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giovedì 8 marzo 2018

Le donne nella Chiesa, un banco di prova di Rosario Giuè

Le donne nella Chiesa,
un banco di prova 
di Rosario Giuè*






La credibilità della Chiesa oggi si gioca su diversi fronti, ma una sfida ormai non più rinviabile è quella della condizione e dei diritti donna nella Chiesa. Lo sappiamo: la condizione della donna in una società ancora fortemente patriarcale e maschilista è una forma di povertà. MA la Chiesa fa parte di questa società, anzi, per certi aspetti, ne ha rafforzato simbolicamente le dinamiche e le logiche comprese forme di violenza. Per molto tempo anche le donne hanno giustificato tale situazione accettando le spiegazioni, anche spirituali e teologiche, prodotte dagli uomini. La teologia dominante ha evitato di assumere il punto di vista elaborato dalle donne, in particolare dalla teologia femminista. Del resto, per molto tempo abbiamo spiegato nella predicazione che la spiritualità e la teologia sono neutrali. Ma non è così. La teologia e la spiritualità sono situate, nel senso che includono o escludono qualcosa o qualcuno. Spesso hanno escluso il punto di vista ora delle vittime, ora dei poveri economici, sempre delle donne anche esse povere, vittime o escluse. Papa Francesco nella sua prima intervista concessa a “La Civiltà Cattolica” già all’inizio del suo ministero ha ben spiegato alla comunità ecclesiale, se non fosse ancora chiaro, il senso di questo principio interpretativo della non-neutralità: «Si comprende la realtà solamente se la si guarda dalla periferia, e non se il nostro sguardo è posto in un centro equidistante da tutto» (intervista a cura di padre Antonio Spadaro, 19 settembre 2013)
Per molto tempo la questione della condizione e dei diritti della donna nella Chiesa è stata considerata come qualcosa di inopportuno, di marginale, di superficiale. Si è imposta la chiusura di ogni discussione sul ruolo delle donne nella Chiesa screditando ogni istanza femminile o femminista definendola soltanto di tipo rivendicativo. Ma a forza di volare “alto”, a forza di costruire e inventare giustificazioni mistiche di parte, si è perso il contatto con la realtà del nostro mondo in continuo mutamento. Vogliamo continuare su questa strada? Molte donne, specialmente le più giovani e sensibili, ormai stanche dei discorsi maschili e maschilisti, si sono allontanate dalla Chiesa. Vi è stato e vi è uno scisma silenzioso dal basso. Non ce ne vogliamo accorgere? La realtà di un mondo muta e che il Concilio ci aveva invitato ad ascoltare non aspetterà più di tanto! La società va per la sua strada e non intende più farsi ammaliare dalle nostre pre-moderne giustificazioni delle esclusioni delle donne dagli uffici di responsabilità ecclesiali. Certo, possiamo ancora rimanere, al calduccio, all’interno delle nostre sacrestie accusando la società di essere perduta, possiamo girarci dall’altra parte e fare finta di nulla, perché «noi possediamo la verità», ma così agendo la credibilità ecclesiale per annunciare il Vangelo non aumenterà. Perché se la comunità ecclesiale giustamente non manca occasione per parlare agli altri e alle altre di pari dignità, di diritti umani, di uguaglianza, di accoglienza, come può essere credibile se al proprio interno fa diversamente? 
Molte donne, lo sappiamo, hanno accettato di auto-banalizzarsi, hanno introiettato il dover essere rinunciatarie, sia nella Chiesa come anche nella società. Tante donne hanno rinunciato a lottare per non essere giudicate cattive, ma così agendo hanno evitato di prendersi sul serio e hanno dato questo esempio alle loro figlie. Ci si è accontentate di accettare le “differenze” elaborate dagli uomini e mai dalle donne. Alle donne è stato spiegato che le “differenze” imposte dal mondo maschile erano naturali, normali, anzi, che erano volute da Dio. A quante contestavano questo modo di procedere è stata imposta una storia di colpevolizzazione, di emarginazione e di condanna al silenzio per amore di pace familiare, sociale o religiosa. Chi provava (e prova?) a smascherare la “costruzione sociale” secondo la quale vi è come una legge naturale che determina carattere, ruoli e destino diversi per uomini e donne, è stata ridicolizzata fino alla morte civile o ecclesiastica. Chi tentava di far prendere atto che su tali “costruzioni sociali” erano fondate (e sono fondate) molte prescrizioni, leggi e istituzioni ecclesiali non ha avuto nessun ascolto. Quando uomini e donne coraggiosi hanno cercato di dire che non basta parlare di pari dignità affettiva ma che è necessaria una pari dignità effettiva si sono visti rispondere che ciò che conta è la comunione (astratta) e non i diritti e la pari dignità dentro la nostra storia.
Per molto tempo la teologia “ufficiale” ha interpretato ed elaborato la propria riflessione teologica, ha “costruito” la tradizione, ha interpretato la Bibbia, ha impostato la liturgia, a partire dal mondo simbolico maschile, dalla mediazione maschile. E in un mondo pensato e dominato dallo sguardo maschile, in una Chiesa guidata da uomini, le donne sono diventate invisibili. Prendiamo il caso dell’uso del linguaggio, che è una spia del nostro modo di immaginare e costruire il mondo. Nei testi liturgici noi ancora oggi parliamo di uomini, fratelli, figli, intendendo con ciò includere le donne. Parliamo di giovani e così neghiamo la differenza di genere tra ragazzi e ragazze. Nella misura in cui continuiamo a rappresentare la realtà in modo universalistico (nel senso che uomo è comprensivo di donna) non facciamo altro che non ri-conoscere le potenziali della differenza delle donne. Per fortuna ormai da anni la teologica storico-critica ha rotto questo meccanismo, ha tolto il velo spesso e ha rivelato che sotto la presunzione di universalità c’è soltanto una parzialità. Da decenni (dagli anni ’60) si sta creando una rielaborazione, una re-immaginazione (dal punto di vista e dal sé delle donne) della riflessione teologica sulla creazione, su Dio, sulla sessualità, sulla Chiesa, sui ministeri nella Chiesa.
Qualche volta come Chiesa abbiamo provato a togliere la coltre che rende le donne invisibili ed escluse, ma lo abbiamo fatto in modo goffo, aumentando la ferita invece di lenirla. Così si è parlato “di genio femminile”, di vocazione delle donne e delle ragazze alla “cura”, facendo ovviamente attenzione a non parlare di diritti. Ma questo modo di procedere non è stato altro che un rinnovato modo di colonizzazione culturale e teologica, perché siamo noi maschi ad avere definito, ancora una volta, ciò che sono e devono essere le donne e le ragazze. La determinazione di ciò che le donne e le ragazze sono, rappresentano e devono essere è stata prodotta così ancora una volta dal “signore”, dal capo maschio.
Queste questioni non sono “problemi delle donne”, di donne arrabbiate e rivendicative. Non sono “loro” problemi, sono (dovrebbero essere) problemi di una Chiesa davvero «in uscita», di una Chiesa in umile e fecondo ascolto. Sono problemi di una Chiesa che desidera seriamente riformarsi. Sono sfide per una Chiesa che vuole essere credibile nell’essere radicalmente fedele a Gesù nella società contemporanea.
Urge provare un tempo nuovo. Ma quando è questo tempo? Secondo il Vangelo di Giovanni Gesù, rivolgendosi alla donna Samaritana, disse: «Ma è giunto il tempo, ed è questo, in cui adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità» (4,23). «È giunto il tempo», anche per la riforma della Chiesa cattolica. La sorpresa di papa Francesco è, io credo, un segno del tempo di Dio, un’opportunità liberante per noi, un tempo consegnatoci come responsabilità per tutti e tutte noi. Ma è sotto i nostri occhi che il suo tentativo di riforma, il suo fare uscire la Chiesa cattolica dal clericalismo, trova ostacolo proprio all’interno di settori reazionari della Chiesa, anche dentro la Curia romana. Chi coglie l’urgenza dei segni dei tempi, l’urgenza delle riforme, non ha altro da fare che sostenere con fiducia papa Francesco. Ma su questo punto sarà necessario ritornare" 

(pubblicato su "Poliedro" - Novembre 2017)

* Rosario Giuè, prete palermitano, laurea in Scienze politiche all’Università di Palermo e dottorato in Teologia alla Pontificia Università Gregoriana, è stato parroco a Brancaccio. Collabora con «la Repubblica» e con la rivista «Mosaico di Pace»