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mercoledì 14 novembre 2018

IMMIGRATI: CAPIRE, NON TACERE, TESTIMONIARE di Carlo Bolpin


IMMIGRATI: CAPIRE, NON TACERE, TESTIMONIARE

di Carlo Bolpin *


Stanno, finalmente, aumentando prese di posizione, raccolta di firme, appelli, per contrastare le politiche governative verso gli immigrati. Con indignazione vediamo che queste politiche superano ogni decenza ma continuano a crescere nel consenso. Basta questo atteggiamento o rischia di diventare un alibi?

Capire il perché di un processo

Il problema è che una ritrovata mobilitazione “contro”, “anti”, non può servire da alibi per non affrontare la realtà. Rischia anzi di confermare e incrementare il consenso se manca l’analisi del perché siamo arrivati a questo punto di deterioramento, che ha radici profonde e lontane, non è nato all’improvviso con questo governo.

Salvini rappresenta, infatti, in modo rozzo ed estremo una “cultura” (in senso antropologico), che è penetrata – in forme diverse, più raffinate – dentro le diverse famiglie politiche, culturali, religiose. Le attraversa e frantuma trasversalmente.

È una mentalità, un modo di vedere e affrontare i processi che va studiato: come e perché è diventato senso comune (perdendo le discriminanti destra/sinistra). Perché il mondo della cultura, prima ancora che quello della politica, non ha capito, non si è accorto di questa deriva? Anzi ha cercato di inseguirla, avallando i processi di deterioramento.

Questa incomprensione è propria anche delle comunità e delle Chiese cristiane che non hanno operato un adeguato discernimento e non hanno messo in atto i necessari anticorpi. Una gran parte della Chiesa cattolica è rimasta silenziosa, complice, nell’illusione di riuscire a mantenere il consenso della gente e la presenza politica.

La paura di perdere fedeli e la preoccupazione per difendere l’identità della Dottrina prevale sull’annuncio del Vangelo. È una spiegazione troppo semplicistica e manichea? Certamente conta il Concilio non realizzato e la mancata consapevolezza della fine della cristianità occidentale che resiste come ideologia, come strutture.

Un segno dei tempi

Manca la coscienza della svolta storica che stiamo vivendo di cui i processi migratori costituiscono il segno dei tempi: segno di tragico annientamento della comune umanità ma anche di potenziale rinascita di un nuovo umanesimo.

Dal dopoguerra gli europei hanno creduto nella narrazione autocentrata secondo cui stavano vivendo un periodo mai visto di pace, in realtà esportando guerre e violenze agli altri popoli, provocando molti genocidi e orrori contro l’umanità.

La novità radicale è che gli orrori oggi sono dentro casa nostra, li vediamo quotidianamente nelle nostre coste, nelle nostre strade. Non possiamo più fingere di non essere responsabili, impotenti di fronte alla Grande Storia fatta di “naturali” conflitti lontani dal nostro orizzonte.

In gioco è ora il futuro del cristianesimo e dell’Europa, del Vangelo e dei principi fondanti l’Europa stessa: l’appartenenza all’unica famiglia umana, i diritti umani universali cosmopoliti, la preoccupazione per tutti coloro a cui è negata l’umanità.

Tali principi sono stati costituzionalizzati a livello internazionale e nazionale, sono diventati normativi, vincolanti Stati e singoli. Oggi anche questo è messo in discussione e si tende a far tornare quei principi mere virtù private, etiche, religiose, che vanno circoscritte in quanto pericolose per l’ordine pubblico, la convivenza “civile”, la “tenuta democratica”!

Non tacere, uscire dalla “zona grigia”

È fallita l’idea stessa dell’Europa quando anche la cultura e la politica di tradizione progressista, illuminista, abbandonano questi principi normativi, di Libertà, Uguaglianza, Fraternità, ridotti ad ideali a cui tendere in un futuro lontano, non più attuali ed attuabili; quando si accetta che l’aiuto umanitario diventi un reato e non sia più un dovere civile normato dalle legislazioni a tutti i livelli.

Baluardi istituzionali rimangono, in Italia, i contropoteri del Presidente della Repubblica, della Corte Costituzionale (solo questa in Francia).

È blasfemo essere soddisfatti del risultato di aver “fermato l’invasione”: si finge di non vedere che aumentano i morti in mare, nei campi libici, nelle diverse vie dell’Africa; si negano i diritti degli stessi rifugiati che, anche se in senso restrittivo, si afferma di voler difendere. Come si può non conoscere questa realtà?

Si ripetono gli stessi atteggiamenti e meccanismi analizzati come “zona grigia”, “banalità del male” di fronte al nazismo e al fascismo. Noi abbiamo ancor meno “giustificazioni” di allora, di chi restava indifferente o complice perché poteva non sapere. Noi vediamo e sappiamo.

L’accettazione delle logiche economiche e politiche del “prima noi” e dei due tempi porta a introiettare linguaggi e comportamenti che hanno preparato il “razzismo” realizzato nel passato. Come allora si diffonde una mentalità che, se non è definibile come “razzismo”, lo può rendere, come avvenuto, accettato, giustificato.

Oggi si usano le stesse parole usate allora verso gli ebrei respinti dai Paesi democratici: evitare il pericolo di invasione, di “giudeizzazione”, di messa in crisi della tenuta democratica. Se è quindi sbagliato usare concetti come razzismo, fascismo… per indicare le tendenze attuali, la democrazia può assumere forme autoritarie e può diventare un “valore” da perseguire che la propria pace e sicurezza comportino oppressione e violenza verso i “nemici”: invece di combattere la povertà si puniscono i poveri.

Diventa opinione pubblica l’accettazione che il nostro progresso abbia il costo della negazione dell’umanità negli altri (e quindi in noi stessi), che sia inevitabile la discriminazione tra gruppi e tra popoli, l’aumento dell’accumulo di ricchezza per “noi” e lo sfruttamento, l’esclusione, la povertà per la grande maggioranza. Per gli “altri” visti come minaccia.

Riappropriarsi della razionalità contro le paure

A questi processi di degenerazione occorre contrapporre non solo individuali azioni di testimonianza, non una tensione umanitaria, pur nobile (e meno male fosse diffusa), ma azioni concrete collettive dentro una visione alternativa di lunga scadenza, capace di rispondere alle radicali novità riprendendo forme che hanno caratterizzato e costruito la tradizione sociale del movimento popolare e sindacale, cattolico e “laico”: dare priorità a chi è escluso come risorsa per lo stesso sviluppo, creare strutture di solidarietà e di comunità con e tra chi ha bisogno, per prendersi cura di tutto ciò che è umano,

Occorre contrapporre la razionalità contro chi usa per i propri interessi non solo l’irrazionale paura, gli egoismi più rozzi, l’ignoranza rabbiosa, ma anche l’incompetenza e l’improvvisazione, la subordinazione a queste logiche e l’assenza di alternative culturali contrabbandate per realismo politico.

È inconcepibile che forze politiche e istituzioni si siano trovate impreparate e rimangano nella logica dell’emergenza quando è almeno dagli anni ’90 che si sapeva che i processi migratori erano strutturali di lunga durata e in espansione.

La politica dovrebbe essere pronta a prevedere e gestire anche gli effetti perversi delle proprie azioni: come non capire gli effetti sui processi migratori delle guerre e delle politiche che hanno creato una globalizzazione in mano al mercato finanziario? Affrontare con razionalità i problemi significa saper conoscere i dati reali, che invece vengono manipolati, e l’insieme di analisi, esperienze, proposte, progetti, portati avanti in tutti questi anni, ma ignorati.

Penso, ad esempio, alle proposte per modificare la Bossi Fini e per permettere flussi regolari per gli immigrati “economici”, non costretti a usare la via dei “rifugiati”. Penso ai progetti di integrazione e di “rientro”, ed oggi ai “corridoi umanitari”.

Una testimonianza

A Venezia abbiamo promosso l’Associazione Nuovi Ponti, che coinvolge molte famiglie e parrocchie, per gestire un progetto dei Corridoi umanitari assieme alla Chiesa Valdese.

Certamente si tratta di una goccia nel mare, ma che ha, in sintesi, una doppia finalità, oltre, la più importante, di portare in modo sicuro fuori da un paese in guerra una famiglia con cinque figli piccoli, che ha avuto tutto distrutto. Il primo obiettivo è quello di sperimentare una via legale, sottratta ai trafficanti e ai pericoli di subire violenze fino alla morte.

La sperimentazione, che ormai si è dimostrata valida, andrebbe assunta dagli Stati e dall’Europa come percorso generale con un programma comune integrato tra pubblico e privato. Sarebbe anche conveniente dal punto di vista economico in quanto il progetto è a costo zero per lo Stato, coinvolgendo l’associazionismo e la rete di solidarietà territoriale. La proposta diventa perciò progetto politico.

Il secondo obiettivo è di maturare a livello locale una cultura, alternativa all’attuale, dell’accoglienza e della solidarietà. L’incontro con la famiglia siriana è nel territorio l’occasione concreta per un’azione di informazione non manipolata, e di comune maturazione dello scambio interculturale e interreligioso.

Significativo è che la prima, pronta risposta sia stata data da gruppi delle 11 parrocchie della zona Favaro, Campalto, Altino, alla periferia di Mestre, con un corretto rapporto tra queste realtà di sostegno e l’associazione che gestisce e non ha carattere confessionale.

Il difficile ritorno alla pratica del Vangelo

I gruppi parrocchiali maturano uno specifico percorso accogliendo l’invito evangelico di Francesco Vescovo di Roma. Verifichiamo nella pratica la difficoltà di una diversa comunità cristiana che torni al Vangelo. La parola di Francesco è infatti sostanzialmente inascoltata. Inascoltato è stato il suo appello ad aprire le parrocchie e gli Istituti religiosi all’accoglienza degli immigrati e dei poveri. Il problema viene risolto delegando la Caritas, che opera utilizzando i progetti istituzionali.

È invece il Popolo di Dio, l’intera comunità cristiana ad essere chiamata a convertirsi agli immigrati, a vivere in prima persona l’esperienza dell’accoglienza come possibilità, occasione salvifica alla conversione, a trovare il significato della vita cristiana come minoranza in questo mondo. Solo così la Chiesa potrà trovare credibilità nell’annunciare Cristo, non rinnovando solo le formule dottrinali, la comunicazione.

La difficoltà è come passare dall’attuale assetto clericale gerarchico, proprio di un’epoca in cui il mondo cattolico era maggioritario, a realtà viva, a comunità di ascolto e di condivisione, minore tra i minori.

Non mancano esperienze molto significative che restano però “testimonianze” singole. Siamo tutti responsabili in prima persona. Le reazioni attuali sono quindi positive ma in ritardo e frammentate.

Sarà possibile dare una risposta a livello dell’attuale radicale novità? Una risposta organica, continuativa, costruendo un effetto moltiplicatore di buone pratiche, di diffusione di una nuova cultura alternativa. 

Carlo Bolpin *
Presidente Associazione “Esodo”; membro della redazione della rivista “Esodo” (Venezia), che aderisce alla Rete dei Viandanti

(fonte: Viandanti 07/11/2018)