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domenica 22 luglio 2018

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 34/2017-2018 (B) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: 
Mc 6,30-34 



E' evidentemente un brano di transizione che si ricollega alla pagine del Vangelo della settimana precedente, quella della missione degli apostoli. Gesù si ritira in disparte con i suoi apostoli interrompendo per breve tempo la sua attività fra il popolo. E' la manifestazione d'una esigenza di interiorità che necessita spazi vitali per poter verificare, a tu per tu, quanto fatto e insegnato dai suoi nel suo Nome. Riunirsi attorno a Gesù, stare con Lui è la caratteristica fondamentale di ogni cristiano e dalla quale scaturisce ogni nostra missione. Gesù è sempre presente nel cuore della sua comunità come fonte zampillante d'acqua viva, come forza d'amore che invita ad uscire ed andare nel mondo a farsi, come Lui, pane spezzato e condiviso con i fratelli. E' Lui che ci invia, che ci convoca e ci raduna, perché siamo come <<pecore senza pastore>>, immergendoci nella sua relazione d'amore con il Padre e nella gioia del suo Riposo. E' Gesù lo Shabbath definitivo dei tempi messianici, colui che interrompe le nostre iperattività pastorali, le nostre spasmodiche tensioni che traggono origine dal nostro super impegno e che fanno da barriera impenetrabile alla contemplazione del suo volto d'amore. E' Lui il Riposo di Dio nell'uomo e dell'uomo in Dio, preludio al dono totale di sé nel banchetto eucaristico. E' lo stare con Lui in disparte che rimette insieme i cocci delle nostre vite frantumate facendo unità. E' la sua vita offerta, spezzata e condivisa che fa di noi delle creature nuove e ci introduce progressivamente alla piena comprensione del Mistero eucaristico.


sabato 21 luglio 2018

"L'arte divina della compassione per restare umani" di p. Ermes Ronchi - XVI Domenica – Tempo Ordinario Anno B

L'arte divina della compassione per restare umani

Commento
XVI Domenica – Tempo ordinario – Anno B

Letture:  Geremia 23, 1-6; Salmo 22; Efesini 2,13-18; Marco 6, 30-34

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po'». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. 
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

C'era tanta gente che andava e veniva che non avevano neanche il tempo di mangiare. Gesù allora mostra una tenerezza di madre nei confronti dei suoi discepoli: andiamo via, e riposatevi un po'. Lo sguardo di Gesù va a cogliere la stanchezza dei suoi. Non si ferma a misurare i risultati ottenuti nella missione appena conclusa, per lui prima di tutto viene la persona, la salute profonda del cuore
Più di ciò che fai, a lui interessa ciò che sei: non chiede ai dodici di pregare, di preparare nuove missioni o affinarne il metodo, solo li conduce a prendersi un po' di tempo tutto per loro, del tempo per vivere. È il gesto d'amore di uno che vuole loro bene e li vuole felici. Come suggerisce questo testo molto noto:
Prenditi tempo per pensare / perché questa è la vera forza dell'uomo
Prenditi tempo per leggere /perché questa è la base della saggezza
Prenditi tempo per pregare /perché questo è il maggior potere sulla terra
Prenditi tempo per ridere /perché il riso è la musica dell'anima
Prenditi tempo per donare /perché il giorno è troppo corto per essere egoista
Prenditi tempo per amare ed essere amato/perché questo è il privilegio dato da Dio
Prenditi tempo per essere amabile / perché questo è il cammino della felicità.
Prenditi tempo per vivere!

E quando, sceso dalla barca vide la grande folla, provò compassione per loro. Appare una parola bella come un miracolo, filo conduttore dei gesti di Gesù: l'arte della compassione. Che è detta con un termine che evoca le viscere, un crampo nel ventre, un graffio, un'unghiata sul cuore. Che lo coinvolge. Gesù è preso fra due compassioni in conflitto: la stanchezza degli amici e lo smarrimento della folla. E cambia i suoi programmi: si mise a insegnare loro molte cose. Gesù cambia i suoi programmi, ma non quelli dei suoi amici. Rinuncia al suo riposo, non al loro. «Venite in disparte, con me», aveva detto. «Poi torneremo tra la gente con un santuario rinnovato di bellezza e generosità». E i suoi osservano e imparano ancora più a fondo il cuore di Dio: Dio altro non fa che eternamente considerare ogni suo figlio più importante di se stesso. 

Stai con Gesù, lo guardi agire e lui ti offre il primo insegnamento: come guardare, prima ancora di come agire. E lo consegna ai dodici apostoli: prima ancora delle parole insegna uno sguardo che abbraccia, che ha compassione e tenerezza. Poi, le parole verranno e sapranno di cielo.

Se ancora c'è sulla terra chi ha l'arte divina della compassione, chi si commuove per l'ultimo uomo, allora questa terra avrà un futuro, allora c'è ancora speranza di restare umani, di arrestare questa emorragia di umanità, questo dominio delle passioni tristi.

Marc Gasol, stella della pallacanestro, non un eroe, ma un uomo che di fronte ai disperati vuole una cosa sola: essere un padre!


Marc Gasol, la star Nba a bordo della nave Ong: «Prima che atleti siamo uomini»

Il cestista spagnolo stella della pallacanestro in Usa volontario nel Mediterraneo per salvare i naufraghi: «Passo così le vacanze»


Le due navi della Ong Proactiva Open Arms navigano verso la Spagna. Marc Gasol, centro dei Memphis Grizzlies, dieci anni di Nba ai livelli più alti, quasi 20 milioni di dollari di ingaggio all’anno, viaggia insieme agli altri volontari. Una parte delle vacanze le usa così. Per lui e per il fratello Pau, altra stella del basket spagnolo con carriera luminosa negli Stati Uniti, il volontariato non è una questione estemporanea. Da anni, con la Gasol Foundation, i due fratelli catalani finanziano progetti di solidarietà per i bambini più poveri. Questa volta Marc, il più giovane, si è imbarcato e lo avrebbe fatto «già l’anno scorso ma c’erano gli Europei e dovevo giocare con la nazionale». Un anno fa Marc Gasol ha incontrato Òscar Camps, il fondatore di Proactiva Open Arms, è rimasto così colpito dalle cose che raccontava sui migranti nel Mediterraneo che lo ha invitato a tenere un discorso al campus estivo della sua vecchia squadra di basket, a Girona. Quest’anno, libero da impegni sportivi, è salito a bordo, senza dare pubblicità alla scelta. Fino a martedì, quando ha pubblicato un tweet per esprimere «frustrazione e rabbia» per il naufragio in acque libiche a cui aveva assistito. Tra le braccia che issano sulla barca l’unica sopravvissuta ci sono anche le sue.

Quindi ha fatto un’eccezione alla sua riservatezza. Perché?
«Perché raccontare quello che avevamo visto era troppo importante: c’era quel piccolo bambino, quell’altra donna, tutti e due morti, tanta benzina sulla superficie dell’acqua. E poi c’era Josephine. Sarebbe morta in pochi minuti anche lei se non fossimo intervenuti». 

Ha definito i volontari di Open Arms i suoi «attuali compagni di squadra». Sa che le Ong in Italia sono state molto criticate? Cosa ne pensa?
«Loro fanno una cosa molto semplice: salvano le vite. Non c’è politica qui, il lavoro che fanno è questo e lo fanno in modo eccezionale. Non chiedono alle persone che colore hanno o da dove vengono, le tirano fuori dai guai, le salvano dalla morte, stop. È una questione di umanità e di solidarietà. Perché parlar male di loro?».

Racconterà ai suoi due figli quello che ha visto?
«Lo farò. È giusto che sappiano cosa succede nel Mediterraneo, li riguarda. Anche negli Stati Uniti è arrivata l’eco di quello che succede qui».

Pensa che gli atleti, i campioni che la gente conosce, possano avere un ruolo? Che debbano averlo?
«Non è una questione di essere atleti noti o meno noti. Prima di essere uno sportivo — un calciatore, un giocatore di basket — siamo uomini. Ognuno, di fronte a quello che succede può decidere cosa fare. Può scegliere se aiutare gli altri, se stare dalla loro parte».

A livello politico il dibattito su cosa fare di fronte alle migrazioni è molto forte.
«I governi dovrebbero pensare alle persone non solo ai numeri. Si tratta di prendersi la responsabilità di quello che succede. Assumersi la responsabilità delle persone in difficoltà è una buona cosa».

Guarda il video di Repubblica


Basket Nba. Sulla nave Open Arms per salvare i migranti: il giocatore Marc Gasol

Da padre, "pensando ai miei due figli ho deciso che dovevo fare qualcosa". E ha deciso come volontario di prestare soccorso in mare: parliamo di atti criminali disumani, vanno salvate queste persone
A bordo della nave di Open Arms il giocatore di basket Nba, Marc Gasol

Da padre, "pensando ai miei due figli ho deciso che dovevo fare qualcosa". E così ha scelto di mettersi in gioco come volontario per prestare soccorso in mare, con la nave della Ong spagnola Open Arms. Poche parole, molta concretezza, esattamente come avviene sul parquet.

È Marc Gasol, 33 anni, è 2 metri e 16 di altezza, nazionalità spagnola. Di professione? Giocatore di basket, con i Memphis Grizzlies: vale a dire Nba, per molti il campionato più bello del mondo. Ha partecipato a 3 All Star Game Nba. Con la Spagna è stato campione del Mondo, 2 volte campione d’Europa, ha vinto due argenti olimpici. Ha un contratto da 24 milioni di dollari l’anno. In alcune delle foto si riconosce c'è anche lui, assieme all'equipaggio di Open Arms che porta a termine il salvataggio di Josefa.


"Provo rabbia, impotenza - aggiunge il giocatore - Ma anche la sensazione di aver contribuito a salvare una vita. Se non fosse stato per il nostro intervento nessuno avrebbe saputo cosa era successo. Si sarebbe detto che i libici avevano salvato 150 persone. Ma la realtà è che hanno lasciato la gente viva in mare. Se fossimo arrivati prima, avremmo potuto salvare più persone. Se invece avessimo ritardato quindici o venti minuti, anche Josefa sarebbe morta".

"La situazione è tale che è al di sopra dei miei sentimenti personali - sottolinea ancora il giocatore - Stiamo parlando di atti criminali disumani. Queste persone dovrebbero essere salvate".

Essere un padre. 
Il piccolo senza nome e il campione

Chi piangerà il bambino annegato nel nostro Mediterraneo e recuperato dai volontari di una Ong europea? Non sua madre, probabilmente morta con lui. E chissà dov'è suo padre, e se un padre l’ha mai avuto. Un piccolo senza nome, come tanti, troppi altri sommersi in un viaggio senza approdo. Il suo corpicino vinto e abbandonato, tra le braccia di un soccorritore con il caschetto rosso – la fotografia è stata pubblicata ieri su questa prima pagina – è una straziante Pietà contemporanea: un innocente trafitto dall’incuria e dal disamore umani e finalmente un padre che lo accoglie tra le braccia. Ecco: ci vorrebbero dei padri, per questi bambini. Perché i padri proteggono, si buttano nella mischia, mettono in gioco la propria vita per quella dei figli.

I padri salvano. Ed è precisamente l’essere padre ciò che ha spinto anche la superstella del basket Marc Gasol a salire sulla nave della Ong Open Arms. «Pensando ai miei due figli ho deciso che dovevo fare qualcosa», ha dichiarato con semplicità. Non tanto per affermare una posizione politica, non per dire al mondo da che parte sta uno spagnolo «emigrato» negli States e diventato una celebrità del massimo campionato di pallacanestro. Si è imbarcato come volontario perché è un padre. E, da padre, immagina quali sfide affronterebbe per raggiungere un Paese diverso, in cui poter vivere con i suoi bambini in pace e con dignità. La «chiamata» è maturata in lui nel 2015, quando vide il piccolo Aylan inerte sulla sabbia.

Marc Gasol vuole testimoniare ai suoi due figli che se credi che una cosa sia giusta, allora non è sufficiente affermarlo, ma per quella cosa devi scendere in campo, giocare la tua partita. E salvare le persone in mare è giusto. Lo scriviamo da sempre su questo giornale. E qualche giorno fa lo scrittore Sandro Veronesi lo ha scritto da par suo in una lettera aperta, pubblicata dal 'Corriere', invitando uomini e donne «di buona volontà » a salire sulle barche che salvano i migranti in mare. Un «blocco navale» formato da corpi che strappano altri corpi dalle profondità del Mediterraneo. In un momento storico in cui le parole non valgono nulla e si può descrivere come «pacchia» e «crociera» la fuga dei disperati, è ora di rompere gli indugi – scriveva Veronesi – smettere di parlare e «metterci direttamente il corpo», perché il corpo è la vita stessa. Sono le braccia ad allungarsi per afferrare chi sta annegando. Sono le gambe che spingono a nuoto verso il gommone che si capovolge.

L’invito è ad andare laggiù «dove lo scempio ha luogo, e starci col proprio ingombro, le proprie necessità vitali, la propria resistenza». In mille occasioni, nella storia dell’umanità, il corpo è stato strumento per la pratica della non violenza; ora può diventarlo della pietà e della compassione, e può fare la differenza tra la vita e la morte di qualcun altro. Suggestioni da intellettuale, non c’è dubbio: chi mai immaginerebbe una flottiglia composta dai corpi di celebri attrici e attempati stilisti, canuti cantanti e atlete olimpiche, commissari televisivi e calciatori miliardari, così come descritta da Sandro Veronesi nella sua accorata lettera aperta?

Ma ecco che Marc Gasol, con il suo corpo lungo 216 centimetri, lascia a terra i suoi guadagni milionari, i suoi trofei sportivi e sale volontario nella barca dei generosi che una propaganda cieca e accecante ha osato (e ancora osa) chiamare «complici degli scafisti». Ci sale come un semplice padre. Non ne facciamo un eroe, però, come ieri sui 'social' è pure accaduto, ma piuttosto un emblema. Un uomo che guarda negli occhi una donna sopravvissuta dopo 48 ore trascorse aggrappata a un legno alla deriva nel mare e la riconosce sorella. Che adagia un piccolo inerme sul fondo della barca e lo sente figlio. Che non sa risolvere l’enorme, epocale e complesso fenomeno delle migrazioni. Ma che di fronte ai disperati vuole una cosa sola: essere un padre.





venerdì 20 luglio 2018

Il sorriso di un bambino dona la speranza di futuro...


Questa immagine parla di gioia, innocenza e futuro.
Racconta e condensa delicatamente la potenza di un sorriso,
 la forza dell’amore una delle più importanti sfide per il nostro futuro: l’immigrazione.


Questa foto è di Bente Marei Stachowske terza classificata del “Single Shot Award | Giving voice to values, giving voice to hope” al Festival di fotografia etica di Lodi.

Madre e figlia sono salve a bordo della nave Sea Eye. Indossano ancora i loro abiti bagnati: un misto fra urina, carburante e acqua salata che riempivano l’interno del gommone. Nonostante tutto ciò la bambina ancora sorride. Entrambe sono state salvate insieme ad altre 125 persone dall’equipaggio della Sea Eye, che ha fornito loro giubbotti di salvataggio e acqua. 7 i bambini, 19 le donne, di cui alcune in stato di gravidanza.



“Fake Popeˮ di Nello Scavo e Roberto Beretta - Recensione di Aldo Pintor


“Fake Popeˮ
di Nello Scavo e Roberto Beretta

Recensione di Aldo Pintor


E' facile constatare come nella desolante scena politica sia italiana che mondiale manchino figure carismatiche in grado di far sognare chi crede nella fratellanza tra gli uomini. Mentre sul soglio di Pietro abbiamo un Papa dalle parole e dal modo di porsi che danno conforto, e tengono viva la speranza che i veri valori cristiani di accoglienza e solidarietà non siano stati dimenticati del tutto in questa società occidentale sazia e disperata. Però non tutti hanno questo sentire e in tanti settori del Paese e della stessa Chiesa nei confronti di Bergoglio viene combattuta una guerra fatta a colpi di menzogna calunniosa. 
Gesù nel Vangelo non ci ha mai garantito che avremo avuto il consenso di tutti di questo Bergoglio ne è consapevole. Molti, comprese persone pie e devote, non accettano il radicale messaggio di amore del Maestro di Nazareth diretto soprattutto agli esclusi. Così verso il papa venuto “dalla fine del mondo” si levano voci arrabbiate non tanto da parte degli atei quanto da quella parte di cattolici che vorrebbero una chiesa forte a fianco dei potenti di questo mondo. Certo che una Chiesa così costituita sarebbe davvero poco evangelica. Ma Francesco non è il primo papa sgradito a parte delle gerarchie ecclesiatiche. Prima di lui le critiche astiose in passato si erano rivolte verso papa Giovanni XIII, un Papa che molti commentatori associano a papa Francesco. E queste critiche spesso sono supportate da notizie non veritiere, oggi chiamate fake news. 
Creare notizie false per mettere in cattiva luce il messaggio di qualcuno non è una novità. E' una tecnica di cui il Nazismo ha fatto largo uso. Purtroppo però mette tristezza che tale squallida modalità di azione sia messa in pratica da sedicenti cristiani e perfno da preti. Ma Gesù ci aveva avvertito che chi avrebbe perseguitato i suoi seguaci sarebbe stato in molti casi convinto di rendere un servizio a Dio. Sono tanti i passi evangelici che lo testimoniano (hanno odiato me e odieranno anche voi ecc.). 
Noi pensiamo di solito che chi si oppone al Vangelo sia esterno alla Chiesa ed è doloroso constatare che nella stessa Chiesa i veri profeti conoscono la persecuzione da parte dei zelanti religiosi che vorrebbero un Vangelo al servizio della loro ideologia e chiudono il loro cuore davanti all'apertura di amore universale di Gesù. Ecco perché saluto con grande piacere e recensisco “Fake Popeˮ (edizioni San Paolo, 272 pag., 20 euro) di Nello Scavo e Roberto Beretta. Due bravi giornalisti catanese l'uno e milanese l'altro che si sono dati cura di raccogliere e confutare accuratamente tutte le falsità inventate contro papa Francesco raggruppandole per argomento e citando numerosi documenti certi oltre che le parole esatte di papa Francesco. 
Quindi il libro “Fake pope” è lavoro preciso e accurato che mette in luce come ogni decisione e affermazione del Papa possa sì essere legittimamente criticata anche se ci si professa cattolici ma cosa diversa della critica è la menzogna messa in circolazione per infangare. 
Oggi purtroppo i social network sono cassa di risonanza di chi in mala fede vuole rimestare nel torbido. Fortunatamente abbiamo ancora bravi giornalisti come Nello Scavo e Roberto Beretta che svolgono il loro lavoro al servizio della verità. Davvero importante è il capitolo dedicato alle false foto, che come dicono i due autori “non c'è niente di più falso di un'immagine e niente di più efficace per proporre false notizie”. E avvisano anche come si può travisare la verità anche usando una fotografia vera. La preoccupazione dei due giornalisti è cercare il più possibile la verità, quella verità che secondo il Vangelo di Giovanni ci rende liberi. Una vera visione cristiana comprende un equilibrio non facile da raggiungere tra verità e misericordia. 

Ma leggendo il libro aiutati da una buona conoscenza della storia vedremo che sotto il sole come dice il libro dell'Ecclesiaste non c'è nulla di nuovo. 

Le medesime accuse di modernismo a suo tempo furono fatte a papa Giovanni XXIII dalla stampa conservatrice dell'epoca (principalmente il quotidiano “Il Tempo” e il settimanale “Il Borghese” a cui contrapponevano la figura ieratica di Pio XII (come oggi si contrappone a Papa Francesco Benedetto XVI nonostante le puntuali e decise smentite di quest'ultimo. La sequela del Vangelo è dura e costa persecuzione. Non dimentichiamocelo. Lo sa bene chi in questi tristi giorni in Italia predica l'accoglienza e la tolleranza, valori umani prima ancora che cristiani. Spesso viene insultato e dileggiato nel web. E' accaduto anche al sottoscritto.

Vedi anche il nostro post precedente:
FAKE POPE. LE FALSE NOTIZIE SU PAPA FRANCESCO di Nello Scavo e Roberto Beretta - Introduzione




Loredana e Francesca vincono insieme la loro sfida ai pregiudizi e si laureano in Teoria delle relazioni sociali

La sfida vinta insieme da Loredana e Francesca
di Alessandra M. Straniero e Lavinia D'Errico *

Caso probabilmente unico in Italia, il 19 luglio, Loredana e Francesca, madre e figlia, quest’ultima con sindrome di Down, si laureano all’Università della Calabria in Teoria delle Relazioni Sociali, sul tema “Critica della predestinazione sociale”, realizzando un progetto comune – la cui relazione è molto lontana dalle forme di curatela e procede, invece, nella direzione dell’autonomia e dell’autodeterminazione -, vincendo la propria sfida ai protocolli medici, pedagogici e ai pregiudizi sociali che, al momento della nascita, avevano decretato come già fissato il loro destino comune

La loro storia rappresenta probabilmente l’unico caso in Italia in cui una madre e una figlia – entrambe iscritte al Corso di Laurea in Comunicazione e DAMS – affrontano insieme gli studi universitari e raggiungono l’obiettivo del loro completamento in un percorso parallelo, autonomo e complementare.

Le tesi, che hanno in comune il significativo titolo di Critica della predestinazione sociale, analizzano il percorso di studi di Francesca con un duplice sguardo: l’esperienza viene infatti ricostruita sia dal punto di vista della mamma che della figlia, nei successi e nei momenti critici, a partire dalla scelta di Loredana di intraprendere una strada verso il riconoscimento del diritto allo studio di Francesca senza discriminazioni e su base di pari opportunità, in linea con il 24° articolo (Educazione) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, e di farle frequentare quindi la scuola secondo l’età stabilita dalla legge, di non posticiparne l’ingresso – come spesso avviene secondo una prassi che consiglia di “tardare” l’inizio per consentire una maturazione intellettiva adeguata – di acquistarle i libri, contro l’opinione che Francesca non li avrebbe mai usati, fino alla decisione di rifiutare alla scuola primaria un sostegno non inclusivo e non qualificato, per consentire autonomia nell’approccio allo studio.

Francesca, nonostante si sia scontrata con chi, come scrive, «non credeva in me e mi guardava come se fossi un pesce fuor d’acqua», nel ricostruire la propria esperienza scolastica, parla dello studio come il mezzo per raggiungere due obiettivi: dare uno scopo al proprio tempo, senza che questo fosse impegnato esclusivamente in attività di puro intrattenimento; occupare un posto consapevole nella società, perché, come afferma, «riesco a capire molto di quello che mi circonda e a conversare con i miei amici alla pari».

La discussione della tesi del 19 luglio rappresenta la realizzazione di un progetto comune a madre e figlia – la cui relazione è molto lontana dalle forme di curatela e procede, invece, nella direzione dell’autonomia e dell’autodeterminazione -, e la concretizzazione di una sfida ai protocolli medici, pedagogici e ai pregiudizi sociali che, al momento della nascita, decretarono come già fissato il loro destino comune.

*Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università della Calabria / CeRC – Centre “Robert Castel” for Governmentality and Disability Studies.
(fonte: SUPERANDO)


Uno schiaffo ai pregiudizi.
Francesca, Down e laureata. Insieme alla sua mamma

Loredana e Francesca, madre e figlia, quest’ultima con sindrome di Down, si sono laureate all’Università della Calabria


«Francesca ha aiutato me molto di più di quanto io abbia aiutato lei. Nei momenti difficili mi ripeteva: “Studia, sei brava, ce la fai”. Ho avuto problemi di salute che mi hanno costretta a letto. Lei, seduta accanto, mi ripeteva gli argomenti affinché potessi impararli anche io».

Loredana Ambrosio è un fiume in piena perché felice, soddisfatta, orgogliosa della figlia e un pizzico anche di se stessa. In troppi da quando Francesca, ventitré anni fa, nacque con la sindrome di Down, le hanno consigliato di rassegnarsi a darle una vita diversa. Un invito che Loredana ha sempre respinto con forza e amore, dignità e gioia nel vedere che giorno dopo giorno la piccola le dimostrava che aveva ragione e le sue non erano illusioni di mamma. Ieri pomeriggio, all’Università della Calabria, Loredana Ambrosio e Francesca Pecora hanno discusso assieme le tesi di laurea completando i loro percorsi accademici in Teoria delle relazioni sociali, relatore il professore Ciro Tarantino.

Una storia meravigliosa scritta da una madre e una figlia iscritte al corso di laurea in Comunicazione e Dams. Le loro tesi hanno in comune il significativo titolo “Critica della predestinazione sociale”. Analizzano il percorso di studi di Francesca con un duplice sguardo: l’esperienza viene ricostruita sia dal punto di vista della mamma che della figlia, nei successi e nei momenti critici, a partire dalla scelta di farle frequentare la scuola secondo l’età stabilita dalla legge, all’acquisto e all’uso dei libri contro l’opinione (sbagliata) che Francesca non li avrebbe mai usati, fino alla decisione d’inserire il docente di sostegno solo in un secondo momento e al bisogno. Ieri Francesca ha messo un volumone sopra piccoli e grandi scetticismi e debolezze.

«Sarei felice se la storia di Francesca potesse essere un messaggio di speranza per i tanti genitori fermati o comunque rallentati dalle istituzioni. Durante questi anni mi hanno più volte fatto temere che questo impegno intenso potesse provocare danni a mia figlia, a cominciare da blocchi mentali», aggiunge la mamma che ha messo di lato la sua carriera da ragioniera contabile per vivere assieme a Francesca questa straordinaria esperienza familiare e accademica. Francesca, figlia unica, ha dovuto combattere sin dalla nascita, assieme ai genitori. Venuta al mondo prematura, a trentaquattro settimane, con gravi problemi al cuore, è stata sottoposta a quattro interventi chirurgici l’uno più complicato e rischioso dell’altro.

Loredana e il marito non sapevano che il feto fosse a rischio di sindrome di Down perché la mamma non effettuò nessuna analisi. «Non feci niente perché comunque non avrei abortito – racconta –. Fui l’unica del corso preparato a non sottopormi all’amniocentesi. Non me ne sono mai pentita. Anzi. Mi hanno aiutato il passato nell’Agesci come in altre realtà di volontariato e in generale la mia lotta convinta contro ogni forma di pregiudizio. Con questa laurea vinciamo una sfida lanciata quando Francesca frequentò il primo giorno di scuola, vedendo l’entusiasmo con cui affrontò quel momento», conclude, con orgoglio, mamma Loredana.




ABITARE LE PAROLE / Bellezza. È bello ciò che è buono di mons. Nunzio Galantino

ABITARE LE PAROLE / 
Bellezza. 
È bello ciò che è buono 
di mons. Nunzio Galantino,
segretario generale della 
Conferenza Episcopale Italiana



«La bellezza risplende nel cuore di colui che ad essa aspira più che negli occhi di colui che la vede» (K. Gibran). È proprio vero, la bellezza è difficile da riconoscere e da godere senza uno sguardo interiore. È difficile almeno quanto coglierne fino in fondo la radice semantica perché sempre la bellezza tende a comunicare un mistero, una promessa; non sopporta atteggiamenti predatori. E non c’è luogo esclusivo per la bellezza. Nella bellezza si sperimenta qualcosa di infinito, che spinge oltre fino a far sperimentare la pochezza delle parole.

Il latino bellus (bello), dal quale deriva bellezza, è diminutivo di una forma antica di bonus (buono), prossimo al nostro “carino”. Nella cultura greca arcaica, la bellezza ( ) indica l’ideale di perfezione fisica e morale dell’uomo. È concepita come un valore assoluto donato dagli Dèi all’uomo ed è spesso associato alle imprese di guerra dell’eroe omerico. Il fatto che il termine si origini dalla sostantivizzazione di una coppia d’aggettivi: (bello e buono) contribuisce ad associare la bellezza non solo a ciò che è bello per il suo aspetto esteriore. Essa è connessa anche al comportamento moralmente buono ( ). Si capisce allora perché la bellezza – quella vera – è un mistero che ci raggiunge, avvolge e trasfigura. Essa trova dimora, ad esempio, nella natura non violata, nel volto di un bambino non abusato, negli occhi di una madre, nelle mani di un padre che lavora, nel bisturi di un chirurgo che opera, nella donna rispettata nella sua femminilità e nella sua dignità, nel giovane che prepara con passione il suo futuro. Qui abita e chiede di essere riconosciuta e incontrata la bellezza. Ma essa deve poter trovare dimora anche nelle nostre città perché «una città brutta – ripeteva D. Turoldo – abbruttisce gli uomini». Proprio come abbrutisce e impoverisce una chiesa brutta, un governo brutto, una scuola brutta. Prima e oltre che di ministri del culto, uomini di governo, insegnanti o altro, il nostro mondo ha bisogno di “diaconi della bellezza”. «Ciò che oggi ci occorre è un sussulto, una fascinazione, un innamoramento, l’emozione per la bellezza racchiusa nel frammento” (A. Casati). La verità senza bellezza è gelida, è teorema, è assetto dottrinale, non fa trasalire il cuore. Il bene stesso e la virtù, senza bellezza, diventano pesanti, finiscono per soffocare. Senza bellezza, la vita si riduce a vuota teatralità, a coreografia perfetta ma senz’anima: parole proclamate, canti urlati, gesti ripetuti. Senza occhi che scrutano e cuore che batte non c’è bellezza. «La bellezza è per i ricercatori di fessure, di soglie segrete, di fili pressoché invisibili. Soglie non tanto da varcare con animo predatorio, ma su cui sostare, da cui intravvedere e provare emozione, commozione. La bellezza è per i ricercatori di un oltre, quelli che hanno resistito alla seduzione della quantità, della grandezza esteriore, dell’esibizione» (A. Casati).

(Pubblicato su "Il Sole 24 ore")

giovedì 19 luglio 2018

Welcoming Europe, con l'umanità che soffre per salvare la nostra

La petizione. 
Welcoming Europe, con l'umanità che soffre per salvare la nostra

Porti che si chiudono. Muri che si alzano. Frontiere che ritornano. Centinaia di disperati in fuga dalla guerra, dalla povertà, dalla fame non sono più accolti come persone... Appello a firmare

L'arrivo dei profughi alla stazione di Monaco nel 2015 (Ansa)

Porti che si chiudono. Muri che si alzano. Frontiere che ritornano. Centinaia di disperati in fuga dalla guerra, dalla povertà, dalla fame non sono più accolti come persone, ma considerati una massa indistinta da respingere, numeri senza volto da dislocare. Le motivazioni che spingono uomini, donne e bambini a lasciare tutto e ad attraversare il deserto e il mare a rischio della vita, le loro storie, le loro aspirazioni, sembrano interessare a pochi.

Di fronte alla sfida globale delle migrazioni, l’Europa – che all’indomani della seconda guerra mondiale e dell’Olocausto aveva saputo risollevarsi e promuovere una politica di pace e solidarietà tra i popoli – pare aver smarrito alcuni valori comuni e quei princìpi di civiltà su cui si fonda. A prevalere sono egoismi, chiusure e, sempre più spesso, l’aperto rifiuto di accogliere chi nel continente cerca protezione o un futuro diverso per sé e i propri cari.

Come rappresentanti di enti ispirati dal messaggio evangelico e impegnati a vario titolo nell’ambito delle migrazioni e del sostegno ai più fragili tra i nostri concittadini, siamo preoccupati per il clima di disprezzo che viene continuamente alimentato. Davvero l’umanità si è degradata a tal punto? Davvero il sentimento oggi prevalente nella nostra società è l’indifferenza verso la sorte di altri esseri umani? Confortati e sollecitati dalle parole di papa Francesco, noi non crediamo che ci si debba arrendere all’idea che i sentimenti di fraternità, solidarietà e accoglienza, che sono all’essenza del Vangelo e le radici dell’Europa unita, non riescano più a scuotere le coscienze delle persone.

Al contrario, siamo convinti che sia importante lavorare sul piano culturale per promuovere un racconto diverso del fenomeno migratorio e, in quest’ottica, consideriamo incoraggianti le prese di posizione come quella della Corte costituzionale francese, che ha recentemente decretato che aiutare i migranti non è reato e che vale il principio della 'fraternità'. Pensiamo che, sul piano politico, ci sia bisogno di un approccio inclusivo capace di allargare la cittadinanza e di promuovere coesione sociale e sicurezza per tutti. Per questo, un anno fa, abbiamo sostenuto in Italia la proposta di legge di iniziativa popolare 'Ero Straniero' e la riforma della cittadinanza in favore dello ius sol temperato e dello ius culturae.

Per questo oggi sosteniamo l’Iniziativa dei Cittadini Europei «Welcoming Europe. Per un’Europa che accoglie», che, partendo dal principio irrinunciabile per cui ogni vita va protetta e salvata, chiede di decriminalizzare la solidarietà, creare passaggi sicuri per i rifugiati e proteggere le vittime di abusi. L’obiettivo è raccogliere un milione di firme in almeno sette Paesi dell’Unione Europea, per invitare la Commissione a presentare un atto legislativo in materia di immigrazione. Invitiamo tutti a conoscere la proposta e a firmarla online sul sito www.welcomingeurope.it. Ribadiamo che prima di tutto vengono le persone con la loro dignità e riteniamo quindi necessario far riemergere il patrimonio di solidarietà e fraternità che, pur presente, oggi fatica a manifestarsi. Lo dobbiamo fare non solo per salvare vite che rischiano di essere cancellate, ma per salvare l’umanità che è in noi.

don Virginio Colmegna, Fondazione Casa della carità 'A. Abriani'
padre Claudio Gnesotto, Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo
padre Camillo Ripamonti, Centro Astalli
don Armando Zappolini, Cnca - Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza

Vedi anche il post precedente:
#WelcomingEurope Per un’Europa che accoglie


La nota della Presidenza CEI: Migranti, dalla paura all’accoglienza

Migranti, dalla paura all’accoglienza



Gli occhi sbarrati e lo sguardo vitreo di chi si vede sottratto in extremis all’abisso che ha inghiottito altre vite umane sono solo l’ultima immagine di una tragedia alla quale non ci è dato di assuefarci.

Ci sentiamo responsabili di questo esercito di poveri, vittime di guerre e fame, di deserti e torture. È la storia sofferta di uomini e donne e bambini che – mentre impedisce di chiudere frontiere e alzare barriere – ci chiede di osare la solidarietà, la giustizia e la pace.

Come Pastori della Chiesa non pretendiamo di offrire soluzioni a buon mercato. Rispetto a quanto accade non intendiamo, però, né volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi. Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto.

Animati dal Vangelo di Gesù Cristo continuiamo a prestare la nostra voce a chi ne è privo. Camminiamo con le nostre comunità cristiane, coinvolgendoci in un’accoglienza diffusa e capace di autentica fraternità. Guardiamo con gratitudine a quanti – accanto e insieme a noi – con la loro disponibilità sono segno di compassione, lungimiranza e coraggio, costruttori di una cultura inclusiva, capace di proteggere, promuovere e integrare.

Avvertiamo in maniera inequivocabile che la via per salvare la nostra stessa umanità dalla volgarità e dall’imbarbarimento passa dall’impegno a custodire la vita. Ogni vita. A partire da quella più esposta, umiliata e calpestata.

La Presidenza
della Conferenza Episcopale Italiana

Roma, 19 luglio 2018


18 luglio: Strage di via d'Amelio. Dopo 26 anni, le domande di Fiammetta Borsellino sul depistaggio

18 luglio: Strage di via d'Amelio 
Dopo 26 anni, 
le domande di Fiammetta Borsellino 
sul depistaggio 



Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato Paolo Borsellino ucciso in un attentato a Palermo l’estate di 26 anni fa, ha scritto una lettera al quotidiano Repubblica che elenca una serie di domande relative alle indagini su quell’attentato in cui morirono anche cinque persone della scorta. Le indagini furono infatti un deliberato depistaggio e condussero a inchieste e processi che furono quantomeno succubi, se non complici, di quel depistaggio oggi acclarato (severamente acclarato da una sentenza di poche settimane fa): Fiammetta Borsellino cita i nomi dei magistrati che ne furono responsabili e chiede risposte sulle maggiori incongruità di quell’inchiesta.

Sono passati 26 anni dalla morte di mio padre, Paolo Borsellino, ucciso a Palermo insieme ai poliziotti della sua scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. E, ancora, aspettiamo delle risposte da uomini delle istituzioni e non solo. Ci sono domande – le domande che io e miei fratelli Manfredi e Lucia non smetteremo di ripetere – che non possono essere rimosse dall’indifferenza o da colpevoli disattenzioni. Domande su un depistaggio iniziato nel 1992, ordito da vertici investigativi ed accettato da schiere di giudici.

1. Perché le autorità locali e nazionali preposte alla sicurezza non misero in atto tutte le misure necessarie per proteggere mio padre, che dopo la morte di Falcone era diventato l’obiettivo numero uno di Cosa nostra?

2. Perché per una strage di così ampia portata fu prescelta una procura composta da magistrati che non avevano competenze in ambito di mafia? L’ufficio era composto dal procuratore capo Giovanni Tinebra, dai sostituti Carmelo Petralia, Annamaria Palma (dal luglio 1994) e Nino Di Matteo (dal novembre ’94).

3. Perché via D’Amelio, la scena della strage, non fu preservata consentendo così la sottrazione dell’agenda rossa di mio padre? E perché l’ex pm allora parlamentare Giuseppe Ayala, fra i primi a vedere la borsa, ha fornito versioni contraddittorie su quei momenti?

4. Perché i pm di Caltanissetta non ritennero mai di interrogare il procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco, che non aveva informato mio padre della nota del Ros sul “tritolo arrivato in città” e gli aveva pure negato il coordinamento delle indagini su Palermo, cosa che concesse solo il giorno della strage, con una telefonata alle 7 del mattino?

5. Perché nei 57 giorni fra Capaci e via D’Amelio, i pm di Caltanissetta non convocarono mai mio padre, che aveva detto pubblicamente di avere cose importanti da riferire?

6. Cosa c’è ancora negli archivi del vecchio Sisde, il servizio segreto, sul falso pentito Scarantino (indicato dall’intelligence come vicino ad esponenti mafiosi) e sul suo suggeritore, l’ex capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera?

7. Perché i pm di Caltanissetta non depositarono nel primo processo il confronto fatto tre mesi prima fra il falso pentito Scarantino e i veri collaboratori di giustizia (Cancemi, Di Matteo e La Barbera) che lo smentivano? Il confronto fu depositato due anni più tardi, nel 1997, solo dopo una battaglia dei difensori degli imputati.

8. Perché i pm di Caltanissetta furono accomodanti con le continue ritrattazioni di Scarantino e non fecero mai il confronto tra i falsi pentiti dell’inchiesta (Scarantino, Candura e Andriotta), dai cui interrogatori si evinceva un progressivo aggiustamento delle dichiarazioni, in modo da farle convergere verso l’unica versione?

9. Perché la pm Ilda Boccassini (che partecipò alle prime indagini, fra il giugno e l’ottobre 1994), firmataria insieme al pm Sajeva di due durissime lettere nelle quali prendeva le distanze dai colleghi che continuavano a credere a Scarantino, autorizzò la polizia a fare dieci colloqui investigativi con Scarantino dopo l’inizio della sua collaborazione con la giustizia?

10. Perché non fu mai fatto un verbale del sopralluogo della polizia con Scarantino nel garage dove diceva di aver rubato la 126 poi trasformata in autobomba? Perché i pm non ne fecero mai richiesta? E perché nessun magistrato ritenne di presenziare al sopralluogo?

11. Chi è davvero responsabile dei verbali con a margine delle annotazioni a penna consegnati dall’ispettore Mattei a Scarantino? Il poliziotto ha dichiarato che l’unico scopo era quello di aiutarlo a ripassare: com’è possibile che fino alla Cassazione i giudici abbiano ritenuto plausibile questa giustificazione?

12. Il 26 luglio 1995 Scarantino ritrattava le sue dichiarazioni con un’intervista a Studio Aperto. Prima ancora che l’intervista andasse in onda, i pm Palma e Petralia annunciavano già alle agenzie di stampa la ritrattazione della ritrattazione di Scarantino, anticipando il contenuto del verbale fatto quella sera col falso pentito. Come facevano a prevederlo?

13. Perché Scarantino non venne affidato al servizio centrale di protezione, ma al gruppo diretto da La Barbera, senza alcuna richiesta e autorizzazione da parte della magistratura competente?


FIAMMETTA BORSELLINO ASCOLTATA DALLA
COMMISSIONE REGIONALE ANTIMAFIA

Ascoltata in commissione regionale antimafia la figlia del magistrato ucciso il 19 luglio del 1992.
"Se la procura di Caltanissetta e i magistrati del tempo hanno fatto male e' giusto che rendano conto"

GUARDA IL VIDEO
Servizio TGR Sicilia RAI


Leggi anche:


"Paolo Borsellino: 
pezzi mancanti di una strage annunciata"

A Palermo, lunedì 17 luglio 2018 ore 20,30 presso l'Atrio della Facoltà di Giurisprudenza (via Maqueda, 172) in occasione dell'anniversario della strage di via d'Amelio ha avuto luogo la conferenza "Paolo Borsellino: pezzi mancanti di una strage annunciata", organizzato dall'Associazione culturale Falcone e Borsellino in collaborazione con la Rete Universitaria Mediterranea e ContrariaMente. Ventisei anni dopo la bomba che uccise il giudice Paolo Borsellino insieme agli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, due sentenze (trattativa Stato-Mafia e Borsellino quater) hanno offerto nuovi segmenti di verità su quella stagione di stragi facendo sorgere, alla luce dei numerosi pezzi mancanti, ulteriori interrogativi su una strage "annunciata". 
Oltre al depistaggio il quesito che resta ancora aperto è chi, dietro Cosa nostra, volle e ordinò l'eliminazione del magistrato a soli 57 giorni dalla strage di Capaci. 
Dopo i saluti di Giuseppe Di Chiara, professore ordinario di diritto processuale penale, e di Manfredi Germanà per Contrariamente, interverranno in qualità di relatori Antonio Ingroia, avvocato ed ex pm di Palermo; Salvatore Borsellino, fondatore del movimento Agende Rosse e fratello di Paolo Borsellino; Giorgio Bongiovanni ed Anna Petrozzi, direttore e capo redattrice di ANTIMAFIADuemila; e l'attrice Annalisa Insardà che leggerà alcuni stralci della requisitoria del processo Trattativa.

GUARDA IL VIDEO
Conferenza integrale

mercoledì 18 luglio 2018

Gli occhi di Josephine parlano, raccontano l'orrore, ci interpellano, ma riescono a risvegliare la nostra umanità?


Quegli occhi che raccontano l'orrore
di  Marco Belpoliti

Se gli occhi sono lo specchio dell'anima, come hanno scritto i filosofi antichi, cosa c'è nell'anima di questa donna? Molto più che paura o sconcerto. C'è l'orrore, quello di chi è stato lasciato in balia delle acque su un gommone a malapena galleggiante, e ha visto morire la propria amica e il figlio su quella zattera sconquassata dai marosi. 

Quegli occhi esterrefatti, increduli, occhi che dicono tutta la tragedia e insieme la negano: "Non è possibile! Ditemi che non è possibile!" 
Occhi imploranti, come abbiamo imparato purtroppo a conoscere da quando la fotografia documenta le guerre e i massacri: il terrore indicibile dei sopravvissuti. E ancora più indietro nei secoli, da quando la grande pittura racconta il dolore dei dolenti, del Cristo in croce e delle donne all'intorno. 
Sono gli occhi di Maria presso il corpo del Figlio. La mano che accarezza e insieme sostiene quel viso rende manifesta una pietà che altri non sembrano provare. La pupilla scura e il bianco attorno, la bocca appena aperta, il biancore accennato dei denti tra le labbra socchiuse: non possono lasciare che interdetti. 

Com'è possibile che non si soccorra in mare queste donne, che non le si porti in salvo sulla terra ferma? Ogni volta che sento il ministro dell'Interno usare l'espressione "come padre", mi domando dove stia la paternità di cui parla, e non posso fare a meno di pensare che sia solo un modo di dire, che Matteo Salvini non sappia davvero cos'è la paternità, se non come un fatto meramente biologico, non certo come stato d'animo, come pathos o pietà, quella che si prova dinanzi a ogni forma di vita. 

Questi occhi gridano tutto il dolore del mondo, quello cui non sappiamo rispondere se non la durezza del cuore e con la crudeltà delle leggi. Non ci sono altre leggi per gli esseri umani che quelle dell'anima, leggi che suggeriscono la misericordia e la compassione per l'altrui miseria. Nell'etica cristiana, quella che ci hanno insegnato i Padri della Chiesa, la misericordia non è solo un sentimento, ma una virtù spirituale, una delle fondamentali virtù della nostra civiltà. "Beati i misericordiosi perché avranno misericordia", così parla Gesù alle folle convenute ad ascoltarlo. 

Questi occhi dovrebbero togliere il sonno a chiunque abbia emanato l'ordine d'abbandono delle due donne e del bambino, a chi non ha avuto pietà per tre giovani vite umane in balia delle onde. Non dovrebbe più aver pace per il seguito dei suoi giorni. 

Il cuore non conosce altra legge che la compassione. Il cuore non conosce altro ordinamento giuridico, o trattato internazionale, se non quello che nasce e vive nel cuore di chi ha un'anima. Ma c'è chi quest'anima l'ha persa, non l'ha più, e grida ai quattro venti: Io tengo duro. Duro cosa? Il cuore o la cervice? Entrambi viene fatto di dire. A un certo punto del suo romanzo dei deboli e dei poveri Manzoni fa dire a un suo personaggio: "Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia!". Non sono un credente, ma guardando questa immagine della donna salvata dalle acque prego che, se c'è un Dio, apra il cuore di uomini che non sembrano più averlo. Apra il cuore a coloro che parlano il linguaggio dell'insensatezza, che non è neppure un linguaggio della politica ma della propaganda, il linguaggio della menzogna e dell'inganno. Mi rifiuto di credere che la pietà sia morta su quel fuscello di gomma sgonfia alla deriva nel Mediterraneo per quarantotto ore. Chi l'ha tratta in salvo, gli uomini e le donne dell'Ong, ha seguito un imperativo morale che non può più essere obliato, per cui non esiste tribunale umano che lo possa giudicare o legge che lo possa respingere. L'imperativo morale è ciò che ci rende umani, oggi come ieri.


(fonte: Repubblica 18/07/2018)


Gli occhi di Josephine: un tatuaggio dell’animo
di Cristiana Dobner


Estate, tempo di vacanza, di relax, di centri benessere…di giusto e meritato riposo per chi lavora e ha bisogno di uno stacco per ritemprare le forze e ritrovare se stesso.
Come ritrovare se stesso quando il se stesso è stato deturpato? Smarrito, si spera e non perduto.
Si chiami egoità, ipseità, la realtà tangibile rimane la stessa e identica: preme soltanto il proprio io e tutto vi deve essere centrato, convogliato per essere incorporato, fagocitando tutto quanto si trova sul proprio cammino.

Gli occhi sbarrati, immersi nel terrore dell’impotenza e dell’abbandono di Josephine dovrebbero rimanere in noi tanto da essere un tatuaggio dell’animo. Indelebile, impossibile da cancellarsi anche con il laser più potente ed affidabile.


Passiamo in rassegna il nostro dire: dalla filosofia ai social, passando, purtroppo anche per la teologia, per la ricerca di Dio o di un dio, cioè per la risposta al nostro vivere e al nostro dirci persone umane.
Regge ancora la costruzione pseudo intellettuale o addirittura spirituale?
Troppo facile è accusare la politica. Politica di chi, di quale Stato?
L’accusa è sterile e diventa solo polemica.

L’interrogativo deve dimostrarsi tagliente, saper penetrare nel grasso che offusca la nostra mente e la nostra psiche. Non intendo limitarmi alla concezione cristiana che accoglie il Misericordioso che si rivela e offre il suo amore, apro a chiunque guardando dentro di sé scopra una Presenza.

Se mi ritengo persona umana dinanzi allo sguardo di Josephine, posso ancora dormire nel mio letto, sfamarmi, godermi relazioni di amicizia e pensare alle vacanze?
Non scardina ogni carapace di autodifesa? Non mette a nudo chi siamo?
Persone che persone osano dirsi tali? Ancora osiamo?
Dovremmo lasciarci invadere da quanto rimuoviamo: la vergogna che vorrebbe emergere, se solo glielo consentissimo.

Mi pare di ritrovare in me il nazista che, belva, operava nel campo di concentramento e alla sera suonava Bach, giocava con i propri figli al margine della recinzione e si dilettava a cena con amici scelti. Servito a tavola dai deportati.
Una schizofrenia pericolosa che avvelena l’esistenza e che, per essere risanata, deve venire allo scoperto.

Io, proprio io, dove mi trovavo quando Josephine restava in balia del mare per quarant’otto ore? Come ho potuto lasciarla affidata ad un pezzo di legno? Dove si trova la mia mano?

Lo sconcerto è doloroso e lo voglio evitare.
La mia responsabilità, quella affidata a ciascuno di noi, umani, perché tali possiamo dirci, non si è sgretolata? Non deve essere ricostruita?
Non nella protesta che indice marce che poi si concludono con vane parole e distruzioni di quanto la circondano.
Ben altrove.

Nel mutamento dello sguardo.

Potrebbe innestarsi solo se ci lasciamo penetrare da quegli occhi e rimaniamo senza parole. Allora la Parola in noi potrebbe agire, ci ritroveremmo.
Il grande dolore, la grande perdita – Josephine potrà ancora credere in noi? – potranno diventare balsamo che cura.

Tatuaggio indelebile, che vivente diventa forza per agire, per cambiare, per ricostruire quanto perduto e che potrebbe diventare ancora un anello di autentica umanità da consegnare ai nostri figli, ai nostri giovani, non in termini di carriera, di denaro, ma di uno sguardo che sa affrontare l’abbandono che straripa e lo accoglie facendolo proprio.

Lasciar cadere nell’oblio, nella consuetudine della nostra società dell’immagine che passa e poi lascia il posto ad un’altra immagine, possibilmente più accattivante e tranquillizzante, è una tentazione sempre presente.
La psicologia insegna che il rimosso, in altra veste, ricompare e diventa ben difficile da individuare nella sua causa.

Accettiamo la sconfitta per la nostra umanità, lasciamoci giocare non dall’emotività ma dalla forza che ci insegna a vivere.

Il tatuaggio di quello sguardo attiri su di noi lo sguardo del Creatore e muti, in profondità, il nostro essere.

(fonte: Sir 18/07/2018)

Chiara Corbella Petrillo: al via la causa di beatificazione


Chiara Corbella Petrillo: 

al via la causa di beatificazione


Con gioia annunciamo la pubblicazione dell’Editto di apertura della causa di beatificazione e canonizzazione delle Serva di Dio Chiara Corbella.



Scarica l’editto in formato pdf
Link pagina http://www.postocd.org/it/2018/860-serva-di-dio-chiara-corbella

Del documento ufficiale della diocesi di Roma, che reca la data del 2 luglio scorso e la firma del cardinale vicario per la diocesi di Roma Angelo De Donatis e del notaio Marcello Terramani, a dare per primo la notizia è stato il sito della Postulazione dell’ordine dei Carmelitani scalzi al quale la causa è affidata (il postulatore è il trentino padre Romano Gambalunga). L’Editto sarà affisso alle porte del vicariato di Roma e lì resterà per i prossimi due mesi, mentre si procede alla raccolta della documentazione necessaria perché possa essere avviato il processo."La sua oblazione rimane come faro di luce -si legge nell'Editto del vicariato di Roma - della speranza, testimonianza della fede in Dio, autore della vita, esempio dell'amore più grande e della morte" .

Da anni ormai seguiamo la storia di Chiara Corbella Petrillo per chi volesse approfondire vogliamo qui riproporre alcuni nostri post pubblicati nel corso degli anni (all'interno di ognuno numerosi altri link)

Italiani: il 61 per cento ora teme l’aumento del razzismo

La ricerca. 
Italiani: il 61 per cento ora teme l’aumento del razzismo
Un sondaggio europeo sull'impatto del fenomeno migratorio rivela che l’immagine di un Paese polarizzato e schiacciato tra due estremi è fuorviante e non corrisponde alla realtà


L’immagine che emerge dal dibattito di queste settimane sul tema dei migranti è quella di una Paese quanto mai polarizzato schiacciato tra due estremi che appaiono inconciliabili: porti aperti/porti chiusi, ma è proprio così? Se si mettono in fila i dati raccolti da The Social Change Initiative (More in Common), un’analisi svolta sull’opinione pubblica in merito ai migranti in tutti i Paesi europei, l’immagine risulta molto differenziata. Certo gli italiani citano l’immigrazione fra i problemi più urgenti, anche grazie al contributo dell’ampia copertura mediatica riservata agli sbarchi nel Mediterraneo nel corso del 2017, che ha concorso ad aumentare l’insicurezza percepita. Certo vi sono molti gruppi che si oppongono all’arrivo dei migranti descrivendoli come portatori di criminalità, terrorismo e malattie.

Certo grande risonanza viene data ai reati che vedono protagonisti i migranti, accrescendo l’effetto 'slavina': secondo l’Osservatorio di Pavia, a settembre 2017 la questione dell’immigrazione ha occupato il 10% della copertura giornalistica, circa l’8% in più rispetto all’anno precedente. (Singolarmente poco o nulla si dice della disoccupazione giovanile che supera il 31%). La sintesi dei risultati della ricerca è che il 18% degli italiani considera positivo l’impatto dell’immigrazione, (il 23% perché aiuta l’economia e il 26% perché arricchisce la vita culturale), mentre il 57% lo reputa globalmente negativo. La preoccupazione per le ripercussioni economiche negative è parzialmente legata alla convinzione che gli immigrati, rispetto agli italiani, siano spesso disposti a lavorare di più per un salario inferiore, come pensa il 73% del campione (solo il 10% è in disaccordo). Inoltre, riflette il timore che molte delle persone giunte in Italia nell’ultimo periodo siano spinte dalle opportunità econo- miche offerte dall’Europa, e non siano invece in fuga da guerre o persecuzioni.


L’idea che gli immigrati occupino posizioni che sarebbero altrimenti destinate agli italiani ha creato un sostegno generalizzato attorno ai datori di lavoro che danno la precedenza ai connazionali. Il 57% concorda con questa politica, di questi un 32% si dice fortemente d’accordo (solo il 17% è contrario). Malgrado le preoccupazioni e i sentimenti negativi per la gestione e l’impatto del fenomeno migratorio, la maggior parte degli italiani non adotta una posizione estremista verso i migranti. Molti italiani restano accoglienti verso gli stranieri, compresi immigrati e rifugiati, e la stragrande maggioranza (72%) sostiene il principio dell’asilo politico e il diritto di queste persone di trovare rifugio in altre nazioni, compresa la propria (solo il 9% è contrario). Sul piano personale, sono più gli italiani solidali con i rifugiati (41%) di quelli distaccati (29%), con un 27% di neutrali. I sentimenti nei confronti dei migranti in generale sono leggermente più tiepidi (il 32% è solidale, il 33% distaccato).


Gli italiani rifiutano l’estremismo: la maggior parte (61%) si dice preoccupata per il crescente clima di razzismo e discriminazione, e solo il 17% nega di esserne allarmato. Un esiguo 11% riferisce un profondo legame con i movimenti politici in difesa della nazione, mentre il 37% sceglie con convinzione quelli in favore dei diritti umani. Da tutto ciò ne consegue una divisione in più segmenti di opinione.


I Cosmopoliti. Gli Italiani definiti Cosmopoliti sono il 12%, persone generalmente ottimiste riguardo ai propri orizzonti e alle prospettive dell’economia e della società italiana.

I Cattolici Umanitari. Sono i più ottimisti in assoluto, credono in valori aperti, accettano di buon grado rifugiati e immigrazione, e si dimostrano più socievoli di tutti. Sono il 16%.

I Nazionalisti Ostili. È il gruppo con i valori più chiusi. Sono il 7%, contrari all’immigrazione e ai rifugiati, e non esitano a scegliere la linea dura in materia di sicurezza (anche a spese dei diritti umani) per affrontare quelle che considerano vere e proprie minacce alla società italiana.

I Difensori della Cultura. I Difensori della Cultura, il 17%, si distinguono per la loro forte convinzione che l’identità italiana stia scomparendo. Sono particolarmente convinti degli effetti negativi dell’immigrazione sulla vita culturale italiana. Dunque gli 'aperti' sono il 28% mentre gli 'ostili' il 24%. Poi vi è un restante 48% della popolazione che costituisce la 'maggioranza incerta'. E qui si può fare un’ulteriore distinzione.

I Moderati Disimpegnati. Per lo più giovani tra i 18 e i 30 anni che non si schierano e preferiscono restare neutrali, i Moderati disimpegnati sono il 19%.

I Trascurati, il 17%, sono invece persone interessate soprattutto alle questioni economiche e della disoccupazione. Pur essendo generalmente contrari all’immigrazione, i Trascurati sono favorevoli al principio dell’asilo politico. Sono in prevalenza anziani: molti di loro hanno più di 65 anni.

I Preoccupati per la Sicurezza, il 12%, infine, esprimono timori per la sicurezza, che riguardino il crimine o il terrorismo, guidano le loro convinzioni e i loro atteggiamenti molto più di qualsiasi altra questione. Sono favorevoli alla globalizzazione, ma contemporaneamente ritengono che l’Italia debba proteggersi di più dal mondo esterno. Il gruppo è composto in prevalenza da persone di mezza età e oltre: 31-50 e 51-64 anni. Coesiste quindi secondo i ricercatori l’esigenza per gli italiani di non voler perdere il senso della storia, della tradizione e della identità culturale, ma che l’ospitalità e l’accoglienza sono parte integrante di questa tradizione. Tutti questi segmenti di opinione andrebbero 'curati' dovrebbero trovare risposte specifiche, la paura del pensionato non andrebbe confusa con il razzismo, ma come parte di una fase della vita dove la vicinanza con la morte ci rende più fragili, insicuri; il disimpegno dei giovani andrebbe sfidato con leader e politiche credibili: servirebbe capacità di sintesi tra istanze differenti, contro i proclami estremistici che parlano solo alle minoranze più visibili, ma meno rappresentative del Paese.