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mercoledì 23 agosto 2017

CATECHESI E NONVIOLENZA: TRA SILENZI, PASSIVITÀ E PROPOSTE SIGNIFICATIVE (Maurizio Aliotta)

CATECHESI E NONVIOLENZA:
TRA SILENZI, PASSIVITÀ 
E PROPOSTE SIGNIFICATIVE 
di Maurizio Aliotta



Relazione tenuta l'8 agosto 2017 
nell'ambito della settimana di spiritualità 2017
“LA FORZA MITE E CREATIVA
DELLA NONVIOLENZA”
promossa dalla Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)




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Gesù Cristo, nostra Pace
"professo di nuovo la mia convinzione, condivisa da tutti i cristiani, che in Gesù Cristo, quale Salvatore di tutti, è da ricercare la vera pace, "pace acoloro che sono lontani e pace a quelli che sono vicini" (Ef 2,17). La sua nascita fu salutata dal canto degli angeli: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace agli uomini che egli ama" (Lc 2,14). Predicò l amore tra tutti, anche tra i nemici, proclamò betai quelli che operano la apce  (cf. Mt 5,9) e mediante la morte e la risurrezione ha portato riconciliazione tra cielo e terra (cf. Col 1,20). Per usare un'espressione di san Paolo apostolo:
"Egli è la nostra pace" (Ef 2,14). 
"... sono pronto a riconoscere che i cattolici non sono sempre stati fedeli a questa affermazione di fede. Non siamo sempre stati dei costruttori di pace. Per noi stessi, quindi, ma anche forse, in un certo senso, per tutti questo incontro di Assisi è un atto di penitenza. Abbiamo pregato, ciascuno nel suo modo, abbiamo digiunato, abbiamo marciato assieme. In tal modo abbiamo cercato di aprire il nostro cuore alla realtà divina, al di là di noi, e ai nostri simili, uomini e donne." (Discorso di Giovanni Paolo II ai rappresentanti delle Chiese cristiane e comunità ecclesiali e delle religioni mondiali convenuti in Assisi - piazza inferiore della Basilica di San Francesco 7 domenica, 27 ottobre 1986)
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Riflettendo sul Padre Nostro scopriamo il sogno di Dio. Il sogno di crescere uomini che mettono in comune il pane, ogni giorno. - Le prediche di Spoleto 2017 LA PREGHIERA DI GESÚ: IL PADRE NOSTRO - "Dacci oggi il nostro pane quotidiano" Prof. Marco Impagliazzo

LA PREGHIERA DI GESÚ:
IL PADRE NOSTRO
a cura dell’Archidiocesi Spoleto-Norcia in collaborazione con Festival di Spoleto 60

È ormai tradizione che il Festival di Spoleto proponga nel suo programma un ciclo di "Prediche" che, grazie ad interventi qualificati, offra a quanti le vogliano ascoltare qualche spunto di riflessione e approfondimento.
Dopo le felici esperienze degli anni passati, il 2017 affronta il tema della preghiera partendo dal testo che Gesù di Nazareth ha consegnato ai suoi discepoli: il Padre nostro. Con Tertulliano, scrittore del secondo secolo d.C., la tradizione delle Chiese cristiane vede in quelle parole un compendio di tutto il Vangelo. In esse sono contenute le dimensioni essenziali della predicazione di Gesù e si ritrova come l’introduzione al suo insegnamento e al mistero stesso della sua esistenza.
Anche oggi, ripercorrere questo testo e addentrarsi nelle domande che formula - dal pane quotidiano al perdono reciproco - conduce a scoprire che cosa significhi pregare, se sia possibile parlare a Dio, se non si tratti di una illusione, se possiamo domandargli effettivamente qualcosa. Perché per pregare è indispensabile trovare il cammino del cuore; il cuore inteso non come luogo della vita affettiva e delle emozioni, ma come il centro della persona, punto preciso in cui l’uomo si conosce in verità. È per questa ragione che la preghiera non si può definire come un discorso rivolto a Dio o una riflessione intellettuale sull’essere di Dio. La preghiera cristiana si colloca su un altro piano. È un dialogo tra due esseri.
+ Renato Boccardo


Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Prof. Marco Impagliazzo *
Presidente della Comunità di S. Egidio - Roma
domenica 9 luglio


La richiesta su cui oggi ci fermiamo è la più naturale e semplice fra quelle contenute nella preghiera insegnata da Gesù ai discepoli. Lo ha colto molto bene Benedetto XVI, quando ha affermato: «La quarta domanda del Padre Nostro ci appare come la più “umana” di tutte. Il Signore, che orienta il nostro sguardo su ciò che è essenziale, sull’“unica cosa necessaria”, sa però anche delle nostre necessità terrene e le riconosce. Egli, che ai suoi discepoli dice: “Per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete” (Mt 6, 25), ci invita tuttavia a pregare per il nostro cibo e a trasmettere così la nostra preoccupazione a Dio».

Gesù ha vissuto in quel mondo mediterraneo in cui il pane significa tanto nell’alimentazione e nella vita quotidiana. È l’alimento di base della dieta della maggior parte delle popolazioni del Mediterraneo: spesso la base su cui si pongono condimenti o altri cibi, l’elemento essenziale per le diete più povere. Il pane è quindi tanto presente nella Scrittura, perché era ben presente nella cultura e nella vita quotidiana. Certamente per il mondo ebraico, il pane era il cibo essenziale. Per altre culture non è così. Dovremmo parlare invece di riso o di altro cibo di base. Non è così nella cultura e nella dieta di noi europei, per cui il pane è molto importante. Il pane è un alimento povero, oltre a essere un alimento basico: sostegno all’esistenza concreta di ciascuno.

[...] La globalizzazione ci mette rapidamente a parte delle notizie da tutto il mondo. Si sa molto e presto: la fame di terre lontane, le difficoltà, i bisogni. L’immagine del dolore ci raggiunge. Le società europee sono capaci di pensare in termini di condivisione? O tutto quello che è destino comune finisce per essere visto come giogo? La quarta domanda del Padre Nostro restituisce il senso minimale di fraternità per cui almeno il pane, almeno il pane dell’oggi, dev’essere messo in comune. Non i grandi investimenti, non le grandi strategie. Non le visioni del futuro, non i programmi dalla lunga durata. Ma almeno il pane. Il pane per l’oggi. Siamo in un tempo in cui il pane degli altri interessa relativamente: forse anche in una stagione in cui cambiare il mondo non è più di moda. Ma il Vangelo ci aiuta a incamminarci su una strada nuova. È il cammino del Maestro, che non passò indifferente di fronte ai malati, ai lebbrosi, agli affamati, alle lacrime delle donne e al dolore degli uomini. Chi salva una fragile vita cambia il mondo. Chi dà il pane cambia il mondo.

La globalizzazione in corso non significa automaticamente un’assunzione globale di responsabilità. Anzi. Sta a noi fare una scelta. Sta a noi vivere quella globalizzazione del cuore che il Padre Nostro insegna. La Chiesa, comunione universale, ha la globalizzazione nei suoi cromosomi. Ma bisogna allargare la solidarietà. La lontananza non ci condanna all’indifferenza. Questo è il punto! Cinquant’anni fa, il 9 febbraio 1966, Paolo VI lanciò un grande appello per la fame in India, dove si era recato rimanendone assai colpito: «Ci siamo ricordati del miracolo della moltiplicazione dei pani! Noi non abbiamo affatto la virtù prodigiosa di Cristo di far scaturire pane dalle nostre mani impotenti. Ma abbiamo pensato che il cuore dei buoni può compiere questo miracolo… Nessuno oggi può dire: io non sapevo. E, in un certo senso, nessuno oggi può dire: io non potevo, io non dovevo. La carità tende a tutti la sua mano. Nessuno osi rispondere: io non volevo!».

Chi ha imparato a dire «Dacci oggi il nostro pane quotidiano », rifletta su ognuna di queste parole di Paolo VI: «Io non potevo», «Io non dovevo» o «Io non volevo »! In questo mondo globale i cristiani possono essere una riserva di umanità e la profezia di un mondo in cui il lontano non è senza volto e senza parola. Siamo partiti da una tentazione e da un sogno. Il sogno di uomini che vivevano in una terra con molte pietre aride e poche spighe. La tentazione dell’Avversario a Gesù: «Di’ a questa pietra che diventi pane». Riflettendo sul Padre Nostro scopriamo un altro sogno: quello di Dio. Il sogno di crescere uomini che mettono in comune il pane, ogni giorno.

[...] Dare il pane quotidiano. Bisogna allargare la solidarietà. È necessario tener viva la memoria di chi soffre, mostrare vie percorribili ai nostri concittadini per essere solidali, far crescere la cultura della solidarietà nei nostri paesi. Penso a quell’ondata d’interesse che passa attraverso le adozioni a distanza, capaci di creare un rapporto tra persona e persona. L’ondata d’interesse per i corridoi umanitari con cui sono state salvate dai trafficanti di uomini le vite di tanti siriani in fuga dalla guerra. Nonostante la crisi non si può nascondere che esiste in Italia una generosità, rivelatrice della voglia dei nostri concittadini di aiutare i lontani. Dobbiamo mostrare che ci sono vie per cui la solidarietà è possibile: è possibile aiutare ad avere il pane, la parola e la pace. La gente cerca di amare. Chi cerca di amare senza saperlo cerca anche colui che è l’amore. La lontananza non ci condanna all’indifferenza. L’amore ci porta vicini a chi soffre lontano. I cristiani, in questo mondo globalizzato, sono chiamati ad avere una spiritualità aperta all’universale, senza dimenticare certo il vicino. E non c’è universalità migliore che la partecipazione ai dolori di chi è povero o di chi soffre. È il senso dell’appello lanciato da Paolo VI per la fame in India.

I cristiani sono quelli che non dicono: io non potevo o io non dovevo o io non volevo! In questo mondo globale, possono essere una riserva di umanità e la profezia di un mondo in cui il lontano non è senza volto e senza parola. È un mondo in cui il lontano si fa vicino, mentre si lanciano tanti ponti, fatti della solidarietà del pane, della parola, della pace, sull’abisso di distanza, d’indifferenza, d’incomprensione, che divide i popoli. L’indifferenza allarga gli abissi. La carità tende a tutti la sua mano e così impercettibilmente – come il movimento tellurico – avvicina i mondi. Per concludere vorrei citare un grande filosofo russo, Nikolaj A. Berdjaev, che in un certo senso riassume con profondità la questione affrontata: «Quella del pane è per me una questione materiale; ma la questione del pane per il mio prossimo, per gli uomini di tutto il mondo, è una questione spirituale e religiosa. La società dev’essere organizzata in modo tale che vi sia pane per tutti; soltanto allora la questione spirituale si porrà davanti all’uomo in tutta la sua profonda essenza».


*PROF. MARCO IMPAGLIAZZO | È nato a Roma nel 1962. È professore ordinario di Storia contemporanea nell’Università per Stranieri di Perugia e membro del Senato Accademico. È studioso della Chiesa cattolica nel XIX e XX secolo e, più in generale, del fenomeno religioso in Europa e dei rapporti tra cristianesimo, ebraismo e islam nel Mediterraneo in epoca contemporanea. Dal 2003 è presidente della Comunità di Sant’Egidio. Dal 2009 è Consultore del Pontificio Consiglio della Cultura, riconfermato per un quinquennio nel gennaio 2016. Dal 2012 è Consultore del Pontificio Consiglio per la pastorale dei Migranti e gli Itineranti. Nell’ottobre 2012 è stato Uditore al Sinodo dei Vescovi sulla Nuova Evangelizzazione. Nel novembre 2003 ha vinto il Premio Nazionale Minturnae per la saggistica con il volume sulla strage degli armeni. Nel gennaio 2011 il premio Giornalistico Hrant Dink per la libertà di informazione. Nel marzo 2012 ha ricevuto il premio Ducci per la Pace, per la promozione del dialogo tra le religioni e le culture. Dal 1987 è tra gli organizzatori degli Incontri Internazionali di preghiera per la Pace tra religioni e culture della Comunità di Sant’Egidio. Negli anni 1994-1995 è stato tra i protagonisti dell’azione di pace per l’Algeria condotta dalla Comunità di Sant’Egidio, con la firma della Piattaforma di Roma per una soluzione politica pacifica alla crisi algerina. Dal gennaio 2012 all’aprile 2013 è stato Consigliere per le questioni religiose del Ministro per la Cooperazione internazionale e l’Integrazione Andrea Riccardi.



Vedi anche i post recedenti:


martedì 22 agosto 2017

Il Papa e i migranti: magistero secolare e reazioni piccine di Andrea Tornielli

Il Papa e i migranti: magistero secolare e reazioni piccine
di Andrea Tornielli


Com’era prevedibile il messaggio del Papa per la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato nelle ultime ore è stato letto, analizzato e commentato – con la consueta rozzezza da qualche politico e da qualche editorialista - in un’ottica esclusivamente italiana, riducendone la portata a quell’unica frase dietro la quale poteva leggersi un pronunciamento favorevole alla legge sullo ius soli. Quasi che Francesco non avesse davanti agli occhi le tragiche situazioni che si vivono in molti Paesi, ad esempio africani, ma pensasse soltanto a come offrire endorsement al governo Gentiloni. 

Nonostante tra le righe del testo papale emergesse chiaramente lo sguardo universale e il riferimento a situazioni che nulla hanno a che vedere con l’Italia – ad esempio il monito contro le espulsioni collettive e arbitrarie o la richiesta che vengano garantiti i servizi di base – ma sono attribuibili ad emergenze in stati dell’Africa, l’automatismo di certe scomposte reazioni non si è fatto attendere. Così come non si è fatto attendere il consueto coté di indicazioni da parte dei nuovi “maestri” di Dottrina sociale cristiana che quotidianamente dai loro pulpiti online insegnano al Papa che cosa scrivere, su che cosa pronunciarsi e pure come farlo: anche per questi ultimi il messaggio di Francesco rappresenta, di fatto, un’ingerenza. 

Il chiacchiericcio prodotto da reazioni scomposte o saccenti ha impedito ancora una volta di cogliere quanto le parole di Francesco siano innestate nel magistero dei predecessori. Che non hanno mancato, non negli ultimi anni ma negli ultimi secoli, di alzare la loro voce in difesa dei migranti, degli indigeni, degli schiavi, delle vittime della tratta. Che hanno indicato come nei migranti e rifugiati il cristiano veda il riflesso della famiglia di Nazaret, con il Figlio di Dio fatto uomo e nato nella precarietà lontano da casa, quindi costretto a fuggire in un altro Paese perché minacciato di morte. Che hanno predicato accoglienza e integrazione, invitando a scorgere nel fenomeno migratorio anche delle opportunità per i Paesi ospitanti.

Si potrebbe citare la bolla Immensa Pastorum Principis di Benedetto XIV, del 20 dicembre 1741, indirizzata ai vescovi del Brasile e degli altri domini portoghesi, un testo nel quale rinnovando la proibizione alla schiavitù già stabilita dai predecessori, Papa Lambertini vietava pena la scomunica, di «ridurre in servitù, vendere, comprare, scambiare o donare, separare da mogli e figli, spogliare di cose e beni, e deportare e trasmettere in altri luoghi, e in qualsiasi modo privare della libertà e trattenere in servitù» gli indios. Problemi soltanto in apparenza appartenenti al passato, vista la tratta di esseri umani ancora esistente. Sul tema ritornava agli inizi del secolo scorso san Pio X, il quale, con un invito che oggi suonerebbe agli orecchi dei nuovi “maestri” un po’ troppo pauperista e sbilanciato sul sociale, nell’enciclica del 7 giugno 1912 Lacrimabili statu, anch’essa dedicata agli indios americani, chiedeva ai vescovi di «promuovere con ogni studio tutte quelle istituzioni che nelle vostre diocesi siano dirette al bene degli indios, e a procurare di istituirne delle altre che sembrino utili allo stesso scopo». Invitando anche «tutti i buoni» ad aiutare «sia col denaro, coloro che possono, e sia con altre industrie della carità», per favorire «un'impresa nella quale sono insieme impegnate le ragioni della religione e quelle della dignità umana». Pio X, tra l'altro, fu il primo a istituire, nel 1914, la Giornata del Migrante. 

Bisogna attendere il primo agosto 1952, quando nel mondo c’era ancora un ingente numero di sfollati di guerra, per la costituzione apostolica Exsul familiadi Pio XII, la prima vera magna carta sulle migrazioni. 
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Dieci anni dopo quel documento, che si apriva con l’immagine della famiglia di Nazaret e che anche Francesco cita nella prima nota del suo messaggio per la Giornata del Migrante e del Rifugiato 2018, anche san Giovanni XXIII interveniva sul tema. Papa Roncalli, dopo aver osservato che «l’emigrante, specialmente nel primo trapasso, si può dire un espropriato: degli affetti familiari, come della parrocchia nativa, del proprio paese e della lingua», osservava: «L’emigrazione è principalmente un fatto umano di vaste proporzioni, di cui son protagonisti uomini e donne, cioè persone concrete, volitive, ciascuna con i suoi problemi; persone capaci di grandi sacrifici per provvedere ad una più decorosa sistemazione economica, pronte a tutti gli adattamenti ambientali ed alle assimilazioni culturali, secondo il piano della Provvidenza. L’emigrazione va considerata come apporto di energie vive, che debbono giungere fresche e preparate ai lidi ospitali. E poiché recano contributo prezioso all'economia dei vari paesi, è naturale debbano inserirsi in essi con un processo armonioso e continuo, che non presenti dolorose fratture». 

Certo, si dirà: questi pronunciamenti si riferivano a situazioni molto diverse, ad esempio a quelle di chi era costretto a emigrare dall’Europa in cerca di lavoro. Eppure il registro non cambia in tempi più recenti, quando i grandi movimenti migratori provocati da fame, siccità e guerre sono risultati sempre più evidenti e difficili da gestire. Nel messaggio per la Giornata mondiale delle migrazioni del 1985, san Giovanni Paolo II scriveva: «Nell’ambito dell’emigrazione ogni tentativo inteso ad accelerare o ritardare l’integrazione, o comunque l’inserimento specie se ispirato da una supremazia nazionalistica, politica e sociale, non può che soffocare o pregiudicare quell’auspicabile pluralità di voci, la quale scaturisce dal diritto alla libertà d’integrazione». 
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E nel 1996 Giovanni Paolo II ammoniva: «La condizione di irregolarità legale non consente sconti sulla dignità del migrante, il quale è dotato di diritti inalienabili, che non possono essere violati né ignorati». Chiedendo pure di «vigilare contro l’insorgere di forme di neorazzismo o di comportamento xenofobo, che tentano di fare di questi nostri fratelli dei capri espiatori di eventuali difficili situazioni locali». 

Nel suo primo messaggio per la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato, Benedetto XVI scriveva che «la Chiesa guarda a tutto questo mondo di sofferenza e di violenza con gli occhi di Gesù, che si commuoveva davanti allo spettacolo delle folle vaganti come pecore senza pastore. Speranza, coraggio, amore e altresì fantasia della carità devono ispirare il necessario impegno, umano e cristiano, a soccorso di questi fratelli e sorelle nelle loro sofferenze». Nel messaggio del 2007, parlando in particolare delle famiglie migranti e dei ricongiungimenti familiari, Papa Ratzinger chiedeva «impegnarsi perché siano garantiti i diritti e la dignità delle famiglie e venga assicurato ad esse un alloggio consono alle loro esigenze». Mentre nel messaggio del 2009, Benedetto XVI invitava «a vivere in pienezza l’amore fraterno senza distinzioni di sorta e senza discriminazioni, nella convinzione che è nostro prossimo chiunque ha bisogno di noi e noi possiamo aiutarlo». E spiegava, con l’esempio di san Paolo, «che l'esercizio della carità costituisce il culmine e la sintesi dell’intera vita cristiana».


Vedi anche il post precedente: 


Gli insulti sui social e i tagli alle ruote delle bici "sono cose spiacevoli" ma "non mi fermeranno". La risposta di don Massimo Biancalani, parroco a Pistoia, ai commenti feroci e razzisti sul suo profilo Facebook


Ricoperto di insulti razzisti ma anche circondato da messaggi di solidarietà e di sostegno a causa di un post su Facebook e di qualche fotografia che mostra alcuni giovani richiedenti asilo ospitati in parrocchia durante una giornata di relax in piscina.

È quello che è capitato a don Massimo Biancalani, parroco a Vicofaro, periferia di Pistoia, docente di religione in un liceo della città, prete «di frontiera» da anni impegnato con i migranti e nel sociale.

«E oggi… piscina!!! Loro sono la mia patria, i razzisti e i fascisti i miei nemici!», il messaggio di don Biancalani, che parafrasa don Milani nella lettera ai cappellani militari: «Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri». Sotto dieci foto dei ragazzi – giovanissimi richiedenti asilo provenienti da Senegal, Gambia, Mali, Togo, Nigeria, Ciad e Costa d’Avorio – sorridenti in piscina.

Arrivano le prime reazioni positive e i primi commenti razzisti ... e sessisti ... Poi, immancabile, si scatena il leader leghista Matteo Salvini: «Questo Massimo Biancalani, prete anti-leghista, anti-fascista e anti-italiano, fa il parroco a Pistoia. Non è un fake! Buon bagnetto», scrive su Twitter, dando la stura a migliaia di commenti che insultano gli immigrati e attaccano don Biancalani, il quale non può nemmeno replicare perché il suo profilo Facebook – ma non i commenti degli utenti – viene bloccato per 24 ore. «Alcune foto di ragazzi africani in piscina sono un problema per Fb? – scrive il parroco – L’impegno per l’accoglienza, la solidarietà, l’antirazzismo non fanno parte degli standard di comunicazione di Facebook? Intanto si è lasciato che, per un giorno intero, mi si insultasse e diffamasse senza che avessi la possibilità di controbattere». C’è anche chi passa alle vie di fatto: l’altro ieri i soliti ignoti tagliano le gomme delle biciclette dei ragazzi ospitati a Vicofaro.

Aumenta la solidarietà a don Biancalani su Facebook, arriva qualche condanna dal mondo politico ... e dalle istituzioni ... Oggi a Vicofaro ci sarà il vescovo, che si dice «non disposto a permettere che un sacerdote della sua diocesi venga attaccato e insultato».

«Sono convinto che a generare queste reazioni siano state le foto dei ragazzi migranti sorridenti e felici», dice al manifesto don Biancalani. Ma un sorriso seppellirà i fascisti e i razzisti.


Porta un gruppo di profughi nigeriani, gambiani, senegal in piscina come premio per aver lavorato come cuochi e cameriri per la Onlus "Gli amici di Francesco", posta le foto sul suo profilo Facebook e viene travolto dalle offese, dagli insulti e dalle polemiche. 
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Don Biancalani non ci sta e risponde alle accuse. "E' grave che si metta in discussione il mio essere prete, mi si definisca addirittura un politico, dimenticando che accogliere lo straniero è uno dei precetti della Bibbia, ne ho parlato con il vescovo di Pistoia e ritengo che ora la Chiesa debba dire la sua". Intanto, sul suo profilo Facebook, dove tantissimi stanno postando insulti, il prete ha anche postato le foto delle biciclette dei profughi, alle quali sono state tranciate le gomme.



Mons. Vescovo, preso atto di quanto sta accadendo in questi giorni, fa presente che non è disposto a permettere che un sacerdote della sua diocesi venga attaccato e insultato come è avvenuto e sta avvenendo nei confronti di don Massimo Biancalani. Tutti possono criticare ed esprimere pareri discordanti sull’operato di un prete. Nessuno però si deve permettere di offendere, insultare, minacciare. Ciò non è cristiano ma neanche umano.

Il vescovo Tardelli ha già espresso personalmente la sua vicinanza a Don Biancalani. Lo ha fatto nella riservatezza – come è giusto che sia tra persone che si rispettano e quando si vuol fare del bene – anche per rompere quel cerchio nefasto e disumano che rischia di diventare oggi la comunicazione sociale, dove la manipolazione, l’apparire, lo spazio dell’esibizione e lo sfogo dei più bassi istinti sembrano diventare la norma. Fatti come questo invitano tutti a meditare sulle modalità e gli effetti della propria comunicazione ‘social’ e chiedono uno stile comunicativo che inviti al dialogo e alla riflessione piuttosto che a reazioni violente e polemiche.

Il vescovo Tardelli intende anche condannare fermamente le espressioni razziste e le offese gratuite rivolte contro quanti sono accolti nelle strutture della Chiesa. In proposito aveva già espresso una netta presa di posizione in una recente lettera al clero pistoiese: «non è comprensibile che all’interno delle nostre comunità parrocchiali si coltivino sentimenti xenofobi, razzisti o anche solo di chiusura. Se questo accade, occorre fare tutti un bell’esame di coscienza perché evidentemente non abbiamo capito molto del Vangelo. Bisogna porre anche attenzione perché c’è chi, manipolando la comunicazione, ci fa credere cose che non esistono o sono ben diverse da come vengono presentate. Sul fenomeno migratorio questo accade sovente, fomentando ad arte sentimenti di ostilità. Voglio qui riconoscere e lodare quanto già viene fatto con generosità da alcuni, sacerdoti e laici, in ordine all’accoglienza dei migranti e per stimolare la comunità cristiana all’accoglienza».

Gli insulti sui social e i tagli alle ruote delle bici "sono cose spiacevoli" ma "non mi fermeranno". Don Massimo Biancalani, parroco della chiesa di Santa Maria Maggiore alle porte di Pistoia, ospita da più di due anni una quindicina di migranti nella sua casa d'accoglienza.

Guarda il video con l'intervista a don Massimo


Non vendetta, ma giustizia di Massimo Toschi

Non vendetta, ma giustizia
di Massimo Toschi



La violenza sembra diffondersi sempre di più, con atti che coinvolgono singole persone, come Niccolò, il giovane ucciso in Spagna, o attentati plateali come quelli di Barcellona o del Burkina Faso. Una risposta può essere il perdono, che si fa fraternità


Qualche sera fa, nella chiesa di Scandicci, si è celebrata una veglia di preghiera per ricordare Niccolò, il giovane ucciso in in una discoteca di Lloret de Mar, in Spagna.

Al cuore del dolore il suono delle campane, quasi a voler trasfigurare quel dolore in una parola di perdono. Siamo chiamati a non rimanere prigionieri dell’odio, ma a consegnare la parola di perdono, senza la quale si rimane prigionieri dell’odio e della violenza.

Gesù diceva ai discepoli che bisogna perdonare non sette volte sette, ma settanta volte sette. Dunque un perdono senza limiti, che ci rende liberi dalla violenza che ci schiaccia. Il perdono è una grazia che ci testimonia che l’amore è più forte della morte.

Niccolò ci ricorda questo. Il padre di Niccolò chiede questo agli amici di Niccolò. Non una vendetta, ma una giustizia che viene dal perdono. Questa forma mite che cambia la storia e la vita. E il perdono si fa fraternità. Davvero siamo custodi dei nostri fratelli. Siamo custodi di Caino e Abele. Siamo chiamati non a uccidere, ma a perdonare. Dio ha il volto di Abele, la vittima innocente uccisa.

Dio pone il suo segno su Caino, colui che uccide Abele, perché nessuno lo uccida. Ecco il mistero della nostra comunità. Nel tempo dell’odio, solo il perdono ricostruisce il futuro. Senza perdono non c’è riconciliazione: questo oggi ci dice la vita e la morte Niccolò. Un figlio bello della nostra regione, la cui memoria non vogliamo dimenticare.

Accanto alla storia di Niccolò, la storia grande di Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso(con 18 morti per mano dei terroristi islamisti), e quella di Barcellona in Spagna (con 15 morti), in una settimana di terrore e di violenza dove la vicenda di un giovane toscano si intreccia con la grande politica. E i valori custodiscono la vita ferita dei piccoli. Niccolò sembra molto vicino a quel ragazzo che ha posto una bandiera dell’Europa su un cancello delle Ramblas a indicare che senza Europa non c’è futuro. Di fronte al terrore solo l’Europa può riconciliare i suoi valori e i suoi principi costituzionali.

Alle Ramblas i giovani hanno gridato “non abbiamo paura”: contro la paura e il terrore hanno confessato il coraggio che domina la paura. L’Europa ha bisogno di parole guarite e non di parole ferite, che possano ricostruire l’unità della società.

Tre italiani sono stati uccisi dal terrore mentre Niccolò è stato ucciso dalla violenza mortifera che oggi sembra dominare il mondo

Leggi anche il post già pubblicato:
L’urlo dei musulmani: "Sono assassini, non musulmani" "L'Islam vero non è questo, la violenza nasce dall'ignoranza"

lunedì 21 agosto 2017

“Accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e i rifugiati” - Il messaggio di Papa Francesco per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2018 (14 gennaio)

Il Papa: proteggere i migranti, nazionalità alla nascita

Il messaggio per la prossima Giornata dei migranti. Visti umanitari, ricongiungimenti familiari, prima sistemazione decorosa, libertà di movimento: raccomandate quattro «azioni».


Quattro azioni per cercare di affrontare il tema dei migranti e dei rifugiati salvaguardando - sempre e in primo luogo - la dignità della persona. Papa Francesco ha scelto la giornata odierna per diffondere il testo del suo Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, che la Chiesa cattolica celebrerà il prossimo 14 gennaio 2018. Un testo ricco di proposte e azioni concrete, che Francesco offre all'analisi e allo studio della comunità cristiana e di quella internazionale. Del resto, ricorda lo stesso Pontefice "nei primi anni di pontificato ho ripetutamente espresso speciale preoccupazione per la triste situazione di tanti migranti e rifugiati". Una preoccupazione che lo ha portato a tenere sotto la propria guida quella sezione dedicata ai migranti istituita con la creazione del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano e integrale.

Papa Francesco durante la sua visita a Lampedusa, primo viaggio del suo pontificato

Quattro azioni: accogliere

Ecco allora i quattro verbi-azione che il Papa propone: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Per ognuno di loro il Messaggio offre anche indicazioni pratiche su come attuare questo invito. L'accogliere diventa "innanzitutto offrire a migranti e rifugiati ingresso sicuro e legale nei Paesi di destinazione" in modo che si sfugga al traffico di esseri umani. Sì, dunque, a visti umanitari, ai ricongiungimenti familiari, alla creazione di corridoi umanitari, alla formazione del personale di frontiera perché sappia operare nel rispetto della dignità umana. Forte chiaro il no a "esplusioni collettive e arbitrarie".

Papa Francesco celebra Messa per la comunità di Lampedusa

Proteggere il loro cammino

Anche il proteggere viene declinato dal Papa con alcune proposte operative concrete. In primo luogo l'informazione, sia in Patria sia nei luoghi in cui si recheranno, per evitare "pratiche di reclutamento illegale". Ma anche con il riconoscimento e la valorizzazione delle "capacità e delle competenze dei migranti, richiedenti asilo e rifugiati", che rappresentano "una vera risorsa per le comunità che li accolgono". Dunque integrazione passando dal mondo del lavoro, perché in esso vi è anche la dignità dell'uomo. Un pensiero il Papa lo rivolge anche ai minori, specialmente quelli non accompagnati, affinché, in assenza di documenti reali, diventino apolidi. Il Papa chiede che nel rispetto del diritto universale a una nazionalità «questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita».

Promuovere la dignità della persona

Promuovere è il terzo verbo-azione indicato dal Messaggio. In questo punto il Papa invita la comunità che accoglie di "mettere queste persone in condizione di realizzarsi come persone in tutte le loro dimensioni", compresa quella religiosa, garantendo "a tutti gli stranieri presenti sul territorio la libertà di professioni e pratica religiosa". E ancora una volta l'integrazione lavorativa è una azione da promuovere con sempre maggior efficacia.

Integrare, cioè incontrarsi

Non meno importante la quarta pista di lavoro: integrare. Questo non vuole dire affatto assimilare, precisa papa Francesco nel suo messaggio, ma "aprirsi a una maggior conoscenza reciproca per accogliere gli aspetti validi" di cui ogni cultura è portatrice. Ecco allora l'invito ad accellerare questo processo anche "attraverso l'offerta di cittadinanza slegata da requisiti economici e linguistici e di percorsi di regolarizzazione straordinaria per migranti che possano vantare una lunga permanenza nel Paese".

Forze di polizia schierate al confine tra Serbia e Macedonia contro i migranti

La responsabilità degli Stati

Non manca infine un chiaro e diretto richiamo alla responsabilità degli Stati di tutto il mondo che, ricorda il Papa, "durante il vertice all'Onu nel settembre 2016 hanno espresso chiaramente la loro volontà di prodigarsi a favore di migranti e dei rifugiati". Forte anche l'invito alla comunità cristiana "ad approfittare di ogni occasione per condividere questo messaggio con tutti gli attori politici e sociali che sono coinvolti al processo che porterà all'approvazione dei patti globali, così come si sono impegnati a fare entro la fine del 2018".





L’urlo dei musulmani: "Sono assassini, non musulmani" "L'Islam vero non è questo, la violenza nasce dall'ignoranza"

"Sono assassini, non musulmani"

E' il grido lanciato sulla Rambla, teatro dell'attentato terroristico di matrice islamica, da alcuni cittadini musulmani residenti a Barcellona.

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Diverse decine di musulmani hanno preso parte anche a Madrid ad una manifestazione organizzata dal Centro culturale islamico di Fuenlabrada per dire "no al terrorismo" dopo gli attentati a Barcellona e a Cambrils. Diverse persone, fra cui alcune donne, si sono sono radunate alla piazza Puerta del Sol imbracciando cartelli e striscioni con su scritto: "Not in my name" (Non nel mio nome).


L’urlo dei musulmani
“Questo non è Islam” 

Trafitta da raggi di luce colorata, in una basilica psichedelica dove si prega per le vittime della Rambla, c’è anche una fedele musulmana, Fatma Coskun, una donna di 47 anni che dice: «Prego anche io con tutti voi, per una pace comune ». Messa solenne e cantata, nella Sagrada Familia dove sono arrivati anche Filippo e Letizia, mesti come tutti, travolti dal caldo e dalla fatica di questi giorni, pur essendo i re di Spagna. I morti di giovedì sono ancora freschi, la botta è stata enorme e la stravagante meravigliosa chiesa di Gaudì è presidiata dentro e fuori per chilometri, soltanto polizia e ambulanze, metal detector, c’è paura. Ma Fatma è tranquilla, convinta che «Allah non vuole il terrorismo, non vuole che si uccidano i bambini e le famiglie. Questa violenza è inutile, l’odio non serve a niente»
« No en mi nombre », non nel mio nome, gridano i musulmani che manifestano sulla Rambla, che vogliono dissociarsi dai terroristi e che credono in quello che dice il cardinale Joan Josep Omella dal pulpito: «Bisogna stare tutti uniti, questo è un bel mosaico su cui si costruisce la società. Bisogna lavorare per la pace, il rispetto e la convivenza fraterna». Lo dice anche papa Francesco, che ha mandato la benedizione apostolica e un messaggio: l’attentato è «un’offesa gravissima al Creatore », comunque esso si chiami
Ma ora molti, nel popolo musulmano catalano, hanno la paura addosso. Sono due milioni, in Spagna, il 57 per cento qui, nella fascia che va da Girona a Màlaga, e vedono spuntare le prime scritte sui muri, « Vais a morir, putos moros ». « Morireis », come ai tempi di Isabella la Cattolica. «Stop Islam!», « Asesinos, la vais a pagar », e via dicendo. Chi è stato? I cristiani, certo. E quindi, anche se il cardinale Omella ricorda di aver «visitato in questi giorni alcune famiglie musulmane, colpite dall’attentato, gente in lacrime, disperata», eppure si temono rappresaglie, che dalle scritte si passi ai fatti. 
A pochi chilometri dalla Sagrada Familia c’è il quartiere El Clot, popolare, molti i musulmani, «non un ghetto, qui tutti lavorano, qui siamo tutti barcellonesi », racconta Walaa, 43 anni, ingegnere egiziano/spagnolo in città dal 1987, per 12 anni insegnante di materie tecniche nella scuola dei Gesuiti. Walaa dice che «i cristiani ci odiano dall’11 settembre. I terroristi della Rambla? Giovani pazzi, indottrinati da uno sciagurato imam. I ragazzini sono pericolosi, anche se cresciuti in famiglie normali come le nostre. Io li vedo, gli studenti. Non fanno niente, non giocano neanche a calcio o a basket. Hanno un cervello piccolo, vivono una vita parallela su Facebook, dove gira di tutto», e da un giorno all’altro «diventano ultrareligiosi, fanatici. Spesso usano droghe, e anche quello li aiuta a diventare aggressivi, feroci». 
Al numero 1 del carrer Rafael Capdevila c’è il Centro Cultural Islamico Catalan. Davanti al portone di legno intarsiato sta Sheik Mahmud, l’imam. «Nella preghiera di venerdì ho detto a tutti che i terroristi sono il peggio del mondo. Loro distruggono, uccidono. Ma la prima parola dell’Islam è pace, e le armi sono proibite, l’ha detto il profeta Maometto: niente pugnali. E anche un van può essere un’arma». 
Al Centro si lavora per la manifestazione di stasera: oltre 40 comunità musulmane della Catalogna si troveranno per ripetere a tutti che loro non c’entrano, anzi condannano, « como humanos, españoles y musulmanes » e questo costa loro caro, perché «cominciano ad arrivare le minacce su Facebook», dice Walaa, e insomma non si sta tranquilli, neanche in un quartiere dove il mix funziona, da anni, si vive bene, «perché succedono queste cose?». 
«Io volevo scusarmi per quello che era appena successo, per i morti, i feriti. Allora sono andata a donare il sangue in ospedale, nella notte», dice Azra. Bosniaca/ barcellonese, fuggita da Sarajevo 22 anni fa, dove ha visto di tutto, «ora mi ritrovo in un’altra guerra, più grande. Una nuova tragedia che non finisce più». 
E Carolina, mamma di 38 anni che porta il bambino a spasso per El Clot, senza hijab, «me lo metto solo per pregare », dice che lei si vergogna, «per questi che credono nella violenza, che per noi non è un valore, sia ben chiaro». 
Poco lontano passa Jeva, casalinga di 40 anni nata nel Sahara, in Marocco. Giovedì sera era a casa, «ho sentito tutto, i miei figli Mohamed e Raduan erano fuori, stavo impazzendo dalla paura». Poi sono tornati. «Piangevano, e io con loro», e al pensiero si rimette a piangere, la gente si gira a guardarla, è una povera donna che ha paura di morire.

Una quarantina di persone della comunità musulmana di Ripoll si sono ritrovate sabato davanti al comune della cittadina catalana, per condannare fermamente gli attacchi terroristici di Barcellona e Cambrils. ‘‘No en el meu nom’‘ (non nel mio nome) il messaggio lanciato dai partecipanti, tra i quali c’era anche Hannou Ghanimi, madre del ricercato numero 1, Younes Abouyaaqoub. “Deve recarsi al commissariato. Preferisco che vada in prigione piuttosto che sia morto. Non voglio che uccida, l’Islam non significa uccidere persone. L’Islam è pace e amore’‘, queste le parole della madre, accompagnata da una cugina di Younes. E’ sconvolta anche Halima, madre di Mohamed e Omar Hychami, entrambi uccisi giovedì notte dalla polizia a Cambrils: “Mohammed mi ha detto che era in vacanza fino al 27 agosto. Gli ho chiesto dove era e mi ha risposto che era al mare, con gli amici. Mi chiamava spesso’‘. E’ una comunità distrutta e che non si spiega come dei giovani come i propri figli, cugini o amici abbiano potuto compiere un atto così atroce da soli.

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"L'Islam vero non è questo, la violenza nasce dall'ignoranza"

A nemmeno un chilometro dalla grande Rambla di Barcellona c'è un'altra Rambla, quella del Raval. Ma è una Rambla molto diversa: questo è il quartiere più "multietnico" di Barcellona e quello con la più alta concentrazione di musulmani del centro storico, con ben cinque piccole moschee. L'attacco sulla Rambla rivendicato dallo Stato islamico suscita sgomento, rabbia e preoccupazione fra i molti commercianti della zona, che sono uniti nel rivendicare che il vero Islam non è quello dei terroristi.
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Le parole di Papa Francesco all'Angelus di domenica 20/08/2017
Cari fratelli e sorelle,
nei nostri cuori portiamo il dolore per gli atti terroristici che, in questi ultimi giorni, hanno causato numerose vittime, in Burkina Faso, in Spagna e in Finlandia. Preghiamo per tutti i defunti, per i feriti e per i loro familiari; e supplichiamo il Signore, Dio di misericordia e di pace, di liberare il mondo da questa disumana violenza. Preghiamo insieme in silenzio e, dopo, la Madonna.

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«E' l’amore che muove la fede e la fede diventa il premio dell’amore » Papa Francesco, Angelus del 20 agosto 2017 (Testo e video)

ANGELUS
Piazza San Pietro
Domenica, 20 agosto 2017


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo di oggi (Mt 15,21-28) ci presenta un singolare esempio di fede nell’incontro di Gesù con una donna cananea, una straniera rispetto ai giudei. La scena si svolge mentre Egli è in cammino verso le città di Tiro e Sidone, a nord-ovest della Galilea: è qui che la donna implora Gesù di guarire sua figlia la quale - dice il Vangelo - «è molto tormentata da un demonio» (v. 22). Il Signore, in un primo momento, sembra non ascoltare questo grido di dolore, tanto da suscitare l’intervento dei discepoli che intercedono per lei. L’apparente distacco di Gesù non scoraggia questa madre, che insiste nella sua invocazione.

La forza interiore di questa donna, che permette di superare ogni ostacolo, va ricercata nel suo amore materno e nella fiducia che Gesù può esaudire la sua richiesta. E questo mi fa pensare alla forza delle donne. Con la loro fortezza sono capaci di ottenere cose grandi. Ne abbiamo conosciute tante! Possiamo dire che è l’amore che muove la fede e la fede, da parte sua, diventa il premio dell’amore. L’amore struggente verso la propria figlia la induce «a gridare: “Pietà di me, Signore, figlio di Davide!”» (v. 22). E la fede perseverante in Gesù le consente di non scoraggiarsi neanche di fronte al suo iniziale rifiuto; così la donna «si prostrò davanti a lui dicendo: “Signore, aiutami!”» (v. 25).

Alla fine, davanti a tanta perseveranza, Gesù rimane ammirato, quasi stupito, dalla fede di una donna pagana. Pertanto, acconsente dicendo: «“Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri”. E da quell’istante sua figlia fu guarita» (v. 28). Questa umile donna viene indicata da Gesù come esempio di fede incrollabile. La sua insistenza nell’invocare l’intervento di Cristo è per noi stimolo a non scoraggiarci, a non disperare quando siamo oppressi dalle dure prove della vita. Il Signore non si volta dall’altra parte davanti alle nostre necessità e, se a volte sembra insensibile alle richieste di aiuto, è per mettere alla prova e irrobustire la nostra fede. Noi dobbiamo continuare a gridare come questa donna: “Signore, aiutami! Signore, aiutami!”. Così, con perseveranza e coraggio. E questo è il coraggio che ci vuole nella preghiera.

Questo episodio evangelico ci aiuta a capire che tutti abbiamo bisogno di crescere nella fede e fortificare la nostra fiducia in Gesù. Egli può aiutarci a ritrovare la via, quando abbiamo smarrito la bussola del nostro cammino; quando la strada non appare più pianeggiante ma aspra e ardua; quando è faticoso essere fedeli ai nostri impegni. È importante alimentare ogni giorno la nostra fede, con l’ascolto attento della Parola di Dio, con la celebrazione dei Sacramenti, con la preghiera personale come “grido” verso di Lui - “Signore, aiutami!” -, e con atteggiamenti concreti di carità verso il prossimo.

Affidiamoci allo Spirito Santo affinché Lui ci aiuti a perseverare nella fede. Lo Spirito infonde audacia nel cuore dei credenti; dà alla nostra vita e alla nostra testimonianza cristiana la forza del convincimento e della persuasione; ci incoraggia a vincere l’incredulità verso Dio e l’indifferenza verso i fratelli.

La Vergine Maria ci renda sempre più consapevoli del nostro bisogno del Signore e del suo Spirito; ci ottenga una fede forte, piena d’amore, e un amore che sa farsi supplica, supplica coraggiosa a Dio.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

nei nostri cuori portiamo il dolore per gli atti terroristici che, in questi ultimi giorni, hanno causato numerose vittime, in Burkina Faso, in Spagna e in Finlandia. Preghiamo per tutti i defunti, per i feriti e per i loro familiari; e supplichiamo il Signore, Dio di misericordia e di pace, di liberare il mondo da questa disumana violenza. Preghiamo insieme in silenzio e, dopo, la Madonna.

[Ave Maria…]

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Rivolgo un cordiale saluto a voi, cari pellegrini italiani e di diversi Paesi. In particolare, saluto i membri dell’associazione francese “Roulons pour l’Espoir”, venuti in bicicletta da Besançon; i nuovi Seminaristi con i Superiori del North American College di Roma; i chierichetti di Rivoltella (Brescia), e i ragazzi e le ragazze di Zevio (Verona).

A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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domenica 20 agosto 2017

LA CHIESA E LA NONVIOLENZA: TRA FEDELTÀ E TRADIMENTI di Giovanni Mazzillo (VIDEO INTEGRALE)

LA CHIESA E LA NONVIOLENZA: 
TRA FEDELTÀ E TRADIMENTI 
di Giovanni Mazzillo 
(VIDEO INTEGRALE)

Relazione tenuta l'8 agosto 2017 
nell'ambito della settimana di spiritualità 2017
“LA FORZA MITE E CREATIVA
 DELLA NONVIOLENZA”
promossa dalla Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)



Papa Francesco nel messaggio per la giornata della pace del 1 gennaio 2017 afferma: 
"La violenza non è la cura per il nostro mondo frantumato. Rispondere alla violenza con la violenza conduce, nella migliore delle ipotesi, a migrazioni forzate e a immani sofferenze, poiché grandi quantità di risorse sono destinate a scopi militari e sottratte alle esigenze quotidiane dei giovani, delle famiglie in difficoltà, degli anziani, dei malati, della grande maggioranza degli abitanti del mondo. Nel peggiore dei casi, può portare alla morte, fisica e spirituale, di molti, se non addirittura di tutti."



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Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XX domenica Tempo Ordinario / A




Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)





Preghiera dei Fedeli


"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n.40/2016-2017 (A) di Santino Coppolino

'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: 
Mt 15,21-28



All'incredulità dei Nazaretani (13,58), alla poca fede di Pietro e dei discepoli (8,26 ; 14,31) ed alle mormorazioni di scribi e farisei (15,1), Gesù risponde con la guarigione della figlia della donna cananea. Non è l'appartenenza o meno al popolo ebraico, ma è la fede che permette a Dio di intervenire nella vita di chi grida a Lui, al di là di ogni barriera religiosa e culturale. "Il dialogo tra Gesù e la donna riguarda "il pane dei figli", e a chi spetta" (cit.). Il Signore ci spiazza ancora una volta affermando che il dono della vita è per coloro che lo richiedono con fede e non per chi pensa di impadronirsene per meriti personali o per diritto di sangue. Tenere per se stessi il dono di Dio sottraendolo alle attese di chi ne ha bisogno è la tentazione sia di Israele come della Chiesa, dimenticando che "escludere il fratello dall'eredità significa rinnegare il proprio essere figlio" (cit.) Soltanto coloro che hanno fede possono ricevere "il pane dei figli", fossero anche "cani", come gli ebrei chiamavano i pagani. Proprio a costoro (a noi, che proveniamo dal paganesimo!) sarà dato il pane dei figli, e non certamente per i nostri meriti - poiché tutto è grazia e dono - ma per la nostra fede, anche se fragile e povera, piccola quanto un granellino di senape.


sabato 19 agosto 2017

"E Dio si arrese alla fede indomita di una madre" di p. Ermes Ronchi - XX domenica Tempo Ordinario – Anno A

E Dio si arrese alla fede indomita di una madre


Commento
XX domenica Tempo Ordinario – Anno A

Letture:  Isaia 56,1.6-7; Salmo 66; Romani 11,13-15.29-32; Matteo 15,21-28

In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d'Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell'istante sua figlia fu guarita.

La donna delle briciole, una madre straniera, intelligente e indomita, che non si arrende ai silenzi e alle risposte brusche di Gesù, è uno dei personaggi più simpatici del Vangelo. E Gesù, uomo di incontri, esce trasformato dall'incontro con lei.
Una donna di un altro paese e di un'altra religione, in un certo senso “converte” Gesù, gli fa cambiare mentalità, lo fa sconfinare oltre Israele, gli apre il cuore alla fame e al dolore di tutti i bambini, che siano d'Israele, di Tiro e Sidone, figli di Raqqa o dei barconi, poco importa: la fame è uguale, il dolore è lo stesso, identico l'amore delle madri. No, dice la donna a Gesù, tu non sei venuto solo per quelli di Israele, ma anche per me, tu sei Pastore di tutto il dolore del mondo.
Anche i discepoli sono coinvolti nell'assedio tenace della donna: Rispondile, così ci lascia in pace. Ma la posizione di Gesù è molto netta e brusca: io sono stato mandato solo per quelli della mia nazione, quelli della mia religione e della mia cultura.
La donna però non si arrende: aiuta me e mia figlia! Gesù replica con una parola ancora più ruvida: Non si toglie il pane ai figli per gettarlo ai cani. I pagani, dai giudei, erano chiamati “cani” e disprezzati come tali.
E qui arriva la risposta geniale della donna: è vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. È la svolta del racconto. Questa immagine illumina Gesù. Nel regno di Dio, non ci sono figli e no, uomini e cani. Ma solo fame e figli da saziare, e figli sono anche quelli che pregano un altro Dio.
Donna, grande è la tua fede! Lei che non va al tempio, che non conosce la Bibbia, che prega altri dei, per Gesù è donna di grande fede.
La sua grande fede sta nel credere che nel cuore di Dio non ci sono figli e cani, che Lui prova dolore per il dolore di ogni bambino, che la sofferenza di un uomo conta più della sua religione. Lei non conosce la fede dei catechismi, ma possiede quella delle madri che soffrono. Conosce Dio dal di dentro, lo sente all'unisono con il suo cuore di madre, lo sente pulsare nel profondo delle sue piaghe: «è con il cuore che si crede», scrive Paolo (Rm 10,10). Lei sa che Dio è felice quando una madre, qualsiasi madre, abbraccia felice la carne della sua carne, finalmente guarita.
Avvenga per te come desideri. Gesù ribalta la domanda della madre, gliela restituisce: Sei tu e il tuo desiderio che comandate. La tua fede e il tuo desiderio sono come un grembo che partorisce il miracolo.
Matura, in questo racconto, un sogno di mondo da abbracciare: la terra come un'unica grande casa, con una tavola ricca di pane e ricca di figli. E tutti, tutti sono dei nostri.

Omelia p. Gregorio Battaglia (VIDEO) - Solennità Assunzione della Beata Vergine Maria - 15/08/2017

Omelia p. Gregorio Battaglia

XIII Domenica Tempo Oordinario / A - 

15/08/2017

Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto



“… perché ha guardato l’umiltà della sua serva”

La mia anima, la mia vita, il mio respiro fa grande il Signore... 
Maria dice una cosa che per noi è fondamentale, il mio essere piccolo, umile, questa mia condizione, che non è altro che accettarsi in quello che noi siamo, creature fragilissime, e senza la pretesa di dover diventare chissà che cosa; Maria attraverso questo canto dice io sono una piccola creatura e ... piccola sono e piccola voglio restare, ma è proprio nella mia piccolezza faccio grande Dio, lo magnifico perché Lui solo è la mia forza, Lui è tutta la mia speranza, non posso sperare in me. Perciò lo faccio grande, perché mi fido di Lui, mi affido a Lui, la mia esistenza è tutta centrata su di Lui. 
E ciò che caratterizza la grandezza di Dio è che Dio non si mostra come i potenti di questa terra … Dio si mostra grande perché sa chinarsi … 

Noi siamo sempre preoccupati di poter contare un po' di più, di avere un po' di potere,  per Maria questa non è la cosa fondamentale, per Maria vale molto di più accogliersi nella propria piccolezza, nella propria nullità per poter scoprire che invece ciò che vale è questo affidarsi a Lui e nel momento in cui noi ci affidiamo a Lui il Signore è così grande da poter abitare la nostra piccolezza … 
Gesù ricorderà ai suoi discepoli che chi vuol essere il più grande diventi il più piccolo perché questa è la vera sapienza ...


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Papa Francesco è fuori dalla tradizione? di Santino Coppolino


Papa Francesco è fuori dalla tradizione? 
di Santino Coppolino


Le innovazioni nella prassi e nei discorsi di Papa Francesco hanno provocato una risposta veemente nei gruppi più conservatori e tradizionalisti della Chiesa Cattolica. Sono "scandalizzati" dalla franchezza del suo linguaggio, dalla sua sincerità che riconosce errori e orrori nella Chiesa, denunciando il rampantismo e l'arrivismo di tanti, troppi prelati, qualificando come "lebbra" il loro modo di fare e di intendere il servizio nella Chiesa. Ciò che invece veramente "scandalizza" è la scelta fatta di mettere al primo posto la 'Charitas', la misericordia, la tenerezza, il dialogo, di porre l'uomo sul gradino più alto dei valori, e solo dopo la dottrina e le discipline ecclesiastiche. Più e più volte, e fin dal principio del suo pontificato, Papa Francesco è stato attaccato con veemenza dai gruppi ecclesiali più retrivi e reazionari Alcuni fra questi più tradizionalisti in America Latina, si rivolgono a Dio "per il bene della Chiesa" (la loro) con preghiere di questo tipo: 
"Signore, ti preghiamo per Papa Francesco: illuminalo o eliminalo!". 
Chi conosce un po' di Storia della Chiesa  ricorderà come non pochi sono stati i Pontefici cosiddetti "scomodi" rimossi in modo violento e spesse volte uccisi. Una fra le tante critiche mosse a Francesco da questi gruppi è quella dell'apertura al dialogo nei confronti degli omosessuali, delle coppie di fatto e dei divorziati risposati, appellandosi al catechismo di San Pio X. Questi "paladini della purezza della fede", che attaccano e minacciano chiunque si apra al dialogo con queste persone, dimenticano che, nello stesso catechismo, tanto spesso da loro evocato, tra i peccati mortali vi sono anche e soprattutto: l'omicidio volontario, l'oppressione dei poveri, il defraudare la giusta paga a chi lavora. Questi "super cattolici" mai hanno bandito crociate contro quanti si macchiano di questi delitti, né quando sono compiuti dalle losche trame delle varie mafie, tanto meno contro le più subdole stragi di stato. E' evidente che questo apparente rigore è solo una menzogna, un pretesto di potere. Altra critica mossa a Papa Francesco è la dissacrazione e la secolarizzazione della figura del Papa. Questi fedelissimi "guardiani dell'ortodossia" ignorano però - a mio avviso volontariamente - che la tradizione cui loro fanno riferimento, ha poco a che fare con Gesù e con lo stile di vita degli Apostoli, ma molto col paganesimo, con lo stile degli imperatori romani o dei principi rinascimentali, un processo di paganizzazione e mondanizzazione della Chiesa come istituzione gerarchica. Quanti si richiamano alla tradizione rituale che circonda la figura del Papa, insistono su qualcosa che nulla ha a che vedere con i valori evangelici (questi sì, non negoziabili) e la prassi di Gesù. Papa Francesco sta tentando di ricondurre la Chiesa dentro l'alveo della vera Tradizione, della Tradizione più antica, quella di Gesù e delle prime comunità. I tradizionalisti invece - intenzionalmente - la ignorano, situandosi più vicini allo stile di palazzo di un imperatore che alla stalla di Betlemme o alla bottega dell'artigiano di Nazareth. Essi sono smascherati proprio dalla prassi di Gesù, dai suoi insegnamenti, dalla sua Parola, dalla sua povertà, dalla sua semplicità, dalla sua umiltà, dal suo farsi "duolos", servo/schiavo dei fratelli (cfr.Lc 22,25-26).  Papa Francesco parla e vive a partire da questa originaria e più antica Tradizione, quella di Gesù e degli Apostoli, ed è questo il motivo per cui la sua persona ed il suo papato destabilizzano.

Vedi anche il post già pubblicato:
Papa Francesco, che “delusione”! di Alberto Maggi