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mercoledì 20 novembre 2019

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA FRANCESCO IN THAILANDIA E GIAPPONE (19 - 26 NOVEMBRE 2019) - Partenza - Incontro con i giornalisti - Arrivo a Bangkok (cronaca, foto, testi e video)


VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN THAILANDIA E GIAPPONE
(19 - 26 NOVEMBRE 2019)


Alle 18, prima di lasciare Casa Santa Marta per raggiungere l’aeroporto di Fiumicino, Papa Francesco ha incontrato una decina di anziani soli ospitati dalle Piccole Sorelle dei Poveri a San Pietro in Vincoli. Il gruppo era accompagnato dall’Elemosiniere, cardinale Konrad Krajewski.
Il volo papale è decollato alle 19.15, con un quarto d'ora di ritardo, dall'aeroporto di Fiumicino.
Nello scalo romano il Papa, prima di imbarcarsi sull'aereo dell’Alitalia, un Airbus A330, battezzato "Giovanni Battista Tiepolo", ha salutato le autorità civili e religiose. Poi, come di consueto, con la borsa nera nella mano sinistra, è salito sulla scaletta per raggiungere il portellone di ingresso dell’aereo. Da qui poco prima di entrare all'interno, si è soffermato brevemente a salutare il comandante dell’aereo Alberto Colautti, 58 anni, e 15 mila ore di volo all’attivo, i tre copiloti e i sei assistenti di volo che lo attendevano, quindi si è voltato verso le autorità presenti a terra per un saluto.
Guarda il video diffuso dall'ANSA



INCONTRO IN AEREO CON I GIORNALISTI

Buona sera a tutti voi!
Grazie di accompagnarmi in questo viaggio, e grazie del vostro lavoro: fa tanto bene alla gente essere informata e anche conoscere le culture che sono lontane dall’Occidente. Grazie del vostro sforzo.

Così papa Francesco ha salutato i giornalisti sull'aereo dopo il decollo. Molti i doni portati dai giornalisti, dai libri ai disegni di bambini. Come sempre poi il Papa li ha salutati uno ad uno.




ARRIVO A BANGKOK 

Con l'atterraggio a Bangkok alle 12.02 (le 6.02 in Italia), una mezz'ora di anticipo rispetto al programma, è iniziato il 32esimo viaggio apostolico di Papa Francesco, un viaggio lungo e impegnativo che lo vedrà fino al 23 novembre in Thailandia e poi in Giappone fino al 26.

Al suo arrivo Francesco è stato accolto, ai piedi della scala anteriore dell'aereo, da un membro del Consiglio della Corona che gli ha offerto un omaggio floreale e da suor Ana Rosa Sivori, delle Figlie di Maria Ausiliatrice, sua cugina, che gli farà da interprete in alcuni incontri in Thailandia. 
Saluta quindi un membro del Consiglio della Corona e sei autorità del Paese del sud est asiatico, insieme ai vescovi e a 11 bambini con i tipici abiti tradizionali, rappresentanti delle diocesi presenti sul territorio, in cui i cattolici sono poco più di 300 mila, il Papa ha quindi attraversato la Guardia d'Onore. 
Subito dopo Francesco si è trasferito in auto alla Nunziatura apostolica di Bangkok dove è stato accolto dal personale della rappresentanza pontificia e da bambini che sventolavano le bandiere thailandese e vaticane.

Oggi non sono previsti impegni pubblici: pomeriggio di riposo e Messa celebrata in privato nella cappella della Nunziatura.
I primi appuntamenti e i primi discorsi, 8 solo nella tappa thailandese, inzieranno infatti domani, 21 novembre, quando in Italia saranno quasi le tre di notte. 











Guarda il video


STOP ALLE ARMI NUCLEARI di Luigi Sandri - “L’uso e il possesso di armi nucleari è immorale” di Pax Christi

STOP ALLE ARMI NUCLEARI
di Luigi Sandri


Il Giappone, che il papa da giovane gesuita sognò invano di raggiungere, è la sua nuova meta. Domani, infatti, egli parte per la Thailandia e poi da Hiroshima e Nagasaki, rivolgerà un solenne monito per un bando totale delle armi nucleari. Entrato nella Compagnia di Gesù, Francesco aveva chiesto di essere inviato in Estremo Oriente; ma i suoi superiori non vollero. Ora, divenuto pontefice della Chiesa romana, egli realizza il suo desiderio. Prima tappa del suo viaggio sarà Bangkok per ricordare i trecentocinquant’anni dalla creazione di una presenza cattolica strutturata nell’antico regno del Siam (oggi Thailandia): un paese di settanta milioni di abitanti quasi totalmente buddhisti. La minoranza cattolica, seppur piccolissima, è rispettata. Sabato, poi, Bergoglio partirà per il Giappone: forse l’aereo papale sorvolerà la Cina, il cui presidente, Xi Jinping, non desidera, almeno per ora, vedere un papa a Pechino.
A Tokyo il pontefice incontrerà la comunità cattolica: modesta per numero (seicentocinquantamila fedeli su centoventisei milioni di abitanti), oggi è assai apprezzata nel mondo della cultura. Era stato proprio un gesuita, lo spagnolo Francisco Xavier, a raggiungere, a metà del Cinquecento, il Giappone. Pochi anni dopo nel paese inizierà una feroce persecuzione contro i cristiani: uccisi per la loro fede, secondo alcuni; perché considerati “agenti” di potenze coloniali europee, secondo altri. Fatto sta che, privati di missionari, i pochi fedeli – i “Cristiani nascosti” che rischiavano assai, se scoperti – cercarono, tra molte difficoltà, di mantenere la fede, che si ravvivò quando in Giappone nel 1868 cessò il lunghissimo periodo del suo isolamento, avviato nel 1603.
Poi, a Hiroshima e Nagasaki, il filo del discorso di Bergoglio sarà legato al loro triste primato: esse, finora, sono state le uniche città al mondo ad essere devastate con bombe atomiche. Infatti, per piegare l’impero nipponico che non voleva arrendersi, l’aviazione statunitense il 6 agosto 1945 colpì la prima città, e tre giorni dopo la seconda, con armi micidiali e allora sconosciute, provocando all’istante migliaia di morti e tremende rovine. Dopo la seconda guerra mondiale, e fino ai nostri giorni, altri Paesi, dopo gli Usa, diventeranno potenze nucleari: Urss (ora Russia), Francia, Gran Bretagna, Cina, India, Pakistan, Corea del Nord, Israele.
Molti sono stati i tentativi, soprattutto sotto l’egida dell’Onu, per diminuire le testate atomiche – oggi, nell’insieme, circa 15.000 – e poi a poco a poco eliminarle; tuttavia, malgrado alcuni risultati, si è ben lontani da tale traguardo. Perciò dalle città-martiri Francesco lancerà un grido profetico perché si riprenda il cammino che porti al desiderato traguardo. Speranza, oggi come oggi, utopica.

(Fonte: “L’Adige” del 18 novembre 2019)


“L’uso e il possesso di armi nucleari è immorale” 
di Pax Christi



Dichiarazione di Pax Christi International

“Il movimento internazionale Pax Christi si unisce al Consiglio Cattolico Giapponese per la Giustizia e la Pace nel dare il benvenuto alla visita di Papa Francesco a Hiroshima e Nagasaki. Durante il suo papato, Papa Francesco si è espresso fortemente contro le armi nucleari. È quindi opportuno che durante la sua visita in queste due città chieda passi concreti verso il completo disarmo nucleare. Pax Christi International (PCI) si aspetta che questa visita pastorale metta in evidenza non solo l’immoralità delle armi nucleari, ma anche l’importanza della nonviolenza come etica fondamentale per la costruzione di culture di pace e di sviluppo sostenibile.”

Così inizia la dichiarazione di Pax Christi International, che come Pax Christi Italia facciamo nostra.

Come Pax Christi Italia non possiamo dimenticare l’incontro che il Consiglio Nazionale ha avuto proprio con papa Francesco lo scorso 12 gennaio. In quell’occasione, Vatican News ha intervistato il Presidente di Pax Christi mons. Giovanni Ricchiuti: “… Francesco ha detto e ricordato il discorso che ha tenuto agli Ambasciatori qualche giorno fa. E ci ha detto: ‘Io nel discorso ho usato una parola molto pesante. Ho detto che ‘l’uso e il possesso di armi nucleari è immorale’. E ha confermato: “L’ho messa proprio io questa parola”, ancora sottolineando come la Chiesa oggi, la profezia della Chiesa sulla pace, non può che essere una profezia coraggiosa, audace, che accetta i rischi anche dell’andare controcorrente. E lui stesso ci ha confidato: ‘Io ho parlato ma so che non sono ascoltato da tutti. Però la Chiesa non può tacere”.

Pax Christi Italia chiede di continuare il lavoro – già iniziato da tempo insieme a tante altre donne e uomini che amano la pace – nelle comunità cristiane, nei territori, nelle istituzioni perché si continui a chiedere con fermezza che anche l’Italia aderisca al Trattato che mette al bando le armi nucleari. Hanno già ratificato 33 Stati. Ne mancano 17.

Sarebbe davvero una grande amarezza per tutti se l’Italia non riuscisse a cogliere tale opportunità storica.

“Possa questa visita – conclude il testo di Pax Christi International https://pcintlorg.files.wordpress.com/2019/11/statement-japan-2019-italien.pdf – consentire ai governi, incluso il Giappone, di prendere a cuore le parole di papa Francesco: ‘Le armi di distruzione di massa, in particolare le armi nucleari, non creano altro che un falso senso di sicurezza. Non possono costituire la base per la coesistenza pacifica tra i membri della famiglia umana, che deve piuttosto essere ispirata a un’etica di solidarietà’. Con tutto ciò in mente, PCI chiede seriamente a papa Francesco di rivolgersi al governo del Giappone e a tutti gli stati del Nord- est asiatico affinché aderiscano al Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari. Il Giappone ha una sfida unica ad assumere questo ruolo di leader, dopo aver subito gli attacchi nucleari del 1945.
 Il Nord-est asiatico e il mondo affrontano crescenti minacce nucleari. Possa il viaggio di Papa Francesco catalizzare un cambiamento di cuore in molti, e per questa intenzione Pax Christi International prega per la visita del Pontefice.”

19 novembre 2019

Pax Christi Italia

martedì 19 novembre 2019

GIORNATA MONDIALE DEI POVERI - Aria di famiglia nel pranzo di Papa Francesco con 1500 poveri (cronaca, foto e video)

GIORNATA MONDIALE DEI POVERI
Aria di famiglia nel pranzo di Papa Francesco con 1500 poveri 
(cronaca, foto e video)










L'Aula Paolo VI al termine dell'Angelus si è trasformata, in occasione della III Giornata mondiale dei Poveri, in un grande ristorante che accoglie tutti: il pranzo del Papa con 1.500 persone bisognose in Vaticano - una "riunione di amici", la definisce Francesco. Oltre 150 tavoli con tovaglie bianche e gialle (i colori della Santa Sede), i tavoli tutti rotondi, con l’eccezione di una lunga tavolata centrale, dove siede Papa Francesco con venti persone, alla sinistra di Francesco un senzatetto italiano di Domodossola, che ha atteso il Pontefice col viso rigato di lacrime.
A servire gli ospiti, trattati con tutti i riguardi, 50 volontari.

«Vi do il benvenuto: grazie per essere qui. Auguro che il Signore ci benedica tutti, oggi: che Dio ci benedica tutto in questa riunione di amici, in questo pranzo, e le famiglie vostre. Che il Signore benedica tutti. Grazie e buon pranzo». Così papa Francesco, all'inizio del convivio nell'Aula Paolo VI, si è rivolto alle 1.500 persone indigenti che partecipano con lui al pranzo per la Giornata Mondiale dei Poveri. 

Al pranzo di papa Francesco viene servito un menù senza carne di maiale, per permettere la partecipazione anche a chi professa religioni che non la ammettono. Lo ha reso noto mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio della Nuova Evangelizzazione, il dicastero che cura l'organizzazione della Giornata Mondiale istituita dal Pontefice. "Qui non c'è carne di maiale, anche gli altri ospiti possono mangiare tranquillamente tutto", ha detto Fisichella all'inizio del pranzo.

Il menù servito nell'occasione conviviale, da camerieri in giacca bianca, comprende una lasagnetta al forno, bocconcini di pollo alla crema di funghi e patate, dolce, frutta e caffè. Sulla tavola, oltre alle bottiglie d'acqua, aranciata e coca cola. 


La pasta è offerta da La Molisana, che ha fornito anche i pacchi-dono per tutti gli ospiti, insieme alla Coldiretti che ha donato confezioni di olio. 


Guarda il video

Vedi anche i post precedenti:


“Perché soffrono i bambini? Non c’è risposta”. Papa Francesco: la loro autorità morale guidi le scelte gestionali del Bambin Gesù (Testo e video)

Papa Francesco, Udienza all'Ospedale Bambino Gesù

“Perché soffrono i bambini? Non c’è risposta”. 
Papa Francesco: la loro autorità morale guidi
 le scelte gestionali del Bambin Gesù



Sabato 16 novembre 2019 - Nell’Aula Paolo VI, toccante incontro di Papa Francesco con la grande famiglia dell’Ospedale Pediatrico della Santa Sede che celebra i 150 anni di fondazione, hanno partecipato oltre 6 mila persone, tra cui medici, infermieri, volontari e pazienti con le loro famiglie.




Cari fratelli e sorelle!

Sono contento di incontrarvi come grande famiglia dell’Ospedale “Bambino Gesù”, per celebrare insieme i 150 anni di fondazione di questo benemerito Istituto appartenente alla Santa Sede, la quale non smetterà mai di prestarvi grande attenzione. Vi saluto tutti con affetto e ringrazio la Presidente, Signora Mariella Enoc, per le sue parole. Saluto i membri del Consiglio di Amministrazione, i medici, il personale paramedico e infermieristico, i cappellani, i volontari, i benefattori; ma soprattutto il mio saluto va ai piccoli pazienti e ai loro familiari, a tutti voi.

Nel suo racconto delle origini, che leggerò con le altre testimonianze, la duchessa Maria Grazia Salviati ci ha presentato la nascita dell’Ospedale come intuizione e come dono. Intuizione di una donna e di una mamma di grande intelligenza, cultura e fede: Arabella Salviati, vissuta nella feconda stagione del cattolicesimo sociale. E dono di una famiglia generosa, che ha operato un gesto di immensa sensibilità in favore dei bambini di tutto il mondo. Infatti, quel seme iniziale ha avuto il suo sviluppo oltre i confini della città di Roma, grazie alla donazione di esso fatta al Papa, la cui sollecitudine pastorale si estende dovunque è presente la Chiesa. Così l’Ospedale pediatrico è diventato patrimonio non solo della comunità romana, ma di quella italiana e internazionale.

È nata così una realtà grande e preziosa, all’avanguardia e proiettata ancora oggi verso il futuro. Mi piace tanto il messaggio che avete scelto per il vostro anniversario: “Il futuro è una storia di bambini”. E stando con i bambini noi impariamo a frequentare il futuro, che è un atteggiamento molto importante. Ci vuole coraggio per frequentare il futuro. 
L’autorità morale dei bambini malati e sofferenti è l’identità più vera dell’Ospedale “Bambino Gesù”. Questa consapevolezza sia il motore del vostro agire insieme, concordemente e con spirito comunitario, superando ostacoli e divergenze. L’autorità morale dei bambini possa essere sempre richiamo alla fedeltà alla vocazione originaria di questo Ospedale, e criterio di discernimento per le scelte future. Ma possiamo dire, un po’ semplicisticamente, che sono loro che comandano: sono loro a comandare i nostri lavori, i nostri pensieri, le nostre ricerche, le nostre azioni. I bambini.

Con commozione e gratitudine so della storia della mamma venezuelana e di suo figlio Jerson, che ha potuto trovare al “Bambino Gesù” le cure di cui aveva bisogno. Ringrazio l’Ospedale per la sua apertura al mondo, per aver deciso di farsi carico di queste sofferenze e di questi bambini provenienti da tanti Paesi. Mi hanno detto che più di una volta alla settimana atterra nell’eliporto del Vaticano qualche elicottero che porta bambini da altrove per il “Bambino Gesù”. So bene che ciò richiede molte risorse economiche, e ringrazio pertanto quanti generosamente stanno contribuendo con le loro donazioni alla Fondazione del “Bambino Gesù”. Auspico che le Istituzioni internazionali sappiano trovare il modo di promuovere sempre più questi corridoi sanitari, nell’attesa che cresca in ogni Paese la capacità di risposta ai bisogni fondamentali della salute.

Voglio soffermarmi su un’espressione usata dalla mamma del Venezuela: lei ha scritto della benedizione di Dio e delle “mani benedette e meravigliose” che hanno accolto e curato suo figlio. Voi medici, chirurghi e infermieri usate le mani come strumento di cura. Siate sempre consapevoli di questa benedizione di Dio sulle vostre mani. La vostra capacità di curare così è un dono per voi e per le persone che vi vengono affidate. E nello stesso tempo, cari medici e infermieri, non fate mancare il vostro apporto professionale e il vostro zelo affinché sia preservata la tipicità di questa istituzione. Ci vuole l’impegno di tutti perché l’Ospedale Pediatrico “Bambino Gesù” continui a manifestare la speciale predilezione della Santa Sede per l’infanzia, col proprio stile di cura amorevole dei piccoli degenti, offrendo una testimonianza concreta del Vangelo, in piena sintonia con quanto insegna la Chiesa.

A me piace benedire le mani dei medici e degli infermieri. Adesso mi fermo un po’ in questo discorso, che è lungo. Mi fermo un po’ per benedire le mani di tutti i medici e gli infermieri che sono qui, e anche le mani dei medici e gli infermieri del “Bambino Gesù”. Signore, benedici le mani dei medici e degli infermieri, così che possano aiutare i bambini nel loro percorso di malattia e di ricovero per l’uscita dalla malattia.

La testimonianza dell’infermiera, che ha compiuto con i suoi colleghi una lunga serie di missioni di formazione in Siria, mi ha mostrato un altro aspetto dell’attività umanitaria dell’Ospedale e della sua apertura al mondo: la disponibilità a condividere il proprio sapere e le proprie competenze col personale sanitario dei Paesi più svantaggiati. È «la carità del sapere che edifica la pace», come disse San Giovanni Paolo II (Discorso alla Pont. Accademia delle Scienze, 12 novembre 1983). Si tratta, per voi professionisti del “Bambino Gesù”, di restituire ciò che vi è stato dato in abbondanza e di ricevere in cambio tanta ricchezza di umanità. Ognuno insegna qualcosa all’altro. È quanto avviene in queste missioni del “Bambino Gesù” all’estero.

Il vostro Direttore scientifico ha riferito nel suo scritto con grande entusiasmo come assistenza e ricerca siano le pietre angolari dell’attività dell’Ospedale: quanto migliore è la ricerca, tanto migliore è l’assistenza. Non c’è cura senza ricerca. E non c’è futuro, nella medicina, senza ricerca. Da questo punto di vista, il “Bambino Gesù” è già da tempo proiettato nel futuro, con risultati importanti nel campo della diagnostica delle malattie rare e della cura delle patologie complesse, con lo sviluppo di terapie di precisione. Ammiro la passione e l’entusiasmo che mettete nel vostro lavoro di cura e di ricerca, e vorrei che non perdeste mai la capacità di scorgere il volto sofferente di un bambino anche dietro un semplice campione da analizzare, e di udire il grido dei genitori anche all’interno dei vostri laboratori. Il mistero della sofferenza dei bambini non smetta di parlare alle vostre coscienze e di motivare il vostro impegno umano e professionale. Mi viene in mente quella domanda, a cui è difficile trovare risposta, del grande Dostoevskij: “Perché soffrono i bambini?”. Sempre avere viva questa domanda: perché soffre un bambino? Non c’è risposta: soltanto il servizio al bambino sofferente e lo sguardo al Padre di tutti, perché faccia qualcosa.

Cari fratelli e sorelle, sono molto contento di ciò che ho sentito questa mattina, di ciò che ho visto, e più in generale del percorso fatto in questi anni dal “Bambino Gesù”. Mi rallegro del buon andamento dell’Ospedale e della sua costante crescita, pur tra molte difficoltà, perché è opportuno che nei prossimi anni si possa continuare ad offrire ad ogni paziente le migliori cure, e che nessuno venga rifiutato. Questa attività richiede risorse e spazi adeguati. Le esigenze della ricerca scientifica e la crescente domanda di assistenza, anche dall’estero, renderanno necessari nei prossimi anni nuovi investimenti nelle strutture e nelle tecnologie. Si tratta di un equilibrio difficile, ma è importante che vengano sempre garantite sostenibilità ed efficienza, perché l’Ospedale continui ad essere una straordinaria opera di carità della Chiesa.

Chiedo dunque a tutti voi scelte coraggiose e rigorose al tempo stesso, generose e prudenti. E vi esorto ad andare avanti, fedeli al Vangelo e obbedienti all’autorità morale dei bambini sofferenti. Da parte mia, vi sono grato specialmente perché aiutate i piccoli malati a sentire accanto a sé la presenza tenera e rassicurante di Gesù. E non dimentichiamo le sue parole: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Su tutta la comunità dell’Ospedale “Bambino Gesù” imparto di cuore la Benedizione Apostolica. E, per favore, vi chiedo di non dimenticarvi di pregare per me.


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Hanno paura che le persone si incontrino davvero

Hanno paura che le persone si incontrino davvero

Solidarietà in piazza per La Pecora elettrica (Ph Gabry Marando)

La Pecora Elettrica, una libreria bruciata due volte. Una pizzeria la Cento 55, e ora il Baraka Bistrot. Chi sta bruciando questi piccoli locali nella periferia di Roma? I fascisti? Gli spacciatori?

I primi se ne fregano di spazi semi-invisibili. I secondi hanno bisogni di piccole luci che attraggano falene possibili compratrici di stupefacenti. E allora chi?

Mi gira nella testa da qualche ora che sia una “piccola strategia della tensione”. Centocelle non si sta sviluppando come San Lorenzo o il Pigneto. Non produce la movida un po’ studentesca e un po’ sottocapitalista che gira per le strade con la birra in mano e spende la paghetta o il misero stipendio.

Un pezzo di Centocelle gravita attorno al Forte Prenestino, spazio storico dell’occupazione, dell’autogestione e della produzione di pensiero. Centro di produzione di coscienza. E chi apre un buco di localetto ha girato attorno a quella coscienza. Magari s’è vissuto Genova ai tempi delle botte. Le lotte per la casa. La consapevolezza che i lavori precari ci stavano già negli anni Novanta con le prime partite Iva, con i co.co.co, co.co.pro, l.a.p. eccetera.

Qualcuno ha paura che i locali di Centocelle non siano sbronzifici per il popolo. Ma luoghi di dibattito. Magari attorno a un libro e a un bicchiere di vino, ma luoghi di dibattito tra persone che hanno una voce e un corpo, non un nomignolo per Internet e un commento del cavolo.

Qualcuno ha paura che le persone si incontrino per davvero attorno a un tavolo vero. E gli sta bruciando la sedia.



"Impariamo a leggere" di Enzo Bianchi

"Impariamo a leggere" 
di Enzo Bianchi



Sono giunti i giorni freddi, sovente uggiosi e, senza doverlo decidere, restiamo di più in casa, magari come me accanto a un cammino acceso, passando ore a leggere e a pensare. Imparare a pensare significa infatti anche imparare a leggere: leggere il mondo, le situazioni, gli eventi, ciò che “sta scritto” perché altri lo hanno messo “nero su bianco”. Non a caso i medievali facevano derivare la parola latina “intellegere” – letteralmente “capire” – da intus legere, “leggere dal di dentro”.

Leggere è sempre cercare di interrogare e di interpretare: per fare questo occorre ritirarsi dal “commercio” che ci attornia, dimenticare ciò che è presente ai nostri sensi e concentrarci su ciò che vogliamo leggere. Leggere è dunque fissare gli occhi e l’attenzione su dei segni scritti, su un susseguirsi di spazi bianchi e di tratti d’inchiostro disposti ordinatamente sulla superficie di una pagina, fino a uscire quasi da noi stessi (o a scendere nelle nostre profondità…) per immergerci nello scritto. Per leggere serve solo trovare del tempo, saper possedere e ordinare il tempo, cessando di dire: “Non ho tempo!”, e serve un libro al quale dedicare attenzione. Anche in mezzo alla folla, in treno, in autobus, questa operazione rimane possibile e il “lettore” diviene, per chi lo osserva, come un’icona di interiorità, un’immagine di raccoglimento, un’allusione al viaggio della mente.

La lettura, di fatto, è una conversazione, un dialogo con chi è assente può essere lontano mille miglia nel tempo e nello spazio: è un ricevere la parola di un altro e farla propria, interpretandola nel dialogo della propria intimità. Sant’Agostino paragonava la Scrittura a uno specchio che rivela il lettore a se stesso, Gregorio Magno parlava della “Scrittura che cresce insieme al lettore” e Marcel Proust, al termine della sua monumentale opera Alla ricerca del tempo perduto, le apriva nuovi orizzonti, ancor più sconfinati, asserendo che i suoi lettori sarebbero stati “lettori di se stessi”, in quanto il suo libro era solo il mezzo offerto loro perché leggessero dentro se stessi.

Sì, anche e soprattutto nella nostra società dell’immagine, leggere resta operazione di grande umanizzazione: è una resistenza alla dittatura dell’informazione istantanea, è un viaggio intrapreso con le parole dell’altro, un cammino per edificare la propria interiorità, per imparare e affermare la libertà, per mangiare e bere la parola, cioè per nutrirsi!

Certo, quando la barbarie avanza, si mostra innanzitutto tale proprio per l’ostilità verso il leggere, fino alla distruzione dei libri, al rogo delle biblioteche. Non dimentichiamo il monito di Heinrich Heine: “Dove si danno alle fiamme i libri, si finisce per bruciare anche gli uomini!”.

lunedì 18 novembre 2019

Il rapimento di Silvia Romano, un anno dopo

Il rapimento di Silvia Romano, un anno dopo

Pochissimo si sa della sorte della cooperante italiana, rapita in Kenya e poi trasferita in Somalia, dove potrebbe essere finita in mano ai terroristi di al Shabaab. Lo scorso 30 settembre, secondo una fonte di intelligence, risultava ancora viva

Silvia Costanza Romano 

"Silvia è viva e si sta facendo di tutto per riportarla a casa". Questa è l'ultima notizia certa e risale al 30 settembre, come ha riportato l'Agi, citando una fonte di intelligence. Da allora sul rapimento di Silvia Romano avvenuto il 20 novembre del 2018 è calato il silenzio. Un anno esatto dal quel brutto giorno quando la volontaria italiana è stata sottratta alla sua attività umanitaria a Chakama, un villaggio a 80 chilometri da Malindi in Kenya. Nulla è trapelato. Solo un laconico ci sono nuove prove, nuovi elementi di indagine emersi nell'ultimo mese. Un po' poco.

Si sa che la collaborazione tra autorità keniane e italiane prosegue, non si è mai fermata un momento. Come ha sottolineato la viceministra degli Esteri, Emanuela Del Re, durante una sua recente visita in Kenya. Ma il silenzio sta diventando insopportabile, assordante e in molti chiedono di romperlo. Pippo Civati, leader di Possibile, che sin dall'inizio segue - uno tra i pochi - questa tragica vicenda, in un tweet scrive: "Credo sia doveroso che a un anno di distanza ci sia una comunicazione ufficiale del nostro esecutivo sulla situazione di Silvia Romano. Troppe le voci ufficiose, troppe le mezze verità, troppi i pettegolezzi".

Così la politica, ma c'è anche quella parte di società civile che non ha mai smesso di premere, in maniera discreta, affinché un fascio di luce illumini questa vicenda. Nino Sergi, fondatore e presidente emerito di Intersos e Policy Advisor di Link 2007, ha nuovamente fatto sentire la sua voce inviando una seconda lettera aperta al generale Luciano Carta, direttore dell'Aise, i servizi di intelligence esterni. "Dodici mesi sono tanti - scrive Sergi -. A chi attende la sua liberazione sembrano interminabili". Sergi prosegue sottolineando di non "aver nessun titolo per parlare a nome di Silvia, ma quanto le scrivo esprime l'inquietudine e le preoccupazioni di molte persone per la sua liberazione e la sua vita: tante voci che fanno da sottofondo a questa nuova lettera aperta". 

E il fondatore di Intersos cosi' spiega le "inquietudini e le preoccupazioni": "Non sappiamo se prendere per buone le poche notizie diffuse da agenzie giornalistiche sull'area in cui Silvia potrebbe essere trattenuta. Ad esse comunque ci aggrappiamo. Se l'area fosse confermata, la preoccupazione diventa ancora più grande a causa dell'effettuazione di frequenti raid. Come non sappiamo se vi siano le condizioni per fare molto di più di quanto già state facendo; ma ancora una volta le chiediamo di provare a farlo. I tempi lunghi significano anche crescenti rischi: il ricordo di Giovanni Lo Porto rimane ancora molto doloroso".

Rapita, venduta e trasferita in Somalia

Silvia Romano è stata rapita da criminali comuni che, poi, l'hanno ceduta a un'altra banda, probabilmente i terroristi di al Shabaab e portata in Somalia. E le preoccupazioni di Sergi derivano proprio da questo. Le condizioni sul terreno, in questi mesi, sono precarie: piogge e alluvioni, che impediscono gli spostamenti, ma diventano condizioni ideali per i raid arei sulle postazioni dei terroristi. Ed ecco il ricordo del cooperante Giovanni Lo Porto, rapito in Pakistan da Al Qaeda, e vittima - "effetto collaterale" - di un bombardamento americano.

Poi vi è una nota di cronaca. Il processo ai tre degli otto membri della banda che ha rapito Silvia - Moses Luwali Chembe, Abdalla Gababa Wario e Ibraiam Adam Omar - è stato nuovamente rinviato, questa volta perchè Adam Omar, in libertà su cauzione e considerato l'uomo più pericoloso dei tre, non si è presentato all'ultima udienza, quella del 14 novembre. I giudici lo hanno dichiarato "formalmente" latitante.

Quali prove che sia ancora viva?

Rimaniamo a ciò che gli inquirenti fanno trapelare e cioè che Silvia sia stata portata in Somalia. Ma non è chiaro quando sia avvenuto: se subito dopo il rapimento oppure nei mesi successivi. E non è una curiosità giornalistica. Il passaggio di mano potrebbe essere avvenuto all'inizio dell'anno, ma sul punto gli inquirenti tacciano. C'è poi il fatto, non irrilevante, della prova in vita. Chi indaga, italiani e keniani, hanno detto che di sicuro Silvia a Natale era viva. È stata rapita un anno fa. Anche su questo punto il silenzio è inquietante. Non viene detto nulla. Ma nemmeno si fa intendere qualcosa.

I punti poco chiari sono molti. In primo luogo, se è vero che la giovane italiana è in Somalia, non si ha notizia di una rivendicazione in tal senso, e dopo un anno dal rapimento tutto ciò sembra essere, quantomeno, strano e inusuale. L'altro fattore: c'è stata una richiesta di riscatto? Se è vero che i committenti del rapimento sono gruppi jihadisti legati agli al Shabaab, rivendicazione e richiesta di riscatto per la liberazione della giovane italiana dovrebbero essere scontate.

Gli inquirenti, tuttavia, mantengono il riserbo anche sul fatto se sia stata fornita o meno una prova "recente" in vita di Silvia Romano. Tutto ciò alimenta ricostruzioni fantasiose. A un anno di distanza, una parola di chiarezza, però, dovrebbe essere detta. E noi rimaniamo con l'unica certezza alla quale potersi aggrappare: "Silvia Romano è viva e si sta lavorando per riportarla a casa".
(fonte: AGI, articolo di Angelo Ferrari 18/11/2019)

Vedi ancheil nostro post (all'interno i link ai post precedenti):
Buon compleanno Silvia!


GIORNATA MONDIALE DEI POVERI - Papa Francesco «Il Signore ci chiama a collaborare alla costruzione della storia, diventando, insieme a Lui, operatori di pace e testimoni della speranza in un futuro di salvezza e di risurrezione.» Angelus (testo e video)

GIORNATA MONDIALE DEI POVERI

ANGELUS
Piazza San Pietro
Domenica, 17 novembre 2019

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo di questa penultima domenica dell’anno liturgico, (cfr Lc 21, 5-19) ci presenta il discorso di Gesù sulla fine dei tempi. Gesù lo pronuncia davanti al tempio di Gerusalemme, edificio ammirato dalla gente a motivo della sua imponenza e del suo splendore. Ma Egli profetizza che di tutta quella bellezza del tempio, quella grandiosità «non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta» (v. 6). La distruzione del tempio preannunciata da Gesù è figura non tanto della fine della storia, quanto del fine della storia. Infatti, di fronte agli ascoltatori che vogliono sapere come e quando accadranno questi segni, Gesù risponde con il tipico linguaggio apocalittico della Bibbia.

Usa due immagini apparentemente contrastanti: la prima è una serie di eventi paurosi: catastrofi, guerre, carestie, sommosse e persecuzioni (vv. 9-12); l’altra è rassicurante: «Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto» (v. 18). Dapprima c’è uno sguardo realistico sulla storia, segnata da calamità e anche da violenze, da traumi che feriscono il creato, nostra casa comune, e anche la famiglia umana che vi abita, e la stessa comunità cristiana. Pensiamo a tante guerre di oggi, a tante calamità di oggi. La seconda immagine – racchiusa nella rassicurazione di Gesù – ci dice l’atteggiamento che deve assumere il cristiano nel vivere questa storia, caratterizzata da violenza e avversità.

E qual è l’atteggiamento del cristiano? È l’atteggiamento della speranza in Dio, che consente di non lasciarsi abbattere dai tragici eventi. Anzi, essi sono «occasione di dare testimonianza» (v. 13). I discepoli di Cristo non possono restare schiavi di paure e angosce; sono chiamati invece ad abitare la storia, ad arginare la forza distruttrice del male, con la certezza che ad accompagnare la sua azione di bene c’è sempre la provvida e rassicurante tenerezza del Signore. Questo è il segno eloquente che il Regno di Dio viene a noi, cioè che si sta avvicinando la realizzazione del mondo come Dio lo vuole. È Lui, il Signore, che conduce la nostra esistenza e conosce il fine ultimo delle cose e degli eventi.

Il Signore ci chiama a collaborare alla costruzione della storia, diventando, insieme a Lui, operatori di pace e testimoni della speranza in un futuro di salvezza e di risurrezione. La fede ci fa camminare con Gesù sulle strade tante volte tortuose di questo mondo, nella certezza che la forza del suo Spirito piegherà le forze del male, sottoponendole al potere dell’amore di Dio. L’amore è superiore, l’amore è più potente, perché è Dio: Dio è amore. Ci sono di esempio i martiri cristiani – i nostri martiri, anche dei nostri tempi, che sono di più di quelli degli inizi – i quali, nonostante le persecuzioni, sono uomini e donne di pace. Essi ci consegnano una eredità da custodire e imitare: il Vangelo dell’amore e della misericordia. Questo è il tesoro più prezioso che ci è stato donato e la testimonianza più efficace che possiamo dare ai nostri contemporanei, rispondendo all’odio con l’amore, all’offesa con il perdono. Anche nella vita quotidiana: quando noi riceviamo un’offesa, sentiamo dolore; ma bisogna perdonare di cuore. Quando noi ci sentiamo odiati, pregare con amore per la persona che ci odia. La Vergine Maria sostenga, con la sua materna intercessione, il nostro cammino di fede quotidiano, alla sequela del Signore che guida la storia.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

ieri a Riobamba, in Ecuador, è stato proclamato Beato padre Emilio Moscoso, sacerdote martire della Compagnia di Gesù, ucciso nel 1897 nel clima persecutorio contro la Chiesa Cattolica. Il suo esempio di religioso umile, apostolo della preghiera ed educatore della gioventù, sostenga il nostro cammino di fede e di testimonianza cristiana. Un applauso al nuovo Beato!

Oggi celebriamo la Giornata Mondiale dei Poveri, che ha per tema le parole del salmo “La speranza dei poveri non sarà mai delusa” (Sal 9,19). Il mio pensiero va a quanti, nelle diocesi e nelle parrocchie di tutto il mondo, hanno promosso iniziative di solidarietà per dare concreta speranza alle persone più disagiate. Ringrazio i medici e gli infermieri che hanno prestato servizio in questi giorni nel Presidio Medico qui in Piazza San Pietro. Ringrazio per tante iniziative in favore della gente che soffre, dei bisognosi, e questo deve testimoniare l’attenzione che non deve mai mancare nei confronti dei nostri fratelli e sorelle. Ho visto recentemente, pochi minuti fa, alcune statistiche sulla povertà. Fanno soffrire! L’indifferenza della società verso i poveri… Preghiamo. [silenzio di preghiera]

Saluto tutti voi pellegrini, venuti dall’Italia e da diversi Paesi. In particolare, saluto la Comunità Ecuadoriana di Roma, che festeggia la Virgen del Quinche; i fedeli del New Jersey e quelli di Toledo; le Figlie di Maria Ausiliatrice provenienti da vari Paesi e l’Associazione Italiana Accompagnatori Santuari Mariani nel Mondo. Saluto i gruppi di Porto d’Ascoli e di Angri; e i partecipanti al pellegrinaggio delle Scuole Lasalliane di Torino e Vercelli per la chiusura del terzo centenario della morte di San Giovanni Battista de la Salle.

Martedì incomincerò il viaggio in Tailandia e Giappone: vi chiedo una preghiera per questo viaggio apostolico. E auguro a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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domenica 17 novembre 2019

GIORNATA MONDIALE DEI POVERI - Papa Francesco «Non basta l’etichetta “cristiano” o “cattolico” per essere di Gesù. Bisogna parlare la stessa lingua di Gesù, quella dell’amore... Che bello se i poveri occupassero nel nostro cuore il posto che hanno nel cuore di Dio!» Omelia (foto, testo e video)


GIORNATA MONDIALE DEI POVERI
SANTA MESSA
Basilica Vaticana
XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, 17 novembre 2019

Papa Francesco è entrato in processione nella Basilica di San Pietro, dove ha presieduto la messa in occasione della terza Giornata Mondiale dei Poveri, da lui stesso istituita. Alla celebrazione hanno partecipato numerose persone povere ed indigenti, insieme ai volontari che li accompagnano e ad esponenti delle numerose realtà caritative che li assistono quotidianamente. Hanno concelebrato con il Papa cardinali, vescovi e sacerdoti.









OMELIA DI PAPA FRANCESCO

Oggi, nel Vangelo, Gesù sorprende i suoi contemporanei e anche noi. Infatti, proprio mentre si lodava il magnifico tempio di Gerusalemme, dice che non ne rimarrà «pietra su pietra» (Lc 21,6). Perché queste parole verso un’istituzione tanto sacra, che non era solo un edificio, ma un segno religioso unico, una casa per Dio e per il popolo credente? Perché queste parole? Perché profetizzare che la salda certezza del popolo di Dio sarebbe crollata? Perché, alla fine, il Signore lascia che crollino delle certezze, mentre il mondo ne è sempre più privo?

Cerchiamo risposte nelle parole di Gesù. Egli oggi ci dice che quasi tutto passerà. Quasi tutto, ma non tutto. In questa penultima domenica del Tempo Ordinario, Egli spiega che a crollare, a passare sono le cose penultime, non quelle ultime: il tempio, non Dio; i regni e le vicende dell’umanità, non l’uomo. Passano le cose penultime, che spesso sembrano definitive, ma non lo sono. Sono realtà grandiose, come i nostri templi, e terrificanti, come terremoti, segni nel cielo e guerre sulla terra (cfr vv. 10-11): a noi sembrano fatti da prima pagina, ma il Signore li mette in seconda pagina. In prima rimane quello che non passerà mai: il Dio vivo, infinitamente più grande di ogni tempio che gli costruiamo, e l’uomo, il nostro prossimo, che vale più di tutte le cronache del mondo. Allora, per aiutarci a cogliere ciò che conta nella vita, Gesù ci mette in guardia da due tentazioni.

La prima è la tentazione della fretta, del subito. Per Gesù non bisogna andare dietro a chi dice che la fine arriva subito, che «il tempo è vicino» (v. 8). Non va seguito, cioè, chi diffonde allarmismi e alimenta la paura dell’altro e del futuro, perché la paura paralizza il cuore e la mente. Eppure, quante volte ci lasciamo sedurre dalla fretta di voler sapere tutto e subito, dal prurito della curiosità, dall’ultima notizia eclatante o scandalosa, dai racconti torbidi, dalle urla di chi grida più forte e più arrabbiato, da chi dice “ora o mai più”. Ma questa fretta, questo tutto e subito non viene da Dio. Se ci affanniamo per il subito, dimentichiamo quel che rimane per sempre: inseguiamo le nuvole che passano e perdiamo di vista il cielo. Attratti dall’ultimo clamore, non troviamo più tempo per Dio e per il fratello che ci vive accanto. Com’è vero oggi questo! Nella smania di correre, di conquistare tutto e subito, dà fastidio chi rimane indietro. Ed è giudicato scarto: quanti anziani, quanti nascituri, quante persone disabili, poveri ritenuti inutili. Si va di fretta, senza preoccuparsi che le distanze aumentano, che la bramosia di pochi accresce la povertà di molti.

Gesù, come antidoto alla fretta propone oggi a ciascuno di noi la perseveranza: «con la vostra perseveranza salverete la vostra vita» (v. 19). Perseveranza è andare avanti ogni giorno con gli occhi fissi su quello che non passa: il Signore e il prossimo. Ecco perché la perseveranza è il dono di Dio con cui si conservano tutti gli altri suoi doni (cfr Sant’Agostino, De dono perseverantiae, 2,4). Chiediamo per ciascuno di noi e per noi come Chiesa di perseverare nel bene, di non perdere di vista ciò che conta. Questo è l’inganno della fretta.

C’è un secondo inganno da cui Gesù vuole distoglierci, quando dice: «Molti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”. Non andate dietro a loro!» (v. 8). È la tentazione dell’io. Il cristiano, come non ricerca il subito ma il sempre, così non è un discepolo dell’io, ma del tu. Non segue, cioè, le sirene dei suoi capricci, ma il richiamo dell’amore, la voce di Gesù. E come si distingue la voce di Gesù? “Molti verranno nel mio nome”, dice il Signore, ma non sono da seguire: non basta l’etichetta “cristiano” o “cattolico” per essere di Gesù. Bisogna parlare la stessa lingua di Gesù, quella dell’amore, la lingua del tu. Parla la lingua di Gesù non chi dice io, ma chi esce dal proprio io. Eppure, quante volte, anche nel fare il bene, regna l’ipocrisia dell’io: faccio del bene ma per esser ritenuto bravo; dono, ma per ricevere a mia volta; aiuto, ma per attirarmi l’amicizia di quella persona importante. Così parla la lingua dell’io. La Parola di Dio, invece, spinge a una «carità non ipocrita» (Rm 12,9), a dare a chi non ha da restituirci (cfr Lc 14,14), a servire senza cercare ricompense e contraccambi (cfr Lc 6,35). Allora possiamo chiederci: “Io aiuto qualcuno da cui non potrò ricevere? Io, cristiano, ho almeno un povero per amico?”.

I poveri sono preziosi agli occhi di Dio perché non parlano la lingua dell’io: non si sostengono da soli, con le proprie forze, hanno bisogno di chi li prenda per mano. Ci ricordano che il Vangelo si vive così, come mendicanti protesi verso Dio. La presenza dei poveri ci riporta al clima del Vangelo, dove sono beati i poveri in spirito (cfr Mt 5,3). Allora, anziché provare fastidio quando li sentiamo bussare alle nostre porte, possiamo accogliere il loro grido di aiuto come una chiamata a uscire dal nostro io, ad accoglierli con lo stesso sguardo di amore che Dio ha per loro. Che bello se i poveri occupassero nel nostro cuore il posto che hanno nel cuore di Dio! Stando con i poveri, servendo i poveri, impariamo i gusti di Gesù, comprendiamo che cosa resta e che cosa passa.

Torniamo così alle domande iniziali. Tra tante cose penultime, che passano, il Signore vuole ricordarci oggi quella ultima, che rimarrà per sempre. È l’amore, perché «Dio è amore» (1 Gv 4,8) e il povero che chiede il mio amore mi porta dritto a Lui. I poveri ci facilitano l’accesso al Cielo: per questo il senso della fede del Popolo di Dio li ha visti come i portinai del Cielo. Già da ora sono il nostro tesoro, il tesoro della Chiesa. Ci dischiudono infatti la ricchezza che non invecchia mai, quella che congiunge terra e Cielo e per la quale vale veramente la pena vivere: cioè, l’amore.

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