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martedì 14 aprile 2026

VIAGGIO APOSTOLICO DI LEONE XIV pellegrino nel Continente africano - Algeria 13/04/2026 Gli incontri della mattina: «Fratello» sulle orme di Agostino


VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE

13-23 APRILE 2026
Lunedì 13 aprile 2026

ALGERI

10:00 Arrivo all’Aeroporto Internazionale di Algeri “Houari Boumédiène”
CERIMONIA DI BENVENUTO
10:45 VISITA AL MONUMENTO DEI MARTIRI MAQAM ECHAHID
11:15 VISITA DI CORTESIA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA nel Palazzo Presidenziale
12:00 INCONTRO CON LE AUTORITÀ, CON LA SOCIETÀ CIVILE E CON IL CORPO DIPLOMATICO nel Centro Convegni “Djamaa el Djazair”


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Leone XIV pellegrino nel Continente africano - Algeria
Gli incontri di lunedì mattina

«Fratello»
sulle orme di Agostino


Un ombrello bianco ripara il Papa dalla pioggia e dalle raffiche di vento che sferzano impetuose le palme e le bandiere verdi-bianche e giallo-bianche lungo le strade di Algeri. Leone XIV giunge nella capitale dell’Algeria, prima tappa del viaggio apostolico in Africa, sotto un cielo plumbeo e il peso dell’acqua piovana che cade incessante.

Ventuno colpi di cannone salutano nella mattina di lunedì 13 aprile l’arrivo del Successore di Pietro, primo nella storia a far visita al Paese nord-africano. Il quale anche nella sua configurazione urbanistica — nella continua alternanza tra palazzi anneriti e scrostati, e grattacieli, torri e moschee dorate — sembra rappresentare le lacerazioni e gli slanci che ne hanno caratterizzato la storia. Le violenze, le guerre civili, le vicende di sangue e martirio, da una parte, e, dall’altra, la nobiltà del popolo declinata nella capacità di ricostruirsi, andare avanti e, in alcuni casi, anche perdonare.

Leone XIV si presenta come «fratello» in questa terra, intrisa della testimonianza e dell’eredità di sant’Agostino, ma anche di tanti santi e martiri. Uno su tutti, Charles de Foucauld, il monaco che si sciolse come «il sale» della parabola evangelica tra i tuareg del deserto.

In mozzetta rossa, il Pontefice scende le scale dell’Airbus di Ita Airways che partito poco dopo le 9 da Roma-Fiumicino è atterrato circa due ore più tardi all’aeroporto di Algeri. Il nunzio apostolico, l’arcivescovo Javier Herrera Corona, e il capo del Protocollo dell’Algeria salgono a bordo per salutare il Papa, accolto ai piedi dell’aereo dal presidente della Repubblica Algerina Democratica e Popolare, Abdelmadjid Tebboune, dal 2019 alla guida del Paese e nel 2024 rieletto per un secondo mandato.

Tutto avviene velocemente, a motivo anche del maltempo: inni, onore alle bandiere, Guardia d’onore, presentazione delle rispettive delegazioni. Nel Salon d’Honneur, il breve incontro tra il Papa e il capo dello Stato. Si rivedranno qualche ora più tardi.

È un ministro, infatti, ad accompagnare la visita del Pontefice al «Maqam Echahid», il memoriale di Algeri — inaugurato nel 1982 — che commemora tutti i martiri caduti nella lotta contro il colonialismo francese. Un monumento iconico per la Nazione che sorprende con la sua imponenza: tre fronde di palma in cemento, alte 90 metri, con all’interno una fiamma che arde permanentemente. Il Papa vi arriva in auto, mentre il vento soffia ancora più veemente, mettendo alla prova i droni nel cielo, e spargendo l’acqua che scivola dalla scultura.

I militari presidiano l’aerea e dai palazzi circostanti si vedono figure scure muoversi sui tetti: «Sì, lì, gli sniper», indica un ragazzo, «i tiratori scelti». È uno dei circa duemila giovani che, con gli ombrellini viola o blu scuro con il logo della visita papale, sono seduti nel piazzale antistante il Memoriale ad attendere il Papa. Molti sono studenti universitari, invitati per l’occasione.

In un Paese a maggioranza musulmana, dove i cattolici sono lo 0,02 per cento, non ci si aspettava certamente un movimento di popolo. Ragazzi e ragazze presenti, molti con felpe e t-shirt dai loghi vistosi o con sciarpe in raso colorate, guardano però con curiosità e rispetto a questa figura di rilievo internazionale: il Papa della Chiesa cattolica.

Leone XIV, accompagnato da due ufficiali della Guardia nazionale, depone una corona di fiori per i caduti algerini che hanno lottato per l’indipendenza, la dignità e la sovranità della Nazione.

A loro viene dedicato un momento di silenzio, dopo l’esecuzione degli inni. Poi il Pontefice scende dalla terrazza che guarda al porto di Algeri e si dirige verso il palco allestito per l’occasione. Le prime parole solo in arabo: «La pace sia con tutti voi! As-salamu alaykom!». Un applauso accoglie quest’incipit, insieme ai click degli smartphone, mentre si scattano le foto.

Il cardinale Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Alger, porge il suo benvenuto. Un sacerdote traduce il discorso del Vescovo di Roma: un generale silenzio permea il momento. Infine un applauso al saluto conclusivo dopo la lettura, da parte del Papa, delle Beatitudini. Non una citazione, ma un preciso mandato.

«Beati i costruttori di pace» è il filo rosso che unisce i diversi appuntamenti della prima tappa algerina. Un invito che, in altra forma, il Pontefice lancia anche ad autorità, membri della società civile e del corpo diplomatico, incontrati nel Centro convegni «Djamaa el Djazair». Undici chilometri dal Memoriale, un tragitto breve, bagnato di pioggia, con poche macchine e nessuna persona in giro per le strade; utile, tuttavia, a intravedere scorci di Algeri, tra cui la Grande Moschea con la sua cupola in oro. Il Papa la visita nel pomeriggio odierno.

Al «Djamaa el Djazair» Leone XIV arriva con circa 50 minuti di ritardo rispetto al programma stabilito. Proviene da «El Mouradia», il palazzo sulle alture che dominano la capitale, residenza ufficiale del presidente della Repubblica, la quale si distingue per i suoi elementi architettonici andalusi e maghrebini, tra lampadari in cristallo all’interno e cortili, fontane e archi all’esterno. A «El Mouradia» si svolge la visita di cortesia al capo di Stato, nella consueta struttura: picchetto d’onore, presentazione delle delegazioni, foto ufficiale, scambio dei doni. Dal Papa a Tebboune una formella della medaglia commemorativa del viaggio apostolico in Africa e la medaglia d’oro del pontificato.

Alle 12.50 locali, dal palco dove è proiettata la foto dell’udienza del Pontefice con il presidente, avvenuta in Vaticano lo scorso luglio, uno speaker annuncia in arabo l’arrivo di «His Holiness Pope Leo». La platea, rimasta per tutto il tempo in silenzio, si alza in piedi. Caratteristica la veduta dall’alto di queste 1.400 teste avvolte da turbanti, fasce, kufiyya o coperte da fez e zucchetti. Un fotogramma della coesistenza sociale e religiosa che caratterizza l’Algeria, dono permanente ma fragile di questo Paese che si muove sul crinale di una storia presente e passata segnata da diverse ferite. Quelle che il primo Papa agostiniano della storia prova, in questi tre giorni, a ricucire con il balsamo della pace.
(fonte: L'Osservatore Romano, articolo di Salvatore Cernuzio13/04/2026)

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Testi e video integrali

CERIMONIA DI BENVENUTO


Al suo arrivo all’Aeroporto Internazionale di Algeri “Houari Boumédiène”, il Papa è accolto dal Presidente della Repubblica. Una bambina offre dei fiori al Santo Padre.

Dopo gli inni, l’Onore alle Bandiere, la Guardia d’Onore e la presentazione delle rispettive Delegazioni, il Papa viene accompagnato al Salon d’Honneur per un breve incontro privato con il Presidente della Repubblica.

Al termine, il Santo Padre si trasferisce in auto al Monumento dei martiri Maqam Echahid.



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VISITA AL MONUMENTO DEI MARTIRI MAQAM ECHAHID  



Intorno alle ore 11.00 (ora locale) il Papa è arrivato al Monumento dei Martiri Maqam Echahid ad Algeri ed è stato accolto ai piedi della scalinata dal Ministro.

Il Papa ha percorso la scalinata e di fronte al Monumento ha avuto luogo la deposizione di una corona di fiori. Quindi il Santo Padre e il Ministro si sono diretti verso la terrazza dove circa 2000 persone attendevano il saluto del Papa.


Cari fratelli e sorelle d'Algeria,

la pace sia con tutti voi! As-salamu alaykom!

Rendo grazie a Dio che mi dà la possibilità di visitare il vostro Paese come successore dell’apostolo Pietro, dopo averlo fatto già due volte in passato, come religioso agostiniano. È però soprattutto un fratello che si presenta davanti a voi, lieto di poter rinnovare, in questo incontro, i legami di affetto che avvicinano i nostri cuori.

Guardando a tutti voi, vedo il volto di un popolo forte e giovane, di cui già ho avuto modo di sperimentare ripetutamente l’ospitalità e la fraternità. Nel cuore algerino l’amicizia, la fiducia, la solidarietà non sono semplicemente parole, ma valori che contano e danno calore e solidità al vivere insieme.

L’Algeria è un Paese grande, dalla storia lunga e ricca di tradizioni, fin dai tempi di sant’Agostino e ben prima. Una storia dolorosa, anche, segnata da periodi di violenza, che però, proprio grazie alla nobiltà di spirito che vi caratterizza, e che sento viva anche adesso, qui, avete saputo superare, con coraggio e onestà.

Sostare presso questo Monumento è un omaggio a questa storia, e all’anima di un popolo che ha lottato per l’indipendenza, la dignità e la sovranità di questa Nazione.

In questo luogo ricordiamo che Dio desidera per ogni Nazione la pace: una pace che non è solo assenza di conflitto, ma espressione di giustizia e di dignità. E questa pace, che permette di andare incontro al futuro con animo riconciliato, è possibile solo nel perdono. La vera lotta di liberazione sarà definitivamente vinta solo quando si sarà finalmente conquistata la pace dei cuori. So quanto sia difficile perdonare, tuttavia, mentre i conflitti continuano a moltiplicarsi in tutto il mondo, non si può aggiungere risentimento a risentimento, di generazione in generazione.

Il futuro appartiene agli uomini e alle donne di pace. Alla fine la giustizia trionferà sempre sull’ingiustizia, così come la violenza, al di là di ogni apparenza, non avrà mai l’ultima parola.

In questa terra, crocevia di culture e religioni, il rispetto reciproco rappresenta la via perché i popoli possano camminare insieme. Possa l’Algeria, forte delle sue radici e della speranza dei suoi giovani, continuare a offrire un contributo di stabilità e di dialogo nella comunità delle nazioni e sulle sponde del Mediterraneo.

Ogni popolo custodisce un patrimonio unico di storia, cultura e fede. Anche l’Algeria possiede questa ricchezza, che ha sostenuto il suo cammino nei momenti difficili e continua a orientarne il futuro. In questo patrimonio, la fede in Dio occupa un posto centrale: essa illumina la vita delle persone, sostiene le famiglie e ispira il senso della fraternità. Un popolo che ama Dio possiede la ricchezza più vera, e il popolo algerino custodisce questa gemma nel suo tesoro. Il nostro mondo ha bisogno di credenti così, di uomini e donne di fede, assetati di giustizia e di unità. Per questo, di fronte a una umanità desiderosa di fratellanza e di riconciliazione, è un grande dono e un impegno benedetto il nostro dichiararci con forza ed essere sempre, insieme, fratelli tra noi e figli di Dio!

A chi va in cerca di ricchezze che svaniscono, che illudono e deludono, e spesso purtroppo finiscono per corrompere il cuore umano e generare invidie, rivalità, conflitti, Gesù ancora ripete la domanda che ha posto duemila anni fa: «Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?» (Mt 16,26). È una domanda fondamentale per tutti, a cui i morti che qui si onorano hanno dato la loro risposta: hanno perso la vita, ma in un altro senso, donandola per amore del proprio popolo. La loro storia sostenga il popolo algerino e tutti noi nel nostro cammino: perché la vera libertà non si eredita soltanto, si sceglie ogni giorno.

Permettetemi, perciò, di concludere ripetendo le parole di Gesù ai suoi discepoli, quelle che chiamiamo il Discorso della montagna o Beatitudini:

«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3-10).

Grazie della vostra accoglienza! Dio vi benedica!

Al termine Papa Leone XIV si è trasferito al Palazzo Presidenziale.


VISITA DI CORTESIA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Alle ore 12.40, il Santo Padre è arrivato al Palazzo Presidenziale El Mouradia, per la visita di cortesia al Presidente della Repubblica.

Al suo arrivo il Pontefice è stato accolto dal Presidente S.E. Abdelmadjid Tebboune e dopo la presentazione delle delegazioni insieme hanno raggiunto la Sala dove si è svolto l’incontro privato e lo scambio dei doni.


Al termine, alle ore 13:40 circa, il Papa si è trasferito al Centro Convegni Djamaa el Djazair.


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INCONTRO CON LE AUTORITÀ, CON LA SOCIETÀ CIVILE E CON IL CORPO DIPLOMATICO

Alle ore 13.50 circa, nel Centro convegni Djamaa el Djazair, ha avuto luogo l’incontro con le Autorità, la Società Civile e il Corpo Diplomatico.


Al Suo arrivo, il Santo Padre è stato accolto dal Presidente, S.E. Abdelmadjid Tebboune, e insieme hanno raggiunto la Sala Polivalente del Centro convegni.

Dopo il discorso del Presidente, il Santo Padre ha pronunciato il suo discorso. Al termine, alle ore 14.20 circa, si è trasferito alla Nunziatura Apostolica.

Pubblichiamo di seguito le parole che Leone XIV ha rivolto ai presenti:


Signor Presidente,
distinte Autorità e membri del Corpo Diplomatico,
Signore e Signori!

Esprimo profonda gratitudine per l’invito a visitare l’Algeria, giunto proprio all’inizio del mio Ministero Petrino. E grazie per la vostra accoglienza! Voi sapete che, come figlio spirituale di Sant’Agostino, già due volte – nel 2004 e nel 2013 – sono venuto ad Annaba, e sono grato alla Provvidenza divina, perché secondo il suo misterioso disegno, ha disposto che io vi tornassi di nuovo come Successore di Pietro. Vengo in mezzo a voi come pellegrino di pace, desideroso di incontrare il nobile popolo algerino. Siamo fratelli e sorelle, perché abbiamo lo stesso Padre nei cieli: il profondo senso religioso del popolo algerino è il segreto di una cultura dell’incontro e della riconciliazione, di cui anche questa mia visita vuole essere segno. In un mondo pieno di scontri e incomprensioni, incontriamoci e cerchiamo di comprenderci, riconoscendo che siamo tutti una sola famiglia! Oggi la semplicità di questa consapevolezza è la chiave per aprire molte porte chiuse.

Cari fratelli e sorelle, vengo a voi come testimone della pace e della speranza che il mondo desidera ardentemente e che il vostro popolo ha sempre cercato: un popolo mai sconfitto dalle sue prove, perché radicato in quel senso di solidarietà, di accoglienza e di comunità di cui è intessuta la vita quotidiana di milioni di persone umili e giuste. Sono loro i forti, sono loro il futuro: chi non si lascia accecare dal potere e dalla ricchezza, chi non sacrifica la dignità dei concittadini alla propria fortuna personale o di gruppo. In particolare, da molte parti ho testimonianza di come il popolo algerino dimostri grande generosità nei confronti sia dei connazionali, sia degli stranieri. Questo atteggiamento riflette un’ospitalità profondamente radicata nelle comunità arabe e berbere, quel dovere sacro che ovunque vorremmo trovare come valore sociale fondamentale. Ugualmente, l’elemosina (sadaka) è una pratica comune e naturale fra voi, anche per chi ha mezzi limitati. In origine la parola sadaka significa giustizia: non tenere per sé, ma condividere ciò che si ha, è infatti una questione di giustizia. Ingiusto è chi accumula ricchezze e resta indifferente agli altri. Questa visione della giustizia è semplice e radicale: riconosce nell’altro l’immagine di Dio. Una religione senza pietà e una vita sociale senza solidarietà sono uno scandalo agli occhi di Dio. Eppure, molte società che si credono avanzate precipitano sempre più nella diseguaglianza e nell’esclusione. Le persone e le organizzazioni che dominano sugli altri – questo l’Africa lo sa bene – distruggono il mondo che l’Altissimo ha creato perché vivessimo tutti insieme.

Le drammatiche vicende storiche trascorse offrono al vostro Paese un particolare sguardo critico sugli equilibri mondiali. Se saprete entrare in dialogo con le istanze di tutti e solidarizzare con le sofferenze di tanti Paesi vicini e lontani, la vostra esperienza potrà contribuire a immaginare e a realizzare una maggiore giustizia fra i popoli. Non moltiplicando incomprensioni e conflitti, ma rispettando la dignità di ognuno e lasciandovi toccare dal dolore altrui, potrete infatti diventare protagonisti di un nuovo corso della storia, oggi più urgente che mai, a fronte di continue violazioni del diritto internazionale e di tentazioni neocoloniali.

Già i miei Predecessori hanno lucidamente percepito la portata epocale di questa sfida. Benedetto XVI osservò che «i processi di globalizzazione, se adeguatamente compresi e orientati, aprono possibilità senza precedenti di ridistribuzione su vasta scala della ricchezza a livello mondiale; se invece sono mal orientati, possono portare ad un aumento della povertà e delle disuguaglianze e potrebbero persino innescare una crisi globale» (Lett. enc. Caritas in veritate, 42). Papa Francesco, poi, forte di una lunga esperienza fra le contraddizioni del Sud globale, ha indicato l’importanza di ciò che può essere compreso solo alla periferia dei grandi centri di potere e di decisione. Papa Francesco scriveva: «Occorre pensare alla partecipazione sociale, politica ed economica in modalità tali che includano i movimenti popolari e animino le strutture di governo locali, nazionali e internazionali con quel torrente di energia morale che nasce dal coinvolgimento degli esclusi nella costruzione del destino comune» (Lett. enc. Fratelli tutti, 169).

Esorto, dunque, voi che avete autorità in questo Paese a non temere tale prospettiva e a promuovere una società civile viva, dinamica, libera, in cui specialmente ai giovani sia riconosciuta la capacità di contribuire ad allargare l’orizzonte della speranza per tutti. La vera forza di un Paese è data dalla cooperazione di tutti alla realizzazione del bene comune. Le autorità sono chiamate non a dominare, ma a servire il popolo e il suo sviluppo. L’azione politica trova quindi il suo criterio nella giustizia, senza la quale non vi è pace autentica, e si esprime nella promozione di condizioni eque e dignitose per tutti. Anche la Chiesa cattolica, con le sue comunità e iniziative, desidera contribuire al bene comune dell’Algeria, rafforzando la sua particolare identità di ponte fra Nord e Sud, fra Oriente e Occidente.

Il Mediterraneo, da una parte, e il Sahara, dall’altra, rappresentano infatti crocevia geografici e spirituali di enorme portata. Se ne approfondiamo la storia, senza semplificazioni e ideologie, vi troveremo nascosti immensi tesori di umanità, perché il mare e il deserto sono da millenni luoghi di reciproco arricchimento fra i popoli e le culture. Guai, se ne facciamo cimiteri dove muore anche la speranza! Liberiamo dal male questi immensi bacini di storia e di futuro! Moltiplichiamo le oasi di pace, denunciamo e rimuoviamo le cause della disperazione, combattiamo chi lucra sulla sventura altrui! Sono illeciti guadagni, infatti, quelli di chi specula sulla vita umana, la cui dignità è inviolabile. Uniamo, allora, le nostre forze, le nostre energie spirituali, ogni intelligenza e risorsa che renda la terra e il mare luoghi di vita, di incontro, di meraviglia. La loro maestosa bellezza ci tocchi il cuore; il loro aspetto sconfinato ci interroghi sulla trascendenza. Il Mediterraneo, il Sahara e il cielo immenso che li sovrasta ci sussurrano che la realtà ci supera da tutte le parti, che Dio è veramente grande e che tutto viviamo alla sua misteriosa presenza.

Questo pensiero ha enormi conseguenze sulla realtà. Sono molti oggi a sottovalutarne la portata. A ben vedere, anche la società algerina conosce la tensione fra senso religioso e vita moderna. Qui, come in tutto il mondo, tendono così a manifestarsi dinamiche opposte, di fondamentalismo o di secolarizzazione, per le quali molti perdono il senso autentico di Dio e della dignità di tutte le sue creature. Allora i simboli e le parole religiose possono diventare, da una parte, linguaggi blasfemi di violenza e sopraffazione, dall’altra, segni senza più significato, nel grande mercato di consumi che non saziano.

Queste assurde polarizzazioni, però, non devono spaventarci. Vanno affrontate con intelligenza. Sono il segno che viviamo un tempo straordinario, di grande rinnovamento, nel quale chi tiene libero il cuore e desta la coscienza può attingere dalle grandi tradizioni spirituali e religiose nuove visioni della realtà e motivazioni incrollabili di impegno. Occorre educare al senso critico e alla libertà, all’ascolto e al dialogo, alla fiducia che ci fa riconoscere nel diverso un compagno di viaggio, non una minaccia. Dobbiamo lavorare insieme alla guarigione della memoria e alla riconciliazione fra antichi avversari. È il dono che chiedo per voi, per l’Algeria e per l’intero suo popolo, sul quale invoco abbondanti le benedizioni dell’Altissimo.


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