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mercoledì 7 ottobre 2026

7 ottobre. Tre anni di massacri a Gaza e il grido del Papa: “Fino a quando, Signore?”


7 ottobre. Tre anni di massacri a Gaza
e il grido del Papa: “Fino a quando, Signore?” 

Il messaggio di Leone XIV a padre Romanelli dopo l’ennesimo attacco. Il parroco della Sacra Famiglia: “Gaza è a pezzi, tritata. Ma noi non ci fermiamo. Il 7 ottobre pregheremo il Rosario per la fine della guerra”


“Fino a quando, Signore?”. È una domanda breve, quasi un grido, quella che Papa Leone XIV ha affidato a un messaggio personale a padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia di Gaza. Una domanda che attraversa il dolore di una popolazione stremata e sembra raccogliere, insieme, le lacrime delle famiglie che hanno perso i propri cari, la paura dei bambini, l’angoscia di chi vive ancora sotto le tende e la speranza ostinata di chi, nonostante tutto, continua a pregare e a lavorare per la pace.

Il messaggio del Papa è arrivato dopo il nuovo raid israeliano che ha colpito un edificio residenziale nel quartiere di Rimal, nella parte occidentale di Gaza City. Cinque civili sono morti e numerose altre persone sono rimaste ferite. Tra le vittime anche Maysa Khader Ibrahim Abu Daoud e sua figlia Mary Hafez Michel Najjar, appartenenti alla comunità cristiana greco-ortodossa di Gaza.

Erano riuscite da poco a trovare un nuovo rifugio e stavano cercando di ricominciare. Anche questo, nella Striscia, è diventato un gesto di coraggio: provare a ricominciare quando intorno ci sono macerie, rifiuti, edifici distrutti e bambini feriti o mutilati.

“Prego per loro, per le famiglie e per tutta Gaza”

“Buongiorno, padre Gabriel. Da quando ho appreso la dolorosa notizia della morte di Maysa e Mary, prego Dio per loro, per le loro famiglie e per l’intera comunità di Gaza. Fino a quando, Signore? Grazie per l’accompagnamento alla parrocchia e a tante persone che desiderano vivere in pace. Benedizioni, un abbraccio affettuoso”.

Sono le parole che Leone XIV ha inviato direttamente a Romanelli. Poche righe, ma dense di quella vicinanza che la piccola comunità cristiana di Gaza ha sperimentato anche durante i mesi più drammatici della guerra.

Per padre Gabriel, quelle parole sono state una consolazione profonda. “È davvero una consolazione che il Papa abbia pensato a noi, che preghi per noi e per tutti quelli che lavorano per la pace”, racconta. E sottolinea soprattutto la sensibilità pastorale del Pontefice: “Ci ha colpito come sempre la vicinanza del Santo Padre e poi pure la sua sensibilità pastorale di pregare per loro, per le vittime, di nominarle, pregare per le famiglie, per tutta la comunità”.

La morte di Maysa e Mary, spiega il parroco, ha colpito duramente una comunità già profondamente ferita. “Siamo scioccati”, dice, ricordando che erano civili, persone che stavano dormendo nella loro casa. E il dolore non riguarda soltanto le vittime dell’ultimo bombardamento, ma una comunità cristiana che durante la guerra ha già pagato un prezzo altissimo.

Secondo il sacerdote, sono 62 i cristiani morti durante il conflitto, 25 dei quali uccisi nei bombardamenti. Per questo l’attacco di Rimal ha riaperto ferite che non si sono mai veramente rimarginate.

“Lacera il cuore”, afferma padre Romanelli. E torna la domanda del Papa: “Fino a quando, Signore?”.

Gaza “è a pezzi, tritata”

La tragedia non è soltanto quella delle vittime dell’ultimo raid. È una devastazione che continua a segnare ogni aspetto della vita quotidiana.

“Gaza è a pezzi, ‘tritata’”, racconta padre Romanelli, ricorrendo a un’immagine terribile per descrivere una terra sulla quale sembra essersi abbattuto uno tsunami capace di spazzare via case, infrastrutture, sicurezza e futuro.

Eppure proprio in questo scenario la parrocchia della Sacra Famiglia continua a resistere.

“Se noi da parrocchia, da oasi spirituale e umana per chi soffre quale siamo, ci fermiamo, e non contribuiamo alla pace, alla giustizia, è davvero finita”.

È questa la scelta di Romanelli e della comunità che lo affianca: non arrendersi alla logica della guerra. Continuare a pregare, assistere, ascoltare, celebrare, accompagnare. Continuare a essere presenti.

Con le Missionarie della Carità, la parrocchia è diventata uno dei pochi luoghi nei quali tante persone possono ancora trovare una forma di accoglienza e di protezione. Non soltanto attraverso l’assistenza materiale, ma anche attraverso la vicinanza spirituale.

Perché dopo anni di guerra non bastano più soltanto acqua, cibo e medicine. Servono anche una prospettiva, la libertà, la possibilità di immaginare un domani.

“La gente è allo stremo delle forze”

La tregua non ha cancellato le conseguenze della guerra. E la situazione umanitaria resta drammatica.

“Ogni giorno di più di guerra è un giorno buio e peggiora la situazione”, spiega Romanelli. Il sacerdote ricorda che, anche dopo la fine dei bombardamenti a tappeto, la vita della popolazione non è tornata alla normalità.

Gli aiuti umanitari entrano, ma restano insufficienti. Le organizzazioni che distribuiscono cibo sono costrette a fare i conti con risorse che non bastano per tutti.

E soprattutto ci sono milioni di persone che vivono senza una vera casa.

“Le piogge per tutti quelli che vivono nelle tende saranno un problema enorme”, avverte il parroco. La parola “tenda”, osserva, è quasi impropria: si tratta spesso di teli improvvisati, stesi sulla terra sabbiosa e in condizioni igieniche drammatiche.

“È un disastro!”, ripete.

L’inverno rischia di aggravare ulteriormente una situazione già insostenibile. Per questo Romanelli chiede che alla necessaria assistenza alimentare si aggiungano materiali per la ricostruzione e per le riparazioni.

“Quando c’è un’emergenza, se tu non rispondi subito, ogni giorno sarà peggiore del precedente”.

È un appello rivolto alla comunità internazionale e ai responsabili politici perché la tregua non rimanga soltanto una sospensione delle ostilità, ma diventi l’inizio di un percorso concreto verso la fine della guerra.

Il 7 ottobre nel segno del Rosario

La data del 7 ottobre porta con sé un peso enorme. È il giorno dell’attacco di Hamas del 2023 che ha innescato l’attuale guerra e che continua a rappresentare una ferita profonda per la società israeliana. Ma è anche una data che, a Gaza, richiama due anni di devastazione e sofferenza.

Padre Romanelli vuole trasformare quel giorno in un momento di preghiera.

“Ci auguriamo che questo terribile ricordo sia invece un nuovo inizio per noi”, spiega. La comunità celebrerà la festa della Beata Vergine Maria del Rosario, “Signora della Pace”, con una giornata di preghiera, una Messa e una processione simbolica.

La richiesta sarà semplice e universale: la fine della guerra, la giustizia, la pace tra Palestina e Israele.

È una preghiera che nasce nel cuore di una comunità che ha conosciuto il dolore in modo diretto e che proprio per questo non vuole smettere di credere nella possibilità della pace.

La Chiesa come ultimo presidio di umanità

Anche il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, ha espresso cordoglio per le vittime, mentre la comunità greco-ortodossa ha ricordato Maysa e Mary nei funerali celebrati nella chiesa di San Porfirio.

Sono gesti che testimoniano come, nel cuore della tragedia, le diverse comunità cristiane continuino a rappresentare un presidio di umanità.

La Sacra Famiglia non è soltanto una chiesa. È diventata, nel corso di questi anni, un luogo simbolico nel quale la preghiera si intreccia con l’assistenza, la solidarietà con la resistenza alla disperazione.

Padre Romanelli lo ripete con una semplicità che diventa una lezione: “Noi non ci fermiamo”.

Non fermarsi significa continuare ad accompagnare chi soffre. Significa non lasciare sole le famiglie. Significa pregare per le vittime senza distinguere il dolore in base alla loro appartenenza. Significa chiedere pace e giustizia per israeliani e palestinesi.

E significa anche custodire, dentro una terra devastata, uno spazio nel quale la speranza possa ancora sopravvivere.

Un futuro che passa anche dalle urne

Il futuro politico della regione potrebbe essere segnato anche dalle prossime elezioni, alle quali israeliani e palestinesi sono chiamati nei prossimi mesi. Il cardinale Pizzaballa invita però alla cautela nel valutare ciò che questi appuntamenti potranno realmente produrre.

“Non so se da questi voti potremo davvero capire dove stiamo andando. Ma certo saranno un momento importante di verifica su dove le attuali leadership hanno portato i loro popoli”.

È una considerazione che rimanda alla responsabilità della politica, chiamata a misurarsi con una domanda che ormai non può più essere rinviata: come trasformare una tregua fragile in una pace vera?

A Gaza, intanto, padre Romanelli continua il suo ministero. E mentre le macerie raccontano ciò che è stato distrutto, la comunità della Sacra Famiglia prova a custodire ciò che ancora resta: la vita, la fede, la solidarietà, la memoria delle vittime e la speranza.

Il 7 ottobre, nel cuore di una delle terre più ferite del mondo, il Rosario sarà dunque una preghiera per la pace.

Una risposta umile, ma potentissima, alla domanda che Leone XIV ha scritto a padre Gabriel: “Fino a quando, Signore?”.

E forse proprio in quella domanda, condivisa dal Papa con una comunità che soffre, c’è già il rifiuto di considerare normale ciò che normale non può diventare mai: la morte di civili, la distruzione delle case, la paura dei bambini, la fame, l’esilio e una guerra che sembra non voler finire.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Sante Cavalleri 06/10/2026)