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venerdì 28 luglio 2023

Intenzione di preghiera per il mese di Agosto 2023 Preghiamo per la Giornata Mondiale della Gioventù (testo e video)

Intenzione di preghiera per il mese di Agosto 2023

Preghiamo per la Giornata Mondiale della Gioventù.




Papa Francesco spera in una Giornata Mondiale della Gioventù a Lisbona che sia "un seme del mondo del futuro".

● In occasione dell’apertura della Giornata Mondiale della Gioventù a Lisbona, Il Video del Papa si concentra sul ruolo fondamentale dei giovani nella vita della Chiesa e del mondo.
● Con il motto "Maria si alzò e andò in fretta" (Lc 1,39), Francesco incoraggia i giovani a seguire l’esempio mariano di "mettersi in cammino, in fretta e furia, per servire, per aiutare" gli altri. 
● Ai giovani, il Papa affida il compito di costruire “un mondo dove l'amore sia al centro, dove possiamo sentirci sorelle e fratelli”. “Siamo in guerra”, ricorda, e “mi piacerebbe vedere a Lisbona un seme del mondo del futuro.

"Quando vado in chiesa nel mio quartiere, vedo solo persone anziane. La Chiesa è ormai una roba da anziani?", viene chiesto a Francesco all'inizio del Video del Papa, alla vigilia della Giornata Mondiale della Gioventù. 
La sua risposta è schietta: "Se diventa un club per anziani, è destinata a morire. [...] La Chiesa ha bisogno dei giovani per non invecchiare"

Il video con la nuova intenzione di preghiera del Santo Padre – affidata a tutta la Chiesa cattolica attraverso la Rete Mondiale di Preghiera del Papa, e che questo mese vede la collaborazione della Fondazione Giornata Mondiale della Gioventù (GMG) Lisbona 2023 e del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita – parla dei giovani, della celebrazione della Giornata Mondiale della Gioventù. Il messaggio sottolinea l'invito di Papa Francesco ai giovani a mettersi in cammino, in fretta, per testimoniare il Vangelo e con gioia. 
Le domande dei giovani 
Il video di questo mese ha una particolarità: Papa Francesco risponde infatti ad alcuni giovani, che lo interrogano in varie lingue e da vari continenti. Dalle Filippine, dal Brasile e dalla Costa d’Avorio, i ragazzi del Movimento Eucaristico Giovanile – la sezione giovanile della Rete Mondiale di Preghiera del Papa, che conta su 1.700.00 membri in 60 Paesi – pongono a Francesco domande senza filtro: se appunto la Chiesa si stia riducendo a “una roba da anziani”; perché come tema della Giornata Mondiale della Gioventù sia stata scelta Maria; quali siano le aspettative del Papa stesso da questo incontro mondiale dei giovani in Portogallo. 

Le risposte del Papa 
Anche le risposte di Francesco, in questo botta e risposta a distanza, sono molto schiette. Spiega che l’atteggiamento di Maria è una lezione per tutti i suoi coetanei, perché “appena sa che sarà la madre di Dio, non sta lì a farsi un selfie o a mettersi in mostra”, ma “la prima cosa che fa è mettersi in cammino, in fretta e furia, per servire, per aiutare”. Confida, poi, il suo sogno di “vedere a Lisbona un seme del mondo del futuro”: un mondo dove siano al centro l'amore (in un momento in cui “siamo in guerra”) e la gioia ("perché se noi cristiani non abbiamo gioia non siamo credibili”). 

I giorni dell’incontro 
Secondo mons. Américo Aguiar, Presidente della Fondazione GMG Lisbona 2023, "la Giornata mondiale della gioventù è, in sostanza, un incontro dei giovani con il Papa, un incontro dei giovani con i giovani e un incontro di ogni giovane con Cristo vivo. In questo viaggio mi aspetto tutto e non mi aspetto niente. Aspettarmi tutto è aspettarmi che tutti i giovani siano toccati dalle parole del Papa e che ogni giovane incontri il Signore della Vita. Non aspettarmi nulla è fidarmi totalmente, dare tutto quello che ho e sono e non aspettarmi nulla in cambio. Cerco ogni giorno, ma soprattutto in questi ultimi giorni, il distacco totale di chi sa che non è possibile svolgere questo immenso compito senza la presenza efficace di Gesù Risorto". 

Riabbracciarsi dopo la pandemia 
Questo il commento di Padre João Chagas, responsabile dell’Ufficio Giovani del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita: “È bello poter pregare insieme meditando sul tema del dialogo intergenerazionale, così caro al nostro amato Papa Francesco. Già nel suo messaggio ai giovani del 2017, ricordava: ‘Giustamente voi aspirate a prendere il volo, portate nel cuore tanti sogni, ma avete bisogno della saggezza e della visione degli anziani. Mentre aprite le ali al vento, è importante che scopriate le vostre radici e raccogliate il testimone dalle persone che vi hanno preceduto. Per costruire un futuro che abbia senso, bisogna conoscere gli avvenimenti passati e prendere posizione di fronte ad essi’. Proprio per promuovere questa cultura dell’incontro a 360 gradi, dopo la tremenda esperienza della pandemia, dell’isolamento sociale, possa questa GMG essere occasione per i giovani di tutto il mondo di riabbracciarsi, nella speranza di vivere tempi di pace”.

La Rete Mondiale di Preghiera del Papa e la GMG 2023 
P. Frédéric Fornos S.J., Direttore Internazionale della Rete Mondiale di Preghiera del Papa sottolinea la presenza dell’opera pontificia nella GMG: “Il Video del Papa di questo mese è uno dei segni di presenza della Rete Mondiale di Preghiera del Papa nella Giornata Mondiale della Gioventù di Lisbona. Già dal 2020, infatti, il cammino di preparazione all’evento è stato accompagnato dalla preghiera nell’app Click To Pray, l’app ufficiale di preghiera del Papa e dell’incontro di Lisbona, che il 23 di ogni mese ha dedicato regolarmente una preghiera alla GMG 2023. 
Dal 30 luglio al 6 agosto, durante lo svolgimento dell’evento, Click To Pray metterà poi a disposizione dei partecipanti – e di chi non potrà essere fisicamente presente, ma vorrà comunque accompagnare la GMG pregando a distanza – tre meditazioni quotidiane, in formato testo e audio, disponibili in cinque lingue: spagnolo, portoghese, inglese, italiano e francese”. Naturalmente, anche il Movimento Eucaristico Giovanile, la nostra sezione giovanile, sarà presente a Lisbona. Abbiamo creato una redazione di inviati del MEG che aiuterà i giovani del MEG di tutto il mondo a partecipare, attraverso eventi locali, nei loro Paesi e online".

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Guarda il video


Il testo in italiano del videomessaggio del Papa

Quando vado in chiesa nel mio quartiere, vedo solo persone anziane. 
La Chiesa è ormai una roba da anziani?

La Chiesa non è un club per anziani, così come non è un club per giovani. 
Se diventa un club per anziani, è destinata a morire. 
San Giovanni Paolo II diceva che se vivi con i giovani, diventi anche tu giovane, 
e la Chiesa ha bisogno dei giovani per non invecchiare.

Caro Papa Francesco, perché ha scelto come motto per questa GMG 
“Maria si alzò e andò in fretta”?

Perché Maria, appena sa che sarà la madre di Dio,
non sta lì a farsi un selfie o a mettersi in mostra. 
La prima cosa che fa è mettersi in cammino, in fretta e furia, per servire, per aiutare. 
Anche voi dovete imparare da lei a mettervi in cammino per aiutare gli altri.

Cosa si aspetta da questa GMG a Lisbona?

Mi piacerebbe vedere a Lisbona un seme del mondo del futuro. 
Un mondo dove l’amore sia al centro, dove possiamo sentirci sorelle e fratelli. 
Siamo in guerra, abbiamo bisogno di qualcos’altro. 
Un mondo che non abbia paura di testimoniare il Vangelo. 
Un mondo in cui ci sia gioia, perché se noi cristiani non abbiamo gioia 
non siamo credibili e nessuno ci crede.

Preghiamo affinché la Giornata Mondiale della Gioventù di Lisbona 
aiuti noi giovani a metterci in cammino, 
testimoniando il Vangelo con la nostra vita.

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Anche nel mese di Agosto l'intenzione di preghiera del Papa è stata resa nota con un tweet




Gente disperata o gente di speranza?

Gente disperata o gente di speranza?

A partire da Leopardi qualche appunto sulla felicità e sulle difficoltà della vita, e su come da cristiani siamo chiamati a coniugarle nel quotidiano


«Leopardi era pessimista, eppure anche lui continuava a sperare ogni singola volta. Non si è mai arreso: diceva che la felicità era solo un intervallo fra un dolore e l’altro, è vero. Ma non mi sembra che si sia mai rifiutato di cercare quegli intervalli ogni volta che era possibile.
Anzi, è proprio dei pessimisti cercare di aggrapparsi come possono alla felicità ogni volta che la trovano, perché per primi sanno quanto possa essere rara e preziosa». Così scriveva qualche anno fa su un social network una mia ex alunna ormai laureata, pensiero che ho da allora conservato con cura.

La felicità non è la risata facile o l’ilarità smodata, non è la vittoria della propria squadra né una vincita alla lotteria, non è però neanche il pensare di aver trovato tutte le risposte ai propri problemi e ritenere di essere tanto nella verità che l’importante è che noi siamo felici e che magari la felicità dell’altro possa dipendere da noi. E per un cristiano che cos’è la felicità? Mi piace allora riportare una frase che mi ritorna in mente costantemente: Chi ha incontrato Gesù Cristo è felice, ma se non lo è, vuol dire che ha incontrato qualcun altro!

Un cristiano, dunque, può essere pessimista ed infelice? Può sempre lamentarsi? L’incontro con il Cristo della gioia ci richiama al dovere di impegnarci per una società che non trascuri le relazioni significative di ogni genere. Cosa fare dunque? La risposta è nel nostro quotidiano, l’impegno innanzitutto è quello di prendere coscienza del Battesimo e della Cresima ed essere testimoni veri e gioiosi dell’amore di Dio. Ciò significa non fare cose straordinarie, ma rendere tali quelle ordinarie. Proviamo a cambiare la nostra vita familiare, il rapporto con gli amici, quello con i più lontani, il nostro modo di studiare o lavorare, di fare volontariato, di vivere nella Chiesa, di stare nei social; nel mutare queste cose, confrontiamoci costantemente con la Parola di Dio e con le Beatitudini.

Non mancheranno le difficoltà: si combatte con la crisi vocazionale, economica, educativa e dei valori; si lotta con la stanchezza, contro la routine, con gli insuccessi educativi, con le debolezze umane. Tutto ciò non si nasconde ma va offerto quotidianamente, alla luce del sole, con il sudore di ogni relazione importante e la costanza della preghiera. Qualcuno, forse un po’ sfiduciato, dirà: «Una volta era diverso, belli i tempi antichi, invece ora…».

Da cristiani si sa, però, che “fare memoria” non è un nostalgico e malinconico ricordo, non è fissare le lapidi e le statue erette un tempo, ma è celebrare la vita, illuminare una storia che continua, che risorge sempre “il terzo giorno”, pronti a perdere ciascuno qualcosa, magari a cambiare tutto, ma fiduciosi nell’annuncio della speranza.

Nella società del “tutto e subito” vogliamo essere ancora testimoni credibili, apostoli attenti ai giovani e alle loro famiglie, coinvolgenti nelle proposte vocazionali, coraggiosi nella spinta missionaria, ricchi di forte spiritualità.
(fonte: Vino Nuovo, articolo di Marco Pappalardo 20 luglio 2023)


giovedì 27 luglio 2023

Messaggio del Pontefice al Festival delle nuove generazioni in corso a Medjugorje: Dio ha un progetto di amore per ciascuno di voi

Messaggio del Pontefice al Festival delle nuove generazioni in corso a Medjugorje

Dio ha un progetto di amore per ciascuno di voi


Pubblichiamo in una nostra traduzione dal croato il testo del messaggio inviato dal Papa ai partecipanti all’annuale Festival dei giovani, in corso a Medjugorje, in Bosnia ed Erzegovina, dal 26 al 30 luglio sul tema «Ecco mia madre e i miei fratelli (Mt 12, 49)».

Carissimi,

mi rivolgo con gioia a voi che state partecipando al Festival dei Giovani a Medjugorje, un’occasione per celebrare e rinnovare la vostra fede. Vi auguro di vivere questi giorni come un pellegrinaggio spirituale che vi porterà ad incontrare il Signore Gesù nell’Eucaristia, nell’Adorazione, nella Confessione, nelle catechesi bibliche, nella preghiera silenziosa e nel Rosario, e anche attraverso le testimonianze.

Il tema proposto quest’anno alla vostra riflessione è: “Ecco mia madre, ecco i miei fratelli” (Mt 12, 49). L’evangelista Matteo racconta che, mentre Gesù parla alla folla, qualcuno gli dice che sua madre e i suoi fratelli stanno fuori e lo cercano. Gesù risponde con una domanda: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?» (Mt 12, 48). E, indicando i suoi discepoli, dice: «Ecco mia madre e i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12, 49-50).

Ci colpiscono molto il gesto e le parole di Gesù perché, a prima vista, sembrano una mancanza di rispetto verso sua Madre e i suoi parenti. In realtà, con questa espressione Egli ha voluto indicarci che è l’adesione alla volontà del Padre a stabilirci nell’unione con Lui, un legame superiore ai più stretti vincoli di sangue. Cari giovani, la volontà di Dio è un tesoro inestimabile! Per questo la Vergine Maria stringe un legame di parentela con Gesù prima ancora di darlo alla luce. Ella diventa discepola e madre di suo Figlio nel momento in cui accoglie le parole dell’Angelo rispondendo: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1, 38). Da quel momento, tutta la sua vita è stata un continuo fare la volontà di Dio.

Eppure, noi ci troviamo sovente in contrasto con questa volontà, a volte facciamo fatica a comprenderla e accoglierla, vorremmo una vita diversa, senza sfide, senza sofferenze, vorremmo noi stessi essere diversi, magari più intelligenti, più ricchi di talenti o disposizioni naturali. Tuttavia, non c’è per noi volontà migliore di quella del Padre, che è il progetto di amore per noi in vista del suo regno e della nostra piena felicità. Spesso temiamo questa volontà, perché abbiamo paura che Dio possa imporci qualcosa per puro arbitrio e non per il nostro bene; abbiamo paura che accettare la sua volontà significhi rinunciare alla nostra libertà. Dobbiamo, invece, cercare intensamente, chiedere a Dio Padre di farci conoscere la sua volontà e chiedere che essa si compia in noi. E il motivo più profondo per desiderarla ce lo indica proprio Gesù: fare la volontà del Padre ci rende suoi figli, fratelli, sorelle, madri, e ci fa crescere nell’amore verso di Lui e verso gli altri.

Cari giovani, Dio ha un progetto di amore per ciascuno di voi. Non abbiate paura della sua volontà, ma ponete tutta la vostra fiducia nella sua grazia. Per Lui siete preziosi e importanti, perché siete opera delle sue mani (cfr. Esort. ap. postsin. Christus vivit, 115). Solo Lui conosce il vostro cuore e i vostri desideri più profondi. Solo Lui, che vi ama con amore assoluto, è capace di colmare le vostre aspirazioni. Nessuno all’infuori di Dio potrà darvi la vera felicità. Seguendo l’esempio di Maria, sappiate dirGli il vostro “sì” incondizionato. Non ci sia posto nella vostra vita per l’egoismo né per la pigrizia. Approfittate della vostra giovinezza per gettare, insieme con il Signore, le basi della vostra esistenza, perché il vostro futuro personale, professionale e sociale dipenderà dalle scelte che farete in questi anni.

In questo cammino, carissimi giovani, vi accompagni Maria Santissima e vi insegni a discernere e accogliere la volontà del Padre celeste nella vostra vita. Con la giovinezza, imprimete al tempo presente il segno della speranza e dell’entusiasmo. Siate missionari entusiasti della nuova evangelizzazione! Portate a coloro che soffrono, a coloro che sono in ricerca, la gioia che Gesù vuole donare. Portatela nelle vostre famiglie, nelle vostre scuole e università, nei vostri luoghi di lavoro e nei vostri gruppi di amici, laddove vivete. Se lascerete operare in voi la grazia di Dio, se sarete generosi e perseveranti nel vostro impegno quotidiano, farete di questo mondo un luogo migliore per tutti. Vi benedico di cuore. E vi chiedo per favore di pregare per me.

Roma, San Giovanni in Laterano, 29 giugno 2023
Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo

Francesco
(fonte: L'Osservatore Romano 27 luglio 2023)


TONIO DELL'OLIO Armi e ambiente quale sicurezza?

TONIO DELL'OLIO
Armi e ambiente quale sicurezza?

Pubblicato in Mosaico dei Giorni il 26 luglio 2023


Chiedetelo, vi prego, chiedetelo a tutti gli italiani e le italiane se preferiscono che i nostri soldi (sottolineo nostri) siano spesi per gli armamenti o per rafforzare la nostra sicurezza dai disastri climatici.

E se è vero che uno solo degli F35 assemblati in Italia costa più di 100 milioni di euro, pensate a quali risposte efficaci e concrete si potrebbero cominciare ad offrire agli abitanti della Romagna che non hanno ancora visto il becco di un risarcimento e nemmeno di un piano al riguardo. E immaginate quali investimenti si potrebbero operare con quel 2% del Pil che investiremo in difesa armata e che corrisponde a 104 milioni di euro al giorno, se solo decidessimo sul serio di diminuire le immissioni dannose nell'atmosfera e che sono all'origine dei disastri tra surriscaldamento, incendi, esondazioni, frane, tempeste e trombe d'aria. Solo qualche sera fa un lungo servizio del notiziario televisivo più seguito in Italia è stato dedicato alla prima donna-pilota di un F35. Nel tripudio di orgoglio e "riscatto femminile" si dimenticava di raccontare quanto costa una sola ora di esercitazione in volo e soprattutto che quei velivoli servono per uccidere. Se il fine ultimo è quello di garantire la protezione dei cittadini, è fuori da ogni ragionevole dubbio che la sicurezza di cui abbiamo bisogno non viene certo garantita dagli F35.

Il Papa e i giovani, nuovo podcast: anche se sbagliate, Dio è pazzo d’amore per voi

Il Papa e i giovani, nuovo podcast:
anche se sbagliate, Dio è pazzo d’amore per voi

In vista della Gmg, una nuova puntata di Popecast: dialogo a distanza tra Francesco e un gruppo di ragazzi e ragazze che si confida e si racconta. Tra loro un disabile transgender, due detenuti, una ragazza con disturbi psicologici, un adolescente che passa il tempo ai videogiochi. Il Papa ascolta, consola, incoraggia. Poi accoglie la proposta del piccolo Alessandro di una Giornata mondiale dei bambini: “Possiamo farla organizzare ai nonni. Ci penso!"



“Esta es la juventud del Papa…”

Chi è la gioventù del Papa? Chi sono i giovani oggi? Dal macrocosmo della Gmg - la prossima a Lisbona - difficile forse entrare nelle sfumature di una generazione caratterizzata dall’avanzare delle tecnologie, segnata da tante fragilità, ma che si contraddistingue anche per la voglia di fare, di scoprire, reinventarsi. A farsi colori di generazioni policromatiche come la Gen Z, la Gen X, i millennials, sono Giona, disabile e transessuale, Edward e Valerij, in carcere per furti e rapine, Arianna, affetta da disturbo bipolare che si rifugia nel sonno per sfuggire alle angosce della vita, Giuseppe, che trascorre gran parte delle giornate ai videogames, e tanti altri di cui non conosciamo il volto, ma solo le ferite, le paure, i desideri, i progetti. Li hanno condivisi loro in un podcast.

“Il podcast? Me lo ricordo!”

“Il podcast? Sì, me lo ricordo”, risponde Francesco. Il primo era stato a marzo per i dieci anni di pontificato. La proposta è stata di una seconda puntata in vista della Gmg, dove i protagonisti sono ragazzi e ragazze dal diverso background, i quali, quando hanno parlato, non sapevano ancora che la loro voce sarebbe risuonata dalle casse di un computer a Casa Santa Marta. C’è quindi tutta la genuinità di persone che si sfogano, si raccontano, si confidano. Davanti a quel computer è seduto il Successore di Pietro che ogni tanto fa una smorfia di dolore quando sente parole come suicidio, condanna, emarginazione. Sorride davanti alla diversità degli accenti. La preoccupazione è di dare a tutti una parola. E quella parola è sempre “Dio”, orizzonte della vita. L’altra è “avanti”.


Storia di Giona, disabile e transgender

Lo dice a tutti. Lo dice a Giona, disabile, omosessuale, transgender, credente, che non rivendica alcunché ma vuole solo condividere la sua storia: “Coltivare una fede che sentissi davvero mia, mi ha aiutato ad accettarmi nel mio corpo disabile, atipico, a non sentirmi mai davvero solo neanche nelle difficoltà perché consapevole che chi mi conosce da prima che io sia, mai mi affiderebbe una croce troppo pesante per le mie spalle”, racconta. “Quando ho preso consapevolezza di essere una persona trans avrei tanto preferito non credere… E quel corpo meraviglioso e perfetto in quanto opera Sua? Mi sentivo strattonato dalla dicotomia tra fede e identità transgender, entrambe braccia di uno stesso corpo, il mio!”. Giona spiega che le prime persone con le quali si è confidato hanno cercato di dissuaderlo, prefigurando “un cammino buio”, quello dei “disertori di Cristo”. “Mi sono sentito colpevole”.

“Dio ci ama così come siamo”

“Il Signore sempre cammina con noi, sempre”, dice il Papa, “anche nel caso in cui noi fossimo peccatori, lui si avvicina per aiutarci”.

“Il Signore sempre cammina con noi, sempre. Il Signore non ha schifo di nessuno di noi. Anche nel caso in cui noi fossimo peccatori, lui si avvicina per aiutarci. Il Signore non ha schifo delle nostre realtà, ci ama come siamo. E questo è l’amore pazzo di Dio... Dio ci ama come siamo, Dio ci accarezza sempre. Dio è padre, madre, fratello, tutto per noi. E capire questo è difficile, ma Lui ci ama come siamo. Non arrenderti… Avanti…”


Edward e Valerij, l’emarginazione, la baby gang, l’orfanotrofio, la rabbia

In Sudamerica Edward, rumeno, sarebbe membro di una pandillas. Quelle che in Italia conosciamo come baby gang. Ha rubato, spacciato, rapinato, come risposta a una condizione di povertà ed emarginazione, di prese in giro per i vestiti vecchi e l’italiano sbagliato. Si definisce “un bravo ragazzo però tanto fragile”. Valerij è russo, ha usato violenza contro cose e persone. Sfogo di una rabbia interiore montata dentro dopo l’abbandono dei genitori in orfanotrofio e la pandemia, “scintilla” che l’ha fatto esplodere. Non ha sogni nel cassetto, confida, ma aspetta solo la fine della pena. Entrambi sono nella comunità Kayros per il recupero di minori.

“Gli sbagli non devono affossare la vita”

La loro storia è una storia “umana”, afferma il Papa, una storia che “va avanti con successi e con sbagli”.

“Tante volte la società è crudele perché uno sbaglio ci qualifica per tutta la vita.... Quel dito accusatore ci distrugge. Vi dico una cosa: non eravate soli nel vostro cammino, neppure quando avete fatto gli sbagli brutti, c’era il Signore lì. E il Signore pronto a prenderti per mano, per aiutarti a sollevarti. È stato Lui a fare le circostanze storiche per sollevare ambedue... La vita non viene affossata dagli sbagli. I nostri sbagli tante volte ci fanno riflettere per andare avanti”

Arianna, i disturbi e la salvezza di Dio

Arianna non è minorenne, ma è ancora una ragazzina. È affetta da un disturbo bipolare che la “tiene in trappola” e le impedisce di lavorare. Dorme per fuggire dalle angosce di una vita costellata da difficoltà, anche psicologiche. Racconta tutto con la lucidità che proviene dal sentirsi “salvata da Dio”. Il Papa si commuove davanti alla sua storia e chiede di riascoltare alcuni passaggi due volte, soprattutto quello in cui la ragazza dice di vivere come in “un’altalena tra il desiderio di suicidio e il cuore che esplode di gioia”.

“Non perdere l’avventura della vita”

Il Papa la mette in guardia: “Una vita così rischia di essere un labirinto”.

“Guarda sempre in avanti, non perdere l’orizzonte, perché è quello che ti farà andare avanti. E l’orizzonte è Dio. Non perdere questa avventura della vita. Non entrare nei labirinti della coscienza che alla fine non ci salvano…”

Dal Pontefice anche l’invito a osservare tutte le cure psicologiche necessarie: “Tutti noi abbiamo ferite psico-fisiche, tutti noi siamo feriti dalla vita e dal peccato anche. Ma prenditi cura di quello”.


Agustina e i giovani argentini

Giovane che accompagna i giovani è Agustina, argentina. Parla dell’azione dei ragazzi e delle ragazze del suo Paese per un futuro “migliore”. “L’Argentina… Materia sua, Santo Padre”. Lui, con un guizzo negli occhi, si sintonizza con la connazionale e racconta “una storia”:

“Una volta sono andati gli angeli a trovare Dio e a lamentarsi: “Tu, Padre eterno, sei ingiusto perché a tutti noi ci hai dato una cosa di ricchezza… invece all’Argentina hai dato tutto, è ricca in tutto”. E l’eterno Padre rispose: “Ma io me ne sono accorto di quello e per bilanciare gli ho dato gli argentini”. Il problema dell’Argentina siamo noi che tante volte non abbiamo la forza per andare avanti”

L’esempio dei Mondiali

L’esempio, per Francesco, è l’ultimo Mondiale:

“L’Olanda all’inizio, primo tempo, 2 a 0. Ma bellissimo quello! E gli argentini cosa hanno fatto? “Abbiamo vinto!”. Alla fine hanno dovuto vincere con un rigore. La Francia, 3 a 1. “Ah, abbiamo vinto già!”. Ma mancava il secondo tempo. Alla fine hanno vinto con un rigore. Noi crediamo che la cosa è finita perché ci stanchiamo del cammino e ci fermiamo a metà”

Valeria e i desideri e le critiche dei giovani per la Chiesa

È giovane ma non parla da giovane bensì a nome dei giovani, Valeria, insegnante di religione. Si fa portavoce di richieste, istanze e anche lamentele che raccoglie nel suo servizio. Come quelle per una Chiesa più trasparente, svecchiata nei metodi, vicina alla gente. “Una Chiesa in cammino” insomma, osserva il Papa.

“La Chiesa è Chiesa quando è in cammino. Al contrario è una setta religiosa chiusa in se stessa. Tante volte nella Chiesa ci sono lotte di piccoli gruppi, l’uno contro l’altro. Quando una differenza si trasforma in partito, questo uccide l’unità... Non tutti siamo uniformi nella Chiesa e questo è la grandezza”

La vita virtuale di Giuseppe

L’ultimo è Giuseppe, ha lasciato l’università e trascorre gran parte del tempo in casa giocando ai videogames, intessendo relazioni solo virtuali. Non è una testimonianza, la sua, ma la rivendicazione di una scelta di vita: “Io alla fine male non ne faccio, né così ne ricevo”. Il Papa ascolta e da nonno diventa padre, non risparmiando qualche durezza perché a ragazzi come Giuseppe forse serve uno scossone.

“Tu davvero hai sviluppato un modo di vivere, di essere in contatto con la gente, ma è un contatto asettico. Come quello che hanno le persone in terapia custodita che guardano i familiari dietro un vetro. Ti manca l’orizzonte… Non si può vivere senza orizzonte, sai? Finirai annoiato di te stesso, col tempo”


L’invito a partecipare alla Gmg

“Andrai alla Gmg?” è la domanda rivolta infine a tutti. Qualcuno sì, qualcuno no, qualcuno non sa neanche di cosa si parli. L’invito del Papa è però valido per chiunque:

“Vale la pena andare alla Gmg. Vale la pena rischiare! Chi non rischia, non va avanti. Vale la pena andare lì, e poi ne parliamo”

La proposta di una "Gmb", una Giornata Mondiale dei Bambini

Quasi alla porta, nell’urgenza di un’agenda estiva scandita da tutto tranne che dal riposo, un’ultima richiesta: “Questo, Santo Padre, lo deve proprio sentire!”. È il messaggio vocale di Alessandro, 9 anni, che lancia la proposta di una GMB, la Giornata mondiale dei Bambini.

“Mi piace tanto! E possiamo farla organizzare dai nonni. Chiedere ai nonni che organizzino una giornata così. Una bella idea. Ci penserò e vedrò come farla”

Il Papa durante la recente visita ai bambini di Estate Ragazzi in Vaticano

(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 25/07/2023)

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Vedi anche il post precedente:


mercoledì 26 luglio 2023

La memoria dei santi Gioacchino e Anna ci ricorda il valore del matrimonio, dell’unità e dell’amore familiare.

Catechesi nell'arte

I Santi Gioacchino e Anna
Rappresentati da Giotto a Padova nella Cappella Scrovegni

Giotto, Sant'Anna e San Gioacchino, 1303-1304

La Vergine, donna immacolata e dolcissima, non poteva che nascere da genitori santi. Anziani, emarginati dalla società perché sterili, eppure ripieni di speranza e di fede. La memoria dei santi Gioacchino e Anna ci ricorda il valore del matrimonio, dell’unità e dell’amore familiare.

Il 26 luglio ricorre la memoria dei santi Gioacchino e Anna. È stato san Papa Paolo VI a riunire i due coniugi nella medesima festività, nel 1969, in occasione della riforma del nuovo calendario liturgico. Prima, infatti, erano ricordati in giorni separati: per Anna la ricorrenza era uguale all’odierna, mentre quella di Gioacchino cadeva il 16 agosto.

È indubbio che in questa scelta di unione si sia voluta porre l’attenzione sul loro essere coniugi e quindi famiglia. Genitori di Maria e nonni di Gesù. Nelle Scritture, Anna e Gioacchino non appaiono mai ma, secondo i Padri orientali della Chiesa, la loro storia è simile a quella di Elkanà e Anna del Primo libro di Samuele (1-28), dove le preghiere di lei, sterile, vengono ascoltate dal Signore che le concede un figlio.

Le storie dei genitori di Maria sono invece raccontate diffusamente nei Vangeli apocrifi, per la prima volta nel Protovangelo di Giacomo, risalente alla metà del II secolo d.C. e quindi nel Vangelo dello Pseudo-Matteo e nell’Evangelium de nativitate Mariae, poi penetrati nella medioevale Legenda Aurea di Iacopo da Varazze. Nei racconti ci si sofferma a ricostruire la loro genealogia e il loro stato sociale perché diventi chiaro il filo del tempo che, dalla tribù di Levi per Anna e la stirpe di Davide per Gioacchino, conduce alla nascita di Gesù Cristo, Dio venuto sulla terra ma anche Uomo della storia. La presenza di Gioacchino è meno frequente rispetto ad Anna, la cui devozione appare più intensa e affonda nel tempo con radici profonde. Un po’ come con la Vergine e san Giuseppe, a lei è riservata una maggiore importanza, dimostrando come la maternità sia stata sempre fondamentale e tenuta in gran conto, anche nei contesti storici e sociali patriarcali.

Nel VI secolo, Giustiniano fece costruire una chiesa dedicata alla madre di Maria, mentre a Roma troviamo le sue reliquie e alcuni dipinti nella chiesa di Santa Maria Antiqua, nel Foro Romano, risalente al VI secolo. Si tratta dell’affresco con le sante Madri: la Vergine con il Bambino, Sant’Anna con Maria Bambina ed Elisabetta con san Giovannino.

Infine, Papa Leone III, nell’VIII secolo, avrebbe donato una tovaglia d’altare alla basilica di Santa Maria Maggiore, ricamata con scene dell’Annunciazione e i santi Gioacchino e Anna.

L’iconografia che appare più spesso è quella della sola Maria affiancata dalla madre Anna e il Figlio. Una delle immagini più diffuse di sant’Anna, la cosiddetta Metterza tra Maria e il Bambino, lei è raffigurata alle spalle di Maria, leggermente in ombra, e il Bambino al centro in basso, delineando una piramide temporale oltre che gerarchica. Nel Medioevo, si diffondono le vicende della coppia di sposi narrate dagli apocrifi: la cacciata di Gioacchino dal tempio perché senza prole, il suo ritiro tra i pastori, il sacrificio di un agnello, il suo sogno e la visione dell’angelo che gli preannuncia la nascita di Maria. Ancora, l’angelo che appare ad Anna ci riporta all’Annunciazione di Maria. Momento finale e culminante della narrazione è l’incontro dei due coniugi presso la Porta Aurea di Gerusalemme: gli anziani coniugi si riuniscono nella gioia perché nascerà loro una figlia.

Il ciclo delle Storie di Gioacchino e Anna, affrescate da Giotto tra il 1303 e il 1305 nella Cappella degli Scrovegni a Padova, è il più celebre. Figurazioni “esatte”, che sembrano dare vita alle parole della Legenda Aurea traducendole perfettamente, momento dopo momento, alla lettera.

Colpisce anche come le alcune figurazioni di Gioacchino e Anna siano specchio delle narrazioni di Giuseppe e Maria, sempre – ma non solo – negli Scrovegni. Gioacchino, che accoglie nel sogno la visione dell’angelo, è dipinto nell’identica posizione accovacciata di Giuseppe che sogna a sua volta e sant’Anna appare simile a Maria nell’annuncio dell’angelo, immersa in una simile ambientazione, in una stanza. L’iconografia più ricorrente è comunque l’incontro di Gioacchino e Anna presso la porta Aurea. Il momento secondo il quale, nel loro abbraccio, sarebbe avvenuto il concepimento di Maria. Dopo un periodo di separazione, dove Anna pensava anche di essere divenuta vedova, la gioia prorompe con la certezza di fede che le loro preghiere sono state ascoltate.

Gli artisti rappresentano questo momento mentre si prendono per le mani, l’uno di fronte all’altro. Il modello sembra ricalcare quello classico della “concordia degli sposi” di matrice classica, ravvisabile nei sarcofagi di età romana imperiale. Il bacio che si scambiano Gioacchino e Anna è anche il primo bacio d’amore dipinto nel mondo cristiano. Occhi negli occhi, le mani di lei al collo, proprio come descritto negli apocrifi, che cingono lo sposo teneramente. Il loro volto sembra fuso in uno solo, come una sola carne: una rappresentazione geniale che rappresenta pienamente l’intento nuziale come sacramento.
(Fonte: Il Cittadino, articolo di Ilaria Brigati 24/07/2023)

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Vedi anche il post precedente:



«Quello che conta davvero» - Lettera pastorale di mons. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, sul futuro delle Chiese di Torino e Susa

«Quello che conta davvero»
Lettera pastorale di mons. Roberto Repole,
arcivescovo di Torino e vescovo di Susa,
sul futuro delle Chiese di Torino e Susa


Quello che conta davvero

Carissimi fratelli e sorelle delle diocesi di Torino e Susa,
 
      il Vangelo di Luca riporta alcune parole di Gesù piuttosto decise e dure. «Diceva ancora alle folle: “Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. Ipocriti! Sapete giudicare l'aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo?”» (Lc 12,54-56). 

      Quanto Gesù lamenta è il fatto che chi lo ascolta vede ciò che accade esteriormente, ma è incapace di leggere in profondità il tempo che sta vivendo: il tempo della vicinanza e della presenza di Dio, quello del compimento della promessa, il momento unico dato dal fatto che il Figlio di Dio è venuto ad abitare in mezzo a noi. 

       Questa parola di Gesù non è rivolta solo ai suoi contemporanei, ma è indirizzata anche a noi. Anche oggi la Chiesa è chiamata a riconoscere la presenza viva di Cristo, per lasciarsi guidare da Lui: non esiste nessun tempo, neppure il nostro, che non sia bello e fecondo in quanto Cristo è presente, ci conduce e guida l’umanità intera. 

       Anche oggi, dunque, siamo chiamati a domandarci con sincerità, fiducia e docilità: che cosa sta accadendo? Quali cambiamenti stanno investendo la vita della Chiesa e quella di noi cristiani? Più in profondità, dobbiamo chiederci: dove ci sta conducendo Cristo? Quali passi dobbiamo compiere per poter dire con onestà di essere ancora alla sua sequela? 

      È in quest’orizzonte che, all’inizio del mio ministero episcopale, ho scritto una breve lettera, nella quale invitavo la Chiesa torinese (che già conoscevo per esserne parte da sempre) a prendere atto della situazione del nostro essere cristiani oggi. Un contesto nel quale non si deve porre l’accento – come verrebbe spontaneo – soltanto sulla contrazione del numero e l’invecchiamento dei preti, ma anche sul fatto che i cattolici non coincidono più con la totalità della popolazione.

       A partire da qui ponevo la questione essenziale, per la nostra Chiesa, di ripensare il nostro modo di essere presente ed esistere come comunità cristiana sul territorio. Dobbiamo infatti prendere consapevolezza in modo lucido che mantenere semplicemente e stancamente il modello attuale significa condannarci a non essere più una presenza capace di trasmettere la ricchezza inesauribile e coinvolgente del Vangelo alle donne e agli uomini di oggi, tanti dei quali hanno una sete immensa di vita, di senso, di amore e di relazioni calde, in una parola, di Dio. 

         Per questa ragione, ciò che stiamo vivendo e che ci viene chiesto è qualcosa di bello e avvincente. L’obiettivo è uno solo: essere una Chiesa fatta di comunità vive, nelle quali non solo si parla, ma si sperimenta davvero il Regno di Dio, di cui la Chiesa è come un germe. È il Signore, vivente in mezzo a noi, che ci chiede di essere cristiani gioiosi, a motivo di quella relazione con lui e tra di noi che ci è data di vivere e, dunque, testimoni credibili del fatto che vale la pena lasciare tutto e seguirlo. Lo sappiamo bene: questo mondo e questo tempo non sanno che farsene di cristiani stanchi, lamentosi, accidiosi, parte di un ingranaggio che si muove secondo la logica del “si è sempre fatto così”, forse senza neppure più sapere perché si fanno determinate cose… Il cammino di ascolto reciproco, compiuto quest’anno, aveva lo scopo di riconoscere in noi e intorno a noi tutto quello che ci appare come promettente, un “germoglio” appunto di comunità cristiane vive e impegnate nell’annunciare il Vangelo. 

       A partire da quanto è emerso, si tratta ora di muovere qualche passo concreto di cambiamento della nostra presenza sul territorio; di modificare qualcosa di quel che può concorrere a tal fine; e di dare il via a qualche nuova iniziativa in questa direzione. 

Il nostro centro è Gesù 

       A me spetta, in quanto Pastore della Chiesa di Torino e di Susa, indicare taluni criteri a partire dai quali pensare il cambiamento e accennare ad alcune scelte operative, che trovano concretezza in alcuni cambiamenti già annunciati e che chiedono di essere accompagnate da un impegno ecclesiale intelligente e ricco della corresponsabilità di tutti i cristiani. 

      Vorrei però sgomberare sin da subito il campo da una possibile tentazione: quella di accostare quanto segue con l’atteggiamento dell’attesa messianica, quasi che ci si possa aspettare la salvezza da scelte concrete, inevitabilmente limitate e storicamente condizionate da fattori che spesso non dipendono da noi. 

       Dobbiamo invece vivere i passi che proveremo a delineare nella fiducia profonda che l’Atteso è Cristo e soltanto Lui; e che tutto quello che facciamo e scegliamo serve se ci aiuta a rimanere nell’attesa della Sua venuta, se ci è di sostegno a vivere nella speranza ardente che Egli venga e che verrà presto. Noi non attendiamo delle scelte o dei cambiamenti; noi facciamo delle scelte e dei cambiamenti, per rimanere sempre meglio in attesa della venuta di Nostro Signore Gesù Cristo. Noi siamo come in esilio, come afferma san Paolo (cfr. 2 Cor. 5,6); e viviamo in questo mondo da stranieri e pellegrini (cfr. 1 Pt 2,11), come dice san Pietro. È l’attesa del Signore ed è il vivere di Lui, sin da ora, che debbono rimanere il criterio di verifica permanente di tutte le nostre scelte. Senza questo, tutto ciò che chiamiamo pastorale rischia di essere vanità! 

Tre criteri per essere Chiesa 

      Vorrei indicare tre criteri di fondo: l’ascolto della Parola viva di Dio e la formazione; la centralità dell’Eucaristia nel giorno del Signore; la fraternità tra di noi, che si espande su tutti coloro che incontriamo. 
      Questi criteri, presi insieme, ci consentono di verificare che cosa è indispensabile per essere autentiche comunità cristiane e, allo stesso tempo, di modulare modi diversi di essere comunità, oltre che di strutturare legami efficaci e duraturi tra le comunità.

      1. Perché ci sia una comunità cristiana è indispensabile che ci sia un ascolto costante della Parola di Dio, che non può essere ridoto a una conoscenza biblica di tipo intellettualistico, ma deve corrispondere a un ascolto di Dio che continua a parlarci in modo vivo e a chiamarci costantemente alla fede in Lui. E ci deve essere un nutrimento costante, dal livello intellettuale a quello della orazione, della fede dei credenti che, specie oggi, se non viene alimentata, si perde o non è aderente alle profonde trasformazioni della nostra esistenza. Ciò si può concretizzare in esperienze diverse, come percorsi di catechesi per ogni età, esperienze di preghiera, cammini di lectio divina, proposte di conoscenza della Scritura che sboccino in un dialogo personale e comunitario con il Signore che parla… 

     2. Ma perché si possa parlare di comunità cristiana è anche indispensabile che ci si incontri nel giorno del Signore nella celebrazione eucaristica e che si viva la festa di questo incontro e di questo giorno. È infatti in forza del dono del corpo di Cristo che noi diventiamo il corpo di Cristo che è la Chiesa. È cibandoci di Lui che noi diventiamo una cosa sola con Lui e tra di noi. E per rimanere quello che siamo, abbiamo bisogno ogni domenica di nutrirci della vita che ci offre Cristo, di fare l’esperienza della vita nuova che sgorga da quell’incontro, di sperimentare che, pur essendo diversi tra noi per età, cultura, censo, sensibilità, luoghi di provenienza, in Lui diventiamo una cosa sola. Il fatto poi che sia il presbitero a presiedere l’Eucaristia evidenzia che tocca a lui presiedere la comunità cristiana e che la sua presidenza è indispensabile perché si possa parlare di comunità cristiana in senso pieno. 

    3. Infine, ciò che nasce dall’ascolto costante della Parola e dalla celebrazione eucaristica è una fraternità che deve essere reale, nel senso che ci fa fare l’esperienza concreta del sentirci in cammino con altri, di percepirci responsabili della loro fede e interpellati dai loro bisogni, di qualunque genere essi siano (da quello dell’amicizia e dell’ascolto a quello economico), di sentire che noi stessi siamo oggetto di cura e di attenzione reale da parte di altri e custoditi dai fratelli nella fede. Non solo: questa esperienza di fraternità – così necessaria in un mondo individualista come il nostro – è l’unica vera anima e l’unico vero motore di ogni attività caritativa e sociale. Nel senso che se non c’è questa reale esperienza fraterna tra noi, che nasce dal sentirci una cosa sola in Cristo, ci potrà essere volontariato uguale a molto altro volontariato o filantropia uguale a tanta altra filantropia… ma non è detto che ci sia ancora la caritas cristiana! 

Come cambieranno le parrocchie 

     Tutti sappiamo che tante esperienze ecclesiali hanno esaurito la loro stagione vitale. Eppure noi abbiamo bisogno, per essere Chiesa, di fare in modo che i tre criteri ora indicati continuino a essere i pilastri solidi della nostra vita. 
     A tal fine, dovremo cercare di mantenere vive le comunità laddove finora ci sono state parrocchie anche piccole, soprattutto se c’è ancora qualche elemento significativo, in modo che non si perda quell’esperienza di prossimità e di legame fraterno nel Signore che lì si può creare e custodire. Del resto, anche nei contesti più piccoli si possono tranquillamente svolgere alcune attività importanti: come, ad esempio, mantenere aperta la chiesa, pregare insieme al mattino e alla sera, disporre di un ufficio o di uno sportello in cui raccogliere le esigenze di diverso tipo, conservare qualche proposta catechistica, svolgere un’attività caritativa proporzionata alle forze disponibili e comunque raccogliere le esigenze che ci sono, incontrare gli anziani e prendersi cura dei malati.

    Al contempo, però, è necessario che alcune altre dimensioni vitali siano svolte a un livello diverso, per testimoniare in maniera efficace la novità del Vangelo. In questo senso, dobbiamo guardare a territori più vasti, sempre più in sintonia con i luoghi di vita dei cristiani e di quelli ai quali vogliamo rivolgerci: penso, petir esemplificare, ai complessi scolastici frequentati dai ragazzi e dai giovani; ai luoghi di lavoro in cui convergono gli adulti; ai centri sanitari e ad altri servizi a cui si fa riferimento nella vita di ogni giorno. 

   Anche in relazione a tuto ciò, possiamo immaginare che alcune dimensioni della nostra vita comunitaria possano trovare un respiro più ampio rispetto a quello delle parrocchie tradizionali. Si può pensare, per esempio, che un percorso serio e avvincente rivolto ai giovani non si esaurisca più a livello di singole parrocchie, ma coinvolga comunità diverse, scegliendo anche le strutture (per esempio l’oratorio) in cui convergere. Sempre per esemplificare, si può immaginare che un’attività caritativa che sia davvero l’espressione di una fraternità cristiana vissuta sia organizzata a livello di più comunità limitrofe, individuando risorse umane, organizzative ed economiche provenienti dalle diverse parrocchie e il luogo adeguato in cui convergere. 

Dobbiamo curare l’Eucaristia

   Qualcosa di analogo e di ancora più decisivo va detto in riferimento alla celebrazione eucaristca domenicale. Non possiamo più limitarci, come si è fato spesso in passato, a garantire la possibilità della Messa domenicale più comoda, soprattutto se ciò ha come conseguenza celebrazioni poco curate (dalle letture, all’omelia e al canto), che non sono l’espressione di una comunità cristiana in tute le sue componenti (dai ragazzi agli anziani) e che non permettono di esperire la gioia di incontrarsi tra fratelli. 

   Si deve pertanto avviare un processo che ci porti gradualmente a strutturare una rete di comunità presiedute da un prete, possibilmente coadiuvato da altri preti e da diaconi, costruita intorno a un “centro eucaristico”, cioè a quel luogo in cui le comunità convergono per la celebrazione eucaristica domenicale. So bene che questo obbligherà qualcuno a spostarsi; ma so altrettanto bene che viviamo in una società nella quale ci si muove per ogni cosa (dalla spesa, al lavoro, al medico…). Se ci teniamo alla nostra vita cristiana, potremo dare più rilievo al valore di una celebrazione eucaristica viva e coinvolgente che alla fatica di qualche spostamento. 

A piccoli passi, ma decisi 

   Sono cosciente che questi cambiamenti dovranno realizzarsi in modi e tempi differenti a seconda dei luoghi in cui ci troviamo. Le nostre diocesi, nell’insieme, sono molto vaste e differenziate e ciò implica che si dovrà tenere conto dei contesti diversi, come si può evincere dal fatto che le scelte concrete annunciate nelle settimane scorse esprimono anche modelli in parte diversi di presenza della Chiesa. Sarebbe ideologico e astratto un piano di ripensamento che coinvolga tutte le comunità allo stesso modo. Stiamo avviando qualche progetto in alcuni luoghi determinati, ben consapevoli che si tratta di processi che esigono un accompagnamento che implica la corresponsabilità mia, dei vicari, dei parroci, dei diaconi, di altri ministri e delle comunità tutte. 

Il riordino della Curia 

   Promuovere un simile mutamento esige anche la trasformazione di quelle realtà che devono servire a tale scopo. Penso, in primo luogo, alla Curia diocesana. Mi pare di poter dire che essa necessiti per diversi motivi di un cambiamento. Il primo è che essa è per molti aspetti ancora strutturata secondo uno schema di uffici che avevano la loro ragion d’essere negli anni immediatamente successivi il concilio Vaticano II, ma che oggi risultano pleonastici, sia in termini di servizi offerti sia di costi sostenuti. Mancano, invece, servizi di cui oggi ci sarebbe estrema necessità. Il secondo motivo è che essa deve prevedere una maggiore assunzione di responsabilità da parte di laici, donne e uomini. Il terzo è che deve diventare sempre più chiaro ciò che così chiaro non è sempre, cioè che la Curia è a servizio del ministero del vescovo e della vita della Chiesa locale, e non all’inverso. Su questa base è indispensabile avviare un processo di cambiamento, che chiederà ulteriori sviluppi e il contributo fattivo del personale che lavora in essa. Esso è già stato delineato e prenderà corpo nei prossimi mesi. 

Un modo nuovo di essere preti 

   Queste trasformazioni richiederanno mutamenti anche nel modo di concepire il ministero ordinato; coinvolgeranno le consacrate e i consacrati attivi nella nostra Chiesa; e ci sproneranno a consolidare alcuni ministeri laicali e a suscitarne di nuovi. 

   Tutto ciò implicherà, infatti, che il ministero dei preti sia pensato, dove possibile, secondo un modello diverso rispetto a quello classico del prete di una sola parrocchia o di più parrocchie, ciascuna delle quali però rimane un mondo chiuso in se stesso. Esso dovrà poi anche essere – talora in misura prevalente – un ministero di presidenza di altre ministerialità diaconali e laicali, chiedendo a tutti una collaborazione stretta e - mi auguro - arricchente. Quanto al ministero dei diaconi, andrà pensato come un ministero “plastico”, che prevede cioè modi di attuazione diversi, anche in relazione alle possibilità e ai talenti di ciascuno. Si può immaginare un ministero che sia in primo luogo a servizio della cura di quel tessuto di relazioni tra i credenti tra loro e dei credenti con gli altri, che nel tempo passato era scontato e costituiva il presupposto delle comunità cristiane, e che nel contesto attuale, invece, va continuamente ricreato. 

   Per quanto concerne le consacrate e i consacrati, ritengo indispensabile che il tentativo di ripensarci sul territorio coinvolga anche loro nel domandarsi anzitutto dove orientare la propria presenza, affinché la vita consacrata possa essere percepita ovunque come un elemento determinante per il realizzarsi della Chiesa. In particolare, in questo processo di rinnovamento, potrà essere molto feconda la presenza di comunità religiose che aiutino tutti a ricordare e a mostrare l’assoluto di Dio nella vita concreta delle nostre comunità cristiane. 

L’Istituto per la Formazione dei Laici 

   Il cambiamento implicherà anche la possibilità e la necessità di nuovi ministri laicali istituiti, attraverso un percorso di formazione almeno biennale, con un processo di discernimento che coinvolgerà anche il vescovo attraverso i suoi collaboratori. Tali ministeri verranno istituiti per la durata di cinque anni: il limite di tempo servirà a fare in modo che i laici che assumono un servizio non debbano farlo in perpetuo e a tenere viva la necessità che anche altre laiche e altri laici si rendano disponibili. 

   Tra questi ministeri ci saranno quello del lettore, dell’accolito, del coordinatore dell’annuncio e della catechesi, dell’animatore-coordinatore della carità e quello, particolarmente importante, di membro dell’équipe-guida di comunità. 

   Quest’ultimo è un servizio indispensabile laddove ci siano piccole comunità in cui non è possibile la presenza costante del presbitero. Non si tratterà di un servizio svolto da un singolo, ma da un gruppo ministeriale composto da almeno tre persone, in modo che sia evidente che il servizio della presidenza è svolto sempre e solo dal prete. 

   Al fine di avviare tuto ciò sarà ereto, a partire da novembre prossimo, un nuovo Istituto di formazione, per fornire gli strumenti indispensabili per svolgere questi ministeri e che, in prospettiva, dovrà diventare il centro propulsore e coordinatore di tute le iniziative formative delle diocesi. 

Il banco di prova, la fraternità 

   Invito, in conclusione, tutti e ciascuno ad accogliere i cambiamenti indicati con un profondo segno di fiducia nella presenza di Cristo e, perciò, nel presente e nel futuro delle nostre Chiese. 

   Propongo che nel prossimo anno pastorale ci si concentri sul tema della fraternità, da intendersi come dono che riceviamo da Gesù, il Primogenito tra molti fratelli (cfr. Rm. 8,29), e al contempo quale compito nel quale sentirci incamminati. Essa potrà concretizzarsi in pratiche di condivisione, solidarietà, benevolenza reciproca, misericordia degli uni nei confronti degli altri, responsabilità fattiva nei confronti del bisogno altrui. 

   Si tratta poi di una fraternità da accogliere e far crescere in diverse direzioni. Anzitutto tra i preti, che sono chiamati a partecipare alle diverse occasioni di incontro e di formazione proposte come opportunità di vita fraterna. Quindi tra i preti e i diaconi, con l’obiettivo di imparare sempre di più e meglio a cogliere che, all’interno dello stesso ministero ordinato, ci sono ministerialità diverse e complementari. Una fraternità, poi, da far crescere tra i presbiteri, i diaconi e le comunità di consacrati, religiose e religiosi presenti sul territorio; e da aprire alle nuove ministerialità laicali, affinché sia sempre più evidente che tutti noi siamo solo servi e mai padroni della Chiesa, corresponsabili, pur in modo differenziato, della comunità cristiana. 

   Anche tra le comunità, specialmente fra quelle che cominciano un cammino insieme, dovrà essere implementata una reale fraternità. Potremmo ricorrere a uno slogan: sarà importante avere cura del campanile ma non cadere nel campanilismo. Avere cura del campanile, cioè della comunità in cui viviamo, perché lì sul territorio possa continuare a essere una testimonianza di fratelli e sorelle in Cristo. Ma bandire ogni campanilismo, mostrando che la comunità è arricchita dal fato di camminare insieme ad altre comunità. Ciò ci aiuterà, peraltro, ad aver sempre più chiaro che le comunità sono tali solo perché parte della Chiesa locale presieduta dal vescovo. Solo se ci collochiamo in questo orizzonte possiamo parlare di comunità cristiane. 

Il volto della Chiesa, la Carità 

   Infine, si tratta di crescere nella consapevolezza che tute le nostre azioni caritative e sociali debbono essere il riverbero della carità e della fraternità che viviamo tra di noi. Se non c’è questo, non c’è vera caritas! Il servizio caritativo nei confronti di chi è emarginato e fragile – dobbiamo ribadirlo con forza – è elemento essenziale della vita della Chiesa! Tuttavia esso è tanto più vero e autentico quanto più è espressione di cristiani che vivono tra loro come fratelli e sorelle. 

   Costituisce in tal senso un sentiero da percorrere con passione quello presente in un passo di Ad Gentes 12. Trattando della presenza della carità come aspetto fondamentale della missione ecclesiale, il testo del Vaticano II afferma: «La presenza dei cristiani nei gruppi umani sia animata da quella carità con cui ci ha amato Dio, il quale vuole che anche noi reciprocamente ci amiamo con la stessa carità». 

   Il servizio caritativo, di cui le nostre Chiese sono così ricche, è e deve sempre più essere il riverbero della carità con cui Dio ci ama e nella quale noi cristiani ci amiamo tra noi. 

   Che il Signore benedica il nostro cammino ecclesiale e Maria santissima, Consolata e Consolatrice e Signora del Rocciamelone, vegli con sguardo materno su ciascuno di noi.

Roberto Repole


martedì 25 luglio 2023

Giuseppe Savagnone Le tasse e la falsa pace dei ricchi

Giuseppe Savagnone

Le tasse e la falsa pace dei ricchi
Foto di Markus Winkler su Unsplash

I nuovi ostaggi

In Italia c’è una nuova categoria di persone discriminate, perseguitate, bisognose di riscatto e di rispetto. Non sono i cinque milioni e mezzo di nostri connazionali che si trovano al di sotto del livello minimo di povertà, o quell’80% di italiani sempre più poveri che, secondo l’ultimo rapporto Oxfam, possiede solo il 31% della ricchezza, a fronte del 41% nelle mani del 5% di ricchi sempre più ricchi, e neppure i circa cinquecentomila migranti irregolari che vivono nel nostro paese ai margini della vita economica e civile.

Sono, invece, i quindici milioni di italiani che non hanno pagato le tasse e che perciò «hanno un conto aperto con l’Agenzia delle Entrate».

Lo va ripetendo da giorni il vicepremier e ministro delle infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini, con un accorato appello al governo e al parlamento perché cessi la guerra nei confronti di queste persone e si instauri finalmente la pace. «Una grande e definitiva pace fiscale tra fisco, agenzia delle entrate e contribuenti italiani è fondamentale per liberare milioni di italiani ostaggio da troppi anni dell’Agenzia delle Entrate», ha ribadito il ministro.

Non ci eravamo mai accorti che ben quindici milioni di nostri connazionali fossero «ostaggio» – un termine usato di solito per le vittime di azioni terroristiche – dell’Agenzia delle Entrate. Mentre sapevamo – questo sì – che l’ammontare dell’evasione nel nostro paese si aggira sui cento miliardi di euro l’anno e che, accumulandosi, è arrivato alla cifra astronomica di circa 1.153 miliardi di euro, costando 1.700 euro a testa ad ogni italiano.

Ma, al di là dell’entità delle cifre sottratte alla comunità da chi non ha pagato in questi anni le tasse – e continua a non farlo – , sono stati i toni usati dal vice presidente del Consiglio a impressionare, per il pathos da cui appaiono pervasi. «Dovrebbero essere aiutati non condannati, altrimenti avremo sempre cittadini di serie B.», ha detto Salvini. Ritorna l’idea delle vittime, da liberare. Da chi? Dallo Stato e dal suo ufficio, l’Agenzia delle Entrate, che, secondo questa narrazione, le tiene «in ostaggio».

Ma davvero le tasse sono una prevaricazione?

Tanto forte è stata questa percezione, da esigere un chiarimento da parte del direttore dell’Agenzia, Ernesto Maria Ruffini: «Il contrasto all’evasione non è volontà di perseguitare qualcuno», ha detto Ruffini. «È un fatto di giustizia nei confronti di tutti coloro che, e sono la stragrande maggioranza, le tasse anno dopo anno le pagano».

Già, perché molti le tasse le pagano. Tutti i dipendenti pubblici, per esempio, a cui vengono automaticamente addebitate sullo stipendio. Ma anche tanti privati, che fanno sacrifici per rispettare un obbligo giuridico sancito dalla legge.

In realtà Salvini si appella a un sentimento fortemente diffuso di ostilità nei confronti delle imposte, che è stato costantemente alimentato dalla destra nel corso di questa Seconda Repubblica. A cominciare dalla vera e propria crociata indetta da Silvio Berlusconi, che per molti anni è stato il leader incontrastato del “Popolo delle libertà” e a cui si deve la celebre espressione che definiva le tasse un «metter le mani nelle tasche degli italiani». Insomma, un furto.

Ad avvalorare la sua versione è stato certamente l’altissimo livello raggiunto in questi anni dal sistema impositivo. Su di esso ha fatto leva il cavaliere: «Se lo Stato ti chiede un quarto di ciò che con tanti sacrifici hai guadagnato, senti che questo è giusto. Se ti chiede il 50%, senti che è un furto. Se ti chiede addirittura il 60%, senti che è una rapina. E questo succede a tanti lavoratori autonomi, ai professionisti, alle piccole imprese».

Da qui una sostanziale solidarietà per gli evasori: «Se si chiede una pressione del 50%, ognuno si sentirà moralmente autorizzato ad evadere».

All’immagine delle tasse come rapina ha fatto eco, recentemente, quella utilizzata dalla premier Giorgia Meloni, che, in un discorso a Catania, le ha paragonate – almeno quelle che colpiscono i piccoli commercianti – a un «pizzo di Stato». Ora, il “pizzo” è l’estorsione che l’organizzazione criminale mafiosa compie ai danni dei cittadini, minacciando, in caso di rifiuto, rappresaglie violente di ogni tipo.

Siamo sulla linea del lessico usato da Salvini – e, prima di lui, dal fondatore della Lega, Umberto Bossi, che parlava di «Roma ladrona» – quando definiva chi non paga le tasse «ostaggi» che «dovrebbero essere aiutati e non condannati».

Non ci facciamo da soli

In realtà, questo modo di impostare la questione, risente di un equivoco di fondo. Si parte dalla premessa – falsa – che la società sia costituita da individui che “si fanno da sé”, e che tutto ciò che guadagnano sia frutto del loro sudato lavoro, da cui lo Stato preleva arbitrariamente, per garantire il proprio funzionamento, una quota. Un «male», insomma, sopportabile solo se non supera una certa soglia.

La verità è che gli sforzi e i meriti dei singoli possono dare il loro frutto solo grazie alla vita comunitaria, le cui strutture e i cui servizi sono assicurati dallo Stato, che ne è soltanto un organo necessario per il suo mantenimento e il suo sviluppo.

Senza la comunità, il bambino non imparerebbe neppure a camminare eretto e a parlare, come dimostra la triste esperienza dei cosiddetti “baby lupo” cresciuti a contatto solo con gli animali non umani e ritrovati nelle giungle, dopo anni dal loro smarrimento, privi di quelle capacità. Per non dire di tutto ciò che la più elementare crescita umana deve all’accudimento familiare, alle cure mediche, al sistema scolastico, alla sicurezza pubblica, alla organizzazione del mercato del lavoro.

La dimensione sociale non è un optional che si aggiunge alla nostra identità, ma entra a costituirla fin dalla sua origine – senza ovviamente annullarla – , ed è alla base di ogni sua realizzazione fisica, economica, culturale, spirituale. Non si tratta di un’invenzione della “sinistra” (marxista o post-marxista), tanto che ha sempre avuto un preciso riscontro nella dottrina sociale della Chiesa, che rifiuta la confusione – tradizionale nella cultura dominante nella nostra società neo-capitalista – tra persona e individuo.

Allo stesso modo, non c’è bisogno di essere «comunisti» – come sono stati e sono ancora bollati quanti chiedono la riduzione delle disuguaglianze economiche e sociali – per sostenere che la proprietà privata, in termini di patrimonio o di reddito, non è un diritto assoluto, ma deve costantemente rifluire dai più ricchi ai più poveri. Lo dicono, ancora una volta, le encicliche sociali dei papi, sulla scia di una millenaria tradizione cristiana che fin dai primi secoli ha equiparato il possesso del superfluo da parte di chi ha troppo a un furto perpetrato ai danni di chi ha troppo poco.

Le tasse non sono altro che lo strumento di questa redistribuzione. In questo senso parla chiaro l’art. 53 della nostra Costituzione: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività». Esse perciò non sono un furto. Il furto è non pagarle.

Non solo: il richiamo costituzionale alla progressività rende estremamente problematico quel punto del programma della destra, vigorosamente sostenuto sempre dalla Lega, che prevede l’introduzione della “flat tax”, dove proprio tale progressività verrebbe eliminata. Una riforma da cui evidentemente hanno da guadagnare solo i ricchi.

Chi si sottrae al pagamento delle imposte non commette solo un atto illegale, ma si rende responsabile del mancato sviluppo umano di tante persone che solo grazie alla solidarietà degli altri possono fruire di servizi essenziali. «Il nostro è un lavoro essenziale per il funzionamento di tutta la macchina pubblica» – ha ricordato Ruffini -: «se vogliamo garantire i diritti fondamentali della persona indicati e tutelati nella nostra Costituzione – la salute dei cittadini, l’istruzione dei nostri figli, la sicurezza di tutti noi – servono risorse e noi siamo chiamati a raccoglierle a vantaggio di tutti. Anche di chi si sottrae al loro pagamento».

Meno tasse, meno servizi. Meno servizi pubblici, almeno, per chi non può pagarseli di tasca propria, come sono in grado di fare i ricchi. Perciò, altro che pace fiscale! La guerra a chi non paga è moralmente doverosa. Ma è anche fruttuosa. In definitiva, ha spiegato Ruffini, «i risultati ci stanno dando ragione, visto che nel 2022 abbiamo recuperato nel complesso la cifra record di oltre 20 miliardi di evasione. Il più importante risultato di sempre».

La pace dei ricchi

Certo, è verissimo che le tasse in Italia in generale sono troppo alte. Ma è molto strano che chi lo denunzia non dica anche che ciò dipende proprio dal fato che molti non le pagano e che perciò il loro peso ricade su una parte limitata – la più indifesa – della popolazione.

E l’esperienza dimostra che la logica del condono non fa altro che incoraggiare coloro che per ora le pagano a seguire l’esempio degli evasori, nella fiducia che prima o poi arriverà da parte dello Stato, un’ulteriore misura che consentirà loro di pagare meno del dovuto.

Senza dire che ci sono casi in cui – sempre per impulso della “destra” e con l’acquiescenza della “sinistra” – l’Italia è invece un paradiso fiscale. Uno di questi è diventato di attualità, in questi giorni, nel diluvio di notizie relative all’eredità di Berlusconi.

La tassa di successione italiana è la più bassa a livello europeo, con aliquote che oscillano tra il 4 e l’8%. In Germania ciò che gli eredi devono pagare allo Stato oscilla tra il 7% e il 50%, in Spagna tra il 34% e l’86%, in Francia tra 5% al 60%, in Gran Bretagna è del 40%. Gli eredi del “cavaliere” pagheranno perciò una cifra immensamente inferiore a quella che dovrebbero in un altro paese.

La pace, insegnava s. Agostino, è «la tranquillità dell’ordine». Questo vale anche per quella fiscale. Non può essere ottenuta chiudendo gli occhi sul disordine e legittimandolo. Se non si vuole che sia solo la pace dei ricchi.
(fonte: Tuttavia 20/07/2023)


lunedì 24 luglio 2023

L'abbrivio. Sui passi di Antonio, da Capo Milazzo e Messina.

“L’Abbrivio”, 
in marcia da Capo Milazzo
 fino a Messina: 
70 km di fede



Quest’anno nell' Arcidiocesi di Messina, Lipari e S. Lucia del Mela, viene proposto ai giovani dai 18 ai 30 anni, in sintonia con la Gionata mondiale della Gioventù di Lisbona, l’esperienza di un cammino (pellegrinaggio) sulle orme di S. Antonio, in quattro tappe da Capo Milazzo a Messina, dalla sera dell’1° al pomeriggio del 5 agosto 2023, dal significativo titolo “L’Abbrivio” (l’impulso iniziale con cui si dà moto o si aumenta gradualmente la velocità di una imbarcazione).
Il progetto, ispirato al pensiero di Fernando Martins de Bulhões — che dopo la sua “conversione” francescana prenderà il nome di Antonio —, ripropone l’esperienza del cammino di Antonio 20-22, sotto l’egida dei frati del Santuario patavino e del Progetto Antonio 800 sulle orme di Antonio.
L’iniziativa, organizzata dal Santuario di Capo Milazzo, con la collaborazione di suor Cinzia Giacinti, ap di Pisa, e di suor Cettina Talarico, fsp di Messina, dei frati francescani di Sicilia (minori, conventuali e TOR) e della Pastorale Giovanile della diocesi di Messina, avrà un prologo con una breve tappa simbolica la sera del 1° agosto con la benedizione dei pellegrini al Santuario, sito del naufragio del Santo; l’indomani l’avvio delle 4 tappe. Durante il percorso i pellegrini attraverseranno Milazzo, Olivarella, San Filippo del Mela, Santa Lucia del Mela, Soccorso, Gualtieri Sicaminò, San Pier Niceto, Monforte San Giorgio, Scarcelli (Saponara), Villafranca Tirrena, Calvaruso, Serro e, infine, Messina.
La data di questo “sinodo” — nel vero senso della parola — sarà in concomitanza con le giornate in cui i giovani del mondo incontreranno papa Francesco a Lisbona, per meditare insieme sull’icona evangelica di Maria in visita alla cugina Elisabetta. L’iniziativa permetterà, così, ai giovani che non potranno recarsi in Portogallo di fare anch’essi un’esperienza di visitazione, attraverso la condivisione e la preghiera, a contatto con la natura: un tempo dedicato alla ricerca e alla scoperta del senso della vita, perché anche la loro vita possa essere “visitata”.
In uno dei paesi in cui si farà tappa, i giovani camminatori parteciperanno anche a un collegamento on-line con la GMG di Lisbona.

La logistica del cammino sarà assicurata da un piano sanitario, anche grazie all’UNPLI, l’Unione delle Pro Loco Italiane ha offerto il proprio patrocinio, coinvolgendo tutte le Pro Loco
interessate, le quali, oltre a offrire l’assistenza e l’accoglienza,
timbreranno le compostele dei pellegrini, nel solco della tradizione di ogni cammino.

(Fonte: Sito Diocesi)

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L'abbrivio. Sui passi di Antonio,
da Capo Milazzo e Messina.



“L’Abbrivio”, 
in marcia da Capo Milazzo fino a Messina:
 70 km di fede

Un’iniziativa unica nel suo genere, oltre 70 chilometri di sentieri da percorrere in 4 tappe, in collegamento con la “Gmg” di Lisbona

di  Rachele Gerace

“Un itinerario di passi e riflessioni” sulle orme di Sant’Antonio di Padova, 800 anni dopo l’esperienza del naufragio vissuto sulle coste di Capo Milazzo, evento che segna il cambio di rotta, dando inizio alla sua conversione. “L’Abbrivio” è il primo cammino ufficiale diocesano per giovani dai 18 ai 30 anni, organizzato dal Santuario di Capo Milazzo in rete con il Seminario arcivescovile, la Pastorale giovanile e universitaria diocesana e i frati francescani di Sicilia, che si terrà dall’1 al 5 agosto prossimo in vista del Giubileo del 2025; un titolo significativo (l’abbrivio è l’impulso iniziale con cui si dà moto o si aumenta gradualmente la velocità di una imbarcazione) quello scelto per l’evento, metafora dell’esistenza umana nella quale dopo il naufragio è sempre possibile riprendere il cammino.

L’iniziativa ripropone l’esperienza del cammino di Antonio 20-22 e del Progetto Antonio 800 sulle orme di Antonio e coinvolgerà le comunità parrocchiali e l’Unione nazionale delle pro loco (Unpli), che assieme alle amministrazioni locali cureranno l’accoglienza dei camminatori. Ad arricchire il gruppo di lavoro, oltre a suor Cettina Talarico delle Figlie di San Paolo e all’apostolina suor Cinzia Giacinti che da Pisa giungerà a Messina con un gruppo di giovani della pastorale universitaria, ci sono Antonio Tavilla esperto camminatore, che cura gli aspetti logistico organizzativi e il prof. Filippo Grasso docente Unime e consulente nazionale Unpli. Un percorso di oltre 70 chilometri suddiviso in quattro tappe che attraverserà Milazzo, Olivarella, San Filippo del Mela, Santa Lucia del Mela, Soccorso, Gualtieri Sicaminò, San Pier Niceto, Monforte San Giorgio, San Cono, Rometta, Scarcelli (frazione di Saponara), Villafranca Tirrena, Calvaruso, Serro, Puntale Ferraro e Messina (con le ultime due soste ai santuari di San Francesco all’Immacolata e Sant’Antonio dei padri rogazionisti); si tratta di luoghi nei quali la devozione per il santo taumaturgo è presente nel titolo di una chiesa o di una strada. La data di questo “sinodo” in vista del Giubileo del 2025 - spiega don Carmelo Russo, rettore del santuario di Capo Milazzo e coordinatore del cammino - sarà in concomitanza con le giornate in cui i giovani del mondo incontreranno papa Francesco a Lisbona, per meditare insieme sull’icona evangelica di Maria in visita alla cugina Elisabetta. “L’iniziativa permetterà, a quanti non potranno recarsi in Portogallo, di fare anch’essi un’esperienza di visitazione attraverso la condivisione e la preghiera a contatto con la natura; un tempo dedicato alla ricerca e alla scoperta del senso della vita”, ha detto il sacerdote. Nel corso della tappa a Calvaruso, è previsto un collegamento streaming con la Gmg di Lisbona, curato dal giornalista del Messaggero di Sant’Antonio Alberto Friso. Sarà l’arcivescovo Giovanni Accolla a benedire i pellegrini la sera dell’1 agosto al santuario di Sant’Antonio a Capo Milazzo prima della partenza la mattina successiva; in quell’occasione saranno consegnate a ciascuno di loro le magliette con il logo e le credenziali. 
tutte le info per partecipare.

(Fonte "Gazzetta del Sud" del 23.07.2023)

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Intervista a don Carmelo Russo