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martedì 8 giugno 2021

L’ora della speranza

#CantiereGiovani
Alla fine di un anno scolastico speciale e lunghissimo

L’ora della speranza


Sta per finire un lunghissimo anno scolastico. Siamo tutti molto stanchi: la drammaticità del momento storico in cui siamo precipitati all’inizio del 2020 e la fatica di ciò che siamo andati di mese in mese preparando, per far vivere la Scuola, contengono però un particolare segno di speranza. Sembra un paradosso, ma essere portatori di speranza diventa un compito alla portata di tutti quando ciò che ci sta di fronte genera soprattutto incertezza e precarietà. Avendo ammirato la bellezza e la resilienza dei nostri ragazzi, vorrei spendere parole di gratitudine e di ammirazione per gli adulti. Lo si fa molto poco.

A prima vista sembrano oggi più le cose che mancano che quelle di cui si può essere certi. Questa sensazione, nei mesi da cui veniamo, si è sommata all’impegno gravoso di organizzare, ripensare, mettere in sicurezza ambienti e proposta educativa. Eppure, è bastato ritrovarsi per avvertire ogni volta il desiderio di ricominciare, di ripartire e il gusto di essere insieme. Come se si muovesse qualcosa nel nostro cuore, al di là di tutte le difficoltà e le incombenze, che ci fa sentire più che mai la bellezza dell’essere educatori. È una situazione intensa e vorrei dire feconda quella che attraversiamo. La speranza è una specie di fuoco interiore, che arde più intenso per quanto ci è mancato, per ciò che sentiamo di dovere ai nostri alunni.

Quello di oggi è un contesto particolare, che sta facendo parlare di Scuola più che mai. L’attenzione alla didattica, alle diverse necessità formative, agli ambienti, pur tra tante mancanze, non è mai stata così diffusa: questo ci aiuta a rinnovare l’energia del nostro compito, anche nella stanchezza.

L’estate ci chiederà di riposare. Lo dobbiamo a noi stessi, dopo aver trascorso i mesi di luglio e agosto scorsi a preparare la riapertura di settembre in modo febbrile. Ora abbiamo necessità di lasciare sedimentare, di un profondo respiro, di stare nella natura, di fare silenzio e attendere che il puzzle si ricomponga. Il ritorno alla normalità non deve essere necessariamente un ritrovarsi come prima, quasi che nulla fosse avvenuto. La situazione in cui viviamo, ad esempio, ci spinge a entrare nel cuore dei piccoli e dei giovani in modo diverso. E l’estate ci darà del tempo libero con loro. Libero: non tutto controllato, non tutto programmato. I bambini, gli adolescenti, gli universitari hanno vissuto circostanze straordinarie: la stranezza, il carattere di imprevedibilità di ciò che ci ha investito e di cui si parlava continuamente, il suo avere a che fare con il pericolo, con le paure, con la morte, sono un terreno accidentato da coltivare e custodire. Questo patrimonio di esperienze, questo mare di emozioni agita il cuore: occorre stare insieme, farci spazio.

Tutto questo caratterizza il nostro compito di educatori e la qualità del nostro essere umani. Con conseguenze — oggi lo capiamo meglio — non solo private, ma che investono la società nel suo insieme. In particolare, quello che possiamo condividere come docenti o genitori di una scuola cattolica, oppure come cattolici che vivono nel mondo della scuola, ha il sapore della Parola di Dio. Siamo infatti coloro che si raccolgono e pongono insieme la domanda: «Signore, che cosa ci sta dicendo questo momento riguardo alla tua volontà, al tuo Regno? Che cosa dobbiamo fare?». È un atteggiamento spirituale raffinato, che ci aiuta a procedere non con degli slogan, ma nel desiderio di capire, passo dopo passo, il nostro compito storico. L’arte del discernimento, che ha bisogno di pause, è saper intravedere dove Dio va, che cosa ci prepara. È un’arte che ha sempre bisogno di sintonia, di una pluralità di voci. La stessa Bibbia è costruita come un insieme di voci, di libri, di drammi, di protagonisti: prendendo con loro familiarità, frequentando cioè abitualmente le Scritture, essi ci fanno progressivamente intravvedere la direzione che il Signore suggerisce, attraverso parole, immagini, testi. Il lavoro culturale e spirituale che ci è richiesto, oggi, è di apertura a un mistero più grande di noi. L’insegnante è portatore di speranza se lascia intravvedere questo respiro-spirito, sia che a lezione si tratti di imparare a leggere, a scrivere e a far di conto, sia che si tratti di algoritmi o di teorie filosofiche. Riconoscerci in una realtà in cui Dio è un apripista, in cui Dio accompagna, in cui non ci ha gettati in maniera violenta, rimanendone fuori, abbandonandoci al non senso.

Ci auguriamo che i nostri figli entrando in un ambiente educativo non debbano trovare persone negative, che vedono il futuro tutto nero, e che rappresentano, con il loro di modo di porsi, un mondo minaccioso. Oggi i tipi positivi, gli ottimisti, sono cercati. Possiamo fare un passo più in profondità. In quanto cristiani vorremmo riempire l’urgenza di questo ottimismo con una positività non di maniera, con una serenità e una speranza che nascono dall’incontro con la salvezza in persona. Nessuno come gli adolescenti e come i bambini ha la capacità di avvertire la differenza tra verità e finzione: al di là dell’impegno di mostrarci cordiali, sereni, positivi di fronte a loro, la consegna di questo anno scolastico, la grande sfida di questo momento storico, è come far sì che la nostra speranza sia autentica, cioè nasca dalla verità.

Data la priorità di un lavoro dello spirito, che si alimenta della sosta e del riposo in cui «custodire tutte queste cose collegandole nel cuore», da un anno così travolgente per il sistema scolastico possiamo certamente guadagnare però anche una diversa agenda collettiva. Che sia pubblica, che sia ecclesiale, la sfera del “noi” è venuta in primo piano, con una chiamata in causa di responsabilità superiori a quelle di chi ha lavorato in prima linea, a diretto contatto con gli alunni di ogni età. Il grazie a educatori, insegnanti e famiglie e il di più che dobbiamo a chi cresce in un mondo così provato investono la dimensione politica. Segnalo due temi.

È abbastanza chiaro che nessun’altra agenzia educativa abbia oggi le risorse, le competenze, gli spazi, il credito di fiducia di cui gode la Scuola, con tutti i suoi limiti. Per la Chiesa stessa, si è fatto impossibile pensarsi come un’alternativa indipendente, in grado di accostare oratori, associazioni e movimenti come soggetti di una proposta che possa prescindere da quella scolastica. Sebbene non rappresenti il tutto di ciò che un bambino o un adolescente ricerchino, la Scuola è ormai il cardine di ciò che la società civile e le stesse comunità religiose possono mettere in campo per “introdurre alla realtà totale”. Più che mai, in tempo di pandemia, si è resa evidente la connessione tra Scuola e territorio: urge studiare, progettare, prevedere una strutturale apertura, perché dovunque ci sia del buono, questo converga ad allargare, incentivare, consolidare il percorso formativo. Non è una visione totalitaria, ma unitaria, della nostra convivenza, di cui ai cattolici Papa Francesco ha indicato il senso sin dal discorso di Firenze del 2015.

I milioni di mascherine non utilizzate, gli investimenti più scriteriati dei mesi scorsi e poi la mancanza di fondi, che taglia le gambe a chi non solo ha idee, ma fa bene, ci ricordano alle soglie di una ricostruzione del tessuto economico e civile che amministrazione ed educazione non possono viaggiare su binari separati. Nello Stato e nella Chiesa le scelte economiche e coloro che ne sono responsabili hanno da misurarsi con la voce, la competenza, le testimonianze di chi coglie sul campo le priorità sociali. E questo non solo per evitare sprechi, perdita di credibilità, tagli alla qualità, ma l’azzeramento di quei percorsi virtuosi che se riconosciuti, sostenuti e finanziati sono in grado di fare da apripista a nuovi modelli di sviluppo. Amministratori, direzioni e superiori generali, bilanci… si pieghino allora sulla vita, la osservino, la distinguano, la amino.

Normalmente è dove meno ce lo si aspetta, nei quartieri più periferici, nelle situazioni più estreme o nei progetti più particolari e audaci, che prende forma il futuro. È un dovere pubblico — politico, ecclesiale — non ucciderne i germogli.