Benvenuto a chiunque è alla "ricerca di senso nel quotidiano"



domenica 11 novembre 2018

Enzo Bianchi "Ho fatto un sogno chiamato Bose" intervista a Enzo Bianchi

Enzo Bianchi "Ho fatto un sogno chiamato Bose" 
intervista a Enzo Bianchi 
a cura di Silvia Ronchey in “la Repubblica” del 10 novembre 2018

Nel '68 un giovane appassionato di monachesimo e spiritualità orientale edificò una comunità vicino a Ivrea. Un'utopia divenuta un'eccellenza culturale e un centro di accoglienza ed ecumenico. Il bilancio del fondatore.


«La storia comincia alla fine del Concilio Vaticano II. All’epoca io praticavo vie di impegno soprattutto politico. Avevo fondato già nel ’62 un gruppo universitario a Torino che radunava una ventina tra cattolici, protestanti, ortodossi. Lì era maturata l’idea di una comunità. Ma giunto il momento mi sono trovato solo. 
Ho scelto questo luogo sulla serra di Ivrea, dove c’erano case abbandonate ormai da decenni da gente che era emigrata in Francia. Ho cercato di ripararle, ho fatto della stalla una cappella che c’è ancora e per quasi tre anni sono andato avanti in solitudine, alternando momenti di speranza al timore che il mio fosse solo un sogno, se non una bizzarria. 
Alla fine del ’65 ero lì a seguire la conclusione del Concilio con una radiolina e con la consapevolezza che ciò che iniziavo a fare, se mai un giorno avrebbe avuto esito, era proprio nello spirito del Concilio». 

È passato più di mezzo secolo dalla storia quasi robinsoniana che racconta Enzo Bianchi, e la comunità di Bose, ideata in quel momento di consapevolezza, si accinge a festeggiare i cinquant’anni di un monachesimo liberamente ripensato ex novo, il cui vero e proprio atto di nascita risale, forse non a caso, a tre anni dopo, al fatale ’68. 
«Quasi improvvisamente sono arrivati, in pochi mesi, i primi. Un fratello italiano si è presentato da Novara, operaio all’Olivetti. Un altro veniva dalla Svizzera, un giovane pastore protestante. Una ragazza da Ivrea. A questo nucleo poi altri si sono aggiunti. Ma l’essenza era già molto specifica: una vita monastica cenobitica, ispirata al principio, enunciato da san Basilio e san Pacomio, del primato della comunità; ma vissuta in un modo attuale, senza archeologismi». 

Da dove veniva la vocazione monastica? 
«La ricerca monastica era presente in me fin dall’adolescenza, dalla lettura dei testi bizantini, di Basilio di Cesarea, della sua cosiddetta regola. Poi mi sono fermato in Francia alcuni mesi, alla periferia di Rouen, dove ho vissuto con l’Abbé Pierre e condiviso l’esperienza con gli straccioni, con gli scarti della società. Andavamo a raccogliere ferraglie nelle case, vivevamo in baracche». 

Il tuo interesse per il pensiero ascetico e monastico, ma anche teologico e mistico del cristianesimo orientale ha contribuito molto, in questi cinquant’anni, alla sua riscoperta da parte sia ecclesiastica sia laica. 
«Ho avuto instillata nella mia formazione una grande apertura ecumenica, verso gli ebrei e poi verso le varie confessioni cristiane, anzitutto i valdesi. C’era poi anche la mia frequentazione dei monasteri ortodossi. Fin dal ’67 ero stato in contatto con Athenagoras, il patriarca di Costantinopoli di cui ero diventato molto amico, e con i monasteri di Serbia e del Monte Athos. Tutto questo quasi naturalmente ha portato poi la comunità a un’attenzione all’oriente». 

Grazie anche a una formidabile équipe, cresciuta nel tempo, di monaci studiosi al lavoro su questi temi. E grazie al lavoro di tutta la comunità sul dialogo attuale tra le chiese. 
«Man mano che sono entrati dei fratelli e delle sorelle, li ho indirizzati secondo le loro capacità agli studi universitari a Lovanio, Parigi, Tessalonica, Gerusalemme, Roma, Torino, Losanna, per diventare esperti di greco, siriaco, copto, russo e tradurre e pubblicare i testi dell’ortodossia, così che potesse davvero essere una presenza anche in occidente. Un cammino straordinario, perché oggi tutte le chiese ortodosse sono presenti al nostro convegno ecumenico annuale e loro stesse dicono che è l’unica occasione che hanno di poter parlare e di incontrarsi». 

E questo dialogo tra le chiese, tra ortodossia e cattolicesimo ma anche tra le chiese ortodosse fra loro, tu oggi come lo vedi? 
«Con papa Francesco c’è uno slancio di unione ma nello stesso tempo assistiamo a fratture interne alla chiesa ortodossa impensabili fino a qualche anno fa, soprattutto tra Costantinopoli e Mosca. Poi certo rimane una perdurante diffidenza che fa sì che anche gli intenti della chiesa cattolica siano travisati. L’orizzonte dovrebbe essere la piena comunione e l’unità visibile ma, lo confesso, mentre all’inizio della comunità ero convinto di potere, prima di andarmene, vedere l’unità delle chiese, oggi non ho più questa speranza». 

Qual è lo stato del cristianesimo nella geopolitica del terzo millennio? 
«In Africa il cristianesimo aumenta, in Asia non si espande ma ha comunque possibilità di sviluppo. Nel mondo occidentale invece si fa minoranza — significativa magari, ma minoranza: Dio non interessa più a nessuno e capita sempre più spesso che la chiesa in sé diventi un ostacolo alla fede cristiana. Attaccandosi a un’idea secondo cui la fede è tradizione e non quell’eversione che insegna il vangelo, capita che paesi cosiddetti cattolici abbiano ormai in sé germi non di anticlericalismo o di anticattolicesimo, ma di anticristianesimo». 

Come vive questa situazione la chiesa cattolica? 
«Con grande difficoltà e la esprime in una diffidenza nei confronti di papa Francesco fino a poco tempo fa impensabile. Critiche al papa ce ne sono sempre state, ma oggi scorgiamo interi settori della chiesa fare opposizione a Francesco per il semplice fatto che rammenta istanze evangeliche non richiudibili nel bagaglio tradizionalista, localista, identitarista di un singolo popolo». 

E però il mondo laico è entusiasta di questo papa capace di lanciare messaggi udibili ai molti, ma con sottotesti che richiamano una sofisticata cultura ecclesiastica. Questa seconda voce del papa viene ignorata perché non compresa? o invece viene intesa, e il papa osteggiato proprio per ciò che esprime in termini più antichi e profondi di quanto superficialmente si possa credere? 
«Sono convinto che venga compreso. È proprio l’antica forza del Vangelo espressa in lui a mettere in questione assetti acquisiti, religiosi sì, ma non cristiani, e questo infastidisce i cristiani del campanile. Oggi nella chiesa si apre questa distinzione: i cristiani del campanile, legati alla consuetudine di ciò che si è sempre fatto, che diventano addirittura tradizionalisti, perfino nella liturgia, comunque nel loro mondo morale; e i cristiani del vangelo, che cercano un dialogo con la società, che cercano di ascoltare il mondo, la gente. È per questo che il papa ottiene simpatie fuori dalla chiesa. Ma dentro, soprattutto negli ultimi due o tre anni, la questione dei migranti, la questione dei poveri del mondo, il modo in cui Francesco striglia certi clericalismi, fanno sì che questo papa susciti diffidenza e forti opposizioni anche da grandi poteri». 

In una fase storica in cui la politica ha perso la sua capacità di coinvolgere le masse, ecco che la sua ala progressista chiede sempre più spesso aiuto alla chiesa per grandi problemi come l’immigrazione. Stiamo vivendo una rinascita del ruolo sociale della chiesa in Italia? 
«Vedo una sorta di paradosso: una chiesa sempre più presente nella sua azione sociale, ma sempre meno sul terreno dell’evangelizzazione. I cattolici sono afoni in politica. Sparisce un mondo, anche se certamente non sparirà il vangelo, né spariranno le piccole comunità ispirate dal vangelo». 

Non pensi che uno spirito come quello da cui è nata Bose possa includere non solo confessioni diverse, ma religiosi e laici, credenti e non credenti, nell’impegno a ricostruire i valori del progresso, dell’uguaglianza, della tolleranza? 
«È difficile dire quello che si realizzerà a partire dalla nostra esperienza. Posso dire quello che finora si è realizzato. Sono quasi ventimila le persone che ogni anno passano da noi: credenti, non credenti, cristiani, non cristiani, immigrati anche. L’esperienza di accoglienza forse è il dono più grande che la comunità ha incontrato sul suo cammino. Vengono per essere ascoltati in un mondo in cui nessuno ascolta, per chiedere una parola che dia loro fiducia. È il grande servizio che il monachesimo ha reso con san Benedetto, con quell’ospitalità data ai barbari e ai latini insieme nei monasteri nel VI secolo, e che noi cerchiamo di vivere ancora oggi. Una pratica di umanizzazione, non semplicemente un consumo del religioso». 

Che cos’è la religiosità? 
«Oggi è molto cambiata e c’è il rischio di una religiosità che si confini in una specie di deismo spirituale e psichico teso al proprio benessere interiore, individualistico. E’ una nebulosa temibile perché scompaiono l’orizzonte sociale, la solidarietà, il destino comune. Resta soltanto l’idolo del benessere, del bien-être avec soi-même, e noi vogliamo contrastarlo». 

E cos’è la laicità? 
«È mutevole. Oggi siamo molto distanti dai tentativi di religione civile fatti alla fine del secolo scorso anche dalla chiesa italiana. Ma vorrei che questa laicità si arricchisse e non si spegnesse in quella forma di agnosticismo che tende al niente, alla nientità, al nichilismo. Quello che noi vogliamo dal dialogo coi laici è la costruzione della polis, di una polis in cui ci siano davvero fraternità, uguaglianza, giustizia».