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venerdì 29 maggio 2020

I rischi di una relazionalità virtuale di Marko Ivan Rupnik

I rischi di una relazionalità virtuale
di Marko Ivan Rupnik

Racconto - La parola dell'anno


Antropologia ai tempi della rete

Il Messaggio di Papa Francesco per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali tocca quest’anno uno dei nodi fondamentali del divenire dell’uomo. Dopo secoli di una cultura quasi tutta centrata sull’individuo, siamo arrivati praticamente a un soggettivismo così aggravato che sembra di essere davvero vicini al declino di una civiltà.

Nell’arte, ad esempio, proprio in reazione al formalismo di certe epoche passate, si è registrata l’urgenza di contestare, per affermare con forza ciò che è più tipicamente umano e che per secoli è stato sottovalutato o addirittura non considerato. Alla fine della modernità abbiamo assistito perciò all’esplosione di un’arte che voleva far vedere l’unicità di ogni persona, richiamando l’attenzione su quelle dimensioni dell’esistenza umana che una modernità molto razionalista, organizzata e strutturata scientificamente non aveva considerato. Infatti, questa protesta, forte e a volte quasi violenta — soprattutto attraverso le arti figurative — ha anche annunciato la fine di una certa epoca.

Da un lato si fa emergere ciò che è veramente umano, particolarmente sotto l’aspetto vitale, cioè quanto rende l’uomo vivo, ossia le relazioni con gli altri; dall’altro lato, è proprio l’urgenza di far emergere la libertà umana che si esprime nelle relazioni a dare sfogo a un certo soggettivismo che finisce per ferire la capacità di comunicare. Il linguaggio, infatti, in questo contesto risulta più legato alla forma con cui uno si presenta che alla verità della comunicazione — cioè la forza dell’amore che spinge ad aprirsi all’altro, realizzando così l’uomo a somiglianza della comunione trinitaria.

Un’esposizione alla Biennale Arte di Venezia di alcuni decenni fa ha fatto vedere in modo palese quanto sia necessario aiutare l’uomo a uscir fuori dalla propria chiusura, da un’esistenza isolata nella propria individualità. Le opere esibite sembravano esprimere la maturata consapevolezza che, se l’uomo non scopre l’altro, è arrivato all’epilogo della propria esistenza.

Ma poi tutto è cambiato, in una fretta impressionante. Con l’avvento esplosivo di un mondo comunicativo, dove i mezzi di comunicazione sono sempre più a disposizione dell’umanità intera, ogni persona a un tratto si è trovata a disporre di una rete di comunicazione planetaria. Questo è avvenuto in modo così veloce che probabilmente nessuno è riuscito a seguire cosa stesse realmente accadendo all’uomo, catapultato in un sistema di comunicazione e di informazione mai prima conosciuto. È impossibile che una tale novità culturale, così rivoluzionaria, non incida sulla visione antropologica stessa, sulla visione dell’uomo e della sua esistenza.

Ciò che in qualche modo è stato compromesso è che, esattamente nel momento in cui da un punto di vista culturale si prendeva coscienza di dover superare un individualismo esasperato — e quindi c’era la possibilità che si aprisse davanti a noi un’epoca nella quale l’uomo poteva scoprire la sua dimensione relazionale —, proprio in quel momento la soluzione a tale soggettivismo chiuso e soffocante è scivolata nella proposta di una relazionalità virtuale.

Non credo che siamo ancora in grado di decifrare quale sia la portata del cambiamento che questo modo di comunicare ha innestato — che è divenuto un modo di essere e di esistere —, ma certamente è chiaro che c’è una relazione tra il cambiamento in atto nell’uomo e il sistema di comunicazioni che fa dell’uomo il suo marketing.

La relazionalità vissuta in rete in modo più o meno virtuale implica certamente profondi cambiamenti nel modo di esistere dell’uomo e anche nella coscienza che egli ha di se stesso.

Ora, l’identità dell’uomo è legata alla sua corporeità. E la corporeità dell’uomo è così essenziale e preziosa che anche Dio — nella persona del Verbo — si è incarnato e si è fatto uomo. Se Gesù Cristo non sarà mai più senza il corpo e se la sua persona esiste con la corporeità umana nella gloria eterna della comunione trinitaria, allora la virtualità pone un interrogativo che va affrontato.

Qual è la corporeità dell’uomo nella virtualità contemporanea? Chi è l’uomo con il corpo virtuale nella realtà contemporanea? Cristo si è incarnato, ha assunto la natura umana e l’ha vissuta al modo di Dio, riportando con la sua Pasqua l’umanità alla gloria di Dio. Egli rimane dunque in eterno con la corporeità umana, con la natura umana. Qual è allora il disegno della vita umana, se le realtà più esposte al cosmo, alle intemperie, alla mortalità e alla vulnerabilità, vengono intese e presentate soprattutto virtualmente? Chi trasmette la vita?

Ma ancora più urgente è la domanda: quale vita passa attraverso queste reti, quale vita si trasmette, quale vita ci possiamo veramente donare l’uno all’altro? Siccome la vita è sempre racconto, qual è il racconto di questo clima culturale? Esiste? E, se no, ammette la sua mancanza di vita? Quando uno ascolta il racconto, quando lo legge, quando lo contempla avviene una comunicazione di fecondazione. Dove oggi il racconto feconda, chi lo ascolta, chi lo accoglie? E quale ne è l’arricchimento? Quale sete viene appagata con il racconto che passa oggi tra la gente?

Proprio su questo tema, penso che noi cristiani siamo chiamati in causa ed è probabilmente un punto sul quale forse non siamo preparati. Perché — come diceva il cardinale Carlo Maria Martini e tanti altri con lui — il nostro ritardo culturale è molto grave. Dovevamo essere noi in prima linea quando l’umanità, stanca di un certo individuocentrismo, chiedeva aiuto per uscire da sé e riscoprire l’altro.
(fonte: L'Osservatore Romano 23/05/2020)