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venerdì 31 dicembre 2021

Enzo Bianchi Il Natale e il vero significato dei regali

Il Natale e il vero significato dei regali

di Enzo Bianchi

La Repubblica - 27 dicembre 2021


Questi giorni di feste natalizie e dell’inizio di un nuovo anno sono contraddistinti soprattutto dallo scambio dei doni. I bambini attendono i regali sotto l’albero di Natale, gli uomini e le donne li fanno e li ricevono da parenti e amici, e poi ci sono anche quelli che fanno doni di carità a chi è nel bisogno… Si scambiano gli auguri, si scambiano parole di affetto, si scambiano “cose” pensate e scelte per rallegrare o aiutare i destinatari. La carità “organizzata”, poi, imbandisce tavole alle quali chiamare per un posto i più poveri, i senza casa, i mendicanti.

Sembra un trionfo della bontà, e a molti questa atmosfera di regali appare come una verifica della buona qualità della nostra vita famigliare e sociale. Ma io confesso che sovente mi interrogo e resto perplesso: non dimentico infatti che anche nella stagione della mia infanzia, il dopoguerra povero, si scambiavano regali, ma per conservare l’anonimato del donatore e affinché nessuno se ne assumesse la paternità (“questo è il regalo del papà, questo della mamma, questo della nonna…”) i doni si attribuivano a Gesù bambino o Babbo Natale. Sapevamo che non c’era nessuna discesa di Gesù nel camino della cucina ma, in questo modo, i doni venivano da chi ci amava senza troppi individualismi e senza lasciar spazio a possibili concorrenze e protagonismi. Era un canto alla gratuità, alla non reciprocità (perché i bambini non sapevano fare doni), era un accogliere i regali con stupore e meraviglia. Per tutti c’erano doni, per i più poveri come per i meno poveri, perché alle persone bisognose si portava qualcosa affinché potessero anche loro fare un dono ai figli, altrimenti non sarebbe stato Natale. Nessun idealismo, perché allora come oggi chi festeggiava soffriva nello stesso tempo ferite, faceva fatica a vivere, aveva parole inghiottite anche a tavola con gli altri.

Oggi viviamo nell’abbondanza, in una società segnata da un accentuato individualismo con tratti di narcisismo, tentati di assumere la logica del do ut des, la logica del mercato: c’è ancora posto per l’arte del donare, per esercitarci a donare resistendo alla perversione del dono? Il dono è ancora contraddistinto dalla gratuità, oppure la simula facendo regnare la legge del tornaconto? Perché ormai abbiamo imparato a interrogarci e a diffidare anche di questo atto del donare che dovrebbe essere la prima azione umanizzante. Basterebbe pensare ai cosiddetti “aiuti umanitari” con cui abbiamo voluto nascondere il male operante nella realtà della guerra.

Ma oltre alla perversione del dono è possibile anche la sua banalizzazione: sovente il dono viene depotenziato e stravolto quando gli si assegna il nome di “carità”, e si dona con un sms una briciola a quelli che i mass media ci indicano come destinatari – lontani! lontanissimi!... che non incontreremo mai –, per i quali vale la pena provare emozioni, illudendoci di essere capaci di compassione. Io chiamo questa emozione “carità presbite”, che si indirizza ai lontani ed è incapace di vedere e incontrare nella vita quotidiana chi è bisognoso ed è vicino a noi! E poi la chiamano carità cristiana!...

Fare doni è un movimento asimmetrico, unilaterale, che nasce da libertà ed è capax amoris. Sa assumere i rischi, ma così nega l’autosufficienza e si pone come gesto eversivo, “contro natura”, vera diastasi nelle relazioni umane facendo emergere che ognuno deve donare perché sempre e comunque debitore dell’amore verso l’altro.

E non si dimentichi che il dono all’altro per eccellenza è la propria presenza, la propria vita, il proprio tempo, la vicinanza nella gratuità. Da questo esercizio del dono può essere generata la capacità del dono dei doni: il perdono!
(fonte: blog dell'autore)