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lunedì 16 marzo 2026

Tonio Dell'Olio: Ora tocca al Libano

Tonio Dell'Olio
 
Ora tocca al Libano
PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  16 Marzo 2026


Più di cento bambini uccisi in Libano non sono un “effetto collaterale”. Sono nomi spezzati, quaderni rimasti aperti, letti vuoti, madri inchiodate a un urlo che non finisce.

Nel sud del Paese, sotto i bombardamenti israeliani, intere famiglie hanno dovuto lasciare la propria casa in pochi minuti, afferrando una coperta, un documento, un figlio per mano e un altro in braccio.
Dal cielo, insieme alle bombe, sono piovuti volantini israeliani di minaccia: andatevene, o il Libano farà la fine di Gaza. 

È così che la guerra entra nelle case: non come una parola astratta, ma come una porta sbattuta dal terrore, come il pane lasciato sul tavolo, come una fotografia di famiglia che non si riesce a salvare.

Noi facciamo fatica a capire la guerra perché la guardiamo da lontano, come fosse una cronaca e non una carne ferita. 
Dovremmo chiudere gli occhi e provare a esserci: sentire il rombo sopra la testa, il bambino che chiede dove dormiremo stanotte, l’umiliazione di fuggire senza sapere se resterà ancora una casa a cui tornare. 
Solo allora comprenderemmo che la guerra non è strategia: è l’abolizione dell’infanzia, è la profanazione della vita, è il crollo dell’umano.


martedì 10 marzo 2026

Card. Matteo Zuppi: L'esempio e il martirio di p. Al-Rahi è seme di amore e riconciliazione in un tempo di odio e divisione, segno di fraternità lì dove prevale la logica del più forte.

Card. Matteo Zuppi: L'esempio e il martirio di p. Pierre Al-Rahi 
è seme di amore e riconciliazione in un tempo di odio e divisione, segno di fraternità lì dove prevale la logica del più forte. 

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Medio Oriente. 
Il dolore per la morte di padre Al-Rahi, ucciso dalla guerra in Libano


Pubblichiamo il messaggio di cordoglio per la morte di padre Pierre Al-Rahi, parroco a Qlayaa, nel Sud del Libano, inviato dal Cardinale Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, a Sua Beatitudine il Cardinale Béchara Boutros Raï, Patriarca di Antiochia dei Maroniti.

Ho appreso con grande tristezza della morte di padre Pierre Al-Rahi, parroco a Qlayaa, nel Sud del Libano, e cappellano regionale della Caritas locale, rimasto ucciso a seguito di un attacco nell’area. Esprimo il profondo cordoglio e la vicinanza della Chiesa in Italia a Lei e alla comunità cristiana, ferita da questo ulteriore dolore causato dalla violenza cinica e insensata di un conflitto che sparge sangue e distruzione. Ancora una volta il dramma della guerra ha colpito la vostra popolazione e ancora una volta ci troviamo a piangere vittime innocenti, di ogni fede. 

Preghiamo per il caro padre Pierre che non ha voluto abbandonare la sua terra, restando accanto alla sua gente e testimoniando fino all’ultimo l’amore per chi gli era stato affidato, per tutti i cristiani che sono rimasti nel Paese. Il suo esempio, il suo martirio, è seme di amore e riconciliazione in un tempo di odio e divisione, segno di fraternità lì dove prevale la logica del più forte. Per questo, rinnoviamo il nostro impegno a rafforzare i vincoli di solidarietà e prossimità che già uniscono le nostre Chiese.

Mentre affidiamo alle braccia misericordiose del Padre il nostro fratello, non ci stanchiamo di chiedere al Principe della Pace che si fermino le violenze in Medio Oriente e in tutti gli angoli della terra deturpati dalla devastazione e dalla morte. La guerra non è la risposta e non è mai la soluzione, è una sconfitta per tutti: per questo, uniamo la nostra voce a quella di Papa Leone XIV che ha chiesto che “cessi il fragore delle bombe, tacciano le armi, e si apra uno spazio di dialogo, nel quale si possa sentire la voce dei popoli”.

La sofferenza delle persone che stanno vivendo sulla propria pelle il dramma del conflitto è un grido che non può e non deve lasciarci indifferenti. Venerdì 13 marzo, in occasione della Giornata di preghiera e digiuno promossa dalla CEI, ricorderemo padre Pierre e tutte le comunità cristiane perché, nello scenario buio dell’odio e della violenza, continuino a essere luce di unione, amore e fraternità. Insieme pregheremo perché si avvii “presto un cammino di pace stabile e duratura” e perché “le vittime dei bombardamenti, i profughi, i feriti e le famiglie nel lutto trovino conforto nella solidarietà della comunità cristiana e nella speranza che viene da Dio”.
(fonte: CEI 09/03/2026)

mercoledì 4 marzo 2026

Terza guerra mondiale? Il vero rischio nasce qui: Medio Oriente fuori controllo e ONU impotente

Terza guerra mondiale? Il vero rischio nasce qui:
Medio Oriente fuori controllo e ONU impotente

Guterres avverte che l’azione militare USA-Israele contro l’Iran può innescare una sequenza di eventi “che nessuno può controllare”. Russia e Cina si schierano contro i raid, Mosca convoca l’AIEA sul nucleare. Il rischio non è uno slogan: è una catena di escalation che può allargarsi e travolgere sicurezza, energia ed equilibri globali.


Quando il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres parla di “rischi incontrollabili”, non sta usando una formula diplomatica. Sta descrivendo il punto esatto in cui un conflitto smette di essere “locale” e diventa una macchina che si alimenta da sola. Ed è proprio questo, oggi, il pericolo reale: non l’annuncio ufficiale di una “Terza guerra mondiale”, ma una catena di escalation in Medio Oriente che trascina dentro grandi potenze, istituzioni internazionali sempre più impotenti, rotte energetiche strategiche e – sullo sfondo – l’ombra dell’arma nucleare.

C’è una frase, nel testo del discorso di Guterres, che vale più di mille analisi: “una serie di eventi che nessuno può controllare”. Non è retorica. È la definizione tecnica del momento in cui una crisi smette di essere “gestibile” e diventa una spirale. E il problema, oggi, è proprio questo: la crisi Medio Oriente-Iran non è più solo uno scontro tra avversari regionali. Sta diventando un confronto di sistema, dove entrano in gioco grandi potenze, diritto internazionale, nucleare e credibilità politica.

L’innesco è chiaro. L’operazione decisa dagli Stati Uniti con Israele contro l’Iran viene descritta dall’ONU come una torsione dei principi della Carta delle Nazioni Unite: gli Stati dovrebbero astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro integrità territoriale e indipendenza politica di altri Paesi. Guterres, davanti al Consiglio di sicurezza, condanna tanto gli attacchi quanto la risposta iraniana. Ma la sua condanna suona “necessaria quanto spuntata”, perché il messaggio politico che arriva da Washington è: le parole non fermano le guerre.

E qui nasce il primo pericolo: quando le regole internazionali diventano “opinioni”, le crisi accelerano. Perché se le istituzioni non riescono più a fare da freno, ogni parte si sente autorizzata ad alzare l’asticella. Non è solo una questione morale: è una questione di calcolo. Se penso che non esista più un arbitro credibile, mi preparo a giocare duro. E quando tutti giocano duro, gli incidenti diventano inevitabili.

Il secondo pericolo è la logica della ritorsione, quella che trasforma un conflitto in un domino. In queste crisi non esiste il “colpo finale” che risolve tutto. Esiste il colpo che crea la risposta. E la risposta che crea un altro colpo. A ogni passaggio, i leader hanno addosso una pressione interna gigantesca: se ti fermi, vieni accusato di debolezza; se continui, rischi di perdere il controllo. È una trappola. Ed è così che una guerra “limitata” diventa una guerra lunga, sporca e imprevedibile.

Il terzo pericolo è lo scontro tra blocchi. Cina e Russia criticano duramente l’operazione USA-Israele. Pechino, tramite l’ambasciatore Fu Cong, richiama la sovranità, la sicurezza e l’integrità territoriale dell’Iran e degli altri Paesi della regione. Mosca parla di “tradimento della diplomazia” e di “aggressione armata non provocata”. Tradotto: non è più solo un fatto militare, è un caso politico globale. E quando due potenze come Russia e Cina prendono posizione, anche se non entrano direttamente in guerra, la crisi cambia livello: diventa un test di credibilità internazionale, di influenza e di deterrenza.

Qui scatta un meccanismo pericolosissimo: la “credibilità” ti spinge a non arretrare. È il carburante dell’escalation. Se arretri, perdi faccia; se avanzi, rischi l’incidente. È uno dei motivi per cui le grandi crisi finiscono spesso male: non perché qualcuno voglia davvero “la guerra mondiale”, ma perché nessuno vuole essere quello che “ha ceduto”.

Il quarto pericolo è il fattore nucleare, che nel testo entra dalla porta principale. La Russia chiede una riunione straordinaria dell’AIEA, e sullo sfondo c’è l’accusa che l’Iran potesse arrivare alla bomba “in due settimane”. Anche se questa è una valutazione politica e non un dato neutro, l’effetto è immediato: quando la parola “nucleare” entra nella discussione, cambiano i tempi e cambiano i nervi. Le decisioni diventano più rapide, più “preventive”, più drastiche. Perché la paura di arrivare tardi spinge a colpire prima. E la dottrina del “colpire prima” è la madre di tutte le escalation.

Il quinto pericolo è l’effetto “contagio” regionale. Nel testo si capisce che lo scontro non resta mai dentro un perimetro. Ogni attore ha alleati, interessi, bersagli, linee rosse. Ogni risposta produce conseguenze su altri teatri: sicurezza delle basi, attacchi indiretti, pressioni sui governi vicini, instabilità interna. È la caratteristica delle guerre contemporanee: non si combattono solo sul fronte, si combattono nelle rotte, nelle infrastrutture, nella propaganda, nei cyberattacchi, nelle piazze.

E poi c’è un punto che, per il pubblico, rende tutto ancora più concreto: l’energia. Quando una crisi riguarda l’Iran e il Golfo, non riguarda “lontano”. Riguarda benzina, gas, prezzi, trasporti, inflazione. Riguarda quanto costa vivere. Ed è anche per questo che una crisi così diventa globale: perché colpisce l’economia mondiale e, con l’economia, colpisce la stabilità politica dei Paesi che guardano e dicono “non è affar nostro”. Spoiler: lo diventa.

Dentro questo quadro, lo “spettro della Terza guerra mondiale” va capito per quello che è: non un titolo urlato, ma un rischio strutturale. Il rischio che una crisi ad alta intensità, con grandi potenze schierate, nervo nucleare scoperto e istituzioni internazionali indebolite, finisca per allargarsi senza che qualcuno riesca più a mettere il piede sul freno.

In altre parole: non è che domani mattina qualcuno dichiarerà “è iniziata la Terza guerra mondiale”. Il pericolo vero è molto più moderno e molto più subdolo: un susseguirsi di mosse “necessarie”, “inevitabili”, “proporzionate” secondo ciascuna parte, fino al momento in cui l’errore, l’incidente o la scelta presa sotto pressione diventa irreversibile.
(fonte: La legge per tutti, articolo di Angelo Greco 02/03/2026)


Fino a dove? Fino a quando?


Le pesanti incognite del conflitto che sta incendiando il Medio Oriente. E non solo

Fino a dove?
Fino a quando?


Fin dove e fino a quando: sono queste le incognite del conflitto scatenato dall’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran. Non è chiaro quanto chi ha pianificato l’ennesima guerra abbia previsto le conseguenze che si stanno verificando sul campo. La risposta dell’Iran, infatti, si sta concentrando su Israele — che peraltro ha ripreso a colpire Hezbollah in Libano in risposta agli attacchi dal movimento sciita— e sulle basi statunitensi dislocate in Medio Oriente, attaccando però anche alcuni Paesi del Golfo e persino l’Europa, precisamente Cipro, dove è stata attaccata con un drone la base britannica che Londra ha concesso alle forze militari degli Usa. Ed è la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale che un Paese dell’Unione europea viene toccato da un conflitto. Un coinvolgimento che ha colto di sorpresa l’Ue — peraltro nessuno dei 27 era stato avvertito da Washington dell’attacco all’Iran — al quale non si sa come reagire. Di fatto solo la Spagna si era subito sfilata dal conflitto, dicendo no all’uso di proprie basi.

Questa nuova guerra, scoppiata mentre erano in corso negoziati tra Stati Uniti e Iran sulla questione del nucleare di Teheran, sta nuovamente incendiando una parte di mondo che soffre già da decenni una situazione di grande e pericolosa instabilità. E non è possibile dire con certezza quando finirà. Chi l’ha iniziata ipotizza quattro, cinque settimane, ma non esclude che possa andare oltre e portare soldati sul terreno. Così come non sembra si siano valutate a fondo le conseguenze qualora non si raggiungesse l’obiettivo ultimo, ovvero un cambio di regime a Teheran.

Intanto morti si aggiungono a morti, distruzioni a distruzioni, mentre cresce il timore per un conflitto ben più ampio e dalle conseguenze imprevedibili. Per questo, come ha detto domenica Papa Leone XIV, occorre «fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile». 
(Fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Gaetano Vallini 03/03/2026)

martedì 3 marzo 2026

Tonio Dell'Olio: La gente in Iran

Tonio Dell'Olio
 
La gente in Iran

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  3 Marzo 2026


“Lo so bene – mi scrive un’amica da Teheran - la pena di morte è un abisso che va cancellato. Eppure mentre diciamo questo, il mondo assiste inerme a un’altra vertigine.

“Bibi” ha dichiarato di aver atteso quarant’anni per distruggere l’Iran”. Quarant’anni di rancore covato come destino. 

Ma se il criterio fosse davvero la giustizia, perché non “radere al suolo” anche il Pakistan, che ha l’atomica e la pena capitale? O la Cina? “La verità è più nuda e più crudele – mi fanno notare sempre da Teheran -: l’Iran è il secondo Paese al mondo per riserve di gas, il terzo per petrolio, ricchissimo di minerali rari. Questa è la sua condanna”. 
Michele Serra ha scritto bene: “Gli americani sono molto fortunati, perché dovunque vanno per esportare la libertà trovano il petrolio”. È una battuta che brucia. 

Milleottocento bombe in tre giorni, un’operazione che gli stessi Stati Uniti paragonano al Vietnam. E tutto sembra normale. Le immagini scorrono, le cancellerie parlano, gli analisti spiegano. Intanto la gente in Iran muore. Ma non sotto i nostri occhi. E ciò che non vediamo ferisce meno la nostra coscienza. 

La gente di Iran soffre troppo. Soffre nel silenzio globale, in quella distanza che anestetizza l’empatia e smorza l’indignazione. La guerra diventa cifra geopolitica, non più carne e sangue. E così l’ingiustizia passa, quasi invisibile. Finché non bussa anche alla nostra porta.


Ibrahim Faltas: Il rumore che spegne il suono

Ibrahim Faltas

Il rumore
che spegne il suono


A Gerusalemme la paura si sente e quasi si tocca. Le strade vuote, i luoghi di culto inaccessibili e i negozi chiusi della Città vecchia, i feriti e la distruzione di tante città della Terra Santa sono tornate ancora ad essere le immagini della sofferenza di questa terra martoriata. Sono cicatrici tangibili e ferite invisibili che rivelano il dolore e i traumi di quello che è accaduto con il nuovo e ripetuto inizio di una guerra infinita. A rompere il silenzio di una città deserta è il suono delle sirene che provoca angoscia nell’attesa di missili che porteranno ancora morte e distruzione. 
La paura è tornata con forza, o forse non era mai scomparsa, sabato mattina scorso, era sabato come quel tragico 7 ottobre 2023. 

Insieme agli insegnanti e al personale scolastico siamo riusciti a mantenere la calma necessaria per tranquillizzare i bambini in attesa dei genitori che avevano lasciato da poco i loro figli all’ingresso della scuola. Non è stato facile per le insegnanti trattenere le lacrime mentre rassicuravano i bambini che avevano appena recitato insieme la preghiera semplice di San Francesco prima di entrare in classe. Guardavo i bambini, il trauma nascosto nei loro occhi tristi, sentivo la consapevolezza e la responsabilità degli adulti, la loro sofferenza perché il ritorno alla violenza avrebbe portato ad un rinnovato allontanamento dalla serenità accogliente della scuola: questi pensieri e queste preoccupazioni mi affollano mente e cuore. 

Vicino ai Luoghi Santi viviamo una apparente normalità perché crediamo, preghiamo e speriamo ma il rumore assordante della guerra ci fa ritornare sempre alla realtà dolorosa. 
I bambini non conoscono la violenza, non conoscono le ragioni disumane della violenza e continuano ad essere le vittime innocenti dell'assurdità del male. I bambini conoscono e riconoscono solo il bene.

In questi momenti tremano ed è il male a farli tremare, è la paura di qualcosa che non conoscono a spegnere i loro sorrisi, i sorrisi di tutti i bambini che soffrono e muoiono nei paesi scenario di guerra. Muoiono e soffrono a Gaza, a Teheran, a Kyiv, a Tel Aviv. Sono spaventati, sono tristi, soffrono per la fame e per il freddo, hanno paura al riparo di tende bagnate, sono isolati nel buio di rifugi e di bunker, sono sepolti sotto le macerie di scuole e di case, non giocano, non usano penne e matite colorate. È questo il disumano risultato delle guerre. 

Dopo il 7 ottobre 2023 numerosi sono stati gli appelli e le richieste alla comunità internazionale di tornare ad essere umani. Lo hanno chiesto con forte intensità due Pontefici, autorità civili e religiose, uomini e donne semplici, personalità di rilievo. Le risposte non ci sono state e se ci sono state non hanno prodotto finora risultati e soluzioni a Gaza, in Terra Santa e in altre zone afflitte da anni di guerre e di violenza. 

Chi avrebbe dovuto rispondere alle richieste di pace? Quale umanità risponde all’umanità ferita? Sono domande che non riescono ad avere risposte se da anni continuano ad essere calpestati i diritti essenziali degli innocenti e se i doveri della comunità internazionale sono gestiti da interessi di economia bellica e da disinteresse per chi soffre. 

A Gaza bambini privati del diritto alla serenità invece di ricevere assistenza e istruzione sono costretti a cercare fra le macerie oggetti da poter rivendere in cambio di cibo e coperte. Quale umanità li sostiene e li aiuta mentre scavano fra la polvere e i ricordi di altri innocenti? Chi si ricorda ancora di loro? Quale umanità non consente di soccorrere chi stava cercando la salvezza e ha perso la vita nel mare che ora fa riemergere corpi e sogni di speranza? Quale umanità non rispetta i tempi e i modi di accordi che potrebbero dare tregua e respiro a chi aspetta la fine di violenze e di sofferenze non immaginabili? Domande a cui non abbiamo risposte, domande a cui non risponde l’umanità di chi, come afferma Papa Leone, ha la responsabilità morale di evitare che il male sia il protagonista assoluto di questi nostri tempi. 

La mia esperienza di vita in Terra Santa mi fa ancora credere e sperare nel cuore di esseri umani che amano il prossimo senza preclusioni e senza limiti, che offrono una mano amica, un ascolto attento, un abbraccio che riscalda l’anima. È questa l’umanità in cui dovrebbe riconoscersi ogni essere umano, è questa l’umanità che la comunità internazionale deve rappresentare. Diritti e doveri, responsabilità e rispetto sono elementi essenziali per restare umani, per credere, per avere fiducia e speranza nell’umanità, per eliminare il rumore della guerra e rappresentare il suono della pace.
(fonte: L'Osservatore Romano 02/03/2026)


sabato 28 febbraio 2026

Gaza senza soccorso: quando Israele manda via le Ong e la catastrofe umanitaria si aggrava

Gaza senza soccorso: quando Israele manda via le Ong e la catastrofe umanitaria si aggrava

La decisione del governo israeliano di espellere 37 ONG dalla Striscia di Gaza, tra cui Medici Senza Frontiere, rischia di far collassare il fragile sistema di soccorso umanitario, aggravando una crisi già definita “catastrofica”. La testimonianza diretta da Gaza svela ferite e traumi che nessuno può curare senza aiuti esterni.


La Striscia di Gaza vive oggi una delle sue fasi più drammatiche dall’inizio della guerra nel 2023, non solo per la violenza continua, ma per un nuovo fronte aperto contro il sistema umanitario internazionale. Il governo israeliano ha imposto regole che richiedono a tutte le organizzazioni non governative di fornire dati sensibili sul proprio personale e sulla governance operativa per poter continuare a operare. Le Ong che hanno rifiutato, compresa Medici Senza Frontiere, sono state informate che dovranno cessare le loro attività nei Territori Palestinesi Occupati entro il 1° marzo 2026.


Per le realtà che negli anni hanno rappresentato un’ancora di salvezza per milioni di civili, questa decisione non è una questione burocratica: si tratta di smantellare pezzi essenziali del supporto sanitario, alimentare e psicologico a una popolazione esausta e isolata. Gaza dipende in larga misura da queste organizzazioni, tanto che la loro uscita può equivalere a un collasso ulteriore del sistema di soccorso.

Una guerra che devasta anche chi cura

Secondo Medici Senza Frontiere, la situazione attuale è catastrofica: centinaia di migliaia di persone hanno bisogno di cure mediche immediate e di assistenza psicologica, mentre decine di migliaia richiedono un trattamento continuativo per traumi, malattie croniche e condizioni a lungo termine. Le restrizioni imposte dal governo israeliano, per cui 37 ong devono lasciare i Territori Palestinesi Occupati entro il primo marzo, rischiano di far mancare cure che già prima erano insufficienti.


MSF rivendica il proprio impegno a rimanere nel territorio il più a lungo possibile, anche se la capacità di entrare con nuovo personale internazionale e rifornimenti medici è stata già limitata dalle autorità israeliane. Senza un afflusso regolare di materiale, le attività di soccorso sono gravemente compromesse e il rischio che servizi come i reparti di emergenza, la riabilitazione post-trauma e le cure pediatriche possano saltare diventa reale.

Le regole che spingono via le ong

Le nuove norme israeliane impongono alle organizzazioni di fornire liste complete del personale palestinese e internazionale; dettagliare finanziamenti e attività operative; essere registrate secondo standard definiti da Tel Aviv.

Le Ong respingono queste richieste perché esporrebbero i loro collaboratori locali a potenziali rischi di sicurezza, e perché violerebbero il principio di neutralità umanitaria.

Il governo israeliano sostiene invece che tali requisiti siano necessari per garantire trasparenza e sicurezza, insinuando che alcune organizzazioni non abbiano rispettato pienamente i criteri richiesti. Tuttavia, questa posizione è stata condannata da gruppi internazionali per la difesa dei diritti umani come un tentativo di restringere artificialmente lo spazio di soccorso umanitario.


La testimonianza del fronte: Gaza oltre il numero dei morti

La testimonianza diretta del medico di MSF Roberto Scaini, responsabile delle attività a Gaza City e nel nord della Striscia, racconta la realtà sulla linea di fuoco: gli ospedali sono ridotti a tende, e le persone arrivano quotidianamente con arti amputati, ustioni e traumi complessi. La guerra, osserva Scaini, si manifesta non solo nei morti immediati, ma nelle ferite croniche che nessun sistema sanitario può gestire senza aiuto esterno.

«Essere presenti a Gaza» dice Scaini «significa confrontarsi ogni giorno con ferite fisiche e psicologiche che non si rimarginano, con bisogni che crescono più velocemente della capacità di risposta». In un contesto dove mancano medicine, acqua potabile e infrastrutture sanitarie funzionanti, la presenza delle Ong non è un lusso, ma l’ultimo argine tra la vita e la morte per migliaia di civili.


Quale futuro per Gaza senza soccorritori?

Con l’uscita forzata di parte delle organizzazioni umanitarie, Gaza rischia una spirale di sofferenza ancora più profonda. La popolazione, già vittima di bombardamenti continui, interruzioni dell’accesso all’acqua e carenza di cibo, potrebbe trovarsi senza alcuna rete di sostegno primaria. Secondo gli appelli lanciati dalle Ong stesse, la comunità internazionale deve intervenire con urgenza per garantire accesso umanitario senza ostacoli e un afflusso massiccio di aiuti salvavita.

La decisione israeliana, con tutte le sue implicazioni politiche, legali e umanitarie, è destinata a essere giudicata non solo nei tribunali, ma nella vita quotidiana di centinaia di migliaia di persone innocenti che ora più che mai dipendono da chi porta cibo, medicine e assistenza.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Luca Cereda 27/02/2026)


mercoledì 18 febbraio 2026

Ibrahim Faltas: Ancora senza pace

 Ibrahim Faltas

In Terra Santa la guerra non è finita, nonostante la tregua.
Il grido di dolore della popolazione martoriata che chiede salvezza

Ancora senza pace


Una bambina piange disperata, il suo volto tocca la terra bagnata anche dalle sue lacrime, sembra abbracciare il luogo di sepoltura di suo padre per ricevere il calore di chi le è stato rubato e che non può più riabbracciare. Il padre di questa bambina sperava di poter essere ancora un sostegno per la sua famiglia ed è morto, ucciso durante la tregua che poteva portare alla fine di una tragedia. È ancora questa l’immagine di Gaza, questo è quello che ancora succede a Gaza.

La speranza non ha abbandonato chi sopravvive da due anni e mezzo alla follia della violenza: tutti abbiamo creduto ad un progetto di pace vero e possibile. La guerra, perché ci ostiniamo a chiamarla guerra, non è finita in Terra Santa. Non sono finiti i bombardamenti, non è arrivato il cibo, non sono stati distribuiti farmaci vitali, non sono state allestite tende, non è stato possibile salvare vite per la mancanza di ospedali e di operatori sanitari. La tregua annunciata non ha portato ai risultati desiderati sulla strada della pace: da ottobre sono diminuiti i morti e sono aumentate le ferite dei corpi e delle anime di chi soffre a Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme. L’impegno preso dalla comunità internazionale più di quattro mesi fa non ha prodotto azioni risolutive di pace.

Chi vuole la pace, chi rispetta la vita agisce per raggiungere più velocemente chi non ha più nulla e opera per dare sollievo, aiuto e salvezza a chi ha perso la speranza della pace. Mentre si organizzano consigli di amministrazione e si raccolgono adesioni a strumenti commerciali, la gente continua a morire a Gaza. Mentre si studia come smaltire l’enorme quantità di macerie che hanno seppellito corpi, storie, ricordi, vengono colpiti i familiari che scavano a mani nude quel che resta delle loro case per cercare i corpi dei loro cari.

In Cisgiordania e a Gerusalemme si cerca di sopravvivere a tante limitazioni e difficoltà, si tenta di proteggere e di tutelare i propri luoghi di origine appartenuti a generazioni da tempo immemorabile mentre proprietari nuovi e sconosciuti si appropriano di quelle case e di quei terreni grazie a documenti freschi di stampa e a leggi appena emanate che non rispettano la vita e la storia di un popolo.

Chi vuole la pace, non può accettare che un bambino, a cui è già stata negata la serenità dell’infanzia e che ha necessità di aiuto e di protezione, debba seppellire chi gli ha donato la vita. La verità della pace non può essere sepolta con quel padre amato e con i tanti morti innocenti di Gaza. La speranza della pace non può essere sepolta da chi provoca ingiustizie e discriminazioni in Terra Santa. La complicità dell’indifferenza e del silenzio non devono seppellire la verità e la giustizia.

«Domandate pace per Gerusalemme» non è solo un invito del salmo a pregare per la pace in Terra Santa, è la richiesta di pace per una terra martoriata che continua a soffrire e non ha più voce per chiedere pace.

Chiedere pace per la Terra Santa è rispetto per la dignità della vita e riguarda ogni essere umano in ogni angolo del mondo. Sarà pace nel mondo quando le lacrime di un bambino non bagneranno la terra che nasconde il corpo di un padre, sarà pace nel mondo quando ogni bambino, come quella bambina che piange disperata, avrà il calore di una casa, di cibo, di cure e avrà un sorriso per ricordare l’amore e l’abbraccio di suo padre, morto durante la tregua che ancora non ha dato pace a Gaza.
(fonte: L'Osservatore Romano 17 febbraio 2026)


giovedì 15 gennaio 2026

Ripristinare il diritto internazionale

Ripristinare il diritto internazionale

Il commissario generale dell’Unwra, Philippe Lazzarini, fa il punto sulle sofferenze della popolazione civile nello Stato di Palestina, tra Gaza, ridotta a un cumulo di macerie, e la Cisgiordania


Due anni e mezzo dopo l’incontro con Papa Francesco l’11 maggio 2023, Philippe Lazzarini, commissario generale dell’Unwra, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, è tornato ieri (12 gennaio) al Palazzo Apostolico, dove è stato ricevuto in udienza privata da Papa Leone XIV. Tra questi due incontri sembra essere trascorso un secolo: dall’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, la Striscia di Gaza è stata quasi completamente rasa al suolo dai bombardamenti israeliani e molti denunciano che il diritto internazionale umanitario è stato calpestato. Sebbene l’intensità della violenza a Gaza sia diminuita in seguito all’accordo raggiunto il 10 ottobre 2025 tra Israele e Hamas, la situazione umanitaria rimane drammatica. Senza contare il lavoro dell’Unrwa in Cisgiordania, reso ogni giorno più difficile dal governo israeliano, che esercita pressioni per espellere l’agenzia delle Nazioni Unite.

Dopo l’incontro con il Pontefice, Lazzarini, ai microfoni dei media vaticani, ha raccontato a caldo le emozioni di questa prima udienza con Papa Leone e ha fatto il punto sulla situazione dei palestinesi oggi, mentre Gaza è sempre meno presente sulle pagine e nei titoli dei giornali.

Sebbene il cessate-il-fuoco a Gaza alla fine di ottobre 2025 sembra aver portato alcuni miglioramenti, la situazione umanitaria rimane comunque estremamente grave nella Striscia. Cosa può dirci delle condizioni di vita attuali?

Le condizioni di vita sono assolutamente misere. La popolazione di Gaza è concentrata in meno del 50% della Striscia che ora appare divisa in due. C’è una parte sotto il controllo dell'esercito israeliano dove non ci sono praticamente persone e poi la parte che è ancora sotto il controllo di Hamas, in cui si concentra la maggior parte della popolazione. Gaza è solo un cumulo di rovine per il momento, tutto è da ricostruire e la gente si preoccupa quotidianamente di trovare l’assistenza minima per le proprie famiglie. Da alcune settimane, le condizioni invernali hanno aggiunto un’ulteriore dose di sofferenza alla popolazione. Ora, nel colloquio che abbiamo avuto con il Santo Padre, ho sollevato la questione del ruolo dell’Unrwa. L’Unwra è un’agenzia che fornisce principalmente servizi pubblici alla popolazione, cioè istruzione primaria e secondaria, ma anche sanità e soccorso umanitario. Attualmente, l’agenzia subisce enormi pressioni politiche affinché cessi le sue attività nella Striscia di Gaza. E ho fatto notare che, se ciò dovesse accadere, in assenza di istituzioni palestinesi, si creerebbe un vuoto enorme e una generazione persa in materia di istruzione. L’istruzione è l’unica cosa che non è mai stata tolta ai palestinesi. Se perdiamo questa generazione, significa che stiamo gettando le basi per un maggiore estremismo in futuro.

Dal 7 ottobre 2023 e dalla guerra che ne è seguita, la questione dell'istruzione è tra gli aspetti meno trattati dai media. L’istruzione è fondamentale per centinaia di migliaia di bambini palestinesi, sia di Gaza che della Cisgiordania. In che modo questa guerra ha influito sulla questione dell’istruzione? Perché l’istruzione di tutti questi giovani palestinesi rimane fondamentale?

In primo luogo, l’istruzione è l’unica cosa che non è mai stata tolta ai palestinesi. I palestinesi hanno perso le loro terre, hanno perso le loro case, ma non hanno perso l'istruzione, anzi. L’istruzione è un settore in cui tutti erano orgogliosi di investire per i propri figli o nipoti. Oggi, nella Striscia di Gaza, tutte le università sono state distrutte, l’80% delle nostre scuole è stato danneggiato o completamente distrutto. Inoltre, abbiamo più di 600.000 bambini e bambine in età scolare per la scuola primaria e secondaria che attualmente vivono tra le macerie, nella polvere, profondamente traumatizzati da questa guerra, e se non riusciamo a riportarli in un ambiente educativo il più rapidamente possibile, corriamo il rischio di perdere una generazione. Se perdiamo questa generazione, significa che stiamo anche gettando le basi per un maggiore estremismo in futuro.

Anche la Cisgiordania, nello Stato di Palestina, è ovviamente fonte di preoccupazione, come abbiamo visto ancora negli ultimi mesi. Sono stati messi sotto sequestro alcuni locali dell’Unrwa. Qiaò è la situazione nei territori palestinesi occupati dove la pressione israeliana è particolarmente forte? Come riuscite a portare avanti il vostro lavoro nonostante le difficoltà?

In effetti, occorre distinguere le attività nella parte occupata di Gerusalemme Est dal resto della Cisgiordania. Attualmente in Israele sono in vigore tre leggi anti-Unrwa che prendono di mira la nostra agenzia: la prima vieta qualsiasi comunicazione tra le autorità israeliane e i nostri responsabili. La seconda inibisce qualsiasi presenza dell’agenzia sul territorio sovrano dello Stato di Israele, che considera Gerusalemme Est occupata come parte del proprio territorio. Quindi, in questo caso, effettivamente lì non abbiamo più alcuna presenza. La terza legge riguarda anch’essa Gerusalemme Est e vieta alle autorità di fornire elettricità e acqua, oltre a incaricare il governo di sequestrare il quartier generale e la scuola professionale dell’Unrwa a Gerusalemme Est. In Cisgiordania, invece, nonostante tutte le violenze, nonostante l’espansione degli insediamenti e nonostante le operazioni militari che hanno avuto luogo nei campi, in particolare nel nord, nonostante il fatto che si sia assistito al più grande spostamento di palestinesi dal 1967, l’agenzia continua a operare attraverso le sue scuole e i suoi centri sanitari. Solo in Cisgiordania abbiamo 6000 dipendenti.

Pochi giorni fa, davanti agli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, il Papa ha espresso la sua preoccupazione per la violazione del diritto internazionale umanitario. Immagino che si tratti di dichiarazioni che vi stanno particolarmente a cuore...

Sì, assolutamente, siamo mobilitati fin dall’inizio della guerra, quando ho ricordato agli Stati membri (dell’Onu, ndr) che anche le guerre devono rispettare delle regole. Il diritto internazionale è stato costantemente violato negli ultimi due anni, al punto da creare una frattura nella percezione tra le popolazioni del Sud e del Nord del mondo. Nel Sud si ha l’impressione che le convenzioni sui diritti umani o il diritto internazionale umanitario abbiano perso la loro universalità a causa della loro applicazione variabile e frammentaria. È vero che nel contesto di Gaza e della Palestina questo diritto è stato costantemente violato. Anche le sentenze della Corte internazionale di giustizia sono oggi contestate dalle autorità israeliane. Continuo a ripetere che se si accetta che questo diritto internazionale non sia applicato in modo rigoroso nel contesto di Gaza, ciò creerà un precedente e lo indebolirà altrove. Oggi il diritto internazionale è malato e dobbiamo stare al suo capezzale.

Ma come si fa, in una situazione come quella attuale, a difendere l’idea che il diritto internazionale debba comunque rimanere uno dei pilastri dell’azione diplomatica?

Non è una novità che il diritto internazionale venga calpestato. La novità è la pretesa di calpestarlo sistematicamente, in modo così aperto, senza nemmeno cercare di negarlo. Ed è esattamente ciò che è successo nel contesto di Gaza. È vero che stiamo assistendo a un indebolimento del sistema multilaterale, un indebolimento del sistema dell’ordine mondiale che si è instaurato dopo la seconda Guerra mondiale, ma penso che sia ancora tempo di ricordare costantemente, instancabilmente, agli Stati membri dell’Europa che questo diritto internazionale non è a “geometria variabile” e che non può essere applicato “à la carte”. Dobbiamo chiederne l’applicazione allo stesso modo in una situazione nel continente africano, in Medio Oriente, in Europa. E se non lo facciamo, perderemo molti alleati che hanno creduto a lungo che questo diritto internazionale fosse universale. Oggi il diritto internazionale è malato e dobbiamo stare al suo capezzale. Ma non dobbiamo abbandonarlo, perché l’alternativa, se non avessimo più regole a cui fare riferimento, sarebbe la barbarie. E ciò va assolutamente evitato.

Un’ultima domanda sul sostegno del Papa e della Chiesa alle sofferenze del popolo palestinese. Come sono accolte dalla gente queste manifestazioni di sostegno?

È un sostegno estremamente sempre importante. La popolazione palestinese ha l’impressione che, in un certo senso, la comunità internazionale le abbia voltato le spalle. E penso che questo messaggio di compassione e solidarietà del Santo Padre si irradi ben oltre le popolazioni cristiane della regione. Si irradia a tutte le minoranze perché, ogni volta, sono messaggi di pace che vengono espressi.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Olivier Bonnel 13/01/2026)


mercoledì 14 gennaio 2026

La repressione, le vittime, l’aiuto promesso da Trump. Cosa sta succedendo in Iran

La repressione, le vittime, l’aiuto promesso da Trump.
Cosa sta succedendo in Iran

Secondo varie fonti i morti durante la repressione per le proteste a Teheran sarebbero migliaia, forse 12 mila. Lunedì sembrava essersi aperto un canale di dialogo fra il regime di Khamenei e la Casa Bianca. Ma il giorno dopo il presidente americano ha chiuso la porta ai negoziati, incitato i manifestanti a continuare la protesta e minacciato ancora di intervenire (“L’aiuto sta arrivando”)


“La situazione è ora sotto controllo totale”. Aveva detto lunedì il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi, aggiungendo che “quello che sta succedendo ora non sono proteste, è una guerra terroristica contro il Paese”. Ma l’Iran resta una polveriera. Il regime iraniano fa muro di fronte all’ondata di proteste che dal 28 dicembre scorso sta travolgendo la Repubblica Islamica. Il blocco di internet ha isolato l’Iran dal resto del mondo. “Non ho nessuna notizia, non posso neanche sentire i miei genitori”, ci diceva domenica un conoscente iraniano che vive da tempo in Italia. Bloccando il web le autorità sperano di rendere difficili le comunicazioni fra i manifestanti, ma dal’Iran arrivano comunque immagini di folla nelle strade, automobili in fiamme, sacchi neri pieni di cadaveri all’esterno degli ospedali. L'agenzia di stampa statunitense Human Rights Activist News Agency (HRANA) sostiene di aver verificato la morte di 1.850 manifestanti e l’arresto di 16.784 persone. Il sito di Iran International, con base a Londra, conta addirittura 12 mila morti. Il massacro sarebbe avvenuto soprattutto fra l’8 e il 9 gennaio. Ma si tratta di dati sui quali è impossibile una verifica indipendente.

Le proteste a Teheran

Secondo il Critical Threats Project dell'Institute for the Study of War, citato da Al Jazeera, domenica le proteste in Iran hanno iniziato a diminuire. Secondo il think tank statunitense, la diminuzione delle manifestazioni è probabilmente dovuta alla chiusura di Internet a livello nazionale da parte del governo e alla repressione dell'uso dei satelliti Starlink. Tuttavia il presidente americano Trump ha detto che intende parlare con Elon Musk per riattivare l’uso della rete Starlink in Iran. Come già avvenuto in passato, il regime ha organizzato una grande contromanifestazione di sostegno al governo.

Manifestazioni di sostegno alla protesta iraniana a Londra (REUTERS)

Le proteste in Iran sono cominciate a fine dicembre per esprimere il malcontento nei confronti della situazione economica del paese. Le sanzioni, la dispendiosa guerra contro Israele, la cattiva gestione dell’economia hanno provocato l’aumento dei prezzi e la perdita di valore della valuta locale, il rial, nei confronti del dollaro. Ben presto la protesta si è trasformata in una critica più ampia al regime iraniano. I manifestanti hanno intonato slogan come "Morte al dittatore" e "Iraniani, alzate la voce, gridate per i vostri diritti”. Domenica, HRANA ha riferito che ci sono state proteste in oltre 185 città in tutte le 31 province del Paese, con oltre 10.000 persone arrestate.

In un primo tempo il governo aveva riconosciuto le difficoltà economiche e il presidente della Repubblica, Masoud Pezeshkian, aveva nominato un nuovo capo della banca centrale. Ma poi ha prevalso la linea dura. Mohammad Movahedi Azad, procuratore generale iraniano, sabato aveva dichiarato che i procedimenti legali contro i rivoltosi dovrebbero essere condotti "senza clemenza, pietà o appeasement". Ha avvertito che "tutti i criminali coinvolti" sarebbero stati considerati "nemici di Dio”.

La protesta, come è sempre accaduto in questi anni in Iran, è spontanea e senza leader autorevoli e riconoscibili. Il regime mostra ancora compattezza dietro il leader politico e spirituale, l’ayatollah Khamenei. Non arrivano notizie di defezioni da parte delle istituzioni armate del Paese, in primo luogo i Guardiani della rivoluzione e le milizie Basij. Dal suo esilio negli Stati Unti Reza Pahlavi, 66 anni, il figlio dell’ex Scià di Persia, che lasciò l’Iran a 19 anni in seguito alla rivoluzione khomeinista, si propone come figura di transizione verso la democrazia. In un intervento sul quotidiano Washington Post, Reza Pahlavi, ha scritto di farsi avanti “non come aspirante sovrano, ma come amministratore di una transizione nazionale verso la democrazia” che porti a una riconciliazione nazionale e a un referendum “per determinare la futura forma democratica di governo”. In qualche modo, sostengono alcuni iraniani che vivono all’estero, Pahlavi in questo momento è un simbolo che può unire, anche se sembra improponibile un ritorno della monarchia.

Quello che potrà accadere nei prossimi giorni è anche nella mani di Donald Trump. All’inizio della protesta Trump aveva affermato che gli Stati Uniti sono "pronti a intervenire" qualora il governo iraniano dovesse ricorrere alla forza letale contro i manifestanti, ed è stato informato dai vertici americani n merito a potenziali attacchi militari. Tuttavia Trump resta prudente. Un intervento militare contro l’Iran non è privo di rischi, anche per la minaccia di rappresaglie contro Israele e le basi militari Usa nella regione del Golfo. Un intervento di tipo dimostrativo rischia di essere troppo poco e anche controproducente. Un intervento più deciso potrebbe scatenare una reazione dura del regime, anche a danno dei manifestanti e della popolazione iraniana. Di fronte a questi rischi non sorprende che nelle ultime ore diano arrivati segnali di un possibile dialogo fra Teheran e Washington. “Come ho ripetuto più volte, siamo anche pronti a negoziare, ma solo se si tratta di negoziati equi e dignitosi, condotti su un piano di parità, nel rispetto reciproco e sulla base di interessi comuni”, dice il ministro degli esteri iraniano Araghchi. Trump ha confermato che i funzionari iraniani lo avevano chiamato "per negoziare", aggiungendo però che "potrebbe essere necessario agire prima di un incontro". Ma nelle ultime ore Trump ha inasprito i toni. Ha dichiarato di aver cancellato gli incontri con i funzionari iraniani, ha incitato i “patrioti iraniani” a continuare a manifestare”, aggiungendo che “l’aiuto è in arrivo”. Ma non ha specificato a quale tipo di aiuto sta pensando.
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Roberto Zichittella 12/01/2026 • Ultimo aggiornamento 14/01/2026 • 12:19)

martedì 30 dicembre 2025

La pace «è il diritto di un bambino di non morire di freddo»




Don Bosco 2000:
la pace «è il diritto di un bambino di non morire di freddo»

Una tregua rimasta solo sulla carta, un rinnovato disinteresse globale, condizioni climatiche avverse, fame e freddo: «A Gaza non si muore più solo per le armi, ma di freddo, di fango e di abbandono», con «il meteo si accanisce su chi non ha più nulla». È la denuncia dell’Associazione “Don Bosco 2000” di Piazza Armerina (EN), in una nota odierna.

«Le immagini delle tende strappate dal vento, dei bambini che dormono per strada perché l'unico riparo è volato via», incalza l’Associazione, «ci dicono che l’umanità è arrivata al punto di rottura. Solo a dicembre, quindici persone, tra cui diversi neonati, sono morte per il gelo. È un dolore che non può lasciarci indifferenti».

La Don Bosco 2000 ha portato in strada a Piazza Armerina oltre duemila persone lo scorso 29 settembre, in una manifestazione per la pace a Gaza. Al termine di quell’iniziativa, gli organizzatori avevano inviato all’Ambasciata d’Israele una lettera «per chiedere pace e protezione per i civili». Ma quella lettera non è stata accolta ed «è tornata indietro, respinta, ma il nostro impegno non si è fermato a quel rifiuto».

«Oggi la popolazione è oltre il limite della resistenza», denuncia il presidente dell’Associazione Agostino Sella. «Le famiglie sono costrette a scappare, spostandosi da una maceria all'altra. Vedere padri e madri che cercano di fermare il vento con le mani per proteggere i figli feriti è un’immagine che deve tormentare la coscienza del mondo. La politica internazionale sta discutendo il futuro di Gaza, ma Gaza sta morendo adesso, nel fango delle strade».

La nota della Don Bosco 2000 si chiude con un appello del presidente: «Non permettiamo che il silenzio cada su questa tragedia. La pace non è un tavolo tecnico, è il diritto di un bambino di non morire di freddo sotto una tenda squarciata».
(fonte: Adista 29/12/2025)


martedì 23 dicembre 2025

La nostra umanità sta morendo con i bambini di Gaza


La nostra umanità sta morendo con i bambini di Gaza

Il patriarca latino di Gerusalemme Pizzaballa è a Gaza, dove neonati e bambini continuano a morire di freddo e di fame. Terribile anche la situazione in Cisgiordania: non c’è giustizia per i palestinesi. L’amministratore delegato del Patriarcato denuncia: non c’è alcuna intenzione di permettere alle persone che vivono a Gaza di ricominciare a ricostruire le loro vite con dignità

Palestinesi sfollati si fanno strada su un carro trainato da animali attraverso una strada allagata a seguito di forti piogge a Khan Younis, nel sud di Gaza. Ansa, EPA/HAITHAM IMAD

Li abbiamo visti morire di fame e sotto le bombe. Adesso stanno morendo anche di freddo. Manca poco al Natale, quando più di duemila anni fa un altro Bambino nacque proprio in Terra Santa. Secondo la tradizione, a riscaldarlo c’erano la paglia, le braccia della Mamma e il fiato caldo del bue e dell’asinello. A Gaza, in questi giorni, ci sono stati temporali incessanti e adesso è arrivato anche il freddo, ma Israele non fa entrare nella Striscia i materiali per proteggere le misere e gelide tende in cui i palestinesi sono costretti a vivere dopo la distruzione delle loro case.

E mentre noi stiamo preparando i doni per i nostri figli, Mohammed Khalil Abu al Khair non riceverà niente per Natale. Aveva due settimane ed è morto di freddo. Come lui, altri 4 bambini nelle ultime settimane.

A Gaza è arrivato il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme per i latini, accompagnato dal vicario, mons. William Shomali, e da una piccola delegazione, per una visita pastorale alla parrocchia della Sacra Famiglia, alla vigilia delle celebrazioni natalizie. Domenica, Pizzaballa presiederà la messa di Natale per una “comunità – si legge in un comunicato – che ha vissuto e continua a vivere tempi bui e difficili”.

Tende di famiglie palestinesi sfollate tra le rovine di edifici distrutti nel quartiere di Al Zaitun nella parte orientale di Gaza City Ansa/ EPA/MOHAMMED SABER

Anche il cardinale Pizzaballa può entrare a Gaza solo se autorizzato da Israele. Non è invece ancora riuscita a varcare i confini della Striscia la papa mobile regalata da papa Francesco ai palestinesi. Bergoglio l’aveva usata nel viaggio a Betlemme del 2014. Ribattezzata Veicolo della speranza, è stata attrezzata per portare cure mediche ai bambini di Gaza. È tutto pronto, ma il governo israeliano ancora non dà l’ok.

Ma com’è la situazione per i palestinesi dopo la tregua voluta dal presidente statunitense Donald Trump? Purtroppo, è peggiorata. Lo spiega Sami El-Yousef, amministratore delegato del Patriarcato latino di Gerusalemme. “Quando è stato dichiarato il cessate il fuoco – ha scritto – c’era grande speranza che la guerra fosse finita e che fossimo sulla strada verso una soluzione pacifica. Man mano che i dettagli del piano di pace venivano resi noti, con il 58% di Gaza che rimaneva sotto il controllo dell’esercito israeliano con nuovi confini e con il protrarsi degli attacchi violenti dei coloni, per non parlare della continua confisca di terre e dell’espansione degli insediamenti in Cisgiordania, tra i palestinesi si è diffuso il sentimento unanime che non sia stata fatta giustizia e che l’obiettivo del mondo sia la gestione del conflitto piuttosto che la sua risoluzione”. Quindi, a meno che non ci sia un deciso cambiamento di rotta, la situazione resta tragica e, purtroppo, aggiunge El-Yousef, “sarà solo questione di tempo prima che esploda il prossimo conflitto”.

Un palestinese amputato cammina vicino alla moschea di Al Mahata distrutta nel quartiere di Al Tuffah, a est di Gaza City. Circa 1,9 milioni di persone a Gaza, quasi il 90% della popolazione, sono stati sfollati dall’inizio del conflitto tra Israele e Hamas nell’ottobre 2023, secondo le Nazioni Unite. EPA/MOHAMMED SABER

La tempesta che ha devastato la Striscia, commenta l’amministratore delegato del patriarcato, “avrebbe dovuto essere un grande sollievo per una regione che ha un disperato bisogno di acqua, ma la vista di Gaza allagata e dei circa due milioni di sfollati interni che vivono praticamente per strada senza un riparo adeguato è stata un duro promemoria che non è finita! La lunga lista di articoli vietati a Gaza, tra cui materiali per la costruzione di rifugi, attrezzature pesanti per la rimozione delle macerie, materiali da costruzione e la limitazione del numero di aiuti umanitari che possono entrare, dimostra solo che non c’è alcuna intenzione di permettere alle persone che vivono lì di ricominciare a ricostruire le loro vite con dignità”.

Le truppe israeliane demoliscono abitazioni palestinesi nella città di Nablus, in Cisgiordania. Ansa/ EPA/ALAA BADARNEH

C’è poi la situazione della Cisgiordania: “un recente viaggio in auto – commenta El-Yousef – ci ha ricordato quanto gli insediamenti ebraici si siano espansi negli ultimi anni e la vista delle barriere visibili all’ingresso di ogni città e villaggio palestinese, così come le centinaia di posti di blocco, ci hanno chiaramente ricordato che, mentre il mondo parla di porre fine alla guerra e di elaborare un piano di pace nella regione, la realtà sul campo è nettamente diversa e le sofferenze sono in continuo aumento”.

Fortunatamente, resta spazio per la speranza. Nelle scuole del Patriarcato, per esempio, migliaia di studenti fanno esperienza di dialogo interreligioso, tolleranza, perdono e convivenza pacifica. Per decisione del cardinale Pizzaballa, sono stati condonati milioni di vecchi debiti scolastici accumulati dagli studenti, per dare sollievo economico alle loro famiglie. Solo la fede, afferma El-Yousef, “porterà il nostro popolo a sviluppare la speranza necessaria per poter continuare a vivere nella nostra regione dilaniata dai conflitti”.

II patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, lo scorso luglio, a Gaza con la comunità della parrocchia del Sacro Cuore e il patriarca greco ortodosso, Teofilo III. Foto del Patriarcato latino di Gerusalemme

I parrocchiani di Gaza dove si è recato il cardinale Pizzaballa, spiega l’amministratore delegato del Patriarcato, “sono i nostri eroi, che svolgono il loro lavoro in silenzio ma con costanza, compiendo grandi sacrifici personali. Il nostro lavoro a Gaza non si limita al sostegno alla comunità cristiana. Dall’inizio della guerra abbiamo distribuito aiuti a più di mezzo milione di persone, fornendo generi alimentari, prodotti per l’igiene e medicinali. È incredibile ciò che questa piccola comunità cristiana di circa 650 persone è riuscita a fare per alleviare le sofferenze di così tante persone”.

Difficilissima la situazione lavorativa in Cisgiordania, a causa del crollo del settore dei pellegrinaggi e del turismo e della revoca dei permessi di lavoro per i palestinesi da parte di Israele. “Con centinaia di migliaia di persone che si sono aggiunte alle fila dei disoccupati, abbiamo intensificato i nostri sforzi. Tra questi – commenta El-Yousef – vi sono buoni alimentari, anticipi in contanti, sostegno per il pagamento delle bollette di base, sostegno per l’affitto, assistenza medica e sostegno per le tasse scolastiche, solo per citarne alcuni. Il lavoro più importante è quello relativo alla creazione di posti di lavoro e alla generazione di reddito”. Alla vigilia di Natale, “continuiamo a pregare affinché il processo che si è avviato porti alla pace reale di cui hanno tanto bisogno tutte le persone che vivono in questa Terra Santa e la considerano sinceramente la loro casa, siano essi musulmani, ebrei o cristiani”.
(fonte: Città Nuova, articolo di Sara Fornaro 19/12/2025)


venerdì 28 novembre 2025

Tonio Dell'Olio - Sotto le macerie di Gaza

Tonio Dell'Olio
 
Sotto le macerie di Gaza



PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI  27 NOVEMBRE 2025

Non riuscire ad avere una tomba su cui portare un fiore e su cui piangere è disperante. 
Lo hanno compreso molto bene i familiari argentini dei desaparecidos e le famiglie dei tantissimi rapiti e scomparsi del Messico.
Lo hanno compreso meglio di tutti i regimi più autoritari che innescano questa bomba micidiale per moltiplicare orrore e disperazione. 
Lo sanno le madri dei giovani migranti dall’Africa i cui corpi restano in fondo al mare. 

È questo uno dei drammi che stanno vivendo circa 37.000 famiglie della Striscia di Gaza che non sono riusciti a recuperare i corpi dei propri cari dopo i bombardamenti. Ad oggi non si riesce a fare un conto preciso di quante persone giacciono insepolte sotto le macerie. E per questo, squadre di soccorso volontario, scavano come possono sapendo che Israele non permette l’ingresso di nuovi macchinari e che molti di quelli che utilizzavano sono stati anch’essi colpiti da bombe, non hanno pezzi di ricambio oppure sono privi di carburante. Sono le stesse squadre che si adoperano anche dopo ogni bombardamento agli edifici e che scavano con le mani, si incuneano tra lastre di cemento e detriti ogni volta che sentono la voce di un bambino, un respiro, un alito di vita. 

Ecco, tra gli orrori della guerra, di quella guerra, aggiungete anche questa tortura, una barbarie che riga il volto di lacrime e l’anima di disperazione.

mercoledì 19 novembre 2025

Buio su Gaza. E sull’umanità

Buio su Gaza. E sull’umanità


Trump e Netanyahu non hanno vinto, hanno stravinto. Il mondo ha perso, l’umanità ha perso, è sprofondata in un buco nero di cui solo la storia chiederà il conto.

La finta tregua a Gaza ha dato il risultato che il presidente americano e il governo israeliano volevano: il silenzio su Gaza. E soprattutto il buio.

Invano tutte le organizzazioni dei giornalisti di gran parte dei paesi europei chiedono da settimane di potere entrare a Gaza anche scortati dall’ONU, anche “embedded”, ma nessuno risponde. Le luci su Gaza si sono spente volutamente, con una scientifica ferocia che impedisce ancora al mondo di vedere, finché tutto non sarà spianato, livellato, prese le ossa dei morti come materiale di ricostruzione, allontanati anche i bambini senza gambe e senza braccia, distrutti i resti dei pochi macchinari sanitari rimasti.

Emergency e Medici senza Frontiere sono le uniche fonti autentiche che ancora riescono a mandare qualche notizia dalla Striscia, che si possono riassumere così.

Strade allagate, tende distrutte, rifugi di fortuna invasi dall’acqua. Le intense piogge e le forti raffiche di vento che si sono abbattute su Gaza nelle ultime ore si abbattono su una popolazione già allo stremo. Migliaia di famiglie non hanno più un riparo, proprio mentre l’inverno si avvicina.

Secondo UNHCR, almeno 259.000 famiglie palestinesi – quasi 1 milione e mezzo di persone – necessitano di assistenza immediata per un rifugio d’emergenza.

Ma i materiali restano bloccati ai valichi di ingresso: tende, kit per la sigillatura e l’intelaiatura, biancheria da letto, set da cucina e coperte – per un totale di 4.000 pallet”. Tutto fermo ai confini.

Ma i nostri telegiornali non ne parlano più se non come elemento di discussione sul piano diplomatico, fingendo che la vergognosa sceneggiata degli accordi sia vera. Da settimane trovano posto sui giornali soprattutto i negazionisti dello sterminio da parte delle forze israeliane, che addirittura si può chiamare “genoxxdio” solo scrivendolo così… abbiamo dovuto assistere a scene aberranti, come venire definite “gite ad Auschwitz” i viaggi degli studenti nei lager nazisti e abbiamo ascoltato la direttrice dell’ufficio stampa della Rai accusare i colleghi della sua stessa azienda di aver riportato notizie false e senza prove, non solo nel silenzio dei vertici (è un palese caso da licenziamento) ma anche di troppi colleghi.

Mentre oltre 200 palestinesi sono già morti da quando è stata approvata la cosiddetta “tregua”, noi, da questa parte del mondo, fingiamo di credere a una pace che non esiste, spegniamo gli ultimi faretti di luce, accettiamo il buio su Gaza inconsapevoli che è l’umanità che sta precipitando nel buio, in uno dei peggiori coni d’ombra della storia.

Di fronte a tutto questo blaterare di equidistanza è insopportabile, i “non ancora” del nostro governo verso lo stato palestinese insostenibili, la difesa del governo di Israele, dove comandano quelli che assassinarono Rabin, disgustosa.

E il buio su Gaza noi non lo accettiamo, anche se continua il boicottaggio dei nostri social, perché se lo accettiamo il buio scenderà giorno dopo giorno su tutti noi, ci renderà insensibili, ci porterà nella condizione di chi dovette dire “mai più” e poi non accadde. Noi no, restiamo umani.
(fonte: Articolo 21, articolo di Barbara Scaramucci 18/11/2025)