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venerdì 31 luglio 2026

Benvenuti nell’era del fuoco

L’Europa brucia nella morsa del caldo e degli incendi.
Sarà questa la nuova normalità?

Benvenuti nell’era del fuoco


Mentre in Europa fa sentire i suoi effetti quella che viene definita la “quarta ondata” di caldo, la durata e l’intensità di questi fenomeni già collocano l’estate 2026 abbondantemente sopra la media degli anni passati. In molti non ricordano praticamente alcuna interruzione nella morsa di caldo record che da diverse settimane attanaglia non solo l’Europa Mediterranea, ma anche Paesi meno abituati alle temperature estreme. E l’allarme, inevitabilmente, è sulla prospettiva di un futuro prossimo in cui questa sarà la “nuova normalità” causata dal cambiamento climatico.

Almeno 2.700 persone — secondo uno studio elaborato dall’Imperial College di Londra, dal Met Office e dalla London School of Hygiene and Tropical Medicine — potrebbero essere morte in Inghilterra e Galles a causa del caldo record che ha colpito il Regno Unito tra maggio e giugno. Il Comitato britannico per i cambiamenti climatici, l’organismo responsabile della consulenza al governo in materia, ha avvertito che il Regno Unito «non è pronto» ad affrontare le conseguenze del caldo estremo. In un rapporto pubblicato a maggio stimava che entro il 2050 il 92% delle abitazioni britanniche sarebbe risultato troppo caldo, in quanto sprovviste di impianti di condizionamento così come gli ospedali e le scuole. Anche in Germania, dove l’Istituto Robert Koch ha segnalato oltre 5.000 morti in più per il caldo record di fine giugno, c’è un acceso dibattito sull’installazione dei climatizzatori.

A preoccupare gran parte d’Europa, inoltre, sono gli incendi che secondo gli esperti potrebbero interessare alcune aree del continente anche fino a novembre. Francia, Spagna e Italia sono tra i Paesi più colpiti. Solo nella regione sud-occidentale francese della Gironda i roghi boschivi hanno devastato oltre 42.000 ettari di terreni, un’area equivalente a 56.000 campi da calcio. In Spagna il ministero dell’Interno ha convocato per oggi una riunione d’emergenza con le regioni per coordinare gli interventi, mentre il vasto incendio divampato nei giorni scorsi a Burgohondo, nella provincia di Ávila, è ormai sotto controllo ma ha bruciato circa 50.000 diventando il più esteso mai registrato nel Paese. Centinaia di migliaia sono gli sfollati. In Italia gli incendi stanno martoriando il Gargano, mentre resta complessa l’emergenza che da giorni interessa il versante montano sopra Marina di Maratea; vasti roghi interessano anche il Crotonese e il Molise. Ma gli incendi stanno devastando anche il Regno Unito dove il principe Wiliam, erede al trono britannico e nello storico impegno di suo padre Re Carlo III in difesa dell’ambiente, ha definito lo scenario in Europa «un severo monito rispetto alle sfide poste da un clima sempre più estremo».

Gli incendi sono dovuti a una serie di cause, ma è ormai impossibile negare che ci sia una relazione tra la bolla di calore estremo e il cambiamento climatico. Le ultime proiezioni elaborate dai principali centri di calcolo internazionali, indicano come il fenomeno di El Niño stia affrontando una fase di accelerazione e intensificazione eccezionale. Gli esperti ipotizzano la formazione di un vero e proprio “Super El Niño” per la stagione invernale 2026/2027, con anomalie termiche superficiali pronte a superare le soglie critiche misurate soltanto durante i grandi eventi del passato. Il problema è legato al fatto che El Niño quest’anno arriverà su un pianeta già troppo caldo.

A risentire di questo sono anche i nostri mari: secondo l’ultimo rapporto del progetto “Mare Caldo” di Greenpeace, diffuso ieri, a fine giugno le temperature superficiali del Mediterraneo al largo della Francia meridionale e dell’Italia occidentale erano più alte di circa 6 °C rispetto alla media di lungo periodo. E il calore che si accumula in estate sulla superficie del mare viene trasferito anche sott’acqua, facendo registrare temperature fino a 25°C anche a 30-40 metri di profondità. A completare il quadro la siccità prolungata, che fa soffrire i fiumi e i laghi. In Italia, secondo un rapporto di Legambiente, il Lago Maggiore ha perso 43 milioni di metri cubi d’acqua tra fine giugno e i primi giorni di luglio, mentre il Lago Trasimeno ha perso quasi due metri rispetto allo zero idrometrico comportando una drastica limitazione della navigazione dei traghetti.

L’emergenza in Europa attesta delle difficoltà ormai croniche a livello globale, anch’esse imputabili al cambiamento climatico. Uno scenario di crisi ambientale causato dalle attività umane che, in Europa e nel mondo, richiama i governi all’azione e ad un’inversione di rotta. Troppo spesso, invece, gli Stati e le grandi aziende oltre a non pensare alla tutela dell’ambiente in “casa propria” portano avanti attività che rischiano di alimentare l’inquinamento nei Paesi in via di sviluppo e il cambiamento climatico a livello globale. Viene così disattesa la storica pronuncia che proprio un anno fa, il 23 luglio 2025, ha emesso la Corte internazionale di giustizia riconoscendo che la «violazione degli obblighi climatici da parte di uno Stato» costituisce «un atto illecito a livello internazionale che impegna la sua responsabilità». Un parere non vincolante — arrivato dopo una richiesta presentata a L’Aja da migliaia di organizzazioni e pensata, ancor prima, dagli studenti di legge dell’università dello Stato insulare minacciato dall’innalzamento dei mari di Vanuatu — che stabilisce un nesso diretto tra cambiamenti climatici e danni all’effettivo godimento di diritti umani, «come il diritto alla salute e ad un adeguato tenore di vita». Si tratta di una questione non più rinviabile: «La pace — ha recentemente ammonito Papa Leone XIV in un video messaggio a una conferenza sul clima in Austria — è minacciata da una mancanza di rispetto per il Creato, dal saccheggio di risorse naturali e da un progressivo declino della qualità della vita a causa del cambiamento climatico».
(fonte. L'Osservatore Romano, articolo di Valerio Palombaro 29/07/2026)


domenica 24 maggio 2026

Ad Acerra Leone XIV denuncia i mali della «Terra dei fuochi» Una comunità unita nel bene scardina la cultura della prepotenza

In visita pastorale ad Acerra Leone XIV denuncia i mali della «Terra dei fuochi»

Una comunità unita nel bene 
scardina la cultura della prepotenza


«Sono venuto a raccogliere le lacrime di chi ha perso persone care, uccise dall’inquinamento ambientale»

È un “fuoco” di fede, di speranza, di bene quello portato da Leone XIV sabato 23 maggio ad Acerra, in Campania: là, nei territori marchiati come “Terra dei fuochi” e piagati da un inquinamento ambientale privo di scrupoli, il Pontefice ha donato la forza e il coraggio di reagire, asciugando materialmente le lacrime di chi ha perso i propri affetti tra i roghi tossici. «Un concentrato mortale di oscuri interessi e indifferenza al bene comune, che ha avvelenato l’ambiente naturale e sociale», li ha definiti il Papa nel primo discorso in cattedrale, pronunciato davanti al clero e alle famiglie colpite da gravi lutti.

Rilanciando l’enciclica Laudato si’ sulla cura della casa comune, sulle orme del suo predecessore Francesco, il Papa ha esortato ad ascoltare «il grido della creazione e dei poveri», grido che «chiede conversione» e che accende non il fuoco che distrugge, ma quello dello Spirito, ispirando «consolazione, attenzione».

Dal Vescovo di Roma anche un fermo monito a «scardinare una cultura del privilegio, della prepotenza, del non rendere conto, che troppo male ha fatto a questa terra, come a molte altre regioni dell’Italia e del mondo». Al clero e ai religiosi, in particolare, il Papa ha chiesto di manifestare «quotidianamente l’autorità del servizio, che si abbassa e avvicina, che fa il primo passo e perdona», affinché si spenga ogni risentimento.

Poi, incontrando i sindaci e i fedeli dei novanta comuni della “Terra dei fuochi”, in una piazza Calipari gremita da 15mila persone, il Pontefice ha richiamato ciascuno alle proprie responsabilità, in nome della giustizia e della vita, sull’esempio di san Francesco d’Assisi, di cui si celebra l’anno giubilare. Solo così infatti si potranno «costruire buone pratiche di comunità»: attraverso «il senso del limite, non quello della violazione irresponsabile»; «il gusto del recupero, non la logica dell’invasione; fame e sete di giustizia invece che di possesso».

Decollato da Acerra intorno alle 12.15, infine, il Pontefice ha fatto rientro in Vaticano alle 13.10.
(fonte: L'Osservatore Romano 23/05/2026)

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Guarda il video integrale dell'incontro



Guarda il video integrale dell'incontro


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La visita di Leone XIV ad Acerra in un minuto

Una giornata intensa nel comune campano per il Papa, tra l’incontro con le famiglie ferite dall’inquinamento ambientale, il dialogo con il clero e l’abbraccio ai fedeli della Terra dei Fuochi. Nelle sue parole un forte richiamo alla responsabilità, alla cura del territorio e alla speranza: “Non più fuoco che distrugge, ma il fuoco dello Spirito che ravviva e riscalda”. Alcuni momenti della visita pastorale del Pontefice attraverso immagini esclusive di Vatican Media



lunedì 18 maggio 2026

Clima e salute: un nuovo modo di pensare il mondo


Clima e salute: un nuovo modo di pensare il mondo

Un gruppo di avvocati decisi ad affermare il legame tra norme giuridiche e sostenibilità ha fondato l’associazione “Diritto per l’Ambiente” e lancia l’appello per discutere insieme su un tema centrale di questa sfida: l’impatto del riscaldamento globale sulla salute

L'inquinamento associato all'aumento delle temperature produce effetti concreti sulla salute

Mesi più caldi “di sempre”, “temperature record”, gli appelli degli scienziati ormai si susseguono puntuali per ricordare al mondo che siamo nel pieno di una crisi climatica e dobbiamo invertire la rotta. Perché il riscaldamento globale non è più solo una questione ambientale, da relegare all’interno delle comunità scientifiche, ma una delle principali sfide che coinvolge l’intera società. Incide sulla vita quotidiana, la salute, l’economia e rende evidente quando le scelte individuali e collettive siano intrecciate. In questo contesto di responsabilità condivisa, nasce l’associazione “Diritto per l’Ambiente” presentata a Roma l’11 maggio a Palazzo di Giustizia. L’iniziativa è di un gruppo di avvocati, ma aperta a tutti, decisi ad affermare e difendere il legame tra diritti umani e sostenibilità. Non solo. Se è chiaro che le grandi transizioni anche in ambito ambientale devono passare attraverso leggi, regolamenti e direttive, istituzioni e cittadini sono chiamati a contribuire, ciascuno con il proprio ruolo, alla costruzione di un modello più sostenibile.

Clima e salute: la sfida del nostro tempo

L’obiettivo lo spiegano chiaramente gli stessi promotori dell’iniziativa che vogliono impegnarsi “a contribuire alla tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi nell’interesse delle future generazione, utilizzando il ‘Diritto’, ossia il complesso delle norme che costituiscono l’ordinamento giuridico nazionale sovranazionale”. L’idea è dunque di superare una visione frammentata dei problemi ambientali e adottare un approccio che tenga insieme diritti, sviluppo e tutela. Per questo hanno invitato a discuterne insieme a loro medici, giornalisti rappresentanti della Pubblica amministrazione, urbanisti e giuristi. E non è un caso che per il primo incontro pubblico l’associazione abbia scelto un tema centrale di questa sfida: l’impatto del riscaldamento globale sulla salute. Chiaro fin dal titolo, l’obiettivo dell’incontro: “Riscaldamento climatico e diritto alla salute nelle grandi città: cuocere, fuggire o agire”. Il diritto in questo quadro ha infatti un ruolo chiave: garantire che la tutela della salute e dell’ambiente non resti solo un principio astratto, ma un impegno concreto nelle politiche e nelle decisioni condivise a tutti i livelli.

“Una responsabilità condivisa”

Lo stesso orientamento ribadito dall’Organizzazione mondiale della sanità che parla di crisi climatica come una delle minacce principali per le popolazioni. L’aumento delle temperature e della frequenza degli eventi estremi, l’inquinamento dell’aria delle città stanno avendo effetti concreti su adulti e bambini. I dati parlano chiaro: c’è un incremento della mortalità legata al caldo, la diffusione delle malattie infettive e l’aggravamento di patologie respiratorie e cardiovascolari. E non si si tratta di scenari futuri, ma di dinamiche già in atto.

“I più ignorano il problema e molti lo proiettano nel futuro: ma alcuni recenti studi e articoli di stampa ci fanno comprendere che il tema è attuale e che, allo stesso tempo, possiamo fare subito qualcosa per cercare di mitigare (almeno) gli effetti del cambiamento climatico. Ci ha colpito, ad esempio, un recente studio inglese che definisce le ondate di calore come dei ‘killer silenziosi’ e la sfida che devono affrontare le grandi città per cercare di mitigare tale preoccupante fenomeno. Per cercare di mitigare (almeno) tali nefaste conseguenze si può, si deve fare qualcosa subito”. Hanno accolto l’invito al confronto del presidente dell’associazione Arnaldo Del Vecchio: Sabrina Alfonsi, assessore all’ambiente di Roma Capitale; Rosario Carrano, magistrato del Consiglio di Stato; Elisabetta Salvatori, responsabile Sezione Soluzioni Integrate e Nature-based per la rigenerazione Urbana del Dipartimento Enea-Sspt; Lisa Iotti, giornalista Rai3; Laura Reali, pediatra e presidente Isde (Medici per l’ambiente), Roma e Lazio; Francesco Varone, pneumologo; Aldo Olivo, dirigente urbanistica e ambiente al Comune di Formello in provincia di Roma; Alessandro De Pasquale, presidente nazionale Anaip.

Un solo equilibrio

La pandemia di Covid-19, ha reso evidente un principio spesso trascurato: la salute è una sola, ed è risultato dell’equilibrio tra ambiente, società ed economia. Non esistono confini netti tra la salute umana e quella degli ecosistemi. Quando uno di questi si altera le conseguenze si propagano rapidamente. L’obiettivo è dunque di cercare di tradurre in azioni concrete questa consapevolezza affermando che c’è un legame tra diritto alla salute e il modo con cui gestione ambiente, territorio e risorse.

C’è dunque bisogno di trovare un nuovo modo di pensare il mondo. Perché proteggere il Pianeta significa inevitabilmente proteggere la nostra salute.
(fonte: La Repubblica, articolo di Fiammetta Cupellaro 05/05/2026)

mercoledì 6 maggio 2026

Tonio Dell'Olio: Overshoot day l’impronta ecologica che preoccupa

Tonio Dell'Olio
 
Overshoot day
l’impronta ecologica che preoccupa

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  5 maggio 202

La notizia è passata sotto silenzio come se non ci riguardasse. Abbiamo continuato a vivere, mangiare, viaggiare, parlare e consumare – soprattutto a consumare – come se nulla fosse accaduto. Eppure il 3 maggio scorso l‘Italia ha tagliato il traguardo negativo del suo “overshoot day”, ovvero ha esaurito il “budget ecologico” dell’intero anno.

Dal 4 maggio in poi viviamo in deficit ecologico: utilizziamo capitale naturale e accumuliamo un debito che si traduce in crisi climatica, perdita di biodiversità, degrado del suolo e impoverimento degli ecosistemi. Rispetto allo scorso anno abbiamo anticipato di tre giorni! 

Si calcola che se tutto il mondo avesse lo stesso stile di vita di noi italiani, ci vorrebbero tre pianeti. Anche solo rispetto agli anni novanta, sciupiamo più energia, viaggiamo di più, abitiamo case che consumano suolo, sono cambiate le nostre diete che utilizzano più packaging, trasporti, refrigerazione, lavorazioni industriali. 

Si tratta di un disastro che non crea danni all’ambiente ma a noi. E fino a quando non capiremo questo, continueremo a vivere e comportarci esattamente come facciamo adesso. Abbiamo bisogno di imboccare un’altra strada con un diverso stile di vita e una politica nuova. 

La chiamano transizione ma papa Francesco con Alex Langer ci hanno insegnato che è “conversione ecologica” ed “ecologia integrale”.

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Il 3 maggio 2026 l’Italia ha ufficialmente consumato tutte le risorse naturali che la Terra può rigenerare in un anno intero. In questo video si spiega cos’è l’Overshoot Day, come viene calcolato dal Global Footprint Network, e perché la data italiana è arrivata in anticipo rispetto agli anni precedenti. Si nalizza l’impronta ecologica del nostro Paese, le cause principali (energia, mobilità, spreco alimentare, consumo di suolo) e i limiti di questo indicatore, per capire cosa ci dice realmente e cosa invece non misura. Infine, alcune proposte concrete per spostare questa data in avanti, senza puntare il dito ma con i numeri alla mano.


giovedì 8 gennaio 2026

E' morto monsignor Raffaele Nogaro: il vescovo di frontiera che ha sfidato la camorra - Il ricordo di Roberto Saviano: ha passato la vita a rendere casa i luoghi che attraversava

E' morto monsignor Raffaele Nogaro:
il vescovo di frontiera che ha sfidato la camorra

[Nel giorno dell'Epifania 06/01/2026] Il prelato, che per quasi 20 anni ha guidato la diocesi del Capoluogo, aveva 92 anni. Sempre schierato al fianco degli ultimi e a tutela dell'ambiente. Amico di don Peppe Diana si è battuto per la sua canonizzazione

Il vescovo emerito di Caserta Raffaele Nogaro

E’ morto monsignor Raffaele Nogaro. Il vescovo emerito di Caserta aveva 92 anni. L'annuncio del vescovo di Caserta Pietro Lagnese: “Carissimi fratelli e sorelle della Chiesa di Caserta, con profondo dolore vi annuncio che qualche istante fa ha concluso la sua giornata terrena monsignor Raffaele Nogaro. Affidiamo padre Nogaro alla misericordia di Dio e ringraziamo il Signore per averlo donato a tutti noi”.

Per 19 anni vescovo di Caserta

Nato a Gradisca, in provincia di Udine, Nogaro è stato ordinato presbitero nel 1958. Nel 1982 papa Giovanni Paolo II lo nomina vescovo di Sessa Aurunca e nel 1990 approda alla diocesi di Caserta dove si insedia il 16 dicembre e resta fino al 2009, quando lascia la guida della chiesa casertana per sopraggiunti limiti di età. Da vescovo emerito ha comunque deciso di rimanere a vivere all’ombra della Reggia, proseguendo nel suo impegno civico e pastorale sempre al fianco degli ultimi e pronto a scendere in piazza per i diritti della sua gente.

Il vescovo di frontiera che ha sfidato la camorra e difeso l'ambiente

Monsignor Nogaro è stato un vescovo “di frontiera”: ha sfidato la camorra, definendola un male assoluto: “La camorra in Campania impedisce le riforme strutturali, indispensabili per organizzare la speranza del futuro”, scrisse in una lettera aperta. Un impegno a difesa dei deboli, dell'accoglienza stranieri con la naturalezza di chi crede davvero che nessuno sia forestiero sulla terra. Nogaro ha fatto parte della commissione ecclesiale per le migrazioni, organismo della Cei preposto al coordinamento della pastorale migratoria, continuando a operare per l’accoglienza e l’integrazione dei rifugiati.

Ha combattuto per l’ambiente, portando avanti battaglie coraggiose come quella per la bonifica di Lo Uttaro - che lo vide in prima linea - o per la chiusura delle cave dei Monti Tifatini.

Le battaglie per la pace, tra i ‘preti contro il genocidio’ in Palestina

Convinto pacifista, Nogaro si è sempre schierato contro la guerra arrivando a parlare di scomunica per i parlamentari che avevano votato a favore dell’ingresso dell’Italia nel conflitto in Afghanistan. Nel 2000 la Regione Campania gli ha conferito il premio per la Pace e i Diritti Umani assieme a Nelson Mandela e Daisaku Ikeda. Tra le ultime iniziative intraprese per la pace Nogaro è entrato a far parte della rete dei preti contro il Genocidio in Palestina, una posizione differente da quella assunta dallo stesso Vaticano che non ha mai utilizzato la parola 'genocidio' per quanto accaduto nella Striscia di Gaza.

L'impegno per la canonizzazione di don Diana: “Martire della libertà”

E’ stato uno dei più forti sostenitori della canonizzazione di don Peppe Diana, il sacerdote ucciso dalla camorra nel 1994 per aver difeso la dignità del suo popolo, che amava definire “martire della libertà”. “Solo se la chiesa lo proclama “beato-benedetto e bravo”, attribuisce a se stessa la dignità della lotta fino all’ultimo sangue, contro la camorra”, scriveva Nogaro in una sua lettera del 2010.

Una posizione scomoda quella di Nogaro contro la camorra che venne apprezzata dallo stesso don Peppe Diana, al quale era profondamente legato: "Questo vescovo in prima fila con i disoccupati in lotta, con gli extracomunitari, contro la corruzione, rappresenta per noi un modello dal quale attingere entusiasmo e valori", disse il parroco di Casal di Principe nel corso di una sua omelia rivolgendosi a Nogaro.

La fede che non ha paura di sporcarsi le mani

Oggi Caserta perde un maestro, un padre, un uomo che ha saputo unire mitezza e coraggio. Ma resta la sua eredità: una fede che non ha paura di sporcarsi le mani, una parola che consola perché nasce dalla vita, e quella testarda speranza che, fino all’ultimo, ha continuato a indicare un orizzonte di giustizia e pace.
(fonte: CasertaNews, articolo di Attilio Nettuno 06/01/2026)

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Il ricordo di Roberto Saviano:
Nogaro ha passato la vita a rendere casa i luoghi che attraversava


Raffaele Nogaro, vescovo di Caserta, non c’è più.
Non sono credente, eppure l’espressione “è tornato alla casa del Padre” con lui smette di essere formula.

Nogaro ha passato la vita a rendere casa i luoghi che attraversava: aprendo porte, togliendo muri, facendo spazio agli ultimi.
Ha sostenuto il Banco Alimentare e progetti di accoglienza per stranieri e persone in difficoltà, mettendo al centro la dignità e la solidarietà. 

Quando esplose la tragedia dei braccianti migranti nelle campagne del Casertano, e soprattutto dopo la morte di Jerry Masslo nel 1989, Nogaro non si limitò a parole di circostanza.
Rifiutò la narrazione dell’“emergenza immigrazione” e sottolineò l’urgenza di diritti, integrazione e umanità per chi lavorava duramente nelle campagne, denunciando condizioni disumane e ponendo l’accento sui diritti come base per lavoro, pace e crescita. 

Quando l’incendio del “ghetto” di Villa Literno attirò l’attenzione pubblica, lo definì persino un “incendio di Stato”, denunciando lo scarso impegno istituzionale nell’affrontare la questione. 

La sua fu una Chiesa che non restò in silenzio.
Sempre in prima linea, Nogaro denunciò la camorra e le sue connessioni sociali, criticando corruzione e silenzi compiacenti, e ritenendo che la neutralità ecclesiastica fosse spesso sinonimo di complicità. 

Dopo l’omicidio di don Giuseppe Diana, sacerdote antimafia ucciso dalla camorra, Nogaro scelse senza esitazione di schierarsi, trasformando quella tragedia in appello pubblico e impegno civile anziché in commemorazione sterile. 

Chiese alla Chiesa di smettere di essere fortezza
e tornare a essere casa: casa accogliente, casa che non chiede documenti all’ingresso ma responsabilità e libertà nel cuore di chi la abita.

Se una casa del Padre esiste, lui ci arriva da chi ha imparato, qui, come rendere abitabile il mondo.
(fonte: bacheca facebooke di Roberto Saviano 06/01/2026) 

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La celebrazione delle esequie si terrà venerdì 9 gennaio, alle 10, nella Chiesa Cattedrale di Caserta.


venerdì 14 novembre 2025

COP 30 - Vite in pericolo

Vite in pericolo

Il monito dell’Unicef alla Cop30 di Belém: circa un miliardo di bambini vivono in zone ad «altissimo rischio» per via dei cambiamenti climatici


Quasi la metà dei bambini del mondo vivono in Paesi «ad altissimo rischio» per gli effetti dei cambiamenti climatici. Dovrebbe scuotere le coscienze questo dato diffuso dal Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef), in coincidenza con l’apertura dei lavori della Cop30 a Belém: circa un miliardo di bambini al mondo sono a rischio sopravvivenza a causa delle conseguenze dei cambiamenti climatici.

Una vera emergenza globale se pensiamo anche agli sfollati il cui numero, come riconosciuto dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, in un’intervista ai media vaticani prima dell’inizio della Cop in Brasile, «è più alto per quanto riguarda i cambiamenti climatici che non per i conflitti che sono in atto nel mondo». Un numero quantificato proprio in questi giorni dall’Unhcr in 250 milioni di sfollati per i fenomeni ambientali estremi negli ultimi dieci anni: in fuga dalle proprie case per i cataclismi 70.000 persone ogni giorno. Inoltre, entro il 2050, i 15 campi profughi più caldi del mondo — situati in Gambia, Eritrea, Etiopia, Senegal e Mali — potrebbero sperimentare quasi 200 giorni di calore estremo all’anno, mettendo a rischio la salute e la sopravvivenza dei loro abitanti.

Unicef indica inoltre che un bambino su tre, ovvero 739 milioni nel mondo, vive in zone esposte a scarsità d’acqua elevata o molto elevata. E lo scorso anno quasi 250 milioni di studenti hanno subito interruzioni del loro percorso scolastico a causa di eventi meteorologici estremi. «Stiamo già assistendo a shock climatici sempre più frequenti, che mettono a rischio il futuro dei bambini», ha dichiarato Nicola Graziano, presidente di Unicef Italia. Senza interventi urgenti, Unicef prevede che nei prossimi 25 anni i cambiamenti climatici causeranno altri 28 milioni di casi di malnutrizione acuta e 40 milioni di casi di malnutrizione cronica.

Il cambiamento climatico, come nel caso degli sfollati, concorre con le guerre in una drammatica competizione anche nel provocare la fame nel mondo. A fare il paio con i dati di Unicef altri numeri diffusi dall’organizzazione umanitaria Cesvi: le condizioni climatiche estreme, in particolare siccità e inondazioni, nell’ultimo anno hanno spinto oltre 96 milioni di persone in 18 Paesi verso l’insicurezza alimentare acuta. Un dato più che triplicato rispetto ai 28,7 milioni del 2018. «La Cop30 rappresenta un’occasione decisiva per riaffermare la responsabilità collettiva di fronte a un rischio sistemico che incide sulla stabilità economica globale e sulla giustizia sociale e per fornire risposte concrete, coordinate e immediate», ha affermato il direttore generale di Cesvi, Stefano Piziali.

Gli eventi climatici estremi rappresentano la seconda principale causa scatenante della malnutrizione dopo le guerre. Spesso questi due fattori si sovrappongono, come nella Striscia di Gaza dove due anni di conflitto hanno causato danni ambientali senza precedenti, che richiederanno decenni per essere arginati. Attualmente — indica Cesvi — nella Striscia risultano danneggiati il 97,1 per cento delle colture arboree, l’82,4 per cento delle colture annuali, mentre l’89 per cento dei terreni erbosi o incolti e il suolo è contaminato da munizioni, rifiuti solidi e acque reflue non trattate. Una situazione che rende impossibile la produzione di cibo su larga scala ed espone a gravi rischi di alluvione. La situazione è drammatica anche sul fronte idrico: le riserve di acqua dolce sono estremamente limitate e gran parte di ciò che rimane è inquinato.

La crisi ambientale ormai è strutturale: solo nel 2024 si sono verificati 393 disastri naturali, che hanno causato oltre 16.000 vittime. In questo scenario, il Corno d’Africa e il Pakistan rappresentano due dei casi più gravi: territori duramente colpiti da eventi climatici estremi, dove siccità prolungate e alluvioni devastanti stanno alimentando una spirale di malnutrizione e vulnerabilità sociale che minaccia milioni di vite.

Il Corno D’Africa ha registrato cinque stagioni consecutive di mancate piogge, la peggiore siccità degli ultimi 40 anni, con effetti devastanti in Etiopia, Kenya e Somalia. Lo scorso anno quasi 50 milioni di persone nell’area hanno sofferto di insicurezza alimentare acuta.

Il Pakistan — dopo le esondazioni che nel 2022 hanno sommerso un terzo del Paese e colpito più di 33 milioni di persone, e le successive alluvioni del 2023 — quest’anno è stato nuovamente messo in ginocchio da fenomeni meteorologici estremi: una violentissima stagione monsonica ha colpito quasi 7 milioni di persone colpite causando circa mille vittime. A peggiorare la situazione, temperature superiori ai 45°C e periodi prolungati di siccità hanno ridotto la disponibilità di acqua e alimenti, aggravando la crisi agricola. Gli effetti combinati di eventi climatici estremi, povertà diffusa e servizi di base fragili hanno alimentato una crisi nutrizionale di lunga durata: oggi il 40 per cento dei bambini sotto i cinque anni soffre di malnutrizione cronica e quasi 12 milioni di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare acuta. (valerio palombaro)

Leggi anche:
(fonte: L'Osservatore Romano 11 novembre 2025)

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Vedi anche il post precedente (all'interno altri link):



giovedì 13 novembre 2025

Tonio Dell'Olio:Cop 30 il pianeta non può attendere

Tonio Dell'Olio
 
Cop 30 il pianeta non può attendere


PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  12 NOVEMBRE 2025

In risposta ai negazionisti ambientali che ora godono di rappresentazioni ai più alti livelli, gli organizzatori della Cop 30 di Belem l’hanno battezzata “La Cop della verità”.

Se è vero che i Paesi che subiscono le conseguenze più tragiche dei cambiamenti climatici sono nel Sud del mondo e che la classifica si apre con Repubblica Dominicana, Myanmar e Honduras, è vero anche che al 16° posto della classifica con il maggior numero di eventi estremi, figura l’Italia (la Francia 12° e gli Usa al 18° posto). Si calcola che “dal 1995, l’emergenza climatica ha fatto 830mila vittime e causato danni per 4.500 miliardi di dollari diretti, al netto dell’inflazione” – ci riferisce Lucia Capuzzi, inviata di Avvenire a Belem. 

Il miglior commento alla clamorosa assenza dell’amministrazione Trump l’ha fornita Ignacio Lula nel discorso d’apertura: “197-1 non fa zero”. In effetti i Paesi che aderiscono sono 197 e quelli presenti 170. Sul piatto della bilancia valgono più dei soli Stati Uniti e dei suoi cortigiani più stretti. 

Sono segni di qualche speranza che deve tradursi in impegni perseguibili e verificabili al di là delle dichiarazioni altisonanti. Vedremo nei prossimi giorni se si riuscirà a far qualcosa per salvare il pianeta.

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Per approfondire leggi anche:
e il nostro post precedente:

mercoledì 12 novembre 2025

COP30 in Brasile: proviamo a capirci qualcosa insieme!


COP30 in Brasile:
proviamo a capirci qualcosa insieme!

A Belém, la porta dell’Amazzonia in Brasile, dal 10 al 21 novembre si svolgono i lavori della 30ª edizione della Conferenza dell’Onu sul clima che appare in grande affanno nel rispettare gli obiettivi di Parigi del 2015. La strategia degli Usa di Trump e dei Paesi refrattari ad ogni intervento decisivo per l’ambiente. Usa, Cina, Russia e India hanno disertato il summit del 6 e 7 novembre dei leader nazionali che precede la Conferenza. La novità possibile dall’azione del presidente brasiliano Lula

Cop 30 Brasile. Proteste in Amazzonia contro insediamenti petrolifer. Archivio Ansai EPA/Jose Jacome

La COP30 di Belem segnerà un punto di svolta. Molto probabilmente in negativo. L’analisi dei risultati delle tre Conferenze delle parti precedenti, Egitto (COP27), Dubai (COP28), Azerbaijan (COP29), lascia presagire un finale in cui più che ascoltare la voce dei popoli che vogliono crescere e svilupparsi, le conferenze abbiano ascoltato la voce delle industrie del fossile. Abbiamo raccolto molte promesse e accordi al ribasso. Ma dove eravamo arrivati?

Facciamo un riassunto della COP precedente

L’ultima COP di Baku, in Azerbaijan, ci ha lasciato con solo alcuni punti chiusi che qui riassumo brevemente:
  • è stato approvato un testo che regola il mercato dei crediti di carbonio per compensare la CO2, meccanismo previsto dall’articolo 6 dell’Accordo di Parigi del 2015 e già attivo, anche se rappresenta più un modo per rinviare la transizione ecologica pagando per inquinare.
  • Lancio della Green Digital Action Declaration, un primo passo per riconoscere l’enorme impatto delle tecnologie digitali sull’ambiente. Ma in un mondo che si lancia senza freni nello sviluppo delle tecnologie basate sull’Intelligenza artificiale, fortemente energivora, cosa vorrà dire questa dichiarazione?
Molte questioni sono rimaste aperte:
  • L’accordo sul New Collective Quantified Goal (NCQG) che dovrà disciplinare i flussi finanziari dai paesi ricchi ai Paesi poveri per finanziare la transizione ecologica, con un incremento richiesto a 1.300 miliardi, da trattare assieme alla Nationally Determined Contributions, piani quinquennali di contrasto alla crisi climatica di ogni nazione.
  • La revisione dell’Adaptation Committee, un organismo che si occupa di promuovere un’azione rafforzata sull’adattamento ai cambiamenti climatici.
  • La revisione del “Meccanismo internazionale di Varsavia”, stabilito alla COP19 del 2013, e non ancora implementato. Il “Loss and Damage” era stato rinviato alla COP29 dopo le prime decisioni prese alla COP27 di Sharm el-Sheikh e l’istituzione del fondo, senza regole su come gestirlo, alla COP28 di Dubai. Ora toccherà alla COP30, forse.
  • Il Global Stocktake (GST), il Bilancio Globale per valutare i progressi ottenuti dai vari Paesi per rispondere alla crisi climatica in atto secondo le misure dell’Accordo di Parigi del 2015. La COP29 lo ha ignorato come strumento importante di valutazione e azione.
  • Il programma di lavoro sulla mitigazione e superamento delle fonti fossili non è stato sviluppato, ma rimandato.
La COP30 che si svolgerà in Brasile, nonostante le buone intenzioni presentate dal presidente Lula, è un paese che sta investendo e puntando sulle fonti fossili con Petrobras, l’azienda petrolifera di stato. Come i tre precedenti paesi ospitanti, la sua presidenza come potrà spingere per l’uscita dal fossile? Cosa potrà cambiare nei fatti? Cercherò di rispondere di seguito, ma prima la premessa internazionale è doverosa.

Il contesto internazionale, multilateralismo in crisi

Il contesto internazionale è sempre più unilaterale, segnato da una grande crisi del multilateralismo. Gli Stati Uniti si sono uniti alla Federazione Russa nel minare l’ordine internazionale. Le guerre in Ucraina, Siria, Libano, Gaza, Cisgiordania, Iran, Libia, Sudan, Repubblica Democratica del Congo, India e Pakistan, assieme alle altre guerre civili e tensioni internazionali non lasciano spazio alla creazione di un contesto internazionale di fiducia fra le parti.

Lo sforzo maggiore dei Paesi, in questo contesto mondiale, si concentra sempre di più sulle spese per la guerra, investendo in armi. Un’economia di guerra non si concilia con la conversione ecologica.

La strada verso la COP30

Il percorso per arrivare a Belem per la COP30 è stato, come sempre, molto articolato. Ma conoscerlo aiuta a capire cosa aspettarci nei prossimi giorni dal 10 al 21 novembre.

Bonn, i negoziati tecnici in preparazione della COP di Belem

La 62ª conferenza intermedia sul clima delle Nazioni Unite (SB62), passaggio fondamentale per preparare i lavori della COP di Belem, si è tenuta tra il 16 e il 26 giugno 2025. Oltre 190 Paesi si sono riuniti per i negoziati tecnici sui temi rimasti aperti alla COP29.

Tutti i temi rimasti aperti a Baku sono rimasti tali anche a Bonn, ma alcuni sono stati oggetto di dibattito acceso lasciando presagire un prosieguo delle discussioni anche a Belem.

La questione più discussa è stata quella sui New Collective Quantified Goal (NCQG). L’India ha chiesto anche in nome del Gruppo dei 77 (G77) impegni vincolanti per il finanziamento climatico verso i paesi in via di sviluppo secondo quanto stabilito dall’Accordo di Parigi. Infatti, sono stati presentati pochi National Determined Contribution dai paesi parti della conferenza. Un risultato raggiunto è stato quello relativo all’aumento del bilancio della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) portandolo a 81,5 milioni di euro per il biennio 2026-2027. A Bonn, inoltre, non è stata ancora decisa la sede della COP31, contesa da due Paesi, la Turchia e l’Australia.

L’Africa Climate Summit 2

L’Etiopia ha ospitato il secondo summit africano sul clima dall’8 al 10 settembre 2025. Questo incontro ha dato vita ad una linea comune fra i Paesi del continente coerente con l’Agenda 2063. Ad Addis Abeba, tutti i Paesi hanno ribadito che il NCQG deve ambire ad un trilione e 300 miliardi di dollari, cifra annuale necessaria per finanziare i piani di adattamento al cambiamento climatico africano. Questa richiesta nasce dalla constatazione che producendo meno del 4% delle emissioni globali di gas serra, il continente paga in termini di PIL le catastrofi climatiche provocate da USA, UE e Cina. In questo contesto, i Paesi hanno messo in evidenza che l’Africa ha le potenzialità per guidare la transizione ecologica, attraverso investimenti e non prestiti, con il riconoscimento del giusto ruolo del mercato delle emissioni e del corretto riconoscimento dei fondi “Loss and damage”. L’Africa ha compreso che la crisi del multilateralismo potrebbe essere anche un grande problema per il continente. Una visione nazionale dei rapporti fra paesi potrebbe scaricare sul continente africano i problemi climatici creati dalle grandi potenze economiche mondiali.

Unione Europea, il Consiglio straordinario dei ministri dell’Ambiente

L’Unione Europea ha trovato una linea comune all’ultimo momento utile per trovarsi pronta il 6 novembre, per il summit prima della COP30, dopo un primo fallimento del Consiglio dei ministri dell’ambiente di settembre. Le difficoltà sono dovute ai Paesi scettici verso le scelte europee per affrontare la crisi climatica, come i Paesi del gruppo di Visegrad, a cui si è avvicinata l’Italia. La Francia si è unita a questa linea di revisione dei pilastri europei della transizione ecologica in quest’ultimo periodo. L’accordo finale è stato trovato con la conferma dell’obiettivo di ridurre le emissioni climalteranti dell’Unione Europea del 90% nel 2040 rispetto ai livelli del 1990. Ma questo obiettivo potrà ora essere raggiunto aumentando la percentuale dei crediti internazionali fino al 5% da altri Paesi extra UE. Inoltre sono stati concessi rinvii di alcune decisioni sull’uso di carburanti più inquinanti e sull’entrata in vigore di un obbligo di produzione di auto a zero emissioni dal 2035.

L’assenza degli USA

Gli Stati Uniti, dopo l’elezione di Trump, hanno subito manifestato il loro rifiuto del multilateralismo, a partire dalle convenzioni internazionali sul clima. Il presidente Trump si è ritirato per la seconda volta dall’Accordo di Parigi, facendo mancare uno dei Paesi determinanti per contrastare la crisi climatica. Gli Stati Uniti sono stati i creatori di questo sistema di governo mondiale, attraverso la proposta di creazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite a Yalta nel febbraio del 1945. La loro assenza alla COP30 non rappresenta un segnale positivo. Le decisioni prese senza la maggiore potenza economica e militare del pianeta pone un macigno sull’esito della conferenza brasiliana.

Il climate summit di Belem, assenti USA, Cina, Russia e India

Il 6 e 7 novembre si è svolto il summit prima della COP30. L’assenza dei paesi responsabili nel 2024 di più del 50% delle emissioni di CO2, anno in cui sono stati registrati livelli record di anidride carbonica nell’atmosfera, è un’assenza pesante. In questo contesto devono essere comprese le parole del presidente del Brasile Lula, il quale ha sottolineato che questa COP sarà quella della verità, affermazione che sostiene quanto detto dal Segretario Generale dell’ONU, Guterres, che ha chiarito che non ci potrà essere più greenwashing e scappatoie per trasformare in azione l’impegno a limitare ad 1,5° il riscaldamento globale.

Lula, comunque, ha centrato nel suo discorso il problema: il mondo trova i soldi ipocritamente per la guerra ma non li trova per l’ambiente. La corsa al riarmo richiede il doppio di quanto si spende per la conversione ecologica, conducendo tutti verso un’apocalisse climatica. Il presidente brasiliano ha messo in contrapposizione la guerra e la lotta al cambiamento climatico, sostenendo che il mondo dovrà scegliere se sostenere l’una o l’altra.

Proprio in quest’ottica, la presidenza brasiliana della conferenza ha fatto chiarezza sui punti su cui lavoreranno. Non ci sarà un tema centrale, ma verranno affrontati tutti i temi rimasti aperti nelle conferenze precedenti. Unico tema originale della COP30 potrebbe essere il fondo per prevenire la distruzione delle foreste tropicali, denominato “Tropical Forests Forever Facility”.

Qualche considerazione prima che si inizi

Se la COP21 di Parigi aprì alla speranza di un mondo migliore, con la firma degli accordi sul clima che fissavano entro i 2 gradi il limite massimo da raggiungere per il riscaldamento medio del pianeta, nel 2025, a 10 anni da quello storico accordo, potremmo celebrare l’inversione di tendenza. Troppo pesante l’assenza degli Stati Uniti, con un’Europa indebolita dalla guerra in Ucraina e dal cambiamento di priorità, dal Green New Deal al Rearm EU. In questo contesto la Cina si presenta come un Paese che ha stabilito un piano per la transizione energetica, anche se rimane il maggior Paese inquinante con una forte propensione alla crescita ad ogni costo.

La scelta di tornare in Brasile, dove tutto iniziò nel 1992, e fare la conferenza in Amazzonia è fortemente simbolico. Ma anche questa scelta è piena di contraddizioni. Belem non era una città adatta ad ospitare questo grande evento. Ha dovuto subire molte trasformazioni, consumando il territorio e la foresta amazzonica, andando in direzione opposta a quello sviluppo sostenibile figlio della conferenza di Rio de Janeiro.

Vedremo cosa succederà, ma il clima non è dei migliori, in tutti i sensi.
(Fonte: Città Nuova, articolo di Domenico Palermo 10/11/2025)


giovedì 3 luglio 2025

Leone XIV messaggio per la X Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato: "Urgente agire per la giustizia ambientale. Il Creato non è un campo di battaglia" (sintesi e testo integrale)

X Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato

Il Papa: urgente agire per la giustizia ambientale.
Il Creato non è un campo di battaglia

“In un mondo dove i più fragili sono i primi a subire gli effetti devastanti del cambiamento climatico, la cura del creato diventa una questione di fede e di umanità”. È uno dei passaggi del messaggio per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato 2025 che ricorre il 1° settembre, nel quale il Pontefice ricorda la necessità di far seguire le parole ai fatti


È una disamina cruda e profondamente realista quella che Papa Leone XIV presenta nel suo messaggio per la decima Giornata Mondiale di preghiera per la Cura del Creato che ricorre il prossimo primo settembre. Messaggio dedicato al tema “Semi di pace e di speranza”, scelto da Papa Francesco e in occasione dei dieci anni dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato si’, che richiama il Giubileo della speranza che si sta vivendo.

“La terra in rovina”

Nel testo, pubblicato oggi, 2 luglio, il Pontefice getta una luce sulla situazione di diverse parti del mondo dove imperversano “deforestazione, inquinamento, perdita di biodiversità” a causa dell’ingiustizia, della diseguaglianza, dell’avidità e della “violazione del diritto internazionale e dei diritti dei popoli”. “La nostra terra – scrive – sta cadendo in rovina”. Aumentano, infatti, in forza e frequenza, fenomeni naturali estremi causati dal cambiamento climatico indotto da attività antropiche.

Le guerre per le risorse naturali

La preoccupazione del Papa si fa più grave quando ricorda che esistono “effetti a medio e lungo termine della devastazione umana ed ecologica portata dai conflitti armati”, che manca poi la consapevolezza che la distruzione della natura colpisce soprattutto “i più poveri, gli emarginati, gli esclusi”. “È emblematica in tale ambito – nota Leone XIV - la sofferenza delle comunità indigene. In queste dinamiche, il creato viene trasformato in un campo di battaglia per il controllo delle risorse vitali, come testimoniano le zone agricole e le foreste divenute pericolose a causa delle mine, la politica della ‘terra bruciata’, i conflitti che scoppiano attorno alle fonti d’acqua, la distribuzione iniqua delle materie prime, penalizzando le popolazioni più deboli e minando la stessa stabilità sociale”.

Custodire il giardino del mondo

“Queste diverse ferite sono dovute al peccato”, scrive ancora il Pontefice. Da qui l'invito a leggere i testi biblici che invitano a coltivare e custodire il giardino del mondo, cosa che implica “una relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura”. Custodire vuol dire anche far crescere i semi che poi germogliano con una forza dirompente anche in luoghi inaspettati. Papa Leone sottolinea che “in Cristo siamo semi” di pace e di speranza, attraverso lo Spirito il deserto arido diventa giardino di serenità.

La cura del Creato, questione di fede e umanità

La giustizia ambientale non può più essere considerata un concetto astratto o un obiettivo lontano, ma “una necessità urgente, che va oltre la semplice tutela dell’ambiente”. Riguarda infatti la giustizia sociale, economica e antropologica: “Per i credenti, in più, è un’esigenza teologica, che per i cristiani ha il volto di Gesù Cristo, nel quale tutto è stato creato e redento. In un mondo dove i più fragili sono i primi a subire gli effetti devastanti del cambiamento climatico, della deforestazione, e dell’inquinamento, la cura del creato diventa una questione di fede e di umanità”. Leone XIV ricorda poi il progetto “Borgo Laudato si’” a Castel Gandolfo, quale esempio “di come si può vivere, lavorare e fare comunità applicando i principi dell’enciclica Laudato si’”.

In conclusione l’augurio che proprio l’enciclica di Papa Francesco continui ad ispirare perché “l’ecologia integrale sia sempre più scelta e condivisa come rotta da seguire” per moltiplicare i semi di speranza da “custodire e coltivare”.
(fonte: Vatican News, articolo di Benedetta Capelli 02/07/2025)

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MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
PAPA LEONE XIV

PER LA X GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA
PER LA CURA DEL CREATO 2025

[1° settembre 2025]


Semi di Pace e di Speranza

Cari fratelli e sorelle!

Il tema di questa Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, scelto dal nostro amato Papa Francesco, è “Semi di Pace e di Speranza”. Nel 10° anniversario dell’istituzione della Giornata, avvenuta in concomitanza con la pubblicazione dell’Enciclica Laudato si’, ci troviamo nel vivo del Giubileo, “pellegrini di Speranza”. E proprio in questo contesto il tema acquista il suo pieno significato.

Molte volte Gesù, nella sua predicazione, usa l’immagine del seme per parlare del Regno di Dio, e alla vigilia della Passione la applica a sé stesso, paragonandosi al chicco di grano, che per dare frutto deve morire (cfr Gv 12,24). Il seme si consegna interamente alla terra e lì, con la forza dirompente del suo dono, la vita germoglia, anche nei luoghi più impensati, in una sorprendente capacità di generare futuro. Pensiamo, ad esempio, ai fiori che crescono ai bordi delle strade: nessuno li ha piantati, eppure crescono grazie a semi finiti lì quasi per caso e riescono a decorare il grigio dell’asfalto e persino a intaccarne la dura superficie.

Dunque, in Cristo siamo semi. Non solo, ma “semi di Pace e di Speranza”. Come dice il profeta Isaia, lo Spirito di Dio è in grado di trasformare il deserto, arido e riarso, in un giardino, luogo di riposo e serenità: «In noi sarà infuso uno spirito dall’alto; allora il deserto diventerà un giardino e il giardino sarà considerato una selva. Nel deserto prenderà dimora il diritto e la giustizia regnerà nel giardino. Praticare la giustizia darà pace, onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre. Il mio popolo abiterà in una dimora di pace, in abitazioni tranquille, in luoghi sicuri» (Is 32,15-18).

Queste parole profetiche, che dal 1° settembre al 4 ottobre accompagneranno l’iniziativa ecumenica del “Tempo del Creato”, affermano con forza che, insieme alla preghiera, sono necessarie la volontà e le azioni concrete che rendono percepibile questa “carezza di Dio” sul mondo (cfr Laudato si’, 84).La giustizia e il diritto, infatti, sembrano rimediare all’inospitalità del deserto. Si tratta di un annuncio di straordinaria attualità. In diverse parti del mondo è ormai evidente che la nostra terra sta cadendo in rovina. Ovunque l’ingiustizia, la violazione del diritto internazionale e dei diritti dei popoli, le diseguaglianze e l’avidità da cui scaturiscono producono deforestazione, inquinamento, perdita di biodiversità. Aumentano in intensità e frequenza fenomeni naturali estremi causati dal cambiamento climatico indotto da attività antropiche (cfr Esort. ap. Laudate Deum, 5), senza considerare gli effetti a medio e lungo termine della devastazione umana ed ecologica portata dai conflitti armati.

Sembra che manchi ancora la consapevolezza che distruggere la natura non colpisce tutti nello stesso modo: calpestare la giustizia e la pace significa colpire maggiormente i più poveri, gli emarginati, gli esclusi. È emblematica in tale ambito la sofferenza delle comunità indigene.

E non basta: la natura stessa talvolta diventa strumento di scambio, un bene da negoziare per ottenere vantaggi economici o politici. In queste dinamiche, il creato viene trasformato in un campo di battaglia per il controllo delle risorse vitali, come testimoniano le zone agricole e le foreste divenute pericolose a causa delle mine, la politica della “terra bruciata” [1], i conflitti che scoppiano attorno alle fonti d’acqua, la distribuzione iniqua delle materie prime, penalizzando le popolazioni più deboli e minando la stessa stabilità sociale.

Queste diverse ferite sono dovute al peccato. Di certo non è questo ciò che aveva in mente Dio quando affidò la Terra all’uomo creato a sua immagine (Gen 1,24-29). La Bibbia non promuove «il dominio dispotico dell’essere umano sul creato» (Laudato si’, 200). Anzi, è «importante leggere i testi biblici nel loro contesto, con una giusta ermeneutica, e ricordare che essi ci invitano a “coltivare e custodire” il giardino del mondo (cfr Gen 2,15). Mentre “coltivare” significa arare o lavorare un terreno, “custodire” vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare. Ciò implica una relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura» (ivi, 67).

La giustizia ambientale – implicitamente annunciata dai profeti – non può più essere considerata un concetto astratto o un obiettivo lontano. Essa rappresenta una necessità urgente, che va oltre la semplice tutela dell’ambiente. Si tratta, in realtà, di una questione di giustizia sociale, economica e antropologica. Per i credenti, in più, è un’esigenza teologica, che per i cristiani ha il volto di Gesù Cristo, nel quale tutto è stato creato e redento. In un mondo dove i più fragili sono i primi a subire gli effetti devastanti del cambiamento climatico, della deforestazione, e dell’inquinamento, la cura del creato diventa una questione di fede e di umanità.

È ormai davvero il tempo di far seguire alle parole i fatti. «Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana» (ivi, 217). Lavorando con dedizione e con tenerezza si possono far germogliare molti semi di giustizia, contribuendo così alla pace e alla speranza. Ci vogliono talvolta anni prima che l’albero dia i suoi primi frutti, anni che coinvolgono un intero ecosistema nella continuità, nella fedeltà, nella collaborazione e nell’amore, soprattutto se quest’amore diventa specchio dell’Amore oblativo di Dio.

Tra le iniziative della Chiesa che sono come semi gettati in questo campo, desidero ricordare il progetto “Borgo Laudato Si’”, che Papa Francesco ci ha lasciato in eredità a Castel Gandolfo, come seme che può portare frutti di giustizia e di pace. Si tratta di un progetto di educazione all’ecologia integrale che vuole essere un esempio di come si può vivere, lavorare e fare comunità applicando i principi dell’Enciclica Laudato si’.

Prego l’Onnipotente di mandarci in abbondanza il suo «spirito dall’alto» (Is 32,15), affinché questi semi e altri simili portino abbondanti frutti di pace e di speranza.

L’Enciclica Laudato si’ ha accompagnato la Chiesa Cattolica e molte persone di buona volontà per dieci anni: essa continui ad ispirarci e l’ecologia integrale sia sempre più scelta e condivisa come rotta da seguire. Così si moltiplicheranno i semi di speranza, da “custodire e coltivare” con la grazia della nostra grande e indefettibile Speranza, Cristo Risorto. Nel suo nome invio a tutti voi la mia benedizione.

Dal Vaticano, 30 giugno 2025, Memoria dei Santi Protomartiri della Chiesa Romana

LEONE PP. XIV
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sabato 20 aprile 2024

Andrea Tornielli Gli irresponsabili e la responsabilità dei popoli

Andrea Tornielli
Gli irresponsabili e la responsabilità dei popoli

Scenari di guerra e il grido di pace che si alza dai popoli


Quanto è accaduto negli ultimi sei mesi e purtroppo sta accadendo oggi in Medio Oriente tiene il mondo con il fiato sospeso. La crudele aggressione in Israele perpetrata da Hamas con l’uccisione di 1.200 persone, in gran parte pacifici civili; il bombardamento a tappeto e l’invasione della Striscia di Gaza che ha provocato quasi 34.000 morti, in maggioranza civili, molti dei quali bambini; il raid che ha sventrato il palazzo di una sede diplomatica iraniana a Damasco; la risposta dell’Iran con l’attacco di droni e missili su obiettivi militari israeliani e oggi la risposta di Israele che ha attaccato obiettivi militari in Iran: il rischio che l’escalation degeneri in scelte senza ritorno trascinando il mondo intero in un conflitto dalle conseguenze incalcolabili diventa ogni giorno più reale.

Con Papa Francesco, l’unico leader mondiale dalle cui parole emerge la consapevolezza del tragico bivio che abbiamo di fronte, diciamo no alla guerra, no alla violenza, sì alla pace, sì al negoziato. Più di vent’anni fa, dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre al cuore degli Stati Uniti, san Giovanni Paolo II pubblicò un messaggio per la Giornata mondiale della pace significativamente intitolato “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”. Parole vere, parole profetiche. La logica della reazione e della vendetta, della risposta che deve sempre seguire, innesca una spirale dalla quale è difficile uscire e le cui catastrofiche conseguenze saranno pagate dai popoli.

In un mondo dove ci sono irresponsabili che invece di investire nella lotta alla fame, nel migliorare i servizi sanitari, nelle energie rinnovabili, nella creazione di un’economia meno asservita ai signori della finanza e più attenta al bene comune, pensano soltanto a investire somme ingentissime nel riarmo, negli strumenti più sofisticati per produrre morte e distruzione, l’appello non può che essere rivolto alla responsabilità dei popoli. Mentre i credenti elevano preghiere a Dio perché ispiri le scelte di chi governa, milioni di persone uniscano le loro voci per innalzare un grido di pace. La guerra è un’avventura senza ritorno: in un mondo con gli arsenali pieni di armi nucleari, queste parole drammaticamente vere diventano giorno dopo giorno sempre più reali.
(fonte: L'Osservatore Romano 19/04/2024)

sabato 2 dicembre 2023

Il Papa: il clima è impazzito, con i soldi delle armi creare un Fondo contro fame e povertà - Articolo di commento e testo integrale del discorso di Francesco alla Cop28

Il Papa: il clima è impazzito, 
con i soldi delle armi creare un Fondo contro fame e povertà

Il cardinale Parolin pronuncia il discorso di Francesco alla Cop28 di Dubai, in cui il Pontefice chiede ai leader del mondo di superare “divisioni” e “tifoserie” per procedere a un’azione comune contro la devastazione del Creato, “offesa a Dio”, e per frenare "deliri di onnipotenza" e "avidità senza limiti": “L’ora è urgente. La storia vi sarà riconoscente”. Sfata poi il tabù delle nascite e dei poveri come responsabili della crisi in atto e auspica: “Il 2024 sia anno di svolta”


Occhi aperti verso il futuro della terra e della sua popolazione che vedono minacciata la loro stessa esistenza; orecchie tese per ascoltare il “grido” dei poveri, vittime e non responsabili della crisi climatica in atto; mani e braccia impegnate per contrastare quella “avidità senza limiti, che ha fatto dell’ambiente l’oggetto di uno sfruttamento sfrenato”; la mente libera da “tifoserie” tra catastrofisti e negazionisti e concentrata a elaborare progetti e iniziative che promuovano la “cultura della vita”. Come quella di un Fondo mondiale per eliminare la fame, costituito con il denaro impiegato per armi e spese militari. Papa Francesco non è presente fisicamente alla Cop28, ma il suo messaggio - di denuncia e di speranza - risuona efficacemente alla Expo City, dove gli oltre 190 capi di Stato e di governo sono riuniti nel terzo giorno di lavori.

L'ora è urgente

È il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, alla guida della delegazione della Santa Sede alla Conferenza Onu, a leggere le parole che Francesco - impossibilitato a viaggiare a causa della bronchite acuta che l’ha colpito la scorsa settimana - avrebbe voluto pronunciare nel consesso internazionale. Consesso che auspica possa essere “un punto di svolta”. Perché “l’ora è urgente”, afferma il Pontefice.

Il clima impazzito suona come un avvertimento a fermare tale delirio di onnipotenza

Il cardinale Parolin alla Cop28

Devastazione del Creato, offesa a Dio

Francesco si pone in prima linea insieme ai leader delle nazioni in questa sfida: “Sono con voi perché, ora come mai, il futuro di tutti dipende dal presente che scegliamo. Sono con voi perché la devastazione del creato è un’offesa a Dio, un peccato non solo personale ma strutturale che si riversa sull’essere umano, soprattutto sui più deboli, un grave pericolo che incombe su ciascuno e che rischia di scatenare un conflitto tra le generazioni”.

Multilateralismo

La via d’uscita è solo una: “La via dell’insieme, il multilateralismo”. Multilateralismo che va raffreddandosi mentre il pianeta si surriscalda. “È essenziale ricostruire la fiducia, fondamento del multilateralismo”, auspica il Papa, citando Giovanni Paolo II nel suo discorso all’Onu del 1995. Ciò vale per la cura del creato così come per la pace.

“Quante energie sta disperdendo l’umanità nelle tante guerre in corso, come in Israele e in Palestina, in Ucraina e in molte regioni del mondo: conflitti che non risolveranno i problemi, ma li aumenteranno!”, è l’amara constatazione del Papa.

Quante risorse sprecate negli armamenti, che distruggono vite e rovinano la casa comune!

Un fondo per sradicare la fame

Il Papa allora richiama un altro Papa suo predecessore, Paolo VI, per rilanciare la proposta della Populorum Progressio: “Con il denaro che si impiega nelle armi e in altre spese militari costituiamo un Fondo mondiale per eliminare finalmente la fame”.

Per andare avanti serve “un cambiamento politico”, aggiunge Francesco. “Usciamo dalle strettoie dei particolarismi e dei nazionalismi, sono schemi del passato”, è il suo invito, “abbracciamo una visione alternativa, comune”, perché “non ci sono cambiamenti duraturi senza cambiamenti culturali”.

I lavori della Cop28

Lavorare per la vita, non per la morte

Al momento l'unico cambiamento a cui si assiste è quello climatico, rimarca il Papa. Esso è “un problema sociale globale che è intimamente legato alla dignità della vita umana”. “Lavoriamo per una cultura della vita o della morte?”, domanda il Vescovo di Roma.

Scegliamo la vita, scegliamo il futuro! Ascoltiamo il gemere della terra, prestiamo ascolto al grido dei poveri, tendiamo l’orecchio alle speranze dei giovani e ai sogni dei bambini! Abbiamo una grande responsabilità: garantire che il loro futuro non sia negato.

Sfruttamento, avidità, deliri di onnipotenza

Il Papa entra nei gangli della emergenza climatica in atto, parla quindi del “surriscaldamento del pianeta”, causato dei gas serra nell’atmosfera, provocato a sua volta dall’attività umana divenuta negli ultimi decenni “insostenibile per l’ecosistema”. Stigmatizza, il Pontefice, “l’ambizione di produrre e possedere” che si è trasformata in “ossessione”, in “avidità senza limiti”, “sfruttamento sfrenato”, “delirio di onnipotenza”. Il Papa esorta a superare le divisioni, primo ostacolo a questo percorso.

Un mondo tutto connesso, come quello odierno, non può essere scollegato in chi lo governa, con i negoziati internazionali che non possono avanzare in maniera significativa a causa delle posizioni dei Paesi che privilegiano i propri interessi nazionali rispetto al bene comune globale.

“Assistiamo - sottolinea il Pontefice - a posizioni rigide se non inflessibili, che tendono a tutelare i ricavi propri e delle proprie aziende, talvolta giustificandosi in base a quanto fatto da altri in passato, con periodici rimpalli di responsabilità”.

Non scaricare la responsabilità su poveri e nascite

In tal senso, Jorge Mario Bergoglio si dice colpito dai tentativi di “scaricare le responsabilità sui tanti poveri e sul numero delle nascite”. “Sono tabù da sfatare con fermezza”, afferma chiaramente.

Non è colpa dei poveri, perché la quasi metà del mondo, più indigente, è responsabile di appena il 10% delle emissioni inquinanti, mentre il divario tra i pochi agiati e i molti disagiati non è mai stato così abissale.

Le “popolazioni indigene” sono quindi delle “vittime” e tutto intorno ci sono deforestazione, fame, insicurezza idrica e alimentare, flussi migratori indotti. “Le nascite non sono un problema, ma una risorsa: non sono contro la vita, ma per la vita, mentre certi modelli ideologici e utilitaristi che vengono imposti con guanti di velluto a famiglie e popolazioni rappresentano vere e proprie colonizzazioni”, afferma Papa Francesco.

Il segretario di Stato alla guida della delegazione della Santa Sede alla Cop28

Rimettere i debiti che pesano sui popoli

Chiede allora che “non venga penalizzato lo sviluppo di tanti Paesi, già gravati di onerosi debiti economici” e “si consideri piuttosto l’incidenza di poche nazioni, responsabili di un preoccupante debito ecologico nei confronti di tante altre”.

Sarebbe giusto individuare modalità adeguate per rimettere i debiti finanziari che pesano su diversi popoli anche alla luce del debito ecologico nei loro riguardi.
Rilanciare il cammino

L’augurio è, dunque, che il “cambio di passo” tanto predicato “non sia una parziale modifica della rotta, ma un modo nuovo di procedere insieme”. Se l’Accordo di Parigi ha segnato “un nuovo inizio”, bisogna ora “rilanciare il cammino”.

Questa Cop sia un punto di svolta: manifesti una volontà politica chiara e tangibile, che porti a una decisa accelerazione della transizione ecologica

Andare avanti, non dietro

All’auspicio il Papa accompagna indicazioni pratiche per la sua concretizzazione: efficienza energetica; fonti rinnovabili; eliminazione dei combustibili fossili; educazione a stili di vita meno dipendenti da questi ultimi. “Per favore: andiamo avanti, non torniamo indietro”, chiosa. “È noto – aggiunge - che vari accordi e impegni assunti hanno avuto un basso livello di attuazione perché non si sono stabiliti adeguati meccanismi di controllo, di verifica periodica e di sanzione delle inadempienze”. Ma tanto è cambiato in questi anni e “qui si tratta di non rimandare più, di attuare, non solo di auspicare, il bene dei vostri figli, dei vostri cittadini, dei vostri Paesi, del nostro mondo”.

Siate voi gli artefici di una politica che dia risposte concrete e coese, dimostrando la nobiltà del ruolo che ricoprite, la dignità del servizio che svolgete.

Il potere per servire

A questo serve il potere: “A servire”. “E a nulla giova conservare oggi un’autorità che domani sarà ricordata per la sua incapacità di intervenire quando era urgente e necessario”, ammonisce Papa Francesco.

“La storia – assicura - ve ne sarà riconoscente. E anche le società nelle quali vivete, al cui interno vi è una nefasta divisione in ‘tifoserie’: tra catastrofisti e indifferenti, tra ambientalisti radicali e negazionisti climatici... È inutile - osserva - entrare negli schieramenti; in questo caso, come nella causa della pace, ciò non porta ad alcun rimedio”. Il rimedio è solo “la buona politica”.

Uscire dalla notte di guerre e devastazioni

Citando il santo Poverello che ne ha ispirato il nome e la missione, San Francesco d’Assisi autore del Cantico delle Creature, il Papa conclude il suo messaggio con la speranza che “il 2024 segni la svolta”.

Lasciamo alle spalle le divisioni e uniamo le forze! E, con l’aiuto di Dio, usciamo dalla notte delle guerre e delle devastazioni ambientali per trasformare l’avvenire comune in un’alba di luce.

Il logo della Cop28 di Dubai
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 02/12/2023)

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Discorso del Santo Padre preparato in occasione della Conferenza degli Stati parte alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP28), che ha luogo dal 30 novembre al 12 dicembre 2023 presso Expo City, a Dubai, e di cui è stata data lettura dal Cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin.

DISCORSO DEL SANTO PADRE
alla Conferenza degli Stati parte alla Convenzione quadro
delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP 28)

Expo City (Dubai)
Sabato, 2 dicembre 2023


Signor Presidente,
Signor Segretario Generale delle Nazioni Unite,
illustri Capi di Stato e di Governo,
Signore e Signori!

Purtroppo non posso essere insieme a voi, come avrei desiderato, ma sono con voi perché l’ora è urgente. Sono con voi perché, ora come mai, il futuro di tutti dipende dal presente che scegliamo. Sono con voi perché la devastazione del creato è un’offesa a Dio, un peccato non solo personale ma strutturale che si riversa sull’essere umano, soprattutto sui più deboli, un grave pericolo che incombe su ciascuno e che rischia di scatenare un conflitto tra le generazioni. Sono con voi perché il cambiamento climatico è «un problema sociale globale che è intimamente legato alla dignità della vita umana» (Esort. ap. Laudate Deum, 3). Sono con voi per porre la domanda a cui siamo chiamati a rispondere ora: lavoriamo per una cultura della vita o della morte? Vi chiedo, in modo accorato: scegliamo la vita, scegliamo il futuro! Ascoltiamo il gemere della terra, prestiamo ascolto al grido dei poveri, tendiamo l’orecchio alle speranze dei giovani e ai sogni dei bambini! Abbiamo una grande responsabilità: garantire che il loro futuro non sia negato.

È acclarato che i cambiamenti climatici in atto derivano dal surriscaldamento del pianeta, causato principalmente dall’aumento dei gas serra nell’atmosfera, provocato a sua volta dall’attività umana, che negli ultimi decenni è diventata insostenibile per l’ecosistema. L’ambizione di produrre e possedere si è trasformata in ossessione ed è sfociata in un’avidità senza limiti, che ha fatto dell’ambiente l’oggetto di uno sfruttamento sfrenato. Il clima impazzito suona come un avvertimento a fermare tale delirio di onnipotenza. Torniamo a riconoscere con umiltà e coraggio il nostro limite quale unica via per vivere in pienezza.

Che cosa ostacola questo percorso? Le divisioni che ci sono tra noi. Ma un mondo tutto connesso, come quello odierno, non può essere scollegato in chi lo governa, con i negoziati internazionali che «non possono avanzare in maniera significativa a causa delle posizioni dei Paesi che privilegiano i propri interessi nazionali rispetto al bene comune globale» (Lett. enc. Laudato sì’, 169). Assistiamo a posizioni rigide se non inflessibili, che tendono a tutelare i ricavi propri e delle proprie aziende, talvolta giustificandosi in base a quanto fatto da altri in passato, con periodici rimpalli di responsabilità. Ma il compito a cui siamo chiamati oggi non è nei confronti di ieri, ma nei riguardi di domani; di un domani che, volenti o nolenti, o sarà di tutti o non sarà.

Colpiscono, in particolare, i tentativi di scaricare le responsabilità sui tanti poveri e sul numero delle nascite. Sono tabù da sfatare con fermezza. Non è colpa dei poveri, perché la quasi metà del mondo, più indigente, è responsabile di appena il 10% delle emissioni inquinanti, mentre il divario tra i pochi agiati e i molti disagiati non è mai stato così abissale. Questi sono in realtà le vittime di quanto accade: pensiamo alle popolazioni indigene, alla deforestazione, al dramma della fame, dell’insicurezza idrica e alimentare, ai flussi migratori indotti. E le nascite non sono un problema, ma una risorsa: non sono contro la vita, ma per la vita, mentre certi modelli ideologici e utilitaristi che vengono imposti con guanti di velluto a famiglie e popolazioni rappresentano vere e proprie colonizzazioni. Non venga penalizzato lo sviluppo di tanti Paesi, già gravati di onerosi debiti economici; si consideri piuttosto l’incidenza di poche nazioni, responsabili di un preoccupante debito ecologico nei confronti di tante altre (cfr ivi, 51-52). Sarebbe giusto individuare modalità adeguate per rimettere i debiti finanziari che pesano su diversi popoli anche alla luce del debito ecologico nei loro riguardi.

Signore e Signori, mi permetto di rivolgermi a voi, in nome della casa comune che abitiamo, come a fratelli e sorelle, per porci l’interrogativo: qual è la via d’uscita? Quella che state percorrendo in questi giorni: la via dell’insieme, il multilateralismo. Infatti, «il mondo sta diventando così multipolare e allo stesso tempo così complesso che è necessario un quadro diverso per una cooperazione efficace. Non basta pensare agli equilibri di potere […]. Si tratta di stabilire regole universali ed efficienti» (Laudate Deum, 42). È preoccupante in tal senso che il riscaldamento del pianeta si accompagni a un generale raffreddamento del multilateralismo, a una crescente sfiducia nella Comunità internazionale, a una perdita della «comune coscienza di essere […] una famiglia di nazioni» (S. Giovanni Paolo II, Discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per la celebrazione del 50° di fondazione, New York, 5 ottobre 1995, 14). È essenziale ricostruire la fiducia, fondamento del multilateralismo.

Ciò vale per la cura del creato così come per la pace: sono le tematiche più urgenti e sono collegate. Quante energie sta disperdendo l’umanità nelle tante guerre in corso, come in Israele e in Palestina, in Ucraina e in molte regioni del mondo: conflitti che non risolveranno i problemi, ma li aumenteranno! Quante risorse sprecate negli armamenti, che distruggono vite e rovinano la casa comune! Rilancio una proposta: «con il denaro che si impiega nelle armi e in altre spese militari costituiamo un Fondo mondiale per eliminare finalmente la fame» (Lett. enc. Fratelli tutti, 262; cfr S. Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 51) e realizzare attività che promuovano lo sviluppo sostenibile dei Paesi più poveri, contrastando il cambiamento climatico.

È compito di questa generazione prestare orecchio ai popoli, ai giovani e ai bambini per porre le fondamenta di un nuovo multilateralismo. Perché non iniziare proprio dalla casa comune? I cambiamenti climatici segnalano la necessità di un cambiamento politico. Usciamo dalle strettoie dei particolarismi e dei nazionalismi, sono schemi del passato. Abbracciamo una visione alternativa, comune: essa permetterà una conversione ecologica, perché «non ci sono cambiamenti duraturi senza cambiamenti culturali» (Laudate Deum, 70). Assicuro in questo l’impegno e il sostegno della Chiesa cattolica, attiva in particolare nell’educazione e nel sensibilizzare alla partecipazione comune, così come nella promozione degli stili di vita, perché la responsabilità è di tutti e quella di ciascuno è fondamentale.

Sorelle e fratelli, è essenziale un cambio di passo che non sia una parziale modifica della rotta, ma un modo nuovo di procedere insieme. Se nella strada della lotta al cambiamento climatico, che si è aperta a Rio de Janeiro nel 1992, l’Accordo di Parigi ha segnato «un nuovo inizio» (ivi, 47), bisogna ora rilanciare il cammino. Occorre dare un segno di speranza concreto. Questa COP sia un punto di svolta: manifesti una volontà politica chiara e tangibile, che porti a una decisa accelerazione della transizione ecologica, attraverso forme che abbiano tre caratteristiche: siano «efficienti, vincolanti e facilmente monitorabili» (ivi, 59). E trovino realizzazione in quattro campi: l’efficienza energetica; le fonti rinnovabili; l’eliminazione dei combustibili fossili; l’educazione a stili di vita meno dipendenti da questi ultimi.

Per favore: andiamo avanti, non torniamo indietro. È noto che vari accordi e impegni assunti «hanno avuto un basso livello di attuazione perché non si sono stabiliti adeguati meccanismi di controllo, di verifica periodica e di sanzione delle inadempienze» (Laudato si’, 167). Qui si tratta di non rimandare più, di attuare, non solo di auspicare, il bene dei vostri figli, dei vostri cittadini, dei vostri Paesi, del nostro mondo. Siate voi gli artefici di una politica che dia risposte concrete e coese, dimostrando la nobiltà del ruolo che ricoprite, la dignità del servizio che svolgete. Perché a questo serve il potere, a servire. E a nulla giova conservare oggi un’autorità che domani sarà ricordata per la sua incapacità di intervenire quando era urgente e necessario (cfr ivi, 57). La storia ve ne sarà riconoscente. E anche le società nelle quali vivete, al cui interno vi è una nefasta divisione in “tifoserie”: tra catastrofisti e indifferenti, tra ambientalisti radicali e negazionisti climatici... È inutile entrare negli schieramenti; in questo caso, come nella causa della pace, ciò non porta ad alcun rimedio. È la buona politica il rimedio: se un esempio di concretezza e coesione verrà dal vertice, ne beneficerà la base, laddove tantissimi, specialmente giovani, già s’impegnano a promuovere la cura della casa comune.

Il 2024 segni la svolta. Vorrei che fosse d’auspicio un episodio avvenuto nel 1224. In quell’anno Francesco di Assisi compose il Cantico delle creature. Lo fece dopo una nottata trascorsa in preda al dolore fisico, ormai completamente cieco. Dopo quella notte di lotta, risollevato nell’animo da un’esperienza spirituale, volle lodare l’Altissimo per quelle creature che più non vedeva, ma che sentiva fratelli e sorelle, perché discendenti dallo stesso Padre e condivise con gli altri uomini e donne. Un ispirato senso di fraternità lo portò così a trasformare il dolore in lode e la fatica in impegno. Poco dopo aggiunse una strofa nella quale lodava Dio per coloro che perdonano, e lo fece per dirimere – con successo! – una scandalosa lite tra il Podestà del luogo e il Vescovo. Anch’io, che porto il nome di Francesco, con il tono accorato di una preghiera vorrei dirvi: lasciamo alle spalle le divisioni e uniamo le forze! E, con l’aiuto di Dio, usciamo dalla notte delle guerre e delle devastazioni ambientali per trasformare l’avvenire comune in un’alba di luce. Grazie.