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domenica 17 luglio 2022

Alberto Maggi: MARTA E MARIA

Alberto Maggi
 
MARTA E MARIA


La massima aspirazione di quanti detengono il potere è di riuscire a dominare le persone attraverso l’arte della persuasione.
Si può sottomettere qualcuno con la paura, ma anche un timoroso può trovare il coraggio di sfidare un prepotente. E’ possibile rendere qualcuno proprio servo comprandolo con la prospettiva di onori e ricchezze, ma pure un ambizioso, in un sussulto di dignità, può liberarsi da questa schiavitù rinunciando alla bramosia di possedere.
Quando però chi viene oppresso è convinto che la sua condizione di sottomissione sia la migliore situazione desiderabile, costui non cercherà mai la libertà, anzi la vedrà come un grave attentato alla propria sicurezza.
E’ quel che insegna la storia del popolo di Israele nel suo faticoso cammino verso una libertà più temuta che desiderata.
La dura schiavitù egiziana privava, è vero, gli Ebrei della libertà, ma assicurava loro “cipolle e aglio” (Nm 11,5) a volontà.
Non conoscendo altre prospettive, gli schiavi, a furia di mangiare cipolle e ingoiare aglio, si erano davvero convinti di stare nel paese della cuccagna. Per questo l’esodo verso la terra promessa è costellato da proteste e insurrezioni contro Mosè che, demoralizzato, a sua volta si lamenta continuamente col Signore.
La frustrazione di Mosè è tale che egli arriva a chiedere di morire piuttosto che dover condurre verso la libertà un popolo che non ha nessuna intenzione di seguirlo (Nm 11,14-15).
La rivolta più grave del popolo ha visto insorgere contro Mosè gli stessi “capi della comunità, membri del consiglio, uomini stimati”, che così si lamentano: “E’ forse poco per te l’averci fatti partire da un paese dove scorre latte e miele per farci morire nel deserto?” (Nm 16,2.13).
Il “paese dove scorre latte e miele”, è un’espressione tecnica con la quale nella Bibbia si indica sempre la terra promessa (Es 3,8).
La capacità di persuasione del potere era stata talmente forte da far credere agli Ebrei che la terra dove essi erano schiavi era in realtà il paese della libertà, e che aglio e cipolle hanno lo stesso sapore del latte e del miele.
Alla manna, cibo donato da Dio, gli Ebrei continuavano a preferire “i pesci che mangiavamo in Egitto gratuitamente, i cocomeri, i meloni, i porri, le cipolle e l’aglio”, constatando delusi che “ora i nostri occhi non vedono altro che manna” (Nm 11,6).
E se il cammino verso la terra promessa è durato tanto tempo, si deve alla forte resistenza del popolo che rimpiangeva la schiavitù ed era continuamente tentato di tornare indietro: “Non sarebbe meglio per noi tornare in Egitto? Diamoci un capo e torniamo in Egitto” (Nm 14,4).
La riluttanza degli Ebrei a lasciare l’Egitto diventò proverbiale e, secondo un detto popolare ebraico, a Dio è stato più facile far uscire gli Ebrei dall’Egitto che far uscire l’Egitto dal cuore degli Ebrei.

La regina della casa

Uno dei rischi che si corre nella lettura dei vangeli è quello di interpretarli secondo gli schemi della mentalità occidentale, lontana dai modi di dire e di fare della cultura orientale.
Un episodio che più degli altri è stato completamente stravolto nel suo significato è quello della visita di Gesù alle due sorelle Marta e Maria.

Il brano, che si trova solo nel vangelo di Luca, è stato spesso visto come un elogio da parte di Gesù della vita contemplativa (la parte migliore) a scapito di quella attiva (affannarsi per troppe cose).
Secondo questa interpretazione, Gesù privilegerebbe un’eletta minoranza di persone che si può permettere di trascorrere la vita contemplando il Signore, lasciando alla maggioranza della gente gli affanni e le preoccupazioni ordinarie della vita.
E’ sicuro che sia stato questo l’intento dell’evangelista?

Per una più esatta comprensione del testo evangelico occorre lasciarsi guidare da quelle chiavi di lettura che l’evangelista colloca nel testo per indirizzare il lettore alla giusta interpretazione del brano.

LC 10:38 Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio
e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa.

Luca inizia la sua narrazione scrivendo che “mentre erano in cammino” (e si suppone che si tratti di Gesù e dei suoi discepoli), “entrò in un villaggio” (Lc 10,38).
Risalta immediatamente nel testo il brusco cambiamento del soggetto, che da plurale (erano) diventa singolare (entrò).
Il mutamento è voluto.
Per l’evangelista i discepoli di Gesù, fermamente ancorati alla mentalità tradizionale, non possono entrare con Gesù nel luogo dove il Signore sancirà la fine di uno degli usi e costumi più consolidati in una società a forte impronta maschilista come era quella giudaica.
Solo Gesù dunque entra in un villaggio. Di questo villaggio, dove abitano Marta e Maria, non viene detto il nome.
Ogni volta che nei vangeli si trova un villaggio anonimo, l’episodio relativo è sempre all’insegna dell’incomprensione o della resistenza nei confronti di Gesù e del suo messaggio (Lc 9,52-56; 17,11-19).
Il villaggio indica infatti il luogo arretrato, tenacemente attaccato alle tradizioni e diffidente verso le novità che vede con sospetto. Per l’evangelista il luogo è rappresentativo di una situazione generalizzata che si trova ovunque vige l’attaccamento alla tradizione, al “si è sempre fatto così!”.

Entrato Gesù nel villaggio, “una donna di nome Marta, lo accolse in casa sua” (Lc 10,38). Il nome della donna, Marta, è tutto un programma: nella lingua aramaica, significa infatti “padrona della casa” (e l’evangelista sottolinea che la casa è sua).

LC 10:39 Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola;

Marta ha “una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola” (Lc 10,39).
Il comportamento di Maria, che va interpretato secondo le categorie della cultura orientale, non esprime un atteggiamento adorante verso Gesù, ma quello di normale accoglienza verso l’ospite.
Se Maria sta “ai piedi” di Gesù, è perché nella casa palestinese non esistono seggiole, ma stuoie o tappeti, dove tutti si adagiano.
Quello di Maria verso Gesù è l’abituale atteggiamento del discepolo di fronte al suo maestro, come si legge nel Talmud: “Sia la tua casa un luogo di convegno per i dotti; impolverati della polvere dei loro piedi; e bevi con sete le loro parole” (Pirqê Ab. 1,4).
Maria non contempla Gesù, ma l’accoglie e l’ascolta, desiderosa di apprendere il suo messaggio, indifferente alla proibizione del Talmud che prescrive che “una donna non ha da imparare che a servirsi del fuso” (Yoma 66b).
Il modo di fare di Maria, in una cultura fortemente maschile come era quella orientale, non poteva essere tollerato. E’ proprio solo dell’uomo fare gli onori di casa. La donna sta nascosta e invisibile. Il suo posto è la cucina tra i fornelli, come sta facendo Marta, la padrona di casa, “tutta presa dalle molte cose da fare” (Lc 10,40).
Marta si crede la “regina della casa”, mentre in realtà è schiava della sua condizione (come premio di consolazione, è stata proclamata “Patrona delle casalinghe” e la sua festa è celebrata il 29 luglio).
E’ la grande vittoria del potere: dominare le persone illudendole di essere libere, contrabbandando aglio e cipolle per latte e miele.
Che una donna avesse “molte cose da fare”, si può riscontrare nel ritratto della perfetta “padrona” di casa che dà la Bibbia:
“Si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani...
Si alza quando ancora è notte e prepara il cibo alla sua famiglia…
Si cinge con energia i fianchi e spiega la forza delle sue braccia…
Neppure di notte si spegne la sua lucerna.
Stende la sua mano alla conocchia e mena il fuso con le dita…
Non teme la neve per la sua famiglia, perché tutti i suoi hanno doppia veste.
Si fa delle coperte di lino e di porpora sono le sue vesti…
Confeziona tele di lino e le vende e fornisce cinture al mercante” (Pr 31,13.15.17-19.21-22.24).
Il ritratto termina accondiscendente:
“E il pane che mangia non è frutto di pigrizia” (Pr 31,27).
Questo assoggettamento della donna, che la obbliga a comportarsi come una bestia da soma, viene confermato da una famosa sentenza di Rabbi Eleazaro, secondo il quale anche se il marito possedesse “cento schiave, egli dovrebbe costringerla [la moglie] a lavorare la lana, perché l’ozio conduce all’impudicizia” (Ket. M. 5,5).
La quantità di lavoro è finalizzata a stancare l’individuo e impedirgli così di pensare, come insegna la Bibbia: “Fa’ lavorare il tuo servo, e potrai trovare riposo, lasciagli libere le mani e cercherà la libertà” (Sir 33,26).
La situazione che si è venuta a creare nella casa delle due sorelle diventa insostenibile.

LC 10:40 Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti».

Visto che Gesù pare non accorgersi della grave trasgressione compiuta da Maria, è Marta che interviene furibonda, rimproverando sia il maestro sia la sorella: “Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Ordinale dunque che mi aiuti” (Lc 10,40).
Nella concitata foga di ricacciare la sorella in cucina, Marta non si rende conto che il suo limitato orizzonte è tutto centrato sulla sua persona (“mia sorella… mi abbia lasciata sola… mi aiuti”).
Per lei è intollerabile l’atteggiamento della sorella che, come un uomo, intrattiene e ascolta Gesù. Marta non ascolta il messaggio di colui che di sé ha detto che è venuto per “rimettere in libertà gli oppressi” (Lc 4,18).
Che bisogno ha di apprendere?
Non insegna il Talmud che è meglio che “le parole della Legge vengano distrutte dal fuoco piuttosto che essere insegnate alle donne”? (Sota B. 19a).
Per escludere la donna dall’apprendimento, i rabbini si arrampicavano sugli scivolosi specchi della Bibbia, dove riguardo alla parola di Dio è scritto “la insegnerete ai vostri figli” (Dt 11,19).
Se Dio, così preciso nei suoi dettati, avesse voluto che l’insegnamento si estendesse anche alle donne, avrebbe aggiunto “alle vostre figlie”, invece non l’ha fatto (Qid. B. 29b).
“L’uso della donna è di stare in casa”, sostenevano i rabbini, mentre “l’uso dell’uomo è di uscire e di apprendere dagli uomini” (Ber. R. 18,1).

Anziché rimproverare Maria e ricacciarla nel ruolo dove tradizione e decenza hanno sempre confinato le donne, Gesù richiama la padrona di casa: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una sola c’è bisogno” (Lc 10,41-42). Nel vangelo la ripetizione due volte di uno stesso nome assume il significato di severo rimprovero (“Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti”, Lc 13,34).
Per Luca la situazione di Marta è drammatica, perché è come quella degli schiavi contenti di esserlo. Costoro non solo non aspirano a essere liberi, ma spiano i tentativi di libertà degli altri allo scopo di ricacciarli nella schiavitù, come denuncia Paolo nella Lettera ai Galati parlando dei “falsi fratelli intrusi i quali si erano infiltrati a spiare la nostra libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi” (Gal 2,4).

LC 10:41 Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose,
LC 10:42 ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta».

Gesù rimprovera la perfetta padrona di casa e le dice che “Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc 10,42), invitandola a fare lo stesso.
Questa parte eccellente che non può essere tolta è la libertà interiore, garanzia della presenza dello Spirito di Dio, perché “dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà” (2 Cor 3,17).
Tutto può essere strappato all'uomo, anche la vita, ma non la libertà interiore.
Mentre la libertà esteriore può essere data e tolta agli uomini, la libertà conquistata, frutto di un profondo convincimento interiore, nessuno la potrà più sottrarre all’uomo.
(fonte: bacheca facebook dell'autore)

sabato 7 marzo 2015

Volgere lo sguardo verso il Padre per diventare, come Lui, compassionevoli e misericordiosi di fr. Egidio Palumbo

Vangelo Lc 15,1-3.11-32


"Volgere lo sguardo verso il Padre per diventare, come Lui, 
compassionevoli e misericordiosi"
 di fr. Egidio Palumbo 



Già altrove nel vangelo di Luca, e precisamente nel contesto delle Beatitudini, Gesù ci ricorda l’impegno di vita a diventare «misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36): qui misericordia esprime la capacità di mostrare gratuità e benevolenza verso chi si trova nel bisogno. E narrando la parabola del Samaritano, Gesù, in Lc 10,33.37, invita ad imitare l’atteggiamento compassionevole di costui che, gratuitamente, si è preso cura dell’uomo lasciato mezzo morto sulla strada. La compassione e la misericordia sono due atteggiamenti paterni e materni che declinano l’amore ed esprimono gratuità e accoglienza.
La pagina del vangelo  ci narra del volto paterno e materno di Dio. Della paternità di Dio, oltre che a nominare per 14 volte il nome di Padre, evidenzia anche gli atteggiamenti di colui che condivide della vita (vv. 12.31), prende per primo l’iniziativa (vv. 20.28), abbraccia e bacia (v. 20), ridà la dignità di essere figli (v. 22).
Della maternità di Dio è fondamentale l’atteggiamento della compassione (v. 20), delle viscere che si allargano per accogliere e generare. D’altronde anche le due parabole che precedono ci parlano di Dio nei termini uomo e donna, ovvero di un pastore che cerca per i campi la pecora perduta (Lc 15,4-7), e di una donna che cerca nella casa la moneta perduta (Lc 15,8-10).
Ecco la parabola ci comunica la pienezza della paternità e maternità di Dio. Per questo la tradizione cristiana definisce questa pagina lucana “un piccolo vangelo nel vangelo”.
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Leggi tutto:
Lectio del Vangelo Lc 15,1-3.11-32 (Pubblicata il 10 MARZO 2013)


domenica 1 giugno 2014

"LECTIO" DEL VANGELO di fr. Egidio Palumbo


"LECTIO" DEL VANGELO 
di fr. Egidio Palumbo
della Fraternità Carmelitana Pozzo di Gotto (ME)


ASCENSIONE DEL SIGNORE anno A

At 1,1-11
Sal 46
Ef 1,17-23
Mt 28,16-20


1. Con la festa dell’Ascensione del Signore l’itinerario mistagogico del tempo pasquale si avvia alle sue tappe conclusive. L’Ascensione ci aiuta a contemplare il mistero pasquale del Signore e la nostra esistenza pasquale radicata in Lui, attraverso una prospettiva particolare: Dio, facendo risorgere il Cristo, lo ha costituito Capo della Chiesa e Signore della Storia.

2. Spesso si è tentati di attribuire a Cristo Capo e Signore le prerogative di “monarca assoluto” e, di conseguenza, educati da una visione gerarchica e piramidale di Chiesa e poco comunionale, di attribuire a noi stessi, in quanto cristiani, cioè chiamati a seguire Cristo Capo e Signore, le stesse prerogative, specialmente se riceviamo un ufficio di responsabilità ecclesiale, piccolo o grande che sia.
Le pagine bibliche della solennità dell’Ascensione del Signore, se ben meditate, ci orientano verso un’altra prospettiva.

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5. La pagina del Vangelo (Mt 28,16-20) non ci parla dell’Ascensione, ma della centralità del Signore Risorto. Infatti, è scritto che i discepoli «quando lo videro, si prostrarono»: è il riconoscimento della centralità della sua Signoria. Ma nello stesso tempo è scritto anche che i discepoli «dubitarono»: anche il dubbio è indice della centralità della Signoria di Cristo, perché il dubbio — altra cosa dal negare, dal rinnegare o dal non riconoscere — è connaturale alla fede: ti spoglia di ogni presunzione, ti pone in ricerca, ti mette in cammino, ti fa affrontare la fatica del discernimento quotidiano per scegliere ciò che è bene e lasciare ciò che è male, ti dà la forza di ricominciare ogni giorno, di affidarti ad un altro per scoprire nelle pieghe della storia la presenza del Regno di Dio e per capire se tale presenza è veramente Regno di Dio o regno di qualcun altro…
Inoltre, nella pagina del Vangelo il Signore Risorto si presenta come “colui che è con noi tutti i giorni”: «Ed ecco: io sono con voi tutti i giorni». Siamo rimandati alla pagina di Mt 1,23, dove a Gesù vien dato il nome di «Emmanuele, che significaDio-con-noi». E allora, «io sono con voi» significa: io, il Figlio di Dio, sono anche il vostro Fratello, sono colui che cammina al vostro fianco, che non vi abbandona mai, nemmeno nei momenti difficili della vita, nemmeno nei tempi di transizione e di sbandamento, quando un’epoca muore («fino alla fine dell’epoca attuale», così forse si potrebbe tradurre la finale del v. 20) e ne sorge un’altra, della quale però non sappiamo ancora tutti i risvolti.
Infine, nella pagina del Vangelo il Signore Risorto, Figlio di Dio e nostro Fratello, a questa Chiesa che adora e nello stesso tempo dubita, le affida la missione. Come mai? Può chi dubita, chi è in ricerca, “fare discepoli”, battezzare, insegnare l’evangelo? Sì, lo può. Perché il centro e il protagonista («io sono con voi») della missione continua ad essere sempre il Signore Risorto, e non noi.

E allora, con il salmista (salmo responsoriale: Sal 47) riconosciamo nella solennità dell’Ascensione la centralità del Signore Risorto nella vita ecclesiale e nella nostra vita personale impegnata nella storia. Chiediamo al Signore la grazia di essere “decentrati” come figli e fratelli, affinché sia Lui, e soltanto Lui, il Capo e il Signore, che Dio ha posto alla sua destra.



domenica 18 maggio 2014

Vivere in questo mondo come figli del Padre - Lectio di Fr. Egidio Palumbo


"LECTIO" DEL VANGELO 
di fr. Egidio Palumbo
della Fraternità Carmelitana Pozzo di Gotto (ME)


V DOMENICA DI PASQUA anno A

At 6,1-7 
Sal 32 
1Pt 2,4-9
Gv 14,1-12


Vivere in questo mondo come figli del Padre

1. L’itinerario mistagogico di questa domenica di Pasqua si sofferma sulla nostra relazione filiale con Dio Padre, relazione che Gesù ha vissuto con fedeltà e in modo autentico e profondo (Gv 14,1-12). Per questo egli è la via che ci conduce al Padre (Gv 14,6) ed è colui che ci mostra il vero volto del Padre (Gv 14,9).

2. La pagina del vangelo, che fa parte di un grande discorso intimo e familiare (Gv 13,31-16,33) che Gesù rivolge ai discepoli nel contesto della cena pasquale (Gv 13,1-2), inizia con l’esortazione a non essere turbati, agitati, spaventati, ma ad aver fede, ovvero a fondare la nostra esistenza in Dio e in Gesù: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me» (Gv 14,1).
Sullo sfondo di questa esortazione vi è un altro grande discorso: quello che Mosè rivolge al suo popolo dopo l’esperienza della liberazione dalla schiavitù di Egitto, il cammino nel deserto e prima dell’ingresso nella terra promessa, terra che è dono di Dio al suo popolo.
...
3. Se sullo sfondo c’è Dt 1,29-33, ci chiediamo: i discepoli di Gesù perché sono spaventati? di chi hanno paura?
Quando Gesù qui parla di “casa del Padre”, di “dimora”, di “posto”, non sta parlando di uno spazio geografico o fisico, ma di relazione: della relazione di comunione con il Padre, che lui vive in modo autentico, perfetto e trasparente, e, come un vero pedagogo, con il suo vissuto che realizza pienamente la Parola del Padre – per questo egli è la via, la verità e la vita, per questo egli “mostra” il Padre e per questo esorta a credere nelle sue “opere” – sta educando i discepoli a fare questa stessa esperienza di relazione filiale con Dio.
Ebbene, possiamo dire che la paura dei discepoli (e anche la nostra) è duplice: da una parte sono consapevoli, visti i limiti e la fragilità, di non farcela a vivere come figli di Dio Padre; dall’altra sono altrettanto consapevoli della tentazione, sempre dietro l’angolo, di avere la presunzione di diventare come tanti piccoli “padreterni” su questa terra, calpestando la dignità e i diritti degli altri, mancando di rispetto e di attenzione verso gli altri, facendo ciò che pare e piace, senza tener conto degli altri.
...
4. Ma come vivere da figli del Padre senza la presunzione di voler diventare dei piccoli e dispotici “padreterni” in questo mondo (altra cosa è l’esercizio della paternità spirituale)?
Si sa che questa tentazione prende spesso le persone religiose e anche, oggi molto ricorrente, certi “atei devoti”. Le due letture bibliche che la liturgia accosta alla pagina del vangelo al riguardo sono illuminanti.
Da una parte la prima lettura (At 6,1-7) mostra una chiesa che seriamente discerne come porsi al servizio dei poveri e degli indifesi (le mense e le vedove), senza trascurare la preghiera e il servizio della Parola di Dio; realizzando così quel giusto equilibrio tra Parola ascoltata e annunciata e Parola testimoniata e vissuta.
Dall’altra, la seconda lettura (1Pt 2,4-9) esorta noi, popolo di Dio, a rimanere legati, in un relazione di comunione profonda, con il Cristo “pietra scartata” dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio. Solo rimanendo fondati su questa “pietra scartata” sapremo vivere sulla terra come figli di Dio Padre ed essere attenti e solidali con tutti gli “scartati” della storia.

Chiediamo, allora, con il salmista (salmo responsoriale. Sal 33) che in questo mondo, così malato di egocentrismo e di individualismo, l’amore paterno di Dio guidi i nostri passi e quelli di tutto il popolo di Dio, affinché diventiamo segno di speranza per tutti coloro che oggi non hanno speranza.

Leggi tutto: Vivere in questo mondo come figli del Padre


domenica 11 maggio 2014

"Cristo è la porta" Lectio di Fr. Egidio Palumbo


"LECTIO" DEL VANGELO 
di fr. Egidio Palumbo
della Fraternità Carmelitana Pozzo di Gotto (ME)

IV DOMENICA DI PASQUA anno A

At 2,14.36-41 
Sal 22 
1Pt 2,20b-25
Gv 10,1-10


Cristo è la Porta

1. Con il vangelo di questa domenica (Gv 10,1-10), l’itinerario mistagogico del tempo pasquale si sofferma sulla figura diCristo Buon Pastore, o il Pastore quello Bello, perché è riflesso perfetto della Bellezza di Dio, cioè del suo modo bello e unico di accompagnare, custodire, sostenere e guidare il suo popolo, senza arroganza, ma con attenzione e premura, fino al dono di sé (salmo responsoriale: Sal 23; seconda lettura: 1Pt 2,20b-25).

Per questo il Cristo Pastore è indicato come il modello supremo (1Pt 5,4) per ogni pastore, ovvero per tutti coloro che, a vari livelli e secondo la propria vocazione, hanno ricevuto un servizio di responsabilità nella comunità ecclesiale; e questo vale anche all’interno della famiglia “piccola chiesa” per quanto riguarda il compito dei genitori.

2. Ma della pagina del vangelo di questa domenica vogliamo evidenziare una particolarità: il Cristo non è solo il Pastore ma anche la Porta (Gv 10,7.9). Mentre la qualifica di pastore, sul modello di Cristo, viene attribuita anche ai cristiani che hanno una responsabilità ecclesiale e pure ai cristiani in quanto tali, poiché nel battesimo e nella confermazione resi conformi a Cristo Re/Pastore, oltre che Profeta e Sacerdote, invece per quanto riguarda la Porta a nessuno viene attribuito questa qualifica, masoltanto a Cristo («Io sono la Porta»). Con riferimento alla Porta si dice che qualcuno dei cristiani assume l’incarico di «guardiano» (Gv 10,3) che apre la Porta per far entrare il Cristo Pastore, ma non si dice che assume l’incarico di essere la Porta. Questo compito è solo di Cristo.

Ha un significato questa particolarità?

...

Sapranno i pastori delle Chiese essere veri e autentici “guardiani”, sapranno essere vigilanti e aprire quando viene Cristo? Preghiamo per loro: perché non siano tentati di chiudere le porte a Cristo e di aprirle a qualcun altro… per ottenere più potere, favori e privilegi.

Sapremo noi cristiani essere un “gregge” di cristiani adulti e responsabili, capaci di distinguere la voce di Cristo Pastore da quella di un “estraneo”, di un ladro e di un brigante? Sapremo “attraversare Cristo” per crescere giorno dopo giorno come suoi discepoli? Preghiamo per noi: perché non ci conformiamo all’andazzo del nostro tempo, diventando un gregge di pecoroni…


sabato 12 aprile 2014

"In cammino verso la Pasqua" di Fr. Egidio Palumbo


"LECTIO" DELLA SETTIMANA SANTA 
a cura di fr. Egidio Palumbo 
In cammino verso la Pasqua

1. Inizia la settimana santa, la “grande settimana”, la settimana più importante dell’anno liturgico, che ci conduce verso la Pasqua. Essa si apre con la Domenica delle Palme e della Passione del Signore. In questa domenica facciamo memoria-attualizzazione dell’ingresso solenne di Gesù a Gerusalemme (Mt 21,1-11), seduto su un’asina e un puledro, e non su un cavallo, perché il cavallo era utilizzato per la guerra. Gesù viene acclamato come il Re-Messia, colui che viene a visitarci nella mitezza e nella pace: per questo è seduto su un’asina e su un puledro. L’evangelista Matteo al riguardo ci ricorda la profezia di Zaccaria 9,9, combinata con Is 62,11, che Gesù porta a compimento, ovvero rende attuale con il suo vissuto: «Dite alla figlia di Sion [= la città di Gerusalemme]: Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma».

La mitezza e la pace di Gesù Messia, noi in questa domenica la esprimiamo anche portando le palme e i rami di olivo, affinché la sua mitezza e la sua pace diventino anche la nostra. Infatti:

— la palma è simbolo del martirio, di colui che ha dato testimonianza con il dono della vita, è simbolo del giusto (Sal 92,13: «il giusto fiorirà come palma»); e poiché dà frutti dolcissimi, i datteri (Ct 7,9), la palma è anche simbolo di colui che con la sua esistenza produce il dolcissimo frutto della Parola di Dio (Mt 13,23; Sal 119,103; Ez 3,3);

— i rami di olivo ci ricordano l’olio profumato con il quale il Messia fu unto da una donna nella casa di Betania, per esprimere la preziosità di una vita donata fino allo spreco (Mt 26,6-13; Mc 14,3-9; Gv 12,1-8); e ancora, ci ricordano l’olio simbolo della gioia (Sal 45,8), della compassione e della misericordia che cura le ferite (Lc 10,34) e toglie ogni ruggine.

2. E la mitezza e la pace di Gesù Messia si manifestano ancora di più in tutta la sua limpidezza nella narrazione del Vangelo della Passione del Signore (Mt 26-27), che è narrazione-annuncio dell’amore appassionato di Dio per l’umanità. È qui che Gesù, ancora una volta, mette in pratica, lui per primo, quanto aveva detto nel Discorso della Montagna (Mt 5-7) riguardo al rispetto dell’altro considerato come fratello, all’amore al nemico e alla nonviolenza. Infatti, rifiuta l’uso della spada per difendersi dall’arresto (Mt 26,52), perché la violenza richiama altra violenza; fa silenzio di fronte alle accuse ingiuste e pretestuose che gli vengono rivolte (Mt 26,63; 27,12.14); e, crocifisso ingiustamente, morendo non impreca contro i suoi uccisori, ma, emettendo l’ultimo respiro, dona lo Spirito (Mt 27,50; Gv 19,30).

3. Non va mai dimenticato che Gesù fu crocifisso fuori della città (Eb 13,12; Gv 19,20), come un terrorista, un criminale, affinché l’esecuzione capitale fosse vista da tutti come punizione esemplare e come deterrente. Eppure, paradossalmente, colui che dagli uomini è stato cacciato fuori della città, che è stato scartato come un criminale, Dio l’ha risuscitato e costituito Signore e lo ha posto a fondamento della comunità cristiana (At 4,11-12; 1Pt 2,4-6). Lo Scartato e il Trafitto è il Signore della Chiesa e del mondo.

Questo particolare va sempre ricordato, per non cedere alla tentazione di strumentalizzare il crocifisso a fini propagandistici di natura politica, religiosa e culturale, come spesso si tende a fare oggi, con il compiacimento di molti.

Noi cristiani, per primi, non possiamo permetterci di brandire il crocifisso come una clava contro gli altri, contro gli stranieri e gli immigrati, né di utilizzarlo come “simbolo di unità nazionale” (quasi fosse una bandiera), né tantomeno di esporlo a vanto del primato della nostra civiltà occidentale e come semplice ornamento estetico per il proprio corpo e le proprie case.

Il crocifisso, invece, è segno dell’amore appassionato di Dio per tutta l’umanità, nessuno escluso; è segno di una vita consegnata e donata fino allo spreco; è segno di nonviolenza, di compassione, di perdono, di riconciliazione e di pace vissuti nel Signore e non in nome di qualcun altro. Per questo i cristiani si inginocchiano davanti al Crocifisso, per questo lo indossano con devozione, per questo le chiese-edificio – simbolo della comunità che si raduna nel nome del Signore – sono costruite a forma di croce.

E se c’è un valore umano universale non negoziabile cui il crocifisso ci richiama è quello della solidarietà verso tutti coloro che sono cacciati fuori dalle nostre città, che sono scartati, emarginati e rifiutati dalla nostra società.
...

Leggi tutto: In cammino verso la Pasqua


domenica 3 novembre 2013

Vangelo di Luca 19,1 10 - Riflessione del Card. G. Ravasi


Vangelo di Luca 19,1-10 


Riflessione del Card. Gianfranco Ravasi

3 novembre 2013




“…Il verbo fondamentale  è cercare; cercare è anche il verbo dell’itinerario della Fede, di colui che non si accontenta di stare fermo, ma  si interroga e, come diceva quel grande pensatore credente che era Pascal: “Prima trovare, poi cercare”. In realtà colui che cerca è perché ha già trovato. ,,,"
 (Card. Ravasi)


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LA RIFLESSIONE INTEGRALE


domenica 26 maggio 2013

Commento al Vangelo di P. Alberto Maggi OSM -

Commento al Vangelo di P. Alberto Maggi OSM


 SS. TRINITA’
 26 maggio 2013

Vangelo: Gv 16,12-15


"Nel discorso di addio ai suoi Gesù dice: “Molte cose”, letteralmente “molto”, “ho ancora da dirvi”, quindi Gesù assicura che continuerà a parlare anche quando non ci sarà. La sua presenza nella comunità è una presenza reale ed è la presenza del maestro che insegna ai suoi.
“Ma per il momento non siete capaci di portarne il peso”. Perché Gesù dice questo? Perché può comprendere il messaggio di Gesù solo chi, come lui, è pronto al dono della propria vita per gli altri. E i discepoli ancora non sono arrivati a questo livello. .." (P. Alberto Maggi OSM)

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domenica 19 maggio 2013

Lectio del Vangelo della domenica a cura di fr. Egidio Palumbo


Lectio del Vangelo 
della domenica

a cura di 
fr. Egidio Palumbo
della Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME)


PENTECOSTE - anno C - 19-5-2013

1. Con la Pentecoste l’itinerario mistagogico del tempo pasquale volge al suo termine e nello stesso tempo raggiunge la sua pienezza. La Pentecoste, infatti, è il compimento della Pasqua, poiché è il dono dello Spirito, e lo Spirito porta a compimento la Pasqua. 

“Pentecoste”, lo sappiamo, significa “cinquanta giorni”: è una solennità liturgica che la Chiesa celebra a cinquanta giorni della Pasqua (prima lettura: At 1,1-11). In origine era una festa agricola – festa delle mietitura o delle settimane – per ringraziare Dio dei frutti della terra, poiché la terra è dono Suo. In seguito divenne la festa della rinnovazione dell’Alleanza e quindi del dono della Torah, donato come insegnamento, orientamento, guida di vita per il popolo di Dio. 

I cristiani hanno recepito da Israele il valore di questa festa, rivivendola alla luce della Pasqua del Signore Gesù. Per i cristiani la Pentecoste celebra il dono dello Spirito: questi è il frutto più bello e più vero della Pasqua, è il nostro Maestro Interiore che ci orienta e ci guida nel discernimento e ci insegna a camminare sulle vie del Vangelo e sulle vie di Gesù. 


2. La pagina del vangelo (Gv 14,15-16.23b-26) – un breve passaggio del grande discorso testamentario di Gesù nell’Ultima Cena – indica le due funzioni dello Spirito che Gesù promette ai suoi discepoli: 

insegnare, ovvero aiutare ad assimilare il vangelo di Gesù e il suo stile di vita; 

ricordare, ovvero aiutare ad attualizzare nel nostro oggi il vangelo di Gesù, far sì che la Parola di Gesù diventi nella vita dei credenti una Parola viva che risuoni e parli nell’oggi della storia. 

Lo Spirito, detto qui il Paraclito, cioè “colui che è chiamato a stare accanto”, aiuta ad interiorizzare in noi la presenza di Gesù, affinché ogni cristiano – come dicevano i padri della chiesa nelle loro catechesi mistagogiche – diventi realmente “un altro Cristo”. Perciò l’apostolo Paolo (seconda lettura: Rm 8,8-17) ci ricorda che lo Spirito Santo, donandoci lo Spirito di Cristo, ci libera da ogni forma di egocentrismo – il «dominio della carne» – e ci costituisce figli nel Figlio, persone che imparano a vivere secondo lo stile di vita di Gesù.
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domenica 12 maggio 2013

Lectio del Vangelo della domenica a cura di fr. Egidio Palumbo




Lectio del Vangelo 
della domenica

a cura di 
fr. Egidio Palumbo
della Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME)


ASCENSIONE DEL SIGNORE - anno C - 12-5-2013


1. L’itinerario mistagogico volge alle sue ultime tappe. Con la solennità dell’Ascensione e della Pentecoste la Chiesa si sofferma a contemplare due aspetti dell’unico e indivisibile Mistero Pasquale: la Signoria di Cristo Sacerdote (Ascensione), il dono dello Spirito Santo (Pentecoste). La Chiesa scandisce in tempi liturgici ciò che è avvenuto in un sol giorno: nel giorno della Risurrezione. È ancora una volta l’esigenza mistagogica di ritornare a riflettere e contemplare con calma e attenzione l’immensa ricchezza del Mistero Pasquale per rapportarla alla vita cristiana, che induce la Chiesa a scandire in tempi liturgici (e non cronologici) l’Ascensione del Signore quaranta giorni dopo la Risurrezione (At 1,3), la Pentecoste cinquanta giorni dopo la Risurrezione (At 2,1). 

L’evangelo dell’Ascensione per questo “Anno C” è tratto da Lc 24,46-53. Come si può facilmente notare, se leggiamo l’intero cap. 24, siamo sempre nel Giorno della Risurrezione, un giorno pieno di eventi, dove protagonista è il Risorto, perché è Lui che prende l’iniziativa. L’Ascensione sottolinea un aspetto che qualifica la condizione del Risorto e nello stesso tempo un aspetto importante che qualifica anche la vocazione del popolo di Dio rinato dalla Pasqua. 



2. L’evento dell’Ascensione, preceduto dalla promessa del dono dello Spirito, ci manifesta Gesù mentre “viene portato su” (Lc 24,51) oppure “è sollevato” (At 1,9) verso il Padre: i verbi sono al passivo, per dire che non c’è una specie di “auto-sollevamento” da parte di Gesù, no, Lui ancora una volta come Figlio si consegna (cf. Lc 23,46) al Padre, pone la sua vita nelle mani del Padre. E il Padre lo accoglie e lo pone “alla sua destra” costituendolo – quel Figlio che è stato rifiutato e scartato dagli uomini (cf. Sal 118,22; 1Pt 2,7) – Signore della storia (salmo responsoriale: Sal 47), punto di riferimento stabile per il mondo e fondamento irrinunciabile per la sua Chiesa. 

La Signoria del Risorto non è una sorta di “rivincita” di Dio. Al contrario, è un atto gratuito di amore da parte sua: non a caso per Luca l’Ascensione avviene a Betania che probabilmente significa “casa della misericordia”. Ecco: nella sua misericordia il Padre ci ridona il Figlio come il Senso pieno e autentico della vita umana, perché il Figlio Risorto è Signore nel servizio, è Signore perché inviandoci il suo Spirito continua a stare accanto a noi, si fa ancora nostro fratello, nostro amico, nostro compagno di viaggio. 

È ponendosi con questo stile che il Risorto costruisce il Regno di Dio nella storia degli uomini. Non siamo noi, con i nostri criteri tutti mondani e autoritari di signoria e di potere – a stabilire i tempi, i momenti e le modalità della ricostituzione del Regno di Dio, ma spetta al Padre (prima lettura: At 1,1-11): è Lui che nel Figlio Risorto stabilisce i tempi e le modalità. A noi spetta adorare il Signore Risorto (Lc 24,52), ovvero amarlo, assimilare il suo stile di vita e testimoniarlo «fino ai confini della terra». 


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domenica 5 maggio 2013

Lectio del Vangelo della domenica a cura di fr. Egidio Palumbo



Lectio del Vangelo 
della domenica

a cura di 
fr. Egidio Palumbo
della Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME)


VI DOMENICA di PASQUA - anno C - 5-5-2013

La nostra esistenza dimora della Trinità
1. L’itinerario mistagogico del tempo pasquale di questa domenica (Gv 14,23-29) si sofferma a considerare come secondo frutto della Pasqua – siamo infatti ancora nel contesto del grande discorso testamentario che Gesù fa nella cena pasquale – l’edificazione della nostra esistenza come abitazione stabile di Dio Trinità: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23). Gesù, prima di andare al Padre, ci lascia quest’altra consegna che ancora una volta impegna la nostra responsabilità di cristiani maturi in umanità e nella fede. 

Vediamo più da vicino che cosa comporta. 

2. Diventare dimora stabile della Trinità non è un fatto naturale e automatico, ma scaturisce dalla nostra fedeltà all’amore del Signore e dalla nostra attenzione e cura a custodire la sua Parola. Perciò Gesù ci dice: 

«Se… »: dentro questo “se” c’è tutta la sua volontà di lasciarci liberi di scegliere, senza costrizione o ricatti. 

«… uno mi ama»: è la scelta dell’amore fedele, incondizionato, gratuito che qualifica la relazione di profonda comunione con Lui. Bisogna notare che Gesù sta rispondendo a Giuda, non l’Iscariota (sarebbe Giuda fratello di Giacomo o Giuda Taddeo) il quale gli domanda perché si manifesta ai discepoli e non al mondo (Gv 14,22). Questa domanda riprende la forte sollecitazione che era stata fatta a Gesù dai suoi famigliari in Gv 7,4, i quali volevano che manifestasse al mondo le sue opere, non di nascosto, ma pubblicamente, così sarebbe stato pubblicamente riconosciuto, avrebbe avuto un grande consenso e riscosso un grande successo. Ebbene, Gesù non cerca il consenso e il successo, cerca una relazione di comunione profonda, non cerca simpatizzanti, sostenitori e militanti, ma cerca discepoli e fratelli...



domenica 28 aprile 2013

Lectio del Vangelo della domenica a cura di fr. Egidio Palumbo




Lectio del Vangelo 
della domenica

a cura di 
fr. Egidio Palumbo
della Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME)


V DOMENICA di PASQUA - anno C - 28-4-2013

Il comandamento dell'amore reciproco

1. L’itinerario mistagogico del tempo pasquale a partire da questa domenica si sofferma a considerare i frutti della Pasqua. 

Il primo frutto è l’amore vicendevole che qualifica la vita dei discepoli del Signore (Gv 13,31.34-35). È un amore che chiede di essere vissuto nella prospettiva pasquale: morire a noi stessi per rinascere a vita nuova. Non è un caso, infatti, che il contesto più immediato della pagina evangelica è la cena pasquale di Gesù (Gv 13,1-2), quella che noi chiamiamo “l’ultima cena”, ma “ultima” non in senso cronologico bensì escatologico e mistico, ovvero la cena che anticipa qui e ora la venuta del Regno di Dio, il giorno della piena fraternità, della piena comunione tra noi e Dio, tra di noi fratelli e sorelle nelle fede e tra noi e tutti i fratelli e le sorelle in umanità. 

Ma la pagina evangelica è inserita anche in un contesto più ampio: quello del grande discorso (Gv 13,31-16,33). – qui nei vv. 31.34-35 all’esordio – in cui Gesù trasmette il suo testamento, consegna ai discepoli e a tutti i credenti la sua eredità. Quindi l’amore vicendevole è la consegna ai cristiani dell’eredità di Gesù, eredità che, se accolta e vissuta, anticipa già qui in terra i tempi nuovi e futuri, ovvero la comunione tra noi e Dio e di tutta l’umanità. 

Ma in che modo Gesù ci consegna questa preziosa ed impegnativa eredità?



domenica 21 aprile 2013

Lectio del Vangelo della domenica a cura di fr. Egidio Palumbo



Lectio del Vangelo 
della domenica

a cura di 
fr. Egidio Palumbo
della Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME)


IV DOMENICA di PASQUA - anno C - 21-4-2013

Seguire Cristo Pastore Agnello, umile e povero

1. L’itinerario mistagogico del tempo pasquale di questa domenica si sofferma sulla presenza di Cristo Pastore Agnello (Gv 10,27-30). La liturgia ci propone pochi versetti che concludono un discorso già iniziato a partire da Gv 10,1, dove emergono gli aspetti caratterizzanti del Pastore Agnello. 

2. Volendo meditare solo su Gv 10,27-30 ci sembra importante evidenziare la mano del Pastore Agnello: non è mano che opprime, che schiaccia, che rapisce, che si appropria indebitamente, che trascina con forza e violenza i credenti (le pecore); no, è invece mano che si prende cura dei credenti, che li sorregge, li sostiene, li guida, li orienta nel cammino, a volte li corregge quando i credenti devìano dal sentiero tracciato. 

Questa “sensibilità” della mano a Cristo Pastore gli viene dal fatto che egli è nello stesso tempo anche Agnello, ovvero dona la vita per i credenti e per tutta l’umanità (Gv 10,11.17; seconda lettura: Ap 7,9.14-17). 

Inoltre, gli viene dal fatto che la sua mano manifesta la mano amorevole del Padre, il quale, proprio perché ama il Figlio, gli ha donato i credenti e li ha posti nella sua mano (Gv 3,35) perché iniziassero a gustare già qui sulla terra la vita eterna, il senso vero e pieno della vita (Gv 17,2); e non solo i credenti ma tutto il Padre gli ha donato nelle sue mani (Gv 13,3). Sì, la mano del Figlio Pastore Agnello esprime in modo eloquente la relazione di comunione di amore tra lui e il Padre. D’altronde egli dice: «Io e il Padre siamo uno» (Gv 10,30). «Uno» vuol dire comunione profonda tra due che rimangono tali e che non si confondono, cioè il Padre e il Figlio; vuol dire vivere un’esistenza unificata e non sdoppiata: infatti, il Figlio agisce ascoltando il Padre (Gv 8,26.55; 15,15) e facendo le opere del Padre (Gv 5,19-20)...


domenica 14 aprile 2013

Lectio del Vangelo della domenica a cura di fr. Egidio Palumbo



Lectio del Vangelo 
della domenica

a cura di 
fr. Egidio Palumbo
della Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME)


III DOMENICA di PASQUA - anno C - 14-4-2013

La sapienza dell’amore: la vera forza dell’evangelizzazione

1. L’itinerario mistagogico del tempo pasquale ci fa accostare ad un’altra pagina evangelica che narra della terza manifestazione del Risorto ai discepoli (Gv 21,1-19). È una pagina che apre una prospettiva: mentre in Gv 20,19-29 – il vangelo della domenica scorsa – i discepoli sono “chiusi” in un luogo, qui invece sono “usciti fuori” a contatto con la vita quotidiana, con il mondo e la storia, rappresentati simbolicamente dal mare (Gv 21,1), “il mare della vita”… Dalla pagina del vangelo, allora, ci sentiamo porre questa domanda: come vivere nel mondo da “figli della risurrezione”? E come evangelizzare il mondo e la storia? 

2. Si diceva che i discepoli riprendono il contatto con gli altri, con la vita quotidiana, con il mondo, con la storia (= il “mare”). Nel mondo trovano persone perbene, oneste, generose, aperte, accoglienti…, ma anche persone arroganti, violente, egoiste, eccentriche, ingiuste… È interessante la denominazione del lago/mare che l’evangelista annota: «mare di Tiberiade». Assieme all’omonima città che dà sul lago, tale denominazione è il segno di ossequio e di sottomissione che era stato dato dall’imperatore di Roma, il “divino” Tiberio Cesare, che con il suo esercito e i suoi governatori dominavano con brutale violenza e arroganza la Palestina. 

La comunità dei discepoli del Risorto vive a contatto con questa realtà, con questo mondo. Della comunità sono menzionati sette discepoli, un modo per dire, con il numero sette, che è una comunità perfetta, ben organizzata, con all’interno persone autorevoli: prima Simon Pietro, poi Tommaso, Natanaele, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Ed è una comunità impegnata nell’evangelizzazione, cioè a realizzare la sequela di Gesù che li aveva chiamati a diventare «pescatori di uomini» (Mt 4,19): «Disse loro Simon Pietro: “Io vado a pescare”. Gli dissero: “Veniamo anche noi con te”» (Gv 21,3). «Ma – annota l’evangelista – quella notte non afferrarono nulla». È il fallimento dell’evangelizzazione. 

Invece, quando obbediscono a ciò che Gesù Risorto, in quel momento a loro sconosciuto, gli aveva comandato, l’evangelizzazione dà i suoi frutti abbondanti (Gv 21,4-8). 

3. Che cosa è avvenuto? Perché la prima è fallita, mentre la seconda ha portato frutti?



domenica 7 aprile 2013

Lectio del Vangelo della domenica a cura di fr. Egidio Palumbo



Lectio del Vangelo 
della domenica

a cura di 
fr. Egidio Palumbo
della Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME)


II DOMENICA di PASQUA - anno C - 7-4-2013

Crescere come Corpo donato del Signore

1. Siamo nel tempo pasquale. Esso ha avuto inizio con il Giorno della Risurrezione del Signore, il quale viene caratterizzato, letteralmente, come “l’uno dei sabbati” (Gv 20,1), vale a dire: come un giorno nuovo che si aggiunge ai sette giorni della settimana, ovvero il giorno ottavo (Gv 20,26). 
Chi l’ha fatto questo giorno nuovo? Afferma il Sal 118,24, ripreso dalla liturgia del tempo pasquale, «questo è il giorno che ha fatto il Signore» (salmo responsoriale di questa domenica). Il Giorno della Risurrezione è un Giorno Nuovo, perché è il Giorno Ottavo, cioè il “Giorno senza tramonto”, “il Giorno che non ha fine”, e per questo è il Giorno che racchiude e contiene in sé i sette giorni della settimana. D’ora in poi il cristiano è chiamato a vivere gli altri giorni della settimana alla luce del Giorno Nuovo, dell’Giorno Ottavo della Risurrezione, a viverli cioè come “figlio della luce” (cf. Gv 12,36; 1Ts 5,5; Ef 5,8), come “figlio della Risurrezione” (Lc 20,36 e parall.) 
Il tempo pasquale, allora, pur se composto di cinquanta giorni, in realtà dalla liturgia è vissuto come se fosse un giorno solo, cioè il Giorno Ottavo della Risurrezione del Signore. E infatti, in questo tempo, di giorno in giorno, di domenica in domenica, sentiamo forte la presenza dell’Ottavo Giorno, del Giorno Nuovo “fatto dal Signore” (non va dimenticato che la Domenica è per noi cristiani il Settimo Giorno ma nel contempo è l’inizio dell’Ottavo Giorno). Per questo, nella tradizione viva e più genuina della Chiesa, il tempo pasquale è considerato tempo di mistagogia; vale a dire: si ritorna in vario modo, giorno dopo giorno, domenica dopo domenica, all’evento della Risurrezione del Signore e lo si approfondisce in rapporto alla vita cristiana personale ed ecclesiale, e alla storia che viviamo. 

2. La pagina del vangelo di questa domenica, la seconda dopo Pasqua, ci narra della presenza viva e centrale del Risorto nella comunità cristiana (Gv 20,19-31). Noi non sappiamo dire in che modo è risorto Gesù. Al riguardo possiamo soltanto dire, secondo la testimonianza degli apostoli, che «Dio l’ha risuscitato» (At 2,32), che egli è risuscitato secondo la parola ispirata e profetica delle S. Scritture (cf. Lc 24,45-46; 1Cor 15,3-4). 
Possiamo, invece, dire con abbondanza di particolari significativi (non effimeri o “visionistici”) – sempre a partire dalla testimonianza della apostoli – della sua presenza viva, reale ed efficace nella vita della Chiesa, nella vita personale dei credenti e nella storia umana. L’evento della Risurrezione di Gesù, infatti, non riguarda soltanto la sua persona, ma riguarda anche le nostre persone con Lui, riguarda cioè il nostro risorgere con Lui (cf. Rm 6,4-11; 1Cor 15) sin da adesso, sin da questa nostra vita mortale in cammino nella storia come “figli della risurrezione” per incontrare Lui faccia a faccia nella pienezza dell’Ottavo Giorno. Di questo ci vuol parlare il vangelo di questa domenica...