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martedì 15 settembre 2020

LUIGINO BRUNI: «VI RACCONTO L'ECONOMIA SECONDO FRANCESCO»

LUIGINO BRUNI: 
«VI RACCONTO L'ECONOMIA SECONDO FRANCESCO»


Luigino Bruni.
«E' stato il Papa in persona a volere che le grandi assisi dedicate a un modello di sviluppo finanziario sostenibile si tenessero ad Assisi e vi spiego perché»



L’economista Luigino Bruni, uno dei massimi studiosi del Terzo settore, grande appassionato di teologia e grande frequentatore dell’Antico e del Nuovo Testamento (il suo ultimo libro si intitola “le donne nascoste nella Bibbia, anima Mundi edizioni), è il direttore scientifico del grande congresso dedicato all’economia di Francesco che si terrà il prossimo novembre ad Assisi, dal 19 al 21. Quei giorni non sono così lontani ed è dunque l’occasione per cominciare a capire di che cosa si parlerà e chi saranno i veri protagonisti di quegli incontri.

E’ vero che è stato lo stesso Bergoglio a volere che il convegno dedicato all’economia si tenesse nella città di San Francesco?
«E’ vero. Io con gli altri economisti come Stefano Zamagni o suor Alessandra Smerilli pensavamo a Roma, o in Vaticano. Ma lui in udienza mi disse: bisogna farla ad Assisi».

Dunque la sede è stata scelta da papa Bergoglio…
«Sì, non solo. Noi volevamo organizzare una sorta di Davos all’incontrario, ma lui replicò con una sterzata: però devono essere i giovani i protagonisti, non voglio i vecchi, gli economisti adulti sono difficilmente convertibili, sono i giovani che cambieranno l’economia».

Qual è il filo rosso di queste assise?
«Il filo rosso è il modello ideale che garantisca la giustizia sociale, la giusta redistribuzione delle risorse e la compatibilità con l’ambiente. Uno dei 12 temi è la diseguaglianza. Non è un titolo specifico ma una linea trasversale a tutti i temi. Non si può non parlarne perché in fondo l’economia di papa Francesco e di San Francesco (c’è una linea che li unisce, non a caso l’enciclica sociale di Bergoglio si chiama Laudato si’), è proprio questa, con l’attenzione all’ambiente, alla natura, considerati imprescindibili per lo sviluppo e il benessere umano. C’è un’attenzione costante dei cristiani per l’economia “buona”. i francescani hanno fatto nascere i monti di pietà. Bergoglio ha scelto questo nome, “economia buona”, quando io andai a proporgli questa iniziativa».

Warren Buffet, il sesto uomo più ricco del mondo, che ha accumulato alla venerabile età di 90 anni la cifra di 82,6 miliardi di dollari, ha destinato il 99 per cento delle sue fortune in beneficenza. Buffet è solo uno dei tanti tycoon che dopo una vita spesa ad accumulare fortune decidono di impiegare le loro risorse nel sociale. Come ad esempio Bill Gates, il padre della Microsoft che ha una fondazione insieme alla moglie attivissima negli aiuti umanitari, economici e sanitari in Africa e nel Terzo Mondo. Ma è corretto questa sorta di percorso esistenziale? La prima parte della vita spesa ad accumulare fortune, magari creando diseguaglianze sociali e finanziarie e la seconda a investire nella “charity”?
«Leggendo di Buffet ho subito pensato ai due modelli di capitalismo nella società e nel mondo: quello protestante, di marca anglosassone e quello latino – cattolico. Potremmo addirittura ridisegnare la storia dell’economia seguendo questo asse che divide in due, questa prospettiva duplice che ha conseguenze enormi sul piano dei risultati, soprattutto dal punto di vista sociale e umano».

La filantropia di Buffet appartiene al primo?
«Sì, il modello filantropico – quello di Warren Buffet - è tipicamente anglosassone, protestante, da Andrew Carnegie ai Rockefeller. Ma pensiamo allo svedese Alfred Nobel, che inventa la dinamite e diventa plurimiliardario vendendola in tutto il mondo e poi si converte a filantropo illuminato con i Nobel della pace, della ricerca, dell’economia, della letteratura eccetera. Il “restituire” è tipicamente protestante, ci sono Martin Lutero e Calvino dietro questo tipo di filosofia economica, se così possiamo chiamarla».

E perché?
«Perché si vive la ricchezza come senso di colpa. E’ la logica dei “due tempi” dei “due regni” per dirla con Martin Lutero».

Cosa diceva Lutero?
«Non dobbiamo dimenticare che Lutero, il padre della riforma protestante, era un monaco agostiniano che rifletteva teologicamente sulla città di Dio disegnata dal vescovo di Ippona e della città dell’uomo. Per Lutero la grazia non c’entra nulla con il mercato. C’è il regno dell’economia e il regno del dono. Il mondo olandese e quello americano e inglese cercano di non mescolare gli affari con il “dono” della grazia. Questa viene dopo, non durante, mentre sei intento a fare affari devi concentrarti su di essi, al resto, alla dimensione del dono, ci pensi dopo».

Ancora oggi?
«In parte sì, le radici in fondo sono rimaste le stesse. Bill Gates contribuisce al bene comune in quanto imprenditore, ma non gli importa poi granché della comunità sociale, poi come persona umana fa la Fondazione Bill e Melinda Gates in aiuto del Terzo Mondo, salvando milioni di bambini grazie ai vaccini, ma parallelamente all’impresa o addirittura dopo aver concluso la sua attività imprenditoriale. Questo è il modello tipicamente nordico».

E quello latino-cattolico com’è?
«Quello latino comunitario cattolico è diverso. La parrocchia porta alla cooperativa, il partito politico fa nascere l’impresa, la banca rurale (che a volta è fondata addirittura dal parroco). Ed è soprattutto il capitalismo familiare (e infatti le imprese italiana sono familiari all’80-90 per cento). La filantropia intesa come charity, all’americana, non è mai stata il modello di noi italiani, di noi latini di cultura cattolica. Come dice l’economista cattolico Zamagni, il modello latino è “fare con”, quello anglosassone è “fare per”».

Fare con. Il modello latino insomma contempla una dimensione comunitaria.
«Certamente. In qualche modo la ricchezza viene già redistribuita durante il corso della vita. Pensiamo a Marzotto a Olivetti: si prendevano cura dei dipendenti, fondavano villaggi-vacanze, avevano quest’idea un po’ paternalistica che tu mentre fai impresa fai anche comunità, investi società e territorio…».

Colpisce che spesso questi filantropi abbiano accumulato fortune enormi che evidenziano l’enorme diseguaglianza economica tra loro e il resto del mondo. Posseggono fortune, come Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, pari al Pil di un piccolo Stato.
«In realtà quello che vediamo in questi grandi tycoon che accumulano fortune spropositate lo vediamo con più forza perché sono aumentate le distanze tra loro e il resto del mondo. L’un per cento dei ricchi di cui parla l’economista francese Thomas Piketty nei suoi libri ha fortune siderali. Nel “Capitale” scrive che nel XX e nel XXI secolo la vera differenza non è che aumenta la diseguaglianza ma che aumenta la distanza tra questo un per cento di ricconi e la rimanente popolazione mondiale. La diseguaglianza media in realtà si è abbassata: pensiamo a India e Cina e ai loro progressi economici. Quel che è cresciuta è la distanza tra il primo un per cento di ricchissimi e tutti gli altri. Sono diventati irraggiungibili».

E’ per questo che quando donano, quando fanno beneficenza, le loro donazioni diventano, per cosi dire, spettacolari?
«Possedere l’uno per cento delle fortune non è poco in tutti I Paesi. Avendo molti più soldi le donazioni sono molto più spettacolari. Non è un caso che questi tycoon siano tutti anglosassoni o olandesi. E’ un punto interessante».

Quale dei due modelli è più funzionale?
«Con il Covid il modello comunitario, dove c’è rimasto un po’ di Welfare state, è risultato migliore. Non è un caso che i Paesi che sono andati peggio – gli Stati Uniti, L’Inghilterra, il Brasile - hanno una base protestante hanno creduto molto questa logica individualistica massacrando il Welfare State. La dottrina sociale della Chiesa per istinto non ha mai accettato l’idea dei due tempi, vale a dire prima l’idea di ricchezza poi una parte ai poveri. Se li aiuti dopo, i poveri, rimarranno sempre dei pezzenti. La prima filosofia dell’imprenditore cristiano è creare lavoro (e pagare le tasse per la collettività), non fare soldi».

Sono anche gli Stati dove sono più marcate le diseguaglianze.
«Questa crisi ha fatto vedere che il modello comunitario funziona meglio. Ecco perché il Covid non lascerà come prima il mercato. Anzi, direi che nulla resterà come prima. C’è in giro tutto un ripensamento per il sistema Stato-comunità-mercato. L’Italia ne è uscita relativamente bene, o almeno con il male minore, limitando i danni, perché eravamo più cooperativi di quanto pensassimo. Abbiamo una storia di modello comunitario alle spalle. Io credo che mentre dopo il crollo del Muro di Berlino i 30 anni successivi sono stati l’apoteosi del modello filantropico americano questa crisi devastante, destabilizzante ci dirà che i prossimi decenni vedranno un ritorno della comunità e della redistribuzione della ricchezza».


(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Francesco Anfossi 13/09/2020)