“Scelgo di non odiare”,
le parole di pace e perdono di padre Maccalli
Il terzo libro del missionario della Società Missioni Africane è “un’enciclica dal basso a favore della pace e da cui ripartire – scrive – per uscire dal vicolo cieco della guerra”. Ai media vaticani padre Gigi racconta il peso dell’esperienza che lo ha marchiato a fuoco e del perdono offerto, unica strada per “una pace disarmata e disarmante” come invoca sempre Papa Leone. “Questo libro è il mio squarcio di cielo, a seguito di una sventura che mi ha spogliato e mi ha provato"
La copertina del libro: "Scelgo di non odiare"
Guarire il cuore dalla tentazione della violenza, amare i nemici anche se questa “è una parola amara al pari di una medicina”, ribadire che la guerra è incompatibile con il Vangelo, restare sempre umani. A prima vista potrebbero sembrare solo una lista di temi anche slegati tra loro e invece sono incarnati nella vita e nella storia di padre Pier Luigi Maccalli, il missionario della Società Missioni Africane, che tante volte Radio Vaticana ha raccontato. Proprio l’emittente pontificia ha avuto uno spazio, o meglio ha offerto un momento di respiro, nel lungo sequestro del missionario, durato due anni, dal 2018 al 2020 iniziato in Niger e conclusosi in Mali. Attraverso una piccola radio data dai rapitori e nel pieno del deserto del Sahel, padre Gigi aveva ascoltato la Messa di Pentecoste celebrata da Papa Francesco. Una carezza, un appiglio, il segno che Dio gli parlava anche se tante volte lo aveva sentito lontano e distante.
“Ho visto l’abisso del male”
Il rientro in Italia ha segnato anche l’inizio di un’avventura letteraria. Il silenzio, le prevaricazioni, le catene hanno portato il missionario a ripensare durante la prigionia alla sua vocazione e alla sua testimonianza di fede. Ne è nato un primo libro “Catene di libertà” a cui è seguito “Liberate la pace”. Da quest’ultima pubblicazione è stato realizzato, proprio con Radio Vaticana – Vatican News, un podcast dal titolo: “La pace in ostaggio”. A giugno è andato alle stampe “Scelgo di non odiare”, pubblicato da EMI, Editrice Missionaria Italiana. Padre Gigi Maccalli è tornato negli studi di Palazzo Pio per rilanciare ancora una volta parole di pace e di perdono.
Qual è la genesi di questo nuovo libro e perché tanta passione per la pace?
Il libro che ho scritto ha un contesto immediato ma ne ha un secondo forse più personale.
Il contesto più immediato sono state le immagini di guerra e le parole armate ascoltate nei tanti notiziari televisivi e radiofonici che mi hanno spinto a scrivere questo libro, perché la maggior parte dei commenti che ascolto sulle guerre in corso sono intonati al riarmo, alla risposta armata, all'aumento della spesa militare. In me è nato come un bisogno di dire: "No! C'è un'altra strada". Questo libro è un grido di dissenso, un no deciso a tutte le guerre e al tempo stesso una proposta alternativa a sostegno della pace in sintonia con l'unica voce discordante in questo concerto di guerrafondai: quella di Papa Leone che predica la pace e la pace disarmata.
C’è poi un contesto più personale. Ho visto da dentro, il volto cattivo e disumano della guerra. Sono stato prigioniero per oltre due anni, trattenuto come ostaggio, incatenato da miliziani jihadisti in una guerra tutt’ora in corso nel Sahel africano e come vittima innocente desidero parlare e dare voce alle tante vittime di guerra per dire: no alle armi, no alla violenza. Io scelgo la pace e la pace è possibile, ma non come la dà il mondo con bombe e strage di innocenti. A distanza di sei anni da quel rapimento, posso dire che ho raggiunto la consapevolezza che le sventure servono ad evitarci il peggio. Sono parole che trovo in una scrittrice francese, Christiane Singer: il peggio è aver passato tutta la vita rimanendo alla superficie delle cose, non essere stati scaraventati in un'altra dimensione. C’è anche una bella immagine e riguarda l'autunno che, spogliando gli alberi dalle loro foglie, lascia vedere il cielo. Questo libro è il mio squarcio di cielo a seguito di una sventura che mi ha spogliato, mi ha provato, mi ha riprogettato in profondità, oltre quella superficialità e quella superficie nella quale noi spesso viviamo e nella quale ci fermiamo. Questo libro è il frutto di questo sguardo verso un cielo diverso, altro.
Hai detto due no imprescindibili: non uccidere, non rispondere al malvagio con la violenza. Sei un uomo di fede, ma questo può essere valido anche per chi non crede?
Sì, io ho perdonato chi mi ha incatenato, chi mi ha rubato due anni di libertà e ho sentito e provato in me una grande pace. Ma questa pace non è acquisita una volta per sempre, va gestita, va governata, anche con dei no. Ci sono due no fondamentali che fanno argine al fluire di questo fiume che è l'umanità. Io la immagino così l’umanità come un grande fiume che ha bisogno di argini per poter scorrere pacificata. Il primo argine è non uccidere, il secondo argine non rispondere al malvagio con la violenza. Il quinto comandamento è la regola d'oro che è presente anche in tante tradizioni religiose non cristiane. Tra queste due sponde scorre il fiume di un'umanità pacificata, ma quando uno di questi argini si rompe, il fiume deborda in disumanità e fa disastri. L'essenziale dimenticato che questo libro vuole richiamare sono questi due versetti del discorso della montagna di Gesù. In Matteo 5,39 avete sentito dire: “Occhio per occhio, dente per dente, ma io vi dico, non opponetevi al malvagio”. E poi il 5,44: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano”. Questi due no fondamentali hanno ispirato in me un metodo che propongo anche in questo libro, è “il metodo del doppio rifiuto”: dire no alle parole e agli atteggiamenti negativi, non odiare, non usare violenza, non picchiare. Rompere questi argini è rischiare un'esondazione pericolosa, è un'azione di disumanità.
C’è una parte del tuo libro in cui parli della pedagogia della pace, dell’importanza anche per i bambini più piccoli di non giocare con le armi, che non abbiano la possibilità di relazionarsi con la violenza, ma di contrastare quel linguaggio bellico spesso sinonimo di grandezza. Un fronte su cui lavorare…
L'ultimo capitolo è proprio improntato all’educazione alla pace, che deve cominciare fin da piccoli. Io lancio questa provocazione: disarmare i giocattoli dei nostri bambini. Io stesso ho giocato facendo la guerra, giocando a guardia e ladri e così via, ma educare fin da piccoli ad una logica del rispetto dell'altro, della persona, penso sia molto importante. Disarmare le nostre parole, disarmare i nostri atteggiamenti, disarmare anche l'educazione che deve spingere sempre verso il rispetto di ogni persona. E nelle scuole oggi credo sia importante fare un discorso di educazione alla pace e alla non-violenza.
Padre Pier Luigi Maccalli negli studi di Radio Vaticana - Vatican News (@VaticanNews)
C'è in questo libro la richiesta di una moratoria per la guerra come crimine inammissibile. È una richiesta che coinvolge anche i liturgisti.
Sì, io propongo in maniera forte di abolire tutte le guerre. Lo dico non per fare un raffronto sul passato, ma lo dico in rapporto alle guerre di oggi, che sono dominate dalle tecnologie. L'Intelligenza artificiale adesso gestisce azioni e interventi che causano delle stragi ancora più forti. E non c'è bunker, non c'è luogo di difesa possibile, perché le bombe specie quelle atomiche distruggono tutto. La stessa terra, l'aria, l'acqua saranno inquinate e non permetteranno la sopravvivenza anche di un ipotetico superstite in una guerra. Io sono convinto che un giorno le guerre saranno abolite. È una profezia che non è mia, l'hanno fatta tanti altri, mi ispiro in tal senso a don Primo Mazzolari, profeta di pace. Guardo la storia e vedo che la schiavitù è stata abolita anche se ci sono voluti secoli perché questa acquisizione diventasse patrimonio di tutta l'umanità. Credo sia importante pensare di arrivare un giorno ad abolire tutte le guerre che non sono altro che un crimine contro l'umanità, ma tutto questo va preparato. Il mio libro può essere uno spunto. La provocazione che lancio anche ai miei confratelli liturgisti è quello di disarmare la preghiera. È vero, nella Bibbia ci sono passaggi molto forti, molto violenti, che vanno contestualizzati. È un linguaggio che va compreso nel suo ambiente storico ma dico anche che, con l'avvento di Gesù, ci è stato rivelato il volto di Dio Padre misericordioso. La preghiera deve essere espressione di un Dio che ci ama, che è solo amore. Io penso che disarmare certe espressioni intonate al Dio degli eserciti, al Dio onnipotente che sistema tutto e tutti, siano un avanzare in una relazione nuova che Gesù ci ha rivelato. Dio è onnipotente nell'amore. Gesù è la rivoluzione della tenerezza e della non violenza. Sinceramente lo dico a partire da me stesso. Ho avuto le catene ai piedi, hanno usato espressioni di insulti, di disprezzo nei miei confronti. Non auguro a nessuno di vivere ciò che ho vissuto. Non lo auguro nemmeno a mio peggior nemico. Perché dovrei ora pregare un Salmo che inneggia le catene, che inneggia la vendetta? Sto chiedendo che le parole siano purificate, che siano espressioni di un cuore che ama, un cuore che perdona, un cuore che non arriva alla violenza.
Tutto questo prepara il terreno alla teologia per la pace, che “indica la dimensione attraverso la quale scandagliare tutto il mistero di Dio, di Cristo e della Chiesa, finalizzato all'annuncio del Regno di Dio, che ha nello shalom messianico il suo cuore”...
Sì, una teologia per la pace vuol dire mettere al centro il Regno di Dio, verso cui camminiamo tutti, anche in comunione con le diverse confessioni religiose. E qui il centro è Cristo e il suo annuncio centrato sul Regno di Dio che lui propone con parabole e con gesti. La teologia per la pace non ha confini da difendere, ma ha un orizzonte verso cui camminare tutti insieme. Qui, penso, possiamo trovare un elemento forte di ecumenismo, di impegno che ci deve accomunare anche con le diverse confessioni religiose.
Hai scritto: “Pace e dialogo sono i due piedi su cui cammina il mio impegno missionario”...
Sì, io sono un testimone, sono un missionario che crede nella Magnifica humanitas, in questa umanità magnifica che Dio ha creato, che Dio ha voluto e che ama. Credo che oggi siamo chiamati, come umanità, a un cambio di passo, a un cambio di parole disarmate, a costruire ponti di fraternità, a scegliere di non odiare. Il dialogo e la pace sono le grandi sfide alle quali siamo chiamati nell'attualità e nella missione oggi.
C’è un proverbio africano che citi in “Scelgo di non odiare” e che recita: “Quando gli elefanti combattono è sempre l'erba a rimanere calpestata”.
Ho ammirato come missionario in Africa la cultura del proverbio che viene sempre a sigillo di una palabra, di una discussione anche animata, quasi a dare una parola di saggezza come soluzione finale. E questo proverbio dice bene quanto le guerre dei potenti distruggono e fanno soffrire la gente semplice, i piccoli, i fragili, i vecchi come i bambini. Dopo ogni guerra ci troviamo senza futuro e senza memoria. Con la guerra tutto si distrugge. Prendere a cuore questa saggezza che viene dai proverbi ci può aiutare a intravedere questa nuova strada che è fatta di pace, di perdono e di non violenza.
“Ho visto l'abisso del male nel cuore della guerra e mi dissocio da ogni politica di riarmo. Io scelgo la non violenza e l'amore del nemico per accendere la sua pace”. Parli di non violenza, non violenza attiva, sottolinei più volte l’importanza di amare del nemico. Il nemico – scrivi - è colui che richiede l'ascolto anche da parte di chi subisce la violenza. È una rivoluzione veramente molto impegnativa, però è l'unica strada...
Sì, e la prendo da Gesù, dal discorso della montagna. Io penso che i capitoli 5, 6, 7 andrebbero messi proprio al centro di una riflessione sulla non violenza attiva e sulla pace. È “La profezia della non violenza”, il secondo capitolo, un ampio commentario di questo senso profondo delle parole di Gesù che propone di porgere l'altra guancia, che non è remissività, non è passività, ma è un richiamo a un plus di umanità, al rispetto della dignità umana. È una proposta anche all'aggressore per svegliarsi da questo sonno di violenza nel quale è caduto; uscire da questa logica di azione-reazione perché Gesù propone una terza via, la non violenza attiva, che ha ispirato tante persone, da Martin Luther King, a Gandhi, a Mandela, tanti non violenti. Noi come cristiani dobbiamo essere i primi portatori di questo messaggio, perché il cristiano è per vocazione un non violento. E abbiamo tanti modi di dire e di fare per esprimere il nostro dissenso attraverso l'obiezione di coscienza, il boicottaggio, le azioni creative e simboliche di sostegno anche a chi ha subito un sopruso, ma anche come proposta all'aggressore di conversione. In fondo, la non violenza propone di invitare il nemico a diventare amico. Mi piace citare il Salmo 85: “Giustizia e pace si baceranno”. La pace è un abbraccio con questo nemico diventato amico. La proposta di Gesù è rivoluzionaria, è nel cassetto di tutti i cristiani, dimenticata. È da riscoprire, ridarle forza e metterla al centro della nostra riflessione e del nostro impegno.
Padre Gigi, com'è la tua vita a sei anni dal rilascio, un tempo nel quale hai avuto modo di rielaborare tutta la tua esperienza, di ripensare anche la tua missionarietà. Sei tornato in Africa: com'è stato anche tornare in quelle terre che senti come casa tua?
Sì, ho avuto la gioia di ritornare nel settembre del 2024 in Niger, a Niamey, proprio il 17 settembre, quasi a chiudere una parentesi. Tutto infatti era cominciato quel 17 settembre 2018. Poter tornare su quella terra, poter abbracciare tante persone che con me hanno sofferto questo rapimento, è stato un momento di grande gioia misto a tristezza, a lacrime, perché abbracciare queste persone che hanno un volto, hanno una carne, una storia condivisa, è stato per me bello perché sono libero. Ho detto loro “grazie” ma al tempo stesso oggi sono triste perché loro sono ancora in una situazione di grande insicurezza. Mi hanno detto: “Il Signore ha liberato te, libererà anche noi”. È stato uno scambio di profonda umanità, di aiuto reciproco, non dimenticherò e io spero un giorno di poter ritornare anche al villaggio. Questo mio desiderio lo metto nelle mani del Signore e glielo affido come intenzione, come desiderio, perché un giorno possa celebrare con loro il mio “grazie” per quanto mi hanno dato e per quanto hanno sostenuto la speranza in una mia liberazione.
Senti il mal d'Africa stando qui?
Mi sento oggi impegnato a testimoniare, a dare parole di pace, di perdono, perché vedo un gran bisogno anche nella nostra società. Penso che ciò che ho ricevuto dalla missione, dall'Africa, oggi sia mio impegno poterlo condividere con le comunità cristiane qui in Italia. La missione è ovunque. Questo mal d'Africa non è semplicemente qualcosa che mi porta nostalgia ma mi sprona ad essere oggi testimone di una fede che ha bisogno di incarnarsi, di rinnovarsi anche nelle nostre comunità. Rifare il vocabolario della fede, mettere al centro la pace, mettere al centro il dialogo, il rispetto dalle persone è un compito importante per le scuole, per la società e per le nostre comunità cristiane.
(fonte: Vatican News, articolo di Benedetta Capelli 07/10/2026)
Padre Pier Luigi Maccalli racconta il suo libro "Scelgo di non odiare"
*****************************
Per approfondire vedi anche il nostro post (all'interno i link a quelli precedenti):