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mercoledì 23 settembre 2020

Prendersi cura dei malati imparando ciò che significa amare di Andrea Tornielli e testo integrale della lettera SAMARITANUS BONUS

Prendersi cura dei malati
imparando ciò che significa amare
di Andrea Tornielli

Il magistero sui temi del fine vita riproposto dalla lettera “Samaritanus bonus”, che contiene accenti pastorali: la persona va curata e circondata di affetto fino all’ultimo


Inguaribile non è mai sinonimo di incurabile: è questa la chiave di lettura per comprendere la lettera della Congregazione per la Dottrina della fede Samaritanus bonus, che ha come tema la «cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita». Il documento, di fronte a uno smarrimento della coscienza comune circa il valore della vita e a dibattiti pubblici a volte troppo condizionati da singoli casi alla ribalta delle cronache, ribadisce con chiarezza che «il valore inviolabile della vita è una verità basilare della legge morale naturale ed un fondamento essenziale dell’ordine giuridico». Dunque «non si può scegliere direttamente di attentare contro la vita di un essere umano, anche se questi lo richiede». Da questo punto di vista, l’architrave che sostiene Samaritanus bonus non contiene novità: il magistero ha infatti più volte affermato il no ad ogni forma di eutanasia o di suicidio assistito, e ha spiegato che alimentazione e idratazione, sono sostegni vitali da assicurare al malato. Il magistero si è anche espresso contro il cosiddetto «accanimento terapeutico» perché nell’imminenza di una morte inevitabile «è lecito prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita».

La lettera ripropone dunque in modo puntuale quanto insegnato dagli ultimi Pontefici ed è stata ritenuta necessaria di fronte a legislazioni sempre più permissive su questi temi. Le sue pagine più nuove sono quelle dall’accento pastorale, che riguardano l’accompagnamento e la cura dei malati giunti nella fase finale della loro vita: prendersi cura di queste persone non può infatti mai essere ridotto solo alla prospettiva medica. C’è bisogno di una presenza corale per accompagnare con l’affetto, la presenza, le terapie adeguate e proporzionate, l’assistenza spirituale. Significativi gli accenni alla famiglia, che «ha bisogno di aiuto e di mezzi adeguati». Occorre che gli Stati riconoscano la primaria e fondamentale funzione sociale della famiglia «e il suo ruolo insostituibile, anche in questo ambito, predisponendo risorse e strutture necessarie a sostenerla», si legge nel documento. Papa Francesco ci ricorda infatti che la famiglia «è stata da sempre “l’ospedale” più vicino». E ancora oggi, in tante parti del mondo, l’ospedale è un privilegio per pochi, ed è spesso lontano.

Samaritanus bonus seppur ci richiama il dramma dei tanti casi di cronaca discussi sui media, ci aiuta a guardare alle testimonianze di chi soffre e di chi cura, alle tantissime testimonianze di amore, sacrificio, dedizione verso malati terminali o persone in mancanza persistente di coscienza, assistiti da mamme, papà, figli, nipoti. Esperienze vissute quotidianamente nel silenzio, spesso tra mille difficoltà. Nella sua autobiografia, il cardinale Angelo Scola ha raccontato un episodio accaduto anni fa: «Nel corso di una visita pastorale a Venezia, un giorno, mentre uscivo dalla casa di un malato, mi venne indicato dal parroco del luogo un signore più o meno della mia età dall’aria molto discreta. Tre settimane prima gli era morto il figlio, un disabile grave, impossibilitato a parlare e a camminare, di cui si era preso cura amorevolmente per oltre trent’anni, assistendolo giorno e notte e confortandolo con la sua costante presenza. L’unico momento in cui si allontanava era la domenica mattina, quando andava a Messa. Davanti a questa persona provai un certo imbarazzo, ma come capita spesso a noi preti mi sono sentito in dovere di dire qualcosa. Dio gliene renderà merito, farfugliai un po’ stordito. E lui mi rispose con un grande sorriso: Patriarca, guardi che io ho già avuto tutto dal Signore perché mi ha fatto capire che cosa vuol dire amare».
(fonte: L'osservatore Romano 22/09/2020)



"LA GIUSTA LAICITÀ" di Enzo Bianchi

"LA GIUSTA LAICITÀ"
di Enzo Bianchi

pubblicato su "La Repubblica" 
del 21 settembre 2020




Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Queste parole di Gesù hanno attraversato i secoli. A esse sempre si ritorna, convinti della loro verità, ma anche del fatto che la loro interpretazione va incessantemente rinnovata: cosa significano oggi?
Guardando i secoli della cristianità successivi all’epoca delle persecuzioni, a lungo nella collaborazione tra impero e chiesa si è dato a Cesare quello che era di Dio e solo di rado si sono ascoltate voci che profeticamente chiedevano all’impero di non estendere la sua ingerenza là dove solo Dio era Signore. È avendo alle spalle questo scenario plurisecolare che oggi, in particolare nell’Occidente europeo, si affronta nuovamente il dibattito sulla laicità.

Anzitutto la laicità, intesa come principio di distinzione tra stato e religioni, oggi non è solo accettata dai cristiani, ma è divenuta un autentico contributo da essi fornito alla società. Si è così gradualmente passati da una laicità di rifiuto o restrizione, il laicismo, a una laicità di rispetto o neutralità positiva, e tale cambiamento è percepito dalle religioni come un’acquisizione preziosa. Giovanni Paolo II ha parlato di «giusta laicità», dalla quale tutti i cittadini possano sentirsi rappresentati.

All’inizio del 2004, nel discorso agli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, precisava che «si invoca spesso il principio di laicità, in sé legittimo. Ma distinzione tra comunità di credenti e stato non vuol dire ignoranza. La laicità non è il laicismo! Essa è il rispetto di tutte le fedi da parte dello stato, che assicura il libero esercizio delle attività cultuali, spirituali, culturali e caritative delle diverse comunità». Si tratta di accettare il fatto religioso nello spazio pubblico, di non relegarlo al privato, perché le religioni hanno un’innegabile dimensione sociale. In una società pluralista la laicità è un luogo di comunicazione tra le religioni e di garanzia per l’espressione delle diverse componenti sociali, non un luogo che vuole reprimerle. Una «giusta laicità» sarebbe di grande giovamento alla vita ecclesiale dei cristiani, che proprio in essa potrebbero trovare protezione contro un uso strumentale della religione da parte di quanti, in forme aggiornate, misconoscono la distinzione tra Dio e Cesare. Alcune forze politiche vogliono infatti che la chiesa assuma una posizione di rilievo e un ruolo dominante in un determinato contesto storico e, di conseguenza, non mantenga viva la memoria eversiva del Vangelo.
Su questo occorre che i cristiani siano vigilanti, perché quando alcune forze vogliono offrire protezione giuridica o prestazioni finanziarie alle chiese, in realtà operano per il proprio tornaconto.

Se la chiesa accettasse di svolgere questo ruolo di «religione civile», forse sarebbe più potente ma rinuncerebbe a far risuonare il Vangelo come «buona notizia»: come parola che chiede conversione e rinuncia agli idoli sociali, profezia liberante per gli uomini e le donne del nostro tempo.

(Fonte: Comunità di Bose)

martedì 22 settembre 2020

"La violenza dei giovani nasce dal vuoto" di Giuseppe Savagnone

La violenza dei giovani nasce dal vuoto 
di Giuseppe Savagnone


Che succede ai nostri giovani?

Una serie impressionante di episodi di violenza, verificatisi in questi giorni, ci costringe a interrogarci su quello che sta accadendo ai nostri giovani. Quello più grave – e che ha avuto più spazio sui mezzi di comunicazione – è l’assassinio di un ragazzo di 21 anni ucciso a calci e pugni, nella notte tra il 5 e il 6 settembre, a Colleferro, in provincia di Roma. Si chiamava Willy Monteiro Duarte ed era nato nella Capitale da una famiglia di Capo Verde. Willy, che faceva il cameriere, era intervenuto in una discussione per difendere un amico. I responsabili, arrestati con l’accusa di omicidio preterintenzionale, sono quattro ragazzi tra i 22 e i 26 anni, il cui stile violento ere noto da tempo.

Violenza senza freni

Ha avuto un esito meno drammatico, ma pur sempre grave (prognosi di due mesi), il pestaggio, la notte di Ferragosto, a Marina di Pietrasanta, di un ragazzo quindicenne che, dopo esser stato scambiato per il presunto responsabile di un’aggressione sessuale ai danni di una sua coetanea, è stato preso a calci e pugni da un gruppo di giovani dai 14 ai 17 anni.

Poco prima, all’inizio di giugno, si erano verificate altre due aggressioni, una nel quartiere Eur di Roma, nei confronti di un ragazzino dodicenne, picchiato selvaggiamente da un gruppo di ragazzi più grandi di lui, di età compresa tra i 17 e i 18 anni; l’altra a Latina, dove un tredicenne era stato bloccato in pieno centro e riempito di botte da un giovane di 16 anni.

Si situa in questo contesto di volenza senza freni – ma stavolta la vittima è un anziano – l’ultimo episodio, in cui, a Vicenza, un ultrasettantenne è stato mandato all’ospedale, col femore rotto, da un giovane di 25 anni che stava malmenando la propria fidanzata e che egli aveva cercato di fermare, ricevendone un pugno in faccia una scarica di calci. 


Questi ragazzi vengono dalla scuola!

In un momento in cui, giustamente, gli sforzi del Paese sono protesi a garantire la riapertura delle scuole, realizzando le condizioni logistiche per il loro funzionamento, non può però non inquietarci l’elementare considerazione che i protagonisti di queste tristi storie sono degli alunni o degli ex alunni della nostra scuola. Che cosa ha trasmesso finora a questi ragazzi? Ha avuto una reale incidenza su di essi e sui tanti altri di cui le cronache non si occupano, ma che spesso vivono immersi nelle medesime logiche di branco e nel medesimo clima di violenza irrazionale?

I mezzi e i fini

Da troppo tempo il nostro sistema di istruzione, forse per timore di ricadere nel paternalismo del passato – quando in esso si dava per scontata una scala di valori indiscutibile, espellendo o emarginando i “ribelli” –, ha rinunziato a educare, ripiegando su una mera trasmissione di saperi che è sicuramente indispensabile, ma non sufficiente ad accompagnare l’auto-formazione delle nuove generazioni. Sempre più sofisticata nella ricerca dei mezzi – lavagne elettroniche, computer, gemellaggi, viaggi all’estero –, la scuola da tempo dà l’impressione di avere perduto di vista il problema dei fini.

Una scuola che riflette la società

Ed è comprensibile, in una società dove l’estremo pluralismo rende molto difficile al sistema d’istruzione pubblico – soprattutto a quello statale – proporre un sistema condiviso di certezze e di valori. Solo che i mezzi – incluso il sapere – possono dar luogo a esiti del tutto diversi, a seconda degli scopi che chi li utilizza decide di perseguire. E se questi scopi restano fuori dal momento formativo e affidati all’influenza che sui più giovani esercitano i mille stimoli di una società dominata dall’individualismo e dal consumismo, non c’è da stupirsi che alla fine anche studenti modello possano essere tentati di dar fuoco a un barbone, come qualche anno fa è accaduto, o, come avviene oggi, di massacrare un coetaneo.

La crisi della capacità educativa della famiglia…

Si potrà obiettare che a educare al senso della vita dovrebbe provvedere già la famiglia. Ma l’esperienza di ogni giorno ci dice quanto sia ormai ridotta l’influenza di quest’ultima in un contesto in cui ormai, fin da giovanissimi, i figli acquistano un’estrema autonomia dai genitori e, esposti come sono alla tempesta di messaggi provenienti dai social, più che ai modelli familiari guardano a quelli forniti dagli influencer.

… e della Chiesa

Anche la Chiesa non sembra in grado di esercitare, oggi, una funzione educativa paragonabile a quella del passato. Le statistiche ci parlano di un allontanamento massiccio dei giovani dalla pratica religiosa e dalle chiese. L’insofferenza nei confronti degli schemi consolidati del catechismo porta la maggior parte di loro a fuggire, dopo la prima comunione o, al massimo, dopo la cresima. L’insegnamento della religione nelle scuole già da tempo ha mostrato la sua limitatissima efficacia culturale ed è peraltro sempre più penalizzato, soprattutto al centro-nord, dalla crescita del numero dei non avvalentesi. Restano i grandi eventi di massa – come le Giornate Mondiali della Gioventù –, che però, pur avendo una loro funzione, non possono sostituire una formazione duratura e capillare.

Una generazione di adulti che non sta lasciando nulla ai figli

La violenza dei giovani è, alla luce di questo quadro, il segnale allarmante di una crisi educativa che sta desertificando la nostra società. Anche in questo ambito – che peraltro è quello decisivo – la nostra generazione non sta lasciando nulla a quelle che la seguono. Perché alla fine la responsabilità di questa crisi non sono i giovani, ma gli adulti. L’emergenza educativa riguarda non i destinatari dell’educazione, ma gli educatori.

E l’ansiosa attenzione di istituzioni e famiglie per la riapertura delle scuole – concentrata su mascherine, banchi a rotelle, carenza di professori – , rischia di essere un alibi per mascherare la nostra incapacità di ritrovare quelle più fondamentali condizioni dell’impresa educativa che sono gli orizzonti di senso della vita individuale e comunitaria.

Un’occasione di riaprire il discorso: l’educazione civica

Potrebbe essere un’occasione per riaprire un confronto su di essi, almeno per quanto riguarda la sfera pubblica, l’avvio, quest’anno, dell’insegnamento di Educazione civica, che per la prima volta avrà un proprio voto, e a cui saranno dedicate almeno 33 ore all’anno. Dovrebbe essere questo lo spazio per una formazione alla cittadinanza responsabile, di cui da troppi anni si sente la mancanza. E qui certamente alcuni valori condivisi dovrebbero emergere dalla lettura onesta della nostra Costituzione.

Ma ancora una volta l’esperienza ci dice che i programmi sono come gli spartiti musicali: restano sulla carta finché non vengono eseguiti. E ogni esecuzione è una interpretazione, che varia profondamente a seconda dell’orchestra che la realizza. È il fattore umano ad essere decisivo. E tale sarà anche nell’assegnare un ruolo e un significato alla nuova disciplina.

La condizione peggiore

In ogni caso, non bisogna aspettarsi solo da essa il miracolo di una nuova stagione educativa che estirpi alle radici il seme della violenza dal terreno della nostra gioventù. Tutti devono dare il loro contributo. Un passaggio decisivo sarebbe una nuova alleanza fra le tradizionali comunità educanti – la famiglia, la scuola, la Chiesa. Ma questo sarà possibile solo se si prenderà coscienza del problema. Di fronte alla violenza dei giovani, la gente si indigna: «Dove siamo arrivati!» ; «Ai miei tempi…». Non si è disposti ad accettare che questa violenza nasce da un vuoto di senso a cui gli adulti sembrano essersi abituati, mentre i giovani reagiscono ad esso manifestando il loro malessere a pugni e a calci. Indigniamoci pure. Ma, se rifletteremo, ci renderemo conto che la condizione peggiore non è la loro.
(fonte: TUTTAVIA 18/09/2020)


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lunedì 21 settembre 2020

Trent'anni fa l'omicidio Livatino, una vita tra fede e diritto


Trent'anni fa l'omicidio Livatino, una vita tra fede e diritto

Il servo di Dio Rosario Angelo Livatino, magistrato siciliano morto nel 1990, è un esempio ancora vivo oggi e importante per la Chiesa e per la società. Seppe consacrare a Dio il suo lavoro e la sua delicata attività di giudice. Lavoratore instancabile, devoto alla Vergine, così rivive nelle parole del postulatore della Causa di beatificazione, il vescovo di Catanzaro-Squillace, Vincenzo Bertolone. Nel pomeriggio le commemorazioni in Sicilia alla presenza del capo dello Stato

Papa Francesco in udienza con i componenti del Centro Studi Livatino(29/11/2019)

Le commemorazioni del giudice Livatino sono iniziate molto presto oggi, con la Messa celebrata alle 8.30, nella chiesa del Sacro Cuore del Suffragio a Roma, dal cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, che ne ha parlato come uno degli "eroi del quotidiano" di cui abbiamo oggi tanto bisogno, fedele alla missione ricevuta, coraggioso nella fedeltà nonostante i limiti e le umane debolezze, che ha donato la vita là dove si è trovato ad operare. "Beate le istituzioni che sono presidiate da figure simili", ha detto il cardinale Bassetti, a cui ha fatto eco il presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, parlando del magistrato siciliano come di "un uomo sempre attento alla persona e alla dimensione della redenzione oltre che a quella del reato". 

“Ho prestato giuramento da oggi quindi sono in magistratura. 
Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige. ( R. Livatino)”

Oggi sono 30 anni da quella mattina del 21 settembre 1990 quando sul viadotto Gasena lungo la SS 640 Agrigento-Caltanissetta, Rosario Livatino, che stava per compiere 38 anni, veniva ucciso barbaramente da un commando di uomini della Stidda, organizzazione mafiosa contrapposta a Cosa Nostra. Il giudice stava raggiungendo in macchina, senza la scorta che aveva rifiutato, il Tribunale di Agrigento. Speronato e poi inseguito a piedi, quindi freddato a colpi di pistola e di lupara, moriva lasciando nella sua terra e non solo, un "esempio luminoso", come dirà, ventinove anni dopo, Papa Francesco.

La vita e la fede

Da Canicattì ad Agrigento: da studente a magistrato del Tribunale dove per un decennio, fino al 1989, come sostituto procuratore della Repubblica, si occupò delle più delicate indagini antimafia, di criminalità comune ma anche della cosiddetta “Tangentopoli siciliana”. Fu proprio Rosario Livatino, come riporta l'archivio del Centro Studi a lui intitolato, assieme ad altri colleghi, d' interrogare per primo un ministro dello Stato.

"Uomo semplice, giudice rigoroso e schivo, volto pulito, sguardo limpido" nel ricordo dei colleghi, "martire della giustizia e indirettamente della fede” per san Giovanni Paolo II che così lo definì quel 9 maggio 1993, quando, in occasione della sua visita pastorale in Sicilia, dopo aver incontrato ad Agrigento i genitori del magistrato, lanciò il suo duro anatema contro la mafia nella Valle dei Templi:

Questi che portano sulle loro coscienze tante vittime umane, devono capire, devono capire che non si permette uccidere innocenti! Dio ha detto una volta: “Non uccidere”: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio! Qui ci vuole civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!

Nel 2011 la Chiesa ha ufficialmente aperto il processo per la beatificazione di Rosario Livatino, per proporlo alla venerazione di tutti. Ad oggi, terminata la fase diocesana, si attende l'esito delle verifiche degli atti da parte della Congregazione delle Cause dei Santi per l’eroicità delle virtù del giudice e per indicarlo anche come modello di vita cristiana del XXI secolo. 

“Cristo non ha mai detto che soprattutto bisogna essere ‘giusti’, 
anche se in molteplici occasioni ha esaltato la virtù della giustizia. 
Egli ha, invece, elevato il comandamento della carità a norma obbligatoria di condotta perché è proprio questo salto di qualità che connota il cristiano.( R. Livatino)”

Nel novembre del 2019 incontrando i membri del Centro studi Livatino, Papa Francesco indicò la figura del giudice come un esempio "non soltanto per i magistrati, ma per tutti coloro che operano nel campo del diritto: per la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro, e per l’attualità delle sue riflessioni". Gli fa eco - ai nostri microfoni oggi - l'attuale postulatore della Causa di beatificazione, il vescovo di Catanzaro-Squillace, monsignor Vincenzo Bertolone, già postulatore della Causa di beatificazione di don Pino Puglisi. "Rosario Angelo Livatino - dice - si era consacrato a Dio, col motto sub tutela Dei, come a dire solo Dio è la sua scorta e la sua tutela. Un magistrato assai produttivo, che non si lasciava intimidire: ne odiavano il rigore morale, la perfetta applicazione dei codici, la coerenza cristiana, per cui mentre condannava giustamente i reati, pregava per l’anima dei morti ammazzati, aiutava discretamente le famiglie di chi usciva dal carcere, non disperava mai delle possibilità di redenzione dei mafiosi più incalliti".

Ai nostri microfoni, a trent'anni da quel brutale assassinio, monsignor Bertolone parla del rapporto tra fede e diritto nel giudice siciliano, della sua scelta di Dio, di una giustizia che non può esistere senza carità e dei frutti lasciati nel suo ambiente:


Livatino è stato un giudice che credeva, pregava,che riteneva la giustizia necessaria ma non sufficiente se non è superata dalla carità, che si era confessato qualche giorno prima di morire perché sapeva di essere nel mirino di Cosa nostra: ci può spiegare come fede e diritto si incontravano nel giudice di cui è in corso il processo di beatificazione?

R. - Nella Positio sopra il martirio, ora all'esame della Congregazione delle Cause dei Santi, viene mostrato come giustizia e fede erano inscindibili nella teoria e nella prassi del magistrato Rosario Angelo Livatino. Professava la fede come anima del modo di amministrare la giustizia. Ritengo che nel suo essere magistrato abbia saputo unire fede e giustizia. Nel giudicare conosceva perfettamente la legge, ma nello stesso momento in cui doveva giudicare si poneva il problema del perdono e della redenzione del reo. La legge parla della condanna, la fede parla di misericordia e di perdono. Coniugare questi due aspetti fu possibile in Rosario grazie alla profondità della sua fede. Del resto tra i valori fondamentali della fede un posto di primo piano è proprio quello della Giustizia, la cui realizzazione è l'adempimento di un dovere preciso. A riguardo dice san Tommaso d'Aquino che nel martirio cristiano si esige la virtù fortezza affinchè il martire, senza mai lasciare fede e giustizia, sia sempre confermato nell'imminenza del pericolo incombente. 

Mentre la criminalità strumentalizza Maria e Dio, in Sicilia c’è chi Dio lo sceglie come guida. Livatino si era consacrato al suo nome. Questo esempio è stato compreso, secondo lei, a trent’anni dalla sua morte?

R. - Fin dalla laurea in Giurisprudenza il motto del giovane Livatino è stato "sub tutela Dei", come a dire, "Solo Dio è la mia scorta è la mia tutela". Dal punto di vista di Livatino, la sua pratica della giustizia equa e misericordiosa era concretizzazione professionale della profonda fede cristiana, dell'abbandono alla guida divina e alla protezione della Vergine Maria. Mentre i mafiosi attaccano con la zizzania persino i santuari e la devozione mariana, Livatino è molto devoto alla Vergine Santa; frequenta spesso con la famiglia i santuari e ne invoca spesso l'intercessione con semplici modi di dire. Una persona che lo ha conosciuto bene, ha dichiarato: "So che era devoto alla Vergine Santa. Quando ci si vedeva le sue espressioni erano sempre rivolte alla Madonna. Parlando anche di questioni generali, ripeteva sempre: 'Se la Madonna vorrà', segno della sua filiale e delicata devozione a Maria". Nel tempo, Livatino ha ricordato il dovere di amministrare la giustizia come esigenza intrinseca dell'apostolato cristiano fino alla fine, malgrado i pericoli della sua azione in quel territorio infuocato in cui aveva voluto operare deliberatamente, subendo anche evidenti minacce. Il suo esempio ci parla ancora, con la sua testimonianza e il suo eroico sacrificio. Ma, in particolare, penso, parla ai magistrati, chiamati all'indipendenza e alla terzietà del giudizio. Infatti, secondo Rosario, un magistrato non deve neppure candidarsi in politica o, se deve farlo, deve uscire dalla magistratura.E questo esempio vive e palpita ancora oggi.

Curando la Causa di beatificazione avrà avuto modo di cogliere le tracce lasciate dal giudice nelle persone incontrate e negli ambiti frequentati dal giudice: quali sono i frutti di questa sua vita, offerta in nome della giustizia?

R. - La testimonianza di Livatino è una bella pagina evangelica offerta alla Chiesa particolare e universale e non solo, di ieri, di oggi e di domani: costante nei santi principi cristiani e nell'esercizio della giustizia, lavorando con discrezione ma intensamente tanto che secondo la relazione del Csm di allora, Livatino era il magistrato più produttivo della procura di Agrigento nel periodo tra il 1984 e il 1988. Lui si poneva agli antipodi delle logiche schiavizzanti del malaffare, delle pressioni su chi conta, del prestigio a tutti i costi, della corruzione, della collusione con i poteri occulti, dell'omertà: è effettivamente un uomo che può fare la differenza cristiana ed è per questo che è attuale, cosa rilevante per la Chiesa e la società di oggi, in cui persiste un campo asfissiato dalla prassi corrotta delle organizzazioni mafiose che, senza Dio e all'Altissimo, hanno sostituito il culto blasfemo del padrino mafioso.

Lei è stato il postulatore di Don Pino Puglisi, anche lui vittima della mafia: due esempi di” santità” o quasi, intravede dei tratti in comune?

R. - Si tratta di due vicende diverse: un prete martire della fede che muore col sorriso sulle labbra e un laico che, prima di essere ucciso, domanda ai suoi giovani assassini, quasi con parole profetiche di lamentazione: "Picciotti, che cosa vi ho fatto?". La vicenda di don Puglisi si è chiusa col riconoscimento di un martirio, quella di Livatino è ancora all'esame della Congregazione per le Cause dei Santi. Si può solo confidare nella potenza dello Spirito Santo affinché, partendo da premesse differenti, e pur trattandosi di due diverse condizioni ecclesiali, un prete e un laico, magistrato, si arrivi a un risultato identico segnato dal riconoscimento del martirio in perfetta coerenza coi principi della fede e della giustizia. In sintesi, in coerenza col Vangelo.
(fonte: Vatican News, articolo di Gabriella Ceraso 21/09/2020)


Nel 30° anniversario dell’omicidio del giudice da parte della mafia, la testimonianza della protagonista di uno dei due presunti miracoli attribuiti all’intercessione del giovane magistrato per il quale è in corso la causa di beatificazione


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“Liberare Maria dalla mafia e dal potere criminale” Chiesa e Stato insieme per contrastare l’uso della fede in contesti mafiosi.

“Liberare Maria dalla mafia e dal potere criminale”
Chiesa e Stato insieme per contrastare l’uso della fede in contesti mafiosi.



LIBERIAMO MARIA DALLE MAFIE: 
NASCE UN DIPARTIMENTO CONTRO L'USO STRUMENTALE DELLA FEDE

Nasce domani (18 settembre) a Roma un osservatorio di analisi, studio e monitoraggio dei fenomeni criminali e mafiosi. “Liberare Maria dalla Mafia e dal potere criminale”: questo è il nome dato all'iniziativa promossa dalla Pontificia Academia Mariana Internazionale guidata da padre Stefano Cecchin. 

Un'intera mattinata, moderata dal giornalista Fabio Bolzetta, alla quale sono intervenuti diversi studiosi alla presenza, fra gli altri, di sacerdoti di strada, magistrati impegnati contro i fenomeni criminali e i vertici delle Forze dell’ordine.

Ad aprire l’incontro la lettura del messaggio di papa Francesco che qualche settimana fa ha scritto a padre Cecchin per esprimere “apprezzamento” per l’iniziativa sottolineando l’importanza di escludere una “religiosità fuorviata” e liberare la devozione mariana “da sovrastrutture, poteri o condizionamenti che non rispondano ai criteri evangelici di giustizia, libertà e solidarietà”. Il Papa, nella lettera anticipata dal settimanale mariano Maria con Te, ribadisce, ancora una volta, che la Madonna non deve essere più oggetto di manipolazioni e manomissioni del suo culto. Per questo è “necessario che “lo stile delle manifestazioni mariane sia conforme al messaggio del Vangelo e agli insegnamenti della Chiesa”.

L’azione dell’Academia, spiega padre Cecchin, si collega “idealmente” all’anatema di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi ad Agrigento nel 1993 e a quello di papa Francesco a Cassano allo Ionio, il 21 giugno 2014: i mafiosi, ha detto Bergoglio in Calabria, “non sono in comunione con Dio, sono scomunicati”. E proprio in Calabria la Conferenza episcopale regionale ha dato alle stampe la seconda edizione aggiornata di un volume La ‘ndrangheta è l’antivangelo (curata dai sacerdoti Filippo Curatola, Enzo Gabrieli e Giovanni Scarpino” per l’editrice Tau) con la presentazione del presidente dei vescovi calabri, monsignor Vincenzo Bertolone. Il volume raccoglie i documenti e i pronunciamenti della Chiesa calabrese in materia di contrasto alla criminalità organizzata a partire da una lettera pastorale per la Quaresima datata 1916. Il tema è ancora attuale da far ribadire, ancora una volta, al presidente dei vescovi della regione, che “la mafia non ha nulla a che spartire con il cristianesimo”.

Oltre alla seconda edizione del volume che “smaschera la mafia di tipo calabrese come anti-evangelo”, dice a Famiglia Cristiana monsignor Bertolone, la Cec è alla vigilia della promulgazione di “Linee-guida per un sentire comune del clero e dei fedeli delle Diocesi di Calabria”, finalizzate a “definire l’essenza di questa pseudoreligione mafiosa”. I Vescovi affermano che essa “va qualificata come un culto del potere assoluto dei capi e del prestigio che ne deriva. Nell’universo mafioso, infatti, il potere è più importante della ricchezza economica e di qualsiasi altra cosa: e questo va smascherato e gridato dai tetti, soprattutto quanto i mafiosi cercano di inquinare la fede e la devozione popolare mariana, così sentita nel popolo calabrese”. Lo avevano capito i “martiri” per “mano mafiosa, come il beato Pino Puglisi (primo martire della fede tra i membri del clero) e il Servo di Dio Rosario Angelo Livatino, che – aggiunge il presule - ci si augura possa dalla Chiesa esser riconosciuto come primo martire della fede nel popolo laicale. Essi saranno i nostri-punti-forza per liberare la religiosità popolare mariana da ogni inquinamento criminale, da ogni virus letale, da ogni zizzania malefica”.

La Calabria, si legge nel testo della Cec, è stata la prima regione ecclesiastica italiana, a promuovere un corso di formazione per gli studenti di teologia ed aperto ai laici sul tema “La Chiesa di fronte alla ‘ndrangheta” giunto al suo quarto appuntamento. “La convinzione (supportata da autorevoli e costanti interventi dei pastori e attualmente da papa Francesco) è che ogni forma di mafia – ’ndrangheta compresa – produca una cultura di fatto atea, antitetica con il Vangelo, perché mette un uomo o una organizzazione al posto di Dio”, scrivono i curatori del volume evidenziato che “c’è da combattere la criminalità organizzata, c’è anche da combattere una cultura mafiosa che si aspetta gli inchini da questo o da quel politico, da questo o da quell’imprenditore, da questo o da quell’uomo di Chiesa”. “Loro ci provano in ogni occasione, ma noi dobbiamo spezzare in qualche modo questa spirale” scrive don Enzo Gabrieli sul settimanale della diocesi di Cosenza – Bisignano che dedica al tema uno speciale.

LA LETTERA DI PAPA FRANCESCO


IL LIBRO 
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Raffaele Iaria 17/09/2020)


Guarda il video con l'editoriale di Luciano Regolo, 
condirettore di Famiglia Cristiana, a conclusione del Convegno


Stato e Chiesa uniti per liberare la fede dalle mafie

All’indomani della presentazione del nuovo organismo di studio sui fenomeni criminali e mafiosi voluto dalla Pontificia Accademia Mariana Internatinalis, Gennaro Vecchione, direttore del Dipartimento per le informazioni e la sicurezza e monsignor Giancarlo Maria Bregantini, vescovo anti ‘Ndrangheta, ragionano su quale strada intraprendere per depurare la religiosità da pericolose infiltrazioni e deviazioni. La cultura, strumento primario della lotta ai clan


Un’immaginetta di Maria e di altri santi utilizzati nei riti di affiliazione alle cosche; la Bibbia ritrovata accanto a pistole e fucili nei covi dei boss arrestati dalla giustizia; la statua del santo patrono o della Vergine che nelle processioni si ferma, dopo un lungo inchino, sotto la casa del capo mafioso locale; i santuari utilizzati dagli uomini di ‘Ndrangheta per ‘pregare’ prima di ordinare o compiere un omicidio. Eccole le mani sporche di sangue dei gruppi della criminalità organizzata sulla fede, sulla religiosità popolare: un’operazione ancestrale, che si perde nei secoli lontani della fondazione dei sodalizi criminali, necessaria per deformare e manipolare le coscienze. Una religiosità deviata e piegata alle esigenze della violenza e del sopruso utile per soggiogare ed impaurire le anime devote.

Cultura, antidoto per sottrarre la fede dalle morsa delle mafie

“Tutto questo va combattuto con la cultura oltre che con un impegno delle forze dell’ordine sul campo” spiega Gennaro Vecchione, direttore del Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza che per conto del governo si occupa di coordinare le attività operative e di analisi dei servizi segreti italiani. Il prefetto - ospite d’eccezione alla presentazione ufficiale del nuovo organismo nato all’interno della Pontificia Accademia Mariana Internationalis con lo scopo di studiare e monitorare i fenomeni criminali e mafiosi e depurare la fede da pericolose infiltrazioni e deviazioni - è convinto che l’interesse della mafie per la fede sia legato alla gestione del territorio. “L’utilizzo strumentale della religione – afferma - è un modo per essere presenti sul territorio ed ottenere maggiore consenso. Tutto ciò si somma alla loro capacità di offrire alternative al mercato del lavoro ufficiale e di essere in grado di supportare finanziariamente le aziende e le persone in difficoltà”.


Stato ed intelligence alleati della Chiesa

Lo Stato e la Chiesa sono stretti alleati in questa lotta per purificare la religione e riportarla alla sua vera essenza. Gennaro Vecchione lo conferma quando sottolinea che lo Stato e la Chiesa mantengono un collegamento forte tramite le autorità prefettizie, la polizia, gli organi giudiziari e di intelligence: “In particolare i servizi segreti svolgono attività i cui risultati non possono essere pubblicizzati, ma posso dire che molte operazioni anticrimine sono il frutto di un lavoro efficace dei nostri uomini dell’intelligence”. Poi ammonisce: “La presenza dello Stato deve essere attiva perché i vuoti lasciati dallo Stato vengono colmati subito dalla criminalità organizzata, da boss che passano come benefattori della collettività e per i quali si instaura addirittura una vera e propria venerazione”.

Evitare eccesivi devozionismi

Monsignor Giancarlo Maria Bregantini è vescovo di Campobasso-Boiano e da decenni ha ingaggiato una lotta senza quartiere contro la ‘Ndrangheta. La Pontificia Accademia Mariana Internationalis lo ha nominato tra i membri del nuovo Dipartimento sui fenomeni mafiosi. Per lui, i passi necessari da compiere per liberare Maria e la fede dall’abbraccio mortale delle mafie sono tre: “Primo, dare valore alla religiosità popolare bella, pulita, santa. Secondo, essere capaci di trasmettere ai giovani una corretta immagine di Maria, un’immagine legata al Cielo, alla pienezza. Terzo, non mettere Maria fuori luogo: bisogna evitare sia il devozionismo eccessivamente pietistico sia il dimenticarsi di lei quasi fosse non necessaria per arrivare a Gesù. E’ sempre lei che ci conduce a Cristo”. Se liberiamo Maria, conclude Bregantini, diamo alla gente "semplice, quella che prega nei nostri santuari, l'immagine vera della maternità, di un'unanità serena, positiva".
(fonte: Vatican News, articolo di Federico Piana 19/09/2020)

Per approfondire proponiamo alcuni dei nostri post precedenti:


domenica 20 settembre 2020

«La Chiesa deve essere come Dio: sempre in uscita; e quando la Chiesa non è in uscita, si ammala» Papa Francesco Angelus 20/09/2020 (testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 20 settembre 2020



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

L’odierna pagina evangelica (cfr Mt 20,1-16) narra la parabola dei lavoratori chiamati a giornata dal padrone della vigna. Attraverso questo racconto, Gesù ci mostra il sorprendente modo di agire di Dio, rappresentato da due atteggiamenti del padrone: la chiamata e la ricompensa.

Prima di tutto la chiamata. Per cinque volte il padrone di una vigna esce in piazza e chiama a lavorare per lui: alle sei, alle nove, alle dodici, alle tre e alle cinque del pomeriggio. È toccante l’immagine di questo padrone che esce a più riprese sulla piazza a cercare lavoratori per la sua vigna. Quel padrone rappresenta Dio che chiama tutti e chiama sempre, a qualsiasi ora. Dio agisce così anche oggi: continua a chiamare chiunque, a qualsiasi ora, per invitare a lavorare nel suo Regno. Questo è lo stile di Dio, che a nostra volta siamo chiamati a recepire e imitare. Egli non sta rinchiuso nel suo mondo, ma “esce”: Dio sempre è in uscita, cercando noi; non è rinchiuso: Dio esce. Esce continuamente alla ricerca delle persone, perché vuole che nessuno sia escluso dal suo disegno d’amore.

Anche le nostre comunità sono chiamate ad uscire dai vari tipi di “confini” che ci possono essere, per offrire a tutti la parola di salvezza che Gesù è venuto a portare. Si tratta di aprirsi ad orizzonti di vita che offrano speranza a quanti stazionano nelle periferie esistenziali e non hanno ancora sperimentato, o hanno smarrito, la forza e la luce dell’incontro con Cristo. La Chiesa deve essere come Dio: sempre in uscita; e quando la Chiesa non è in uscita, si ammala di tanti mali che abbiamo nella Chiesa. E perché queste malattie nella Chiesa? Perché non è in uscita. E’ vero che quando uno esce c’è il pericolo di un incidente. Ma è meglio una Chiesa incidentata, per uscire, per annunziare il Vangelo, che una Chiesa ammalata da chiusura. Dio esce sempre, perché è Padre, perché ama. La Chiesa deve fare lo stesso: sempre in uscita.

Il secondo atteggiamento del padrone, che rappresenta quello di Dio, è il suo modo di ricompensare i lavoratori. Come paga, Dio? Il padrone si accorda per «un denaro» (v. 2) con i primi operai assunti al mattino. A coloro che si aggiungono in seguito invece dice: «Quello che è giusto ve lo darò» (v. 4). Al termine della giornata, il padrone della vigna ordina di dare a tutti la stessa paga, cioè un denaro. Quelli che hanno lavorato fin dal mattino sono sdegnati e si lamentano contro il padrone, ma lui insiste: vuole dare il massimo della ricompensa a tutti, anche a quelli che sono arrivati per ultimi (vv. 8-15). Sempre Dio paga il massimo: non rimane a metà pagamento. Paga tutto. E qui si capisce che Gesù non sta parlando del lavoro e del giusto salario, che è un altro problema, ma del Regno di Dio e della bontà del Padre celeste che esce continuamente a invitare e paga il massimo a tutti.

Infatti, Dio si comporta così: non guarda al tempo e ai risultati, ma alla disponibilità, guarda alla generosità con cui ci mettiamo al suo servizio. Il suo agire è più che giusto, nel senso che va oltre la giustizia e si manifesta nella Grazia. Tutto è Grazia. La nostra salvezza è Grazia. La nostra santità è Grazia. Donandoci la Grazia, Egli ci elargisce più di quanto noi meritiamo. E allora, chi ragiona con la logica umana, cioè quella dei meriti acquistati con la propria bravura, da primo si trova ultimo. “Ma, io ho lavorato tanto, ho fatto tanto nella Chiesa, ho aiutato tanto, e mi pagano lo stesso di questo che è arrivato per ultimo”. Ricordiamo chi è stato il primo santo canonizzato nella Chiesa: il Buon Ladrone. Ha “rubato” il Cielo all’ultimo momento della sua vita: questo è Grazia, così è Dio. Anche con tutti noi. Invece, chi cerca di pensare ai propri meriti, fallisce; chi si affida con umiltà alla misericordia del Padre, da ultimo – come il Buon Ladrone – si trova primo (cfr v. 16).

Maria Santissima ci aiuti a sentire ogni giorno la gioia e lo stupore di essere chiamati da Dio a lavorare per Lui, nel suo campo che è il mondo, nella sua vigna che è la Chiesa. E di avere come unica ricompensa il suo amore, l’amicizia con Gesù.


Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

secondo i programmi fatti prima della pandemia, nei giorni scorsi avrebbe dovuto svolgersi il Congresso Eucaristico Internazionale a Budapest. Per questo desidero rivolgere il mio saluto ai Pastori e ai fedeli dell’Ungheria e a tutti coloro che aspettavano con fede e con gioia questo evento ecclesiale. Il Congresso è stato rinviato all’anno prossimo, dal 5 al 12 settembre, sempre a Budapest. Proseguiamo, spiritualmente uniti, il cammino di preparazione, trovando nell’Eucaristia la fonte della vita e della missione della Chiesa.

Oggi in Italia ricorre la Giornata per l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Incoraggio a sostenere questa importante istituzione culturale, chiamata a dare continuità e nuovo vigore ad un progetto che ha saputo aprire la porta del futuro a molte generazioni di giovani. E’ quanto mai importante che le nuove generazioni siano formate alla cura della dignità umana e della casa comune.

Saluto tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi: famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni e singoli fedeli.

A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.

Guarda il video


Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XXV Domenica Tempo Ordinario – Anno A




Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)






Preghiera dei Fedeli

  XXV Domenica Tempo Ordinario – Anno A

20 settembre 2020  



Colui che presiede

Fratelli e sorelle, siamo ben consapevoli che i nostri pensieri sono ben distanti da quelli di Dio e non sempre siamo capaci di comprendere cosa sia opportuno chiedere per noi. In intima comunione con il Signore Gesù, che prega con noi e per noi, innalziamo al Padre con fiducia le nostre preghiere ed insieme diciamo: 

R/ Dio di ogni bontà, ascoltaci 

Lettore 

- Tu, o Padre, che ami di un amore sconfinato la tua vigna, che è il tuo popolo, la tua Chiesa, donale di crescere e di maturare, perché sia capace di produrre quel vino, che è simbolo del tuo amore folle e gratuito, che dona dignità e grandezza ad ogni piccolo della terra. Preghiamo. 

- Ti ringraziamo, o Padre, che nel tuo Figlio Gesù ci hai comunicato il senso della tua giustizia: attenzione all’ultimo e uguaglianza fra gli umani e fra i cristiani. Donaci la tua sapienza, affinché sappiamo interiorizzare e mettere in pratica il senso della tua giustizia in questo nostro mondo carico di ingiustizie e disuguaglianze. Preghiamo. 

- Ti affidiamo, o Padre, ancora il mondo di oggi, così frastornato per la crisi climatica e per la pandemia, ma che non riesce ad uscire dalla logica della violenza, della guerra e dell’indifferenza verso la grande massa di poveri e di esclusi. Suscita degli operai/politici, che amino la pace, la salvaguardia del creato e l’incontro tra i popoli. Preghiamo. 

- Rivolgi, o Padre, il tuo sguardo su tutte quelle famiglie e su quelle persone che spesso non sono in grado di arrivare alla fine del mese. La tua presenza amorosa dia loro fiato e coraggio per affrontare quotidianamente difficoltà e chiusure. Preghiamo. 

- A Te affidiamo, o Padre, parenti, amici e anche quanti non conosciamo, che si ritrovano ad affrontare attese e cure ospedaliere. Ricordati delle persone disabili e di quanti li assistono. Le distanze imposte dalla pandemia non li renda completamente “invisibili” agli occhi degli altri. Preghiamo. 

- Davanti a te, o Padre di bontà, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti e di tutte le vittime del coronavirus [pausa di silenzio]; ci ricordiamo ancora una volta delle vittime della violenza, della fame e dell’indigenza. Mostra verso tutti il tuo Volto di Padre Buono e compassionevole. Preghiamo. 


Colui che presiede 

Ascolta, o Padre, le nostre preghiere, che rivolgiamo a te per collaborare con generosità al tuo disegno di liberazione e di salvezza, come operai nella vigna della Chiesa e del mondo. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore. AMEN.


"Un cuore che ascolta lev shomea" - n. 45/2019-2020 (A)

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)




Traccia di riflessione sul Vangelo della domenica
a cura di Santino Coppolino

XXV Domenica del Tempo Ordinario (ANNO A) 

Vangelo:



Attraverso questa parabola Gesù ci rivela come tutto ciò che siamo e abbiamo è dono di Grazia che viene elargito a quanti sono chiamati dal Padre a lavorare per il suo Regno, a coloro che faticano dalla prima ora come a coloro che hanno lavorato un'ora soltanto. «La parabola è un Vangelo in nuce, molto simile al capitolo 15 del Vangelo di Luca» (cit.) Essa è in netto contrasto con l'etica del merito, ed accentua la gratuità di Dio che eccede ogni possibile pretesa. La ricompensa è per tutti, ed è l'Amore gratuito del Padre che non è possibile da guadagnare con la propria fatica, perché pura Grazia. Se non riusciamo a comprendere questo, rischiamo di preferire il dono a Colui che ce lo dona, ci serviamo di Dio per ottenere qualcosa che amiamo più di Lui, lo amiamo non per se stesso, ma solo per la ricompensa promessa. L'amore del Padre non è da guadagnare, tanto meno è da meritare (l'amore meritato si chiama "meretricio"), ma da accogliere e da condividere con i fratelli. Se ne facciamo oggetto di merito o di guadagno lo trasformiamo in possesso che ci allontana dal Padre. «Come il fratello maggiore che non vuole entrare al banchetto di festa perché preferisce restare con i suoi meriti, piuttosto che con il Padre e con il fratello» (cit.). Non accettiamo che Dio sia Dio! Lo vorremmo a nostra immagine e somiglianza, piedistallo per il nostro orgoglio. Sappiamo bene invece, che la salvezza non deriva dalle nostre opere, ma che siamo salvati per Grazia, chiamati ad essere «benevoli gli uni gli altri, misericordiosi, perdonandoci a vicenda come anche Dio, in Cristo, ha perdonato noi » (Ef 4,32)

sabato 19 settembre 2020

QUESTIONE DI LUCE - Dolcissimo sguardo, che Dio mi invita a fare mio. - Commento al Vangelo - XXV domenica del Tempo Ordinario (A) a cura di P. Ermes Ronchi

QUESTIONE DI LUCE
Dolcissimo sguardo, che Dio mi invita a fare mio. 
La bontà non è giusta. Neppure l'amore è giusto, è altra cosa, è di più. 
E insieme fanno grandi cose.


I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire
«(...) Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto (...)» Mt 20, 1-16


per i social

 


Finalmente un Dio che non è un padrone, e nemmeno il migliore.
È altra cosa.
Intanto è il signore di una vigna, terra dove il contadino investe di più, con sudore e poesia, pazienza e intelligenza.
Terra, passione di Dio che coinvolge me nella sua custodia; è questa mia vita che gli sta a cuore, vigna da cui attende il frutto più gioioso.
Esce all'alba in cerca di operai, avanti e indietro per cinque volte fin quasi al tramonto, pressato da un’ansia che non è il lavoro: che senso ha assumere gente quando manca un'ora alla sera della vita?
Il tempo di arrivare alla vigna, di prendere gli ordini dal fattore, e sarà subito buio. A quanto ammonterà la giusta paga?
C'è dell'altro: perché lo disturba che stiano tutto il giorno senza fare niente? Nasce il sospetto che il padrone non pensi per nulla all’azienda, ma che voglia prendersi cura di quegli uomini seduti: è il lavoro a tessere la dignità dell'uomo.
Un Signore che si leva contro la cultura dello scarto!
Nessuno ha pensato agli ultimi, allora ci penserà lui, non per il suo ma per il loro interesse, per i loro bambini.
Costui spiazza di nuovo tutti al momento della paga: gli ultimi ricevono in proporzione molto di più. Istintivamente, mi sento solidale con gli operai della prima ora.
Nel cuore di Dio e nel mio, cerco un perché.
E, se come Lui metto al centro solo l’uomo, il padre a testa bassa, e tutto il resto scompare, allora non posso inveire contro chi assicura la vita d'altri oltre alla mia.
Dolcissimo sguardo, che Dio mi invita a fare mio.
L'operaio della sera è guardato con dignità, e ora posso vederlo anch’io non come un rivale, gioire con lui della sua paga senza sentirmi defraudato, fare festa con mio fratello e i suoi bambini.
Sentirci tutti più ricchi.
E’ la bontà; che, impietosamente, svela la grettezza del mio cuore impoverito se altri ricevono quanto me, cristiano esemplare che guarda con sufficienza al bene diffuso, urtato dalla larghezza di Dio.
Gli operai assunti all’alba protestano “non è giusto!”
È vero: non è giusto. Ma il padrone buono non sa nulla della giustizia, lui è solo generoso.

Nessuno qui comprende d’essere stato lanciato nell'avventura sconosciuta della bontà, che non è giusta, è oltre, è molto di più.

Neppure l'amore è giusto, è altra cosa, è di più.
E insieme fanno grandi cose.

Non soffermarti sul conteggio della paga, è un dettaglio, osserva piuttosto l’incremento di vita che si espande su tutti creando gioia!
Ti dispiace che io sia buono?
No Signore, perché l'operaio della sera, un po' ozioso e un po' bisognoso sono io.
Vieni a cercarmi, anche se è ormai notte.
Non ho bisogno di una paga, ma di te e di grandi vigne da coltivare con i miei amici dell’alba e del tramonto, e della promessa che una goccia di luce aspetta, invisibile come te, nel cuore vivo del mio ultimo minuto.


per Avvenire

La vigna è il campo più amato, quello in cui l'agricoltore investe più lavoro e passione, fatica e poesia. Senza poesia, infatti, anche il sorso di vino è sterile. Vigna di Dio siamo noi, sua coltivazione che non ha prezzo. Lo racconta la parabola del proprietario terriero che esce di casa all'alba, che già dalla prima luce del giorno gira per il villaggio in cerca di braccianti. E vi ritornerà per altre quattro volte, ogni due ore, fino a che c'è luce.(…)


"Il mito della vigna che celebra la vita" di Enzo Bianchi

"Il mito della vigna che celebra la vita" 
di Enzo Bianchi

pubblicato su "La Repubblica" 
del 14 settembre 2020 




Dopo aver contemplato la vendemmia e aver meditato su di essa, mi pare necessario narrare il suo risultato: il vino, che in questi giorni è ancora mosto, uva pigiata che ribolle nelle cantine silenziose e fresche, emanando profumi che percorrono le colline. E intanto, in modo misterioso, si affina, costruisce il suo carattere, richiedendo a noi umani attesa e pazienza prima di essere la bevanda della vita e della gioia.

Nel grande codice della nostra cultura, la Bibbia, si narra il mito di Noè che per primo piantò e coltivò una vigna. Sopravvissuto alla catastrofe del diluvio universale, che aveva accomunato natura e umanità nella totale devastazione, appena ritrovò la terra abitabile egli piantò una vite: gesto di grande speranza e, più in profondità, alleanza con la terra, coltivata e lavorata con cura in attesa del suo frutto.

Possiamo immaginare lo stupore di Noè, mentre tiene in mano i grappoli d’uva e li spreme per farne una bevanda. Si accorge infatti che questa fermenta, ribolle, si solleva come il ventre di una donna incinta, come l’impasto di acqua e farina di cereali. Misteriosa trasformazione che incanta lui e noi! Noè beve poi quel succo, nel quale sente una vitalità inattesa, una certa leggerezza, un’ebbrezza mai assaporata prima, un’allegria che lo fa esultare.

Povero Noè, in quel diluvio ne aveva viste tante, troppe. Possiamo forse accusarlo di aver bevuto troppo, di aver cercato oblio e consolazione nel frutto del lavoro delle proprie mani, dopo aver pianto e sofferto per la devastazione della terra? Possiamo rimproverarlo perché non conosceva la misura? Se mai, senza misura erano le disgrazie attraversate, l’ansia per il futuro incerto della vita. Così, secondo il racconto mitico, è apparso il vino nella storia.

Oggi siamo consapevoli della maestà di questa bevanda. Prodotto della terra, del lavoro faticoso e paziente e della cultura dell’uomo, il vino non è necessario per vivere, anzi è il simbolo della gratuità. Si può vivere bene senza berlo, come dimostrano le persone astemie. Ma proprio questa sua gratuità gli conferisce altre potenzialità: il vino ci insegna a condividere la gioia, a celebrare la vita; incorona la festa, proclama il piacere di essere accanto a chi si ama; attesta che la gioia di essere insieme è più forte di ogni minaccia; è metafora del raffinato dialogo erotico, come insegna il Cantico dei cantici, paragonandolo ai baci e alle carezze.

È vero che il vino richiede una misura e che occorre esercitarsi in una vera disciplina, per imparare a gustarlo con intelligenza, ma questo vale per tutte le cose. Non a caso i sapienti ebrei fanno l’elogio del vino e nelle liturgie ebraica e cristiana il vino è assolutamente presente e necessario. E non lo si dimentichi: se l’Islam proibisce ai credenti l’uso del vino, profetizza che nell’aldilà si berrà vino raffinato. Sì, al banchetto profetizzato per tutta l’umanità alla fine della storia – scrive il profeta Isaia – si gusteranno vini invecchiati e raffinati. Certamente vini fatti da noi qui sulla terra, sulle nostre meravigliose colline.

(Fonte: sito comunità di Bose)

Alberto Maggi sui negazionisti di oggi (e su quelli che si trovano nella Bibbia)

Alberto Maggi sui negazionisti di oggi 
(e su quelli che si trovano nella Bibbia)


“Nun me piace!” è il conosciuto tormentone della commedia di Eduardo de Filippo “Natale in casa Cupiello”. L’anziano protagonista, amante delle tradizioni, in occasione del Natale, ha allestito “il più bel presepio di tutti gli altri anni”, e cerca il consenso del figlio Tommasino (Nennillo), un tontolone (“ha avuto la malattia… è nervoso!”), viziato dalla madre. Niente da fare: “Nun me piace!”, è la sua risposta. Inutilmente il padre tenta di fargli notare la bellezza degli angioletti, dei tre re magi, della stella cometa…“Nun me piace!”, è la sua risposta. Questo ragazzo tardo e pigro è la parodia del negazionista, colui che rifiuta di vedere il bello, il buono, e sa rispondere solo ripetendo la stessa solfa e lo stesso slogan: “Nun me piace!”. Non c’è motivo, semplicemente non gli piace. Il personaggio di Tommasino è la caricatura di quelle nullità, che per far notare la loro presenza hanno bisogno di gridare la loro tanto ostinata quanto ottusa contrarietà.

Ma il negazionismo ha radici antiche e già nelle prime pagine della Bibbia si trova il primo negazionista. Nel Libro della Genesi si legge che il Creatore aveva avvertito l’uomo e la donna, da lui creati, di non mangiare “dell’albero della conoscenza del bene e del male”, perché altrimenti sarebbero morti (Gen 2,17). Ed ecco spuntare il primo negazionista della storia, il serpente, che disse alla donna: “Non morirete affatto!” (Gen 3,5), e si sa come poi è andata a finire. E negazionisti spuntano anche al tempo di Noè, “uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei” (Gen 6,9). Avvertito da Dio dell’imminente disastro, pensa a mettersi in salvo costruendo un’arca di legno, ma gli altri no, “mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito… e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti” (Mt 24,38).

C’è poi un altro tipo di negazionismo dalle conseguenze drammatiche, perché si fonde con il fanatismo religioso. È il negazionismo che, forte delle sue sacre convinzioni, rifiuta la realtà perché è inammissibile, scomoda o spiacevole, o semplicemente non può essere. Un esempio di questo negazionismo si trova negli scritti di Geremia, dove il profeta avverte il popolo dell’imminente pericolo, rappresentato dall’invasione dei Babilonesi guidati da Nabucodonosor, invitandolo ad abbandonare false certezze: “Non confidate in parole menzognere ripetendo: Questo è il tempio del Signore, il tempio del Signore, il tempio del Signore” (Ger 7,4). Ma il grido d’allarme del profeta non fu ascoltato nonostante l’evidenza dell’approssimarsi della tremenda invasione. Gerusalemme era la città del Dio d’Israele e per questo non poteva essere conquistata. La tradizione religiosa, infatti, credeva che Gerusalemme fosse imprendibile in quanto Dio stesso avrebbe impedito la caduta del luogo che conteneva la sua presenza. Del resto anche il salmista esaltava l’imprendibilità di Gerusalemme, perché “Dio è in mezzo ad essa: non potrà vacillare. Dio la soccorre allo spuntare dell’alba… Il Signore degli eserciti è con noi, nostro baluardo è il Dio di Giacobbe” (Sal 46, 6.8), per poi dover amaramente constatare che “hanno ridotto Gerusalemme in macerie” (Sal 79,1), come già Geremia aveva vanamente profetizzato: “Gerusalemme diventerà un cumulo di rovine” (Ger 26,18).

Ugualmente, secoli dopo, durante l’assedio di Gerusalemme da parte dei Romani, a causare la morte di molti durante l’attacco alla città santa, quando era evidente a tutti che era assurdo resistere alla soperchia forza distruttrice degli invasori, fu proprio “un falso profeta che in quel giorno aveva proclamato agli abitanti della città che il Dio comandava loro di salire al tempio per ricevere i segni della salvezza” (Guerra, VI, 5,2 §285). E vi incontrarono la morte.

Nei vangeli i negazionisti sono i capi religiosi, i quali pur riconoscendo nelle opere di liberazione di Gesù “il dito di Dio” (Lc 11,29), non possono ammetterlo, per non perdere il loro potere e dominio sul popolo. Nel vangelo di Giovanni, nell’episodio della guarigione del cieco nato (Gv 9), i capi non possono ammettere che mediante la trasgressione del comandamento del sabato, ritenuto il più importante di tutti perché era quello che pure Dio osservava, Gesù possa aver restituito la vista al cieco nato (“I Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista”, Gv 9,18). Le autorità religiose, non potendo ammettere alcuna contraddizione nella loro dottrina negano, con l’evidenza, la verità del fatto.

Le radici del negazionismo vanno ricercate nella paura. Il negazionista è, infatti, un individuo che è vittima della sua stessa paura che non vuole riconoscere. Non sapendo come gestire la sua ansia, semplicemente la nega e, non sapendo affrontare un mondo che è in costante cambiamento, lo rifiuta. Tutto quel che è complesso, quel che richiede riflessione, un ragionamento articolato e fondato, esula dalle sue capacità e liquida il tutto con un secco NO. Forse l’immagine con cui si potrebbe raffigurare il negazionista è quella dello struzzo con la testa infilata per terra. Il pericolo c’è, ma lui si ostina a non vederlo, a ignorarlo, illudendosi così di eliminarlo dal suo orizzonte. Per farsi notare il negazionista deve andare contro l’evidenza, e contro la verità, e per questo suo delirio deve appoggiarsi su una visione della società vittima di ogni tipo di complotto, dal finanziario al religioso, con il continuo sospetto che si traduce in rifiuto di tutto quel che con le sue limitate capacità intellettuali non riesce a comprendere.

Forse fregiare del termine negazionista certe persone è anche troppo, in altri tempi, prima del “politicamente corretto” e dei social, si sarebbero detto semplicemente che erano dei minchioni. Ma, di fatto, dal linguaggio comune è praticamente scomparso il verbo sminchionire, far cessare qualcuno di essere un minchione, ovvero di essere ridicolmente ingenuo e credulone. Probabilmente è sembrata un’impresa disperata far ragionare il crescente numero di negazionisti, terrapiattisti, cospirazionisti, seguaci di scie chimiche, novax, no covid, no tutto. Ma non bisogna scoraggiarsi, del resto nella più sana tradizione cattolica vengono insegnate le sette opere di misericordia spirituali dove sono elencate anche “insegnare agli ignoranti” e… “sopportare pazientemente le persone moleste”.


L’AUTORE – Alberto Maggi (nella foto grande di Basso Cannarsa, ndr), frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme.
Biblista è una delle voci della Chiesa più ascoltate da credenti e non credenti.
Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» a Montefano (MC), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. Con Garzanti ha pubblicato Chi non muore si rivede, Nostra signora degli eretici, L’ultima beatitudine – La morte come pienezza di vita, Di questi tempi e Due in condotta. Il suo nuovo libro è La verità ci rende liberi (Garzanti, in uscita a settembre), una conversazione con il vaticanista di Repubblica Paolo Rodari.
(fonte: Il Libraio 17/09/2020)


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