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venerdì 20 ottobre 2017

PAPA FRANCESCO - Un discorso magistrale sulle donne “MEGLIO DI COSÌ NON SI POTEVA DIRE”

PAPA FRANCESCO
Un discorso magistrale sulle donne

“MEGLIO DI COSÌ NON SI POTEVA DIRE”

Tre punti salienti indicati dal papa nel riconoscimento
 della novità storica in cui si pone la questione femminile, 
in una rinnovata cultura dell’identità e della differenza
di Luisa Muraro


La giornalista Ester Palma ha dato ampia notizia di un discorso fatto dal papa il 5 ottobre all’assemblea generale della Pontificia accademia per la vita. Ha fatto bene, si tratta infatti di un discorso notevolissimo che porta Bergoglio ai primi posti nella storica graduatoria degli amici delle donne. Nessuna se l’aspettava. Dirò tre punti salienti del discorso, punti non annegati in un mare di parole già dette. Al contrario, sono l’ossatura del discorso. Dirò infine il problema che secondo me resta aperto.
L’autore del discorso non usa la parola “coscienza evolutiva” ma ha chiara l’idea che siamo in un passaggio importante, un vero e proprio salto, nella consapevolezza umana di quello che è la vita. Elenca le circostanze di questo passaggio, specialmente quelle che lo rendono altamente rischioso. Non parla contro “la potenza delle biotecnologie”, ma segnala l’esistenza di un materialismo tecnocratico che ci può portare fuori strada.
Secondo punto. Ci sono due bersagli polemici più nettamente indicati. Uno è il narcisismo, che il papa chiama egolatria (culto dell’ego), con l’aggiunta mia che questa è una piega e piaga molto più maschile che femminile. L’altro bersaglio è la convinzione che neutralizzando la differenza sessuale si possa correggere le ingiustizie storiche contro le donne. Il papa indica l’alternativa in termini a me (e a una parte delle femministe) chiarissimi, ma buoni per tutte e tutti: “Un nuovo inizio dev’essere scritto nell’ethos dei popoli, e questo può farlo una rinnovata cultura dell’identità e della differenza”.
L’autore sa, terzo punto, che il nuovo inizio si deve alla rivoluzione femminista. Parla di rivoluzione e non usa la seconda parola, che però sottende la parte centrale del discorso, quella che ha attirato l’attenzione della giornalista. Comincia con l’alleanza dell’uomo e della donna, per dire che “va ben oltre il matrimonio e la famiglia”. Da sottolineare. Si tratta, dice il testo, di una vera e propria rivoluzione culturale che sta all’orizzonte della storia di questo tempo. Meglio di così non si poteva dire. Questa alleanza è chiamata “a prendere nelle sue mani la regia dell’intera società”: donne e uomini portano la responsabilità del mondo in politica, nella cultura, nel lavoro e nell’economia. La radicalità di questa visione detta le parole di critica al femminismo della parità (“non si tratta di pari opportunità o di riconoscimento reciproco”), e quelle che invitano la Chiesa cattolica a riconoscere onestamente i suoi ritardi e le sue mancanze.
Una domanda s’impone: eliminato il confinamento domestico delle donne e la loro subordinazione agli uomini, aperta la strada al senso libero della differenza sessuale, scartata la deprimente utopia del neutro, quali sono le nuove poste in gioco nei rapporti tra i sessi?
È la questione che apro: la sessuazione della vita, per cui questa si riproduce con l’incontro di due viventi tra loro differenti, quando arriva fino a noi esseri umani, crea squilibrio, un fecondo e ineliminabile squilibrio. E questo per una ragione leggibile nella storia umana. E cioè che l’uomo sa, vuole e mira a fare uno (Fare Uno è il titolo di un bel saggio sulla mistica al maschile) mentre le donne sanno farsi due nel corpo come nell’anima. Bisogna cominciare a dire qualcosa di concreto su questo punto; la differenza si salva accettando lo squilibrio della dissimmetria.
(www.libreriadelledonne, 13 ottobre 2017)

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giovedì 19 ottobre 2017

«Non si può capire il Vangelo se si dimenticano la gratuità della salvezza, la vicinanza di Dio e la misericordia di Dio» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
19 ottobre 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
Farisei di oggi”


Non si può mai chiudere la porta in faccia ai genitori che chiedono il battesimo per il loro figlio, anche se non sono sposati in chiesa: il cristiano, e soprattutto il pastore, non dovrebbe mai dimenticare la gratuità della salvezza, la vicinanza di Dio e la concretezza delle opere di misericordia, materiali o spirituali. È il forte invito ad aprire sempre le porte agli altri, e anche a se stessi, suggerito da Papa Francesco nella messa celebrata giovedì mattina, 19 ottobre, a Santa Marta.

«Questo passo del Vangelo — ha subito fatto notare il Papa, riferendosi al brano di Luca (11, 47-54) — entra in quello stile dell’evangelista» che è proprio «sia di Luca che di Matteo». È «potremmo dire» uno «stile» che indica «i guai: Guai a voi, dottori della legge: guai a voi, farisei». Infatti, ha spiegato Francesco, «il Signore è molto forte, molto forte: bastona con tanta forza». In particolare, «nel passo di oggi c’è un’espressione che fa pensare: “Guai a voi dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito”».

In realtà, ha riconosciuto il Pontefice, «questo versetto è un po’ oscuro: cosa significa “portare via la chiave della conoscenza”, con la conseguenza di non entrare nel Regno e neppure lasciare entrare gli altri?». E così, ha affermato il Papa, «questo portare via la capacità di capire la rivelazione di Dio, di capire il cuore di Dio, di capire la salvezza di Dio — la chiave della conoscenza — possiamo dire che è una grave dimenticanza». Perché «si dimentica la gratuità della salvezza, si dimentica la vicinanza di Dio e si dimentica la misericordia di Dio». E proprio «quelli che dimenticano la gratuità della salvezza, la vicinanza di Dio e la misericordia di Dio hanno portato via la chiave della conoscenza». Tanto che, ha insistito il Papa, «non si può capire il Vangelo senza queste tre cose».

«Hanno dimenticato la gratuità», dunque. E «Paolo parla di questo nella prima lettura» ha detto ancora Francesco riferendosi al passo della lettera ai romani (3, 21-30): «Siete giustificati gratuitamente per la sua grazia». Ma, ha avvertito il Pontefice, «questa gente dimentica che tutto è gratuito, che è stata l’iniziativa di Dio a salvarci e si schierano dalla parte della legge e cercano di aggrapparsi alla legge e, quanto più è dettagliata, è meglio: la salvezza è lì per loro». E «così — ha proseguito — sono tanto aggrappati alla legge che non ricevono la forza della giustizia di Dio: c’è un inganno dietro il giustificare se stessi con la legge: “Io faccio questo, questo, questo, questo e sono felice, sono giustificato” — “Ma questo come devo farlo?” — “No, devi farlo così, così, così, così” — “Ma questo “così” come devo farlo?” – “Così, così, così così”».

Ecco che, ha affermato il Papa, costoro «arrivano a un mucchio di prescrizioni e per loro questa è la salvezza: hanno perso la chiave dell’intelligenza che, in questo caso, è la gratuità della salvezza». In realtà «la legge è una risposta all’amore gratuito di Dio: è Lui che ha preso l’iniziativa di salvarci e perché tu mi hai amato tanto, io cerco di andare per la tua strada, quella che tu mi hai indicato», in una parola «io compio la legge». Ma «è una risposta» perché «la legge, sempre, è una risposta e quando si dimentica la gratuità della salvezza si cade, si perde la chiave dell’intelligenza della storia della salvezza».

E, ancora, ha rilanciato il Pontefice, quelle persone «hanno perso la chiave dell’intelligenza perché hanno perso il senso della vicinanza di Dio: per loro Dio è quello che ha fatto la legge» ma «questo non è il Dio della rivelazione». In realtà «il Dio della rivelazione è Dio che ha incominciato a camminare con noi da Abramo fino a Gesù Cristo: Dio che cammina con il suo popolo». Perciò «quando si perde questo rapporto vicino con il Signore, si cade in questa mentalità ottusa che crede nell’autosufficienza della salvezza con il compimento della legge».

Ecco, allora, «la vicinanza di Dio» ha rimarcato Francesco, facendo riferimento a «un passo tanto bello, quasi alla fine del Deuteronomio, nel capitolo 31; quando Mosè finisce di scrivere la legge, la consegna ai leviti, quelli che custodivano l’arca, e dice loro “prendete questo libro della legge e mettetelo a fianco all’Arca, vicino a Dio, perché io conosco la tua ribellione — parla al popolo — e la durezza della tua cervice”».

«Invece vicino al Signore — ha fatto presente il Papa — la legge è rivelazione del Signore ma si stacca, la legge diventa autonoma e diventa dittatoriale, quando manca la vicinanza di Dio». Del resto, ha suggerito, «pensiamo nella preghiera: quando manca la preghiera non si può insegnare la dottrina, neppure fare teologia né teologia morale». Oltretutto, ha rilanciato, «la teologia si fa in ginocchio, sempre vicino a Dio: questa gente aveva perso quel senso della vicinanza, aveva dimenticato la vicinanza di Dio».

Inoltre, ha spiegato il Pontefice, così facendo quelle persone hanno anche «perso la memoria della misericordia di Dio». Infatti «nella parola di Dio, il Signore ripete tanto, tanto e tanto “misericordia voglio, non sacrifici”». E «questa vicinanza di Dio, della quale abbiamo parlato, arriva al punto più alto di Gesù Cristo crocifisso». Lo stesso «Paolo ci ricorda che siamo stati giustificati per il sangue di Cristo, la carne di Cristo, il sangue di Cristo». Mentre invece quella gente finisce per dimenticare proprio «la carne di Cristo: dimenticano la misericordia e per questo finiscono senza conoscere il nocciolo della legge che è misericordia, sempre». Tanto che, ha spiegato Francesco, «le opere di misericordia sono la pietra di paragone del compimento della legge, perché» ci consentono di «toccare la carne di Cristo, toccare Cristo che soffre in una persona, sia corporalmente sia spiritualmente».

In proposito il Papa ha invitato a pensare «al ricco Epulone che nell’inferno chiese ad Abramo di inviare ai suoi fratelli uno dei morti per predicare, così si sarebbero potuti salvare». Ma «che cosa dice Abramo: “No, questo non va, perché se non sono capaci di ascoltare Mosè e i profeti, neppure ascolteranno uno che risorge dai morti”». Difatti, «se non hanno la misericordia come lui — Epulone non ne aveva — niente vale!». Francesco ha dunque presentato «queste tre dimenticanze» che «sono la radice: la dimenticanza della gratuità della salvezza, la dimenticanza della vicinanza di Dio e la dimenticanza della misericordia». E così l’allontanarsi dalla salvezza è anche alla radice del «portare via la chiave della conoscenza: non si conosce la salvezza così». Da qui l’esortazione del Pontefice a interrogarsi: «Quali sono le conseguenze?».

Proprio «il passo evangelico di oggi ne segnala due», è stata la risposta. «Prima di tutto la chiusura: “Voi non siete entrati e a quelli che volevano entrare, voi l’avete impedito”». Sì, «questa gente chiudeva la porta ai fedeli e i fedeli non capivano: loro, tutta la loro teologia morale, facevano del manierismo intellettuale, ma non arrivava alla gente e, con questo, allontanavano la gente. No, questa non è la religione che io volevo: questa non è la verità della salvezza in Gesù Cristo». E, ha precisato il Pontefice, «io qui penso alla responsabilità che abbiamo noi pastori: quando noi pastori perdiamo o portiamo via la chiave dell’intelligenza, chiudiamo la porta a noi e agli altri».

«Mi viene alla memoria — ha confidato — e lo dico per nostra edificazione» il fatto che «nel mio Paese ho sentito parecchie volte di parroci che non battezzavano i figli delle ragazze madri, perché non erano nati nel matrimonio canonico: chiudevano la porta, scandalizzavano il popolo di Dio perché il cuore di questi parroci aveva perso la chiave della conoscenza». Di più: «Senza andare tanto lontano nel tempo e nello spazio, tre mesi fa, in un paese, in una città, una mamma voleva battezzare il figlio appena nato, ma lei era sposata civilmente con un divorziato. Il parroco ha detto “sì, sì, battezzo il bambino ma tuo marito è divorziato, rimanga fuori, non può essere presente alla cerimonia”». E «questo succede oggi» ha affermato perché «i farisei, i dottori della legge non sono cose di quei tempi: anche oggi ce ne sono tante».

Per questa ragione, ha affermato il Papa, «è necessario pregare per noi pastori, perché non perdiamo la chiave della conoscenza e non chiudiamo la porta a noi e alla gente che vuole entrare».

«E la seconda conseguenza — ha proseguito — la dice anche il dice il Vangelo: “Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo in modo ostile e a farlo parlare su molti argomenti, tendendogli insidie per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca”». Questo è «un atteggiamento corrotto» e «questa è la seconda conseguenza: quando si perde la chiave della conoscenza, sia nella gratuità della salvezza sia nella vicinanza di Dio sia nelle opere di misericordia, si arriva alla corruzione». E «i pastori di quei tempi come finiscono? Tendendo insidie al Signore per farlo cadere nel tranello e poi poter accusarlo e condannarlo, come hanno fatto». In conclusione, il Pontefice ha suggerito di chiedere «al Signore la grazia della memoria della nostra salvezza, della gratuità della salvezza, della vicinanza di Dio — e questo ci faccia pregare — e della concretezza delle opere di misericordia che il Signore vuole da noi, che siano materiali o spirituali, ma concrete». Con l’auspicio che il Signore «ci dia questa grazia» perché «possiamo diventare persone che aiutano ad aprire la porta e a noi stessi e agli altri»
(fonte: L'Osservatore Romano)



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Il dibattito su cittadinanza e identità La “patria” europea nell’era delle appartenenze fluide di Bruno Forte

Il dibattito su cittadinanza e identità 
La “patria” europea nell’era 
delle appartenenze fluide 
di Bruno Forte
Arcivescovo di Chieti-Vasto







Una riflessione più che mai opportuna alla luce degli eventi che hanno animato il recente dibattito politico-culturale in Italia e non solo è quella sull’idea di “patria”: tanto la polemica sullo “jus soli”, quanto il dibattito sull’indipendenza della Catalogna, che ha suscitato passioni e messo in campo ragioni contrapposte, si rapportano a questo concetto, che è alla base dei nazionalismi che hanno pervaso il Novecento, non di rado con conseguenze drammatiche di tensioni e di violenze. È in nome di un’idea di patria fortemente identitaria e alternativa ad altre appartenenze nazionali che viene non di rado motivato il rifiuto del diritto ad essere cittadini del Paese in cui si nasce a chi - pur avendo genitori che non sono cittadini di esso - è destinato a crescervi, a ricevere l’educazione di tutti gli altri bambini, ragazzi e giovani suoi compagni di strada, per contribuire con le proprie forze e capacità al futuro di tutti. Si calcola che lo “jus soli” possa riguardare circa ottocentomila persone, numero tutt’altro che indifferente se si considera la drammatica denatalità di cui soffre l’Italia. La domanda che si profila è se si possano ritenere determinanti per essere cittadini di una collettività nazionale esclusivamente il passato dei genitori, le radici culturali lontane e più o meno presenti e rilevanti nello sviluppo educativo della persona e l’insieme dei costumi e delle appartenenze sociali e religiose, in cui si svolgerà la sua vita relazionale immediata. I profondi cambiamenti storici degli ultimi decenni, la crescita della globalizzazione e la dialettica sempre più viva fra localismo e universalismo inducono a rispondere di no a questa domanda: le identità sono oggi molto più liquide di un tempo e la loro costruzione e il loro sviluppo sono determinati da un complesso di fattori così vario e articolato, che non si sbaglierebbe a dire che tutti stiamo diventando sempre più cittadini del mondo, pur senza perdere caratteristiche e valori che il contesto della nostra vita ci trasmette e che ognuno può accogliere e far propri nella libertà delle scelte che è chiamato a fare. In questa prospettiva, i nazionalismi identitari forti sono superati, patrimonio di un passato che insieme a indubbi aspetti positivi ha avuto ricadute di violenza e sopraffazione che hanno riempito il cosiddetto “secolo breve”, il Novecento delle ideologie e dei totalitarismi, delle contrapposizioni violente e dei folli sogni di supremazie politiche o addirittura razziali. Dire che le identità e le appartenenze si sono fatte più che mai fluide, constatare che esse si costruiscono e si modificano con velocità sconosciuta nel passato e per il gioco di influenze varie e complesse, spesso diffcili persino a essere riconosciute e catalogate, non sminuisce certo il significato che per ciascuno hanno le proprie origini, ma vuol dire riconoscere la ricchezza di possibilità che oggi il futuro riserva per tutti, per lo meno in contesti di culture democratiche, rispettose delle differenze. Rivendicazioni nazionalistiche e appelli alle “patrie” ideologiche appaiono così inesorabilmente processi datati, residui di un passato che la globalizzazione porta inesorabilmente a superare, certamente non senza rischi, ma anche con enormi potenzialità positive. Se si va allora diluendo il concetto ristretto di patria, caro alle forze in gioco nel secolo scorso, è legittimo chiedersi in che misura possa esserci ancora una valenza dell’idea di patria: la risposta mi sembra debba essere senz’altro positiva, a condizione di riconoscere la forza dei cambiamenti avvenuti e di rimodulare il concetto stesso su nuovi orizzonti e confini. Due livelli vanno messi in evidenza: il primo è quello universale del “villaggio globale”, cui tutti apparteniamo. La crescente interdipendenza delle economie nazionali, delle culture, degli equilibri sociali e politici, ci spinge a sentirci giustamente cittadini del mondo, appartenenti alla grande patria che è la terra degli uomini, dove ciascuno è e deve sentirsi cittadino a pieno titolo, chiamato a contribuire per la sua parte a un domani migliore per tutti. Si tratta di sviluppare e alimentare in ognuno un respiro universale, “cattolico” nel senso originario di questo termine (dal greco “kath’ólou”: “secondo il tutto”, “conforme alla totalità”), e dunque una coscienza alta e profonda di appartenere tutti a un destino comune, in cui nessuno potrà essere indifferente agli altri o irrilevante per loro. Qui il contributo del cristianesimo alla cultura dell’Occidente e non solo appare determinante e va considerato e valorizzato come prezioso apporto al bene di tutti, compreso di chi non si riconosce nella fede cristiana. C’è poi un secondo livello, più strettamente legato alle determinazioni prodotte dalla storia e alimentate dalla cultura viva e partecipata nell’oggi, che è per i cittadini della “casa comune” europea proprio l’identità dell’Europa. Parlare di “patria europea” è stato il sogno dei fondatori del processo che ha portato all’attuale Unione di 28 Stati, ispirata al motto dell’Unione stessa, “unita nella diversità”, usato per la prima volta nell’anno 2000. Con questa espressione si voleva indicare come, attraverso l’Unione Europea, i cittadini di essa fossero riusciti ad operare insieme a favore della pace e della comune prosperità, mantenendo al tempo stesso integro il patrimonio delle diverse culture, tradizioni e lingue del Continente. Risvegliare il fascino di questo programma, sentirsi parte di una “patria” europea, al di là di una riduzione solo economica e mercantile dell’idea di Europa, è meta verso cui tendere sempre di nuovo, superando localismi esasperati, nazionalismi datati e chiusure mentali e sociali dannose per tutti. Senza un tale ritorno al sogno dei Padri fondatori dell’Europa unita le chiusure di chi si oppone allo “jus soli”, come i nazionalismi antistorici emersi in questi giorni nella pur europeissima Barcellona, potranno avere conseguenze dannose per tutti. Ritrovare l’amore alla “casa comune” europea e avvertirne il fascino e il conseguente compito non solo verso i cittadini europei, ma anche verso l’umanità intera, cui l’Europa ha offerto concetti e valori fondamentali come quelli di “persona” o di “progresso”, è urgenza che deve vederci impegnati tutti, nessuno escluso. La “patria” europea ci chiama a un rinnovato impegno al servizio della pace e della giustizia per l’intero pianeta
(Pubblicato su "Il Sole 24 Ore", 15 Ottobre 2017)

ABITARE LE PAROLE / Meraviglia di mons. Nunzio Galantino


ABITARE LE PAROLE /  
Meraviglia

«E se voi sapeste in cuore la meraviglia dei prodigi quotidiani della vita, la sofferenza non vi stupirebbe meno della gioia» (K. Gibran).
di mons. Nunzio Galantino,
segretario generale della 
Conferenza Episcopale Italiana



«E se voi sapeste in cuore la meraviglia dei prodigi quotidiani della vita, la sofferenza non vi stupirebbe meno della gioia» (K. Gibran).

La meraviglia, diversa dallo stupore, non è un sentimento, non è nemmeno un atteggiamento e non è nemmeno una predisposizione dell’anima. La meraviglia – dal termine latino Mirabilia (Cose ammirevoli) e dal verbo Mirari (Guardare con meraviglia) – è una qualità personale, presente in ciascuno di noi e bisognosa di essere coltivata.

Nel pianeta terra vengono riconosciute le “sette meraviglie”. Sette monumenti o luoghi ritenuti particolari/speciali per determinate caratteristiche. Alle “sette meraviglie” se ne aggiunge sempre una ottava, ciascuna sempre diversa a seconda del luogo in cui ci si trova. Ma … «Tu tienimi e io mi trasformerò in meraviglia, tra le tue mani, al caldo, quel caldo che di notte fa cresce re il grano» (Chandra Livia Candiani).

Allontanandoci dall’idea un po’ troppo circoscritta di Aristotele, per il quale la meraviglia è inizio delle domande, e parafrasando Chandra Livia Candiani, direi che nel pianeta terra – di per sé una meraviglia – esistono oltre 6 miliardi di persone/meraviglie. Ahimè solo potenziali! Lo diveniamo infatti solo quando riusciamo a realizzarci totalmente; quando riusciamo a riconoscere il posto che vogliamo occupare e cosa vogliamo farne dello spazio che occupiamo; quando riusciamo a scandire il ritmo della quotidianità realizzando la normalità di un lavoro meritato; quando riusciamo a mantenere un’amicizia fraterna per tutta la vita; quando conquistiamo e difendiamo un amore e/o una vocazione; quando generiamo vita. Convinti che come «Un granello di sabbia rispecchia la meraviglia dell’universo. [Così] Un figlio dimostra la meraviglia che siamo» (P. Coelho).

In fondo a ognuno di noi c’è un sottile filo di meraviglia che non smette mai di offrire l’opportunità di scoprire altre meraviglie, e quindi di vivere e di vedere coinvolto il proprio cuore e tutto ciò che è e sa di essere rispetto a un evento, a una storia, a una persona. Purtroppo eventi passati, relazioni finite male e, in genere, storie dolorose possono ridurre la delicata e fragile capacità di meraviglia fino a spegnerla, ricacciandoci nell’anticamera di una vita affollata da esseri delusi, tristi, stanchi e rinunciatari. Perché «Chi non è più capace di fermarsi a considerare con meraviglia e venerazione è come morto: i suoi occhi sono chiusi» (A. Einstein).


(Fonte: Rubrica de “Il Sole 24ore - Abitare le parole")

mercoledì 18 ottobre 2017

«Tutta la nostra esistenza si gioca tra il versante della fede e il precipizio della paura... Siamo tutti piccoli e indifesi davanti al mistero della morte.» Papa Francesco Udienza 18/10/2016 (foto, testo e video)


 Mercoledì, 18 ottobre 2017 


Subito prima dell’udienza, nell’Auletta dell’Aula Paolo VI, Francesco ha ricevuto in udienza i delegati della “World Conference of Religions for Peace”.


SALUTO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI DELEGATI DELLA "WORLD CONFERENCE OF RELIGIONS FOR PEACE"
Auletta dell’Aula Paolo VI

Cari amici,

do il mio cordiale benvenuto a voi e vi ringrazio per la vostra visita. Ringrazio il Cardinale Tauran per la sua presentazione.

La pace è un compito urgente anche nel mondo di oggi, in cui tante popolazioni sono lacerate da guerre e violenze. La pace è, nello stesso tempo, dono divino e conquista umana. Per questo i credenti di ogni religione sono chiamati ad invocarla e a intercedere per essa; e tutti gli uomini di buona volontà, specialmente quanti ricoprono incarichi di responsabilità, sono chiamati a operare per essa, con il cuore, con la mente e con le mani, sì, perché la pace si costruisce i modo “artigianale”. In questo lavoro, pace e giustizia si costruiscono insieme.

Nella costruzione della pace, le religioni, con le loro risorse spirituali e morali, hanno un ruolo particolare e insostituibile. Esse non possono avere un atteggiamento neutro e, ancora meno, ambiguo riguardo alla pace.

Chi commette violenza o la giustifica in nome della religione, offende gravemente Dio, che è pace e fonte della pace, e ha lasciato nell’essere umano un riflesso della sua sapienza, potenza e bellezza.

Esprimo stima e gratitudine per l’operato di Religions for Peace; voi rendete un servizio prezioso sia alla religione sia alla pace, perché le religioni sono destinate per loro natura a promuovere la pace, tramite la giustizia, la fratellanza, il disarmo, la cura del creato.

Tra le religioni serve uno sforzo comune di collaborazione anche per promuovere l’ecologia integrale. La Bibbia ci aiuta in questo riportandoci allo sguardo del Creatore, il quale «vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono» (Gen 1,31). Le religioni dispongono di risorse per far progredire insieme un’alleanza morale che promuova il rispetto della dignità della persona umana e la cura del creato.

Grazie a Dio, abbiamo tanti buoni esempi, in varie parti del mondo, circa la forza della cooperazione interreligiosa per opporsi ai conflitti violenti, far progredire lo sviluppo sostenibile, proteggere la terra. Continuiamo su questa strada! Confidiamo nell’aiuto dell’Onnipotente e nella buona volontà dei credenti e di tante altre persone.

Dio benedica voi e renda fecondo il vostro impegno per la pace.

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UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro

Il Papa è arrivato in piazza San Pietro alle 9.15 circa, mentre ancora gruppi di fedeli stavano in fila per accedere dall’ingresso del lato del Sant’Uffizio. Grande l’afflusso nei vari settori della piazza, mentre a vegliare sui fedeli ci sono ancora gli arazzi con le effigi dei santi canonizzati domenica scorsa. 





La Speranza cristiana - 37. Beati i morti che muoiono nel Signore

Carissimi fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi vorrei mettere a confronto la speranza cristiana con la realtà della morte, una realtà che la nostra civiltà moderna tende sempre più a cancellare. Così, quando la morte arriva, per chi ci sta vicino o per noi stessi, ci troviamo impreparati, privi anche di un “alfabeto” adatto per abbozzare parole di senso intorno al suo mistero, che comunque rimane. Eppure i primi segni di civilizzazione umana sono transitati proprio attraverso questo enigma. Potremmo dire che l’uomo è nato con il culto dei morti.

Altre civiltà, prima della nostra, hanno avuto il coraggio di guardarla in faccia. Era un avvenimento raccontato dai vecchi alle nuove generazioni, come una realtà ineludibile che obbligava l’uomo a vivere per qualcosa di assoluto. Recita il salmo 90: «Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio» (v. 12). Contare i propri giorni fa si che il cuore diventi saggio! Parole che ci riportano a un sano realismo, scacciando il delirio di onnipotenza. Cosa siamo noi? Siamo «quasi un nulla», dice un altro salmo (cfr 88,48); i nostri giorni scorrono via veloci: vivessimo anche cent’anni, alla fine ci sembrerà che tutto sia stato un soffio. Tante volte io ho ascoltato anziani dire: “La vita mi è passata come un soffio…”.

Così la morte mette a nudo la nostra vita. Ci fa scoprire che i nostri atti di orgoglio, di ira e di odio erano vanità: pura vanità. Ci accorgiamo con rammarico di non aver amato abbastanza e di non aver cercato ciò che era essenziale. E, al contrario, vediamo quello che di veramente buono abbiamo seminato: gli affetti per i quali ci siamo sacrificati, e che ora ci tengono la mano.

Gesù ha illuminato il mistero della nostra morte. Con il suo comportamento, ci autorizza a sentirci addolorati quando una persona cara se ne va. Lui si turbò «profondamente» davanti alla tomba dell’amico Lazzaro, e «scoppiò in pianto» (Gv 11,35). In questo suo atteggiamento, sentiamo Gesù molto vicino, nostro fratello. Lui pianse per il suo amico Lazzaro.

E allora Gesù prega il Padre, sorgente della vita, e ordina a Lazzaro di uscire dal sepolcro. E così avviene. La speranza cristiana attinge da questo atteggiamento che Gesù assume contro la morte umana: se essa è presente nella creazione, essa è però uno sfregio che deturpa il disegno di amore di Dio, e il Salvatore vuole guarircene.

Altrove i vangeli raccontano di un padre che ha la figlia molto malata, e si rivolge con fede a Gesù perché la salvi (cfr Mc 5,21-24.35-43). E non c’è figura più commovente di quella di un padre o di una madre con un figlio malato. E subito Gesù si incammina con quell’uomo, che si chiamava Giairo. A un certo punto arriva qualcuno dalla casa di Giairo e gli dice che la bambina è morta, e non c’è più bisogno di disturbare il Maestro. Ma Gesù dice a Giairo: «Non temere, soltanto abbi fede!» (Mc 5,36). Gesù sa che quell’uomo è tentato di reagire con rabbia e disperazione, perché è morta la bambina, e gli raccomanda di custodire la piccola fiamma che è accesa nel suo cuore: la fede. “Non temere, soltanto abbi fede”. “Non avere paura, continua solo a tenere accesa quella fiamma!”. E poi, arrivati a casa, risveglierà la bambina dalla morte e la restituirà viva ai suoi cari.

Gesù ci mette su questo “crinale” della fede. A Marta che piange per la scomparsa del fratello Lazzaro oppone la luce di un dogma: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi tu questo?» (Gv 11,25-26). È quello che Gesù ripete ad ognuno di noi, ogni volta che la morte viene a strappare il tessuto della vita e degli affetti. Tutta la nostra esistenza si gioca qui, tra il versante della fede e il precipizio della paura. Dice Gesù: “Io non sono la morte, io sono la risurrezione e la vita, credi tu questo?, credi tu questo?”. Noi, che oggi siamo qui in Piazza, crediamo questo?

Siamo tutti piccoli e indifesi davanti al mistero della morte. Però, che grazia se in quel momento custodiamo nel cuore la fiammella della fede! Gesù ci prenderà per mano, come prese per mano la figlia di Giairo, e ripeterà ancora una volta: “Talità kum”, “Fanciulla, alzati!” (Mc 5,41). Lo dirà a noi, a ciascuno di noi: “Rialzati, risorgi!”. Io vi invito, adesso, a chiudere gli occhi e a pensare a quel momento: della nostra morte. Ognuno di noi pensi alla propria morte, e si immagini quel momento che avverrà, quando Gesù ci prenderà per mano e ci dirà: “Vieni, vieni con me, alzati”. Lì finirà la speranza e sarà la realtà, la realtà della vita. Pensate bene: Gesù stesso verrà da ognuno di noi e ci prenderà per mano, con la sua tenerezza, la sua mitezza, il suo amore. E ognuno ripeta nel suo cuore la parola di Gesù: “Alzati, vieni. Alzati, vieni. Alzati, risorgi!”.

Questa è la nostra speranza davanti alla morte. Per chi crede, è una porta che si spalanca completamente; per chi dubita è uno spiraglio di luce che filtra da un uscio che non si è chiuso proprio del tutto. Ma per tutti noi sarà una grazia, quando questa luce, dell’incontro con Gesù, ci illuminerà.

Guarda il video della catechesi

Saluti:
...

APPELLO

Desidero esprimere il mio dolore per la strage avvenuta qualche giorno fa a Mogadiscio, Somalia, che ha causato oltre trecento morti, tra cui alcuni bambini. Questo atto terroristico merita la più ferma deplorazione, anche perché si accanisce su una popolazione già tanto provata. Prego per i defunti e per i feriti, per i loro familiari e per tutto il popolo della Somalia. Imploro la conversione dei violenti e incoraggio quanti, con enormi difficoltà, lavorano per la pace in quella terra martoriata.

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana!

Sono lieto di accogliere...

Saluto i pellegrini della Fondazione “Senior Italia”, in occasione della festa dei nonni; i partecipanti al pellegrinaggio promosso dalla Milizia dell’Immacolata; i membri dell’Associazione “Bimbo tu” di Bologna; l’Unione italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti e i fedeli delle diverse parrocchie ed associazioni.

Porgo infine il mio saluto ai giovani, ai malati ed agli sposi novelli. Oggi ricorre la festa di San Luca, evangelista e medico. Cari giovani, la sua testimonianza di vita vi sproni a scelte coraggiose di solidarietà e tenerezza; cari ammalati, sul suo insegnamento possiate trovare in Gesù il rimedio alle vostre sofferenze; e voi, cari sposi novelli, chiedete la sua intercessione perché nella vostra nuova famiglia non venga mai meno l’attenzione a quanti soffrono.


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Alla scuola di San Luca - San Luca evangelista di Antonio Savone



Alla scuola di San Luca
San Luca evangelista
di Antonio Savone





Cosa apprendiamo alla scuola di Luca?

La tradizione ci restituisce tre tratti di Luca: medico, amico, storico. Medico, cioè uno che conosce bene ciò che affligge il nostro cuore e il nostro corpo; amico, uno che coltiva fino in fondo l’amicizia con Paolo, che non doveva certo essere un amico facile; storico, uno che sa far parlare i fatti.

Alla scuola di Luca apprendiamo anzitutto il primato dello Spirito Santo. Tutte le pagine di Luca sono sotto l’azione misteriosa ed efficace dello Spirito. Senza lo Spirito le parole e le opere di Gesù rimarrebbero senza efficacia, parole e opere di un uomo. Per Luca, invece, Gesù è ripieno di Spirito Santo dal suo concepimento verginale fino alla consumazione del sacrificio supremo sulla croce. Che cos’è poi il suo secondo libro, gli Atti degli Apostoli, se non la continuazione e lo sviluppo di ciò che lo Spirito compie mediante l’azione delle prime comunità cristiane?

Alla scuola di Luca apprendiamo poi il primato della misericordia. Luca, infatti, sottolinea la mansuetudine, la mitezza, la compassione e il perdono che Gesù elargisce in misura abbondante. A noi sfugge probabilmente la portata di un simile annuncio in un contesto di legalismo esasperato come quello di scribi e farisei. Quel rabbi non a caso era considerato una presenza eversiva. Gesù affronta questo rischio con consapevolezza deciso a pagarne il prezzo fino in fondo, come attesta la sua stessa passione. Alla scuola di Luca apprendiamo come essere discepoli: egli che pure non ha conosciuto Gesù di persona, sa narrare di lui con una dolcezza unica perché è entrato nel cuore stesso del Signore Gesù.

Luca si misura con cristiani provenienti dal paganesimo. Come pensa di accostare quel suo mondo? Svolgendo accurate ricerche sulla vicenda di Gesù, documentandosi dettagliatamente sui fatti che intende raccontare. Non ci troviamo anche noi di fronte ad un mondo ridiventato pagano? Come lo accostiamo? Certo impegnandoci in una ricerca accurata sui fondamenti della nostra esperienza cristiana ma ancor più provando a ridire il vangelo con una testimonianza più convincente.

Luca ci insegna a non aver paura del contesto non sempre favorevole. Non a caso quando narra della discesa della parola di Dio su Giovanni Battista Luca precisa il contesto in cui questo accade: nell’anno decimo quinto dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconitide e Lisania tetrarca dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio scese su Giovanni.

I nomi qui evocati sono noti per il loro squallore, Tiberio Cesare, crudele e corrotto, Pilato, vigliacco e cinico, i due esponenti religiosi avevano potuto mantenere le loro posizioni solo grazie a compromessi politici. L’inizio della vicenda di Gesù si svolge in un contesto in cui politica e religione non sono per nulla all’altezza dell’avvenimento in cui Dio stesso si manifesta. Non mi pare sia molto diverso il contesto in cui il Signore ha rivolto a noi la sua chiamata. Non poche volte predominano non le categorie della fede ma quelle del potere. Eppure, è su questa miseria che scende la parola di Dio, è in questa miseria che il mistero di Dio si inserisce per cambiare la storia e l’umanità, è in questa storia povera e talora drammatica che si compie incessantemente il mistero dell’incarnazione.

Dio realizza la sua salvezza nella storia che per Luca non è un susseguirsi di avvenimenti decisi dal caso o dalla sola volontà umana. Per Luca essa è storia di salvezza.
(fonte: A Casa di Cornelio)

Perché è l' amore la più alta forma del pensiero di Vito Mancuso

Perché è l' amore
 la più alta forma del pensiero
di Vito Mancuso








 Io e l' Ego, il Bene e il Male, la cooperazione tra gli uomini e l' odio anticipiamo un brano del nuovo saggio del teologo Vito Mancuso Analizzando più da vicino il pensiero in quanto vertice del processo cognitivo, occorre dire che vi sono due disposizioni fondamentali del pensare: quella volta alla costruzione, la cosiddetta pars construens, e quella volta alla distruzione, la cosiddetta pars destruens. 

(...) La dimensione costruttiva del pensiero è rappresentata dal logos che vuole logica e che produce saggezza e sapienza. Il pensiero come logos-logica si esercita mediante verbi quali osservare, ponderare, considerare, riconsiderare, analizzare, riflettere, meditare. A volte il pensiero come logos diviene sorgivo, come ispirato, e in questi rari momenti riproduce la logica della creazione, genera creatività; i verbi che in questo caso lo rappresentano sono intuire, ideare, scoprire, creare. La dimensione distruttiva del pensiero è rappresentata dal caos che vuole scompaginare la logica e che in questo saggio, evocando Erasmo da Rotterdam, io denomino follia, ma che più propriamente si dovrebbe denominare critica. Tale forma di pensiero si esplica mediante verbi quali criticare, disapprovare, investigare, attaccare, contestare, stigmatizzare, stroncare, demolire. (...) Esiste la possibilità di orientare il desiderio dell' Io senza identificarlo con la voracità dell' Ego? È possibile desiderare senza bramare? Esiste la possibilità di non obbedire a nulla di esteriore e al contempo però di essere in grado di dire di sì alle esigenze della giustizia anche quando ci risultano scomode, per non dire sconvenienti? (...) Nel cercare di camminare lungo il sottile crinale a cui rimandano le domande appena poste, intravedo una dimensione della vita della mente, e conseguentemente dell' esistere, di cui la tradizione parla in termini di idea e che io intendo presentare mediante l' immagine simbolica dell' amore celeste.
Ci sono gli amori terreni e di questi non c' è bisogno che dica nulla, ma ci sono anche gli amori celesti ed è di questi che desidero parlare. Chiarisco anzitutto che con questa strana espressione intendo le idee (o gli ideali) nella loro capacità di esercitare forza.
Per amori celesti intendo le idee in quanto forze non materiali che producono in noi un' intensa attrazione, non priva peraltro di sfumature erotiche perché non di rado eccita, inebria, conquista, seduce. Come la chiamate voi la vostra interiorità, quella specie di territorio misterioso che vi fa essere quello che siete al di là dell' aspetto e dell' agire esteriore e che costituisce la vostra vera personalità? La chiamate psiche? Mente? Io? Ego? Sé? Ipseità? Identità? Coscienza? Anima? Spirito? Ognuno la chiami come vuole o meglio come gli consente la sua formazione, io vi dico solo che mediante il simbolo dell' amore celeste intendo rimandare a una forza reale, non materiale, dotata di grande attrazione, esterna alla mente ordinaria, che richiama, scalda, indirizza l' interiorità umana, e che costruisce propriamente il pensiero perché dispone secondo un certo ordine architettonico i concetti che provengono dalla elaborazione dei dati sensibili. L' idea-guida è paragonabile al direttore d' orchestra che sa armonizzare i diversi musicisti; la sua assenza produce quella confusione mentale e comportamentale descritta così bene da Federico Fellini nel film Prova d' orchestra.
E parlo di amore, perché l' amore è la forza più potente che c' è.
Immagino che molti non siano d' accordo con questa mia affermazione e non faccio fatica a comprenderne il motivo, vista la presenza devastante del male.
Tuttavia io sono convinto che, nonostante la loro grande forza, il male e l' odio siano meno forti del bene e dell' amore, perché solo il bene e l' amore sono capaci di costruire, di dare energia positiva, di infondere vita e di durare.
Non sottovaluto la forza dell' odio, ma sostengo che si tratta di una forza seconda, che può solo distruggere, mai costruire e che per esistere ha bisogno di indirizzarsi contro la forza primigenia e fondamentale dell' amore, l' unica che sappia costruire ed edificare. L' odio c' è, agisce, a volte vince, ma è comunque sempre secondario, parassitario, si regge sul lavoro altrui in quanto intende negarlo; l' amore invece è primario, creativo, non ha bisogno di nulla per esserci, nasce da sé.
La differenza tra la forza dell' amore e quella dell' odio è analoga a quella tra un bambino che costruisce castelli di sabbia e un bambino invidioso che glieli sa solo distruggere: il primo esiste e lavora per sé, il secondo ha senso in funzione dell' altro.
A proposito di lavoro, è noto che secondo la fisica la materia non è altro che energia solidificata, quindi tutto quello che vediamo e tocchiamo è risolvibile nell' energia. Energia viene dal greco energheia, termine formato dalla preposizione en, che significa «in», e dal sostantivo ergon, che significa «atto, opera, lavoro »: quindi energia etimologicamente significa «in atto», «all' opera», «al lavoro». E se tutto è energia, tutto lavora.
Ora però si faccia attenzione a quanto afferma Marco Aurelio: gegonamen pros synergian, espressione di solito tradotta con «Siamo nati per la collaborazione », ma che in questo contesto è più incisiva nel suo senso letterale: «Siamo nati per la sinergia ». Il senso della vita umana in quanto umana non è semplicemente lavorare e produrre energia, ma nella sua peculiarità consiste nel suscitare una più raffinata energia capace di legami reciproci fino al vertice dell' amore, e che per questo si chiama sinergia. Il cristianesimo non dice una cosa diversa parlando di «amore del prossimo». Tale logica sinergica è così radicata in noi che quando la possiamo vivere in pienezza nell' amore concretamente corrisposto la vita fiorisce e sorride, e non c' è nulla di più compiuto e di più gioioso.
* IL LIBRO Anticipiamo un brano dal nuovo libro di Vito Mancuso, Il bisogno di pensare 
( Garzanti pagg. 188, euro 16)

Pubblicato su "La Repubblica" dell'11.10.2017

PAPA FRANCESCO E IL CATECHISMO SENZA LA PENA DI MORTE di Enzo Bianchi

IL CATECHISMO SENZA LA PENA DI MORTE 
di Enzo Bianchi


La pena di morte «è in sé stessa contraria al Vangelo». Non sfuma le parole papa Francesco nell' affermare «l' inammissibilità » della pena capitale. L' occasione per quella che è ben più di una riflessione su come «custodire la dottrina cristiana» facendo al contempo «proseguire» il cammino della Chiesa è il venticinquesimo anniversario del Catechismo della Chiesa cattolica, voluto da papa Giovanni Paolo II. Non a caso papa Francesco pronuncia il suo discorso l' 11 ottobre, anniversario dell' apertura del concilio Vaticano II, e cita quello tenuto cinquantacinque anni prima da Giovanni XXIII, che «aveva voluto il concilio, soprattutto per permettere che la Chiesa giungesse a presentare con un linguaggio rinnovato la bellezza della sua fede in Gesù Cristo». Rievocare la prima edizione del Catechismo serve quindi a ribadire l' importanza di armonizzare sempre due istanze decisive: da un lato, «custodire il tesoro prezioso» della dottrina cristiana e, d' altro lato, farla progredire così che il cammino della chiesa prosegua.

L' esempio che Francesco usa per dimostrare che conservare la dottrina implica la disponibilità a modificarne alcune espressioni è un tema delicato e controverso: la pena di morte. Se in un passato neanche troppo lontano la forma estrema di pena era addirittura prevista nel codice penale dello Stato pontificio - e di questo Francesco fa ammenda e si assume le responsabilità - il Catechismo del 1992 non aveva ritenuto di dover prendere le distanze da questa pena, ritenendola possibile solo in casi estremi. L' edizione riveduta del 1997 restringe ulteriormente i casi in cui può essere tollerato comminare la morte come «unica via praticabile per proteggere efficacemente dall' aggressore ingiusto la vita di esseri umani», ma non vi è sconfessione assoluta e radicale. A vent' anni di distanza papa Francesco - che già aveva bollato l' ergastolo come «pena di morte nascosta» perché «priva la persona non solo della libertà ma anche della speranza» - va alla radice del problema:
«Si deve affermare con forza che la condanna alla pena di morte è una misura disumana che umilia la dignità personale ». La pena di morte è «in sé stessa contraria al Vangelo perché viene deciso volontariamente di sopprimere una vita umana. È inammissibile perché attenta all' inviolabilità e dignità della persona».

Di conseguenza bisognerà trovare il modo di trasporre nel Catechismo questo sviluppo decisivo della comprensione del dettato evangelico. Bisognerebbe inoltre che anche nel dialogo interreligioso si affrontasse con rinnovata consapevolezza questo tema, perché l' accettazione della pena capitale da parte di una religione ostacola il cammino di umanizzazione cui ogni dialogo sincero dovrebbe tendere. E in questo senso emerge il terzo elemento del discorso di Francesco: il criterio di fondo che deve guidare la chiesa nel suo compito di annunciare il messaggio cristiano.
La condanna della pena di morte da parte dei cristiani non viene da un loro adeguarsi alla mentalità mondana - anzi, lo "spirito del tempo" sembra andare sempre più in direzione opposta - bensì da quella che dovrebbe essere l' unica fonte del loro pensare e del loro agire: il Vangelo. Tanto basta perché la pena di morte sia indifendibile cristianamente. L' insegnamento muta quando si approfondisce la comprensione del Vangelo, perché «la parola di Dio non può essere conservata in naftalina - secondo la colorita espressione usata da Francesco - come se si trattasse di una vecchia coperta da proteggere contro i parassiti». La parola di Dio «è una realtà dinamica che progredisce e cresce perché è tesa verso un compimento che gli uomini non possono fermare». Un compimento che nemmeno gli uomini religiosi di ogni tempo, che si vogliono difensori della tradizione come se fosse una realtà statica, possono fermare.
(Fonte: La Repubblica" - 14.10.2017)



 A nessuno può essere tolta non solo la vita
Papa Francesco

DISCORSO 
AI PARTECIPANTI ALL'INCONTRO PROMOSSO
 DAL  PONTIFICIO CONSIGLIO 
PER LA PROMOZIONE DELLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE


Vaticano - Aula del Sinodo
Mercoledì, 11 ottobre 2017

"... il nostro Catechismo si pone alla luce dell’amore come un’esperienza di conoscenza, di fiducia e di abbandono al mistero. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, nel delineare i punti strutturali della propria composizione, riprende un testo del Catechismo Romano; lo fa suo, proponendolo come chiave di lettura e di applicazione: «Tutta la sostanza della dottrina e dell’insegnamento dev’essere orientata alla carità che non avrà mai fine. Infatti, sia che si espongano le verità della fede o i motivi della speranza o i doveri della attività morale, sempre e in tutto va dato rilievo all’amore di nostro Signore. Così da far comprendere che ogni esercizio di perfetta virtù cristiana non può scaturire se non dall’amore, come nell’amore ha d’altronde il suo ultimo fine» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 25).

In questo orizzonte di pensiero mi piace fare riferimento a un tema che dovrebbe trovare nel Catechismo della Chiesa Cattolica uno spazio più adeguato e coerente con queste finalità espresse. Penso, infatti, alla pena di morte. Questa problematica non può essere ridotta a un mero ricordo di insegnamento storico senza far emergere non solo il progresso nella dottrina ad opera degli ultimi Pontefici, ma anche la mutata consapevolezza del popolo cristiano, che rifiuta un atteggiamento consenziente nei confronti di una pena che lede pesantemente la dignità umana. Si deve affermare con forza che la condanna alla pena di morte è una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale. E’ in sé stessa contraria al Vangelo perché viene deciso volontariamente di sopprimere una vita umana che è sempre sacra agli occhi del Creatore e di cui Dio solo in ultima analisi è vero giudice e garante. Mai nessun uomo, «neppure l’omicida perde la sua dignità personale» (Lettera al Presidente della Commissione Internazionale contro la pena di morte, 20 marzo 2015), perché Dio è un Padre che sempre attende il ritorno del figlio il quale, sapendo di avere sbagliato, chiede perdono e inizia una nuova vita. A nessuno, quindi, può essere tolta non solo la vita, ma la stessa possibilità di un riscatto morale ed esistenziale che torni a favore della comunità.

Nei secoli passati, quando si era dinnanzi a una povertà degli strumenti di difesa e la maturità sociale ancora non aveva conosciuto un suo positivo sviluppo, il ricorso alla pena di morte appariva come la conseguenza logica dell’applicazione della giustizia a cui doversi attenere. Purtroppo, anche nello Stato Pontificio si è fatto ricorso a questo estremo e disumano rimedio, trascurando il primato della misericordia sulla giustizia. Assumiamo le responsabilità del passato, e riconosciamo che quei mezzi erano dettati da una mentalità più legalistica che cristiana. La preoccupazione di conservare integri i poteri e le ricchezze materiali aveva portato a sovrastimare il valore della legge, impedendo di andare in profondità nella comprensione del Vangelo. Tuttavia, rimanere oggi neutrali dinanzi alle nuove esigenze per la riaffermazione della dignità personale, ci renderebbe più colpevoli.

Qui non siamo in presenza di contraddizione alcuna con l’insegnamento del passato, perché la difesa della dignità della vita umana dal primo istante del concepimento fino alla morte naturale ha sempre trovato nell’insegnamento della Chiesa la sua voce coerente e autorevole. Lo sviluppo armonico della dottrina, tuttavia, richiede di tralasciare prese di posizione in difesa di argomenti che appaiono ormai decisamente contrari alla nuova comprensione della verità cristiana. D’altronde, come già ricordava san Vincenzo di Lérins: «Forse qualcuno dice: dunque nella Chiesa di Cristo non vi sarà mai nessun progresso della religione? Ci sarà certamente, ed enorme. Infatti, chi sarà quell’uomo così maldisposto, così avverso a Dio da tentare di impedirlo?» (Commonitorium, 23.1: PL 50). E’ necessario ribadire pertanto che, per quanto grave possa essere stato il reato commesso, la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona.
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Il discorso integrale delI'11 ottobre 2017 


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Servizio CTV

martedì 17 ottobre 2017

«Se non entra la Parola di Dio, non c’è posto per l’amore e in fine non c’è posto per la libertà» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
17 ottobre 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 


Papa Francesco:
chi non sa ascoltare 
trasforma la fede in ideologia”


Non cadere nella stoltezza che consiste nell’incapacità di ascoltare la Parola di Dio e porta alla corruzione. Così il Papa stamani alla Messa a Casa Santa Marta. Gesù piange con nostalgia – ricorda – quando il popolo amato si allontana per stoltezza, preferendo apparenze, idoli o ideologie. La riflessione di Francesco parte dalla parola “stolti”, che per due volte appare nella Liturgia di oggi. Gesù la dice ai farisei (Lc 11,37-41), mentre San Paolo si riferisce ai pagani (Rm 1,16-25). Ma anche ai Galati, cristiani, l’Apostolo delle Genti aveva detto “sciocchi” perché si sono lasciati ingannare dalle "nuove idee". Questa parola “più che una condanna, è una segnalazione” – spiega il Papa – perché fa vedere la strada della stoltezza che conduce alla corruzione. E, nota il Papa, “questi tre gruppi di stolti sono dei corrotti”.

Ai dottori della Legge, Gesù aveva detto che somigliavano a sepolcri imbiancati: diventano corrotti perché si preoccupavano di rendere bello soltanto “l’esterno delle cose” ma non di ciò che è dentro dove c’è la corruzione. Erano, quindi, “corrotti dalla vanità, dall’apparire, dalla bellezza esteriore, dalla giustizia esteriore”. I pagani, invece, hanno la corruzione dell’idolatria: sono diventati corrotti perché hanno scambiato la gloria di Dio - che avrebbero potuto conoscere tramite la ragione - per gli idoli. E ci sono anche idolatrie di oggi, come il consumismo - nota il Papa – o cercare un dio comodo. Infine, quei cristiani che si sono lasciati corrompere dalle ideologie, cioè hanno smesso di essere cristiani per “diventare ideologi del cristianesimo”. Tutti e tre questi gruppi a causa di questa stoltezza, “finiscono nella corruzione”. Francesco, quindi, spiega in cosa consista questa stoltezza:

“La stoltezza è un non ascoltare, letteralmente si può dire un “nescio”, “non so”, non ascoltare. L’incapacità di ascoltare la Parola: quando la Parola non entra, non la lascio entrare perché non l’ascolto. Lo stolto non ascolta. Lui crede di ascoltare, ma non ascolta. Fa la sua, sempre. E per questo la Parola di Dio non può entrare nel cuore, e non c’è posto per l’amore. E se entra, entra distillata, trasformata dalla mia concezione della realtà. Gli stolti non sanno ascoltare. E questa sordità li porta a questa corruzione. Non entra la Parola di Dio, non c’è posto per l’amore e in fine non c’è posto per la libertà”.

E diventano schiavi perché scambiano “la verità di Dio con la menzogna” e adorano le creature anziché il Creatore:

“Non sono liberi e non ascoltare, questa sordità, non lascia posto all’amore e neppure alla libertà: ci porta sempre a una schiavitù. Ascolto, io, la Parola di Dio? Ma la lascio entrare? Questa Parola, della quale abbiamo sentito cantando l’Alleluia, la Parola di Dio è viva, è efficace, discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. Taglia, va dentro. Questa Parola, la lascio entrare o a questa parola sono sordo? E la trasformo in apparenza, la trasformo in idolatria, abitudini idolatriche, o la trasformo in ideologia? E non entra … Questa è la stoltezza dei cristiani”.

Il Papa esorta, in conclusione, a guardare le “icone degli stolti di oggi”: “ci sono cristiani stolti e anche pastori stolti”. “Sant’Agostino – ricorda – li bastona bene, con forza” perché “la stoltezza dei pastori fa male al gregge”. Il riferimento è alla “stoltezza del pastore corrotto”, alla “stoltezza del pastore soddisfatto di se stesso, pagano” e alla “stoltezza del pastore ideologo”. “Guardiamo l’icona dei cristiani stolti” - esorta il Papa - “e accanto a questa stoltezza guardiamo il Signore che sempre è alla porta”, bussa e aspetta. Il suo invito conclusivo è quindi di pensare alla nostalgia del Signore per noi: “del primo amore che ha avuto con noi”:

“E se noi cadiamo in questa stoltezza, ci allontaniamo da lui e lui prova questa nostalgia. Nostalgia di noi. E Gesù con questa nostalgia pianse, ha pianto su Gerusalemme: era proprio la nostalgia di un popolo che aveva scelto, aveva amato ma che si era allontanato per stoltezza, che aveva preferito le apparenze, gli idoli o le ideologie”.
(fonte: Radio Vaticana)



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Card. Montenegro: "Le mani tese degli ultimi sono mani che graffiano. È necessario intervenire subito, non per elemosina ma per giustizia"

Montenegro. «Bisogna rispondere a tutti i poveri. 
Serve coraggio, non c'è più tempo»
Intervista al Card. Montengro di Diego Motta



Per il cardinale e presidente di Caritas «se solo una parte di chi è indigente potrà ricevere dei vantaggi, è evidente che occorrerà tutti aprire un po’ di più il nostro cuore»


La povertà non aspetta, «le mani tese degli ultimi sono mani che graffiano. A loro non si può dire: un giorno toccherà anche a te. È necessario intervenire subito». Il cardinale Francesco Montenegro tratteggia, una per una, le immagini di un Paese che fatica ad arrivare a sera. «C’è chi dorme per strada, chi rovista nei cassonetti. Ci sono intere famiglie che vanno alle mense degli indigenti e si portano appresso tanti di quei bambini, chi ha perso il lavoro a 50 anni e si è ritrovato solo. Sono tanti quelli a cui non si sta pensando. Una cosa è certa – dice l’arcivescovo di Agrigento e presidente di Caritas italiana –: se uno dovesse guardare ai numeri, i poveri oggi in Italia sono molto di più di quelli a cui ora si sta rispondendo». Sullo sfondo c’è la legge di Bilancio presentata ieri dall’esecutivo che, tra le altre misure, prevede l’importante introduzione del Reddito d’inclusione nella lotta contro la povertà, che darà risposte a 1,8 milioni di persone, il 38% del totale della popolazione in povertà assoluta. Che fare del restante 62% di italiani esclusi? «Se solo una parte dei poveri potrà ricevere dei vantaggi, è evidente che occorrerà tutti aprire un po’ di più il nostro cuore», osserva Montenegro, alla vigilia della Giornata internazionale per l’eliminazione della povertà.

Quale deve essere l’obiettivo, in una fase storica come questa? 
Dobbiamo andare al di là della mera contabilità dei beneficiari e pensare invece a chi resterà escluso dai nuovi provvedimenti. Sono in tanti coloro che non riescono oggi ad avere il necessario per vivere e questa platea di persone va considerata nella sua universalità. Richiede la giusta attenzione. Subito, sin da oggi. Non è altro che un discorso di equità e giustizia.

Il Papa, parlando alla Fao, ha invitato a inserire la categoria dell’amore nel linguaggio della cooperazione internazionale...
Francesco ci dice che bisogna agire con amore e per amore. La carità è rispondere alle necessità dell’altro. Ripeto: non è elemosina, è ricerca di giustizia. Anche Benedetto XVI sottolineava l’importanza della carità nella costruzione di un’economia più giusta. L’amore ci spinge a guardare al di là di noi e ci invita ad avere coraggio nel fare scelte diverse.

Secondo molti osservatori, i primi segnali dati in materia di povertà sono già incoraggianti. Quanto si potrà aspettare per vedere interventi ancora più incisivi?
Le mani tese sono mani che graffiano, che ci interrogano sulle decisioni prese. Ci dicono anche che, se si può, si deve dare una risposta oggi. I poveri dicono: se oggi voglio vivere, devo essere aiutato. Non si può rispondere: vedrai, un giorno toccherà anche a te. Non c’è tempo. Tutti ormai sappiamo che in un mondo globalizzato, chi paga il prezzo più alto è il povero. Le ri- sorse siano meglio distribuite, si faccia di tutto per garantire dignità a chi non ha nulla. Senza distinzioni.

A questo proposito, cosa pensa di chi agita lo spettro di una guerra latente tra italiani e stranieri dentro le nostre comunità?
Come presidente di Caritas, non ho mai fatto la scelta a favore di uno contro gli altri. Invece, chi vuol cavalcare l’onda della paura, dice esattamente l’opposto: prima noi, poi loro. Distinguere non è carità. Per il credente, ogni volto è volto di uomo e volto di Cristo. Ma anche per chi non crede, volere il bene del prossimo, chiunque esso sia, è questione di coscienza.

Accoglienza e integrazione sono due fasi diverse di un processo delicato: come procedere, a suo parere? 
Lavorare per l’integrazione dei migranti vuol dire chiedersi come possiamo stare bene insieme. È nell’accoglienza reciproca che si può iniziare a camminare. Lo stesso discorso vale per la gestione degli arrivi nel nostro Paese. Riusciremo a regolamentare i flussi nel momento in cui ci daremo da fare perché anche in Africa ci si muova con intelligenza: se quel continente resterà per l’Occidente terra di conquista, da cui poter prendere ciò che mi serve per stare bene, come fanno le multinazionali, non si faranno passi avanti. Se, al contrario, sapremo ottenere vantaggi condivisi dall’incontro tra popoli diversi, le nostre civiltà non potranno che trarne beneficio.
(Pubblicato su Avvenire il 17.10.2017)


Nella «terra di mezzo». Tra disincanto e trascendenza di Giuseppe Savagnone

Nella «terra di mezzo». 
Tra disincanto e trascendenza 

di Giuseppe Savagnone






Fino a cinquant’anni fa i sociologi erano unanimi nel ritenere che stesse per avverarsi la previsione di Nietzsche – «Dio è morto» – e che la secolarizzazione, col suo progresso irreversibile, avrebbe sempre più confinato il soprannaturale ai margini della vita sociale, almeno nelle società evolute, fino alla sua totale estinzione per “morte naturale”. Da questo punto di vista si parlava, tra studiosi, di un futuro “senza sorprese”. Il progresso della scienza e della tecnica – si pensava – avrebbe sostituito all’antica visione del mondo, fondata sull’intervento di fattori imperscrutabili, irriducibili alle spiegazioni umane, quella di un universo retto da rigorose leggi fisiche e biologiche, dove non c’è posto per il mistero e tutto ciò che accade si può ridurre a semplici processi naturali. Era questa l’idea che si stava imponendo perfino tra i teologi. Uno dei più importanti, Rudolf Bultmann, scriveva a questo proposito: «Non ci si può servire della luce elettrica e della radio (…) e nello stesso tempo credere nel mondo degli spiriti e dei miracoli propostoci dal Nuovo Testamento».

La logica del mercato capitalistico, inoltre, avrebbe sempre più imposto un nuovo quadro valoriale, fondato sul primato del profitto, in cui al posto dei riti religiosi si sarebbero celebrati quelli del consumismo, non meno assorbenti e totalizzanti. Piuttosto che cercare un’aleatoria beatitudine celeste, le persone avrebbero sempre più puntato sulla soddisfazione di aspirazioni assai più concrete, di ordine materiale, basate sul successo e sul denaro. La fede sarebbe diventata sempre più irrilevante nel determinare il corso della storia e i motivi di conflitto sarebbero stati costituiti da interessi tangibili, legati all’economia e alla lotta per il potere.

Quanto ai problemi esistenziali degli individui, cominciava a delinearsi, già cinquant’anni fa, lo svuotarsi dei confessionali e il corrispondente riempirsi degli studi di psicologi e psicoanalisti. La gente cercava da loro, ormai, la pace interiore che prima chiedeva ai preti. Non certo facendosi perdonare peccati inesistenti, ma imparando col loro aiuto a convivere con dei problemi psicologici di natura esclusivamente mentale e superando i complessi di colpa che li tormentavano.

Oggi siamo in grado di dire che queste previsioni coglievano effettivamente alcuni aspetti dei processi in corso, di cui noi oggi vediamo la realizzazione, ma nel complesso si sono rivelate false. Nella società odierna il progresso della secolarizzazione c’è stato veramente, ma, invece di sradicare definitivamente il bisogno di trascendenza, l’ha reso per certi versi più struggente. Il mondo della fredda razionalità scientifica e tecnologica, col suo efficientismo, non basta agli uomini e alle donne del nostro tempo, che se ne sentono soffocati e cercano disperatamente evasioni che appaghino il loro bisogno di gratuità e di infinito.

Così anche gli enormi passi avanti della medicina non hanno impedito il ritorno in forze di maghi e guaritori, al punto che il fenomeno della magia, ritenuto ormai residuale nelle società evolute, ha avuto proprio in esse un impressionante revival. Il dilatarsi delle possibilità di appagare i propri bisogni ha dato luogo alla frustrante percezione collettiva di essere schiavi di una nuova religione senza trascendenza, quella del consumismo. La psicoanalisi, che si presentava come una via di liberazione, è stata a sua volta accusata di essere dogmatica e di determinare dipendenze altrettanto gravi di quelle del passato. I destini della storia sono stati sempre più condizionati da fattori culturali di cui la religione è un elemento imprescindibile, al punto da giustificare la nota tesi del politologo Huntington secondo cui il futuro del pianeta si sarebbe giocato in un grande «scontro di civiltà», quella cristiana e quella islamica.

Se si guarda poi alle convinzioni personali, è vero che ci sono – almeno nel mondo occidentale – meno credenti, ma forse ci sono anche meno non credenti. Diceva il cardinale Martini che nell’intimo di ogni credente c’è un non credente che alimenta il suo dubbio. Aggiungerei che anche nell’intimo del non credente c’è il seme di una oscura, indeterminata fede nella trascendenza.

Un acuto sociologo, Alessandro Castegnaro, che ho avuto recentemente il piacere di conoscere personalmente, sostiene che oggi è inappropriato parlare di “atei” o di “credenti” come di statiche categorie contrapposte. Utilizzando una suggestiva terminologia tratta da Tolkien, egli preferisce parlare di una «terra di mezzo», dove tutti gli schemi rigidi appaiono inadeguati a descrivere la realtà, perché essa è così fluida che fede e incredulità sono sempre inestricabilmente mescolate non solo nella società, ma nelle stesse persone, in un processo dinamico, di cui loro stesse non possono prevedere con sicurezza l’esito.

Un esempio particolarmente significativo di questo stato di indeterminatezza può essere offerto da questa bella pagina di un noto psicoanalista, Massimo Recalcati, che si definisce “non credente”: «È giusto insegnare ai nostri figli a pregare, se Dio è morto? Mi pongo questo problema come padre, prima che come psicoanalista (…). Un mio caro collega non sopporta di sentirmi fare questi discorsi. E’ convinto che la psicoanalisi sia un abbandono senza ritorno di ogni forma di preghiera (…). Anche io, come il mio amico, non so pregare, sebbene mi sia stato insegnato con cura da mia madre. La preghiera rivolta a Dio appartiene al tempo dell’esistenza di Dio. Eppure ho deciso, con il consenso di mia moglie, di insegnare ai miei figli che è ancora possibile pregare perché la preghiera preserva il luogo dell’Altro come irriducibile a quello dell’io. Per pregare – questo ho trasmesso ai miei figli – bisogna inginocchiarsi e ringraziare. Di fronte a chi? A quale Altro? Non so rispondere e non voglio rispondere a questa domanda». Quello che conta, sottolinea, è che «preserviamo lo spazio del mistero, dell’impossibile, del non tutto, del confronto con l’inammissibilità dell’Altro».

Forse, nella «terra di mezzo», non è Dio ad essere morto, ma gli idoli che spesso erano stati in passato proposti – anche dalle Chiese – come suoi sostituti (il vitello d’oro!). E, se è vero che ancora la ricerca di Lui passa spesso attraverso altri idoli – la magia, i fanatismi religiosi – , è vero anche che cresce nelle persone la percezione che l’ansia di trascendenza non è una invenzione dei preti, ma si radica nel più profondo della nostra umanità, al punto che, per uccidere Dio, si dovrebbe uccidere l’uomo. E questo nessuno può veramente volerlo.

(Fonte: Rubrica "I  Chiaroscuri" 28.09.2017)