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venerdì 27 luglio 2018

RAPPORTO SAVE THE CHILDREN Dieci milioni di “piccoli schiavi” nel mondo. In Italia i casi di “survival sex” a Ventimiglia, la prostituzione di strada e lo sfruttamento lavorativo

RAPPORTO SAVE THE CHILDREN

Dieci milioni di “piccoli schiavi” nel mondo.
In Italia i casi di “survival sex” a Ventimiglia, 
la prostituzione di strada e lo sfruttamento lavorativo

Nel 2016 sono stati stimati almeno 10 milioni di bambini nel mondo vittime di lavoro forzato, sfruttati a fini sessuali e nell'economia sommersa. In Italia ad altissimo rischio sono i minori migranti soli alla frontiera nord: le ragazze vittime di sfruttamento sessuale per cercare di passare il confine. In aumento le minorenni nigeriane e rumene costrette alla prostituzione forzata su strada. I dati dell'ultimo rapporto di Save the children.


Nel mondo vi sono 10 milioni di “piccoli schiavi invisibili”, ossia bambini e adolescenti costretti a prostituirsi, a lavorare in condizioni di sfruttamento, esposti ad abusi. Un fenomeno sommerso che non risparmia nemmeno l’Italia, con un aumento vertiginoso delle adolescenti da Nigeria e Romania sulle strade e le tante minorenni in transito indotte a prostituirsi alla frontiera di Ventimiglia per pagare i passeurs o trovare un posto dove dormire. Ci sono poi migliaia di minori migranti soli fuggiti dai centri di accoglienza quindi più esposti a forme di sfruttamento e centinaia di bambini che lavorano in nero nel terziario, come gli egiziani nelle frutterie, kebabberie, pizzerie o autolavaggi. È la fotografia documentata nel rapporto di Save the Children “Piccoli schiavi invisibili 2018”, in vista della Giornata internazionale contro la tratta di esseri umani che si celebra il 30 luglio. I quasi 10 milioni di bambini e adolescenti venduti e sfruttati a fini sessuali e lavorativi corrispondono al 25% del totale delle persone in questa condizione, oltre 40 milioni, di cui più di 7 su 10 sono donne e ragazze. Circa 1 milione, secondo le stesse stime, i minori vittime di sfruttamento sessuale nel 2016, mentre in cinque anni – tra il 2012 e il 2016 – 152 milioni di bambini e ragazzi tra i 5 e i 17 anni sarebbero stati coinvolti in varie forme di lavoro minorile, di cui oltre la metà in attività pericolose per la loro stessa salute.



Il fenomeno del “survival sex” alla frontiera di Ventimiglia. In Italia emerge alla frontiera di Ventimiglia il fenomeno del cosiddetto survival sex, ovvero delle minorenni in transito provenienti per lo più dal Corno d’Africa e dai Paesi dell’Africa-sub-sahariana che vengono indotte a prostituirsi per pagare i passeurs somme tra i 50 e i 150 euro per per attraversare il confine o reperire cibo o un posto dove dormire. Una situazione aggravata anche dopo lo sgombero, ad aprile 2018, dell’accampamento informale nell’area lungo il fiume Roja. Da allora, gli operatori di Save the Children sul terreno, hanno rilevato la permanenza in strada di molti minori in condizioni degradanti, promiscue e pericolose che vengono alleviate soltanto dalle associazioni che offrono assistenza legale, connessione a internet e altri beni di prima necessità.

I minori transitanti esposti a sfruttamento e abusi. Al 31 maggio 2018, 4.570 minori risultano irreperibili nel nostro Paese, hanno cioè abbandonato le strutture di accoglienza, in particolare nelle regioni del sud. Si tratta per lo più di minori eritrei (14%), somali (13%), afgani (10%), egiziani (9%) e tunisini (8%) . L’ingresso nell’invisibilità espone i minori in transito a rischi notevoli, in particolare le ragazze minorenni dal Corno d’Africa. Il flusso di migranti eritrei a Ventimiglia nei primi mesi del 2018 ha fatto registrare un notevole incremento rispetto all’anno precedente, quando erano appena il 10% dei transitanti.


Aumentano le ragazze nigeriane e rumene in strada. Tra le ragazze nigeriane che giungono via mare in Italia – emerge dal rapporto – 8 su 10 sarebbero potenziali vittime di tratta a fini di sfruttamento sessuale, un numero che ha fatto registrare, tra il 2014 e il 2016, un incremento del 600%. Molte giovanissime nigeriane sono indotte dagli sfruttatori a dichiararsi maggiorenni per sfuggire al sistema di protezione per minori. Nel corso del 2017, secondo i dati del Dipartimento per le Pari Opportunità le vittime minorenni inserite in programmi di protezione sono state 200 (quasi il doppio rispetto all’anno precedente, 111 vittime), di cui la quasi totalità – 196 – sono ragazze. Anche gli operatori delle unità di strada del programma “Vie d’uscita” di Save the Children in Abruzzo, Marche, Sardegna, Veneto e Roma, tra gennaio 2017 e marzo 2018 sono entrati in contatto con 1.904 vittime, di cui 1.744 neomaggiorenni o sedicenti tali e 160 minorenni, in netta prevalenza (68%) nigeriane, seguite dalle rumene (29%). Un numero in crescita rispetto al periodo maggio 2016-marzo 2017, quando erano state contattate 1.313 vittime. In una sola notte, a ottobre 2017, la rete di organizzazioni riunite nella Piattaforma Nazionale Anti-Tratta ha rilevato 5.005 vittime in strada, tra cui 211 minori, registrando un incremento del 53% rispetto alla precedente rilevazione a maggio dello stesso anno. “E’ inaccettabile che nel nostro Paese bambine e adolescenti finiscano nella rete di sfruttatori senza scrupoli, vittime quotidiane, sulle strade delle nostre città, degli abusi perpetrati da coloro che invitiamo tutti a non chiamare più ‘clienti’”, afferma Raffaella Milano, direttrice dei programmi Italia-Europa di Save the children.


Lavoro minorile in Italia, il caso degli egiziani. Secondo il rapporto di Save the Children, i casi emersi di lavoro minorile nel nostro Paese nel 2017, riguardanti sia minori italiani che stranieri, ammontano a 220, la punta di un iceberg di un fenomeno sommerso. In particolare, oltre il 70% delle violazioni riguarda il settore terziario, ossia nei servizi di alloggio e ristorazione, nel settore del commercio all’ingrosso e al dettaglio, in agricoltura e in attività manifatturiere. La maggior parte sono ragazzi egiziani, anche se il numero degli arrivi si è ridotto dal 2016. Sono ragazzi che vogliono lavorare per inviare i soldi a casa e ripagare il debito contratto per il viaggio. Per questo tendono ad abbandonare precocemente il sistema di accoglienza (al 31 maggio 2018 si registrano 421 minori egiziani irreperibili ) e sono però esposti al rischio dello sfruttamento lavorativo. Nella maggior parte dei casi, i minori egiziani vengono sfruttati nel lavoro in nero a Torino e a Roma negli autolavaggi, dove lavorano 7 giorni su 7 per 12 ore al giorno per 2 o 3 euro all’ora, o nelle pizzerie, nelle kebabberie e nelle frutterie dove lavorano anche di notte per compensi che raramente superano i 300 euro mensili. In tali condizioni di sfruttamento, è purtroppo facile essere coinvolti forzatamente in attività illegali, come spaccio e furti, o assumere mix di cocaina, crack e farmaci a base di benzodiazepine per sostenere turni lavorativi massacranti.
(fonte: SIR articolo diPatrizia Caiffa del 27 luglio 2018)


Omelia p. Alberto Neglia (VIDEO) - XVI Domenica del Tempo Ordinario (B) - 22/07/2018



Omelia p. Alberto Neglia

- XVI Domenica  del Tempo Ordinario (B) -
22/07/2018


Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto


... Ogni missione deve partire da Gesù, se no diventa desiderio di autoaffermazione ... c'è il rischio di strumentalizzare Gesù e diventare noi i protagonisti ... noi dobbiamo manifestare attraverso il nostro vissuto, la nostra parola,la nostra attenzione all'altro il volto di Dio...
Ogni missione deve partire da Gesù e deve ritornare a Gesù ...
Gesù è colui che si commuove come una madre, come un padre e allarga il proprio cuore, la propria vita per abbracciare tutti e per generarci a vita nuova, per farci creature nuove.
Noi ogni domenica ci ritroviamo, è un appuntamento importante, per incontrare Gesù e Lui ci fa creature nuove...
Noi sappiamo bene che la vita di tutti i giorni non è facile ... noi abbiamo bisogno della presenza di Gesù ...  da Gesù riceviamo la vitalità, la forza, la gioia di tornare ad affrontare la vita e diventare anche noi misericordiosi, capaci di generare una vita nuova in noi, ma anche nei fratelli che incontriamo quotidianamente ...
La vita cristiana non si vive solo quando siamo in chiesa, la vita cristiana si vive quando siamo nel mondo ...

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Il monito severo di Mattarella: "Il veleno del razzismo continua a insinuarsi nelle fratture della società e in quelle tra i popoli. Crea barriere e allarga le divisioni. Compito di ogni civiltà è evitare che si rigeneri" - "Vi è il dovere di governare il linguaggio. Con il coraggio, se necessario, di contraddire opinioni diffuse... L’Italia non può assomigliare al Far West"

A 80 anni dal Manifesto della razza, la condanna di Mattarella

Il documento fatto proprio dal fascismo resta «la più grave offesa recata dalla scienza e dalla cultura italiana alla causa dell’umanità». Il razzismo, veleno che si insinua «nelle fratture della società». Evitare che si rigeneri


Il 25 luglio di 80 anni fa il fascismo faceva suo il “Manifesto della razza”, firmato da «professori, medici, intellettuali». Per il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, quel documento «rimane la più grave offesa recata dalla scienza e dalla cultura italiana alla causa dell’umanità». Il capo dello Stato interviene il 25 luglio, nell’anniversario di quel documento, per ribadire che a distanza di tanto tempo «il veleno del razzismo continua a insinuarsi nelle fratture della società e in quelle tra i popoli. Crea barriere e allarga le divisioni. Compito di ogni civiltà – afferma – è evitare che si rigeneri: le libertà, la pari dignità, il rispetto per l’altro, la cooperazione, l’integrazione e la coesione sociale sono le migliori garanzie di un domani di armonia e progresso».

Per Mattarella, «ogni teoria di razza superiore – o di razza accompagnata da aggettivo diverso da umana – non deve più avere cittadinanza: ciò che è accaduto rappresenta un monito perenne e segna un limite di disumanità che mai più dovrà essere varcato». Quindi rivolge lo sguardo a un passato che ancora brucia, per sottolineare che «l’aberrazione dell’affermazione della supremazia di uomini su altri uomini considerati di razze inferiori, la volontà di dominio che esprimeva, la violenza, segregazione, pulizia etnica che portava con sé, avrebbero segnato nel profondo la storia del XX secolo e, con essa, la coscienza dei popoli». In Italia, in particolare, «il Manifesto aprì in Italia la porta alle leggi razziali, suggellando così nel più infame dei propositi quel patto con il nazismo che seminò morte, distruzione e sofferenze in tutta Europa».

Di qui «la feroce persecuzione degli ebrei, presupposto di ciò che, presto, sarebbe divenuto l’Olocausto», l’accanimento «contro Rom e Sinti» e le «mostruose discriminazioni che sfociarono nello sterminio, il porrajmos, degli zingari». Per il presidente della Repubblica, è «una pagina infamante, riscattata con la solidarietà di pochi durante le persecuzioni, la lotta di Liberazione, con la Costituzione repubblicana, con il sangue, il sacrificio, l’unità del nostro popolo attorno a ideali di eguaglianza, democrazia, pace e libertà».
(fonte: ROMASETTE)


26 luglio 2018 - Al Quirinale la tradizionale cerimonia di consegna del "Ventaglio" al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella


Si è svolta, al Palazzo del Quirinale, la tradizionale cerimonia di consegna del "Ventaglio" al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, da parte del Presidente dell'Associazione Stampa Parlamentare, Marco Di Fonzo, alla presenza dei componenti del Consiglio direttivo, degli aderenti dell'Associazione e di personalità del mondo del giornalismo.

Dopo l'intervento del Presidente Di Fonzo, il Presidente Mattarella ha pronunciato un discorso.
Successivamente gli è stato consegnato il Ventaglio realizzato da Marianna Degli Esposti, vincitrice del concorso indetto dall'Associazione Stampa Parlamentare di concerto con l'Accademia di Belle Arti di Roma.


Ecco alcuni passaggi del suo discorso:

...
Incontrare i giornalisti della stampa parlamentare rappresenta un’occasione per ribadire l’importanza primaria della libertà di informazione.

Questa non è un prodotto ma un diritto fondamentale, tutelato dalla Costituzione.

L’art. 21 garantisce, con sobria efficacia, determinata, questo diritto, che fornisce sostanza alla democrazia dei moderni.
La libertà di informazione e i diritti che vi sono collegati – e il sostegno, funzionale ad assicurarla in concreto – alimentano il circuito democratico.
Attraverso l’informazione i cittadini acquisiscono elementi di conoscenza per elaborare opinioni, che devono essere libere e consapevoli.

I media stanno attraversando una stagione di grandi trasformazioni, con nuovi mezzi di ampia diffusione.
L’abbondanza informativa, offerta dal web, è preziosa ma occorre evitare che, con essa, si riduca il livello dell’approfondimento e la capacità di stimolare riflessioni. Insomma, evitare che ne derivi una forma di povertà critica o di rifiuto del confronto con le altrui opinioni.
Questo è il compito di quella che chiamiamo libera stampa, che ricomprende, ovviamente, anche l’informazione radio, tv e digitale.
...
Siamo tutti consapevoli, naturalmente, che vi sono usi distorti – talvolta allarmanti – del web.
Vi appaiono segni astiosi, toni da rissa, che rischiano di seminare, nella società, i bacilli della divisione, del pregiudizio, della partigianeria, dell’ostilità preconcetta che puntano a sottoporre i nostri concittadini a tensione continua.
Sta a chi opera nelle istituzioni politiche – ma anche a chi opera nel giornalismo – non farsi contagiare da questo virus, ma contrastarlo, farne percepire, a tutti i cittadini, il grave danno che ne deriva per la convivenza e per ciascuno. Vi è il dovere di governare il linguaggio.
Con il coraggio, se necessario, di contraddire opinioni diffuse.

L’Italia non può diventare- non diverrà - preda di quel che Manzoni descrive, con efficacia, nel trentaduesimo capitolo dei Promessi Sposi, a proposito degli untori e della peste: “Il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”.


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La Repubblica vive dell’esercizio delle responsabilità da parte di ciascun cittadino: ognuno faccia uso dei suoi diritti e adempia ai suoi doveri.

...
E’ patrimonio di storia, di cultura, di valori che disegna il ruolo dell’Italia nella comunità internazionale. Ovunque si vada, si registra un gran desiderio di collaborazione e di interlocuzione stretta e concreta con l’Italia.
Tutto ciò che intacca questo patrimonio ferisce l’intera comunità.
Mi ha molto colpito un fatto di cronaca di questi giorni.
L’Italia non può assomigliare al Far West, dove un tale compra un fucile e spara dal balcone colpendo una bambina di un anno, rovinandone la salute e il futuro. Questa è barbarie e deve suscitare indignazione.


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Il buon senso manzoniano ci suggerisce – come lei ha fatto poc’anzi, caro Presidente – di occuparci delle grandi questioni che abbiamo di fronte, esercitando il dovere, ineludibile, della responsabilità.
Rischi del nucleare e corsa agli armamenti mettono a prova ulteriore la tenuta della pace nel mondo, già gravemente ferita da conflitti in corso e da occupazioni militari di territori altrui. Non sono episodi lontani, che non ci riguardano: il mondo si è ristretto e si tratta di segnali allarmanti.
Si avvertono incrinature dell’ordine internazionale. Questo ha, periodicamente, - come è ovvio - bisogno vitale di essere aggiornato, adeguato, migliorato ma destrutturarlo, vanificandone i principi di convivenza fra Stati liberi e uguali, provocherebbe incertezza e instabilità.
Vengono ogni tanto preannunziate guerre commerciali. Queste, nel corso del tempo, hanno spesso condotto ad altro genere di guerre.
Affiorano, talvolta, concezioni e pulsioni proprie dell’Ottocento e della prima parte del Novecento; seduzioni che sembrano rimuovere le lezioni della storia.
...
Si tratta, in definitiva, di contrastare tendenze alla regressione della storia.

Sessantacinque milioni di profughi in varie parti del mondo danno la misura di un fenomeno epocale, collegato anche ai diversi andamenti demografici.
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Su tutti i fronti aperti e le grandi questioni, in realtà, l’Unione deve esprimere con vigore il suo ruolo.
Attraversiamo un periodo di instabilità, e le scelte di questo periodo determineranno la convivenza mondiale per lungo tempo: o gli europei ritrovano le ragioni del rilancio dell’Unione o è prevedibile il declino del continente rispetto ai grandi protagonisti della vita internazionale, mentre in molte parti del mondo si guarda all’Unione europea come a un modello da imitare, con cui dialogare e collaborare.
...

Leggi il testo integrale  

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giovedì 26 luglio 2018

Crocifisso, valore che non può dividere

Crocifisso, valore che non può dividere

Fa discutere la proposta leghista per ribadire l'obbligo in tutti gli edifici pubblici


Duemila anni dopo è ancora scontro sul Crocifisso. E sulla croce alla quale fu inchiodato. Esibito in campagne elettorali, espulso (nelle intenzione di alcuni) da aule scolastiche e stanze d’ospedale, evocato in altre Aule per giustificare proclami spesso tutt’altro che cristiani, bestemmiato in manifestazioni di pessimo gusto, imposto senza crederci, il simbolo per eccellenza di riconciliazione e rispetto infuoca ancora oggi il dibattito. Un dibattito viziato spesso dal fatto che, del Crocifisso, i due estremismi in guerra alla fine sanno ben poco e del resto non è Lui a interessare loro, ma la valenza propagandistica che gli attribuiscono. 
«Usare il Crocifisso come un Big Jim qualunque è blasfemo», ha twittato ieri padre Antonio Spadaro, direttore gesuita di "Civiltà cattolica", «la croce è segno di protesta contro peccato, violenza, ingiustizia e morte – ha ricordato –, non è mai un segno identitario. Grida l’amore al nemico e l’accoglienza incondizionata. È l’abbraccio di Dio senza difese. Giù le mani».

Big Jim, la bambola maschile tutta muscoli e snodabile, adattabile a qualsiasi posizione e circostanza, è immagine cruda quanto drammatica di un Cristo che oggi in croce ci torna tutti i giorni, brandito come arma e usato come alibi per respingere il prossimo. Esattamente sull’uso improprio di quel termine, "identitario", sottolineato da padre Spadaro, fa perno oggi una presunta "difesa" del Crocifisso che in realtà è un’offesa: «Ora in tutti gli edifici un bel crocifisso obbligatorio regalato dal Comune!», aveva trionfato su Facebook nel 2014 il neo sindaco leghista di Padova, Massimo Bitonci, dopo la vittoria elettorale,e ancora nel Padovano nel marzo scorso il sindaco leghista di Brugine, Michele Giraldo, regalava croci alle scuole del paese ma con parole minacciose: «Chi non rispetta determinati simboli deve adeguarsi, se desidera essere un nostro concittadino», e chi ha orecchie per intendere intenda... Volendo gli esempi si sprecano. Così come da parte opposta si sprecano i deliri delle croci violate nelle piazze da certo femminismo (che offende le donne stesse) o dagli eccessi in stile gay pride, o ancora da chi in nome di un frainteso "diritto alla laicità" pretende di esiliare la croce.


A rilanciare la battaglia è ora la Lega, che già il 26 marzo, poco dopo l’insediamento, ha presentato alla Camera una proposta di legge firmata da Barbara Saltamartini e intitolata "Disposizioni concernenti l’esposizione del Crocifisso nelle scuole e negli uffici delle pubbliche amministrazioni". Cinque articoli che sostengono l’obbligo di esporre il simbolo cristiano nelle scuole, nelle università, nelle pubbliche amministrazioni, eccetera, e fissa sanzioni fino a 1.000 euro per chi "rimuove in odio ad esso l’emblema della croce" o lo vilipende o rifiuta di esporlo. Nel testo si spiega il principio secondo il quale un simbolo di per sé religioso debba entrare nei luoghi della laicità: "Emblema di valore universale, è riconosciuto quale elemento essenziale del patrimonio storico dell’Italia, indipendentemente da una specifica confessione religiosa". E "cancellare i simboli della nostra identità, collante indiscusso di una comunità, significa svuotare di significato i princìpi su cui si fonda la nostra società". 
Così "è fatto obbligo di esporre in luogo elevato e ben visibile l’immagine del Crocifisso", anche nelle Aule dei consigli regionali, provinciali e comunali, nei seggi elettorali, nelle carceri, nelle stazioni e nei porti. Alla base c’è un concetto: "Non si ritiene che l’immagine del Crocifisso possa costituire motivo di costrizione della libertà individuale a manifestare le proprie convinzioni". Insomma, esporre la croce da una parte richiama i valori universali della nostra civiltà, dall’altra non calpesta la libertà di chi ha altri credi o è ateo. 

Decine di norme, sentenze e pareri hanno condotto fin qui. Bisogna andare indietro nel tempo, fino alla nascita dell’Italia, per attingere alle origini del secolare dibattito. L’obbligo di appendere il Crocifisso nelle scuole era previsto in un regio decreto del 1860 del Regno di Piemonte e Sardegna. Toccherà poi al Fascismo adottare misure volte a far rispettare tale obbligo, ma la croce sarà declassata allo stesso rango della bandiera e del ritratto del re. E nel regio decreto 1.297 del 1928 il Crocifisso figura tra gli “arredi” e il “materiale” occorrente nella scuola...

Particolarmente importante, invece, è la sentenza della Corte Costituzionale numero 203 del 1989, secondo la quale il principio di laicità ha sì valore costituzionale, ma non implica indifferenza da parte dello Stato verso le religioni, bensì garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione. Sarà poi il ministero dell’Istruzione nel 2002 a scrivere nella direttiva numero 2.666 che "la presenza del Crocifisso nelle aule non può essere considerata una limitazione della libertà di coscienza garantita dalla Costituzione, in quanto non evoca una specifica confessione, ma costituisce unicamente un’espressione della civiltà e della cultura cristiana, dunque fa parte del patrimonio universale dell’umanità".

Nel 2006 il Consiglio di Stato afferma poi che «l’esposizione obbligatoria della croce nelle aule scolastiche pubbliche» non solo non lede «il principio supremo della laicità dello Stato», ma addirittura evoca «i valori che quello stesso principio racchiude». Insomma, il Crocifisso per la sua alta valenza di rispetto raffigura proprio i valori su cui poggia la stessa laicità dello Stato.

Vien da dire che, sdoganata come "simbolo della nostra identità", "parte integrante delle tradizioni" come fosse un dettaglio folcloristico, slegata quindi da ogni "specifica confessione religiosa" (citazioni dalla proposta di legge Saltamartini), la croce ha ancora diritto di asilo in Italia. Comunque è ben presente nella maggior parte dei Paesi membri dell’Europa, anche quelli che non hanno dedicato al problema una specifica disciplina: solo la Francia, insieme a Macedonia e Georgia, vietano espressamente i simboli religiosi nelle scuole.

Non scordiamo, però, che derive in stile giacobino talvolta emergono anche in Italia, dove ha fatto scuola la famosa causa intentata dalla signora di origini finlandesi Soile Lautsi, che nel 2006 fece ricorso presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo (Cedu) contro la Repubblica Italiana rea di aver esposto la croce nell’aula scolastica dei suoi due bambini, ad Abano Terme, e quindi aver violato la "Convenzione per la salvaguardia delle libertà fondamentali". Nel 2009 in primo grado la Corte le diede ragione, ritenendo che fra i molti significati che il Crocifisso può avere è predominante quello religioso, dunque la sua presenza addirittura turberebbe emotivamente gli alunni di altre religioni o ancor più gli agnostici. Vale la pena soffermarsi su quest’ultima assurdità: la Cedu sostenne nientemeno che la libertà di non-religione non si limita alla mancanza di insegnamenti religiosi ma si estende anche ai simboli che essi esprimono...

Bene fece allora il governo italiano a ricordare come la croce, non a caso raffigurata su molte bandiere europee, rappresenta anche i valori che fondano la democrazia e la civiltà occidentale. Infine nel marzo del 2011, con sentenza definitiva per tutti e 47 gli Stati membri, a Strasburgo la Grande Chambre ha ribaltato la sentenza: l’esposizione del Crocifisso non viola alcun diritto e di conseguenza la scuola pubblica italiana non sta imponendo alcun tipo di indottrinamento religioso.

Difficile dire che futuro avrà la proposta Saltamartini. Certamente il dibattito politico infuria. «Un governo che si rispetti dovrebbe innanzitutto dotare le scuole di insegnanti adeguatamente retribuiti e soprattutto di edifici sicuri», ha twittato Laura Boldrini, rispolverando a dire il vero lacune ascrivibili a decenni di governi precedenti. «Non mi meraviglio, Boldrini preferiva la distribuzione del Corano a scuola», ritwitta il leghista Alessandro Pagano, accusato a sua volta di «montare bufale per inquinare il dibattito politico»...

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Due anni fa l'omicidio di padre Hamel: restiamo umani


Due anni fa l'omicidio di padre Hamel: restiamo umani

Il 26 luglio 2016 in Normandia due estremisti islamici uccidevano padre Jacques Hamel mentre celebrava la Messa. Nel segno del dialogo e della convivenza la sua eredità spirituale. Le celebrazioni.
Padre Jacques Hamel

«Possiamo ascoltare in questo tempo l’invito di Dio a prendere cura di questo mondo, per renderlo, là dove viviamo, più caloroso, più umano, più fraterno». Scriveva così sul giornale della parrocchia, poche settimane prima di essere assassinato, padre Jacques Hamel, il sacerdote 86enne ucciso il 26 luglio 2016 mentre celebrava la Messa nella chiesa di Saint Etienne a Saint-Etienne-du-Rouvray, in Francia. A togliergli la vita con inaudita violenza due giovani estremisti islamici.


Un anniversario vissuto nella preghiera

In preghiera per il sacerdote ucciso da due estremisti islamici

Una testimonianza di amore quella dell’anziano sacerdote che viene ricordata con attenzione, ammirazione e trasporto nel secondo anniversario della morte. Cuore delle celebrazioni naturalmente la città di Saint-Étienne-du-Rouvray che il 26 luglio ospita una “cerimonia repubblicana per la pace e la fraternità”. L’appuntamento è alle 10.30 di fronte alla stele, inaugurata l’anno scorso, su cui sono incisi i 30 articoli della Dichiarazione universale dei diritti umani. L’iniziativa è organizzata dal sindaco Joachim Moyse e prevede la partecipazione del ministro dell’interno Jacqueline Gourault, del prefetto Fabienne Buccio e dell’arcivescovo di Rouen, Dominique Lebrun. Sotto il profilo religioso dopo la veglia di preghiera di mercoledì 25 luglio il programma prevede una piccola “marcia” verso la chiesa di Saint Etienne seguita dall’Eucaristia presieduta dall’arcivescovo Lebrun.

Il riconoscimento del martirio

Il Papa davanti all'immagine dell'anziano prete

Nato il 30 novembre 1930 a Darnétal, Jacques Hamel era stato ordinato sacerdote nel 1958 per diventare Il 30 giugno dello stesso anno vicario di Sant’Antonio di Le Petit-Quevilly. Nel 1967 il trasferimento a Notre-Dame de Lourdes di Sotteville-lès-Rouen, poi nel 1975 la nomina a parroco di Saint-Pierre-lès-Elbeuf, cui seguì Cléon nel 1988. L’ultima tappa del suo ministero fu la parrocchia Saint-Étienne, a Saint-Etienne-du-Rouvray (arcidiocesi di Rouen) dove arrivò nel 2000 decidendo di restare come ausiliare anche dopo il compimento dei 75 anni, quando avrebbe potuto ritirarsi. «Rimango sul campo per servire la comunità celebrando Messa e amministrando i sacramenti» – ripeteva spesso.
Il 13 aprile 2017 durante la Messa del Crisma l’arcivescovo Lebrun ha annunciato l’apertura ufficiale della causa di beatificazione per martirio, aggiungendo che nella fase diocesana saranno ascoltati 69 testimoni. Già il Papa durante l’Eucaristia celebrata in Vaticano il 14 settembre 2016 aveva parlato con ammirazione di padre Hamel. «È martire! E i martiri sono beati, dobbiamo pregarlo».


Un uomo semplice che credeva nel dialogo

«Padre Jacques Hamel – ha ricordato il postulatore della causa di beatificazione padre Paul Vigouroux – ha condotto la sua vita da prete nella più grande semplicità, sempre nelle periferie, sia le periferie dell’agglomerato urbano di Rouen sia nelle periferie esistenziali di molti dei nostri contemporanei. In un comune caratterizzato da una forte presenza di popolazione di origine straniera, ha intrattenuto buoni rapporti con la comunità musulmana».

I fiori davanti alla chiesa in cui fu assassinato

Il messaggio: prendiamoci cura di questo mondo. Preghiamo per la pace

Una testimonianza nel segno del dialogo richiamata anche nel messaggio del 6 giugno 2016 diventato testamento spirituale dell’anziano sacerdote. Padre Hamel scriveva così:

La primavera è stata piuttosto fresca. Se il nostro morale è stato un po’ a terra, pazienza, alla fine l’estate arriverà. E anche il momento delle vacanze.
Le vacanze sono un tempo per prendere le distanza dalle nostre occupazioni abituali. Ma non sono una semplice parentesi. Sono un momento di relax, ma anche di rigenerazione, di incontri, di condivisione, di convivialità.
Un tempo di rigenerazione. Ci sarà chi si prenderà qualche giorno per un ritiro o un pellegrinaggio. Altri rileggeranno il Vangelo, da soli o in compagnia, come una parola che fa vivere l’oggi.
Altri potranno rigenerarsi nel grande libro della creazione ammirando i paesaggi tanto diversi e magnifici che ci elevano e ci parlano di Dio.
L’augurio è che possiamo in quei momenti sentire l’invito di Dio a prenderci cura di questo mondo, a farne, là dove viviamo, un mondo più caloroso, più umano, più fraterno.
Un tempo di incontro, con familiari e amici. Un momento per prendersi il tempo di vivere qualcosa insieme. Un momento per essere attenti agli altri, chiunque essi siano.
Un tempo di condivisione. Condivisione della nostra amicizia, della nostra gioia. Condivisione del nostro aiuto ai figli, mostrando che per noi contano.
Anche un tempo di preghiera. Attenti a ciò che avverrà nel nostro mondo in quel momento. Preghiamo per coloro che ne hanno più bisogno, per la pace, per un migliore vivere insieme.
Sarà ancora l’anno della misericordia. Cerchiamo di avere un cuore attento alle cose belle, a ciascuno e a tutti coloro che rischiano di sentirsi un po’ più soli.
Che le vacanze ci consentano di fare il pieno di gioia, di amicizia e di rigenerazione. Allora potremo, meglio provvisti, riprendere la strada insieme.
Buone vacanze a tutti!.
Padre Jacques
(traduzione di Anna Maria Brogi)

Vedi anche i post:

26 luglio memoria dei Santi Gioacchino e Anna. Festa di nonni e anziani


Oggi memoria dei Santi Gioacchino e Anna.
Festa di nonni e anziani

Genitori della Vergine e nonni di Gesù, il doppio ruolo dei Santi Gioacchino e Anna. Educatori da giovani e da anziani sono spunto di riflessione per un rinnovato sguardo sulla vocazione della vecchiaia


Quello dei Santi Gioacchino e Anna, che la Chiesa celebra in questo 26 luglio, rappresenta una forte testimonianza e un richiamo a riflettere sulla figura dei genitori - erano padre e madre della Vergine - e dell'essere nonni oggi, in questo secolo incerto e bisognoso di punti di riferimento. Lo ricordava già Benedetto XVI nel 2012: “La qualità di una società, vorrei dire di una civiltà, si giudica anche da come gli anziani sono trattati e dal posto loro riservato nel vivere comune”.

“Una civiltà dove non si prega più è una civiltà dove la vecchiaia non ha più senso. E questo è terrificante, noi abbiamo bisogno prima di tutto di anziani che pregano, perché la vecchiaia ci è data per questo - Olivier Clément ”

Come alberi che portano ancora frutto

Anche lo sguardo di Papa Francesco in diverse occasioni, si è rivolto con attenzione e stima a chi vive questa stagione della vita non facile, certo, ma ancora ricca di risorse. Nel discorso agli anziani durante l'incontro a loro dedicato il 28 settembre 2018, così li definiva:

“Sono come alberi che continuano a portare frutto: pur sotto il peso degli anni, possono dare il loro contributo originale per una società ricca di valori e per l’affermazione della cultura della vita”

Combattere la cultura dello scarto 

E se da un lato i ritmi e le richieste della società di oggi sembrano correre senza freni sui binari della "cultura dello scarto" - il grande 'sacco' che ingoia chi non è in grado di essere produttivo - dall'altro, come un contro canto e forse anche una provocazione, Papa Francesco fa sentire la sua voce a favore dei più deboli, dei bambini e degli 'abuelos', come in occasione della la sua visita apostolica a Pietrelcina nel centenario dell’apparizione delle stimmate di Padre Pio e nel 50° anniversario della morte del Santo: 

“Non manchi un’attenzione sollecita e carica di tenerezza agli anziani, patrimonio incomparabile delle nostre comunità (...) Mi piacerebbe che una volta si desse il Premio Nobel agli anziani che danno memoria all’umanità”

La lezione di una nonna

Per rimanere in una dimensione di concretezza, tipica del Papa, come non ricordare l'aneddoto che egli stesso raccontò durante la meditazione mattutina nella Cappella di Casa Santa Marta. Era il 1992 e l'allora vescovo ausiliare di Buenos Aires, Bergoglio, stava andando a celebrare una cresima, quando venne fermato da "un’anziana, ottantenne, con gli occhi che vedevano oltre, questi occhi pieni di speranza" e che voleva confessarsi. “Nonna, lei viene a confessarsi? Ma lei non ha peccati!”, le disse. All' affermazione della donna "Padre, tutti ne abbiamo!", Bergoglio ribattè con una domanda "Ma forse il Signore non li perdona?". E l'anziana signora, forte della sua speranza: "Dio perdona tutto, perché se Dio non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe!". 

Preghiera degli anziani, dono per la Chiesa

Ai distratti, ai troppo indaffarati e a chi non ha tempo, Papa Francesco più volte ha ricordato che c'è chi canta i segni di Dio, anche per loro:
“La preghiera degli anziani e dei nonni è un dono per la Chiesa, è una ricchezza! Una grande iniezione di saggezza anche per l’intera società umana: soprattutto per quella che è troppo indaffarata, troppo presa, troppo distratta. Qualcuno deve pur cantare, anche per loro, cantare i segni di Dio, proclamare i segni di Dio, pregare per loro! ”


DIGIUNO DI GIUSTIZIA OSARE LA SOLIDARIETÀ #Migrazioni #Politica #Chiesa e Missione


DIGIUNO DI GIUSTIZIA

OSARE LA SOLIDARIETÀ

Vogliamo ringraziare tutti coloro che in queste ultime due settimane hanno digiunato sia davanti a Montecitorio sia nelle varie città e paesi; un digiuno che ci ha fatti sentire più vicini a chi soffre la fame, la guerra e i cambiamenti climatici e per questo fuggono per deserto, per mare, mossi da un’immensa voglia di vivere. Un grazie soprattutto a chi ha digiunato nel silenzio delle case, dei conventi e dei monasteri.

Un piccolo gruppo si è alternato in digiuno anche davanti al Parlamento italiano per rendere pubblico e visibile questo gesto teso a contrastare le politiche migratorie del governo italiano , ma anche come pressante invito ai vescovi italiani ad alzare la loro voce a favore dei migranti.

Siamo grati alla Conferenza episcopale italiana (Cei) che durante questi giorni di digiuno ci ha regalato uno dei suoi più efficaci interventi partendo proprio dal volto di Josefa salvato in mare pochi giorni fa. «Gli occhi sbarrati e lo sguardo vitreo di chi si vede sottratto in extremis all’abisso, che ha inghiottito altre vite umane, sono l’ultima immagine di una tragedia alla quale non ci è dato assuefarci». Quel volto è un urlo lancinante contro la nostra indifferenza. «Ci sentiamo responsabili - proseguono i vescovi - di questo esercito di poveri, vittime di guerre e fame, di deserti e torture». La conclusione che tirano i vescovi è dura e sferzante: «Avvertiamo in maniera inequivocabile che la via per salvare la nostra stessa umanità dalla volgarità e dall’imbarbarimento, passa dall’impegno a custodire la vita. Ogni vita. A partire da quella più esposta, umiliata e calpestata».

Queste parole dei nostri vescovi sono in profonda sintonia con quanto papa Francesco ha continuato a ripeterci nei suoi discorsi e nelle sue encicliche. Per questo sabato 21 luglio abbiamo chiesto e ottenuto di celebrare l’eucaristia in san Pietro, nella Cappella Ungherese delle grotte Vaticane per esprimere il nostro grazie a papa Francesco per il suo profetico magistero sui migranti, la «carne di Cristo». Infatti, se i migranti per noi cristiani sono oggi la «carne di Cristo», non possiamo assistere in silenzio a quello che avviene sotto i nostri occhi nel Mediterraneo e nel deserto che sono oggi un immenso cimitero per migliaia e migliaia di poveri, la cui unica colpa è di essere nati nella parte sbagliata del Pianeta.

Non è più accettabile che un miliardo su sette di esseri umani (i benestanti del mondo!) consumino il 90% delle risorse e dei beni, mentre gli altri sei miliardi devono accontentarsi del 10%! Questi impoveriti infatti fuggono da fame, guerre e da terre non più abitabili per i cambiamenti climatici, frutto di un sistema economico-finanziario militarizzato che permette a pochi di avere quasi tutto a spese dei molti che rimangono a mani vuote. Ed i benestanti del mondo rifiutano di accogliere chi bussa alle nostre porte.

Come seguaci di Gesù, ma anche come cittadini, non possiamo accettare le politiche migratorie del governo italiano e dell’Unione europea che portano a sempre più morti (nel mese di giugno 600 morti nel Mediterraneo!) «Ci appelliamo alla coscienza di tutti», così scrive il vescovo emerito di Caserta, Raffaele Nogaro in una nota che ci ha inviato per il digiuno –. Basta con questa propaganda antiumana e diseducativa che sta facendo scivolare l’intero paese verso un’irrimediabile disumanizzazione. La vita e il rispetto della vita devono venire prima di tutto. Prima di ogni calcolo umano, prima di ogni burocratica distinzione tra rifugiati e migranti, prima di ogni strategia, prima di ogni tornaconto elettorale».

Sono queste le ragioni che ci hanno spinto a digiunare, a staffetta, in questi dieci intensi giorni con una costante presenza davanti al parlamento. Dalle grotte vaticane, dove abbiamo celebrato una splendida eucaristia, insieme abbiamo deciso di continuare il digiuno iniziato, a staffetta, vista la criticità del momento per i migranti. (Ognuno segnalerà la propria adesione sempre a: digiunodigiustizia@hotmail.com). Abbiamo altresì deciso che non ci sarà alcun presidio ad agosto davanti al Parlamento (è chiuso), ma lo riprenderemo a settembre, un giorno fisso al mese che comunicheremo quanto prima.

Ma insieme al digiuno di giustizia, vorremmo che da queste grotte vaticane partisse l’invito a un serio movimento nonviolento di resistenza a leggi o ordini ingiusti. E sempre in questo spirito di resistenza rilanciamo il Sanctuary movement (il movimento dell’asilo politico) molto diffuso negli Usa dove soprattutto le chiese accolgono chi deve essere espulso dal paese e lo proteggono. Perfino lo stato della California si è ora dichiarato stato-rifugio per salvare coloro che, senza documenti, Trump vuole espellere. Ma perché questo non può realizzarsi anche in Italia davanti alla minaccia di massicce espulsioni verso paesi dove si rischia la vita?

E infine ci appelliamo alle famiglie perché si aprano ad accogliere migranti nelle loro case, come hanno già fatto alcune famiglie regalandoci un’accoglienza più umana. Solo così, partendo dal basso e unendo le forze, potremo rispondere alle sfide di un momento così critico per il nostro paese e per l’Europa.

Padre Alex Zanotelli, a nome dei missionari comboniani (Italia)

Mons. Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta

Don Alessandro Santoro a nome della comunità delle Piagge-Firenze

Padre Giorgio Ghezzi

Suor Rita Giaretta e Casa Ruth (Caserta)

Sergio Di Vito-gruppo scout “Agesci Caserta 2”


Vedi anche i post precedenti:

mercoledì 25 luglio 2018

Famiglia Cristiana fa il punto sull'impegno della Chiesa italiana riguardo alla gestione del fenomeno migratorio da parte del ministro Salvini


«VADE RETRO SALVINI»,
LA CHIESA REAGISCE A CERTI TONI SPREZZANTI

La Conferenza episcopale italiana. I singoli vescovi. Le iniziative di sacerdoti, religiosi, suore e laici impegnati. A vari livelli e in vario modo le comunità ecclesiali replicano a certe prese di posizioni del titolare del Viminale. Nulla di personale o di ideologico. Si tratta del Vangelo. L'ampia inchiesta di Famiglia Cristiana sul numero 30 in edicola da domani, giovedì 26 luglio


Una mano che si leva verso il volto di uno sconcertato ministro degli Interni; sotto, il titolo: «Vade retro Salvini». È la copertina del prossimo numero di Famiglia Cristiana, domani in edicola. «Niente di personale o ideologico», precisa il sommario, «si tratta di Vangelo».

Dopo l’ennesima tragedia di migranti morti in mare (le vittime sono già 1.490, dal primo gennaio al 18 luglio), Famiglia Cristiana fa il punto sull'impegno della Chiesa italiana. Il giornale apre l’inchiesta con le riflessioni della presidenza della Conferenza episcopale italiana (Cei): «Come pastori non pretendiamo di offrire soluzioni a buon mercato. Rispetto a quanto accade non intendiamo, però, né volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi. Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto». 

Famiglia Cristiana riprende inoltre le frasi più significative di numerosi vescovi come Mario Delpini (Milano, «Vorremmo che nessuno rimanga indifferente, che nessuno dorma tranquillo, che nessuno si sottragga a una preghiera»), Matteo Zuppi (Bologna, «Le Ong non sono complici degli scafisti, se stanno lì vuol dire che c'è un problema»), Corrado Lorefice (Palermo, «Siamo noi i predoni dell’Africa! Siamo noi i ladri che, affamando e distruggendo la vita di milioni di poveri, li costringiamo a partire per non morire: bambini senza genitori, padri e madri senza figli»), Cesare Nosiglia (Torino, «Fa parte del problema anche l’esplodere di polemiche, l’aver trasformato certo dibattito pubblico in un’arena in cui chi vince non è questo o quel gladiatore, ma sempre il “padrone del circo”, il controllore dei canali mediatici, il manipolatore delle opinioni e dei sentimenti»), Antonio Staglianò (Noto, delegato per le migrazioni della Conferenza episcopale siciliana: «Salvini sbaglia a dire: "Prima i poveri italiani e poi quelli africani". Noi non dovremmo neppure averne. Gli stranieri hanno sempre il diritto umano di essere accolti»), Gualtiero Bassetti (Perugia, presidente della Cei, «Non si può chiudere il porto quando arriva una nave che è piena di disgraziati che sono dei crocifissi, o per un motivo o per un altro; che nessuno sia lasciato morire in mare, lo chiedo con il cuore»).

Famiglia Cristiana ribadisce e fa sue le parole pronunciate dal cardinale Bassetti l'11 luglio, san Benedetto, nell'Abbazia di San Miniato al Monte, in Firenze: non è una questione ideologica o di schieramento politico, si tratta di riaffermare «il pensiero della Chiesa», che «è quello della parabola del Buon samaritano. La logica del cristianesimo è quella di prendersi cura».

Nell’inchiesta sull’emergenza migranti Famiglia Cristiana pubblica anche testimonianze e storie di inserimento, nonché due editoriali. Il primo è firmato dal cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente nazionale della Caritas italiana, che invita a scegliere come bussola le parole del Papa. E circa i migranti, aggiunge: «Non accoglierli, chiudendo loro soprattutto il cuore, significa non riconoscere Dio presente in loro, e perciò rifiutarLo. Mi chiedo, rifiutare Dio non è un atto di ateismo? Dobbiamo dunque sporcarci le mani e non trincerarci dietro un silenzio talvolta complice». Il secondo editoriale è di don Antonio Mazzi: «Noi di Exodus abbiamo aperto in Calabria cinque strutture per accogliere i minori. Insegniamo la lingua italiana, li aiutiamo a recuperare quel poco di scuola che hanno fatto nei loro Paesi ma, soprattutto, ascoltiamo i loro dolori e le loro paure, curiamo la loro salute e tentiamo, con fatica, di far capire che in Italia ci sono anche persone che li amano e che fanno di tutto perché nel loro mondo e nel nostro torni un po’ di pace. Vi debbo dire che, tornando dalla Calabria, sentendo sull’aereo i discorsi che facevano alcuni viaggiatori, la tristezza ha distrutto quel po’ di speranza che loro, gli invasori, mi avevano elargito».


LA REPLICA DI SALVINI: «FAMIGLIA CRISTIANA? DI PESSIMO GUSTO»
Il vicepremier e ministro degli Interni commenta l'inchiesta in uscita sul numero in edicola da domani. La risposta della direzione del giornale.

«L'accostamento a Satana mi sembra di pessimo gusto. Io non pretendo di dare lezioni a nessuno, sono l'ultimo dei buoni cristiani, ma non penso di meritare tanto». Così il vicepremier e ministro degli Interni, Matteo Salvini, commenta - secondo un lancio dell'agenzia di stampa Ansa - a margine di un'audizione al Senato la copertina di Famiglia Cristiana. Salvini spiega di «avere quotidianamente il sostegno di tante donne ed uomini di Chiesa» e riferisce che «anche il catechismo dice che bisogna accogliere nella misura del possibile»

Il vicepremier Salvini ha un'idea piuttosto "personale" del catechismo, ma anche del Vangelo. Tutti, secondo la Parola di Dio, saremo giudicati sulla carità verso il prossimo. Non è nostro compito d'altronde dare lezioni di buon gusto (nè riceverne), ma informare nella verità, fatti mai separati dai valori cristiani, come recita il sottotitolo della nostra testata. 
La direzione di Famiglia Cristiana

Il condirettore di Famiglia Cristiana spiega come sono nate la copertina e l'inchiesta sull'emergenza migranti e sulla reazione della Chiesa a certi toni "rabbiosi" usati dal Ministro degli Interni

Guarda il video


Le incomprensioni nella sequela - San Giacomo apostolo di Antonio Savone



Le incomprensioni nella sequela
San Giacomo apostolo

di Antonio Savone


Lungo la strada che sta portando Gesù a Gerusalemme accade proprio di tutto: entusiasmo e resistenze, candidature e dinieghi. Qualcuno si tira indietro ancor prima di cominciare e qualcun altro pur continuando a seguirlo, in realtà è mille miglia lontano da Gesù e dal suo modo di pensare. Sarà necessario essere guariti nella propria cecità per entrare nella giusta comprensione del proprio stare alla sequela di Gesù.

Chissà cosa deve essere passato nel cuore del maestro di fronte alla sfacciataggine con la quale la madre dei figli di Zebedeo (Mc è più diretto e sostiene siano stai proprio loro a chiederlo) aveva avanzato la sua pretesa: Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno.

Non avevano capito nulla, o meglio, senz’altro avevano frainteso. Le parti si erano capovolte è Gesù a registrare l’insuccesso del suo annuncio.

Tra lucidità e incomprensione…

La prima volta – lo ricorderete – ci aveva pensato Pietro: Maestro, questo non ti accadrà mai…; la seconda tutti i discepoli che non avevano trovato di meglio che discutere chi tra loro fosse il più grande; e ora di nuovo. E come se non bastasse nessuno del gruppo a provare a ristabilire le parti. Anzi. Secondo Mc, si scagliano contro Giacomo e Giovanni non perché la loro pretesa era fuori luogo ma perché avevano osato scavalcare tutti con quella loro richiesta. Che gruppo di malassortiti! Non uno all’altezza di quel cammino di sequela che pure avevano intrapreso con tanta generosità. E Gesù davanti a loro che non si sdegna per l’angustia delle visioni dei suoi discepoli e che pazientemente prova a riannodare i fili di un discorso non facile da condividere.

In realtà, a ben guardare, parafrasando un famoso proverbio, la madre dei figli di Zebedeo è sempre incinta: i figli di Zebedeo, infatti, sono molto più di due e rappresentano, in definitiva, un’autentica categoria storica. Non c’è gruppo religioso, politico, sociale che prima o poi non sollevi la questione del potere e della carriera. Della serie: a me cosa ne viene? Sembra proprio che non sia possibile stare nella vita in pura perdita, gratuitamente come il figlio dell’uomo che è venuto non per essere servito ma per servire e dare la sua vita…

Gesù contesta la strumentalizzazione delle pratiche religiose per l’acquisizione del potere e stabilisce che si dà comunità cristiana là dove non si perseguono logiche simili: tra voi però non è così. E mi ritrovo così a pensare a tanti luoghi, a tante relazioni anche fuori della Chiesa, dove si vive secondo il suo stile pur senza saperlo e che forse sono anch’essi segno di lui.

Voi non sapete quello che chiedete: non è il paragonarci gli uni gli altri che riscatta le nostre paure ma il lasciarci guardare dal Signore anche con le nostre vulnerabilità.

L’uomo vale quanto vale davanti a Dio, ripeterebbe Francesco d’Assisi: e ciascuno di noi, davanti a Dio, vale il dono del Figlio, nonostante le nostre nudità.

Lui, il Signore e il Maestro, sceglie di stare tra i discepoli perseguendo tutt’altra logica, quella del servizio, un vero e proprio antipotere. Il posto di onore è quello del servo non quello di chi esercita un dominio. È solo rovesciando il nostro modo di porci di fronte all’altro che il vangelo che annunciamo riacquista credibilità.

Il profumo del vangelo continua ad espandersi là dove ci sono comunità contrassegnate da spirito di servizio, da relazioni generose e disponibili.

Il profumo del vangelo si espande là dove c’è qualcuno disposto a bere il calice come il maestro, vale a dire ad andare con lui fino in fondo anche a prezzo della propria esistenza. Non è forse ciò che vogliamo esprimere tutte le volte che riceviamo la comunione? Nella vita… fino in fondo, da servi.

Il profumo del vangelo si espande là dove c’è qualcuno che vive da battezzato, immerso interamente nella vita così come accade, anche con il suo carico di sofferenza e di morte. Non è forse ciò che vogliamo esprimere quando chiediamo il battesimo per uno dei nostri piccoli? Nella vita… non scegliendo postazioni di privilegio o di esenzione.

Il profumo del vangelo si espande là dove non ripetiamo riti vuoti ma immettiamo atteggiamenti che sono il prolungamento della presenza del Signore Gesù in mezzo a noi. Grati non per i riconoscimenti ricevuti ma soltanto per aver rotto il gioco perverso delle competizioni.

(fonte: A CASA DI CORNELIO)


La bontà al posto del buonismo di Dacia Maraini

La bontà al posto del buonismo
di Dacia Maraini

Contro il buonismo, parola denigratoria e senza senso, perché non recuperare la parola bontà che è cugina di parole come solidarietà, comprensione, attenzione, cura?

disegno di Conc

Nel 2009 scrivevo su queste pagine un articolo sul buonismo. Sentendomelo ripetere oggi come un insulto, sono andata a rileggerlo. E mi sono detta , avvilita,che le cose sono peggiorate. Si dà del buonista oggi a chi vuole accogliere gli stranieri e non farli morire in mare, a chi chiede comprensione per coloro che scappano dalla miseria e dalla fame e cercano sostegno in terre altrui. Certo, creando problemi. Ma i problemi non si risolvono con il rifiuto, l’odio e l’autarchia, bensì confrontando la realtà e trovando rimedi comuni, razionali e umani. Purtroppo la pratica di aggredire l’interlocutore mostrando i muscoli e ammiccando al pubblico, cresce ogni giorno. Viene accettato come norma la distorsione della verità, l’attribuzione all’avversario di intenzioni delittuose, invocandone a gran voce le dimissioni. Parlo della rete soprattutto, lì dove si è trasferito il dialogo nazionale. I giornali cercano ancora di approfondire il discorso, di analizzare la realtà, ma vengono letti sempre di meno. Nel frattempo il nuovo potere tende avidamente a occupare gli spazi istituzionali, soprattutto quelli che riguardano la comunicazione. Ma in democrazia, il solo modo di bilanciare un potere è quello di crearne altri. Poteri e contropoteri ravvivano ed equilibrano la convivenza democratica, contro quella che Stuart Mill chiama la «deleteria dittatura della maggioranza», che agisce in nome di un popolo astratto e muto.

Molti, troppi, invece credono nella formula «o con noi o contro di noi», senza rendersi conto che questo è il motto di ogni totalitarismo! Il problema è che chi dovrebbe costruire i contropoteri, si attorciglia in risse fraterne che suscitano rancori e vendette personali. Eppure avremmo tanto bisogno di spazi per confronti rispettosi, avremmo tanto bisogno di un discorso pacato e razionale, basato sulle idee e non sulla sistematica denigrazione dell’altro. Contro il buonismo, parola denigratoria e senza senso, perché non recuperare la parola bontà che è cugina di parole come solidarietà, comprensione, attenzione, cura? Ricordando che essere buoni significa semplicemente mettere in moto l’immaginazione, il motore più potente del nostro cervello. Ci vuole immaginazione per capire il dolore degli altri e quindi stendere una mano anziché prepararla al pugno, e non basta storpiare la parola per eliminare un valore che dovrebbe stare alla base del nostro comportamento sociale.
 (fonte: Corriere della Sera 23/07/2018)

Fake news? Dobbiamo recuperare interesse per la verità

Fake news? Dobbiamo recuperare interesse per la verità

Dobbiamo sapere che dire la verità è possibile e che dobbiamo fare tutti gli sforzi per farlo. Dobbiamo riprendere la nostra motivazione a dire le cose come stanno e a verificare ciò che gli altri dicono. Non è inutile, non è impossibile. È anzi qualcosa di basilare: è la base di ogni nostra interazione con gli altri esseri umani

(Foto: AFP/SIR)

Si parla tanto, di questi tempi, di fake news. Se ne attribuisce la responsabilità al web e alla sua potenza nel far circolare informazioni e notizie senza che ci sia il tempo di verificarle adeguatamente. In più si sta diffondendo l’idea che una verifica, propriamente, non è necessaria. “Fatti” e “fattoidi”, notizie vere e discorsi verosimili, ma comunque falsi, finiscono per essere posti sullo stesso piano. Se accettiamo questa situazione ci troviamo a vivere, in maniera più o meno rassegnata, nell’epoca della cosiddetta “post-verità”.

Approfondiamo questa situazione. Non si tratta solo di trovare i modi per stabilire la verità riguardo a una notizia, per riconoscerla come tale (come notizia, cioè, e non come “bufala”). La questione ha radici più profonde. Essa riguarda la motivazione che possiamo avere nel cercare la verità. Ovvero, nel rapportarci in un certo modo alle cose che sono: prendendole sul serio, cercando di capire e di condividere ciò che sappiamo.

Sembra infatti che da tempo, ormai, questa motivazione – si potrebbe dire: questa “passione” per la verità – sia venuta a cadere. Alcuni alla verità ritengono di poter rinunciare: e tutto, così, si trasforma in narrazione (il cosiddetto “storytelling”, dove conta solo l’abilità nel raccontare). Altri sostengono che l’unico modo per conoscere le cose è quello dipendente dalla particolare prospettiva da cui uno le conosce: e che dunque, banalmente, un mondo condiviso è solo il frutto o dell’imporsi di una prospettiva sulle altre.

(Foto: AFP/SIR)

Se le cose stanno così, non sorprende che le fake news siano considerate qualcosa di certamente spiacevole, ma di fatto inevitabile. E, allora, cresce l’indifferenza nei confronti delle cose a cui abbiamo accesso, dal momento che possono essere allo stesso modo sia vere che false, a seconda di come le si guarda. Aumenta inoltre, e soprattutto, il disinteresse nei confronti delle persone che ne parlano, visto che esse sono portatrici di punti di vista tutti validi e tutti da porre sullo stesso piano.

Ne consegue che crediamo a tutto e a nulla, e che l’unica cosa che ci scuote, ormai, è solo qualche emozione.

Si verifica, infine, una situazione paradossale, su cui di rado si riflette.

Domandiamoci: che ne è della stessa nozione di “fake news” e dell’accusa rivolta a qualcuno si disseminare notizie false, sulla base di qualche suo interesse?

Molto spesso quest’accusa è fatta per motivi ideologici, non già perché si vuole ripristinare un rapporto vero con le cose. A chi rimprovero di dire il falso non chiedo, cioè, di darmi le prove del fatto che sta dicendo, invece, il vero, non discuto, non entro nel merito. Semplicemente riprendo uno slogan, taccio l’interlocutore di diffondere fake news: lui o qualcuno degli abili comunicatori a lui collegati.


Non credo sia difficile, considerando il dibattito pubblico al quale giornalmente assistiamo, trovare esempi in proposito. Ma ciò che ci scordiamo di chiedere, accontentandoci di assistere al ping pong di affermazioni e smentite, è invece qualcos’altro.

È semplicemente questo: è vera o è falsa l’accusa, rivolta a chi fa questo gioco, di dire il falso? È vero o è un fake il rimprovero di diffondere fake news?

Per porre seriamente questa domanda, tuttavia, dobbiamo recuperare interesse per la verità.

Dobbiamo sapere che dire la verità è possibile e che dobbiamo fare tutti gli sforzi per farlo. Dobbiamo riprendere la nostra motivazione a dire le cose come stanno e a verificare ciò che gli altri dicono. Non è inutile, non è impossibile. È anzi qualcosa di basilare: è la base di ogni nostra interazione con gli altri esseri umani.