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martedì 11 settembre 2018

Papa Francesco un faro nella tempesta di Brunetto Salvarani

Papa Francesco
un faro nella tempesta
di Brunetto Salvarani 


Negli ultimi giorni di agosto, una nuova e impetuosa bufera mediatica ha scosso i vertici della chiesa cattolica. L’abbiamo letto in ogni salsa, e in molti, sui media – per non parlare dei social – si sono sbizzarriti a fornirne le interpretazioni più varie. In particolare è stato rilanciato ovunque il caso del dossier reso pubblico dall’arcivescovo Carlo Maria Viganò, già nunzio apostolico a Washington, in stretto collegamento con una nutrita batteria di vaticanisti ostili alla linea-Bergoglio, in cui si arriva a chiedere formalmente le dimissioni di papa Francesco perché, a loro dire, non avrebbe fermato in tempo utile il cardinale McCarrick, che per decenni coprì numerose vicende di preti pedofili. Il quale peraltro, a luglio scorso, è stato dimesso dal collegio cardinalizio a opera dello stesso papa. 
Ce n’è abbastanza per alzare le mani e arrendersi davanti a un panorama crudo e fosco, in grado per di più di mettere a repentaglio la fede di tanti semplici credenti che assistono a schermaglie del genere disillusi e impotenti. Tanto più che la cosa ha avuto origine dalla notizia devastante, a metà agosto, dell’accertamento da parte del Grand Jury della Pennsylvania di centinaia di casi di presbiteri che avrebbero abusato di oltre mille minori, in 54 contee su 67 di quello Stato. 

La reazione del papa non si era però fatta attendere, sostanziata in una Lettera al popolo di Dio (molto bella, a mio parere, oltre che assai sentita), resa nota il 20 agosto: da qui occorre partire per cercare di districarsi in un simile groviglio, per non arrendersi alla disillusione e guardare al futuro della cattolicità, nonostante tutto, con occhi di speranza. 

abusi sessuali, di potere e di coscienza

Per decifrare il senso e la portata della Lettera di papa Francesco, è anzitutto necessario fare qualche passo indietro, ricordando come negli ultimi anni, a più riprese e in varie nazioni, la chiesa cattolica sia stata colpita dal susseguirsi di quelli che nella Lettera stessa vengono definiti «abusi sessuali, di potere e di coscienza». 
Non poche diocesi, soprattutto negli Stati Uniti, sono ormai alle corde non soltanto sul piano economico, per il rimborso dovuto alle vittime degli abusi, ma sul versante della dignità e della credibilità pubblica. 
Ecco il contesto in cui Francesco scrive, supplicando tutti i fedeli, come Popolo santo di Dio consapevole di non essere più la società perfetta come da immagine preconciliare bensì il Corpo di Cristo, di mettersi in ginocchio per riconoscere i propri errori. Perché, stando all’incipit del testo, quanto mai incisivo, «se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme» (1 Cor 12,26). 
Questa è la chiave di accesso alla Lettera al popolo di Dio, una chiave squisitamente ecclesiologica, e non più, come poteva capitare in passato, esclusivamente morale; ed è qui che è possibile comprendere la portata reale dell’affaire-Viganò (ma anche dei dubia dei cardinali nei riguardi dell’Amoris Laetitia, e degli ignominiosi e insistiti attacchi nei confronti di Francesco sui versanti più svariati)

il clericalismo 

La questione riguarda appieno l’idea di Chiesa in uscita, lanciata dal concilio Vaticano II (dalla Lumen gentium e non solo) e ripresa con vigore dallo stesso Bergoglio, che mette radicalmente in discussione il tradizionale clericalismo cattolico, inteso come sistema di potere e stile di vita, ancora imperante in tante componenti del cattolicesimo mondiale. È qui che il papa ravvisa il peccato maggiore della nostra Chiesa, dato che «è impossibile immaginare una conversione dell’agire ecclesiale senza la partecipazione attiva di tutte le componenti del Popolo di Dio». Anzi, di più: «ogni volta che abbiamo cercato di soppiantare, mettere a tacere, ignorare, ridurre a piccole élites il Popolo di Dio abbiamo costruito comunità, programmi, scelte teologiche, spiritualità e strutture senza radici, senza memoria, senza volto, senza corpo, in definitiva senza vita». 
Il clericalismo, prosegue la Lettera citando il messaggio papale del 19 marzo 2016 al cardinale Ouellet, Presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, è quell’atteggiamento che «non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente»; fino a generare, col favore tanto degli stessi presbiteri quanto dei laici, una vera e propria scissione nel corpo ecclesiale, che fomenta e aiuta a perpetuare molti dei mali che oggi vengono denunciati: «dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo». 

declericalizzare significa... 

Quello che Francesco offre alla meditazione di tutti i cattolici del mondo è un testo vero e coraggioso, con il quale ricorda a tutti che «la dimensione e la grandezza degli avvenimenti esige di farsi carico di questo fatto in maniera globale e comunitaria ». In quanto battezzati siamo tutti coinvolti, chiamati a riconoscerci nella sofferenza tremenda degli abusati e nella responsabilità di quanti si sono macchiati, direttamente o indirettamente, di simili colpe. L’antico adagio di Sant’Ambrogio, nel suo Commento al Vangelo di Luca, che indicava la Chiesa come casta e meretrice a un tempo, ritrova qui tutta la sua autenticità, in chiave di senso e di appello. 
A mio avviso, è proprio questo che la cordata, ora trinceratasi dietro a Viganò ma quotidianamente operante a molti livelli, non può sopportare: il fatto che questo papa si stia mantenendo fedele al suo primo segno, allorché il 13 marzo 2013, dal balcone di San Pietro, invitò il popolo a ratificare, con una preghiera di benedizione, la scelta operata dai cardinali di santa romana Chiesa. Tratto fondamentale di questo primo segno resta – infatti – quello della spoliazione, che equivale concretamente ad abbracciare un lungo, complesso e faticoso processo di declericalizzazione delle strutture e dello stile di vita della Chiesa intera. 
Declericalizzare presuppone una rinuncia all’idea, così diffusa e pervasiva, che il potere sia ricevuto esclusivamente dall’alto, e non sia un servizio – come invece dovrebbe essere – secondo la lezione evangelica, di regola – bensì un privilegio, che prevede l’esenzione da qualsiasi valutazione. Declericalizzare significa cercare ogni giorno di imitare e assumere i sentimenti (Fil 2,5) e lo stile di Cristo, che scelse clamorosamente di svuotare se stesso (2,7). Mi riferisco, anche terminologicamente, alla visione del teologo Cristoph Theobald quando rilegge appunto il cristianesimo come stile (Il cristianesimo come stile. Un modo di fare teologia nella postmodernità, voll. I-II, Edb, Bologna 2009). Perché, egli spiega, quanto Gesù fa e dice nei suoi incontri è un tutt’uno con il suo essere, in lui ci sono assolute unità e trasparenza di pensiero, parola e azione che sono manifestazione del Padre: dal suo stile emerge la provocazione di un cristianesimo che apprende, mentre le patologie e le infedeltà al vangelo che pervadono ogni epoca della storia ecclesiale – e soprattutto la nostra, tempo incerto al tramonto del regime di cristianità – possono essere lette come rottura della corrispondenza tra forma e contenuto. Quando prevale la forma, si ha un cristianesimo ridotto a estetismo liturgico, appiattito sull’istituzione gerarchica, in cui è assente la sostanza di quell’amore che fa strada a Gesù fino alla croce. Se invece prevale il contenuto, si ha un cristianesimo ridotto a impianto dottrinale e dogmatico, a verità fatte di formule cui credere, prive di un legame vitale con l’esistenza delle persone. Perciò, una Chiesa fedele allo stile di Gesù non dovrebbe presentarsi tanto come istituzione detentrice di un sistema di dogmi da insegnare al mondo, bensì come spazio aperto, in cui i singoli fedeli abbiano la possibilità di trovare il proprio centro ed esercitare la libertà di far emergere la presenza di Dio che già abita la loro esistenza. D’altronde ogni persona – quali siano la sua religione, il suo pensiero e la sua cultura – è portatrice di un’immagine di Dio che attende di rivelarsi come per gli apostoli nella Pentecoste, e ha la possibilità di fare proprio lo stile di Gesù: quindi i cristiani dovrebbero essere in ricerca della manifestazione di Dio propria di ogni religione, cultura e pensiero, invece di assumere atteggiamenti di mera svalutazione e condanna. 
Credo che Bergoglio abbia ben chiara tale traiettoria, avendo scelto di vivere in prima persona e di porre al centro del suo pontificato proprio lo stile di Gesù. Colta in siffatta prospettiva, la Lettera al popolo di Dio, così come il magistero bergogliano nel suo insieme, non sono nient’altro che un appello profetico alla conversione, alla metànoia, giudicata a buon diritto non più dilazionabile. Trattasi di un appello che rappresenta la sfida fondamentale e cruciale della nostra vita di Chiesa, in un momento che può ben dirsi un vero e proprio kairòs. Perché, come hanno notato diversi commentatori delle cose ecclesiali nelle ultime settimane – due nomi fra i tanti: don Gennaro Matino, che nel suo blog si è interrogato con realismo sulla fine del cristianesimo, e il benedettino Michael Davide Semeraro, che ha chiosato mirabilmente la Lettera di Francesco –, dopo duemila anni, il cristianesimo, ormai al suo inevitabile appassimento come sistema religioso, è oggi convocato a radicarsi di nuovo nell’esigente logica della parola evangelica. 

cambiare l’attuale modello istituzionale 

Siamo di fronte a un appello urgente, davanti al quale è quasi ovvio che ci si divida (è stato così sempre, nella storia ecclesiale, ed è così oggi, nulla di strano!, purché il confronto non si traduca in divisione e acrimonia). Il primo passo perché prevalga la fedeltà al vangelo e non quella alle tradizioni degli antichi (Mc 7,3) è un sussulto di intelligenza e di ricerca del modo più adeguato di essere Chiesa nel nostro tempo, per le donne e gli uomini che attendono, attraverso di noi, di essere accompagnati alla meravigliosa grazia del vangelo. Come annota Semeraro, fra l’altro, un simile processo implica una riflessione radicale sull’esercizio dei vari ministeri nella Chiesa, e in particolare di quelli legati al sacramento dell’ordine (ad esempio le modalità di reclutamento e di formazione del clero, o il ruolo delle donne). Certo, non si tratta di un programma per i prossimi due o tre mesi, ma neppure per i prossimi venti o trenta, se è vero – come appare ormai evidente – che questa è una crisi strutturale, sistemica, di cui il penoso caso degli abusi rappresenta appena la punta dell’iceberg. Quello che sta mostrandosi sempre più carente – e di ciò, naturalmente, papa Francesco è pienamente consapevole – è un intero modello organizzativo, pastorale e teologico. ritorno all’essenziale 
Per chiudere, vorrei sgombrare il campo da un equivoco. L’analisi sin qui proposta, franca di quella parresìa che dovrebbe essere la regola negli ambienti ecclesiali, non mi porta a vedere tutto nero, o a trascurare la virtù così cristiana della speranza. Tutt’altro! E lo dico pensando in primo luogo allo stesso Francesco e al suo mantenere la barra dritta, a dispetto degli attacchi interni e delle quotidiane accuse di ogni tipo. Da parte sua infatti, Jorge Mario Bergoglio, che pure ha oltre quattro volte vent’anni, riesce a vivificare la sua età avanzata con una fede, un entusiasmo e una capacità di sognare a occhi aperti che lo rendono più giovane e fresco di tanti che lo sono anagraficamente. All’interno del quadro di crisi sistemica di cui si è fatto cenno, Bergoglio si trova a dover governare una Chiesa attraversata da una gravissima crisi di credibilità, ma anche da un vistoso deficit di motivazioni, soprattutto nei paesi di antica cristianità, in cui la stanchezza troppo spesso diventa tristezza e dunque sconfessione dell’allegria evangelica, di quella testimonianza gioiosa che dovrebbe sgorgare dall’adesione al Signore. 
È necessario, prima ancora di ascoltare i suoi discorsi o valutare le sue riforme strutturali, guardare al suo esempio: a come vive, si muove, parla, abbraccia le persone presso chi si ferma durante le udienze pubbliche, e a come esce, per riprendere un verbo a lui caro. Ed è proprio in queste forme così piene di contenuto che questo papa sta proponendoci l’unica strada credibile per la sua Chiesa, chiedendole di imboccare la via dell’autenticità, della semplicità e dell’essenzialità, e senza soffermarsi sulla moltiplicazione delle strutture e delle opere. Questa è la sua prima riforma, che mi sembra, a oggi, pienamente riuscita. Riforma, infatti, è ablatio, togliere via, non aumentare né complicare, ma semplificare: un’operazione analoga a quella dello scultore che deve togliere dalla pietra nuda per far emergere la nobilis forma che vi è contenuta. Il profumo del vangelo (Evangelii gaudium 34) si diffonde esclusivamente grazie all’essenzialità, alla sobrietà, alla povertà. E l’unico criterio di semplicità e di essenzialità è il vangelo, nulla di più. Perdendo di vista l’essenziale del vangelo, «l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il nostro maggiore pericolo. Perché allora non sarà propriamente il vangelo che si annuncia, ma alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da determinate opzioni ideologiche» (Eg 39). Riandare all’essenziale porta i cristiani a discernere tra sostanza e forma, tra consuetudini e verità: ecco il messaggio vivo di Francesco, che – ne sono convinto – sta già cambiando il nostro modo di leggere e di vivere il cristianesimo, così che tanti non cristiani ne rimangono affascinati: un risultato straordinario, se inserito nello scenario di crisi delineato. Pur non essendo un indovino, credo che in futuro, a partire da questo dato, non sarà possibile tornare facilmente indietro. Qualunque cosa succeda.
(fonte: in “Rocca” n. 18 del 15 settembre 2018)