa Leone sarà a Lampedusa. L’omaggio ai migranti morti in mare - Mons. Lorefice: “La Sicilia sia una zattera capace di custodire il cuore umano del Mediterraneo”


Il 4 luglio papa Leone sarà a Lampedusa.
L’omaggio ai migranti morti in mare

Secondo i dati dell’Oim oltre 1200 persone sono morte nel Mediterraneo nei primi mesi del 2026. Il molo dell’isola sarà intitolato a papa Francesco

Sulla costa di Lampedusa l’opera “Porta d’Europa”, di Mimmo Paladino, installata nel 2008
 in memoria dei migranti deceduti e dispersi in mare nel tentativo di raggiungere la terra. 
ANSA/CIRO FUSCO

Il 4 luglio papa Leone sarà a Lampedusa. Non negli Stati Uniti. Il pontefice visiterà la piccola isola agrigentina, estremo lembo meridionale d’Italia, situata più a sud della Tunisia.

In quella stessa data, gli Stati Uniti celebreranno i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza, firmata a Philadelphia avvenuta nel 1776: è la data che si considera quella della nascita della nazione americana. Donald Trump aveva invitato negli Usa il primo pontefice americano (anzi pan-americano) della storia.

Ma il pontefice nato e cresciuto a Chicago ha rifiutato l’invito. Rifiuto, probabilmente, ribadito anche al vicepresidente statunitense James David Vance che lo scorso 19 maggio si è recato in visita in Vaticano. Vance è cattolico (si è convertito e battezzato nel 2019) studiando i testi di Sant’Agostino e dandone un’interpretazione originale.

Papa Leone non andrà negli States, almeno nel 2026. E in quella stessa data, emblematicamente, sarà invece a Lampedusa. Certamente una coincidenza ma che in qualche modo non è passata inosservata. Leone avrebbe potuto recarsi a Lampedusa una settimana prima o dopo. Ma la data prescelta è quella del Freedom 250. Mentre il suo Paese di nascita celebra l’importante anniversario, papa Leone sarà nell’isola, terra di frontiera, simbolo di accoglienza e solidarietà, per rendere omaggio ai migranti morti in mare.

Papa Leone sulle orme di Francesco, che per il suo primo viaggio pastorale dopo l’elezione a pontefice scelse proprio Lampedusa. In tutti è ancora vivo il ricordo dell’8 luglio 2013, dell’omaggio alla Porta d’Europa, della messa celebrata su un altare allestito su un’imbarcazione naufragata, delle parole vibranti del nuovo papa.

Leone XIV atterrerà a Lampedusa alle 9, dopo la partenza da Ciampino alle 7.15. La visita durerà per tutta la mattina e ripartirà alle 13.15. Il papa visiterà i luoghi simbolo dell’isola. La prima tappa è al cimitero, con l’omaggio ai migranti defunti. Poi il papa si recherà alla Porta d’Europa, il monumento ai migranti morti in mare nella parte meridionale dell’isola, opera d’arte di Domenico Paladino. Al Molo Favaloro dove il papa benedirà la targa che intitolerà ufficialmente il molo a papa Francesco. Qui potrà salutare personalmente alcuni migranti e rivolgerà un saluto personale ad alcuni migranti presenti.

Alle 10.30 è prevista la celebrazione della Santa Messa. Accanto all’altare ci sarà l’effige della Madonna di Porto Salvo, protettrice dell’isola e dei naviganti. Leone XIV saluterà poi i rappresentanti delle istituzioni (è stata annunciata la presenza del presidente della Regione, Renato Schifani), i volontari impegnati nell’accoglienza e i bambini ammalati. A fine mattina il decollo da Lampedusa verso Ciampino.

Leone XIV ha voluto dare continuità al messaggio di papa Francesco in un momento in cui i riflettori sono sempre accesi sul Mediterraneo che, solo nei primi sei mesi del 2026, ha visto morire più di 1200 persone. Lo scorso anno erano state 700. I dati sono stati diffusi nei giorni scorsi dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim).

«Esistono mostri che si aggirano in questi mari», ha detto appena 20 giorni fa durante la visita alle Canarie. Era l’11 giugno e il pontefice stava concludendo la visita in Spagna toccando anche le otto isole dell’arcipelago dell’Atlantico. Il pontefice aveva reso omaggio ai migranti, inchinandosi emblematicamente davanti a loro. «Non siete numeri – disse Leone nel suo discorso – né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare».

Ora, il papa che nel suo primo anno di pontificato ha già toccato molti Paesi, nelle diverse latitudini, sarà a Lampedusa. Ad accoglierlo ci saranno l’arcivescovo di Agrigento Alessandro Damiano, il presidente della Regione, Renato Schifani, il sindaco di Lampedusa, Filippo Mannino. Ci saranno i 6500 lampedusani, tutti concentrati nell’unico comune e nelle strutture turistiche lungo la costa, oltre che nell’isola di Linosa (500 abitanti). Ci saranno anche i turisti, presenti in gran numero nell’isola.

Lampedusa per un giorno sarà al centro della storia per raccontare a tutti il dramma dei migranti e la storia di un’isola che parla il linguaggio dell’accoglienza. In passato non sono mancati (e non mancano ancora oggi) manifestazioni di protesta e di intolleranza razziale. Ma l’isola ha un’identità e un secondo nome: si chiama “accoglienza”. Porta aperta dell’Europa che tra mille difficoltà e incertezze continua a ricevere i flussi migratori dal Nord Africa e non solo.
(Fonte: Città Nuova, articolo di Francesca Cabibbo 01/07/2026)

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Papa a Lampedusa. 
Mons. Lorefice: “La Sicilia sia una zattera 
capace di custodire il cuore umano del Mediterraneo”

Il viaggio di Papa Leone XIV a Lampedusa richiama il Vangelo e il diritto alla mobilità. Mons. Lorefice invita a superare l’emergenza, riconoscere la dignità dei migranti e ritrovare il senso comunitario per evitare nuove tragedie nel Mediterraneo

Agorà Spazio Migrante(S)

Sabato 4 luglio, Papa Leone XIV sbarcherà a Lampedusa. Un viaggio carico di profezia che tocca il cuore ferito del Mediterraneo, a poco meno di un mese da quello compiuto dal Pontefice alle Canarie. Per comprendere la portata di questo appuntamento noi giovani della redazione di “Agorà” abbiamo incontrato mons. Corrado Lorefice. Nominato lo scorso 26 maggio Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni della CEI l’arcivescovo di Palermo invita a superare la logica dell’emergenza per riscoprire il diritto alla mobilità, la fedeltà al Vangelo e il valore civile della nostra Costituzione.

Eccellenza, la sua recente elezione a Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni della CEI e della Fondazione Migrantes le affida una responsabilità nazionale. Come vive questo incarico in vista dell’imminente visita di Papa Leone a Lampedusa?

Mons. Corrado Lorefice
“Questa nomina significa che le Chiese italiane affidano alla Migrantes un compito essenziale: tenere aperto, nel cuore delle nostre comunità, il Vangelo di Gesù. Oggi più che mai dobbiamo riconoscere nelle persone in mobilità — e nelle sfide culturali e politiche che questo tempo comporta — un vero ‘segno dei tempi’, un luogo teologico della presenza del Signore che chiede accoglienza. La massima responsabilità delle nostre Chiese è far sì che sulla mobilità si pensi e si agisca a partire dal Vangelo. Possiamo così aiutare le istituzioni, a partire dal governo nazionale, a non perdere mai di vista che parliamo di esseri umani con attese, storie e relazioni, custodendo l’umanità in un momento di grande rischio di disumanizzazione”.

Lei ha detto che le stragi nel Mediterraneo non sono fatalità, ma il frutto di scelte precise e di precise politiche di accoglienza…

“Sì, perché non possiamo parlare semplicemente di tragedia. Non è una fatalità se oggi i confini vengono presidiati seguendo la sola logica dell’emergenza e dell’invasione. Se la presenza del migrante viene letta solo così, e non come un dato costitutivo del nostro tempo nella casa comune, ci viene precluso l’approccio umano. Ogni uomo ha diritto alla mobilità, a maggior ragione se scappa da una povertà che ne limita la dignità o da guerre che creano morte e distruzione. Dobbiamo superare la categoria dell’emergenza per guardare il fenomeno nella sua reale dimensione. Solo così eviteremo i drammi in mare. C’è una responsabilità precisa se non si presidiano le rotte, se si fanno respingimenti o se le leggi europee e italiane non si fondano sul diritto alla dignità della persona. I naufragi silenti ci restituiscono comunque sulle coste i corpi di giovani e bambini. Abbiamo il dovere morale almeno di onorare questi defunti”.

Dopo la strage del 2013 si disse “mai più”, ma la storia è andata diversamente…

“Questo accade quanto più viene meno il senso comunitario. È la crisi che vive l’Europa, dove si esasperano i nazionalismi a discapito della comunità, nonostante l’Unione sia nata proprio perché non accadesse mai più quanto vissuto nel Novecento con due guerre mondiali. Ogni conflitto nasce quando si smarrisce la certezza che nessuno può considerare l’altro come un nemico o un invasore. Papa Francesco ci ha ricordato che il mondo è una casa e un giardino da custodire, che deve accogliere fratelli e non nemici. Senza questo senso comunitario, ogni ‘mai più’ diventa mera retorica. In questi anni abbiamo visto il Mediterraneo trasformarsi in un grande cimitero. Non è più il “lago di Tiberiade” a cui si ispirava la visione di Giorgio La Pira: le sue sponde non sono state capaci di darci la gioia dell’incontro. Più portiamo avanti l’esasperazione identitaria, più cresceranno i nazionalismi e si innalzeranno muri, perdendo la consapevolezza della bellezza di ogni volto umano e del diritto alla mobilità”.

Cosa unisce il magistero sul tema delle migrazioni di Francesco e Leone XIV?

“Papa Leone ha avuto una grande intuizione. Da araldo del Vangelo, colui che custodisce la memoria della Casa Comune, ha offerto una bellissima interpretazione a partire dal lago di Galilea, dove Gesù chiamò Pietro come ‘pescatore di uomini’. È l’immagine che descrive l’identità della Chiesa, e il Papa lo ha ricordato alle Canarie. Il successore di Pietro non può disinteressarsi di questi approdi che toccano il cuore del Vangelo: la Chiesa non può ignorare queste acque e il clamore di chi grida nella notte. Ringrazio Papa Leone per aver voluto fortemente essere a Lampedusa il 4 luglio. I suoi discorsi alle Canarie — e accadrà lo stesso a Lampedusa — ricordano molto il primo viaggio di Papa Francesco, le cui domande (‘Adamo dove sei?’, ‘Dov’è tuo fratello?’, ‘Chi ha pianto per loro?’) furono la chiave ermeneutica del suo pontificato. Le parole di Papa Leone, già anticipate nella Magnifica Humanitas, saranno fondamentali per comprendere il Magistero di Leone XIV, e Lampedusa diventerà un topos, un luogo preciso che come Chiese dobbiamo saper abitare”.

Lei ha spesso paragonato la Sicilia a una “zattera” nel Mediterraneo. Quale parola consegna alle comunità cristiane in vista del 4 luglio?

“La nostra collocazione geografica e questo momento storico sono una chiamata precisa del Vangelo. Dobbiamo essere fedeli all’immagine della zattera: pur con le nostre fragilità sociali ed economiche, questa terra è da sempre un approdo. Un legno che galleggia non rifiuterà mai una mano che si vi vuole aggrappare. Siciliani e abitanti delle Canarie hanno il compito di aiutare il mondo a custodire un cuore umano, ripartendo dal diritto alla vita, alla mobilità e alla dignità. Inoltre, la Sicilia è parte dell’Italia, e voglio ricordare che abbiamo una Costituzione donataci da visioni diverse ma unita sui principi fondamentali. Di fronte a questa urgenza antropologica, la Costituzione deve restare la nostra bussola, in particolare con gli articoli 3 e 11. La Sicilia è una zattera che può aiutare l’intera nazione a rimanere aperta a tutti, riconoscendo ogni cultura e religione. È una terra da cui deve continuare a partire il messaggio della pace, proprio in un Mediterraneo ferito dalla distruzione e dal delirio di onnipotenza dei potenti della Terra”.
(fonte: SIR 30/06/2026)

mercoledì 1 luglio 2026

CARD. PIZZABALLA: "Gaza è un disastro, bimbi aggrediti dai topi. Non lasciamo sola la Terra Santa" (Testo e video)

"Gaza è un disastro, bimbi aggrediti dai topi.
Non lasciamo sola la Terra Santa"
Card. Pizzaballa


Il cardinale Patriarca di Gerusalemme dei Latini, ha ricevuto il 29 giugno, a Bergamo, il premio Limes per il Dialogo e la Pace. Il racconto della sua ultima visita nella Striscia, il 22 e il 23 giugno scorsi: "Si viaggia su strade fortuite, in mezzo alle tende, alle fognature. E qui vive la gente. Un aspetto che le immagini non rendono sono gli odori. E una delle piaghe più presenti in questo momento sono i topi, che mordono. Soprattutto i bambini"


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Servizio TG2000


Guglielmo Gallone - Bergamo
«C'è bisogno di empatia con chi non la pensa come noi»: è questo uno dei messaggi più forti che il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, lancia dal palco del Teatro Sociale di Bergamo, dove lunedì 29 giugno gli è stato consegnato il Premio per il dialogo e la pace dalla rivista italiana di geopolitica Limes. È un messaggio forte anzitutto perché racchiude il senso del pensiero geopolitico, cioè mettersi nei panni dell’altro, ma soprattutto perché arriva dopo una serie di racconti e testimonianze che sembravano rendere quasi impossibile proprio quell'esercizio di immedesimazione.

"Gaza è un disastro"
«Gaza è un disastro», sottolinea il cardinale nel suo dialogo con il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, e raccontando la sua visita nella Striscia, fatta proprio la settimana scorsa, il 22 e 23 giugno, con Teofilo III, patriarca greco ortodosso di Gerusalemme: «Le città sono rase al suolo, livellate, azzerate. Rafah non esiste più. Ciò che a me colpisce di più è il fatto di viaggiare su strade fortuite, in mezzo alle tende, alle fognature. Qui vive la gente di Gaza. Un aspetto che le immagini non rendono sono gli odori. E una delle piaghe più presenti in questo momento sono i topi, che mordono. Mordono soprattutto i bambini e Gaza è piena di bambini, si vedono ovunque ma, anziché andare a scuola, giocano,
sporchi, accanto alle fogne». Una situazione che non accenna ad alcun miglioramento neppure dopo il cessate-il-fuoco perché, prosegue Pizzaballa, «se un po’ di cibo ad oggi riesce ad entrare, tutto il resto è ancora proibito. I prodotti dual use non possono entrare. E con dual use si intendono persino i banchi di scuola, le matite, i quaderni, il vetro con cui si fanno le finestre. Noi vogliamo riaprire le scuole, ma manca quasi tutto. Si cerca di rimediare riciclando pezzi qua e là. Quel che serve subito, mi hanno detto gli operatori sanitari, è il personale preparato a gestire i traumi psicologici dei bambini e delle mamme. Sarà una questione di cui prendersi cura con la dovuta sensibilità. Lo dirò in modo poco diplomatico, ma io provo una grande pena, non riesco a comprendere». E intanto arrivano le immagini di un attacco aereo israeliano che ha distrutto decine di tende in cui vivevano famiglie palestinesi sfollate, in un'area densamente popolata della Striscia. Donne, bambini e persino persone con disabilità, sono state costrette a trascorrere la notte all'aperto. Otto i morti nella zona centrale e meridionale di Gaza. Due invece le vittime a nord di Khan Yunis, sempre raggiunte da un drone.

La situazione nei territori occupati
Altrettanto drammatica è la situazione in Cisgiordania nello Stato di Palestina, dove, spiega ancora il Patriarca, «non vige la legge e, se c'è, non è fatta per i palestinesi. Ai coloni israeliani viene permesso tutto. Fanno check-point ovunque, tagliano gli alberi, non ti fanno coltivare la terra, aggressioni, furti, insulti sono diventate scene quotidiane». E che si ripetono anche per il fatto di essere totalmente impunite: «Spesso chiamiamo l’esercito israeliano (Idf) affinché intervenga per placare i coloni, ma quando arrivano sono già andati via, come se qualcuno li avesse avvisati per tempo, e così l’Idf finisce per prendersela con noi».

Lo sforzo per il dialogo e la pace
La descrizione di Gaza ridotta a un cumulo di macerie, dei bambini che giocano tra le fogne e vengono morsi dai topi, così come delle aggressioni dei coloni in Cisgiordania, non impedisce però a Pizzaballa di riflettere sull’importanza del dialogo. Una necessità ancor più forte oggi, perché «il 7 ottobre è molto presente nell'animo ebraico e israeliano. Da quel giorno sono cadute le ultime remore». Il cardinale riconosce che oggi Israele «è un insieme di cose» dove «c’è di tutto ma dove, devo dire con dolore, i più duri sono i militari religiosi. Con loro è molto difficile avere un rapporto chiaro e sereno. Le componenti più estreme della popolazione ebraica non sono ancora una maggioranza, ma hanno una crescita di consenso e stanno diventando sempre più rilevanti sul piano politico, con conseguenze però divisive sulla stessa società israeliana».

Come cambia Israele
Lucio Caracciolo, a questo proposito, ricorda il concetto della divisione in tribù della società israeliana, avanzato in particolare dall’ex presidente di Israele, Reuven Rivlin, nel 2015 per descrivere una società frammentata in quattro gruppi demografici distinti che vivono in parallelo, con sistemi educativi separati e stili di vita differenti: i sionisti laici, gli ebrei nazionalisti religiosi, gli ultraortodossi e gli arabi israeliani. Questa divisione, annessa alle statistiche secondo cui gli haredim (gli ebrei ultraordotossi che non riconoscono lo Stato di Israele) stanno crescendo, «sta alimentando una situazione di incertezza nella società israeliana, parallelamente al fatto che Israele continua a sentirsi accerchiato dai Paesi arabi. È anche questo a determinare le scelte di Israele», osserva Pizzaballa. E così sta cambiando anche Gerusalemme, «nella demografia, nella geografia, ma soprattutto nei confini interni e psicologici degli abitanti. Sta mutando la maniera in cui la città è sentita. Fino a poco tempo fa la città vecchia di Gerusalemme era prevalentemente abitata da arabi: adesso è normale vedere ebrei, anche religiosi, ovunque. La popolazione araba cresce di meno e la componente cristiana sta scendendo. Il motivo per cui stanno crescendo gli scontri è legato anche a questo: al fatto che ci si incontra di più e più facilmente. Noi stiamo ormai vivendo in bolle separate. In questi anni la comunità araba di Gerusalemme ha partecipato poco ai fenomeni politici di Gaza e Cisgiordania non per mancanza di solidarietà, bensì per via del controllo ferreo dei militari, ma anche per proteggere quel poco che resta del carattere di Gerusalemme. Il cuore è tutto lì».

"Noi apparteniamo a questa terra"
Ed è proprio al cuore che Pizzaballa torna, dopo un'analisi lucida delle dinamiche politiche, demografiche e militari che attraversano la Terra Santa. «Veniamo da anni di linguaggio, di narrativa violenta ed escludente, da un pensiero sottovalutato divenuto un po' alla volta molto presente», osserva, in linea con Papa Leone XIV che, proprio nella “crisi della parola”, ha identificato una delle radici più profonde dei conflitti attuali. Perciò, l’appello del Patriarca di Gerusalemme dei Latini è rivolto anzitutto all’opinione pubblica e al mondo dell'informazione: «L'informazione che cerca di far capire è importante. Parlatene e non seguite le mode. I giornali ne parlano un po' poi smettono. Quel territorio ci appartiene, anzi: noi apparteniamo a quella terra. Gli israeliani ci dicono: “Perché non parlate anche del Sud Sudan?”. Semplice. Perché noi non abbiamo una relazione col Sud Sudan così come la abbiamo con questa terra. Non dobbiamo isolare, c'è bisogno di empatia, di comprendere, dialogare, senza erigere nuove barriere. Dovete cercare di farci uscire da quel pozzo e non lasciarci dentro». Un auspicio che la calorosa accoglienza bergamasca ha fatto diventare eredità e che da Gerusalemme, con l’impegno e il ruolo del cardinale Pizzaballa, si apre al mondo.

(Fonte: VaticaNews - 30.06.2026)

#Obbedienza e libertà - Il breviario di Gianfranco Ravasi

#Obbedienza e libertà 
Il breviario di Gianfranco Ravasi




L’obbedienza senza libertà è schiavitù, la libertà senza obbedienza è arbitrio.

Chi non ricorda il celebre «Obbedisco» che Garibaldi comunicò al generale Lamarmora che gli ordinava di ritirarsi dal Tirolo nel 1866? In realtà, l’obbedienza per essere una virtù deve accompagnarsi con la minor enfasi e recriminazione possibile. Il teologo Dietrich Bonhoeffer, ucciso dai nazisti nel 1945 a soli 44 anni, ci offre nel motto che abbiamo proposto una regola aurea che merita meditazione e soprattutto esercizio, non solo nella vita religiosa ma anche in quella sociale. L’obbedienza autentica deve sbocciare da una scelta libera, che può essere anche sofferta. Altrimenti è schiavitù. L’obbedienza ignaziana perinde ac cadaver, pur con una formulazione così forte e passibile di equivoco, va proprio nella stessa linea: una volta che tu hai scelto liberamente di aderire a un percorso, devi avere il coraggio della totalità e della radicalità, naturalmente sempre in ordine a quella scelta iniziale della coscienza.

Appare, allora, evidente anche il risvolto del detto di Bonhoeffer: una conclamata libertà che non ammette confini, che non conosce il rispetto dell’altro e dei valori è semplicemente arbitrio e anarchia. Spesso si bercia contro alcuni divieti e norme non per tutelare i sacrosanti diritti della libertà, ma solo per poter fare i propri comodi senza nessun ritegno o vincolo. Uno studioso dei comportamenti storici come Michel Foucault (1926-1984) nel suo saggio Follia, l’assenza di opera non esitava a scrivere che «non esiste una sola cultura al mondo in cui sia permesso di fare tutto».

Certo, l’equilibrio tra le due parti dell’asserto di Bonhoeffer è delicato: schiavitù e arbitrio sono sempre in agguato. Ma la persona matura ne è sempre consapevole e sa che obbedienza e libertà devono coesistere per una vera armonia sociale.
(Fonte: “Il Sole 24 Ore” .- 28 giugno 2026)

martedì 30 giugno 2026

Tonio Dell'Olio: L’importanza di farsi i fatti degli altri

Tonio Dell'Olio
 
L’importanza di farsi i fatti degli altri
 
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  30 giugno 2026


È accaduto a Moglia (Mantova). Un bambino di appena sette mesi è rimasto per ore accanto alla nonna cinquantanovenne chiamata a custodirlo perché i genitori lavoravano, ma che era morta nella notte per un arresto cardiaco. A salvarlo dalla disidratazione completa non sono state telecamere o sofisticati sistemi di allarme, ma i vicini di casa. Hanno sentito quel pianto insistente, hanno capito che qualcosa non andava e hanno deciso di intervenire.

Hanno fatto ciò che troppo spesso ci viene sconsigliato: si sono fatti i fatti degli altri. Hanno risalito la corrente della cultura che alimenta egolatria e indifferentismo, trasformando le città in luoghi affollati ma disabitati da relazioni. Eppure la convivenza civile nasce proprio dal contrario: dal buon vicinato, dall'attenzione discreta, dal senso di comunità, dalla capacità di accorgersi di chi manca, di una finestra che resta chiusa, di un pianto fuori dall'ordinario, di un silenzio che interroga. 

Non è invadenza, è responsabilità. Non è curiosità, è prossimità. 

Forse dovremmo rivalutare il coraggio di "farci i fatti degli altri", quando questo significa custodire la vita. È il modo più semplice e autentico per ricostruire comunità nelle quali nessuno resti invisibile. Perché una società si misura non da quanto si restringe o si scolora nell'individualismo come un capo lavato male, ma da quanto sa prendersi cura delle persone che vivono accanto.

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Leone XIV: "Ci doni il Signore, per l’intercessione dei Santi Pietro e Paolo, di apprezzare sempre più la cattolicità della Chiesa, di riconoscerne il valore a servizio dell’incontro fraterno tra le persone e i popoli, di evitare ciò che logora o lede la comunione, di perseverare nel cammino ecumenico e nel dialogo attento e franco con tutti." Angelus 29/06/2026 (testo e video)



SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

LEONE XIV
 
ANGELUS
Piazza San Pietro
Lunedì, 29 giugno 2026


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Celebriamo oggi la solennità dei Santi Pietro e Paolo, Patroni di Roma. Questa festa richiama il legame originario che unisce in comunione di fede e di carità la Chiesa che è in Roma con tutte le altre Chiese del mondo.

La testimonianza di questi due Apostoli è quasi un sigillo del Nuovo Testamento. Il sangue da loro versato in questa città rivela fin dove arriva l’amore di Dio che il Signore Gesù ci ha donato. Sì, è per la loro parola e il loro martirio che il Vangelo di Cristo si è, per così dire, radicato a Roma, manifestando proprio qui, nella capitale dell’impero, la sua capacità di rinnovamento: una nuova conoscenza di Dio e dell’infinita dignità di ogni essere umano, una nuova esperienza della forza, non come dominio, ma come servizio alla vita.

Anche oggi il Signore, morto e risorto per amore, si fa presente nei suoi testimoni, raggiunge i centri e le periferie, le capitali e le regioni più remote con le voci, i volti, le scelte coraggiose di chi ha risposto al suo invito: “Seguimi!”. Così, questo giorno di festa ci coinvolge nella missione di Pietro e Paolo, cioè nella missione di Gesù stesso. Dio si fida di noi, che siamo dei peccatori perdonati da Lui, di noi che non siamo perfetti, affinché brilli nelle nostre storie la sua grazia, si riveli la sua forza che cambia il male in bene.

Carissimi, forse Pietro e Paolo non avrebbero potuto essere più diversi l’uno dall’altro. Diversi per provenienza, per formazione, per carattere; non soltanto prima, ma anche dopo essere stati chiamati, e il loro unico Signore non li ha uniformati. Il Vangelo è compreso e annunciato da ognuno di loro con uno specifico accento; e lo Spirito Santo, ispirando gli autori biblici, ha voluto che non fossero nascoste le loro divergenze, che in effetti ci vengono narrate come una buona notizia. Nel collegio degli Apostoli, Pietro e Paolo non furono però avversari. Al contrario, divennero quasi il simbolo di molte altre diversità che l’unico Spirito compone in unità. Così, i Patroni della Chiesa di Roma hanno vissuto il travaglio della comunione, l’hanno conosciuta, servita e annunciata come sacramento della vita divina. La loro testimonianza ha contribuito in modo determinante a far sì che la presenza cristiana nella storia sia tesa non al dominio, ma al servizio, all’unità e alla riconciliazione.

Ci doni il Signore, per l’intercessione dei Santi Pietro e Paolo, di apprezzare sempre più la cattolicità della Chiesa, di riconoscerne il valore a servizio dell’incontro fraterno tra le persone e i popoli, di evitare ciò che logora o lede la comunione, di perseverare nel cammino ecumenico e nel dialogo attento e franco con tutti.

Maria, Regina degli Apostoli, protegga sempre il Popolo di Dio, a Roma e nel mondo intero.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Oggi si celebra la Giornata dell’Obolo di San Pietro. Ringrazio di cuore quanti con il loro dono sostengono il mio ministero di Successore di Pietro. Continuiamo a camminare insieme nella fede e nella comunione.

Nella festa dei nostri Santi Patroni, rivolgo i miei auguri ai romani e a tutti coloro che vivono in questa città. Un pensiero, accompagnato dalla preghiera, rivolgo specialmente ai malati, alle persone sole, ai carcerati. Ringrazio i parroci e tutti i sacerdoti, le religiose e i religiosi che lavorano a Roma, perché con la loro presenza e il loro servizio quotidiano mantengono vivo il suo grande cuore cristiano.

Saluto i volontari delle Pro Loco d’Italia che hanno realizzato l’Infiorata in Via della Conciliazione e Piazza Pio XII. Grazie e complimenti! Come pure ringrazio quanti organizzano la “Girandola di Castel Sant’Angelo”, che quest’anno sarà dedicata a San Francesco e al suo Cantico delle creature. Sono lieto inoltre di accogliere due Confraternite: quella spagnola di Nuestra Señora del Carmen del Camino de Zamora, e quella degli Agonizzanti, di Artena.

Saluto le persone senza fissa dimora che oggi sono in Piazza San Pietro per distribuire “L’Osservatore di strada”, supplemento de “L’Osservatore Romano”. Grazie e auguri a chi porta avanti questo giornale!

E buona festa a tutti!




lunedì 29 giugno 2026

Papa Leone XIV: "Dio desidera la pace per ogni nazione e per ogni popolo. Per questo non dobbiamo rassegnarci alla violenza. La violenza non avrà l’ultima parola. Dio continua ad aprire nella storia cammini di riconciliazione e di pace. Abbiamo la responsabilità di percorrerli con coraggio e di aiutare il mondo a riconoscerli." (Concistoro 27/06/2026)



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CONCISTORO STRAORDINARIO
(26-27 GIUGNO 2026)

DISCORSO DI PAPA LEONE XIV
A CONCLUSIONE DEI LAVORI DEL CONCISTORO STRAORDINARIO

Aula Nuova del Sinodo
Sabato, 27 giugno 2026

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Prima di entrare nella riflessione conclusiva, desidero esprimere la nostra vicinanza, mia e di tutto il Collegio Cardinalizio, alla popolazione del Venezuela, duramente colpita dal violento terremoto di questi giorni. Assicuriamo la nostra preghiera per le vittime, per le loro famiglie e per quanti soffrono le conseguenze di questa tragedia. Affidiamo al Signore anche tutti coloro che sono impegnati nei soccorsi e chiediamo che non venga meno la solidarietà delle comunità internazionali verso quella cara Nazione.

Cari Fratelli Cardinali, giungiamo adesso al termine di questi giorni con un sentimento di profonda gratitudine. Vi ringrazio per la libertà, la fraternità e il senso ecclesiale con cui avete preso parte ai nostri lavori. Porto con me non soltanto il contenuto delle vostre riflessioni, ma anche l’esperienza che le ha rese possibili. In questi giorni abbiamo cercato insieme la volontà del Signore, nella convinzione che Cristo continua a operare nella sua Chiesa: è Lui che ci precede, ci raduna, parla attraverso i fratelli e ci conduce nella missione. Tutto nasce da Lui e tutto ritorna a Lui. Per questo, vedere Cardinali provenienti da Chiese, culture e situazioni così diverse ascoltarsi reciprocamente e cercare insieme ciò che meglio serve il Vangelo è stato per me motivo di consolazione, di speranza.

Abbiamo iniziato questi giorni lasciandoci guidare dall’immagine del buon Samaritano: un uomo che si ferma davanti al fratello ferito, si lascia commuovere nelle viscere e se ne prende cura. Vorrei ora congedarci con un’altra icona evangelica: quella dei discepoli di Emmaus. Anche loro camminano segnati dalla tristezza e dalla delusione, ma il Signore si fa loro compagno di strada, ascolta le loro domande, apre le Scritture, fa ardere il loro cuore e trasforma il loro cammino. Mi piace pensare che anche quanto abbiamo vissuto in questi giorni abbia qualcosa di questa esperienza: abbiamo camminato insieme, ci siamo ascoltati reciprocamente e, se abbiamo lasciato spazio al Signore, Egli ha nuovamente acceso nei nostri cuori la speranza e ci rimanda ora alle nostre Chiese per riprendere il cammino con uno sguardo nuovo.

La riflessione conclusiva sul cammino sinodale ci ha aiutato a rileggere quanto abbiamo vissuto in questi giorni. Mi sembra che la domanda della sinodalità non sia anzitutto: “Chi ha il potere di decidere?”. La domanda è più profonda: “Come custodiamo insieme il dono che il Signore ha affidato alla sua Chiesa?”. Quando questa domanda diventa il centro del nostro discernimento, anche le questioni dell’autorità, della corresponsabilità e delle decisioni trovano il loro giusto posto, illuminate dalla missione e dalla comune fedeltà al Vangelo. Così, desidero affidarvi ancora una volta il cammino di attuazione del Sinodo. Vi chiedo di accompagnarlo con convinzione nelle Chiese che servite, favorendone una comprensione autentica e incoraggiando tutti a prendervi parte: si tratta di aiutare le nostre Chiese a crescere in uno stile sempre più evangelico.

Mi raccomando, come abbiamo sentito dal Card. Grech, la sinodalità non è un insieme di riunioni, né un metodo di lavoro. È uno stile spirituale. Nasce dall’incontro, cresce nell’ascolto e matura nel discernimento. La vera domanda non è quante conversazioni sapremo organizzare, ma quale qualità evangelica avranno i nostri incontri. Quando ci ascoltiamo con umiltà e libertà, lasciando spazio allo Spirito, le nostre conversazioni non rimangono uno scambio di idee, ma diventano un luogo di conversione, nel quale cresciamo insieme nella fedeltà al Signore.

Ripensando alle conversazioni di questi giorni, porto anzitutto con me lo sguardo con cui avete contemplato il mondo nella prima sessione. Molti di voi hanno raccontato le sofferenze provocate dalle guerre, dalle violenze, dalle povertà e dalle tante ingiustizie che segnano la vita dei popoli. Non vi siete fermati però a descriverle. Dietro questi drammi avete riconosciuto una sofferenza ancora più profonda: la solitudine, la crisi delle relazioni, la perdita della speranza, la difficoltà di riconoscersi reciprocamente come fratelli e sorelle. È uno sguardo che non distoglie gli occhi dalle ferite del mondo, ma ne cerca le radici, riconoscendo, spesso nascoste dentro di esse, una rinnovata domanda di senso, di autenticità, di spiritualità e di comunità. Molti cercano oggi speranza e relazioni vere.

Mi ha colpito, in particolare, il modo con cui avete parlato dei giovani. Nelle loro domande, ma anche nella sofferenza che talvolta li conduce fino alla disperazione – e a volte fino alla disperazione estrema di togliersi la vita – avete riconosciuto una delle ferite più profonde del nostro tempo. Ma avete saputo riconoscervi anche l’azione dello Spirito. La loro ricerca di autenticità, di relazioni vere e di senso ci ricorda che il Vangelo continua a incontrare le attese più profonde del cuore umano. Ascoltare loro e le loro famiglie con umiltà è anche una via attraverso la quale il Signore continua a convertire la Chiesa.

Molti di voi hanno ricordato anche la famiglia. Là dove essa è sostenuta e accompagnata, cresce una scuola di relazioni, di solidarietà e di speranza; là dove è ferita o isolata, tutta la società ne porta le conseguenze. A ottobre avremo un incontro con i capi delle Chiese orientali e i presidenti delle Conferenze episcopali per valutare i passi fatti dopo Amoris laetita. Parteciperanno anche alcune famiglie che condividono le esperienze. La loro presenza è essenziale, però spero che tutti coloro che verranno si preparino ascoltando da vicino e portando l’esperienza delle famiglie delle loro Chiese.

Avete così cercato di ascoltare ciò che le ferite del mondo rivelano del cuore dell’uomo. È proprio lì, nel cuore, che si decide anche la pace. Prima di manifestarsi nella storia, la guerra nasce dentro di noi, quando il sospetto prende il posto della fiducia, la paura della speranza e l’altro viene percepito come una minaccia. Ma è nello stesso cuore che Cristo continua a incontrarci, a parlare e a convertirci. Da un cuore riconciliato possono nascere parole disarmate, relazioni nuove e una pace capace di raggiungere anche i popoli.

La seconda sessione ci ha condotti a fare un passo ulteriore. Mi sembra che abbiate colto con grande chiarezza una delle intuizioni della Magnifica humanitas: la guerra non è soltanto un conflitto tra gli Stati. Nasce molto prima, da una cultura della potenza che attraversa il nostro modo di pensare, di vivere le relazioni, di esercitare il potere, di usare l’economia, la tecnologia e perfino la religione. Se questa è la radice della crisi, la risposta domanda di ricostruire una cultura della cooperazione e del dialogo, capace di dare nuova forza anche al multilateralismo, perché i popoli imparino nuovamente a cercare insieme il bene comune dell’intera famiglia umana. In questo cammino il contributo dei fedeli laici impegnati nella vita pubblica è essenziale: hanno bisogno della vicinanza e del sostegno della comunità ecclesiale per vivere la “carità politica” che avete ricordato. La stessa cultura della cooperazione cresce attraverso il dialogo ecumenico e interreligioso, che non attenua la nostra identità cristiana, ma la rende capace di servire insieme il bene comune e la pace.

Ho trovato poi particolarmente prezioso il modo con cui alcuni di voi hanno affrontato il tema della risposta nonviolenta di fronte alle molte forme di violenza. Essa è una forma profondamente evangelica di abitare la storia, frutto della contemplazione del modo di agire di Gesù. Non consiste nella rinuncia al conflitto né in un atteggiamento passivo, ma nello scegliere di affrontarlo senza riprodurne la logica. Essa non rinuncia alla verità né tace il male, ma rifiuta di difenderla con la violenza e di trasformare l’altro in un nemico: comincia disarmando se stessi. Essa rivela così la logica della Pasqua, nella quale l’amore si manifesta più forte dell’odio e il perdono spezza la spirale della vendetta. È questa la forza del Crocifisso risorto: una forza che non distrugge il nemico, ma rende possibile ritrovare un fratello.

In questa prospettiva, diversi gruppi hanno sottolineato l’opportunità di proseguire l’approfondimento del tema della legittima difesa alla luce delle profonde trasformazioni intervenute nella natura dei conflitti contemporanei. Questa riflessione merita di essere ulteriormente sviluppata con il necessario rigore teologico e pastorale.

Ho accolto con particolare interesse anche la vostra insistenza sulla Dottrina sociale della Chiesa. Avete espresso il desiderio che diventi sempre più patrimonio vivo delle nostre comunità, criterio ordinario di formazione delle coscienze e di discernimento pastorale. Essa non offre soluzioni precostituite, ma educa la Chiesa a un modo evangelico di abitare la realtà, interpretarla e orientare responsabilmente l’azione.

Mi ha colpito anche un’altra convergenza. Molti di voi hanno osservato che oggi il bene comune non è semplicemente un obiettivo da perseguire: è una realtà da riscoprire insieme. Viviamo un tempo nel quale diventa difficile perfino riconoscere ciò che è veramente bene per tutti. Per questo, radicata in Cristo, la Chiesa è chiamata a custodire luoghi di incontro, di ascolto e di dialogo nei quali possa maturare una rinnovata cultura del bene comune. Questo domanda anche un paziente lavoro educativo, che aiuti a riconoscere la dignità inviolabile di ogni persona e la responsabilità che ci lega gli uni agli altri. In questo cammino, i poveri non sono soltanto destinatari della nostra cura, ma protagonisti della speranza che Dio continua a suscitare nella storia.

Da molte delle vostre riflessioni è emersa con forza anche un’altra convinzione. Mentre ci interrogavamo sulle responsabilità della Chiesa nel mondo di oggi, avete richiamato continuamente l’importanza della testimonianza, della prossimità, della formazione delle coscienze e della costruzione di comunità fraterne e credibili. Questa testimonianza nasce dall’incontro con Cristo, dalla sua Parola e dai Sacramenti, nei quali il Signore sostiene il suo popolo e lo rende capace di servire il mondo con la forza del Vangelo. La Chiesa è chiamata a diventare sempre più ciò che proclama. È su questo fondamento che anche le necessarie riforme delle strutture, delle istituzioni, dei processi possono portare frutto.

Così, questi giorni rafforzano la mia speranza. Non soltanto per ciò che abbiamo condiviso, ma per il modo in cui lo abbiamo fatto. In un tempo segnato dalla polarizzazione, anche il modo con cui la Chiesa ascolta e dialoga diventa parte del suo annuncio. Se sapremo continuare a cercare insieme la volontà del Signore, lasciandoci guidare dallo Spirito Santo, sono certo che la nostra comunione diventerà sempre più feconda per la missione della Chiesa e per il servizio all’intera famiglia umana.

Credo che, poco alla volta, stiamo riscoprendo il significato più autentico del Concistoro: il radunarsi del Collegio dei Cardinali attorno al Successore di Pietro perché, nell’ascolto reciproco e nel discernimento comune, lo Spirito Santo aiuti il Papa a guidare la Chiesa. Non un parlamento, non un congresso nel quale prevalgono opinioni o interessi, ma un’esperienza di comunione al servizio della missione. Quello che impariamo a vivere in questi giorni non riguarda soltanto il Collegio Cardinalizio. È uno stile che siamo chiamati a promuovere in tutta la Chiesa, perché ogni battezzato, secondo la propria vocazione e responsabilità, partecipi alla costruzione della civiltà dell’amore e al servizio del bene comune. Come vi ho già anticipato, desidero proseguire questo appuntamento annuale anche a partire dal prossimo anno. Non ho ancora fissato la data: conto di comunicarvela verso la fine di questo anno.

Questo Concistoro è stato un momento prezioso, ma non deve rimanere un appuntamento isolato. In tutta la Chiesa desideriamo promuovere spazi nei quali il Popolo di Dio possa ascoltarsi, pregare, discernere e camminare insieme. È questa l’anima del percorso di attuazione del Sinodo. Sarà questo anche lo spirito del prossimo incontro dedicato ad Amoris laetitia e di molte altre iniziative che il Signore ci chiederà di vivere. Ciò che conta non è moltiplicare gli incontri, ma imparare a vivere incontri nei quali, ascoltandoci reciprocamente, impariamo insieme ad ascoltare il Signore.

Prima di concludere desidero accogliere l’appello unanime che è salito da questo Concistoro e farlo mio. Anzi, vorrei che lo facessimo insieme, attraverso queste parole. Diciamolo ai nostri confratelli Vescovi, alle Chiese affidate al nostro ministero e a tutti i popoli della terra: Dio desidera la pace per ogni nazione e per ogni popolo. Per questo non dobbiamo rassegnarci alla violenza. La violenza non avrà l’ultima parola. Dio continua ad aprire nella storia cammini di riconciliazione e di pace. Abbiamo la responsabilità di percorrerli con coraggio e di aiutare il mondo a riconoscerli.

Fratelli vi ringrazio di cuore per il vostro contributo, come pure i relatori, i moderatori e tutti coloro che, con generosità e discrezione, hanno reso possibile queste giornate di lavoro e di fraternità. Grazie per avermi aiutato, ancora una volta, a riconoscere l’opera che Cristo continua a compiere in mezzo al suo popolo e nel mondo. Affidiamo i frutti di questo Concistoro all’intercessione della Vergine Maria, Madre della Chiesa. Ci insegni a custodire l’unità nella diversità e a servire il Vangelo della pace con umiltà, coraggio e speranza. Grazie!


Leone XIV: in un mondo ossessionato dal possesso, perdere un po’ del proprio io per l'altro - Angelus del 28.06.2026 (Testo e video)

In un mondo ossessionato dal possesso, 
perdere un po’ del proprio io per l'altro
Leone XIV
Angelus del 28.06.2026
 (Testo e video)


Fratelli e sorelle, buona domenica!

Anche nel Vangelo di oggi (Mt 10,37-42), ascoltiamo alcune esortazioni di Gesù per vivere la sequela ed essere testimoni del suo Regno. Non si tratta di qualche atto esteriore, ma di impegnare tutto noi stessi in una relazione d’amore con Lui. E per portare frutto, l’amore richiede almeno tre cose: il distacco, la perdita e l’accoglienza.

Anzitutto il distacco. Gesù dice: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me» (v. 37). Nel momento in cui inizia a inviare in missione i suoi apostoli, il Signore li vuole liberi da qualsiasi legame. Ma per tutti vale il fatto che anche gli affetti più importanti trovano la loro pienezza grazie all’amore che Cristo ci dona. Pensiamo, ad esempio, alla vita matrimoniale: si può viverla pienamente solo “lasciando” la casa dei genitori (cfr Mt 19,6) per impegnarsi nella relazione coniugale. Pensiamo anche alla crescita dei figli: li si aiuta a realizzarsi e ad essere felici educandoli a “camminare con le loro gambe” e a compiere le loro scelte. Dice Sant’Agostino: «È doloroso il distacco da ciò che ami. Ma anche l’agricoltore perde temporaneamente ciò che semina» (Discorso 330, 2). Solo “perdendo” quel seme, gettato nel terreno, potrà vederlo fiorire.

In questo senso, l’amore è anche perdita. Ci riesce difficile comprenderlo, specialmente in un mondo in cui perdere sembra essere una debolezza e si è ossessionati dall’avere e dal possedere.
 L’amore, però, porta frutto solo nel donarsi: quando siamo disposti a perdere un po’ del nostro io per fare spazio all’altro, a perdere un po’ di tempo per ascoltare un amico, a perdere un po’ di comodità per condividere una situazione di disagio. Chi trattiene la vita solo per se stesso – dice il Vangelo – in realtà la perde (cfr v. 39), perché essa non si apre alla gioia dell’amore e diventa sterile. Per questo Gesù ci invita ad abbracciare la Croce: Egli si è offerto, ha perduto se stesso e, proprio così, noi abbiamo potuto ricevere la sua vita in abbondanza. Allo stesso modo, se viviamo nella logica del dono, anche noi saremo capaci di generare vita nuova nelle nostre relazioni.

Infine, l’accoglienza. L’amore, infatti, si esprime in scelte e azioni concrete, in un impegno fatto di piccoli gesti quotidiani, come quello di offrire un bicchiere d’acqua a chi ha sete (cfr v. 42). Gesù, inviando i suoi discepoli davanti a sé, chiede loro di andare senza provviste, cioè di essere bisognosi, perché in questo modo potranno suscitare accoglienza in coloro che incontreranno. E così, accogliendo chi viene nel nome di Gesù, si accoglie Lui e il Padre celeste che lo ha mandato. L’amore per il Signore passa sempre attraverso l’accoglienza dei fratelli.

Carissimi, preghiamo la Vergine Maria, che ha amato il suo Figlio sapendolo anche perdere: ci aiuti lei ad essere testimoni umili e gioiosi dell’amore di Cristo.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

deseo expresar mi cercanía a las hermanas y hermanos venezolanos afectados por los recientes terremotos que provocaron numerosas víctimas y heridos, así como ingentes daños materiales. Mientras ruego al Señor por el eterno descanso de los fallecidos, renuevo mi cercanía espiritual a sus familiares, a los lesionados y a quienes han sido golpeados por esta tragedia. Así mismo, manifiesto mi gratitud y aliento a cuantos trabajan con generosidad en las labores de búsqueda y de asistencia.

Ed ora do il benvenuto a tutti voi, romani e pellegrini: vi ringrazio, perché siete venuti con questo caldo!

Saluto i fedeli della Diocesi di Kumba in Camerun e quelli di vari altri Paesi.

Saluto i giovani religiosi Camilliani; i gruppi parrocchiali di Priolo Gargallo, Avola, Regalbuto e Bari; gli scout di Rovereto e i ragazzi di Mestrino, diocesi di Padova, che hanno ricevuto la Comunione e la Cresima.

A tutti auguro una buona domenica! 
Arrivederci a domani per la solennità dei Santi Pietro e Paolo

 GUARDA IL VIDEO
Angelus integrale

                             

domenica 28 giugno 2026

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli


XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A 
28 Giugno 2026

Per chi presiede

Fratelli e sorelle, Dio nostro Padre è il Dio della fedeltà, della misericordia e dell’accoglienza. Nella sua esistenza terrena Gesù ci ha mostrato come tutto questo sia realizzabile nella fragilità della nostra carne umana. Da veri suoi discepoli, innalziamo al Signore Gesù le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/   Ascoltaci, o Signore

Lettore

- La tua Chiesa, Signore, diventi sempre più la casa, dove ogni persona si senta accolta, amata e valorizzata per il carisma che le è stato donato. Fa’ che nessuno si senta escluso, giudicato, scartato, ma che per tutti ci sia la possibilità di ricevere un aiuto e un sostegno. Preghiamo.

- Signore, il mondo ha fame e sete di giustizia e di pace, ma le nazioni, che continuano a dichiararsi cristiane o professanti altre fedi religiose, non sanno offrire altro che armi e guerre. Tu che abbatti i potenti dai loro troni, fa’ che nasca nel cuore di questa umanità una volontà di pace ed un deciso impegno a fare della nostra terra una casa abitabile per tutti. Preghiamo.

- Ti affidiamo, Signore, tutte le persone, che si sono sentite costrette a lasciare le loro case, le loro famiglie, la loro patria, e che drammaticamente si ritrovano a fare i conti con la cattiveria ed il cinismo di uomini e di Stati senza scrupoli e privi di un briciolo di umanità. Aiuta tutti noi, e quanti sperimentano la sicurezza ed il benessere, di essere più critici e più liberi nei confronti di una politica, che dice soltanto parole disumane e di odio, provandone il gusto, al fine di raccogliere applausi e consensi. Preghiamo.

- Guarda, benedici e custodisci, o Signore, ogni nostra casa. Fa’ che regni in essa l’armonia e la pace; e ancor di più fa’ che essa sia aperta al quartiere e alla città, dando vita a relazioni veramente fraterne e di solidarietà e cooperazione. Preghiamo.

- Davanti a te, Signore Risorto, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti [pausa di silenzio]; ci ricordiamo di quanti sono morti a causa delle torture nelle carceri e dello sfruttamento nel lavoro delle campagne. Dona a tutti di contemplare il tuo Volto di Fratello compassionevole e accogliente. Preghiamo.


Per chi presiede

Accogli, Signore, le suppliche delle tua Chiesa in preghiera. L’abbondanza del tuo Spirito ci permetta di vivere con più fedeltà alla tua sequela nel dono sempre generoso della nostra vita. Te lo chiediamo, perché tu sei nostro Maestro e Pastore, vivente nei secoli dei secoli.

AMEN.

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 34 - 2025/2026 - XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:

Questi sei brevi versetti del Vangelo di Matteo concludono il Discorso Apostolico, il secondo dei cinque grandi discorsi mediante i quali l'evangelista presenta la sua opera. Il Regno di Dio è solo questione d'amore: per il Padre, che ha inviato il Figlio Unigenito per la salvezza dell'uomo; per Gesù, che ha condiviso la sua intera esistenza con gli uomini fino a morire; per ogni creatura umana, immagine vivente di quel Dio Trinità che è tutto e solo Amore. L'Agape, l'amore gratuito, l'amore a perdere, quello che Gesù ha vissuto e ci ha lasciato in eredità perché ci amassimo gli uni gli altri, non è l'espressione di un sentimento passeggero: amare vuol dire scegliere, coinvolgersi totalmente, decidersi per Gesù e per il suo Regno di giustizia e di pace. Amare significa mettere in gioco ogni cellula del nostro essere senza tralasciare alcun aspetto e ambito della vita. Amare costa fatica, lacrime e sangue fino a spezzare e donare la vita per ogni uomo, fino all'infamia e alla crudeltà della croce, l'atroce supplizio che ci espone al ludibrio del mondo e che fa di noi dei reietti, maledetti da Dio e dagli uomini (cfr. Dt 21,23; Gal 3,13). Se non accettiamo di vivere tutto questo non possiamo dirci cristiani. Solo se ci impegniamo ad amare così come siamo amati dal Padre, saremo degni del suo Figlio Gesù e potremo far parte del suo Regno. La vita, dono gratuito del Padre, siamo chiamati a spenderla non a conservarla per noi stessi, perché «vivere è amare, e amare è far dono della vita, che non può essere gettata via con disprezzo, ma donata ai fratelli per amore del Figlio Gesù e della causa del Regno» (cit.)


sabato 27 giugno 2026

LA CROCE E IL BICCHIERE - Gesù parla di una causa per cui vivere, per cui morire, qualcosa che valga più della nostra sola vita. Tutto il Vangelo è nella Croce, ma tutto il Vangelo è anche in un bicchiere d’acqua fresca. - XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Maria Ronchi

LA CROCE E IL BICCHIERE


Gesù parla di una causa per cui vivere, per cui morire, qualcosa che valga più della nostra sola vita. Tutto il Vangelo è nella Croce, ma tutto il Vangelo è anche in un bicchiere d’acqua fresca.


In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: "Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa". Mt 10,37-42
  
LA CROCE E IL BICCHIERE
 
Gesù parla di una causa per cui vivere, per cui morire, qualcosa che valga più della nostra sola vita. Tutto il Vangelo è nella Croce, ma tutto il Vangelo è anche in un bicchiere d’acqua fresca. 

Chi ama padre o madre più di me, chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me. Parole difficili, che suonano eccessive, che sembrano cozzare contro la forza degli affetti che sono la prima felicità di questa vita.

Ma il comparante delle espressioni di Gesù è nel verbo “amare di più”. Gesù non sottrae amori, ne aggiunge, ci scommette, punta tutto sull’amore. “Amare di più” non equivale ad una competizione di sentimenti, ma ci ricorda che per creare un mondo nuovo, quale lui lo sogna, ci vuole una passione forte almeno quanto quella degli amori familiari, e il risultato ottenuto non è una limitazione ma un potenziamento.

Colui che non prende la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo’. Gesù sogna forse uno sterminato corteo umano inchiodato a una selva di patiboli? Sarebbe la sofferenza a dare lode a Dio? Immagine perversa. Lui vuole discepoli maturi, liberi, e un po’ innamorati, non una corte di seguaci lacrimosi e piagati. Prendere la propria croce non è farsi ammazzare, ma scegliere un progetto forte, lo stesso di Gesù: amare per primo, generosamente, senza calcolare, dissennatamente, divinamente.

Le due condizioni che Gesù pone a chi vuole seguirlo, amare di più e portare la croce, si illuminano a vicenda. Portare la croce significa portare l’amore fino in fondo, fino alla Pasqua, perché chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Perdere la vita non significa il martirio, ma spenderla come si spende un tesoro: donandola goccia a goccia. Noi possediamo veramente solo ciò che abbiamo perduto per altri.

Gesù parla di una causa per cui vivere, per cui morire, qualcosa che valga più della nostra sola vita. Infatti il vero dramma per la persona umana non è morire, ma non avere niente e nessuno per cui valga la pena mettere in gioco e rischiare la propria vita. E a noi, spaventati dall’idea di avere una causa che valga più di noi stessi, Gesù aggiunge una frase dolcissima: chi avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca non perderà il premio. Croce e acqua, il dare tutta la vita e un bicchiere d’acqua, il quasi niente che però contiene un colpo d’ala del maestro di Nazaret: fresca! Acqua fresca dev’essere! Vale a dire l’acqua migliore che hai, acqua affettuosa, bella, con dentro l’eco del cuore. Anzi il Vangelo non parla neppure di acqua, scrive letteralmente ‘un bicchiere di fresco’, un sorso di frescura da dare: una telefonata a chi è nel dolore, cedere il posto a chi fa più fatica, un sorriso al primo sconosciuto del mattino, un caffè sospeso... Dare: verbo di mani limpide e allegre come acqua fresca.

La Croce e il bicchiere. Tutto il Vangelo è nella Croce, ma tutto il Vangelo è anche in un bicchiere d’acqua fresca. Qualcosa che tutti possono offrire. Tutti.

Enzo Bianchi: La Bibbia, vera via della preghiera

Enzo Bianchi
La Bibbia, vera via della preghiera 

La relazione con Dio nasce in primo luogo dall’accoglienza delle Sacre Scritture, non da pratiche che rischiano di restare solo esteriori


Famiglia Cristiana - 21 Giugno 2026
Rubrica: Cristiano, chi sei?

Oggi più che mai occorre che i cristiani siano vigilanti perché forte è tornata la tentazione di rifugiarsi e bere a cisterne sempre screpolate e torbide piuttosto che risalire con fatica alle sorgenti dove stilla l’acqua pura. Mi riferisco a questo ritorno alle devozioni che dimentica una preghiera che nasce dalla parola di Dio. Eppure Benedetto XVI, e poi Papa Francesco, hanno chiesto con insistenza ai semplici fedeli (non ai chierici) l’assiduità con la Parola mediante la pratica della lectio divina quotidiana, cioè della lettura di una pagina della Bibbia fatta nella preghiera. L’operazione è semplice: si legge un brano, lo si medita, si accoglie l’ispirazione per la preghiera che quel brano suscita!

Baciare le statue dei santi, accendere candele, indossare medaglie, fare altarini casalinghi non è pregare come ci ha insegnato il Vangelo e la grande Tradizione della chiesa perché in queste azioni non c’è spazio per l’ascolto del Signore, ma piuttosto un sentirci protagonisti davanti a lui.

Nella preghiera incontriamo il Signore che ci è Padre, Amico, Fratello, e non è un giudice che va placato e onorato, un Dio che minaccia castighi e per astenersi dall’inviarli chiede prestazioni al cristiano. Cerchiamo dunque di ascoltarlo quando ci parla “cuore a cuore” nella sua Parola e ci fa conoscere i pensieri e i sentimenti di Cristo Gesù, che devono essere i pensieri e i sentimenti del cristiano.
(fonte: blog dell'autore)