SANTA MESSA CON ORDINAZIONI PRESBITERALI
Basilica di San Pietro
IV Domenica di Pasqua, 26 aprile 2026
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Papa Leone ai nuovi sacerdoti: “Il bisogno di sicurezza
rende aggressivi, non cercate nemici e capri espiatori”
Una Chiesa con le porte aperte, sacerdoti capaci di stare accanto alla gente e una fede che non si rifugia nella paura ma affronta la realtà con coraggio. È il messaggio dell’omelia pronunciata da Papa Leone nella Basilica di San Pietro durante la Messa per l’ordinazione di dieci nuovi sacerdoti, celebrata nella Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni.
Davanti a oltre cinquemila fedeli tra familiari, amici e comunità di provenienza degli ordinandi, il Pontefice ha consegnato ai nuovi presbiteri una riflessione intensa sul ministero sacerdotale, mettendoli in guardia da una delle tentazioni più diffuse del nostro tempo: la paura che si trasforma in chiusura e aggressività.
“Oggi il bisogno di sicurezza rende aggressivi gli animi, chiude su se stesse le comunità, induce a cercare nemici e capri espiatori”, ha affermato il Papa con parole nette. “C’è spesso paura attorno a noi e forse dentro di noi”.
Un monito che non riguarda soltanto la società civile, ma anche la vita ecclesiale. Per questo Leone XIV ha invitato i nuovi sacerdoti a non cercare la propria stabilità nel ruolo o nel prestigio, ma nella fede e nella relazione viva con Cristo.
“La vostra sicurezza non risieda nel ruolo che avete, ma nella vita, morte e risurrezione di Gesù, nella storia di salvezza a cui partecipate col vostro popolo”, ha sottolineato. Una sicurezza che nasce dalla consapevolezza di appartenere a un cammino più grande, già presente “in tanto bene compiuto silenziosamente, fra persone di buona volontà, nelle parrocchie e negli ambienti a cui vi farete prossimi”.
Il Papa ha insistito sul fatto che il sacerdote non è chiamato a separarsi dal mondo, ma ad attraversarlo. “La porta della Chiesa è aperta. Non per estraniarci dalla vita: la vita non si esaurisce in parrocchia, nell’associazione, nel movimento, nel gruppo”.
Da qui l’invito diretto ai nuovi preti: “Carissimi, uscite e trovate la cultura, la gente, la vita! Meravigliatevi per ciò che Dio fa crescere senza che noi l’abbiamo seminato”.
Leone XIV ha descritto il prete come un uomo di comunione, chiamato a essere ponte e non barriera, presenza e non filtro. “Voi siete di tutti e siete per tutti”, ha detto. “Sia questo il profilo fondamentale della vostra missione: tenere libera la soglia e indicarla, senza bisogno di troppe parole”.
Un altro passaggio centrale dell’omelia ha riguardato il celibato sacerdotale, definito come una forma esigente e profonda di amore, da custodire e rinnovare ogni giorno.
“Come l’amore degli sposi, così l’amore che ispira il celibato per il Regno di Dio va custodito e sempre rinnovato, perché ogni vero affetto matura e diventa fecondo nel tempo”, ha spiegato.
Ai nuovi sacerdoti il Papa ha parlato di “uno specifico, delicato, a volte difficile modo di amare e, ancora di più, di lasciarvi amare, nella libertà”. Una scelta che, se vissuta con autenticità, può trasformarsi anche in una testimonianza civile.
“Un modo che potrà fare di voi, oltre che dei buoni preti, anche dei cittadini onesti, disponibili, costruttori di pace e di amicizia sociale”.
Non meno forte il richiamo a non lasciarsi paralizzare dalle difficoltà del presente. Riprendendo il Vangelo di Giovanni, in cui Gesù si presenta come la porta delle pecore, Leone XIV ha ricordato che Cristo conosce bene la durezza del mondo e non fugge davanti al male.
“Conosce la crudeltà del mondo in cui cammina con noi. Con le sue parole evoca forme di aggressione fisica, ma soprattutto spirituale. Tuttavia, questo non lo distoglie dal donare la sua vita. La denuncia non diventa rinuncia, il pericolo non induce alla fuga”.
Da qui quello che il Pontefice ha definito “un secondo segreto per la vita del prete”: non avere paura della realtà.
“La realtà non deve farci paura. A chiamarci è il Signore della vita. Il ministero che vi viene affidato comunichi la pace di chi, anche fra i pericoli, sa perché è sicuro”.
Infine, l’esortazione più concreta: tenere sempre aperta la porta della Chiesa, soprattutto in un tempo in cui molti si sentono lontani o smarriti.
“Oggi più che mai, specialmente dove i numeri sembrano delineare un distacco fra le persone e la Chiesa, tenete la porta aperta! Lasciate entrare e siate pronti a uscire”.
E ancora, con una formula che riassume l’intera visione pastorale del suo pontificato: “Voi siete un canale, non un filtro”.
Parole che disegnano il volto di un sacerdozio meno autoreferenziale e più vicino alle ferite del mondo. Non uomini di potere, ma testimoni di una speranza concreta; non custodi di privilegi, ma servitori capaci di costruire pace.
In un tempo segnato da paure collettive, divisioni e ricerca continua di colpevoli, Papa Leone chiede ai nuovi sacerdoti di essere l’opposto: uomini liberi, affidabili, capaci di aprire strade e non di alzare muri.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Sante Cavalleri 26/04/2026)
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OMELIA DI LEONE XIV
(testo integrale)
Cari fratelli e sorelle!
Con questo saluto mi rivolgo in particolare a coloro che sono stati presentati adesso, che riceveranno l’ordinazione presbiterale, ai vostri familiari, ai preti di Roma, molti dei quali ricordano la loro Ordinazione in questa quarta domenica di Pasqua, a tutti voi presenti!
Questa è una domenica piena di vita! Anche se la morte ci circonda, la promessa di Gesù già si avvera: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Nella disponibilità dei giovani che la Chiesa oggi chiede siano ordinati presbiteri riscontriamo tanta generosità ed entusiasmo. Nel radunarci, così numerosi e diversi, attorno all’unico Maestro avvertiamo una forza che ci rigenera. È lo Spirito Santo, che lega persone e vocazioni nella libertà, così che nessuno viva più per se stesso. La domenica – ogni domenica – ci chiama fuori dal “sepolcro” dell’isolamento, della chiusura, perché ci incontriamo nel giardino della comunione, di cui il Risorto è custode.
Il servizio del prete, sul quale la chiamata di questi fratelli ci invita a riflettere, è un ministero di comunione. La “vita in abbondanza”, infatti, viene a noi nel personalissimo incontro con la persona del Figlio, ma ci apre subito gli occhi su un popolo di fratelli e sorelle che già sperimentano, o che ancora ricercano, il «potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). Ecco un primo segreto nella vita del prete. Carissimi ordinandi, più profondo è il vostro legame con Cristo, più radicale è la vostra appartenenza alla comune umanità. Non c’è contrapposizione, né competizione, tra il cielo e la terra: in Gesù si saldano per sempre. Questo mistero vivo e dinamico impegna il cuore in un amore indissolubile: lo impegna e lo riempie. Certo, come l’amore degli sposi, così l’amore che ispira il celibato per il Regno di Dio va custodito e sempre rinnovato, perché ogni vero affetto matura e diventa fecondo nel tempo. Siete chiamati a uno specifico, delicato, difficile modo di amare e, ancora di più, di lasciarvi amare, nella libertà. Un modo che potrà fare di voi, oltre che dei buoni preti, anche dei cittadini onesti, disponibili, costruttori di pace e di amicizia sociale.
A questo proposito, colpisce, nel Vangelo appena proclamato (Gv 10,1-10), il riferimento di Gesù a figure e a gesti di aggressione: fra lui e coloro che ama, infatti, irrompono estranei, ladri e briganti che scavalcano i limiti, non vengono, dice Gesù, «se non per rubare, uccidere e distruggere» (v. 10) e soprattutto hanno una voce diversa dalla sua, irriconoscibile (cfr v. 5). C’è un grande realismo nelle parole del Signore: conosce la crudeltà del mondo in cui cammina con noi. Con le sue parole evoca forme di aggressione fisica, ma soprattutto spirituale. Tuttavia, questo non lo distoglie dal donare la sua vita. La denuncia non diventa rinuncia, il pericolo non induce alla fuga. Ecco un secondo segreto per la vita del prete: la realtà non deve farci paura. A chiamarci è il Signore della vita. Il ministero che vi viene affidato, carissimi, comunichi la pace di chi, anche fra i pericoli, sa perché è sicuro.
Oggi il bisogno di sicurezza rende aggressivi gli animi, chiude su se stesse le comunità, induce a cercare nemici e capri espiatori. C’è spesso paura attorno a noi e forse dentro di noi. La vostra sicurezza non risieda nel ruolo che avete, ma nella vita, morte e risurrezione di Gesù, nella storia di salvezza a cui partecipate col vostro popolo. È una salvezza che già opera in tanto bene compiuto silenziosamente, fra persone di buona volontà, nelle parrocchie e negli ambienti a cui vi farete prossimi, come compagni di viaggio. Ciò che annunciate e celebrate vi custodirà anche in situazioni e tempi difficili.
Le comunità cui sarete inviati sono luoghi in cui il Risorto è già presente, dove molti lo hanno già seguito in modo esemplare. Riconoscerete le sue piaghe, distinguerete la sua voce, troverete chi ve lo indicherà. Sono comunità che aiuteranno anche voi a diventare santi! E voi aiutatele a camminare unite dietro a Gesù buon Pastore, perché siano luoghi – giardini – della vita che risorge e si comunica. Spesso ciò che manca alle persone è un luogo in cui sperimentare che insieme è meglio, che insieme è bello, che si può vivere insieme. Facilitare l’incontro, aiutare a convergere chi altrimenti non si frequenterebbe mai, avvicinare gli opposti è un tutt’uno col celebrare l’Eucaristia e la Riconciliazione. Radunare è sempre e di nuovo impiantare la Chiesa.
Significativa, nel Vangelo, è un’immagine con cui, a un certo punto, Gesù inizia a parlare di sé. Stava descrivendosi come il “pastore”, ma chi lo ascolta sembra non capire. Allora cambia metafora: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore» (Gv 10,7). A Gerusalemme c’era una porta che si chiamava proprio così, “la porta delle pecore”, vicino alla piscina di Betzatà. Per essa entravano nel tempio pecore e agnelli, prima immersi nell’acqua e poi destinati ai sacrifici. È spontaneo pensare al Battesimo.
«Io sono la porta», dice Gesù. Il Giubileo ci ha mostrato come questa immagine parli ancora al cuore di milioni di persone. Per secoli la porta – spesso un vero e proprio portale – ha invitato a varcare la soglia della Chiesa. In alcuni casi, il fonte battesimale era costruito all’esterno, come l’antica piscina probatica, sotto i cui portici «giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici» (Gv 5,3). Cari ordinandi, sentitevi parte di questa umanità sofferente, che attende la vita in abbondanza. Nell’iniziare altri alla fede, ravviverete la vostra. Con gli altri battezzati varcherete ogni giorno la soglia del Mistero, quella soglia che ha il volto e il nome di Gesù. Non nascondete mai questa porta santa, non bloccatela, non siate di impedimento a chi vuole entrare. «Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito» (Lc 11,52): è il rimprovero amaro di Gesù a coloro che hanno nascosto la chiave di un passaggio che doveva essere aperto a tutti.
Oggi più che mai, specialmente dove i numeri sembrano delineare un distacco fra le persone e la Chiesa, tenete la porta aperta! Lasciate entrare e siate pronti a uscire. È un altro segreto per la vostra vita: voi siete un canale, non un filtro. Molti credono di sapere già cosa c’è oltre quella soglia. Portano con sé ricordi, magari di un passato lontano; spesso c’è qualcosa di vivo che non si è spento e che attrae; a volte, però, c’è dell’altro, che ancora sanguina e respinge. Il Signore sa e attende. Siate riflesso della sua pazienza e della sua tenerezza. Voi siete di tutti e siete per tutti! Sia questo il profilo fondamentale della vostra missione: tenere libera la soglia e indicarla, senza bisogno di troppe parole.
D’altra parte, Gesù insiste e precisa: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv 10,9). Egli non soffoca la nostra libertà. Ci sono appartenenze che soffocano, compagnie in cui è facile entrare e quasi impossibile uscire. Non così la Chiesa del Signore, non così la compagnia dei suoi discepoli. Chi è salvato, dice Gesù, “entra, esce e trova pascolo”. Tutti cerchiamo riparo, riposo e cura: la porta della Chiesa è aperta. Non per estraniarci dalla vita: la vita non si esaurisce in parrocchia, nell’associazione, nel movimento, nel gruppo. Chi è salvato “esce e trova pascolo”.
Carissimi, uscite e trovate la cultura, la gente, la vita! Meravigliatevi per ciò che Dio fa crescere senza che noi l’abbiamo seminato. Coloro per cui sarete preti – fedeli laici e famiglie, giovani e anziani, bambini e malati – abitano pascoli che dovete conoscere. A volte vi sembrerà di non averne le mappe. Le possiede però il buon Pastore, di cui ascoltare la voce, così familiare. Quante persone oggi si sentono perse! A molti pare di non potere più orientarsi. Non c’è allora testimonianza più preziosa di quella che confida: «Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome» (Sal 23,2-3). Il suo nome è Gesù: “Dio salva”! Di questo siete testimoni. «Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita» (Sal 23,6). Fratelli, sorelle, cari giovani: così sia!
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