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domenica 21 luglio 2019

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 37/2018-2019 (C) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo:  
Lc 10,38-42


Finalmente anche il Samaritano può riposarsi nel suo cammino verso Gerusalemme, perché c'è una casa che apre la sua porta e lo accoglie. Ci sono, però, due modi di accogliere: quello di Marta e quello di Maria. Marta - il cui nome significa " Signora, Padrona (di casa) " e come tale si comporta anche con Gesù (Epistàsa = Colei che sta al di sopra) - è figura di quella parte della Comunità credente che è tutta intenta a fare molte cose, sa a memoria le Verità di Fede, conosce e osserva tutti gli articoli del Catechismo per prepararsi all'incontro con il Maestro, ma non si accorge che il Maestro è già arrivato e sta insegnando. Maria invece è simbolo di quella parte di Chiesa che riconosce subito di essere stata visitata dal suo Signore, si accovaccia ai suoi piedi e ne diventa discepola. Quello che per Marta è fatica, per Maria è gioia indicibile. "Le due non sono in contrapposizione: sono sorelle!" (cit.). Così come non è esatto contrapporre Marta e Maria come azione e contemplazione. Sorgente della gioia di Maria è l'ascolto di Gesù e la sua azione scaturirà dalla contemplazione, contemplativa nell'azione o - per dirla con una felice intuizione di don Tonino Bello - contempl-attiva. Il fondamento del nostro essere discepoli non consiste nelle cose che si fanno - anche se necessarie e importantissime - ma nell'ascolto obbediente della Parola di Cristo Gesù Signore nostro.


sabato 20 luglio 2019

"La porzione buona" di Enzo Bianchi - XVI domenica T.O. – Anno C

La porzione buona 

Commento
 XVI domenica T.O.  – Anno C

Letture:  Genesi 18,1-10; Salmo 14; Colossesi 1,24-28; Luca 10, 38-42


In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t'importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c'è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Quando Luca scrive il terzo vangelo, resta un uomo “ecclesiale”, che ha una conoscenza esperienziale della vita delle comunità cristiane, quelle che descriverà nella seconda parte della sua opera, gli Atti degli apostoli. Nella chiesa di allora, come ancora oggi in ogni comunità cristiana, si registravano e si registrano difficoltà, tensioni tra i diversi servizi e i diversi modi di vivere la vita cristiana. Negli Atti – non lo si dimentichi – Luca testimonia un conflitto tra il servizio a tavola e il servizio della Parola, che viene risolto attraverso una ripartizione dei servizi: agli apostoli compete annunciare il Vangelo, mentre ad altri sette credenti il servizio a tavola (cf. At 6,1-6). Questa soluzione non vuole essere esemplare o autoritativa per la chiesa: è stata una soluzione, ma forse ve ne potevano essere altre… In ogni caso, si è risolto il conflitto riconoscendo che c’è un primato da rispettare: il primato della parola di Dio ascoltata e predicata, senza la quale non vi è comunità cristiana. Nel brano odierno si manifesta lo stesso problema: cerchiamo dunque di comprendere umilmente le parole di Gesù.

Nella sua salita verso Gerusalemme, Gesù trova ospitalità presso una famiglia: due sorelle, Marta e Maria, e il fratello Lazzaro, a Betania, nei pressi della la città santa, lo accolgono in casa offrendogli cibo e alloggio. Questo succederà spesso, in particolare nella settimana prima della passione di Gesù (cf. Mc 11,11; Mt 21,17; Gv 12,1-11). Il quarto vangelo ci dà molte notizie su questi tre amici di Gesù, da lui molto amati (cf. soprattutto Gv 11,1-43). Dunque Gesù, che è stato respinto dai samaritani (cf. Lc 9,51-55), trova una casa che lo accoglie, che gli permette di gustare l’intimità dell’amicizia, di riposare, di avere tempo per pensare alla sua missione. Entrato in casa, è accolto da Marta, una donna attiva, intraprendente, che si sente impegnata a preparargli il cibo e una tavola degna di un rabbi, di un amico. Marta qui è “tirata da tutte le parti”, indaffarata e assorbita dai servizi.

Maria, l’altra sorella, appare invece una donna più contemplativa, che durante la sosta di Gesù in casa ama innanzitutto ascoltarlo, mettersi ai piedi del maestro e profeta per ricevere il suo insegnamento. Alla presenza di Gesù, Maria assume così la postura classica del discepolo (cf. Lc 8,35; At 22,3). La tradizione rabbinica affermava: “La tua casa sia un luogo di riunione per i sapienti; attaccati alla polvere dei loro piedi e bevi assetato le loro parole” (Mishnà, Avot I,4), ma questo compito era riservato agli uomini, non certo alle donne. Ciò sarebbe stato non solo inusuale, ma anche scandaloso, come si legge sempre nella Mishnà: “Chiunque insegni la Torah a sua figlia è come se le insegnasse cose sporche” (Sotah 3,4). Maria compie pertanto un gesto coraggioso, audace, mostrando una forte soggettività e una profonda consapevolezza: si fa discepola, sicura che il rabbi Gesù non la respingerà, ma eserciterà il suo ministero rivolgendosi a una donna come agli uomini, accetterà di avere una discepola e non solo dei discepoli. D’altronde, Luca aveva già dato testimonianza circa le donne al seguito di Gesù (cf. Lc 8,2-3); qui però egli specifica ulteriormente: le donne non solo seguono Gesù “servendolo con i loro beni”, ma sono destinatarie del suo insegnamento, esattamente come i discepoli.

Ma ecco apparire il conflitto. Vedendo la sorella in ascolto ai piedi Gesù, Marta interviene indispettita, dicendogli: “Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille che mi aiuti!”. Si faccia attenzione: Marta chiama Gesù Kýrios, Signore, titolo che echeggia la confessione pasquale della chiesa nei suoi confronti (“È il Signore!”: Gv 21,7). D’altronde, secondo il quarto vangelo, Marta è colei che fa la più alta confessione di fede in Gesù, definendolo “il Cristo, il Figlio di Dio veniente nel mondo” (Gv 11,27), confessione più completa di quella di Pietro (cf. Gv 6,69). Qui però le sue parole denotano irritazione e quasi costringono Gesù a intervenire presso sua sorella Maria. In fondo Marta si sta dando da fare proprio per accogliere bene Gesù, ma il suo zelo sconfina nell’inquietudine e nella preoccupazione. Pur facendo azioni per Gesù, Marta è distratta e preoccupata, dunque divisa – come Gesù stesso le dice subito dopo –, cioè ha assunto un atteggiamento e dei sentimenti che le impediscono di ascoltare il Kýrios.

Gesù allora interviene, non per fare un rimprovero, ma per offrire a Marta una diagnosi: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti affanni per molte cose!”. Queste parole vanno capite bene e non comprese secondo un adagio che abbiamo nei nostri orecchi perché ripetuto da secoli, adagio che beatifica la vita contemplativa e le conferisce il primato su quella attiva, frutto avvelenato del neoplatonismo cristiano… No! Ciò che Gesù vuole correggere in Marta, peraltro dolcemente, è la preoccupazione, ossia quell’agitazione che impedisce l’ascolto e l’accoglienza autentica di Gesù stesso. Per fare piacere a Gesù ed essergli vicina, Marta non si accorge che in realtà fa di tutto per creare ostacoli al vero rapporto con lui. I mezzi per raggiungere il fine sono per lei più importanti del fine. Agitarsi, preoccuparsi significa togliere attenzione all’altro e pensare troppo a se stessi: ci si illude di pensare agli altri, ma l’agitazione non lo permette, anzi lo impedisce…

Gesù, del resto, altrove ammonisce di non preoccuparsi delle parole da pronunciare per difendersi quando si è accusati a causa sua (cf. Lc 12,11: verbo merimnáo), di non preoccuparsi per il cibo e il vestito (cf. Lc 12,22-29: verbo merimnáo), di non lasciarsi prendere dall’agitazione per la vita, nell’attesa della venuta del Figlio dell’uomo (cf. Lc 21,34-35: sostantivo mérimna). Ora, nel mettere per iscritto questo episodio nonché le esortazioni appena citate, è molto probabile che Luca si ispiri a quanto affermato da Paolo in 1Cor 7, quando, parlando della relazione con il Signore, l’Apostolo esorta a non essere distratti, tirati qua e là (aperispástos: 1Cor 7,35; cf. periespâto: Lc 10,40), né preoccupati, divisi (amerímnous: 1Cor 7,32; meméristai: 1Cor 7,34; cf. merimnâs: Lc 10,41). Questo ammonimento vale dunque per Marta come per ciascuno di noi! Sia dunque chiaro: Gesù non condanna Marta perché lavora, facendo qualcosa per lui, anche perché egli amava la tavola, gioiva nel condividere buon cibo e buon vino con gli amici e le amiche, ma la mette in guardia dal lasciarsi prendere dall’affanno, fino a dimenticare la sua presenza. Occuparsi, non preoccuparsi; lavorare, non agitarsi; servire, non correre: sono attitudini umane assolutamente necessarie a ogni “buona” accoglienza!

Infine, ecco un’ultima parola: “Una sola cosa è necessaria. Maria ha scelto la porzione buona, che non le sarà tolta”. Cosa è veramente necessario? Cosa è determinante nel rapporto con Gesù? Una sola cosa: essere suo discepolo, sua discepola, ascoltando la sua parola. Non a caso proprio Luca ci dice che addirittura la relazione di maternità di Maria nei confronti di Gesù passa in secondo piano rispetto al legame decisivo con lui, costituito dall’ascolto e dalla messa in pratica della sua parola (cf. Lc 11,27-28). Dunque,

non l’utero che ha portato Gesù è beato,
non chi accoglie Gesù con un pasto straordinario è beato,
non chi pensa di dover fare molte cose per Gesù è beato,
ma chi ascolta la sua parola e la mette in pratica!

Per noi non è facile rispettare questo primato dell’ascolto, perché pensiamo di avere molte cose da fare, molti servizi da compiere, e spesso ce li inventiamo, pur di non ascoltare le parole di Gesù. In noi, infatti, c’è ribellione alle parole di Gesù, c’è la tentazione di non ascoltarle per non osservarle, c’è la tentazione di preferire ciò che vogliamo, ciò che decidiamo, ciò di cui siamo protagonisti, piuttosto che ascoltare e obbedire. Quando mi interrogo su questo brano evangelico, mi sento più Marta che Maria, e ne provo vergogna e pentimento…

Ma non si dimentichi la grande novità di questa pagina: una donna si fa discepola di Gesù, e questa è “la porzione” di Maria che ascolta, la porzione buona che non le sarà mai tolta, perché “sua porzione è il Signore” (cf. Sal 16,5). Le donne non sono solo chiamate, come tutti i discepoli, al servizio, alla diakonía, ma innanzitutto all’ascolto: l’opposizione tra Marta e Maria rivelata da Gesù non è un’opposizione tra attività e contemplazione, ma tra non ascolto e ascolto del Signore.


Spazio e fede - Ricordi e riflessioni a 50 anni da quello che fu "un piccolo passo per l'uomo e un grande passo per l'umanità"

Spazio e fede
Ricordi e riflessioni a 50 anni da quello che fu
"un piccolo passo per l'uomo
e un grande passo per l'umanità"




La Luna, la Bibbia e la Comunione segreta

In occasione del 50° anniversario dello sbarco sulla luna si moltiplicano i riferimenti a Paolo VI. Ma non è questo l’unico legame fra spazio e Cristianesimo. La storia delle missioni spaziali da sempre è anche una questione di fede.

«Tutto questo è possibile solo con il sangue, il sudore e le lacrime di un gran numero di persone. Tutto ciò che si vede siamo noi tre, ma sotto la superficie ci sono migliaia e migliaia di altre persone». A dirlo, il 23 luglio 1969, durante l’ultima notte trascorsa nello spazio prima del rientro sulla Terra, Michael Collins, l’astronauta che insieme a Neil Armstrong e a Edwin “Buzz” Aldrin porta a compimento la conquista della Luna con la missione Apollo 11. Punto di arrivo e al tempo stesso di partenza di un’avventura sofferta, di un’epopea nella quale si uniscono genio e sacrificio, vittorie epocali e sconfitte pagate anche a prezzo della vita.

Non stupisce che spazio e fede siano da sempre profondamente legati, anche quando nello sguardo dell’uomo al cielo la tecnologia sembra aver avuto la meglio sulla poesia. Fra le pagine più note – e maggiormente rievocate in questi giorni – vi è certamente quella che ha per protagonista Paolo VI, spettatore e insieme attore di una giornata unica nella storia dell’umanità.

La “serata spaziale” di Montini inizia attorno alle 22.00 di domenica 20 luglio 1969 alla Specola Vaticana di Castel Gandolfo, dove il Papa osserva la Luna con il telescopio Schmidt in dotazione alla struttura, insieme all’allora direttore dell’osservatorio astronomico vaticano, il gesuita irlandese Daniel O’Connell. L’obiettivo è puntato sullo stesso Mare della Tranquillità dove, di lì a poco, sarebbero sbarcati i tre cosmonauti. Rientrato nel proprio appartamento, per il Papa è il momento di unirsi ai circa 900 milioni di spettatori – 20 milioni solo in Italia – che nel mondo seguono l’allunaggio grazie alle diverse televisioni nazionali. In Italia – e in Vaticano – la diretta coincide con la celeberrima “veglia” Rai di 28 ore dallo Studio 3 di via Teulada, guidata da Tito Stagno, con i commenti di Andrea Barbato e di Ruggero Orlando, inviato a Huston. Insieme a Paolo VI ci sono padre O’Connell e il sostituto della segreteria di Stato, mons. Giovanni Benelli.

Al grido “Ha toccato!” l’Italia intera esulta. Per la cronaca, l’entusiasmo di Stagno lo porta ad annunciare l’allunaggio con quasi un minuto di anticipo, innescando un battibecco con Orlando che copre persino una delle due storiche frasi pronunciate quel giorno da Neil Armstrong: «Qui base della Tranquillità, l’Aquila è atterrata». Ma poco importa. 
Il Papa alza le mani, quasi un gesto liberatorio, una delle immagini del suo pontificato che entreranno nella storia. Pochi minuti dopo, Paolo VI rivolge ai cosmonauti un messaggio fra i più poetici, eppure meno noti, sul nostro satellite. «Onore, saluto e benedizione a voi, conquistatori della Luna, pallida luce delle nostre notti e dei nostri sogni», dice il Papa. «Portate ad essa, con la vostra viva presenza, la voce dello spirito, l’inno a Dio, nostro Creatore e nostro Padre». Già in precedenza Paolo VI aveva fatto riferimento all’impresa, invitando a pregare per gli astronauti ed auspicando che «nell’ebbrezza di questo giorno fatidico» non ci si scordasse dei tanti traguardi ancora da conquistare sulla Terra, primo fra tutti la pace. Il disco con la registrazione del messaggio di augurio del Papa, insieme a quelli di altri 72 capi di Stato, viene lasciato dagli astronauti sulla superficie lunare.

Meno di tre mesi dopo, Armstrong, Aldrin e Collins, insieme alle rispettive consorti, sono a Roma. È il 16 ottobre 1969. Per Collins, nato al numero 16 di via Tevere, quartiere Salario, è un ritorno a casa. Forse una magra consolazione per lui, unico dei tre astronauti a non essere sceso dal modulo lunare. «Con la più grande gioia nel cuore diamo il benvenuto a voi, che superando le barriere dello spazio, avete messo piede su un altro mondo del Creato», li saluta Paolo VI. «Con la vostra intrepida avventura, l’uomo ha compiuto un altro passo verso una maggiore conoscenza dell’universo: con le sue parole, signor Armstrong: un passo gigante per l’umanità». Ma un bel viaggio anche per la bandiera della Città del Vaticano, portata sulla Luna (e ritorno) dall’Apollo 11 ed esposta oggi ai Musei Vaticani insieme ad alcuni frammenti di roccia lunare, dono del presidente Nixon. Il “viaggio romano” dei tre astronauti si conclude con un intervento all’Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei vescovi, riunita proprio in quei giorni.

Il kit per la “Comunione lunare”
di Buzz Aldrin: il calice e una borsa.
Per quanto Paolo VI impersoni uno dei momenti di maggiore vicinanza tra l’esplorazione spaziale e la fede, non rappresenta l’unico legame della missione Apollo 11 con il Cristianesimo, sebbene per lo più con riferimento a diverse denominazioni protestanti. Basti pensare, ad esempio, che Buzz Aldrin trova la maniera di ricevere, a modo suo, il sacramento dell’Eucaristia prima di scendere sulla Luna. Il tutto grazie ad un “kit” (foto) preparato appositamente per lui dal pastore Dean Woodruff della Chiesa presbiteriana di Webster, Texas, contenente il pane e il vino benedetti nel corso della precedente liturgia domenicale. Ancora oggi la Chiesa di Webster conserva il calice usato sulla Luna e commemora ogni anno la “Comunione lunare” nella domenica più vicina al 20 luglio (quest’anno, domenica 21 luglio). Il gesto di Aldrin si svolge in forma strettamente privata, per non dire segreta, anche in ragione della causa legale intentata contro la Nasa dall’attivista atea Madalyn Murray O’Hair, fondatrice e presidentessa dell’associazione American Atheists. All’origine del contenzioso, la lettura di alcuni versetti, dall’1 al 10, del primo capitolo del libro della Genesi da parte dell’equipaggio dell’Apollo 8, mentre la navicella orbitava intorno alla Luna (audio Nasa). Era il 24 dicembre 1968 e la Bibbia quella cosiddetta “di re Giacomo”, traduzione in inglese per eccellenza.

Le preghiere negli appunti di Buzz Aldrin
La causa legale, e la conseguente prudenza adottata dalla Nasa, influenzano anche le parole “politically correct” pronunciate da Aldrin durante i preparativi per la discesa sulla superficie lunare e meticolosamente preparate su un biglietto che l’astronauta porta con sé (foto). «Houston, qui è il pilota del LEM “Aquila” che parla. Vorrei chiedere alcuni momenti di silenzio. Passo. Vorrei invitare ogni persona che ascolta, dovunque e chiunque sia, a contemplare per un momento gli eventi delle ultime ore e a ringraziare a modo suo personale». Nondimeno, Aldrin è molto chiaro per quanto lo riguarda. «Il mio modo – scrive nei propri appunti, sebbene non lo annunci pubblicamente – sarà prendere gli elementi della Santa Comunione». Sul retro del biglietto Aldrin annota un versetto del Vangelo secondo Giovanni, 15,5. «Gesù disse: “Io sono la vite, voi siete i tralci. Chi rimane in me e io in lui, porterà molto frutto; perché non potete fare nulla senza di me». Seguono i versetti 3 e 4 del Salmo 8, particolarmente appropriati alla situazione, scritti con un inchiostro diverso e che Aldrin cita tre giorni dopo, durante una trasmissione televisiva a bordo della Columbia, la sera prima del rientro sulla Terra. «Quando considero i tuoi cieli, l’opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai ordinato; che cosa è l’uomo, perché te ne ricordi, e il figlio dell’uomo, perché lo visiti?».
(fonte: Caffestoria.it, articolo di Simone M. Varisco La Luna, la Bibbia e la Comunione segreta 16/07/2019)


“Al mio: ‘ha toccato’, ha toccato il suolo lunare, Paolo VI aprì le braccia e benedì lo schermo, quella benedizione me la presi anch’io”: Tito Stagno, ricorda la sua cronaca dello sbarco sulla Luna, evento al quale assistette anche papa Montini, davanti alla televisione come milioni e milioni di italiani quella sera nella quale – come disse Paolo VI – “La fantascienza diventò realtà”. (fonte: TV2000)

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Pallida luce dei nostri sogni

· Cinquant’anni fa l’uomo sulla Luna ·

«Qui, parla a voi astronauti, dalla sua specola di Castel Gandolfo, vicino a Roma, il Papa Paolo VI. Onore, saluto e benedizione a voi, conquistatori della Luna, pallida luce delle nostre notti e dei nostri sogni! Portate ad essa, con la vostra viva presenza, la voce dello spirito, l’inno a Dio, nostro Creatore e nostro Padre. Noi siamo a voi vicini con i nostri voti e con le nostre preghiere. Vi saluta con tutta la Chiesa cattolica il Papa Paolo VI».

Era una domenica sera, 20 luglio 1969, quando san Paolo VI rivolse queste parole agli astronauti dell’Apollo 11. Una televisione era stata sistemata nella cupola del telescopio vaticano Schmidt, la più nuova e la più grande delle quattro cupole del telescopio gestito dall’Osservatorio nei giardini pontifici estivi di Castel Gandolfo; per il Papa fu un breve tragitto dalla sua residenza estiva nel Palazzo pontificio. Da lì, diede un’occhiata alla Luna attraverso uno dei telescopi della Specola e poi, alle 22.17 ora di Roma, vide gli astronauti atterrare e sentì la famosa frase: «L’Aquila è atterrata». Dopodiché si unì agli altri leader del mondo parlando agli astronauti sulla Luna.

Uno degli attuali membri della Specola era presente a quell’evento di cinquant’anni fa. Il gesuita Chris Corbally, che allora aveva 23 anni e non era ancora membro titolare del personale della Specola; stava trascorrendo lì l’estate mentre lavorava per la sua laurea in astronomia.

«Lo ricordo distintamente», dice padre Corbally, che ora studia spettroscopia stellare con il telescopio vaticano di avanzata tecnologia in Arizona. «Ero nei giardini di Castel Gandolfo, in piedi sulla terrazza tra le cupole dell’Osservatorio Vaticano Schmidt e i telescopi Carte du Ciel, circondato dai tecnici televisivi della Rai, e guardavo un monitor con un collegamento speciale dagli Usa che aveva appena trasmesso l’atterraggio del modulo lunare dell’Apollo 11. Nella cupola Schmidt c’era Papa Paolo VI che guardava la stessa trasmissione dell’atterraggio e salutava gli astronauti. Era assistito da monsignor Benelli (allora Sostituto della Segreteria di Stato) e dal direttore dell’Osservatorio vaticano padre Daniel O’Connell. Che momento!».

Oltre a salutare gli astronauti in inglese, san Paolo VI lesse anche una benedizione in italiano per la missione, ricordando le celebrazioni mondiali ispirate dall’atterraggio sulla Luna e auspicando onori speciali a tutti coloro che avevano reso possibile l’allunaggio. Poi il Papa salutò le altre persone presenti nelle cupole del telescopio.

«Il Papa venne sulla terrazza per ringraziare l’equipe televisiva per aver reso possibile la trasmissione terra-luna». Padre Corbally ricorda: «tutti i presenti erano in fila per stringere la mano al Papa e ricevere una medaglia di ringraziamento. Naturalmente io mi sono unito alla fila e sono stato puntualmente presentato al Papa da padre O’Connell. Questi gli ha spiegato che ero un gesuita britannico, che studiavo fisica alla Bristol University ed ero interessato a far parte dello staff dell’Osservatorio. Può immaginare che ho custodito come un tesoro la medaglia che ricevetti in quell’occasione» (ne affidò la custodia ai genitori).

Da quella sera di cinquant’anni fa, la nostra comprensione della Luna e anche lo stesso Osservatorio vaticano sono notevolmente cambiati.
...

Ma, sebbene la politica e l’economia dell’esplorazione spaziale si siano evolute, la motivazione di fondo per cui noi uomini vogliamo andare sulla Luna rimane fondamentalmente la stessa.

Quando il Presidente Kennedy propose per la prima volta il programma Apollo nel 1961, lo inserì nel quadro di altre imprese umane come scalare le montagne più alte o attraversare i mari più vasti, e disse le famose parole: «Abbiamo deciso di andare sulla Luna. Abbiamo deciso di andare sulla Luna in questo decennio e di impegnarci anche in altre imprese; non perché sono semplici, ma perché sono ardite, perché questo obiettivo ci permetterà di organizzare e di mettere alla prova il meglio delle nostre energie e delle nostre capacità, perché accettiamo di buon grado questa sfida, non abbiamo intenzione di rimandarla».

La missione lunare è un riflesso di tutte queste avventure, siano esse imprese d’ingegneria o di scienza, di arte o di sport. Queste cose non mettono cibo sulle nostre tavole, non ci tengono caldi né ci nutrono bene; piuttosto, sono conquiste specificatamente umane che ci nutrono oltre le nostre pance. Simili attività sono di fatto essenziali per noi esseri umani come creature animali, ma tuttavia più che animali. Come la Scrittura ci ricorda, non si vive di solo pane. Le missioni Apollo sono state cibo per le nostre anime.

Un parametro del successo dell’Apollo 11 è il progresso che produsse nella comprensione scientifica del nostro sistema solare. Prima dell’Apollo, sapevamo che alcune parti della Luna avevano più crateri di altre; ma i campioni dell’Apollo ci hanno consentito di datare esattamente quando quei crateri si sono formati e come il loro tasso di formazione sia cambiato nel tempo. Il che si è rivelato un indizio importante per l’evoluzione del sistema solare.
...

Ma l’impresa dello sbarco sulla Luna va al di là della scienza. Andando sulla Luna abbiamo potuto guardare dietro noi stessi con una nuova prospettiva. Di fatto, le immagini più importanti provenienti dalle missioni lunari sono state le fotografie della Terra, vista per una volta come un piccolo marmo con una sottile atmosfera azzurra dove la vita, includendo la vita umana, deve sopravvivere. Quelle immagini ci hanno mostrato un mondo fragile, ma anche un mondo senza confini.

Gli allunaggi sono diventati una metafora di quello che gli uomini possono raggiungere quando dedicano le menti e gli sforzi a un obiettivo, e un rimprovero per tutti gli altri problemi che restano irrisolti. Come dice la lamentela comune: «se possiamo andare sulla Luna, perché non possiamo...» riparare le buche, controllare il clima, curare il comune raffreddore. Ma al di là di questi sentimenti, c’è un senso di speranza. Quando Kennedy propose di andare sulla Luna, nessun americano era mai stato ancora in orbita attorno alla Terra; era meno di quattro anni dopo il primo satellite, e persino gli aerei supersonici avevano poco meno di quindici anni. Ma con la volontà politica l’impossibile fu realizzato. Perciò non dobbiamo rinunciare a risolvere i problemi “impossibili” di oggi, siano essi la povertà o il cambiamento climatico... più posticipiamo la loro soluzione, più alti saranno i costi e gli sforzi richiesti.

Per le persone di fede, comunque, c’è una lezione in più da imparare. Tre giorni dopo lo sbarco sulla Luna, san Paolo VI, durante l’udienza generale del mercoledì, parlò del significato di quella missione. Citò il famoso detto delle Confessioni di sant’Agostino: «Tu, (o Signore), ci hai fatti per Te ed è inquieto il nostro cuore, finché non si riposi in Te». A spingerci ad andare sulla Luna è stata, in ultima analisi, l’irrequietezza che ci fa cercare Dio. Ma poi Paolo VI ha citato anche il salmo 138, ricordandoci che dovunque andiamo, anche ai confini della Terra e al di là di essi, troviamo il volto di Dio. Più grande è il campo d’azione dell’attività umana, più si rivela il campo di azione di Dio. Più impariamo sulla creazione, più apprezziamo la grandezza del suo Creatore.

Come Paolo VI ha detto agli astronauti dell’Apollo 11, la luna è «una pallida luce delle nostre notti e dei nostri sogni». I nostri sogni hanno motivato le missioni lunari. E ancora oggi, cinquant’anni dopo, l’Apollo 11 continua ad accendere la nostra irrequieta immaginazione.



A un’Europa vecchia e sterile serve il fertilizzante della Chiesa - Intervista a Massimo Cacciari di Andrea Monda

La crisi della società italiana e il ruolo della Chiesa ·
A un’Europa vecchia e sterile 
serve il fertilizzante della Chiesa 

Intervista a Massimo Cacciari
di Andrea Monda







Il cambiamento d’epoca di cui parla Papa Francesco è tale che ha colto impreparato l’Occidente. Da qui parte la riflessione di Massimo Cacciari che riprende la suggestione di Giuseppe De Rita sulle due autorità, civile e spirituale, e si concentra sulla prima, quella «che fa acqua un po’ da tutte le parti». Lo abbiamo incontrato in un caldo pomeriggio di luglio, è arrivato a piedi e se n’è andato a piedi, una sorta di Giovanni Battista inquieto e sempre pronto ad accendersi di una santa ira che non risparmia nessuno.

Qual è l’elemento più preoccupante della crisi attuale?
Il problema è che la parte laica, civile, è proprio quella che fa acqua, per una complessa serie di cause. Le grandi culture che hanno formato l’Europa del dopoguerra e che hanno dato consistenza alla politica italiana si sono mostrate inapte a comprendere e a dar forma alla nuova età. Sono cose che succedono nella storia, quando un mondo finisce. Il mondo del dopoguerra si è chiuso con la caduta del muro, con la fine dell’impero socialista, con le trasformazioni globali negli equilibri economici e politici, la nascita della nuova Cina e il decollo indiano. Siamo di fronte a una nuova età, come quella che segna la fine delle polisgreche, come quella che segna la fine dell’età dell’impero romano. Barbari che compaiono, gente di cui non capisci la lingua, e le grandi famiglie culturali e politiche europee, che sono sostanzialmente quella socialdemocratica, quella cristiano-popolare e quella liberale, non comprendono la situazione, rimangono abbarbicate inerzialmente a determinati valori e giudizi, che sono diventati pregiudizi, dato il mutare della situazione. Questo vale in particolare per le culture liberali e socialdemocratiche: i primi diventano dei puri conservatori, mentre la socialdemocrazia rimane aggrappata a un modello di stato sociale e di idea di uguaglianza che non può più reggere rispetto ai fenomeni di globalizzazione. È tutto da reimpostare, da rivedere, in particolare in Italia, dove accanto a questa trasformazione globale c’è anche la catastrofe specifica che passa sotto il nome di tangentopoli, che invece è il crollo anche di tenuta etica e morale dei partiti del patto antifascista.

Qui De Rita direbbe che la mia lettura è tutta politicistica (io credo cultural-politicistica): secondo me non sono mai le trasformazioni semplicemente economiche che possano motivare quello che è successo in questo paese e in Europa. Accade dunque che le componenti fondamentali che hanno dato vita all’Unione europea entrano in un cono d’ombra totalmente subalterno ai modelli neoliberisti; anche l’euro nasce in questo clima: il mercato, la libera concorrenza… non c’è più il pilastro della solidarietà, della sussidiarietà, punti fondamentali per la cultura di uno Sturzo, di un De Gasperi. Tutti questi pilastri vengono meno. Rimane l’affannosa rincorsa a quelle che si presume essere le nuove forme di potere. E quando con la crisi vengono meno le possibilità di promettere ancora ulteriormente «magnifiche sorti e progressive», queste forze si spappolano.

Lo scenario che sta illustrando non è dei migliori...
Lo so, ma nel mio discorso non c’è niente di nostalgico. Il problema non è il venir meno di determinati valori, ma il fatto che questa Europa è vecchia, forse decrepita, e non si può chiedere a un vecchio di non aver paura, di essere audace. La domanda allora è: c’è la stoffa per ritessere un discorso politico, per riformare una élite politica in Italia, in Europa? Perché questi nazionalismi, i sovranismi sono nient’altro che l’effetto del disgregarsi di queste precedenti culture, che non sono state al passo con la trasformazione. Sono il segno che l’Europa è vecchia, che non produce più, che è un terreno sterile; bisogna quindi trovare nuovi fertilizzanti. E penso, da non credente (ma è da qui che nasce la mia attenzione al mondo cattolico) che forse il fertilizzante può venire proprio dalla Chiesa: discutendo, dialogando, dibattendo, polemizzando… È il mondo cattolico che può essere il segno di contraddizione, che può rimettere in movimento qualcosa. Se non da lì, da dove può venire? Certo, frange socialdemocratiche possono anche tentare un discorso sui temi economici, sui temi sociali… ma è da lì che può venire la spinta maggiore.

Eppure oggi quel mondo cattolico sembra silente o, il che forse è peggio, diviso al suo interno…
Ha ragione. Un esempio molto banale, visto da fuori. Io ero convintissimo che l’agitazione del crocifisso, del rosario in un comizio sarebbe costata cara in termini di consenso. Pensavo che era impossibile che passasse inosservata la blasfemia di gesti simili e invece mi dicono i miei amici sondaggisti e analisti che il gesto ha fatto guadagnare consenso, proprio dal mondo cattolico. Qui c’è un problema colossale e mi riferisco al problema educativo, alla formazione della classe dirigente, un ambito che oggi appare sterile. Gli intellettuali non esercitano più alcuna influenza. Le università hanno sempre esercitato in Europa un’egemonia culturale, ma tutto questo oggi sembra finito. E si fa fatica a pensare un’Europa senza cristianità.

Secondo l’espressione del Papa, non è un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d’epoca, che però ha trovato tutti impreparati.
Il modello è proprio quello del libro di Karl Polanyi, La grande trasformazione. Dove la trasformazione economica diventa trasformazione della testa della gente. Dobbiamo diventare consapevoli che abbiamo a che fare con un uomo diverso; il mutamento è culturale e antropologico, basta vedere i giovani, i ragazzi. Questo mutamento ha colto impreparate le culture che sono uscite dalla grande prova della guerra, che hanno avviato l’Unione europea e che hanno fatto le costituzioni, quelle costituzioni che avevano quel carattere tipicamente democratico, progressivo, come ad esempio la costituzione italiana. Il fatto è che sull’Europa ci sono stati e permangono molti equivoci. Ad esempio si cita il modello di Spinelli ma ho la sensazione che i tanti che lo citano non l’hanno mai letto. Quello era un modello totalmente neo-illuministico e sostanzialmente autoritario per cui è l’élite che fa l’Europa in barba alle diverse sovranità nazionali. Quindi quando parliamo di identità nazionale di cosa parliamo? Una identità liberale? Cosmopolita? Illuminista? Per come si sono sviluppate le vicende dell’Europa è evidente che si è perduto di vista l’elemento della sussidiarietà, che era fondamentale nel modello federalista autentico. In quel modello con la creazione dell’unione europea politica si superava, ma al tempo stesso si difendeva, l’identità nazionale, la si garantiva, dando peso politico al singolo stato membro, in un’unione che faceva la forza di ognuno. Non si è riuscito a spiegarlo, a comunicarlo in nessun modo. E ora è facile comunicare il messaggio opposto: Italy first e così via. Non si è riuscito a comunicarlo perché si è trasmessa sempre e costantemente l’impressione che l’obiettivo fosse il mero superamento dell’identità nazionale all’interno di un modello illuministico. Così come non si è compreso che la battaglia sull’Europa è decisiva per la cristianità. Si può certo dire “l’Europa vada come va, tanto noi, la Chiesa, siamo il mondo”. È giusto da una parte, dall’altra è sempre vero che urbs et orbis, la città e il mondo, come a dire che non può esserci un mondo senza centro, e qual è il centro? Washington? Pechino? Buenos Aires? Roma? Gerusalemme? Certo, il Mediterraneo, il centro è quello. Non si è ancora capito in nessun modo che il centro, bene o male, continua a essere questo. E invece assistiamo in Europa all’assenza e al fallimento totale di politiche mediterranee, perché non si ha questa visione storica, e agli errori tattico-politici che dipendono dall’incomprensione della dimensione di lungo periodo. Il Mediterraneo non era cruciale soltanto per evitare che diventasse il fossato, il muro che è diventato, ma lo era in quanto è esso stesso l’Europa che si gioca lì, in quelle acque che uniscono Atene e Gerusalemme con la prima e la seconda Roma.

La crisi assume i contorni di una mutazione antropologica. Penso all’impatto delle tecnologie, al grande innalzamento dell’età della vita e penso all’elemento che oggi sembra giocare un ruolo fondamentale anche a livello politico, quasi elettorale: la paura, che si trasforma in rancore.
Ritengo che la paura sia strettamente collegata all’invecchiamento. Organismi vecchi difficilmente affrontano le sfide con coraggio. Un organismo vecchio tende a difendersi, quando l’ambiente muta si chiude, questa è fisica. Questi fenomeni che avvertiamo ovunque in Europa derivano, secondo me, sostanzialmente da questo. Come nei secoli dell’Impero romano, mutatis mutandi, l’Europa ha bisogno di accogliere. Ma bisognava farlo per tempo. Perché era evidente che l’Europa avesse bisogno di sangue nuovo, e anche di intelligenza nuova, e che dovesse quindi affrontare questo meticciamento, come dice il cardinale Scola che lo aveva capito perfettamente e predicato in modo incessante. Ricordo quando era Patriarca a Venezia: non c’era manifestazione religiosa dove lui non ricordasse questo aspetto del meticciato. Per tempo era necessario che l’integrazione avvenisse attraverso politiche di cittadinanza, politiche economiche rivolte anche ai paesi da cui veniva questa gente, stringendo accordi commerciali, culturali, scambi con più paesi. Avremmo dovuto fare noi europei quello che in termini neocoloniali assoluti sta facendo la Cina. Questo è compito degli europei, come si fa a non capire? È lo stesso discorso del Mediterraneo di cui sopra: l’Europa è Euro-Africa. Qual è il tuo destino, Europa? A chi devi guardare se non ai due miliardi e mezzo che saranno tra un po’ gli africani, a chi altri devi guardare?

Se svolto per tempo e organizzato bene, quel lavoro politico di integrazione avrebbe dato vita a quel positivo meticciamento di cui parlava Scola. È certo che se non lo organizzi in alcun modo e improvvisamente, in base alla spinta delle guerre, dei cambiamenti climatici, della miseria, cominciano a precipitarti addosso enormi masse di rifugiati, esuli, poveretti, è chiaro che quei vecchi di cui sopra, soprattutto durante una crisi economica, diventano inevitabilmente la più facile preda di una propaganda di destra classica.

Hitler, che non c’entra niente con questo discorso, nel 1929, prima della crisi, prende il solo 2,8 per cento dei voti, e Stresemann e Briand, pochi giorni prima del crollo di Wall Street, s’incontrano, dicono ogni problema tra loro è risolto, che si metteranno d’accordo su tutto, fratelli per sempre, e che insieme Germania e Francia lavoreranno da domani per dar vita all’unione europea. Sei mesi dopo c’è la crisi e tre anni dopo c’è l’avvento di Hitler. Crisi non gestite, trasformazioni epocali non governate, possono produrre di tutto, come abbiamo visto quando sono crollati gli stati socialisti e c’è stata la guerra in Bosnia. Questa è la grande responsabilità che devono capire gli eredi di quelle culture, devono capirla, mettersi insieme e dire: cosa facciamo insieme?

Parliamo degli eredi di quella cultura che è quella cattolica, che lei, da laico, non credente, definisce un potenziale fertilizzante di una società vecchia.
La Chiesa è fondamentale, la forma politica della Chiesa ha dimostrato di essere quella forse più valida per affrontare problemi di questo genere. Però la domanda che io mi pongo sempre di più è: si capisce che la battaglia decisiva è qui in Europa?

Sono stato io a suggerire a monsignor Ravasi il motto episcopale quando fu ordinato: Praedica Verbum. Proprio come dovevano fare i professori di religione nelle scuole: evidenziare senza chiacchiere, senza spiegazioni. Semplicemente praedica Verbum, che però si rivela un segno di contraddizione, perché non sarai mai capace di seguire quel Verbo. Però — è questo è il punto — vedi che distanza c’è rispetto alla realtà. Misura la distanza, inquieta l’intelligenza dei tuoi interlocutori facendoli riflettere su questa distanza, senza tante chiacchiere, senza voler fare il maestro di nessuno. Questa parola indubitabilmente ha formato da due millenni l’Europa. Predicare il Verbo può avere, secondo me, effetti politici enormi ancora oggi come li ha avuti in passato.

Che cosa sono i movimenti di riforma se non tornare a quel breviloquio? Quel Verbo ha formato la testa della gente, proprio in momenti di crisi. Si tratta allora pascalianamente di scommettere di nuovo su questa forza.

E i laici? Qual è il loro ruolo?
I laici devono riprendere un grande discorso di riforma dell’Unione, delle sue istituzioni con coraggio, con radicalità. Sono trent’anni che si insegue invece la moderazione, ma come vuoi risolvere moderatamente una situazione di grande trasformazione? Puoi essere benissimo un moderato, se si tratta di barcamenarsi, ma se affronti una tempesta devi abbandonare la moderazione. La Tempesta di Shakespeare si apre appunto con una tempesta per cui tutti i personaggi sono come annichiliti, ci sono pure i re, ma non contano niente adesso, il re non serve ora, ci vuole invece il nocchiere, ci vuole uno che governi nella tempesta: tu caro re non sei più sulla terraferma come prima. Questa è la sfida per i laici che devono provarsi per capire se sono in grado di governare nella tempesta. Allora potrebbero combinarsi, accordarsi con la dimensione spirituale. Se c’è una grande forza spirituale questo ha effetti civili, politici, sociali, ma ci vuole radicalità, in entrambi i campi, nel capire che qui in Europa si gioca una battaglia forse decisiva per la stessa cristianità.

Sul versante cattolico: da una parte c’è questo predicare il Verbo, anche in maniera molto essenziale, di Papa Francesco, dall’altra c’è quel dato preoccupante che lei prima citava, c’è qualcuno che sventola i simboli religiosi e accresce il suo consenso, magari incitando la folla a fischiare contro il Papa. Uno scollamento a dir poco inquietante.
Secondo me in questo momento difficile d’invecchiamento europeo, di crisi delle culture politiche di cui ho parlato, è stata coinvolta anche l’immagine della Chiesa, ridotta all’interno di un discorso di astratto cosmopolitismo: la Chiesa che s’interessa del mondo, s’interessa dei migranti, il Papa che va a Lampedusa… è stata data una lettura superficiale, complice anche il modo in cui il Papa è stato letto da laici e non credenti, in una chiave alla partito d’azione, alla Spinelli... Si è data questa immagine: un cosmopolitismo degli intellettuali.

Il che contrasta frontalmente con la realtà, se pensiamo, ad esempio, alla predicazione di Francesco che è il massimo della concretezza, della prossimità.
Sì, ma c’è stata questa lettura. E bisogna fare attenzione, perché appunto uno furbo come Salvini ha capito questo e si è inserito in questa situazione cercando in modo sottile di spaccare, mettendo i Papi uno contro l’altro, venerando per esempio la figura di Giovanni Paolo II, il Papa dell’identità cristiana, della lotta al comunismo….

L’identità è una parola che adesso è rispuntata fuori prepotentemente.
Questa è un’altra battaglia culturale formidabile da fare. Perché l’identità cristiana è l’identità che acquisisci facendoti prossimo, non esiste un’identità a sé. L’identità è pros eteron, per l’altro, la tua identità diviene nella misura in cui ti fai altro, diviene nella misura in cui ti approssimi, ti fai prossimo all’altro. Questo è fondamentale, non si tratta di un’identità astratta. Un’identità “suolo e sangue” semmai è quella del polites greco, l’identità cristiana non ha niente a che vedere con questo. Questa è una battaglia culturale grande, complessa e urgente. Potrebbe aiutare il recupero di un’etica classica di un certo tipo per questa battaglia da condurre insieme laici e cattolici. Sfida difficilissima in una condizione in cui l’Europa è in una situazione di estrema debolezza economica e demografica. Ci vorrebbe davvero una grande iniziativa, credibile sul piano delle riforme da attuare, delle riforme da svolgere, sul piano anche del ceto politico, della classe dirigente che la porta avanti, perché anche quello ha la sua importanza. L’autorevolezza del ceto politico è un elemento importante nell’azione politica e invece oggi è ai minimi storici.

Il suo libro su Maria, «Generare Dio», mi è venuto in mente perché prima parlava dell’Europa decrepita, che ha bisogno di un fertilizzante, che è in crisi di generatività.
In crisi come tutto l’Occidente che ha avuto il suo grande boom dalla metà del Settecento alla prima guerra mondiale, un grande boom demografico, e poi questo boom demografico si è spostato in Asia e Africa. Dipende da vari fattori, ma certo è un segno caratteristico del declino di un paese, di una stirpe. In questo contesto il tema di Maria è importantissimo, se s’intende in questa chiave. C’è stato un modo del tutto sbagliato con cui si sono affrontati in questi anni temi di questo genere come famiglia e procreazione. Con una posizione da parte della Chiesa non di attacco, ma di difesa. Errore devastante. Penso al tema della dignità della donna: io nel libro dico che quando la donna genera, genera Dio. E invece si è scelta la linea della difesa su vecchie frontiere riguardanti i diritti della donna, il diritto di famiglia… Il risultato è che oggi in regioni cattoliche come il Veneto nessuno più segue quello che gli dice Santa Romana Chiesa. Una forza politica può dare un’immagine di sé conservatrice, ma se la dà la Chiesa è spacciata. Alla riforma devi rispondere con la tua riforma, alla crisi rispondi con i santi, rispondi con San Francesco, con Sant’Ignazio, non puoi rispondere difendendo etiche e basta. L’idea di Maria per me è fondamentale, è l’idea di una donna che consapevolmente, liberamente, accoglie, malgrado il dubbio, malgrado il dolore, malgrado la sofferenza, accoglie e segue fino alla Croce.

Ritorno sul tema del rancore, da dove nasce questo risentimento?
Ci sono dei vizi nella nostra natura. Il realismo cristiano ce lo dice, chiamalo peccato originale, chiamalo come vuoi, ma la nostra natura è prigioniera. Ed ecco allora gli animali danteschi, i vizi capitali che oggi vengono esaltati in un sistema individualistico, penso all’invidia, all’avarizia. L’invidia è l’opposto della prossimità. Il cristiano dice di farsi prossimo, l’individualismo dice “io invidio”, sono due posizioni inconciliabili, drammaticamente contrapposte. L’avarizia, pleonexiadicevano i classici, è volere avere di più, tenere il mio e avere di più. 
Il risentimento allora può diventare odio, perché se io ho e voglio avere di più, se comincio ad avere di meno, c’è l’invidia, e l’invidia può diventare odio. Una dinamica opposta alla dinamica che i cristiani indicano nel termine caritas e che Aristotele diceva giustizia, dikaiosyne: il giusto non è soltanto colui che dà a ciascuno il suo, ma che vuole il bene dell’altro. Quindi già per Aristotele la giustizia è un atteggiamento per l’altro, pros eteron. Sono temi che poi la Chiesa eticamente recupera: San Tommaso quando parla di etica recupera questi elementi propri, che poi, nell’itinerario in Deum, vengono tutti valorizzati ancora di più, esaltati ancora di più e trasposti su un piano ancora più alto. Ora di nuovo siamo lì, siamo forse nella fase estrema del sistema individualistico. Sono venuti meno quegli organismi, quelle organizzazioni, quelle forme che metabolizzavano queste dinamiche proprie dell’individualismo. I partiti politici facevano una cosa di questo genere, le assumevano e le trasformavano, le metabolizzavano, le accordavano, e facevano venire fuori una specie di sintesi, ognuno per la sua parte sociale. La crisi dei partiti politici ha provocato anche questo. Nessuno dei partiti, anche l’unico che c’è che è la Lega, compie più questo lavoro, assolutamente. Mette insieme, fa un mucchio di tutte le istanze degli individui e le mette lì ma senza mediazione, senza sintesi. L’attuale governo è esemplare da questo punto di vista: ce n’è per tutti, meno tasse per chi vuole meno tasse, il reddito di cittadinanza per chi vuole il reddito di cittadinanza…

I partiti politici come i corpi intermedi sono entrati in crisi, anche perché, bisogna riconoscerlo, si sono “dimissionati”. Se i corpi intermedi per anni e anni sono andati avanti facendo clienti, non possono più avere credibilità.

La tecnologia come contribuisce a questo cambiamento d’epoca?
È chiaro che è fondamentale. Di per sé non è niente di nuovo, perché dalla rivoluzione industriale e ancora prima, scienza e tecnica sono elementi strettamente connessi. Ma ci sono grandi trasformazioni con dei veri “salti”, come quello dell’Ottocento. E così oggi assistiamo a un grande salto tecnologico, che però oggi può intervenire nella vita, nel determinarne le forme. La vita, questo è il punto. Secondo me, il tratto più spaventoso, più tremendo, più terribile proprio nel senso greco di meraviglioso e tremendo, cioè stupefacente, è che questo individuo è tutto fuorché l’individuo nascosto, è tutto esposto, tutto sulla scena, tutto a disposizione, tutto calcolabile; non è il singolo, è esattamente l’opposto del “singolo” di Kierkegaard. No, questo è proprio l’individuo, è un numero, ma sul palco, sulla scena. Esposto. È l’oscenità di quest’epoca, e sarà sempre peggio; con i big data che ci possono essere adesso tu individuo sei perfettamente quello che risulti in base a quello che acquisti: i libri che acquisti, i vestiti che acquisti, le telefonate che fai, i treni che prendi, quante volte usi il bancomat. Tutto questo è totalmente schedato, il data è la combinazione di tutte queste informazioni dalle quali viene fuori come risultato chi sei tu. E un domani potrebbe accadere benissimo che tu vai a chiedere lavoro a qualcuno: “il nome scusi? Vediamo, ah lei è questo”. Vede dove siamo arrivati? A una inquietante forma di uguaglianza, ciò che alcuni teorici della democrazia temevano, che l’uguaglianza potesse portare a questo, non a caso ci avevano aggiunto la fratellanza.

Che però è stata la grande dimenticata, a favore di libertà e uguaglianza.
Anche perché, come ricordava un vero grande sociologo e filosofo come Georg Simmel, libertà e uguaglianza per conto loro sono in assoluto opposizione e contrasto, sono la contraddizione logica, perché se sono libero non sono uguale a te. Quindi libertà e uguaglianza di per sé fanno l’individuo, ognuno libero contro l’altro. E dunque ci vuole la fratellanza. Come si produce questa fratellanza, questa amicizia? Come si produce? Chi la produce? E allora, di nuovo, organismi, corpi intermedi, partiti, sindacati, da “sin-ducere”, mettere insieme. Ci abbiamo provato in passato e in parte ci siamo riusciti. Ma ora se tutto questo si spappola non c’è niente da fare, ci sono i big data, c’è chi ne dispone, e a sua disposizione sono anche gli individui

(Fonte:  "L'Osservatore Romano" - 18.07.2019)

venerdì 19 luglio 2019

Omelia di p. Aurelio Antista XV domenica T.O. (C) e ricordo dei suoi 50 anni di vita presbiterale - 14.07.2019 (VIDEO)




Omelia di p. Aurelio Antista

XV domenica T.O. (C)  
e ricordo dei suoi 50 anni di vita presbiterale
14.07.2019

Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto




… Maestro che cosa devo fare per ereditare la vita eterna? cosa devo fare perché la mia vita abbia pienezza di senso? perché la mia vita sia una vita feconda, perché sia gradita a Dio? una domanda interessante che ci interpella tutti; ma ciò che appare un po' strano è che questa domanda venga posta a Gesù da un dottore della Legge, un teologo, uno che se ne intendeva di queste cose, uno che conosceva bene la Parola di Dio ... come vivere questa Legge di Dio? è il problema del dottore della Legge, ma è anche un problema nostro ... la difficoltà di calare nella vita di ogni giorno questa Legge del Signore, come applicarla nella concretezza della vita, nel momento in cui dobbiamo passare dalla teoria alla pratica, dal dire al fare ...

Io oggi ricordo 50 anni di presbiterato, prete da mezzo secolo, mi pare così strano, ma così è!
Innanzi tutto ringrazio il Signore per il dono del sacerdozio ministeriale ...

In questi giorni ho dato uno sguardo globale alla mia vita proprio alla luce del comando del Signore: "Va e anche tu fai lo stesso" ...
Ringrazio il Signore che mi ha dato come compagni di viaggio i miei confratelli Alberto, Gregorio, Egidio, viviamo insieme da ben 38 anni ...

Ringrazio anche tanti amici che frequentano la nostra comunità ...
Vorrei fare un cenno a due ambiti del ministero presbiterale che ho svolto in questi anni dove ho cercato di farmi prossimo ed ho sperimentato a mia volta la prossimità delle persone verso le quali io andavo. Il primo ambito è la cappellaneria all'ospedale ... L'altro ambito del ministero che desidero ricordare è il cammino con le famiglie ...
Ma nel dire le cose belle non voglio nascondere gli aspetti meno positivi presenti in me, cominciando dai miei tanti limiti umani ...
Una cosa per me è certa, quando il Signore mi chiamerà a sé non avrò titoli di merito da presentargli, non avrò crediti da far valere davanti a Lui, come Santa Teresa di Gesù Bambino, quel giorno mi presenterò a Lui a mani vuote ... fiducioso però che sarà Lui, il Signore, a riempire le mani vuote con la sua grazia e la sua tenerezza di Padre.
Chiudo rivolgendo un grazie particolare a Maria, nostra Madre e Sorella ...
Ringrazio voi tutti ...
Concludo facendo mia una parola cara a Papa Francesco, questa parola è avanti ...

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I nostri auguri a Padre Aurelio

Mons. Lorefice: Siamo difronte alla catastrofe, un diluvio opprimente, che sommerge e affoga ... ma non possiamo dire si salvi chi può ... prima noi ... Vogliamo essere dinanzi al diluvio costruttori di arche della salvezza e della custodia, dove entreremo per ultimi, dopo aver fatto spazio a tutti.

Mons. Corredo Lorefice: 
Siamo difronte alla catastrofe, un diluvio opprimente, che sommerge e affoga ...
 ma non possiamo dire si salvi chi può ... prima noi ... 
Vogliamo essere dinanzi al diluvio 
costruttori di arche della salvezza e della custodia, 
dove entreremo per ultimi, 
dopo aver fatto spazio a tutti.

Corrado Lorefice,
Arcivescovo Metropolita di Palermo

Discorso alla Città

Festino di S. Rosalia
Piazza Marina – 15 luglio 2019



Care Palermitane, Cari Palermitani,

siamo di nuovo qui in piazza, stasera, attorno a Rosalia, in un anno e in un tempo segnati dall’inquietudine e dall’emergenza. Vicinissimi, insomma, alle sensazioni tipiche dell’evento catastrofico nel quale la nostra Santa si mostrò, quattrocento anni or sono, propiziatrice di salvezza. Era la peste allora – per lei e per Palermo – a rappresentare la sorgente di uno smarrimento, di una disperazione che il saponaro Vincenzo Bonelli rese simbolicamente con il proprio desiderio di morte dopo la perdita della giovane moglie.

Anche noi arriviamo qui stasera provati, portandoci nel cuore un senso di oppressione per le vicende della nostra terra, dell’Italia, del mondo tutto. La catastrofe contemporanea non è quella di un’epidemia contagiosa ma di un diluvio opprimente, che sommerge e affoga: il diluvio della costruzione da parte dell’uomo di un sistema economico planetario che schiaccia i poveri e ferisce la natura; [il diluvio] di un gioco di relazioni segnate dalla separatezza, dalla diffidenza, dall’esclusione del diverso, dell’altro, comunque lo si voglia configurare; [il diluvio] di una Chiesa che fatica a sintonizzarsi sulla linea d’onda del Vangelo, trasmessaci dal Santo Padre e contrastata da messaggi e comportamenti divisivi e aspramente aggressivi.

Di fronte a tutto questo noi – tutti noi, presenti in questa piazza – siamo rimandati all’icona di una ragazza, – Rosalia de’ Sinibaldi –, che durante la sua vita ebbe il coraggio di opporsi a convenzioni e a interessi di classe; ebbe la forza di rimanere fedele a sé stessa e di farsi carico di scelte difficili, in nome di una responsabilità personale accettata sino in fondo. Voglio dirvi cioè – care donne e cari uomini di Palermo – che la nostra familiarità verso la Santuzza non è pensabile come una devozione a buon mercato, che ci confonda in una folla anonima in cui ognuno può farsi una Rosalia a proprio uso e consumo, può continuare la propria esistenza senza scosse, senza crisi. Essere rimandati a Rosalia di fronte alla catastrofe significa stasera per ognuno di noi uscire dalla folla, dalla sua indistinzione, dalla sua comodità; tirarci fuori dalla calca che giudica rozzamente, che segue il puro istinto e l’immediata convenienza; sottrarci alla frotta che urla sui social ed è pronta a raccogliere i messaggi qualunquistici di conflitto aperto e di violenza. Come scriveva Simone Weil nel 1943: «Siamo arrivati al punto di non pensare quasi più, in nessun ambito, se non prendendo posizione ‘pro’ o ‘contro’ un’opinione e cercando argomenti che, secondo i casi, la confutino o la supportino. […] [Questo] Significa aver perso completamente il senso del vero e del falso» (Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Pubblicato nel numero 26 della rivista francese “La Table Ronde” del 1950).

Ve lo dico in maniera chiara e lo dico anzitutto a me stesso, stasera: se siamo qui con questo spirito non siamo devoti di Rosalia, non ne abbiamo capito nulla! Rosalia ci chiama ad essere responsabili, ad essere insieme come popolo. Non massa, ma comunità di singoli, di persone libere e pensanti, che sentono la chiamata ad operare il bene e la giustizia nello spazio proprio della loro vita, pronte (e pronti) a pagare di persona la libertà del loro pensare e la loro condivisione con i più svantaggiati, con chi è diventato puro ‘scarto’ della società globale e della «cultura dell’indifferenza» (Papa Francesco).

Quella ragazza coraggiosa – Rosalia – apparve, si levò, nei giorni della peste, per custodire Palermo. Seguirne le orme vuol dire per noi affrontare con coraggio l’abisso, non temere il diluvio – di parole vuote, di gesti arroganti, di impulsi violenti, di strategie di potere –, decidere di ascoltare la parola della nostra Patrona che ci spinge a proteggere e a salvaguardare Palermo, il nostro paese, il nostro mondo. Non possiamo essere donne e uomini del «si salvi chi può», donne e uomini che mancano al loro stesso essere, trascinati dall’indifferenza, dalla preoccupazione per sé stessi, secondo la spietata massima: «prima noi!».

Noi no! Vogliamo essere dinanzi al diluvio costruttori di arche della salvezza e della custodia, dove entreremo per ultimi, dopo aver fatto spazio a tutti. Papa Francesco ad Abu Dhabi (4 febbraio 2019), riprendendo il racconto biblico, ha parlato dell’arca, ed è forse questa l’unica immagine di casa che ci è confacente quest’oggi: «abbiamo bisogno di entrare insieme, come un’unica famiglia, in un’arca che possa solcare i mari in tempesta del mondo: l’arca della fratellanza».

Penso stasera a tre arche da mettere su in fretta, per custodire la casa comune, il creato, e per porre i presupposti dell’arcobaleno, della nostra rinascita. Ne approfitto per dire grazie ai detenuti dell’Ucciardone che hanno costruito e trasportato quest’anno la meravigliosa “arca” della Santuzza.

La prima arca da costruire, la prima realtà del creato da proteggere sono i corpi, i corpi concreti, i corpi di carne. Le persone. La nostra arca deve innalzarsi per custodirli. Penso ai corpi eliminati da mani violente, ai corpi stuprati, ai corpi dei bambini violati o investiti sulle nostre strade, ai corpi travolti dalle alluvioni, a tutti i corpi affondati, ai corpi scomparsi, ai corpi degli anziani, dei disabili abbandonati, ai corpi feriti; i corpi dei poveri della nostra città, degli oppressi e dei vinti della terra; come dire, [penso] alla faccia del mondo sottratta alla nostra vista.

Un esercito di corpi tanto reali quanto invisibili, che si annidano nelle macerie della storia, distrutti da una corrente gelida di annientamento e di indifferenza. Un pensatore ebraico, morto suicida per sfuggire all’arresto da parte dei nazisti – si chiamava Walter Benjamin –, immaginò in un suo testo che queste macerie della storia umana fossero fissate con occhi sbarrati da un Angelo, trasportato via di spalle dal vento del progresso, con le ali impigliate e lo sguardo attonito. Quell’Angelo, rappresentato nel quadro di un grande pittore svizzero-tedesco, Paul Klee, a cui Benjamin si era ispirato, mi pare l’immagine appropriata del nostro sgomento, del dolore messianico. È lo sgomento che ci afferra al cospetto dei barconi affondati, dei campi di concentramento libici (che continuano la loro sistematica distruzione nazista dell’umano con la nostra colpevole complicità), dei popoli dell’Africa e del Sud del pianeta martoriati dallo sfruttamento dell’Occidente, ridotti allo stremo e alla morte, lo sgomento davanti a tutti i corpi viventi che finiscono la loro avventura nel non senso, nell’abisso del nulla.

Sia la nostra Città, sia la Chiesa di Rosalia e di Pino Puglisi, [sia] per questi corpi, accolti nell’arca, l’Angelo della custodia e della speranza. Perché noi non ci nascondiamo il volto terribile e angosciante della storia. Eppure – e mi rivolgo a tutti i credenti di questa piazza, a tutti i giusti, a tutti i testimoni del bene – mentre gridiamo raccolti attorno a questi corpi e con loro, alzando la nostra voce verso il cielo, sappiamo, al di là di ogni apparente evidenza, che c’è speranza. Noi infatti crediamo nei corpi, ed è questa fede che portiamo stasera, che da vescovo sento di dover gridare in questa nostra piazza.

Crediamo nei corpi. Crediamo nel corpo che è principio di tutto, il corpo creato dal Dio della Genesi a sua immagine, a sua somiglianza (come a dire che nel corpo abita il seme indistruttibile della dignità e della bellezza del vivente). Crediamo nel corpo del «più bello tra i figli dell’uomo» (Sal 44, 3) che ci dà la salvezza, il corpo incarnato di Gesù che si approssima totalmente alla nostra fragilità e alla nostra morte e solo così ci solleva verso il Padre; senza il corpo di carne, infatti, non c’è salute: «Caro cardo salutis» (Tertulliano). Crediamo nel corpo glorioso del Risorto, icona certa del nostro futuro, corpo trasfigurato in quanto corpo amante e crocifisso, che ci ricorda l’energia vitale dimorante nella nostra carne. Crediamo, così recita la Lettera Placuit Deo, «nell’economia corporale» dei sacramenti (Cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai Vescovi della Chiesa cattolica su alcuni aspetti della salvezza cristiana, 14), al loro essere segni efficaci della grazia, segni impressi sui corpi, se carne e sangue del corpo amante del nostro Signore è per noi l’Eucaristia, di ogni sacramentum modello e paradigma.

Accogliamo nell’arca i corpi che parlano di vita, generati come sono dal corpo vivente di una donna; che parlano di amore, perché fatti per aprirci radicalmente alla cura dell’altro; corpi che dicono la nostra tensione verso l’infinito, verso l’oltre – «non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Dt 8,3; Lc 4,4): e quindi senza questa parola, collocata al di là di noi, i corpi non possono vivere –,e [corpi] che pur ci rammentano ogni giorno il limite invalicabile della nostra condizione. Quel limite che oggi facciamo fatica ad accettare e che ci conduce sulle strade impervie e disperanti del post-umano, mentre la via della speranza dischiusa nell’arca è quella dell’ascolto del corpo, del suo rispetto, la via del limite e della misura, essenziali perché i corpi si riconoscano nell’amore. «Se noi lealmente affermiamo i limiti […] costruiamo i rapporti d’equilibrio del nostro essere. E questa è ‘infinità finita’, compimento» (Romano Guardini, L’opposizione polare).

Nella seconda arca che vogliamo apprestarci a costruire, ospitiamo e custodiamo le nostre case e le nostre famiglie. Custodiamo cioè la fatica e la bellezza del vivere assieme di ogni coppia, la dignità mai giudicabile di ogni amore, di ogni slancio appassionato verso l’altro in cerca di felicità. Dopo millenni infatti, per la prima volta, da pochi decenni, nelle società occidentali non si sceglie di vivere assieme e di condividere la vita per un contratto economico e per una necessaria perpetuazione della stirpe, ma si decide di fare coppia perché si scommette sulla relazione, si spera di poter trovare la felicità nell’incontro con l’altro. È un modo sorgivo di fare l’esperienza dell’essere in due, molto più prossimo al progetto di Genesi di quanto non lo sia stato una concezione del matrimonio nel passato. Ma dove tutto è rimesso alla relazione, la fragilità è massima. Quanto è facile innamorarsi, quanto è difficile durare, attraversare le crisi evolutive che nel tempo ci maturano e ci insegnano una convivenza feconda e rispettosa! È questa spinta meravigliosa e questa fatica immane che siamo chiamati a custodire nell’arca. La nostra mano – e penso qui naturalmente alla mia, alla nostra, alla mano del vescovo e della Chiesa di Palermo – nel segreto riparo del sottocoperta, deve protendersi per accarezzare il tentativo generoso di tutti: le case – ordinate o scombinate, equilibrate o disastrate, regolari o irregolari – hanno tutte diritto alla carezza consolante del Vangelo sotto l’infuriare del diluvio dell’analfabetismo affettivo, dello sfruttamento dei corpi, della mancanza di comunicazione, della tensione frustrata al dialogo e all’incontro.

E custodire le case significa custodire le giovani generazioni, i figli che da questa nuova forma del vivere assieme vengono generati e che appare sempre più complesso educare e consegnare alla vita. Si tratta infatti di mettere assieme l’essere e il divenire. S. Agostino direbbe: l’amor e l’ordo (Cfr. Agostino D’Ippona, De civitate Dei, libro XV, cap. 22). Accettare incondizionatamente quel che i nostri figli sono ed esprimono (l’amor), e intanto orientare il loro approssimarsi al mondo grazie ad una relazione di cura in cui ci si sappia prendere la responsabilità di essere genitori, educatori, mettendosi e mettendo i figli al posto giusto (l’ordo): «l’amore come ordo amoris» (G. Salonia).  Portiamo con noi nell’arca l’esempio della famiglia di Nazareth. Per come ce la racconta Luca, quella famiglia può ancora aiutarci, se pensiamo già solo all’episodio di Gesù dodicenne allontanatosi da Maria e Giuseppe per discutere con i dottori nel tempio, a Gerusalemme. È una famiglia in cui Gesù è libero di muoversi eppure certo non abbandonato; è rispettato nella sua diversità eppure custodito nel cuore di Maria (e di Giuseppe), nel silenzio e nella fiducia; è autonomo eppure chiaramente definito come figlio. C’è accettazione amorosa e definizione serena dei posti di ognuno a Nazareth, e noi pensiamo che grazie al sostegno di questo amore concreto, totalmente umano, il Figlio di Dio ha potuto intraprendere, nutrito e guidato, la sua missione nel mondo.

Nella terza arca che costruiremo in fretta per far fronte al diluvio, siamo chiamati a custodire le città. È questa l’arca della politica, nella quale i corpi e le famiglie, i corpi e le case imparano a stare assieme in un modo nuovo. Si tratta di dar vita a una civiltà diversa, di essere nell’arca la culla di una politica rinnovata, che pensa la città e la crea secondo la chiamata del tempo, all’altezza dei «segni dei tempi», eredità imperitura di Giovanni XXIII. Nella città che vogliamo custodire nella nostra arca al posto dei muri ci sono le mani, strette le une alle altre, senza distinzioni di culture, di religioni, di colori. Perché la politica che ascolta i corpi considera l’umano come il fondamento del suo essere. E dunque non ha bisogno di barriere protettive, ma si protegge con il cerchio descritto dalle mani di tutti. Un cerchio che non esclude ma è per sua natura permeabile e inclusivo. Queste città custodite nella nostra arca sono allora ‘patrie non patrie’, patrie delle donne e degli uomini di ogni patria; città in cui tutti siamo di casa e tutti ne siamo fuori; tutti padroni e tutti ospiti; tutti a nostro agio e tutti stranieri e pellegrini, come ci ricorda meravigliosamente l’A Diogneto: «Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera» (V, 4-5).

Nella città che va nascendo, nel caldo cuore dell’arca, non vigono più le separazioni fittizie tra il popolo e le élites, a più riprese evocate dagli opinionisti nei mesi precedenti. Scopriamo infatti ogni giorno che l’arca è unica, è di tutti e per tutti. E la nostra città non ha bisogno di progetti élitari di dominio, ma [ha bisogno] di riscoprire – come pensa Papa Francesco, che ritorniamo a ringraziare per la ricchezza e la bellezza della sua visita e per le parole che ancora dentro di noi sono un seme di rinnovamento – [riscoprire] l’accordo nel vivere assieme, costruendo le condizioni dell’incontro nell’ascolto di tutti, nell’accoglienza della storia di ognuno. Prima di qualunque ruolo, mansione o posizione, siamo donne e uomini che si portano dentro una storia. La città che nasce nell’arca è la città che offre a tutti l’opportunità di raccontarla. I princìpi si contrappongono, le storie si ascoltano. Le regole astratte si elidono a vicenda, le differenze convivono. L’imposizione spacca, la giustizia misura. La sintesi dei più forti è il prevalere di una parte, l’unità che conserva tutte le diversità rende la città nascente un grande, stupefacente poliedro (Papa Francesco).

E lasciatemi dire che è questo il mio sogno per Palermo. [Lasciatemi dire] Che io sogno una Palermo così. «Talithà kum!». Svegliati e alzati, Palermo, sii capitale degli incontri e dei confronti; [sii] capitale delle mani strette e dei racconti lunghi; [sii] capitale aperta alle differenze e gioiosa della sua tradizione; [sii] capitale del mare e della terra, della giustizia e dell’accoglienza. Della bellezza dei monumenti custoditi, delle strade pulite, dalle piazze verdi, del traffico ordinato, dello sport umano e corretto, dell’ecologia e della pace.

E sogno anche una Chiesa così, nella nostra Palermo: intrepida nella testimonianza, unita nell’amore, mai divisa di fronte alle esigenze del Vangelo, capace di umiltà e di ascolto, ma pronta a gridare per salvare il diritto dell’orfano e della vedova (e il nuovo Statuto e Carta Pastorale della Caritas ci conducono su questa via). Rosalia ci insegna – lo dicevamo all’inizio – che il sogno rimane però puramente velleitario se non c’è da parte di tutti noi responsabilità e corresponsabilità.

Quarant’anni fa moriva Enrico Berlinguer, che soprattutto negli ultimi anni della sua testimonianza politica aveva intuito la centralità della responsabilità etica e la necessità di un rinnovamento linguistico della politica. Egli diceva che «la questione morale […] è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, l’effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico». E da dirigente e da uomo delle istituzioni si sottraeva sdegnosamente alla politica delle invettive e degli insulti: «Io le invettive non le lancio contro nessuno, non mi piace scagliare anatemi, gli anatemi sono espressione di fanatismo e c’è troppo fanatismo nel mondo» (Cit. in W. Veltroni, Quando c’era Berlinguer, Rizzoli 2014). Quanto avremmo bisogno nella nostra nazione e nella nostra città di donne e di uomini che sentano la politica così!

Se la barbarie sembra dietro l’angolo, l’arca custodisce le possibilità di un equilibrio diverso, aiutandoci a vedere la potenza nascosta del cambiamento che passa attraverso la concretezza delle esistenze e prepara un orizzonte nuovo. Lo stesso orizzonte intuito più di quarant’anni fa da Aldo Moro, non per nulla compagno di cammino con Berlinguer di un’idea di cambiamento profondo dell’Italia messa allora momentaneamente a tacere dalle pallottole delle Brigate Rosse. Diceva Moro: «Tempi nuovi si annunciano e avanzano in fretta come non mai. Il vorticoso succedersi delle rivendicazioni, la sensazione che storture, ingiustizie, zone d’ombra, condizioni d’insufficiente dignità e d’insufficiente potere non siano oltre tollerabili, l’ampliarsi del quadro delle attese e delle speranze all’intera umanità, la visione del diritto degli altri, anche dei più lontani, da tutelare non meno del proprio, il fatto che i giovani, sentendosi a un punto nodale della storia, non si riconoscano nella società in cui sono e la mettano in crisi, sono tutti segni di grandi cambiamenti e del travaglio doloroso nel quale nasce una nuova umanità. […] Nel profondo, è una nuova umanità che vuole farsi, è il moto irresistibile della storia. Di contro a sconcertanti e, forse, transitorie esperienze c’è quello che solo vale e al quale bisogna inchinarsi, un modo nuovo di essere nella condizione umana» (Discorso al Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana, 21 novembre 1968).

Intercedano stasera per noi il corpo della nostra Rosalia, il corpo dei nostri martiri e in primo luogo quello del beato Pino Puglisi; accanto a loro rivolgiamo lo sguardo al corpo risorto del Signore, alla casa di Maria e di Giuseppe a Nazareth, alla santa Gerusalemme, città della pace: ci diano loro il coraggio di custodire l’arca dei corpi di carne, di abitare l’arca delle case degli uomini, di costruire l’arca delle città-poliedro. Perché possiamo intravedere insieme l’alba di un mondo nuovo, l’arcobaleno di una nuova umanità. Buona festa a tutti! Viva Palermo e Santa Rosalia!

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