Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



domenica 26 maggio 2019

Nasce inParrocchia, l’app dedicata alla vita delle parrocchie italiane


Nasce inParrocchia,
l’app dedicata alla vita delle parrocchie italiane



Fondazione Terra Santa e Touchware hanno sviluppato un’applicazione che consente di seguire e gestire con lo smartphone le iniziative della propria parrocchia



Conoscere tempestivamente tutte le iniziative della propria parrocchia, leggere il bollettino parrocchiale, ricevere gli avvisi in tempo reale, rimanere costantemente aggiornati sugli orari delle Messe e delle diverse celebrazioni dell’anno liturgico, partecipare alle chat dedicate alla vita della comunità. Da alcuni giorni tutto questo è possibile grazie a “inParrocchia”, la nuova App dedicata alle parrocchie italiane e ideata come una nuova “risorsa di comunione”, un vero canale di comunicazione creato su misura per le esigenze della parrocchia.

App disponibile su Google Play e su Apple Store

L’applicazione è stata realizzata da Fondazione Terra Santa con il partner tecnologico Touchware ed è disponibile da lunedì su Google Play e su Apple Store in download gratuito per tutti gli utenti. In pratica, quando il parroco di una singola parrocchia avrà aderito al servizio attraverso il nuovo sito inparrocchia.com, sarà possibile caricare e rendere visibili a tutti i fedeli che avranno scaricato la App i contenuti specifici di quella parrocchia, attraverso l’accesso ad una piattaforma editoriale online dedicata. Tutto in modo semplice e intuitivo, garantiscono gli sviluppatori della App.

App ideata da Fondazione Terra Santa

La Fondazione Terra Santa ha voluto raccogliere la sfida lanciata dalla Chiesa cattolica che ha sollecitato e incoraggiato un utilizzo consapevole, creativo e innovativo dei nuovi media e dei social network. Di fatti nel recente messaggio per la prossima Giornata delle Comunicazioni sociali che si celebrerà il 2 giugno 2019, Papa Francesco ha ricordato che “la rete è una risorsa del nostro tempo. È una fonte di conoscenze e di relazioni impensabili”.

Strumento per curare la vita di comunità

Tutte le parrocchie italiane possono pertanto realizzare in modo semplice la propria App e renderla da subito disponibile gratuitamente a tutti i fedeli. La nuova App si presenta come uno strumento potente e diretto per l’evangelizzazione e la cura della comunità, particolarmente adatta per rimanere in contatto con i fedeli per tutta la settimana, prolungando il momento di festa della domenica.

Contenuti dedicati alla Terra Santa

La App promossa da Fondazione Terra Santa, della Custodia francescana di Terra Santa, consentirà inoltre di vivere una particolare vicinanza ai Luoghi Santi, conoscere le attività della Custodia e sostenere le “pietre vive”, i cristiani locali che abitano quei luoghi. Saranno infatti disponibili per tutti gli utenti dei contenuti aggiuntivi dedicati ai Luoghi Santi, editoriali, pellegrinaggi, notizie e pubblicazioni significative.

Sei parrocchie hanno già aderito

Per sapere come nasce l’idea di questa applicazione e quali saranno i suoi utilizzi più immediati e futuri, VaticanNews ha intervistato Alberto Porro, membro della Fondazione Terra Santa:

R. – Innanzitutto, parte dalla constatazione che oggi la maggior parte delle persone normalmente accede alle informazioni attraverso lo smartphone. Quindi è evidente che il cellulare è diventato un media, un canale di comunicazione privilegiato. Dipende poi da cosa ci metti. Usare questo canale privilegiato per arrivare direttamente alle singole persone di una comunità e tenerle insieme in questo modo è l’idea semplice, anche considerando il fatto che per esempio i siti internet che negli anni Novanta sono esplosi – quelli parrocchiali – in realtà sono o poco frequentati oppure non aggiornati. Insomma, la gente non ci va perché ha il cellulare. Quindi da qui nasce l’idea, e allora ci siamo chiesti: “Perché non provare ad immaginarci un servizio che tenga unita la comunità per tutta la settimana e che permetta di comunicare e di parlare”? E da qui è nata l’idea dell’App InParrocchia: si chiama così l’applicazione che si può scaricare dagli Store Android e iOS.

Quali servizi offre questa App? Ci sono le iniziative di un’intera comunità…

R. – Esattamente. Tu entri e tutti possono vedere cosa c’è nell’applicazione, perché se scaricate l’App gratuitamente dall’App Store o da Google Play, potete vedere l’elenco delle parrocchie, ma soprattutto c’è una parrocchia che si chiama “parrocchia demo”. Si va lì, ci si registra come se fosse un parrocchiano, e si vede quali sono i servizi interni. Comunque, sostanzialmente ci sono gli avvisi, cioè tutto quello che normalmente ci sentiamo dire alla fine della Messa o in fondo alla Chiesa dove c’è il classico notiziario. Poi c’è il bollettino parrocchiale, quello che il parroco fa sempre, e lì dentro tu puoi averlo a disposizione. In più ci sono gli eventi: puoi creare un evento, decidere quando pubblicarlo, mandare delle notizie per ricordarlo a tutti. Ci sono poi delle chat: si possono fare delle discussioni. Nel prossimo rilascio che faremo tra due mesi ci saranno due cose importanti aggiuntive. La prima è che si potranno fare le chat per singoli gruppi, e non tutti che vedono tutto. La seconda è che ci sarà un 'bottone' che serve per fare un’offerta alla parrocchia. Io, se voglio decidere che dò due euro al mese alla mia parrocchia, lo posso fare. Questi sono i servizi principali, oltre alle Letture del giorno, le Letture bibliche, il Santo del giorno, le informazioni dalla Terra Santa. Perché questa App nasce dalla fondazione Terra Santa della Custodia francescana di Gerusalemme, per tenere viva l’attenzione sui luoghi santi e sulle comunità cristiane che sono in quei luoghi.

In pratica è il parroco che deve creare questa comunità aderendo all’App e poi invita i parrocchiani a scaricarla. È così?

R. - È proprio così. Il parroco, o chi per lui incaricato dal parroco, va sul sito inparrocchia.com dove c’è scritto “Abbonamenti”, e deve scegliere una formula di adesione. Per i parrocchiani è gratuito; per il parroco c’è un canone, mensile o annuale. Il canone annuale corrisponde circa a 16 euro al mese, che è una cifra irrisoria. Una volta che poi il parroco ha aderito e noi gli abbiamo mandato le credenziali, lui rende visibile la sua parrocchia e dirà in chiesa, anche aiutato dai cartelli che noi gli manderemo e dei volantini che metterà sulle panche: “Cari fedeli, da oggi la nostra parrocchia ha una propria applicazione. Andate sugli Stores, scaricatela e registratevi”. A quel punto tutti vedranno i contenuti della parrocchia. C’è una parrocchia che è stata la prima, Sant’Anselmo da Baggio di Milano, che ha già aderito: sono almeno otto le parrocchie che hanno aderito in questa settimana. Voi potete cercare Sant’Anselmo da Baggio, Milano; iscrivervi come foste un parrocchiano perché tanto è possibile farlo, e vedere cosa don Giuseppe Nichetti ha già fatto e sta facendo con questa applicazione.

Ecco, ricordando che comunque poi l’incontro in carne ed ossa in parrocchia, le Liturgie e le celebrazioni, rimangono un punto centrale della vita parrocchiale, che questa App può alimentare…

R. – Senz’altro. Ricordo il messaggio per la Giornata delle Comunicazioni del 2 giugno di Papa Francesco che è bellissimo da questo punto di vista, e che dice esattamente questo. La comunità è fatta di carne ed ossa, di persone e di relazioni. Se però – dice lui – la Rete aiuta questa relazione, è una potenza formidabile. Noi abbiamo solo preso alla lettera questa cosa e vogliamo cercare di dare uno strumento a tutte le parrocchie e le comunità italiane.
(fonte: Vatican news articolo di Marco Guerra 26/05/2019)


Per saperne di più visita il sito inparrocchia.com

Vedi anche il post 




LA VIOLENZA DEI PADRI DI OGGI di Massimo Recalcati

LA VIOLENZA DEI PADRI DI OGGI
di Massimo Recalcati






Abbiamo conosciuto tutti, nel tempo dove ancora dominava l’ideologia patriarcale, la violenza disciplinare del padre-padrone. Il suo mezzo era sadico, il suo fine pedagogico: moralizzare la vita del figlio. I terribili delitti di cui si sono recentemente macchiati diversi padri nei confronti dei loro piccoli figli inermi non appartengono però più a questo paradigma. 
Un padre è tenuto a sopportare l’angoscia dei figli o di quella che la vita dei figli può suscitare.
In generale il compito dei genitori è quello di sopravvivere all’angoscia “dei” figli o “per” i figli.
In questi passaggi all’atto atroci incontriamo invece la totale incapacità dei padri di sopportare questa angoscia, di sopportare il grido “naturalmente” inquieto della vita del figlio.
I protagonisti di questi crimini efferati non sono, dunque, padri anche se sono i genitori naturali della vita dei loro figli. Essi non sono padri perché non hanno assunto la responsabilità illimitata che comporta ogni paternità: accogliere e sostenere la vita del figlio, sopportarne l’angoscia. Ma, ancora più precisamente, questi padri non sono padri perché sono ancora figli; figli incapaci di sopportare la minima frustrazione. Non sono padri perché sono solo genitori biologici, cosiddetti eterosessuali, ovvero naturali, che non hanno però mai fatto davvero il passo simbolico della paternità e della responsabilità che questo passo comporta. Per questo possono, anziché proteggerne la vita, trasmettere la morte ai loro figli. Non più però come accadeva nel tempo del padre-padrone folle che nel Novecento spingeva i suoi figli alla morte gloriosa nel nome della Causa.
Questi nuovi padri insofferenti, o, meglio, questi nuovi figli-padri, annientano la vita del figlio più semplicemente, come fosse il fastidio di una mosca o di un rumore molesto che disturba impunemente il loro sonno pacifico. La loro violenza sconcertante è sorella della loro più inaudita fragilità. Nessuna epoca come la nostra ha mai dedicato così tanta cura e attenzione al bambino, ai suoi bisogni e ai suoi desideri. L’antropologia parla addirittura di una “mutazione” fondamentale intervenuta negli ultimi decenni: mentre nel tempo del patriarcato era il bambino che doveva adattarsi alle leggi simboliche della famiglia, oggi pare che siano le leggi simboliche della famiglia a doversi piegare di fronte ai capricci anarchici del bambino. Tuttavia, la serie recente di questi delitti ci confronta con un’altra faccia della stessa verità: i padri contemporanei sono figli fragili, egoisti, spaventati, concentrati solo su se stessi, incapaci di un’autentica donazione.
L’esito di questa fragilità — come insegna la clinica della famiglia contemporanea — è, innanzitutto, l’abdicazione a sostenere il peso dell’educazione dei propri figli. Questa abdicazione è la matrice comune del fenomeno del “bambino re” che piega le leggi della sua famiglia alle leggi del suo capriccio e di quei genitori che, calpestando la loro funzione simbolica, aggrediscono i loro figli anziché tutelarne la vita. Ecco apparire in tutta evidenza un paradosso del nostro tempo: da una parte i figli comandano sui genitori, dall’altra i genitori possono mostrare una radicale insofferenza alla loro esistenza, all’irregolarità naturale della loro vita. Lo vediamo, pur senza i toni traumaticamente brutali di questi crimini efferati, ovunque: smarriti nella loro funzione educativa, l’esigenza impellente che i genitori rivolgono agli educatori (insegnanti, psicologi, pedagogisti) è quella di rendere il proprio figlio normale, di sedare, in altre parole, l’irrequietezza “naturale”, della sua vita, di calmare il suo pianto, di dormire in pace.

(Fonte: La Repubblica - 26.05.2019)

Guarda anche il post già pubblicato:

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - VI Domenica di Pasqua – Anno C





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)







Preghiera dei Fedeli

VI Domenica di Pasqua / Anno C

26 maggio 2019 



Colui che presiede

Fratelli e sorelle, dopo aver accolto con sincera gratitudine la Parola che Dio oggi ha voluto rivolgere ad ognuno di noi, rispondiamo ad essa innalzando al Padre le nostre preghiere e le nostre intercessioni ed insieme diciamo:

R/ Donaci la tua pace, o Dio nostro Padre

Lettore

- Tu, o Padre, hai promesso di inviare ai tuoi discepoli il dono dello Spirito del tuo Figlio Gesù come maestro interiore. Dona coraggio e capacità di rischio alla tua Chiesa, perché lasciandosi guidare dal vento di questo maestro, sia pronta ad uscire da un clericalismo mortificante per aprirsi all’esperienza sinodale, come cammino comune di tutti i battezzati per portare al mondo il lieto annunzio del Regno di Dio. Preghiamo.

- Ti affidiamo, o Padre, i ragazzi e le ragazze che in queste domeniche fanno l’esperienza della prima comunione. Fa’ che questo momento possa essere per loro e per i loro familiari una vera scoperta del vero senso da dare alla propria esistenza, avendo ben compreso che senza gli altri non possiamo accostarci al Corpo del Signore, che è Presenza di comunione e di accoglienza. Preghiamo.

- Ricordati, o Padre, di tutti i popoli e delle loro attese. La tua pace ed il dono dello Spirito del tuo Figlio Gesù scenda su ognuno di essi, perché sia loro possibile vivere un’esistenza veramente umana. In modo particolare ti vogliamo affidare il popolo dello Yemen, il cui dramma non fa notizia ed allo stesso tempo ti vogliamo pregare per la Libia, ormai dimenticata, ma così frantumata, disumana e violenta. Preghiamo.

- Ricordati, o Padre, di quanti sono alla ricerca di una nuova patria e diventano facile preda dei trafficanti. Ti affidiamo tutti coloro che hanno perso il posto di lavoro e la propria dignità. Custodisci ed accompagna quanti hanno terminato la propria formazione e si preparano a svolgere una loro attività. Ricordati anche di noi, perché possiamo crescere ancora di più come discepoli del tuo Figlio Gesù, affinché facciamo del comandamento dell’amore, l’asse portante della nostra vita e delle nostre relazioni. Preghiamo.

- Davanti a te, o Dio Trinità, ricordiamo i nostri parenti e amici defunti; ricordiamo le vittime della mafia, della droga, dell’alcool e dell’usura. Accogli tutti nella Gerusalemme celeste dove risplende la presenza luminosa di Cristo Agnello e Pastore. Preghiamo.

Colui che presiede

O Padre, accogli le intercessioni della tua Chiesa in preghiera: sostieni con il tuo abbraccio paterno le nostre fragilità e aiutaci a vivere nel tuo amore e alla luce della tua Parola. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore. AMEN.


"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 29/2018-2019 (C) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo:  
Gv 14,23-29 


Il tema principale, collante di tutto il brano, è il verbo amare (agapào), che descrive la relazione profonda che c'è fra Gesù e il Padre e viceversa, e quella dei discepoli con Gesù. L'amore per Gesù ci consente finalmente di entrare nella Nuova ed Eterna Alleanza, stipulando un rapporto con il Padre fondato non più sull'osservanza di una legge ma solo sull'amore. Amare Gesù è il cuore pulsante della nostra fede, il pieno compimento dello Shemà Israel (Dt,6,5). Solamente  dopo aver sperimentato quanto Gesù ci ama, saremo in grado anche noi di amarlo. E amare, concretamente, significa ascoltare, accogliere e vivere la sua Parola ascoltando, accogliendo e amando i fratelli. Se realmente lo amiamo, lui assicura che non ci lascerà soli, perché farà la sua dimora in mezzo a noi e in noi. 
" Infatti chi ama osserva la Parola dell'amato, dimora con,  presso e in lui: per questo lo vede, vive di lui e lo conosce "(cit.). Gesù non ci abbandona, ma ci lascia il suo Spirito che è pace e gioia, senso autentico della sua venuta tra noi. Se ci amiamo tra di noi così come Gesù ci ama anche noi diveniamo, mediante il suo Spirito, tempio vivente della santità di Dio, Luogo Santo della sua Shekinà. E' il dono ultimo di un Dio che ci ha amati fino a dare la sua vita e che, per mezzo del suo Spirito d'Amore, vuole abitare nel cuore di tutti  i suoi figli perché possa, finalmente, essere "tutto in tutti" ( 1Cor 15,28).


sabato 25 maggio 2019

"Si ama Gesù dandogli tempo e cuore" di p. Ermes Ronchi - VI Domenica di Pasqua – Anno C

Si ama Gesù dandogli tempo e cuore

Commento
 VI Domenica di Pasqua – Anno C

Letture:  Atti 15,1-2.22-29; Salmo 66; Apocalisse 21, 10-14. 22-23; Giovanni 14, 23-29

In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi (...)

Se uno mi ama, osserverà la mia parola. «Se uno ama me»: è la prima volta nel Vangelo che Gesù chiede amore per sé, che pone se stesso come obiettivo del sentimento umano più dirompente e potente. Ma lo fa con il suo stile: estrema delicatezza, rispetto emozionante che si appoggia su di un libero «se vuoi», un fondamento così umile, così fragile, così puro, così paziente, così personale. Se uno mi ama, osserverà... perché si accende in lui il misterioso motore che mette in cammino la vita, dove: «i giusti camminano, i sapienti corrono, ma gli innamorati volano» (santa Battista Camilla da Varano). L'amore è una scuola di volo, innesca una energia, una luce, un calore, una gioia che mette le ali a tutto ciò che fai. 

«Osserverà la mia parola». Se arrivi ad amare lui, sarà normale prendere come cosa tua, come lievito e sale della tua vita, roccia e nido, linfa e ala, pienezza e sconfinamento, ogni parola di colui che ti ha risvegliato la vita. La Parola di Gesù è Gesù che parla, che entra in contatto, mi raggiunge e mi comunica se stesso. Come si fa ad amarlo? Si tratta di dargli tempo e cuore, di fargli spazio. Se non pensi a lui, se non gli parli, se non lo ascolti nel segreto, forse la tua casa interiore è vuota. Se non c'è rito nel cuore, se non c'è una liturgia nel cuore, tutte le altre liturgie sono maschere del vuoto.

E noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.
Verremo. Il Misericordioso senza casa cerca casa. E la cerca proprio in me. Forse non troverà mai una vera dimora, solo un povero riparo, una stalla, una baracca. Ma Lui mi domanda una cosa soltanto, di diventare frammento di cosmo ospitale. Casa per le sue due promesse: lo Spirito e la pace.

Lo Spirito: tesoro che non finisce, sorgente che non tace mai, vento che non posa. Che non avvolge soltanto i profeti, le gerarchie della Chiesa, i grandi personaggi, ma convoca tutti noi, cercatori di tesori, cercatrici di perle: «il popolo di Dio per costante azione dello Spirito evangelizza continuamente se stesso» (Eg 139), Parole come un vento che apre varchi, porta pollini di primavera. Una visione di potente fiducia, in cui ogni uomo, ogni donna hanno dignità di profeti e pastori, ognuno evangelista e annunciatore: la gente è evangelizzata dalla gente. 

Vi lascio la pace, questo miracolo fragile continuamente infranto. Un dono da ricercare pazientemente, da costruire “artigianalmente” (papa Francesco), ciascuno con la sua piccola palma di pace nel deserto della storia, ciascuno con la sua minima oasi di pace dentro le relazioni quotidiane. Il quasi niente, in apparenza, ma se le oasi saranno migliaia e migliaia, conquisteranno e faranno fiorire il deserto.


PER UNA CITTÀ' A MISURA DI SGUARDO - Don Tonio Dell'Olio (VIDEO INTEGRALE)

PER UNA CITTÀ' A MISURA DI SGUARDO 
Don Tonio Dell'Olio 
(VIDEO INTEGRALE) 

Giovedì 9 maggio alle ore 20 presso il Santuario Basilica della Madonna delle Grazie di Modica, su iniziativa della Caritas Diocesana, si è tenuto un momento in cui saranno sintetizzati i cammini di aiuto ai poveri per promuovere "ripartenze" e di attenzione alle povertà educative. Dopo una breve presentazione da parte del referente della rete di aiuto, Christian Modica, è intervenuto don Tonio Dell'Olio, presidente della Pro Civitate Christiana di Assisi, referente europeo di Libera, già impegnato con Pax Christi e amico di don Tonino Bello




"La Caritas è chiamata a operare gesti di liberazione, non avendo in mente ciò che noi pensiamo gli altri abbiano bisogno, ma chiedendo a loro, come fece Gesù con Bartimeo: Che vuoi che ti faccia?”. 
...  “La Caritas non può essere solo la barelliera della storia. Noi, come Chiesa, dobbiamo essere quelli che denunciano questo sistema, riconoscendo un'esigenza di giustizia. Se la carità non si lega alla giustizia, infatti, non c'è pace”. Parole chiare quelle pronunciate da don Tonio Dell'Olio, presidente della Pro Civitate Christiana di Assisi. 
Don Tonio ha tenuto l'incontro al termine della messa celebrata dal vicario generale, monsignor Angelo Giurdanella. Come tema è stato scelto 'Per una città a misura di sguardo', un momento diocesano in cui sono stati sintetizzati i cammini di aiuto ai poveri per promuovere 'ripartenze' e di attenzione alle povertà educative. È stato Cristian Modica, responsabile della rete dei centri d'ascolto a introdurre l'incontro. Ha parlato dell'impegno della “rete di aiuto per garantire una promozione integrale delle persone di cui ci si prende carico”. Un lavoro svolto in 43 Caritas parrocchiali (centro di ascolto, distribuzione alimenti, indumenti, farmaci, atelier della solidarietà, empori solidali, mensa di accoglienza, doposcuola, servizio doccia, servizio in carcere). E ancora le opere caritative legate alla fragilità sociale, psicologica, disabilità fisica- mentale; l'8° Sacramento, legato a percorsi di sostegno di bambini che vivono momenti di temporanea difficoltà familiare, sociale, scolastica. Tutto questo grazie all'impegno di 290 volontari che cercano di dare una 'risposta' a cinquemila persone. “Cinquemila storie diverse, storie spesso difficili– ha aggiunto Cristian -. Dal 2010, poi, ci sono i cantieri educativi: siamo arrivati a nove con seimila bambini e altrettante famiglie”. E ancora il Progetto 'Presidio' per un sostegno contro lo sfruttamento dei lavoratori stranieri e con la scuola d'italiano, a Pachino. 
Poi don Tonio ha commentato tre brani della Parola di Dio, legati da un elemento: lo sguardo, la prossimità. Bartimeo, Zaccheo e la guarigione operata da Pietro e dagli apostoli dopo la resurrezione di Gesù. Commentando il brano di Bartimeo, che riceve la vista da Gesù, don Tonio ha sottolineato l'importanza di dare un nome a chi si aiuta, perché “così gli si riconosce dignità”. E ha aggiunto: “Qualche politico si è improvvisato esperto in esegesi e ha detto che il prossimo è chi ci sta vicino. Il prossimo è colui al quale mi faccio prossimo, colui al quale io mi avvicino”. E ancora: “Oggi c'è chi sgrida i poveri, si criminalizzano i poveri: è la disumanità che trionfa”. Riprendendo le parole del vangelo, ha indicato un'azione da compiere per rendere più efficace il compito svolto dalla Caritas: “Gesù si ferma. Dobbiamo avere il coraggio di fermarci”. La Caritas è chiamata a “operare gesti di liberazione, non avendo in mente ciò che noi pensiamo gli altri abbiano bisogno, ma chiedendo loro, come fece Gesù con Bartimeo: Che vuoi che ti faccia?”. Quindi la figura di Zaccheo, che richiama il senso della giustizia, il restituire con sovrabbondanza. “Non possiamo non accorgerci che c'è un'economia che produce miseria, e dobbiamo denunciarlo. C'è una migrazione da sud a nord con i barconi, ma c'è anche quella da nord a sud per sfruttare l'Africa. Il migrante che arriva qui viene a chiederci la restituzione di ciò che gli abbiamo sottratto. Non li stiamo aiutando a casa loro come dicono alcuni, stiamo invece appoggiando nelle loro terre una classe dirigente, messa lì da noi perché possa essere facilmente corrotta per ottenere le concessioni delle estrazioni di oro, argento, silicio, coltan”. Ha concluso poi con un appello “ad arrivare prima”, in campo educativo, prima che i bambini e i ragazzi vengano attirati da modelli sbagliati che rischiano di condizionare in modo indelebile le loro vite. 
Maurilio Assenza, direttore della Caritas diocesana, ha riassunto due spunti, come traccia 'operativa': “Ogni bambino deve avere qualcuno accanto e per far questo è importante che ci fermiamo”. 
Ha concluso l'incontro il parroco, don Stefano Modica, il quale ha condiviso il discernimento che si sta facendo in parrocchia per pensare all'utilizzo dei locali annessi al santuario come luogo per mostrare vicinanza concreta ai poveri, perché possano “trovare amore, nel nome di Maria”. Prima dell'incontro al Santuario della Madonna delle Grazie, don Tonio aveva incontrato i giovani al Carmine, nell'ambito del percorso sui principi costituzionali fondanti la nostra Repubblica con il progetto "Dalla carta alla vita" arrivato al suo 4° e penultimo appuntamento. Si è parlato di diritto internazionale, di Europa (con uno sguardo ai tempi attuali) e di ripudio alla guerra.


GUARDA IL VIDEO
Incontro integrale


PAPÀ, NON PICCHIARMI MAI di Alberto Pellai

PAPÀ, NON PICCHIARMI MAI
di Alberto Pellai

Lo psicoterapeuta Alberto Pellai commenta la terribile notizia di cronaca del padre che a Milano ha ucciso a botte il suo bambino di due anni e mezzo in preda alla droga: «Le mani dei genitori dovrebbero accarezzare, sostenere, non accanirsi con violenza sul corpo dei figli»


Oggi tutti i media affrontano con dolore la notizia del papà che ha ucciso di botte il proprio bambino di due anni perché non smetteva di piangere. Se il bambino avesse potuto parlare, probabilmente al suo papà avrebbe detto solo tre parole: Papà non picchiarmi. 
Per me che ho il tema della paternità così presente nella mia storia di vita personale e professionale, questa notizia è come una pugnalata al cuore. Vorrei che gli uomini imparassero – anche attraverso la propria storia di paternità - ad annientare il codice della violenza, così profondamente stratificata nel loro DNA emotivo. Rabbia e frustrazione costruiscono nel cervello emotivo maschile un corto circuito che spesso nella violenza agita ha il suo unico meccanismo di sfogo. 
Nel mio libro, da poco uscito: “Da uomo a padre. Il percorso emotivo della paternità” (Mondadori) propongo agli uomini che stanno pensando di diventare padri o che già lo sono di rivedere la propria storia di vita. Di ripensare al figlio che sono stati di fianco al padre che li ha cresciuti. Molte volte, le tracce della violenza si propagano in modo intergenerazionale proprio attraverso le mani di un padre che hanno saputo solo picchiare – giustificando questo gesto a scopo educativo e correttivo – ma che non hanno mai saputo prendersi cura e accudire il proprio figlio.
Nel libro chiedo ai nuovi padri di realizzare una rivoluzione che parta proprio dalle loro mani. Mani che devono costruire una relazione col proprio figlio attraverso il contatto fisico e che solo così possono imparare la tenerezza e la connessione emotiva che un figlio sempre sperimenta quando vive in modo positivo il tocco delle mani di chi si prende cura di lui. 
Le mani di un padre che sanno posarsi sul corpo di un figlio con i gesti della cura, con la tenerezza dell’accudimento saranno mani che in futuro sapranno sostenere la sua crescita, sapranno stringerlo e sospingerlo quando si incammina verso le nuove tappe di crescita.
La notizia di cronaca che oggi ci sconvolge ribadisce a tutti noi uomini che ancora non sappiamo essere i padri che i nostri figli hanno bisogno, perché troppo spesso nelle nostre mani c’è purtroppo solo potenza, ma non competenza. E come apprendiamo oggi con le lacrime agli occhi dai media, la potenza quando non ha competenza, è spesso abitata da una violenza che uccide. 
Chiedo davvero alle donne di far leggere questo articolo ai loro compagni, che al loro fianco crescono un figlio. Perché nessuno veda nella violenza delle mani uno strumento che educa. 
E chiedo agli uomini di riflettere profondamente: con la violenza nessun figlio può essere reso migliore e obbediente. E spesso quella violenza lascia sul cuore e nell’anima un dolore difficile da sanare in un’intera vita. 
Rendete questo articolo, se possibile, virale. Fatelo leggere a più uomini possibili. Credo profondamente che sia questo il tipo di messaggio che può davvero fare prevenzione affinché una notizia così orribile come quella che oggi ci agita il cuore non compaia più su nessun media del mondo.
(fonte: Famiglia Cristiana 23/05/2019)


Voglio che tu sia di José Tolentino Mendonça

Voglio che tu sia 
di José Tolentino Mendonça









Oggi si sentono molti genitori dire: "Non voglio influenzare l'orientamento di mio figlio; la scelta dovrà essere tutta nelle sue mani; io desidero soltanto che sia felice". Dicendo così, questi genitori non si rendono conto del problema che essi creano. L'amore, in verità, non è desiderare che l'altro sia soltanto felice. Come sant'Agostino insegna, l'amore è anzi un "volo ut sis": "voglio che tu sia". Più degli stati che attraversiamo e delle stagioni che sperimentiamo, c'è quello che noi siamo. L'arte di essere deve prevalere: al di là delle ore solari o notturne, dei processi di fioritura o delle impasse, della danza discendente della penombra o dell'aereo disegno del giubilo. Non possiamo desiderare che uno sia solo felice. Ciò equivale a coartare la vita e a fantasticarci pericolosamente sopra. A noi incombe stimolare coloro che amiamo alla coraggiosa accettazione della vita, in ciò che essa ha di pienezza ma anche di vuoto e perfino di delusione. A quanta sapienza, infatti, noi accediamo unicamente attraverso questo ponte di corda che ci appare sospeso sull'abisso. Non sempre l'ombra è il contrario della luce, così come l'ardua fatica di vivere non è il contrario della felicità. Sono tappe dello stesso fiume che scorre. Ci sono lacrime che ci consolano quanto e più di molti sorrisi. 
E ci sono dolori che ci introducono in un'esperienza di gestazione che non credevamo possibile

(Fonte: Pubblicato su "Avvenire" - 21 maggio 2019)

venerdì 24 maggio 2019

Il mese mariano e Ramadan. Il segno della Madre di Dio che è «donna di verità» di Giuseppe Lorizio

Il mese mariano e Ramadan. 


Il segno della Madre di Dio che è 
«donna di verità»
di Giuseppe Lorizio*




Il fatto che quest’anno il mese islamico del digiuno del Ramadan coincida con quello cattolico dedicato al culto della Vergine Madre può essere considerato 'provvidenziale', anche alla luce del recente documento di Abu Dhabi. L’icona di Maria è, infatti, un comune riferimento per la devozione popolare e per la fede delle due religioni.

E va salutata con deciso sostegno l’attenzione che tante diocesi e parrocchie italiane rivolgono ad entrambe le espressioni di fede: da Torino e Milano a Reggio Emilia e a Catania... Mentre, infatti, può sembrare scontata e di facile interpretazione l’attenzione della religiosità cattolica verso la Madre di Dio, non sempre si percepisce e si riesce a cogliere il sentimento di devozione che pervade l’islam verso Maria, la madre di Gesù di Nazareth. E questo fin dalle origini. Infatti il Corano le dedica una sura intera, la XIX, descrivendo in termini certo immaginativi, ma non meno efficaci, il suo ruolo di madre vergine di Gesù.

In questa sura risultano fondamentali la presenza dello Spirito Santo e la mediazione dell’arcangelo Gabriele. Fino a denominare Maria nei termini di «donna di verità ». E, in un racconto trasmesso dallo storico Azraqi, nel contesto in cui si descrive il rispetto di Mohamed e del suo primo nucleo di discepoli verso Maria, si dice che, durante la conquista della Mecca, il profeta avesse ordinato la cancellazione di tutte le immagini sacre (ritenute idolatriche), tranne che di quella (iconica) della Vergine madre col bambino Gesù in grembo. Mentre rivolgiamo, come cristiani e cattolici, la nostra attenzione devota a Maria, nel mese a lei dedicato, dobbiamo fondarla sulla persona piuttosto che sulle formulazioni dottrinali che ne rivelano l’identità, ovvero i quattro dogmi della Madre di Dio, della Verginità, dell’Immacolata e dell’Assunzione. Infatti, come insegna Tommaso d’Aquino, la nostra fede non ha come destinazione ultima le formulazioni, ma la stessa realtà, nel nostro caso la persona della Madonna. Credo che in questo orizzonte vada letta e interpretata, ma soprattutto vissuta, la devozione popolare, cattolica e islamica verso di lei.

Ancora una volta è la pietà popolare, piuttosto che il contesto accademico, a costituire l’orizzonte di una sana teologia. E sarà il comune riferimento alla persona della Madonna a far germogliare il miracolo della pace fra culture, religioni, appartenenze diverse e che spesso il mondo contrappone. All’interno del dialogo interconfessionale, non sarà fuori luogo, in questo mese mariano, il richiamo al mirabile testo di Lutero, che propone il suo Commento al Magnificat, insieme a quello sull’Ave Maria (entrambi databili fra il 1521 e il 1522: gli anni della rottura con la Chiesa romana).

La leva e la chiave di volta di questi scritti è l’umiltà di Maria. E da essi traiamo il messaggio secondo cui senza una profonda e radicata umiltà non possiamo attingere la verità e non possiamo attivare un autentico dialogo. In questo senso, la «donna di verità», indica la necessità del dialogo e della condivisione, piuttosto che la divisione e il conflitto. E, nel dialogo, la prima attitudine da esercitare non è quella del giudizio sull’altro, bensì quella dell’ascolto, di cui Maria è maestra. E, se è vero che Maria ha ricevuto da Dio il dono ineffabile della maternità verginale (paradosso della fede), è altresì ineludibile il fatto che ella ha vissuto nella storia e nelle sue scelte quotidiane la fedeltà alla sua opzione fondamentale. In questo senso ha ragione papa Francesco quando ha affermato che «Maria è diventata santa», come del resto anche il suo Figlio è cresciuto «in sapienza e grazia davanti a Dio e agli uomini» esercitando la sua libertà nella storia.

*Teologo, Pontificia Università Lateranense
(fonte: Avvenire 19 maggio 2019)


“Europa ritrovata, geografia e miti del vecchio continente” di Carlo Ossola - Recensione di Aldo Pintor


“Europa ritrovata, geografia e miti del vecchio continente”

di Carlo Ossola

Recensione di Aldo Pintor 



Oggi l'Europa, il nostro caro vecchio continente, è frequentemente oggetto di tante discussioni e dibattiti politici sul ruolo che essa deve continuare ad avere nel mondo. Purtroppo da più parti si levano critiche talvolta giustificate talvolta assurde a questa grande e nobile idea. E queste critiche talvolta arrivano a contestare perfino la stessa esistenza di questa entità geografica e culturale. E queste contrarietà a quello che fu il sogno di una generazione quello di sentirsi pienamente europei al di là degli stati nazionali, stanno creando preoccupazione e disagio anche a chi come chi scrive è sempre stato un convinto europeista. Convinzione ovviamente che non impedisce assolutamente di vedere cosa non ha funzionato in questo grande progetto che doveva essere culturale e politico prima ancora che economico. Purtroppo questa crisi del concetto di Europa ha dato vita un preoccupante proliferare di partiti e movimenti nazionalisti e sovranisti fortemente xenofobi che stanno raccogliendo consensi in tutto il Continente, e che in Gran Bretagna hanno portato alla famosa Brexit l'uscita del Regno Unito dall'Europa decisa col referendum del giugno 2016. 
La domanda su cosa l'Europa possa ancora dire al resto del mondo è dunque piuttosto urgente. A questo interrogativo cerca di rispondere Carlo Ossola, docente dell’Accademia dei Lince e insegnante al Collège de France di Parigi nella sua ultima fatica letteraria “Europa ritrovata, geografia e miti del vecchio continente” (Vita e pensiero pp. 244 € 18.00) uno studio che riguarda appunto il nostro continente. 
L'Europa prende il nome da una mitologica principessa di Tiro in Fenicia (appunto Europa) nell'attuale Libano divenuta poi regina di Creta dopo che Zeus con l'aspetto di un toro la rapì dalle spiagge di Tiro dove giocava con le ancelle. Insomma l'autore indaga le tante culture e le tante radici che intrecciandosi tra loro hanno dato origine a questa entità oggi da troppe parti attaccata. 
Certo che dopo trent'anni dal crollo del muro di Berlino che divideva in due l'Europa, il nostro vecchio continente si è trovato finalmente riunito dall'Atlantico agli Urali, si sentano le urla sempre più aggressive di chi vuole nuovamente creare muri di divisione (ricordiamo che in greco antico dividere si dice Dia-Ballo da cui viene il termine diavolo) fa pensare. Oramai troppi guardano esclusivamente al proprio campanile e fanno fatica a capire che oltre questo c'è il mondo sconfinato. In quest'epoca dove le chiese Europee sono sempre più vuote molti politici demagogici vogliono usare le radici cristiane certo non per rilanciare il verbo di Cristo in terra europea ma per usarle come arma di difesa identitaria contro altri fratelli in umanità. 
Lo studio di Ossola ben lungi dall'essere un canto nostalgico verso qualcosa di perduto tenta di dare nuovamente forza e vigore a tutti coloro che come chi scrive hanno sempre creduto in una cultura europea unita (certo ben diversa da quella che effettivamente si è realizzata). Carlo Ossola è molto preciso nel fare il punto della situazione su cosa noi europei siamo e anche su cosa possiamo ancora costruire insieme nonostante la follia sovranista che imperversa. 
Il libro ci fa conoscere l'Europa partendo dal quartiere di Anderlecht a Bruxelles caratterizzato da un forte multiculturalismo ma non si limita a esplorare questa parte del continente. Con un viaggio composto da 18 stazioni ci fa conoscere anche realtà più perifiche come Odessa in Crimea, Ankara in Turchia e Belém in Portogallo. Seguendo le 18 tappe che il libro ci propone tocchiamo paesi come il Portogallo, l'Irlanda e la Grecia che anch'essi fanno parte della nostra casa comune. E in tutte le mete il libro si propone di trovare ciò che ci accomuna facendoci sentire parte di una grande famiglia. 
Il libro è ricchissimo di citazioni di autori di tutti i tempi e di tutti i paesi d'Europa e queste citazioni ci fanno vedere la ricchezza e la varietà del patrimonio culturale europeo. Dal Seneca a Kant comprendendo anche autori che pur non essendo Europei hanno fortemente influito nella genesi della cultura europea come Agostino (nato nell'attuale Algeria). L'autore percorre umili viottoli campestri e ampi viali cittadini fino a raggiungere mete non geografiche ma altrettanto reali come i miti su cui si fonda la cultura europea. Da Ulisse a Enea si arriva fino a Lenin al cui mausoleo è dedicato il capitolo conclusivo. 
Col suo libro Carlo Ossola ci da un esempio di ricerca approfondita che mostra quanto l'ospitalità è un elemento imprescindibile nella cultura europea pur contradetta da tante guerre. Altro concetto connesso all'Europa oggi dimenticato è quello di Welfare che ha sempre rappresentato l'aspirazione a un mondo più giusto. 
Con questa lettura possiamo guardare al vecchio continente con un po' di ottimismo nonostante questo momento il concetto di comune patria europea sta attraversando un grave momento di crisi.

Guarda la scheda di “Europa ritrovata, geografia e miti del vecchio continente” di Carlo Ossola


Omelia p. Gregorio Battaglia (VIDEO) - V Domenica di Pasqua / C - 19/05/2019


Omelia p. Gregorio Battaglia



 V Domenica di Pasqua / C - 

19/05/2019

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto

Nel cercare di comprendere la Parola che abbiamo ascoltato vorrei partire dall'Apocalisse ... Giovanni si presenta a noi come profeta, uno che intende riferirci le parole di Dio. Una parola che per noi diventa quantomai interessante perché consolazione da una parte e grande impegno e responsabilità ...
Il progetto di Dio è quello di orientare tutto quanto verso questa città che Lui desidera, che Lui sogna, ma che Lui sta preparando. Siamo tutti convocati per diventare cittadini di questa città: Gerusalemme nuova. Ed è una città che non soltanto ci verrà data dopo, ma che Lui, il Signore, vuole già impiantare su questa terra; è come se tutta la nostra storia, con tutto il suo dolore, il suo carico di morte, venisse spinta verso questa città ... "Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli, ed Egli sarà il Dio con loro, il loro Dio" questa è la meta del nostro cammino, non solo quello personale, ma di tutti i popoli della terra, ripeto, popoli che non riescono a trovare la via della pace, a parlarsi tra loro, eppure, nonostante tutto, il Signore preme per orientarci tutti verso quella che è la meta definitiva della nostra storia, della storia umana. Davvero è un momento bellissimo per noi di grande consolazione, perché stiamo vivendo un senso di smarrimento, un senso di paura: dove andiamo? cosa succederà?... Penso che sia importante ricordarci che noi, ogni domenica ci ritroviamo insieme, in un certo senso per prefigurare questo momento in cui ci ritroveremo nella città, questa Gerusalemme nuova, la Gerusalemme dove impariamo ad accoglierci per quella che è la nostra verità: figli, figli di quest'unico Padre, quel Padre che ha fatto e fa di tutto per raccoglierci, per convocarci, quel Padre che desidera che noi impariamo a costruire questi rapporti nuovi di fraternità ...

La pagina del Vangelo ci offre lo stile che noi dobbiamo assumere ...


Guarda il video


Salvini, il rosario e l’Europa - La caduta dei miraggi di Giuseppe Savagnone

Salvini, il rosario e l’Europa
La caduta dei miraggi
di Giuseppe Savagnone


Il comizio appassionato di Matteo Salvini, sabato, in piazza Duomo, a Milano, da un lato ha confermato alcune linee del suo stile e del suo progetto politico, dall’altro le ha evidenziate, facendo cadere alcuni equivoci.

Per quanto riguarda le politiche migratorie, in questo raduno, dove si sono raccolti i movimenti sovranisti d’Europa, è stato definitivamente chiaro a tutti che la giustificazione con cui il nostro ministro degli Interni aveva attirato il consenso di molti italiani alla sua politica di intransigente chiusura dei porti era solo un gioco illusionistico, ormai disinvoltamente smentito dallo stesso interessato.

A lungo Salvini aveva sostenuto che il suo obiettivo era costringere gli altri Paesi europei a prendersi le proprie responsabilità nell’accoglienza dei migranti e a non lasciare sola l’Italia.
Sabato scorso, a Milano, è stata finalmente detta la verità (peraltro già anticipata nella visita del vice-premier, in Ungheria, al muro anti-profughi di Orban): ciò a cui la Lega e gli altri sovranisti mirano non è una più equa distribuzione nell’apertura agli stranieri, ma una rigorosa chiusura dell’Europa ad ogni forma di accoglienza.

Da ora in poi il ragionamento di chi appoggiava questa politica, pur non condividendone i toni sprezzanti, perché intercettava un elemento di verità – l’egoismo degli altri Stati e la loro ipocrisia nel condannare l’Italia –, dovrà essere accantonato.

Come dovrà essere liquidata l’altra falsa giustificazione, la distinzione tra profughi politici e “migranti economici”: i porti resteranno chiusi per tutti.
Perciò ci si dovrà assumere la responsabilità di scegliere tra un’Europa aperta verso il mondo esterno (anche se più attenta a conciliare accoglienza ed integrazione) e un’Europa ermeticamente chiusa in se stessa. Meglio: un’Europa di Stati esclusivamente dediti a perseguire i propri interessi nazionali.

La preghiera di Salvini

Ma non è stato questo che ha richiamato l’attenzione dei mezzi di comunicazione.

Ciò che ha colpito tutti è lo stile comunicativo del leader della Lega che, per sostenere le sue tesi, dopo aver baciato un rosario che aveva in mano, si è lanciato in un’appassionata preghiera: «Ci affidiamo ai sei patroni di questa Europa, a San Benedetto da Norcia, a Santa Brigida di Svezia, a Santa Caterina da Siena, ai Santi Cirillo e Metodio, a Santa Teresa Benedetta della Croce. Ci affidiamo a loro, affidiamo loro il destino, il futuro, la pace e la prosperità del nostro popolo».

E che poi, agitando il rosario, ha concluso: «Io personalmente affido l’Italia, la mia e la vostra vita, al Cuore immacolato di Maria, che son sicuro ci porterà alla vittoria».

Il conflitto con papa Francesco

Eloquente il secco commento del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin: «Io credo che la politica partitica divida, Dio invece è di tutti», ha dichiarato il capo della diplomazia vaticana. «Invocare Dio per se stessi è sempre molto pericoloso».

In realtà è stato molto significativo anche il contesto di questa preghiera. Nel suo discorso Salvini ha citato con grandi elogi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, per la loro difesa delle radici cristiane dell’Europa, mentre a papa Francesco – il cui solo nome ha suscitato nella folla dei presenti una salve di fischi – ha riservato solo un accenno polemico, quando ha rivendicato di aver dato “risposte con i fatti, non con le parole” al problema dell’immigrazione: «Lo dico anche a Papa Francesco, che oggi ha detto “Bisogna ridurre i morti nel Mediterraneo”. Il governo sta azzerando i morti nel Mediterraneo, con orgoglio e spirito cristiano».

L’ora di scegliere tra Lega e Chiesa

Come in tutta la storia della Lega, fin dalle sue origini, siamo davanti a una pretesa religiosa che punta su simboli e forme devozionali tradizionali per accreditarsi come cristiana, ma allo stesso tempo si contrappone a viso aperto alla Chiesa istituzionale nella visione della vita sociale e nell’interpretazione stessa del Vangelo.

Anche in questo caso, i precedenti riferimenti sarcastici del leader della Lega ai «vescovoni», secondo lui ormai screditati agli occhi del popolo cristiano, ci avevano preparato a questo esito, sottolineato dai fischi della piazza all’indirizzo del pontefice.

E così ha interpretato il discorso di Salvini il quotidiano dei vescovi, «Avvenire», in un corsivo non firmato (quindi espressione del Direttore), che ha definito Salvini «alfiere di un cattolicesimo tutto suo, distante dal magistero del Papa e della Chiesa».

Anche su questo fronte, più religioso che politico, ci troviamo dunque alla resa dei conti in una partita in cui per troppo tempo i miraggi avevano sostituito la realtà.
I cattolici che credevano di vedere nella Lega un baluardo al servizio dei valori cristiani ora sono chiamati a decidere se a rappresentarli è papa Francesco o Salvini. Una scelta, peraltro, che si collega a quella tra i modelli di Europa di cui i due sono, rispettivamente sostenitori.

Una contraddizione storica

Solo che il richiamo di Salvini alle radici cristiane dell’Europa contrasta, dal punto di vista storico, col suo progetto politico, perché l’Europa nacque nel medio evo proprio dall’apertura della precedente civiltà romana agli influssi di popoli e di culture che venivano dal di fuori dell’impero e che il cristianesimo non respinse, anzi accolse e assimilò, dando luogo a quel fecondo meticciato che ha plasmato la civiltà occidentale.

Una contraddizione religiosa

Così come suona contraddittorio, dal punto di vista religioso, l’uso delle parole più tradizionali della tradizione cattolica – la consacrazione alla Madonna, l’invocazione ai santi – in un discorso che, in aperta rottura con questa tradizione, pretende di anteporre l’autorità di un leader politico a quella del papa e dei vescovi. Quella di Salvini, a questo punto, non è più la fede cattolica. Ma allora in nome di che cosa presentarsi come suo “gran sacerdote”?

Una contraddizione politica

Anche dal punto di vista della laicità della politica siamo davanti a una chiara incoerenza. Da un lato ci si appella al realismo machiavellico del “prima gli italiani”, al di là di ogni “buonismo” di matrice religiosa, dall’altro ci si impadronisce dei simboli religiosi, in una pseudo-liturgia, facendone la bandiera del proprio partito, come nelle società sacrali di un remoto passato.

Mi dispiace per Salvini

È questa rozza commistione di sacro e profano, che non rispetta né l’uno né l’altro, l’elemento forse più inquietante di questa vicenda. Per quanto ne so – e lo dico da siciliano –, il solo soggetto che a mia conoscenza ha fatto uso in modo così disinvolto del linguaggio e dei simboli della fede per affermare il proprio potere è la mafia. Mi dispiace per Salvini, ma è un fatto.

Di fronte a questo, molti sinceri credenti – e, non lo nego, tra questi anch’io – hanno provato un moto di disgusto. Ci sono molte prese di posizione, sullo scenario politico, che non condivido e che combatto con tutte le mie forze, perché sono sbagliate, anche gravemente. Ma questa orgia di religiosità – tanto più evidentemente strumentale quanto più grossolanamente esibita – è spregevole. Mi dispiace – lo dico sinceramente – per Salvini.
(fonte: Tuttavia 22/05/2019)

giovedì 23 maggio 2019

Pregheremo per Salvini di Mons. Luigi Bettazzi

Pregheremo per Salvini



Dopo le ripetute ostentazioni religiose del ministro Salvini – dal Vangelo al Rosario – avevo pensato di scrivergli una lettera aperta, secondo la mia antica usanza. Poi erano intervenuti tutti – dall’Avvenire a Enzo Bianchi, ma anche la CEI e perfino il Cardinale Segretario di Stato – e mi sembrava sarebbe stata anche la mia un’ostentazione ormai superflua. Eppure è ovvio che gli interventi autorevoli mantengono una certa dignità; mentre ho pensato che troppi cristiani sono davvero scandalizzati che si usi quanto c’è di più immediato nel cristianesimo per fare propaganda elettorale. Perché se il ministro degli Interni si gloria di avere – chiudendo i porti – diminuito il numero degli immigrati (ma cosa ha fatto per farli restare nel loro paese, com’era l’alternativa, o per liberarli dai feroci campi di concentramento della Libia?), se poi, dimenticando i principi umanitari di assistenza ai disperati, sventola il suo Cristianesimo – a parte i limiti delle nostre vite personali, che devono dissuaderci dal proporci come modelli della nostra fede – non può dimenticare che Gesù, nel Vangelo (cap. 25 di Matteo), dichiara “maledetto” chi non accoglie lo straniero, e che la Madonna, a cui è rivolto il Rosario, ci ricorda (cap. 2 di Luca) che Dio “rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili”.

Quel ch’è triste è pensare che se Salvini lo fa (e lo ripete!) è perché sa che gli rende, anche elettoralmente. Ed è vero che, fin dai tempi d’Adamo, cerchiamo spesso chi possa giustificare anche religiosamente le nostre chiusure e i nostri egoismi, magari fischiando il Papa perché si richiama troppo al Vangelo.

Pregheremo per Salvini perché faccia il Ministro secondo la sua coscienza, ma non ci coinvolga in posizioni che sono anticristiane e antimariane. Ma dovremo pregare per noi, perché sappiamo sempre vivere la nostra vita secondo il Vangelo!

Mons. Luigi Bettazzi
Vescovo emerito di Ivrea e già presidente internazionale di Pax Christi

(fonte: PAX CHRISTI 22/05/2019)


Conferenza "Strage di Capaci. Gli assassini di Stato del giudice Falcone. Il ruolo dell'informazione ieri ed oggi" (VIDEO INTEGRALE)

Conferenza
"Strage di Capaci. 
Gli assassini di Stato del giudice Falcone.
Il ruolo dell'informazione ieri ed oggi" 
(VIDEO INTEGRALE)

In occasione del 27° anniversario della strage di Capaci martedì 22 maggio, presso l'Aula Magna della Facoltà di Giurisprudenza di Palermo, ha avuto  luogo la conferenza dal titolo “Strage di Capaci. Gli assassini di Stato del giudice Falcone. Il ruolo dell’informazione ieri ed oggi”, organizzata dall'Associazione culturale Falcone e Borsellino in collaborazione con Rete Universitaria Mediterranea e ContrariaMente. E' stata un'occasione per fare memoria ma anche discutere sui molti interrogativi che in questi anni sono rimasti aperti. Dopo inchieste e processi, ci sono ancora molte verità nascoste e da individuare ci sono ancora i volti di quei soggetti esterni a Cosa nostra che si intravedono sullo sfondo dell'eccidio. Chi ha voluto la morte di Falcone? Chi ha manomesso i supporti informatici del giudice presso il suo ufficio del Ministro di Grazia e Giustizia? E che ruolo possono avere gli organi di informazione nell'accertamento della verità? Sono intervenuti in qualità di relatori l’ex magistrato, oggi avvocato, sopravvissuto alla strage di Pizzolungo, Carlo Palermo; il direttore della sede siciliana della RAI, Salvatore Cusimano, e il giornalista di Rai3 - Report, Paolo Mondani. Durante la conferenza moderata dal direttore di ANTIMAFIADuemila, Giorgio Bongiovanni, sono stati proiettati anche dei contributi video del procuratore aggiunto di Firenze, Luca Tescaroli, dell’autore e conduttore di Report, Sigfrido Ranucci e del giornalista-scrittore, Giulietto Chiesa.

"Il logorio che il regime ha imposto al sistema dell’informazione ha fatto danni. Come un veleno dolce si è insinuato ovunque. Arrivando ad abituarci alla cancellazione dei fatti. Imponendo un modello che ha sostituito il reality al reale. Non siamo più l’avanguardia della critica del presente, siamo un ingranaggio arrugginito di un’Italia bloccata. Sono stato anni, con molti colleghi e compagni di strada, ad analizzare e denunciare i fatti politici che hanno plasmato questa Italia di oggi, le degenerazioni nel senso comune, le troppe rivoluzioni passive, il cinismo delle nostre banche, la prospettiva ristretta del mondo dell’impresa, il dilagare della corruzione, le facili scorciatoie proposte dai numerosi pifferai di destra e di sinistra, l’affermarsi della mediocrazia. Abbiamo resistito, anche a lungo, ma ora non basta più. O si inverte la rotta o rischiamo anche noi di diventare complici". E' questa la denuncia del gionalista della trasmissione Report, al convegno "Strage di Capaci. Gli assassini di Stato del giudice Falcone. Il ruolo dell'informazione ieri ed oggi" in corso in questo momento alla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo. Un allarme, quello lanciato da Mondani "perché sennò la vicenda delle stragi di mafia diverrà, già è diventata, una straziante storia di negazione che ci costringerà in eterno nella camicia di forza delle commemorazioni. 27 anni dopo la strage il pentito Avola ricorda quello che avete letto sui giornali in queste ore, 27 anni dopo è meglio che mai, ma somministrare a una verità moribonda una medicina con questa cadenza significa ucciderla".
L'inviato di Report si è posto alcune domande chiave a cominciare dall'impegno che lo Stato dovrebbe avere contro la mafia: "Cosa dovrebbe fare? Chi ha la responsabilità del fatto che di mafia si parla sempre meno e sempre e solo in maniera retorica, per commemorare i morti o per magnificare la cattura dei latitanti? Domande complicate, ma il punto per me è un altro: c’è qualcuno che sta cercando queste risposte? Nelle istituzioni, nella politica, nel giornalismo, io credo di no. Ci sono solo mosche bianche che lo fanno. E allora. Questa insistenza nel cercare ancora la verità sulle stragi è il rovello di una minoranza che non vuole capire che la battaglia è stata in gran parte vinta, come qualche intellettuale ci suggerisce? Che certo la mafia c’è ma che si tratta di una protagonista marginale della vicenda italiana? E che lo Stato non ci stupisce più nel darci prove di contiguità con le mafie ma che in sostanza reagisce e ha reagito quando era necessario? Siamo a questo? Io penso di no. Ma se nel senso comune è passata la convinzione che la mafia sia ancora pericolosa ma tutto sommato residuale è responsabilità nostra, dei giornalisti. Anche nostra".
Mondani ha anche ricordato le accuse di giuristi, intelletuali e dei media contro il procsso trattativa Stato-mafia: "Questi giornalisti che avevano giudicato in modo sprezzante la Trattativa Stato-mafia cosa hanno da dire oggi? E altri colleghi, quanti hanno scritto delle risultanze più inquietanti emersi della sentenza? Molti si sono limitati al compitino anemico facendo servizi che a malapena davano le notizie dei condannati.
Ma guardiamoci attorno, chi sta seguendo a Caltanissetta il processo ai tre poliziotti accusati di aver depistato le indagini sulla uccisione di Borsellinoe della sua scorta? Quanti? Pochissimi". 
E poi ancora: "Si preferisce lasciare ai media la mafia stracciona come i Casamonica e la trattativa e il caso Montante diventano notizie incredibili". Riguardo il caso del "sistema" Montante, il giornalista ha spiegato: "Credo che per la prima volta, l'ordinanza della procura di Caltanissetta dedicava un intero capitolo ai giornalisti genuflessi. Poi la commissione antimafia regionale guidata da Claudio Fava ha raccolto quei dati, convocato alcuni giornalisti coraggiosi, interrogato gli altri. Ne è venuta fuori una relazione assai indicativa. E per certi versi terribile. Non esagero. C’è il giornalista che prende soldi da Montante, quello che prende ordini, quello che veicola false notizie, quello - come Vincenzo Morgante ex direttore della tgr nazionale della Rai - che si prende la raccomandazione per una promozione da Montante, quello che piazza un parente tramite Montante, quello che blocca un articolo critico su Montante e lo avverte additando il giornalista che aveva anche solo osato pensarlo quell’articolo etc .etc.". "La commissione dice com è possibile che dopo l'audizione dei giornalisti - ha proseguito - che espone la categoria, il consiglio di disciplina tenga fermi i procedimenti per anni e senza un atto istruttorio da parte dell'ordine dei giornalisti della Sicilia? Almeno l'ordine di Milano ha sanzionato Giorgio Mulè, ma qui in Sicilia non è stata scritta nemmeno una pagina. L'opinione pubblica può avere fiducia di giornalisti se una volta beccati i pennivendoli non siamo in grado di espellerli, anzi fanno carriera? Nel mondo del giornalismo dominano gli occhi bassi davanti ai potenti. - ha concluso - Il nostro lavoro va a ramengo e c'è chi si bea del proprio orticello, oggi sostituiti semplicemente dal microfono senza giornalista.

GUARDA IL VIDEO
Conferenza integrale



«Dire “Padre” a Dio. Ma ci vuole coraggio! ... Per pregare dobbiamo farci piccoli» Papa Francesco Udienza Generale 22/05/2019 (foto, testo e video)


UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 22 maggio 2019


Il Papa ha fatto il suo ingresso in piazza San Pietro alle 9.10 circa, e come ormai è diventata quasi consuetudine ha fatto subito fermare la jeep bianca scoperta per far salire a bordo cinque bambini, quattro femminucce e un maschietto, tutti vestiti con il saio bianco della Prima Comunione. Tra i 20mila fedeli presenti in piazza, anche un gruppo di pellegrini cinesi, alcuni dei quali provenienti dalla diocesi di Shanghai. Terminato il giro tra i vari settori della piazza, acclamato da 20mila fedeli – stando ai dati della Prefettura della Casa Pontificia – Francesco si è congedato dai suoi piccoli ospiti, facendoli scendere e salutandoli uno ad uno, e prima di percorrere a piedi il percorso che lo conduce fino alla sua postazione al centro del sagrato è tornato indietro verso la prima fila delle transenne, richiamato a gran voce da un gruppo di militari, per salutarli.














Catechesi sul “Padre nostro”: 16. Ovunque tu sia, invoca il Padre

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi concludiamo il ciclo di catechesi sul “Padre nostro”. Possiamo dire che la preghiera cristiana nasce dall’audacia di chiamare Dio con il nome di “Padre”. Questa è la radice della preghiera cristiana: dire “Padre” a Dio. Ma ci vuole coraggio! Non si tratta tanto di una formula, quanto di un’intimità filiale in cui siamo introdotti per grazia: Gesù è il rivelatore del Padre e ci dona la familiarità con Lui. «Non ci lascia una formula da ripetere meccanicamente. Come per qualsiasi preghiera vocale, è attraverso la Parola di Dio che lo Spirito Santo insegna ai figli di Dio a pregare il loro Padre» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2766). Gesù stesso ha usato diverse espressioni per pregare il Padre. Se leggiamo con attenzione i Vangeli, scopriamo che queste espressioni di preghiera che affiorano sulle labbra di Gesù richiamano il testo del “Padre nostro”.

Per esempio, nella notte del Getsemani Gesù prega in questa maniera: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36). Abbiamo già richiamato questo testo del Vangelo di Marco. Come non riconoscere in questa preghiera, per quanto breve, una traccia del “Padre nostro”? In mezzo alle tenebre, Gesù invoca Dio col nome di “Abbà”, con fiducia filiale e, pur sentendo paura e angoscia, chiede che si compia la sua volontà.

In altri passi del Vangelo Gesù insiste con i suoi discepoli, perché coltivino uno spirito di orazione. La preghiera deve essere insistente, e soprattutto deve portare il ricordo dei fratelli, specialmente quando viviamo rapporti difficili con loro. Dice Gesù: «Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe» (Mc 11,25). Come non riconoscere in queste espressioni l’assonanza con il “Padre nostro”? E gli esempi potrebbero essere numerosi, anche per noi.

Negli scritti di San Paolo non troviamo il testo del “Padre nostro”, ma la sua presenza emerge in quella sintesi stupenda dove l’invocazione del cristiano si condensa in una sola parola: “Abbà!” (cfr Rm 8,15; Gal 4,6).

Nel Vangelo di Luca, Gesù soddisfa pienamente la richiesta dei discepoli che, vedendolo spesso appartarsi e immergersi in preghiera, un giorno si decidono a chiedergli: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni – il Battista – ha insegnato ai suoi discepoli» (11,1). E allora il Maestro insegnò loro la preghiera al Padre.

Considerando nel complesso il Nuovo Testamento, si vede chiaramente che il primo protagonista di ogni preghiera cristiana è lo Spirito Santo. Ma non dimentichiamo questo: protagonista di ogni preghiera cristiana è lo Spirito Santo. Noi non potremmo mai pregare senza la forza dello Spirito Santo. È Lui che prega in noi e ci muove a pregare bene. Possiamo chiedere allo Spirito che ci insegni a pregare, perché Lui è il protagonista, quello che fa la vera preghiera in noi. Lui soffia nel cuore di ognuno di noi, che siamo discepoli di Gesù. Lo Spirito ci rende capaci di pregare come figli di Dio, quali realmente siamo per il Battesimo. Lo Spirito ci fa pregare nel “solco” che Gesù ha scavato per noi. Questo è il mistero della preghiera cristiana: per grazia siamo attratti in quel dialogo di amore della Santissima Trinità.

Gesù pregava così. Qualche volta ha usato espressioni che sono sicuramente molto lontane dal testo del “Padre nostro”. Pensiamo alle parole iniziali del salmo 22, che Gesù pronuncia sulla croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46). Può il Padre celeste abbandonare il suo Figlio? No, certamente. Eppure l’amore per noi, peccatori, ha portato Gesù fino a questo punto: fino a sperimentare l’abbandono di Dio, la sua lontananza, perché ha preso su di sé tutti i nostri peccati. Ma anche nel grido angosciato, rimane il «Dio mio, Dio mio». In quel “mio” c’è il nucleo della relazione col Padre, c’è il nucleo della fede e della preghiera.

Ecco perché, a partire da questo nucleo, un cristiano può pregare in ogni situazione. Può assumere tutte le preghiere della Bibbia, dei Salmi specialmente; ma può pregare anche con tante espressioni che in millenni di storia sono sgorgate dal cuore degli uomini. E al Padre non cessiamo mai di raccontare dei nostri fratelli e sorelle in umanità, perché nessuno di loro, i poveri specialmente, rimanga senza una consolazione e una porzione di amore.

Al termine di questa catechesi, possiamo ripetere quella preghiera di Gesù: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Lc 10,21). Per pregare dobbiamo farci piccoli, perché lo Spirito Santo venga in noi e sia Lui a guidarci nella preghiera.

Guarda il video della catechesi

Saluti:
...

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.
...
Un pensiero particolare rivolgo ai giovani, agli anziani, agli ammalati e agli sposi novelli.

Santa Rita da Cascia, di cui oggi ricorre la memoria, fu donna, sposa, madre, vedova e monaca del suo tempo. Le donne di oggi, sul suo esempio, possano manifestare il medesimo entusiasmo di vita e, al contempo, essere capaci dello stesso amore che ella riservò a tutti incondizionatamente.

APPELLO

Venerdì prossimo, 24 maggio, celebreremo la festa della Beata Vergine Maria “Aiuto dei Cristiani”, particolarmente venerata in Cina al Santuario di “Nostra Signora di Sheshan”, presso Shanghai.

Tale felice occasione mi permette di esprimere speciale vicinanza e affetto a tutti i cattolici in Cina, i quali, tra quotidiane fatiche e prove, continuano a credere, a sperare e ad amare.

Cari fedeli in Cina, la nostra Mamma del Cielo vi aiuti tutti ad essere testimoni di carità e di fraternità, mantenendovi sempre uniti nella comunione della Chiesa universale. Prego per voi e vi benedico.

Preghiamo insieme la Madonna: Ave Maria…


Guarda il video integrale