VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE
13-23 APRILE 2026
Venerdì 17 aprile 2026
YAOUNDÉ – DOUALA – YAOUNDÉ
09:00 Partenza dall’Aeroporto di Yaoundé-Nsimalen per Douala
09:55 Arrivo all’Aeroporto Internazionale di Douala
11:00 SANTA MESSA nel “Japoma Stadium”
13:20 VISITA PRIVATA ALL’OSPEDALE CATTOLICO SAINT PAUL
************
Leone XIV pellegrino nel Continente africano - Camerun
Gli incontri di venerdì mattina
Papa Leone in Camerun: «Il cibo non basta perché c’è chi se ne ingozza davanti a chi ne è privo»
Nell’omelia della messa celebrata a Douala il Pontefice ricorda che il cibo va condiviso. E invita i giovani a non abbandonarsi alla logica del guadagno e del profitto, ma a seminare «segni di pace tra rivalità e corruzioni»

REUTERS
Usa la parola «ingozzarsi», papa Leone. La stessa che aveva usato nel suo viaggio a Montecarlo per parlare di come i beni della terra diventano idoli, non per chi ne è privo, ma per chi se ne ingozza. In Camerun, a Douala, il Pontefice celebra messa nel Japoma statiudm alla presenza di oltre 120 mila persone e, parlando del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci in una terra spesso segnata dalla carestia, conseguenza di guerre e depredazioni, sottolinea che «un grave problema viene risolto benedicendo quel poco cibo che c’è e dividendolo per tutti quelli che hanno fame».

La gioia di chi partecipa alla messa al Japoma Stadium a Douala, Camerun (REUTERS)
Il miracolo, spiega avviene nella condivisione. «C’è pane per tutti se a tutti lo si dona. C’è pane per tutti se viene preso non con una mano che afferra, ma con una mano che dona. Osserviamo bene il gesto di Gesù: quando il Figlio di Dio prende il pane e i pesci, anzitutto rende grazie. È riconoscente al Padre per un bene che diventa dono e benedizione per tutto il popolo». È così che «il cibo abbonda: non viene razionato per emergenza, non viene rubato per contesa, non viene sprecato da chi si ingozza davanti a quanti non hanno nulla da mangiare».
E il miracolo non è fatto «in vista di un successo personale». Lui «non vuole diventare re, perché è venuto per servire con amore, non per dominare». La moltiplicazione dei pani e dei pesci «è segno di questo amore: ci fa vedere non solo come Dio nutre l’umanità con il pane della vita, ma come noi possiamo portare questo cibo a tutti gli uomini e le donne che hanno fame di pace, di libertà, di giustizia come noi. Ogni gesto di solidarietà e perdono, ogni iniziativa di bene è un boccone di pane per l’umanità bisognosa di cura. E tuttavia questo non basta. Al cibo che alimenta il corpo occorre infatti unire con uguale carità il nutrimento dell’anima, che alimenta la nostra coscienza, che ci sostiene nell’ora buia della paura, tra le tenebre della sofferenza. Questo cibo è Cristo, che sempre nutre in abbondanza la sua Chiesa e ci rafforza nel cammino con il suo Corpo».
Infine si rivolge ai giovani per invitarli, in un Paese fecondo, ma dove «molti sperimentano la povertà, sia quella materiale che spirituale», a non cedere «alla sfiducia e allo scoraggiamento; rifiutate ogni forma di sopruso e di violenza, che illudono promettendo guadagni facili ma induriscono il cuore e lo rendono insensibile. Non dimenticate che il vostro popolo è ancora più ricco di questa terra, perché il suo tesoro sono i suoi valori: la fede, la famiglia, l’ospitalità, il lavoro». Li esorta a moltiplicare «i vostri talenti con la fede, la tenacia, l’amicizia che vi animano. Siate voi per primi i volti e le mani che portano al prossimo il pane della vita: cibo di sapienza e di riscatto da tutto ciò che non ci nutre, ma anzi confonde i nostri buoni desideri e ci ruba dignità».
E dà loro l’indicazione di essere protagonisti del proprio futuro, «senza lasciarvi comprare da tentazioni che sperperano le energie e non servono al progresso della società» avendo come esempio il Beato Floribert Bwana Chui, giovane doganiere ucciso in Congo per aver rifiutato di farsi comprare per far passare partire avariate di cibo. Per lasciare un segno, come fa l’aratro nel campo, per annunciare. E «Annunciare Gesù Risorto», conclude, «significa tracciare segni di giustizia in una terra sofferente e oppressa, segni di pace tra rivalità e corruzioni, segni di fede che ci liberano dalla superstizione e dall’indifferenza».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Annachiara Valle 17/04/2026)
************
La visita del Papa all'ospedale cattolico Saint Paul
Dopo la Messa, il momento privato in alcuni reparti di una struttura gestita dall’Arcidiocesi di Douala e situata nel quartiere Bassa. Il conforto ai piccoli, alle donne, al personale che ha in cura i degenti in un contesto di particolare difficoltà
La carezza del Papa ai malati (@Vatican Media)
Dopo il bagno di folla alla Messa nello stadio Japoma di Douala, la carezza e il conforto dato ai ricoverati nell’ospedale cattolico Saint Paul dove Leone si è recato in visita privata. Accompagnato dalla direttrice, ha visitato alcuni reparti. La struttura, gestita dall’arcidiocesi di Douala, è situata nel quartiere Bassa. C'è stato un momento di raccoglimento nella cappella, il Papa si è trattenuto nel cortile per un breve saluto al personale e ad alcuni malati.
Un segno di consolazione
Ogni giorno, senza alcuna interruzione, qui si cerca di offrire una sanità accessibile e di qualità. Un'attenzione particolare è rivolta alle donne. Alcuni pazienti hanno oggi potuto stringere la mano del Pontefice, che con una tenerezza disarmante si è fatto vicino ai dolori di piccoli e più adulti. Su tutti, compresi i familiari presenti, la sua benedizione prima di salutare individualmente i degenti.
Le ferite dell'anima e quelle del corpo
Dopo la recita del Padre Nostro, il Pontefice ha avuto modo di entrare nelle stanze dove sono curati alcuni malati. Si è avvicinato a bambini e anziani. Al termine della visita, poco prima delle 14.00 locali Papa Leone si è avviato verso l’aeroporto per il rientro a Yaounde, dove lo attende l'incontro con gli studenti e gli accademici dell'Università cattolica dell'Africa centrale. La presenza del Successore di Pietro tocca così le ferite della guerra e quelle della carne, ammanta i traumi profondi invocando la guarigione dell'anima e del corpo.
(fonte: Vatican News 17/04/2026)
************
Testi e video integrali
PARTENZA dall’Aeroporto Internazionale di Yaoundé-Nsimalen
Alle 09:00 (ora locale), Alle ore 08:05 (ora locale), il Santo Padre si è recato in auto all’Aeroporto internazionale di Yaoundé-Nsimalen, da dove, dopo essersi congedato da alcune Autorità locali, alle ore 08:55, è partito a bordo dell’Airbus A330-900neo ITA Airways, diretto a Douala.
************
ARRIVO all’Aeroporto di Douala
Giunto all’Aeroporto internazionale di Douala alle ore 09:24, il Papa è stato accolto da alcune autorità locali. Quindi si è trasferito in auto al Japoma Stadium per la Santa Messa nel venerdì della II settimana di Pasqua.
************
SANTA MESSA nel “Japoma Stadium”
Alle ore 11:00, dopo aver effettuato un giro in papamobile tra i fedeli, il Papa ha presieduto la Celebrazione Eucaristica
Dopo i riti di introduzione e la Liturgia della Parola, il Santo Padre ha pronunciato l’omelia.
Al termine della Santa Messa, l’Arcivescovo di Douala, S.E. Monsignor Samuel Kleda ha rivolto al Santo Padre alcune parole di ringraziamento.
Pubblichiamo di seguito l’omelia che Papa Leone XIV ha pronunciato nel corso della Celebrazione:
Cari fratelli e sorelle,
il Vangelo che abbiamo ascoltato (Gv 6,1-15) è parola di salvezza per tutta l’umanità. In ogni luogo viene oggi proclamata questa Buona Notizia, che per la Chiesa in Camerun risuona come annuncio provvidenziale dell’amore di Dio e della nostra comunione.
La testimonianza dell’apostolo Giovanni ci racconta infatti di una grande folla (cfr vv. 2-5), come siamo noi adesso, qui. Per tutta quella gente, però, c’è pochissimo cibo: solo «cinque pani d’orzo e due pesci» (v. 9). Osservando questa sproporzione, Gesù oggi chiede a noi, come allora chiese ai suoi discepoli: in che modo risolvete questo problema? Vedete quanta gente affamata, oppressa dalla fatica. Che cosa fate?
Questa domanda è rivolta a ciascuno di noi: è rivolta ai padri e alle madri che custodiscono le loro famiglie. È rivolta ai pastori della Chiesa, che vegliano sul gregge del Signore. È rivolta a quanti hanno la responsabilità sociale e politica di guardare al popolo e al suo bene. Cristo rivolge questa domanda ai potenti e ai deboli, ai ricchi e ai poveri, ai giovani e agli anziani, perché tutti abbiamo fame allo stesso modo. Questa indigenza ci ricorda che siamo creature. Abbiamo bisogno di mangiare per vivere. Non siamo Dio: ma appunto, dov’è Dio davanti alla fame della gente?
Mentre attende le nostre risposte, Gesù dà la sua: «Prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano» (v. 11). Un grave problema viene risolto benedicendo quel poco cibo che c’è e dividendolo per tutti quelli che hanno fame. La moltiplicazione dei pani e dei pesci accade nella condivisione: ecco il miracolo! C’è pane per tutti se a tutti lo si dona. C’è pane per tutti se viene preso non con una mano che afferra, ma con una mano che dona. Osserviamo bene il gesto di Gesù: quando il Figlio di Dio prende il pane e i pesci, anzitutto rende grazie. È riconoscente al Padre per un bene che diventa dono e benedizione per tutto il popolo.
Così facendo, il cibo abbonda: non viene razionato per emergenza, non viene rubato per contesa, non viene sprecato da chi si ingozza davanti a quanti non hanno nulla da mangiare. Passando dalle mani di Cristo a quelle dei suoi discepoli, il cibo aumenta per tutti, anzi, sovrabbonda (cfr vv. 12-13). Ammirata per ciò che Gesù ha fatto, la gente esclama: «Questi è davvero il profeta!» (v. 14), cioè colui che parla a nome di Dio, il Verbo dell’Onnipotente. Ed è vero, ma Gesù non usa queste parole in vista di un successo personale: non vuole diventare re (cfr v. 15), perché è venuto per servire con amore, non per dominare.
Il miracolo che ha compiuto è segno di questo amore: ci fa vedere non solo come Dio nutre l’umanità con il pane della vita, ma come noi possiamo portare questo cibo a tutti gli uomini e le donne che hanno fame di pace, di libertà, di giustizia come noi. Ogni gesto di solidarietà e perdono, ogni iniziativa di bene è un boccone di pane per l’umanità bisognosa di cura. E tuttavia questo non basta. Al cibo che alimenta il corpo occorre infatti unire con uguale carità il nutrimento dell’anima, che alimenta la nostra coscienza, che ci sostiene nell’ora buia della paura, tra le tenebre della sofferenza. Questo cibo è Cristo, che sempre nutre in abbondanza la sua Chiesa e ci rafforza nel cammino con il suo Corpo.
Sorelle e fratelli, l’Eucaristia che stiamo celebrando diventa perciò sorgente di una fede rinnovata, perché Gesù è presente in mezzo a noi. Il Sacramento non ravviva un ricordo lontano nel tempo, ma realizza una “com-pagnia” che ci trasforma, perché ci santifica. Beati gli invitati alla cena del Signore! Attorno all’Eucaristia, questa stessa mensa diventa annuncio di speranza nelle prove della storia e nelle ingiustizie che vediamo attorno a noi. Diventa segno della carità di Dio, che in Cristo ci invita a condividere quel che abbiamo, affinché sia moltiplicato nella fraternità ecclesiale.
Il Signore abbraccia il cielo e la terra, conosce il nostro cuore e tutte le situazioni, lieti o tristi, che sperimentiamo. Facendosi uomo per salvarci, Egli ha voluto condividere i bisogni dell’umanità, a partire da quelli più semplici e quotidiani. La fame rivela allora non solo la nostra indigenza ma soprattutto il suo amore: ricordiamolo ogni volta che incrociamo lo sguardo con il fratello e la sorella che manca del necessario. Quegli occhi, infatti, ci ripetono la domanda posta da Gesù ai suoi discepoli: che fate per tutta questa gente? Certo, essere testimoni di Cristo, imitando i suoi gesti d’amore, comporta spesso difficoltà e ostacoli, sia fuori che dentro di noi, dove l’orgoglio può corrompere il cuore. In questi momenti, però, ripetiamo col salmista: «Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore?» (Sal 27,1). Se anche qualche volta vacilliamo, Dio ci incoraggia sempre: «Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore» (v. 14).
Carissimi giovani, rivolgo soprattutto a voi questo invito, perché siete i figli amati della terra d’Africa! Come fratelli e sorelle di Gesù, moltiplicate i vostri talenti con la fede, la tenacia, l’amicizia che vi animano. Siate voi per primi i volti e le mani che portano al prossimo il pane della vita: cibo di sapienza e di riscatto da tutto ciò che non ci nutre, ma anzi confonde i nostri buoni desideri e ci ruba dignità.
Anche nel vostro Paese così fecondo, il Camerun, molti sperimentano la povertà, sia quella materiale sia quella spirituale. Non cedete alla sfiducia e allo scoraggiamento; rifiutate ogni forma di sopruso e di violenza, che illudono promettendo guadagni facili ma induriscono il cuore e lo rendono insensibile. Non dimenticate che il vostro popolo è ancora più ricco di questa terra, perché il suo tesoro sono i suoi valori: la fede, la famiglia, l’ospitalità, il lavoro. Siate dunque protagonisti del futuro, seguendo la vocazione che Dio dona a ciascuno, senza lasciarvi comprare da tentazioni che sperperano le energie e non servono al progresso della società.
Per fare del vostro spirito fiero una profezia del mondo nuovo, prendete come esempio ciò che abbiamo ascoltato negli Atti degli Apostoli. I primi cristiani danno infatti testimonianza coraggiosa del Signore Gesù davanti a difficoltà e minacce, e perseverano anche tra gli oltraggi (cfr At 5,40-41). Questi discepoli «ogni giorno, nel tempio e nelle case, non cessavano di insegnare e di annunciare che Gesù è il Cristo» (v. 42), cioè il Messia, il Liberatore del mondo. Sì, il Signore libera dal peccato e dalla morte. Annunciare con costanza questo Vangelo è la missione di ogni cristiano: è la missione che affido specialmente a voi giovani e a tutta la Chiesa che vive in Camerun. Diventate la buona notizia per il vostro Paese, come lo è, ad esempio, il Beato Floribert Bwana Chui per il popolo congolese.
Fratelli e sorelle, insegnare vuol dire lasciare il segno, come fa il contadino con l’aratro nel campo, affinché ciò che semina porti frutto. È così che l’annuncio cristiano cambia la nostra storia, trasformando le menti e i cuori. Annunciare Gesù Risorto significa tracciare segni di giustizia in una terra sofferente e oppressa, segni di pace tra rivalità e corruzioni, segni di fede che ci liberano dalla superstizione e dall’indifferenza. Con questo Vangelo nel cuore, tra poco condivideremo il Pane eucaristico, che ci sazia per la vita eterna. Con fede gioiosa, chiediamo al Signore di moltiplicare tra noi il suo dono, per il bene di tutti.
************
VISITA PRIVATA ALL’OSPEDALE CATTOLICO SAINT PAUL
Al termine della celebrazione eucaristica il Papa è rientrato in sagrestia e, successivamente, alle ore 13.00, si è trasferito in auto all’Ospedale cattolico Saint Paul di Douala dove è stato accolto dalla Direttrice della struttura.
Dopo un momento di raccoglimento nella Cappella dell’Ospedale, il Papa si è trattenuto nel cortile per un breve saluto al personale e ad alcuni malati, esprimendo l’augurio che la visita possa essere un segno di consolazione nella loro vita e impartendo su tutti, i presenti e i loro cari, la sua benedizione
************
Vedi anche il post precedente:
