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mercoledì 28 giugno 2017

Papa Francesco nel 25° anniversario dell'ordinazione episcopale: "Noi siamo dei nonni chiamati a sognare e dare il nostro sogno alla gioventù di oggi: ne ha bisogno."(testo e video)

CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA CON I CARDINALI PRESENTI IN ROMA,
IN OCCASIONE DEL XXV DI ORDINAZIONE EPISCOPALE DEL SANTO PADRE
Cappella Paolina
Martedì, 27 giugno 2017

Nel giorno del venticinquesimo anniversario dell’ordinazione episcopale il Papa ha voluto celebrare con i cardinali nella cappella Paolina, dove il vecchio Michelangelo ha raffigurato la conversione di Paolo e la crocefissione di Pietro. E in questo luogo che onora con un’altissima espressione artistica la vicenda dei due apostoli, dalla chiamata al culmine della testimonianza, il Pontefice ha meditato sulla vocazione sua e di chi è chiamato soprattutto a servire, alla vigilia della sua quarta creazione cardinalizia, nella festa dei patroni della Chiesa di Roma.
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È alla luce di questa meditazione che va letta la quarta creazione cardinalizia del pontificato di Francesco. Le sue scelte in questo ambito danno, secondo una tendenza avviata non a caso pochi mesi dopo la seconda guerra mondiale da Pio XII, un ulteriore impulso alla dimensione internazionale del collegio, e dunque al suo respiro universale. Con un’accentuazione dall’evidente significato pastorale: i cardinali creati in questi anni da Bergoglio sono, infatti, in larghissima prevalenza vescovi residenziali. (fonte: L'Osservatore Romano)







L'omelia di Papa Francesco

Nella prima Lettura abbiamo sentito come continua il dialogo tra Dio e Abramo, quel dialogo che incominciò con quel “Vattene. Vattene dalla tua terra…” (Gen 12,1). E in questa continuazione del dialogo, troviamo tre imperativi: “Alzati!”, “guarda!”, “spera!”. Tre imperativi che segnano la strada che deve percorrere Abramo e anche il modo di fare, l’atteggiamento interiore: alzati, guarda, spera.

“Alzati!”. Alzati, cammina, non stare fermo. Tu hai un compito, tu hai una missione e devi compierla in cammino. Non rimanere seduto: alzati, in piedi. E Abramo cominciò a camminare. In cammino, sempre. E il simbolo di questo è la tenda. Dice il Libro della Genesi che Abramo andava con la tenda, e quando si fermava c’era la tenda. Mai Abramo ha fatto una casa per sé, mentre c’era questo imperativo: “Alzati!”. Soltanto, costruì un altare: l’unica cosa. Per adorare Colui che gli ordinava di alzarsi, di essere in cammino, con la tenda. “Alzati!”.

“Guarda!”. Secondo imperativo. «Alza gli occhi e, dal luogo dove stai, spingi lo sguardo verso il settentrione e il mezzogiorno, verso l’oriente e l’occidente» (Gen 13,14). Guarda. Guarda l’orizzonte, non costruire muri. Guarda sempre. E vai avanti. E la mistica [la spiritualità] dell’orizzonte è che quanto più si va avanti, sempre c’è più lontano l’orizzonte. Spingere lo sguardo, spingerlo in avanti, camminando, ma verso l’orizzonte.

Terzo imperativo: “Spera!”. C’è quel dialogo bello: “[Signore,] tu mi hai dato tanto, ma l’erede sarà questo domestico” – “L’erede uscirà da te, sarà nato da te. Spera!” (cfr Gen 15,3-4). E questo, detto a un uomo che non poteva avere eredità, sia per la sua età sia per la sterilità della moglie. Ma sarà “da te”. E la tua eredità – da te – sarà «come la polvere della terra: se uno può contare la polvere della terra, potrà contare anche i tuoi discendenti» (Gen 13,16). E un po’ più avanti: “Alza lo sguardo, guarda il cielo: conta la stelle, se riesci. Così sarà la tua discendenza”. E Abramo credette, e il Signore glielo accreditò come giustizia (cfr Gen 15,5-6). Nella fede di Abramo incomincia quella giustizia che [l’apostolo] Paolo porterà più avanti nella spiegazione della giustificazione.

“Alzati! Guarda! – l’orizzonte, niente muri, l’orizzonte – Spera!”. E la speranza è senza muri, è puro orizzonte.

Ma quando Abramo fu chiamato, aveva più o meno la nostra età: stava per andare in pensione, in pensione per riposarsi… Incominciò a quell’età. Un uomo anziano, con il peso della vecchiaia, quella vecchiaia che porta i dolori, le malattie… Ma tu, come se fossi un giovanotto, alzati, vai, vai! Come se fossi uno scout: vai! Guarda e spera. E questa Parola di Dio è anche per noi, che abbiamo un’età che è come quella di Abramo… più o meno – ci sono alcuni giovani qui, ma la maggioranza di noi è in questa età –; e a noi oggi il Signore dice lo stesso: “Alzati! Guarda! Spera!”. Ci dice che non è l’ora di mettere la nostra vita in chiusura, di non chiudere la nostra storia, di non compendiare la nostra storia. Il Signore ci dice che la nostra storia è aperta, ancora: è aperta fino alla fine, è aperta con una missione. E con questi tre imperativi ci indica la missione: “Alzati! Guarda! Spera!”.

Qualcuno che non ci vuole bene dice di noi che siamo la gerontocrazia della Chiesa. E’ una beffa. Non capisce quello che dice. Noi non siamo geronti: siamo dei nonni, siamo dei nonni. E se non sentiamo questo, dobbiamo chiedere la grazia di sentirlo. Dei nonni ai quali i nostri nipotini guardano. Dei nonni che devono dare loro un senso della vita con la nostra esperienza. Nonni non chiusi nella malinconia della nostra storia, ma aperti per dare questo. E per noi, questo “alzati, guarda, spera”, si chiama “sognare”. Noi siamo dei nonni chiamati a sognare e dare il nostro sogno alla gioventù di oggi: ne ha bisogno. Perché loro prenderanno dai nostri sogni la forza per profetizzare e portare avanti il loro compito.

Mi viene alla mente quel passo del Vangelo di Luca (2,21-38), Simeone e Anna: due nonni, ma quanta capacità di sognare avevano, questi due! E tutto questo sogno lo hanno detto, a San Giuseppe, alla Madonna, alla gente… E Anna andava chiacchierando qua e là e diceva: “E’ lui! E’ lui!”, e diceva il sogno della sua vita. E questo è ciò che oggi il Signore chiede a noi: di essere nonni. Di avere la vitalità di dare ai giovani, perché i giovani lo aspettano da noi; di non chiuderci, di dare il nostro meglio: loro aspettano dalla nostra esperienza, dai nostri sogni positivi per portare avanti la profezia e il lavoro.

Chiedo al Signore per tutti noi che ci dia questa grazia. Anche per quelli che ancora non sono diventati nonni: vediamo il presidente [dei vescovi] del Brasile, è un giovanotto,... ma arriverai! La grazia di essere nonni, la grazia di sognare, e dare questo sogno ai nostri giovani: ne hanno bisogno.


Guarda il video dell'omelia

[Alla fine della Messa, prima della benedizione]

Voglio ringraziare tutti voi per le parole che mi ha rivolto il cardinale Sodano, decano, con il nuovo vice-decano che è accanto a lui - tanti auguri! -. Ringraziarvi per questa preghiera comune in questo anniversario, chiedendo il perdono per i miei peccati e la perseveranza nella fede, nella speranza, nella carità. Vi ringrazio tanto per questa compagnia fraterna e chiedo al Signore che vi benedica e vi accompagni nella strada del servizio alla Chiesa. Grazie tante.

Guarda il video integrale della celebrazione

CETA, IL SENATO VOTI NO! di p. Alex Zanotelli

CETA, IL SENATO VOTI NO!
Se sarà approvato, sarà un’altra vittoria 
del trionfante mercato globale.
di p. Alex Zanotelli



In questi giorni è in discussione nell’aula del senato italiano il Ceta (Comprehensive Economic and Trade Agreement), l’accordo commerciale ed economico fra il Canada e l’Unione europea. Se sarà approvato, sarà un’altra vittoria del trionfante mercato globale.

Sono sette i trattati internazionali di libero scambio: Ttip, Tip, Tisa, Nafta, Alca, Cafta e Ceta. Sono le sette teste dell’Idra. Il profeta dell’Apocalisse aveva descritto il grande mercato che era l’impero di Roma come una Bestia dalle sette teste. E il profeta aggiungeva che “una delle sue teste sembrò colpita a morte, ma la sua piaga mortale fu guarita” (Ap. 13,3 ). Così oggi alcune teste della Bestia sembrano colpite a morte, perché Trump si è scagliato contro il Ttip (Accordo commerciale tra Usa e Ue), contro il Tip (Accordo commerciale tra Usa e nove paesi del Pacifico) e il Nafta (Accordo commerciale fra Usa, Canada e Messico). Sembravano colpite a morte, ma ora vengono riproposte sotto nuove forme, soprattutto il Ttip. La Bestia infatti, nelle sue varie teste, sembra che stia lì lì per morire, ma riprende subito vita. Non dobbiamo quindi mai allentare l’attenzione su questi accordi che sono il cuore pulsante del grande mercato globale.

Soprattutto in questo momento dobbiamo stare molto attenti al Ceta. È da anni che è in atto una forte campagna in Europa contro il Ceta (Stop Ttip), con pressioni sul Parlamento europeo. Nonostante ciò, il 30 ottobre 2016 la Ue ha firmato il trattato e il 15 febbraio 2017 anche il parlamento europeo lo ha ratificato con 408 voti favorevoli e 254 contrari. Ma ci resta ancora una speranza: il trattato deve essere approvato da tutti i parlamenti dei 27 stati Ue. La resistenza nei parlamenti francesi e spagnoli è forte.

Mobilitazioni

Ora il testo del Trattato è in discussione al senato italiano, dove è stata incardinato l’8 giugno scorso. Dobbiamo tutti mobilitarci perché questo accordo non venga approvato. Una manifestazione è prevista domani 27 giugno a Roma in piazza del Pantheon, a partire dalle 10, promossa da Coldiretti, Cgil, Arci, Legambiente, Greenpeace, Adusbef, Movimento consumatori, Federconsumatori, Slowfood, Fairwatch e dalla Campagna Stop Ttip Italia. E il 5 luglio, al mattino, ci sarà un sit-in davanti al senato e al pomeriggio una manifestazione indetta dalla Coldiretti davanti al parlamento.

L’eurodeputata Eleonora Forenza delle Sinistra unitaria europea definisce il Ceta «un gigantesco regalo alle multinazionali e un’ulteriore limitazione al ruolo e alle competenze di governi ed enti locali ai danni dei diritti e delle tutele di milioni di cittadini e consumatori». Infatti il Ceta non prevede solo l’abolizione della quasi totalità dei dazi doganali (già molto bassi), ma soprattutto l’eliminazione di gran parte delle “barriere non tariffarie”, ovvero norme tecniche standard e criteri di conformità dei diversi prodotti di cui gli stati si dotano per proteggere la salute, l’ambiente, i consumatori e i lavoratori.

«Chi ha a cuore il futuro dell’agricoltura di piccola scala e della produzione alimentare di qualità – sottolinea Carlo Petrini, fondatore di Slow Food – non può che sperare che l’accordo venga rigettato. Ancora una volta siamo di fronte a una misura volta a promuovere, sostenere, difendere e affermare esclusivamente gli interessi della grande industria a scapito dei cittadini e dei piccoli produttori». Il Ceta è un attacco al diritto al lavoro, agli standard ambientali, alla difesa dei beni comuni e dei servizi pubblici. In questo trattato vi sono clausole che impediscono la ripubblicizzazione dei servizi idrici e dei trasporti.

Per queste ragioni chiediamo ai senatori di bocciare l’accordo. Invece Pierferdinando Casini, presidente della Commissione esteri del senato, sta premendo perché si arrivi al più presto al voto. Le Commissioni difesa e affari costituzionali hanno dato il loro ok. Ora tocca a noi premere sui senatori e senatrici dei nostri territori, scrivendo lettere, inviando e-mail.

La Cei si faccia sentire
In questo momento abbiamo anche bisogno della voce forte dei nostri vescovi italiani. Per questo mi appello ai nostri vescovi, alla Conferenza episcopale perché si esprimano sul Ceta. Non possono continuare a rimanere in silenzio su un Trattato che rafforzerà la tirannia dei mercati e delle multinazionali a scapito dei cittadini soprattutto i più deboli. Papa Francesco nell’Evangelii gaudium attacca con forza «l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria perché negano il diritto di controllo degli stati, incaricati di vigilare per la tutela del bene comune. Si instaura una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone in modo unilaterale e implacabile le sue leggi e le sue regole» (56).

È questo lo scopo dei trattati di libero scambio, fra cui il Ceta. Se verrà approvato, il Ceta aprirà le porte al Ttip che è di nuovo riproposto dagli Usa e poi al Tisa (Accordo sul commercio dei servizi) che stanno segretamente preparando. Quest’ultimo accordo è il più pericoloso, perché porterà alla privatizzazione dei servizi pubblici: dall’acqua alla sanità, dalla scuola al welfare.

E poi tocca a noi, laici e credenti, unirci insieme, fare rete per dire “no” all’Idra dalle sette teste e un “sì” a un mondo più equo, più solidale, più sicuro per tutti
p. Alex Zanotelli
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Ecco i nomi e i volti di chi ha votato SI al #CETA (o si è stranamente assentato...) martedì 27 giugno 2017  in Commissione Affari Esteri del Senato. Stampiamoceli in mente e facciamoli conoscere, scriviamogli e contattiamoli sui social, che si rendano conto di quel che accade a svendere l'interesse pubblico. 
La battaglia#StopCETA continua, oggi e sempre.

Ecco i nomi di chi ha permesso l'approvazione:
Bruno Astorre (Pd), Stefania Giannini (Pd), Francesco Russo (Pd), Stefano Lepri (Pd), Giuseppina Maturani (Pd), Claudio Micheloni (Pd), Gian Carlo Sangalli (Pd / relatore), Magda Angela Zanoni (Pd), Lucio Malan (Fi-Pdl)
Renato Schifani (Fi-Pdl), Pierferdinando Casini (AP-CpE-NCD / presidente commissione), Francesco Colucci (AP-CpE-NCD), Luigi Compagna (Fl), Francesco Palermo (Aut), Mario Monti (Misto) mentre Articolo UNO - Movimento Democratico e Progressista ha scelto di non partecipare.






martedì 27 giugno 2017

"Papa Francesco - La mia idea di Arte" Il libro di Papa Francesco diventa un documentario che è stato autorizzato all’iter per la presentazione ai premi Oscar® 2018.



Il libro di Papa Francesco sull’arte diventa un documentario



Il libro di Papa Francesco diventa un documentario. Il volume "Papa Francesco - La mia idea di Arte", pubblicato congiuntamente da Mondadori e Edizioni Musei Vaticani nel dicembre 2015, avrà presto una sua omonima versione filmica che tradurrà in immagini il pensiero personale del Santo Padre sull’arte e sulla sua funzione.

Alla presentazione del documentario, martedì 27 giugno presso i Musei Vaticani, saranno presenti tra gli altri il direttore dei Musei del Papa Barbara Jatta, l’autrice Tiziana Lupi, il regista Claudio Rossi Massimi e l’artista Alejandro Marmo.

Allo spettatore sarà proposto una visita guidata nei Musei Vaticani, fino a Piazza San Pietro e alla Basilica Vaticana, seguendo l’itinerario suggerito da Papa Francesco – una sorta di galleria d’arte ideale – alla scoperta delle opere che realizzano la sua concezione di arte che evangelizza e contrasta la cultura dello scarto.

Narratori e accompagnatori in questo speciale percorso saranno Tiziana Lupi, autrice del soggetto e della sceneggiatura oltre che curatrice del volume cartaceo che ha ispirato il documentario, e Sandro Barbagallo curatore del reparto Collezioni Storiche dei Musei Vaticani.

Il Dvd, un progetto editoriale autorizzato dal Vaticano, sarà realizzato in 6 lingue e sarà in distribuzione in Italia e nel resto del mondo nei prossimi mesi.



(fonte: Musei Vaticani)

“Dio non conosce la nostra attuale cultura dello scarto. Dio non scarta nessuna persona, cerca tutti, ama tutti”, dice Papa Francesco nel documentario La mia idea di Arte, spiegando la Sua appassionante visione dell’arte, quale strumento di evangelizzazione e di contrasto alla cultura dello scarto Prodotto dai Musei Vaticani e distribuito da Corrado Azzollini e Giulio Violati per Draka Distribution, per la regia di Claudio Rossi Massimi, La mia idea di Arte condurrà lo spettatore lungo la galleria d’arte ideale del Pontefice, attraverso i Musei Vaticani, la Cappella Sistina, Piazza San Pietro e la Basilica Vaticana, a scoprire le opere che meglio rappresentano il concetto di arte da Lui espresso. Il documentario è stato autorizzato all’iter per la presentazione ai premi Oscar® 2018.

Non solo Bramante, Raffaello, Michelangelo e Bernini. Per Francesco, i cui interventi sul tema sono ripresi all’interno del documentario, entro le mura leonine hanno diritto di esistere anche altri artisti, molti dei quali rispecchiano la visione propria del primo Pontefice che ha scelto di chiamarsi Francesco, pastore dei poveri, vicario degli scartati. 
Fra questi lo scultore canadese Timothy P. Schmalz, che ha realizzato un “Gesù senzatetto” posizionato fuori dall’Elemosineria apostolica, lì dove ogni giorno i poveri bussano per chiedere aiuto. Il Nazareno è rappresentato come un homeless, disteso su una panchina, il corpo avvolto in una coperta a ripararlo dal freddo. 

Tutto è segno, per Francesco. Così anche la scelta di collocare dentro il Vaticano alcune opere significa parlare, dire, comunicare. O, come ha detto lo stesso Bergoglio nel libro curato dalla Lupi, ricordare che esistono anche gli scartati. E, insieme a loro, quegli artisti che lavorando con gli scarti mostrano come sia sempre possibile «aprire orizzonti dove sembra che ormai non ce ne siano più». 
Uno di questi artisti è Alejandro Marmo. Argentino, il suo “Cristo operaio” fa ora bella mostra di sé nel cuore dei giardini vaticani. Pezzi di vecchi cancelli, catene arrugginite, ferraglia sparsa. Messi insieme hanno dato la forma di un Gesù appeso in croce. Il Cristo abbandonato da tutti, anche dal Padre, rivive in quei pezzi abbandonati e rimessi assieme dall’estrosità di Marmo. «La mia opera nei giardini è un segnale — ha detto lo stesso Marmo — che ricorda come la Chiesa o è per i poveri, gli ultimi e gli scartati, o non è». 

Francesco apprezza ovviamente anche opere già presenti Oltretevere da prima del suo arrivo. Ad esempio “Il Torso del Belvedere”. Papa Giulio II, ammirando la scultura del I secolo a.C. dell’ateniese Apollonio, aveva pensato di farvi aggiungere le parti mancanti da Michelangelo, così da sottrarla a quell’effetto di scarto che la caratterizza. Racconta Francesco: «Michelangelo comprese però che il “Torso”, pur nella sua mutilazione, conteneva in sé una possibilità d’invenzione e ispirazione per molti artisti che lo avrebbero studiato anche in futuro, tanto che decise di non metterci mano». 
Fra gli undici esempi di opere d’arte degne di nota che vengono proposte nel documentario, Francesco ha inserito a sorpresa anche una macchina, non a caso esposta nei musei vaticani. È una Renault 4 bianca, immatricolata nel 1984. È appartenuta a don Roberto Zocca, sacerdote per anni nella periferia di Verona. Fondatore della cooperativa L’Ancora che dà lavoro e assistenza a tanta gente, don Zocca ha percorso con la sua Renault oltre 300 mila chilometri: «Volevo incarnare il Concilio in quella parrocchia di periferia, che è stata il cuore della mia vita», dice. Francesco ha accettato nel 2013 il dono di questa Renault perché «simbolo di una storia di misericordia e carità». 

Papa Bergoglio non è un esperto di arte. Si sa che fin dai tempi di Buenos Aires apprezzava la “Crocifissione bianca” di Chagall, pur senza essere un cultore della materia. Tuttavia dell’arte ha sempre avuto una grande considerazione. La ritiene, infatti, uno strumento di evangelizzazione e un sistema efficace per combattere la cultura dello scarto

Perché dice Francesco “I musei devono accogliere le nuove forme d’arte. Devono spalancare le porte alle persone di tutto il mondo. Essere uno strumento di dialogo tra le culture e le religioni, uno strumento di pace. Essere vivi! Non polverose raccolte del passato solo per gli ‘eletti’ e i ‘sapienti’, ma una realtà vitale che sappia custodire quel passato per raccontarlo agli uomini di oggi, a cominciare dai più umili”

Ad approfondire gli aspetti divulgativi e artistici delle singole opere saranno Tiziana Lupi, autrice del documentario e Sandro Barbagallo, curatore delle Collezioni Storiche dei Musei Vaticani.

Il documentario è tratto dall’omonimo volume (ed. Mondadori – Musei Vaticani, curato da Tiziana Lupi) in cui, per la prima volta, Papa Francesco ha esposto la sua visione dell’arte donandole anche una valenza sociale, tesa al recupero della dignità degli emarginati che vivono nelle periferie del mondo, non solo quelle geografiche ma anche quelle esistenziali.


Materiali di comunicazione disponibili al seguente link: https://goo.gl/1mUwS6

Accanto a capolavori universali come la “Deposizione” di Caravaggio e la Cappella Sistina di Michelangelo, Papa Francesco colloca sullo stesso piano, nella sua “hit parade”, ben due opere dello scultore argentino originario di San Rufo, nel Vallo di Diano: Alejandro Marmo. L’accostamento tra Michelangelo, Caravaggio e Alejandro Marmo non è “blasfemo”, ed a spiegarne i motivi è proprio Papa Francesco: “L’arte, oltre a essere un testimone credibile della bellezza del creato, è anche uno strumento di evangelizzazione. Nella Chiesa esiste soprattutto per evangelizzare: attraverso l’arte – la musica, l’architettura, la scultura, la pittura – la Chiesa spiega, interpreta la rivelazione. Guardiamo la Cappella Sistina: cosa ha fatto Michelangelo? Un lavoro di evangelizzazione”.
Guarda il video

“Andare in missione non è fare turismo... Non esiste la missione cristiana all’insegna della tranquillità! Ma... Gesù non ci lascia soli perché siamo preziosi per Lui. Per questo non ci lascia soli: ognuno di noi è prezioso per Gesù, e Lui ci accompagna.” Papa Francesco Angelus 25/06/2017 (testo e video)

ANGELUS
Piazza San Pietro
Domenica, 25 giugno 2017



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel Vangelo di oggi (cfr Mt 10,26-33) il Signore Gesù, dopo aver chiamato e inviato in missione i suoi discepoli, li istruisce e li prepara ad affrontare le prove e le persecuzioni che dovranno incontrare. Andare in missione non è fare turismo, e Gesù ammonisce i suoi: “Troverete persecuzioni”. Così li esorta: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato […]. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce. […] E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima» (vv. 26-28). Possono uccidere soltanto il corpo, non hanno il potere di uccidere l’anima: di questi non abbiate paura. L’invio in missione da parte di Gesù non garantisce ai discepoli il successo, così come non li mette al riparo da fallimenti e sofferenze. Essi devono mettere in conto sia la possibilità del rifiuto, sia quella della persecuzione. Questo spaventa un po’, ma è la verità.

Il discepolo è chiamato a conformare la propria vita a Cristo, che è stato perseguitato dagli uomini, ha conosciuto il rifiuto, l’abbandono e la morte in croce. Non esiste la missione cristiana all’insegna della tranquillità! Le difficoltà e le tribolazioni fanno parte dell’opera di evangelizzazione, e noi siamo chiamati a trovare in esse l’occasione per verificare l’autenticità della nostra fede e del nostro rapporto con Gesù. Dobbiamo considerare queste difficoltà come la possibilità per essere ancora più missionari e per crescere in quella fiducia verso Dio, nostro Padre, che non abbandona i suoi figli nell’ora della tempesta. Nelle difficoltà della testimonianza cristiana nel mondo, non siamo mai dimenticati, ma sempre assistiti dalla sollecitudine premurosa del Padre. Per questo, nel Vangelo di oggi, per ben tre volte Gesù rassicura i discepoli dicendo: «Non abbiate paura!».

Anche ai nostri giorni, fratelli e sorelle, la persecuzione contro i cristiani è presente. Noi preghiamo per i nostri fratelli e sorelle che sono perseguitati, e lodiamo Dio perché, nonostante ciò, continuano a testimoniare con coraggio e fedeltà la loro fede. Il loro esempio ci aiuta a non esitare nel prendere posizione in favore di Cristo, testimoniandolo coraggiosamente nelle situazioni di ogni giorno, anche in contesti apparentemente tranquilli. In effetti, una forma di prova può essere anche l’assenza di ostilità e di tribolazioni. Oltre che come «pecore in mezzo ai lupi», il Signore, anche nel nostro tempo, ci manda come sentinelle in mezzo a gente che non vuole essere svegliata dal torpore mondano, che ignora le parole di Verità del Vangelo, costruendosi delle proprie effimere verità. E se noi andiamo o viviamo in questi contesti e diciamo le Parole del Vangelo, questo dà fastidio e ci guarderanno non bene.

Ma in tutto questo il Signore continua a dirci, come diceva ai discepoli del suo tempo: “Non abbiate paura!”. Non dimentichiamo questa parola: sempre, quando noi abbiamo qualche tribolazione, qualche persecuzione, qualche cosa che ci fa soffrire, ascoltiamo la voce di Gesù nel cuore: “Non abbiate paura! Non avere paura, vai avanti! Io sono con te!”. Non abbiate paura di chi vi deride e vi maltratta, e non abbiate paura di chi vi ignora o “davanti” vi onora ma “dietro” combatte il Vangelo. Ci sono tanti che davanti ci fanno sorrisi, ma da dietro combattono il Vangelo. Tutti li conosciamo. Gesù non ci lascia soli perché siamo preziosi per Lui. Per questo non ci lascia soli: ognuno di noi è prezioso per Gesù, e Lui ci accompagna.

La Vergine Maria, modello di umile e coraggiosa adesione alla Parola di Dio, ci aiuti a capire che nella testimonianza della fede non contano i successi, ma la fedeltà, la fedeltà a Cristo, riconoscendo in qualunque circostanza, anche le più problematiche, il dono inestimabile di essere suoi discepoli missionari. 

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

Esprimo la mia vicinanza alla popolazione del villaggio cinese di Xinmo colpito ieri mattina da una frana causata da forti piogge. Prego per i defunti e i feriti e per quanti hanno perso la casa. Dio conforti le famiglie e sostenga i soccorritori. Vi sono tanto vicino!
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Auguro a tutti una buona domenica e, per favore non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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Migranti, non si può “morire di speranza”

Migranti, non si può “morire di speranza”


Non ci si ferma mai. Neanche di fronte a chi muore. Nel tritacarne mediatico del botta e risposta sull'immigrazione, quasi sempre politico e strumentale, non si ha un attimo di tempo per fermarsi e riflettere, considerare che si tratta di persone: uomini, donne, bambini, famiglie, storie. Tanti che rischiano ogni giorno la loro vita pur di arrivare. E troppi che la perdono nel Mediterraneo, tragico Mare Nostrum. Dall'inizio dell'anno oltre 2.000 le vittime, uno ogni 35 che riesce a salvarsi, percentuale da brivido e in aumento rispetto al 2016.

Non si può "morire di speranza". Lo si è detto e ripetuto a Santa Maria in Trastevere in una veglia promossa dalla Comunità di Sant'Egidio insieme a tante altre associazioni (Centro Astalli, Caritas Italiana, Fondazione Migrantes, Federazione Chiese Evangeliche in Italia, Acli, Casa Scalabrini 634, Associazione Papa Giovanni XXIII). Abbiamo chiesto a tutti di fermarsi, come primo gesto, fondamentale, di umanità e rispetto. Di pietà che diventa protesta, silenziosa e composta. Fa più clamore di un grido. Guardiamo le immagini e fermiamoci tutti, almeno per un attimo.


Nella basilica, affollata, lo hanno fatto in tanti: italiani insieme a centinaia di immigrati, tra cui alcuni sopravvissuti ai terribili viaggi per giungere in Europa, familiari e amici di chi ha perso la vita insieme a chi, invece, è arrivato in sicurezza con i corridoi umanitari. Durante la veglia sono stati letti alcuni nomi di chi è scomparso e sono state accese altrettante candele.

"Morire di speranza" si svolgerà nei prossimi giorni anche in altre città italiane ed europee. Per invitare altri a fermarsi, per ricordare che il salvataggio in mare è un obbligo morale. Prima di tutto. Su questo non si può discutere. E poi che occorre accogliere, ma soprattutto integrare. Se non si vuole restare schiacciati sul presente, quello del botta e risposta politico e mediatico, ma si vuole guardare al futuro dell'Europa e dell'Italia


(fonte: l'Huffington Post 26/06/2017)

Guarda il video integrale della preghiera Morire di Speranza a Santa Maria in Trastevere





«Noi siamo uomini e donne che camminiamo verso una promessa, verso un incontro, verso qualcosa che dobbiamo ricevere in eredità». - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
26 giugno 2017
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 


Papa Francesco:
Nella tenda di Abramo”

Dovremmo avere tutti il dna di Abramo, padre nella fede, e vivere con lo stile cristiano dello «spogliamento», sempre «in cammino» senza mai cercare la comodità ma con la capacità di «bene dire». Sicuri che non servono oroscopi o negromanti per conoscere il futuro, perché basta fidarsi della «promessa di Dio». Ecco le coordinate «semplici» della vita cristiana che Papa Francesco ha riproposto nella messa celebrata lunedì 26 giugno a Santa Marta.

La prima lettura, ha fatto subito notare il Papa riferendosi al passo tratto dal libro della Genesi (12, 1-9), «ci parla dell’inizio della nostra famiglia, dell’inizio di noi cristiani come popolo». E «incominciò così, con Abramo — ha spiegato — e per questo noi diciamo che Abramo è nostro padre». Ma proprio «il modo come è stato chiamato Abramo segna anche lo stile della vita cristiana, lo stile». Abramo, infatti, risponde alla domanda su «come dobbiamo essere cristiani: se tu vuoi, facilmente vai lì, leggi questo e avrai lo stile». Uno stile che certo si trova «anche nei Vangeli». Ma proprio «come nel seme c’è la adn [l’acido deossiribonucleico, il dna] del frutto che verrà dopo, così in Abramo c’è lo stile della vita cristiana, lo stile di noi come popolo».

E «una prima dimensione di questo stile è lo spogliamento» ha fatto presente Francesco. «La prima parola» che il Signore dice ad Abramo è: «Vattene». Dunque, «essere cristiano porta sempre questa dimensione di spogliamento che trova la sua pienezza nello spogliamento di Gesù nella croce». Per questo «c’è sempre un “vattene”, “lascia”, per dare il primo passo: “Lascia e vattene dalla tua terra, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre”» è il comando del Signore per Abramo.

Ma «se facciamo un po’ di memoria — ha proseguito il Papa — vedremo che nei Vangeli la vocazione dei discepoli è un “vattene”, “lascia” e “vieni”». Così è «anche nei profeti, pensiamo a Eliseo, lavorando la terra: “Lascia e vieni” —“Ma almeno permettimi di salutare i genitori” — “Ma va e torna”». È sempre lo stile del «lascia e vieni».

«Un cristiano deve avere questa capacità di essere spogliato» ha insistito il Pontefice. «Al contrario, non ci sono cristiani autentici» e certo «non lo sono quelli che non si lasciano, diciamo, spogliare e crocifiggere con Gesù in croce», come per esempio ha fatto san Paolo. E «Abramo, dice la lettera agli Ebrei, “per fede obbedì” partendo per una terra che doveva ricevere in eredità e partì senza sapere dove andava». Del resto, ha affermato il Papa, «il cristiano non ha oroscopo per vedere il futuro; non va dalla negromante con la sfera di cristallo» perché «vuole che gli legga la mano: no, non sa dove va, va guidato».

«Lo spogliamento», dunque, «è come una prima dimensione della nostra vita cristiana». E questo «perché? Per una ascesi ferma? No, per andare verso una promessa». Ed ecco, allora, «la seconda» dimensione indicata da Francesco: «Noi siamo uomini e donne che camminiamo verso una promessa, verso un incontro, verso qualcosa — una terra, dice ad Abramo — che dobbiamo ricevere in eredità».

«A me piace vedere — ha confidato il Pontefice — come si ripete in questo passo, e in quelli di questo capitolo che seguono, che Abramo non edifica una casa: pianta una tenda, perché sa che è in cammino e si fida di Dio, si fida». E «lui, il Signore, gli farà sapere quale sarà la terra. Abbiamo letto che l’ha fatta vedere: “Alla tua discendenza, io darò questa terra”». Da parte sua, «Abramo cosa edifica, una casa? No, un altare per adorare il Signore: fa il sacrificio e poi prende la tenda e continua a camminare».

È perciò «sempre in cammino». Un atteggiamento che ci ricorda che «il cristiano fermo non è vero cristiano: il cammino incomincia tutti i giorni al mattino, il cammino di affidarsi al Signore, il cammino aperto alle sorprese del Signore, tante volte non buone, tante volte brutte — pensiamo a una malattia, a una morte — ma aperto, perché io so che tu mi porterai a un posto sicuro, a una terra che tu hai preparato per me». Ecco allora, ha proseguito il Papa, «l’uomo in cammino, l’uomo che vive in una tenda, una tenda spirituale: l’anima nostra, quando si sistema troppo, si installa troppo, perde questa dimensione di andare verso la promessa e invece di camminare verso la promessa, porta la promessa e possiede la promessa». Ma «questo non va, non è propriamente cristiano».

«Un’altra caratteristica, un’altra dimensione della vita cristiana che vediamo qui, in questo seme dell’inizio della nostra famiglia, è la benedizione» ha spiegato Francesco. «Per cinque volte — ha fatto notare — va detta la parola “benedizione”, cinque volte in questo piccolo pezzo di nove versetti» tratto dalla Genesi. Perché «il cristiano è un uomo, una donna che “benedice”, cioè dice bene di Dio e dice bene degli altri, e che si fa benedire da Dio e dagli altri per il modo come va avanti».

Riepilogando, ha affermato il Papa, «questo è uno schema, diciamo così, della nostra vita cristiana: lo spogliamento, la promessa e la benedizione, sia quella che Dio ci dà sia quella che noi diamo agli altri». Perché, ha avvertito, «tutti, anche voi laici, dovete benedire gli altri, dire bene degli altri e dire bene a Dio degli altri. E questo è “benedire”». Ma «noi siamo abituati — ha messo in guardia Francesco — a non dire bene tante volte e la lingua si muove un po’ come vuole, no?».

Per questa ragione, ha aggiunto, «mi piace il comandamento che Dio dà al nostro padre Abramo, come sintesi della vita, come deve essere lui: “Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile”». Dunque, ha spiegato, «“cammina nella mia presenza”, cioè davanti a me, lasciandoti spogliare da me e prendendo le promesse che io ti faccio, fidandoti di me, “e sii irreprensibile”». In fondo, ha commentato Francesco, «la vita cristiana è così semplice». E ha suggerito di non dimenticare lo stile dello «spogliamento, la promessa con il fidarsi di Dio e la tenda — senza sistemarsi e installarsi troppo — e la benedizione».
(fonte: L'Osservatore Romano)




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lunedì 26 giugno 2017

Giuliana Martirani: RISPOSTA ALLA LETTERA A UNA PROFESSORESSA




Giuliana Martirani: 

RISPOSTA ALLA LETTERA A UNA PROFESSORESSA





COMPLETAMENTE REALIZZATO CON LA SCRITTURA COLLETTIVA CON CUI DON MILANI E I RAGAZZI DI BARBIANA SCRISSERO LA LETTERA A UNA PROFESSORESSA




Caro don Milani e cari Francuccio, Michele, Franco, Sandro, Gianni, «non tutti i professori sono come quella signora ... ».
Io sono d'accordo su tutto quello che voi avete detto. Come deve esservi costato sulla pelle! Lo posso immaginare! Io sono sempre stata definita una studentessa... indisciplinata. Ma mi è servita molto quella esperienza vissuta sulla pelle. Non sono proprio riuscita ad essere una «professoressa» che sa tutto, un cane poliziotto che ha «la mania del trabocchetto». Non sono riuscita a «stare in guerra coi miei ragazzi», anzi la guerra ho insegnato loro ad odiarla, quella planetaria e quella che si fanno tra di loro, spinti dal programma, dal voto e dalla smania dell'interesse individuale. A loro ho continuato a dire che l'interesse individuale è una bestemmia, che per uscire dalle crisi personali l'unica via è assumere quelle collettive così che risolvendo le seconde si trovi soluzione anche alle prime. Mi sono sentita «impreparata» ad affrontare la mia disciplina, la geografia, la politica dell'ambiente, ed anche un poco vergognosa perché, diciamocelo francamente, è sempre stata una disciplina del «principe» come oggi l'economia; ha sempre accompagnato colonizzatori, multinazionali, dominatori d'ogni sorta, per i quali è legge installarsi comodamente sul proprio territorio e scrivere dettagliate carte che permettano di ben penetrare in territori altrui.

E in un periodo in cui parlare di politica fuori dei partiti veniva dichiarato pericoloso e quasi visto come una insolenza, io non ho temuto di dire che il problema dell'uno è dell'altro «E CHE SORTIRNE INSIEME È POLITICA. SORTIRNE DA SOLI È L’AVARIZIA». Anzi la prima indispensabile condizione che ho messo in ogni luogo in cui ho fatto educazione (perché l'ho fatta tra i giovani volenterosi di cambiare il mondo, tra insegnanti stufi di insegnare, terremotati sbattuti sempre più ai margini delle città, suore stanche dei conventi), in tutti questi luoghi, la prima condizione è sempre stata di fare COMUNE UNITÀ, gruppo, comitato o associazione che fosse. E ho fatto bene attenzione a non lasciare un baratro tra il sapere che dal gruppo si sprigionava come una rondine e la realtà che si stava muovendo intorno. Anzi la realtà è entrata di prepotenza in ogni gruppo, portata di forza, con tutta la sua carica di tragedia e di amore, di disperazione e di speranza, quella dei luoghi più lontani e di quelli più vicini. E ho mostrato a giovani studenti e vecchie professoresse, padri analfabeti e madri cariche di figli che «IN AFRICA, IN ASIA, IN AMERICA LATINA, NEL MEZZOGIORNO, IN MONTAGNA, NEI CAMPI, PERFINO NELLE GRANDI CITTÀ, MILIONI DI PERSONE ASPETTANO DI ESSERE FATTI UGUALI, TIMIDI COME NOI, CRETINI COME NOI, SVOGLIATI COME NOI», PROPRIO COME I VOSTRI SANDRO E GIANNI. «IL MEGLIO DELL'UMANITÀ»!

E con tutta questa gente con cui ho fatto educazione, che, secondo certe tecniche che sono andata elaborando, ispirandomi a voi, io chiamo «AUTOEDUCAZIONE COLLETTIVA ORIENTATA ALL'AZIONE», con tutta questa gente ho imparato che la prima cosa, una volta messi insieme, è aiutarsi ad alzarsi in piedi, gli uni gli altri con amore. DA CURVÀTI AD AIZÁTI. E che alzandoci in piedi insieme incominciamo a trasformare il mondo trasformando noi stessi.

E i voti migliori (se ancor voti ci saranno); e sennò la figura migliore, ce la fa proprio il «Gianni» che di natura se ne intende, di missili non sa che farsene lui che proprietà non ne ha da difendere, e di sottouomini non ne vuole né in Africa, né in Asia, né in America latina, né nei campi del Mezzogiorno perché tutti gli uomini gli son fratelli.
LA FIGURA MIGLIORE, NELL'ERA DELL'INNOCENTÍA, CE LA FA PROPRIO IL GIANNI, in grado di trasformarla la realtà perché lui la conosce, ne ha esperienza, non è come Pierino, pieno di dottrine e di idee.
Pierino fortunato perché sa parlare...

Gianni perché appartiene al mondo grande, diceste voi a Barbiana affermando: «LA CULTURA VERA, QUELLA CHE ANCORA NON HA POSSEDUTO NESSUN UOMO, È FATTA DI DUE COSE: APPARTENERE ALLA MASSA E POSSEDERE LA PAROLA. UNA SCUOLA CHE SELEZIONA DISTRUGGE LA CULTURA. AI POVERI TOGLIE IL MEZZO DI ESPRESSIONE. AI RICCHI TOGLIE LA CONOSCENZA DELLE COSE. GIANNI DISGRAZIATO PERCHÉ NON SI SA ESPRIMERE, LUI FORTUNATO CHE APPARTIENE AL MONDO GRANDE. FRATELLO DI TUTTA L'AFRICA, DELL'ASIA, DELL'AMERICA LATINA. CONOSCITORE DA DENTRO DEI BISOGNI DEI PIÙ»

Gianni fortunato perché lui vive la storia, la vive nel modo sommerso dei poveri, che sembra non facciano storia. Perché in lui è la «continuità narrativa» della storia dell'umanità, del suo dinamismo, dei suo eterno camminare.

Pierino fortunato perché sa parlare. Disgraziato perché parla troppo.
Lui che non ha niente di importante da dire. Lui che ripete solo cose lette sui libri, scritte da un altro come lui. Lui chiuso in un gruppetto raffinato. Tagliato fuori dalla storia e dalla geografia».
Pierino possiede la «parola», legge interpreta spiega e scrive, può elaborare l'idea, possiede l'anello della trasformazione tra la realtà e la realtà: possiede la teoria (prassi teoria prassi), un anello indispensabile per il miglioramento delle condizioni umane. Ma non ha niente di importante da dire, ha perduto la creatività che si accompagna al dinamismo storico. Per di più va fiero del suo anello, si insuperbisce e cade nella trappola delle dogmatizzazioni, nemiche di ogni trasformazione.

Pierino si trova nella situazione in cui si trova oggi il Nord del mondo con la sua civiltà della scrittura, fortemente alfabetizzata e oggi anche informatizzata, buona per gestire (o controllare e dominare?) grossi spazi, ma fortemente soggetta alle dogmatizzazioni, ai suoi errori tramandati e cristallizzati, e alla sua staticità.

Gianni invece si trova nella situazione delle immense masse marginalizzate del Sud dei mondo con la loro civiltà dell'oralità, della parola orale, o a volte, quando l'omogeneizzazione culturale ai modelli dominanti ha fatto perdere la propria identità, addirittura senza più parola. Ma la civiltà dell'oralità, così come la situazione di Gianni, offre il non piccolo vantaggio di essere estremamente flessibile, non soggetta alla staticità e agli errori della dogmatizzazione, perché è legata all'esperienza, alla realtà delle persone nella loro singolarità e nel loro essere comunità.

Una cultura legata ad uno spazio territorio, di cui si conoscono le regole, autogestibile, e ad un tempo cosmico e naturale, non lineare nella sua angosciante progressione passato presente futuro dove il passato è irrimediabile, il presente fugge e il futuro imprevedibile , ma ad una concezione di tempo circolare nei suoi ritmi solari e stagionali, e cosmico nel suo essere ponte tra il visibile e l'immaginario, tra il già esistente e il non ancora, tra la realtà e l'utopia.

TRA PIERINO E GIANNI, TRA RICCO E POVERO, TRA NORD E SUD, CI DEVE ESSERE UN «PONTE», CI DEVE ESSERE UN PRIORE CHE RESTITUISCA LA PAROLA A CHI È STATA TOLTA. Che aiuti la gente a trar fuori dalla loro realtà la loro parola con la tecnica del cavatappi, direbbe Frei Betto, per poi col cacciavite stringere le viti (teoria), aprendo nella testa della gente uno stenditoio in cui i diversi capi da stendere sono collegati l'uno all'altro, perché si possano cogliere le relazioni che ogni cosa ha con le altre, nel tragico gioco sociale come nel rapporto con la natura.

CHE SI OFFRA COME PONTE PERCHÉ I SENZA PAROLA, AD UN TEMPO RIAPPROPRIANDOSI DI SÉ, DELLA REALTÀ E DELLA PAROLA, POSSANO PASSARE DALLA PERCEZIONE DELLA VITA COME PROCESSO BIOLOGICO ALLA PERCEZIONE DI ESSA COME PROCESSO BIOGRAFICO STORICO E COLLETTIVO. 
Il «ponte», l'intellettuale organico, il vero educatore è colui che prende a cuore la sorte del misero, è colui che avendo la parola, prende a cuore la situazione di colui che non ce l'ha. E non fa come Pierino che parla al posto di Gianni e dice cose inutili che non servono a nessuno e tanto meno a Gianni.

E’ colui che non resta indifferente dinnanzi alla «timidezza» e al mutismo di Gianni. 
Sa che Gianni ha «la vita da dire» e fa di tutto per fargliela dire, col «cavatappi», poi stringe con il «cacciavite», e poi porta lo «stenditoio» per stenderci tutti i suoi pensieri.
Sa che Gianni ha da dire cose importantissime e necessarissime per tutta l'umanità, Pierini compresi; sa che la novità con cui si costruisce la storia viene proprio dai Gianni, lontani dall'impero.

L'educatore è colui che vivendo la situazione del povero riesce a stabilire, a gettare un ponte tra Gianni e Pierino, semplicemente PORTANDO L'UMANITÀ DALL'OTTICA DELLO SPAVENTO A QUELLA DELL'ASPETTATIVA. Senza di che la povertà resta oscura, silenziosa: senza parola e senza riscatto per Gianni, spaventosa e sporca per Pierino. L'educatore diventa allora anche voce di quelli che non hanno voce. Ma non parlando in nome loro! Basta coi Pierini che parlano troppo! E’ Gianni che deve prender la parola su di sé. 
L'EDUCATORE DIVENTA VOCE DI QUELLI CHE NON HANNO VOCE SEMPLICEMENTE INDICANDO A GIANNI LE TRAPPOLE DEL MONDO DEI PIERINI E URLANDO A GRAN VOCE, NEL MONDO DEI PIERINI, CHE GIANNI CONTADINO, GIANNI INDIO, GIANNI NEGROAMERICANO E GIANNI NEGROAFRICANO, GIANNI EMIGRATO, GIANNI TOSSICO, GIANNI BARBONE, GIANNI ESISTE.
Non resta allora che chiedersi una cosa: 
L'EDUCATORE, L'INTELLETTUALE, IL MAESTRO, L'ANIMATORE È DAVVERO «PONTE» NELLA NOSTRA SOCIETÀ?
FA SGORGARE LA PAROLA E LA VITA DAL CUORE DEI POVERI, CREANDO VITA INTORNO A SÉ E DENTRO DI SÉ (ED È QUESTO IL VERO E PIÙ PROFONDO SENSO DELLA CULTURA: QUELLO DI CREAR VITA) PERCHÉ DA QUESTA VITA SI SPRIGIONI LA LIBERTÀ?




Vedi anche:
Com’è nata Lettera ad una professoressa
di Sandra Gesualdi


DON LORENZO MILANI, CHI ERA COSTUI? LA STORIA IN 10 TAPPE


A cinquant'anni dalla morte, avvenuta il 26 giugno del 1967, raccontiamo in dieci punti la storia del priore di Barbiana.


«Trasparente e duro come il diamante, doveva subito ferirsi e ferire», delle definizioni di don Lorenzo Milani è forse la più sintetica ed efficace, non per caso appartiene a don Raffaele Bensi, padre spirituale di Lorenzo Milani dalla conversione alla morte, unico custode del segreto della sua fede. Ma a cinquant’anni dalla morte, ora che anche un Papa ha detto una parola definitiva su di lui, ancora dobbiamo chiederci – rubando il titolo al suo amico Giorgio Pecorini -: Don Milani, chi era costui? Proviamo a rispondere, poco più che in pillole, tenendo conto degli ultimi sviluppi.

1. UNA FAMIGLIA COLTA, AGNOSTICA E FACOLTOSA
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2. MISTERO DELLA FEDE E INDIGESTIONE DI CRISTO

È il 1941, Lorenzo sta studiando pittura e progetta di affrescare una cappella nella tenuta di famiglia a Monterspertoli. La sta esplorando quando, a un certo punto, scrive una lettera all’amico d’infanzia Oreste Del Buono: «Ho letto la Messa. Sai che è più interessante dei Sei personaggi in cerca d’autore?». Potrebbe essere il primo segno di quello che sta cambiando dentro di lui. Anche se della genesi della sua fede si sa pochissimo, il poco che ha testimoniato don Raffaele Bensi, allora parroco di San Michelino a Firenze. Le lettere pubbliche del loro carteggio sono poche, alcune in Perché mi hai chiamato? (San Paolo). Per molto tempo si è ritenuto che fossero state tutte distrutte, ma gli storici non disperano ancora di poterle ritrovare.
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3. GLI ANNI DEL SEMINARIO
L’ingresso in seminario, nel 1943, segue di poco la conversione: pur ligissimo alle regole, anche lì Lorenzo si rivela uno studente impegnativo che non dà pace a docenti e superiori: fa domande complicate e scomode, obbedisce sempre ma non rinuncia mai ad esercitare il senso critico e non si accontenta di risposte che non siano anche profonde.

Per la famiglia la scelta di Lorenzo è un mistero: non la comprendono ma la rispettano perché capiscono che questa volta non è una bambinata.
...

Il 13 luglio 1947 Lorenzo Milani diventa don Milani e celebra la prima Messa San Michelino.

4. SAN DONATO E LA SCUOLA POPOLARE


Dopo pochi mesi a Montespertoli, cappellano di don Bonanni, la prima “vera” destinazione del sacerdote don Milani è San Donato a Calenzano, un comune operaio in provincia di Firenze, a larghissima maggioranza comunista, dove viene mandato come cappellano dell’anziano don Pugi. È in quel contesto che nasce la scuola popolare: don Milani la fonda laica, perché nessuno se ne senta escluso a priori: capisce al volo che dal punto di vista pastorale costringere i giovani a scegliere tra il padre comunista e la scuola, sarebbe il modo di perderli senza neanche provare ad avvicinarli.

Sono gli anni delle grandi lacerazioni politiche attorno alle elezioni del 1948, della scomunica ai comunisti. Don Milani fa campagna elettorale per la Democrazia cristiana, anche se invita a tener conto nelle preferenze dei più attenti alla causa dei poveri. Ma, a contatto con la povertà e con lo sfruttamento, comincia a percepire nell’anima lo scarto tra le opportunità in cui è cresciuto e la miseria materiale e intellettuale in cui versa il popolo che gli è stato affidato e a maturare una profonda coscienza sociale. Fa scuola perché capisce che chi non ha la cultura minima per leggere un giornale o un contratto di lavoro non è in grado di difendersi dallo sfruttamento né di elaborare un pensiero critico. Si rende conto che senza la comprensione delle parole l’orizzonte della vita umana si riduce alla conquista di un piatto di minestra la sera e che anche l’ascolto della Parola rischia di diventare mera prosecuzione di riti, di cui non si comprende il significato.

Sono anche gli anni delle prime prese di posizioni pubbliche come la lettera aperta “Franco, perdonaci tutti, comunisti, industriali, preti”. Pubblicata su Adesso il quindicinale fondato da don Primo Mazzolari, con cui scambia alcune lettere: parole essenziali e molto dirette che mettono a nudo – senza perifrasi - le contraddizioni di una Chiesa non sempre schierata con i poveri nei gesti quanto vorrebbe esserlo predicando.

Cominciano a maturare le convinzioni che sfoceranno in Esperienze pastorali. Cominciano qui le incomprensioni con la gerarchia che vede nelle idee di quel cappellano più un pericolo che un invito accorato al ritorno all’essenza spoglia del Vangelo di Cristo, così efficacemente sintetizzata nel 1950 nella lettera al giovane comunista Pipetta: «Quando tu non avrai più fame né sete, ricordatene Pipetta, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno finalmente potrò cantare l'unico grido di vittoria degno d'un sacerdote di Cristo: “Beati i... fame e sete”».

5. L'ESILIO SUL MONTE DEI GIOVI

ll Concilio Vaticano II è lontano, la Curia fiorentina “soffre” il pensiero sociale avanzato da quello che gli storici della Chiesa chiameranno “il chiostro di folli di Dio”, formatosi attorno al cardinale Elia Dalla Costa con La Pira, Balducci, Rosadoni, Barsotti, Fabbretti, Turoldo, Bensi.

La voce del giovane cappellano Milani tuona con una franchezza sconosciuta ai toni felpati della curia del tempo e il suo dialogo “con i lontani”, come si diceva allora, viene percepito come troppo aperto.

Pesano i simboli: la scuola laica che non esclude e il funerale di un giovane operaio, durante il quale in chiesa sono apparse bandiere rosse. ...

Quando il 12 settembre del 1954 muore il parroco di San Donato don Pugi non accade quello che le pecorelle di San Donato si attendono e cioè che don Milani venga confermato parroco al suo posto. Gli assegnano, invece, un’altra parrocchia, ma non è una delle tante. È Sant’Andrea di Barbiana, una pieve isolatissima sul monte dei Giovi in Mugello.

Barbiana non è un paesello: è una chiesetta, una povera canonica, qualche cipresso e un piccolo cimitero, sul cocuzzolo di una montagna a cinquecento metri d’altitudine: quaranta anime sparse per le case lontane. La parrocchia già destinata alla chiusura resta aperta per don Milani.
6. LA SCUOLA DI BARBIANA

Quando don Lorenzo Milani ci arriva, accompagnato dalla governante di San Donato Eda Pelagatti e dall’anziana madre di lei Giulia, il 6 dicembre del 1954, a Barbiana si sale a piedi, per una mulattiera. Quel giorno piove a dirotto: non c’è acqua corrente, né gas, né luce. Quando don Lorenzo ci arriva, Barbiana è la fine del mondo, ma scrive alla madre che non provino a distoglierlo da lì, a parlargli di un altro sradicamento dopo quello appena subito.

Il giorno dopo va in Comune a Vicchio e si compra una tomba al cimitero di Barbiana: don Milani ha 31 anni. 
...
E capisce subito che i figli di quel popolo sparso, se il pomeriggio vanno nei campi o a badar pecore, son destinati a uscire prematuramente dalla scuola di Stato senza saper né leggere né scrivere, defraudati, se non nella forma nella sostanza, del loro diritto all’istruzione e dei loro diritti successivi: scartati già da piccoli, come direbbe oggi papa Francesco, costretti a delegare in tutto, incapaci di aver voce in capitolo come persone, come cittadini, come cristiani.

La scuola di Barbiana in casa del priore o sotto il pergolato comincia con un doposcuola, che prestissimo diventa avviamento professionale e, quando sarà il momento, nel 1963, corso di recupero per la media unificata, per cui sarà preziosissimo negli ultimi anni l’aiuto di Adele Corradi, una professoressa che si farà trasferire in una scuola pubblica della zona, per dare una mano a don Milani con continuità.

La scuola di Barbiana è aderente alla vita e a tempo pienissimo: tutto è occasione di apprendimento, la fanno da padrone le parole in tante lingue, grimaldello per capire il mondo e il Vangelo. Don Milani accoglie i più diseredati, quelli senza un’alternativa, rifiutati dalle scuole ufficiali, provenienti dalle case della zona o portati dagli amici, tra loro due fratelli orfani Michele e Francuccio Gesualdi, che gli crescono in casa come figli. L’esperimento educativo di Barbiana, che arriva a mandare i ragazzi da soli all’estero a studiare le lingue, Francuccio addirittura in Algeria, mantenendosi lavorando, attira l’interesse e la curiosità di molte persone che vanno lassù a vedere e vengono messe da don Milani a insegnare ciò che sanno ai suoi ragazzi invitati a far domande a togliersi la timidezza contadina.



7. IL CASO "ESPERIENZE PASTORALI"

Sono gli anni in cui maturano gli scritti di don Milani, Esperienze pastorali esce nel 1958, ha l’imprimatur, ma fa rumore: non è un trattato di scienze pastorali, è la sintesi, dell’esperienza vissuta da don Milani. Una riflessione sociologica, razionale e senza eufemismi – statistiche alla mano – sulle condizioni delle comunità a lui affidate, sul ruolo del parroco in contesti di povertà materiale e intellettuale.

In quelle pagine don Milani prende le distanze dalle forme di intrattenimento in uso negli oratori e nelle parrocchie, indicando lo studio e non lo svago come strada maestra dell’apostolato. Lo fa con un modo di esprimersi diretto, insolito tra i sacerdoti, che risulta urticante a molti e in primis alla Curia fiorentina dell’epoca. Il libro viene ritirato, pochi mesi dopo, dal Sant’Uffizio (per ragioni di opportunità, ma non con un decreto che ne metta in questione l’ortodossia).

Una recensione, firmata da padre Angelo Perego su La Civiltà cattolica, stronca pensantissimamente il libro e, per l’autorevolezza della fonte, segna in modo determinante la storia dell’incomprensione di don Lorenzo da parte della Chiesa, incluso il patriarca Angelo Roncalli futuro Giovanni XXIII. Un motivo di sofferenza senza tregua nella vita di don Milani, che esprime le sue idee con parole che riflettono insieme la sua toscanità e la radicalità del convertito, obbedendo però sempre a ogni minimo ordine dei superiori.

8. L'OBBEDIENZA NON E' PIU' UNA VIRTU'

Al di fuori della Chiesa, più che Esperienze pastorali, è – nel 1965 - la Lettera ai Cappellani militari a porre don Milani al centro del dibattito pubblico: è il testo noto come L’obbedienza non è più una virtù. Si tratta di una risposta a una presa di posizione pubblica di alcuni Cappellani militari che tacciano di “viltà” gli obiettori di coscienza.

Don Milani e i suoi ragazzi, che sulla porta della loro scuola hanno il motto “I care”, “mi importa”, “mi faccio carico”, e che stanno riflettendo insieme sul primato della coscienza, sulla necessità dell’assunzione della responsabilità del singolo nella società, rispondono con la lettera aperta che fa un grande clamore: pongono - con rigore logico - il problema morale del cristiano davanti alle armi e alla guerra e all’ordine di sparare sui civili inermi.

L’obiezione di coscienza e il pacifismo non sono ancora un fatto acquisito per la Chiesa e nemmeno lo Stato ha ancora accettato come legale l’obiezione di coscienza al servizio militare: chi si sottrae alla leva obbligatoria finisce in carcere. A complicare a don Milani le cose con la Chiesa c’è il fatto che la lettera, spedita a tutti i giornali anche cattolici, viene pubblicata soltanto da Rinascita. Ma non tutti nel mondo cattolico hanno chiaro che non è stata una scelta del priore pubblicare su un giornale comunista. A complicargliele con lo Stato c’è la legge: Don Milani e Luca Pavolini, direttore di Rinascita, subiscono insieme un processo per istigazione a delinquere. Mentre il dibattito sull’obiezione di coscienza esplode e divide.

Don Milani al processo non partecipa, non nomina un avvocato ma si lascia difendere dall’avvocato d’ufficio Alfonso Gatti. E’già molto malato, un linfoma di Hodgkin gli ha già decretato vita breve, si difende al processo con una memoria difensiva: nota come Lettera ai giudici. Il primo grado si conclude con l’assoluzione di entrambi.

9. LETTERA A UNA PROFESSORESSA

Un altro episodio, la bocciatura di due ragazzi di Barbiana all’esame d’ammissione alle scuole magistrali, innesca l’ultimo scritto: Lettera a una professoressa, una spietata, provocatoria, disamina sulla scuola pubblica dell’obbligo di quegli anni, incapace di colmare, secondo Costituzione, gli svantaggi iniziali di chi nasce in una casa povera di cultura e di denari.

Possibile, si chiede don Milani, che il Padreterno faccia nascere gli asini e gli svogliati solo nelle case dei poveri? La lettera è scritta con l’innovativo metodo della scrittura collettiva insieme ai ragazzi e va alle stampe, con una corsa contro il tempo, nell’aprile del 1967: don Milani è alle ultime settimane di vita, continua a soffrire anche per l’incomprensione della Chiesa, che il suo vescovo non smette di manifestargli. Il testo di Lettera a una professoressa avrà vita propria dopo la morte del Priore: molto citato, poco letto, il più delle volte misconosciuto, diverrà nei mesi successivi icona della contestazione studentesca. Accanto agli entusiasmi non mancano strumentalizzazioni e fraintendimenti che, insieme ad altri successivi, spiegano l’accusa postuma a don Milani, ripetutamente tacciato, fino all’oggi, di essere stato – tramite la Lettera avulsa dal suo contesto - l’ispiratore dei guasti (veri o presunti) dell’istruzione contemporanea.

10. IL TESTAMENTO

Don Lorenzo Milani muore a 44 anni il 26 giugno del 1967 in via Masaccio a casa della madre dove ha trascorso gli ultimi mesi di vita, senza ricevere l’abbraccio del suo vescovo Ermenegildo Florit che non ha mai compreso l’urgenza evangelica sottesa ai suoi comportamenti. Il processo di appello condannerà Pavolini, mentre per don Milani la morte ha estinto il reato. Ai suoi ragazzi lascia un testamento che si conclude così: «Caro Michele, caro Francuccio, cari ragazzi, non è vero che non ho debiti verso di voi. L’ho scritto per dar forza al discorso! Ho voluto più bene a voi che a Dio. Ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto. Un abbraccio, vostro Lorenzo». Nel 2014 Papa Francesco rimuove il provvedimento emesso nel 1958 dal Sant’uffizio su Esperienze pastorali. Il 20 giugno 2017 Francesco è il primo papa della storia a pregare a Barbiana sulla tomba di don Lorenzo Milani e nelle parole pronunciate quel giorno accoglie, definitivamente, come «un bravo prete da cui prendere esempio», il Priore di Barbiana nell’alveo della Chiesa. Ora possiamo dire che don Milani aveva ragione, quando diceva: «Fra cinquant’anni mi capiranno. E’ andata così, alla lettera».


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