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mercoledì 2 settembre 2026

Addio a don Angelo Casati ... il ricordo affinché la parola corra


Addio a don Angelo Casati, sacerdote e scrittore

Già parroco a Lecco e Milano, apprezzato autore di commenti biblici e di raccolte di poesia, si è spento il 31 agosto a 95 anni. Camera ardente nella chiesa San Francesco di Paola a Milano l'1 settembre dalle 15 alle 18 e il 2 settembre dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 18.30

Don Angelo Casati

Nella serata di lunedì 31 agosto è scomparso a Milano, all’età di 95 anni, don Angelo Casati. Nato a Milano nel 1931, ordinato sacerdote nel 1954, licenziato in Teologia, è stato insegnante nei Seminari diocesani, quindi vicario parrocchiale a San Giovanni di Busto Arsizio, poi parroco a San Giovanni di Lecco; dal 1986 al 2008 lo è stato a San Giovanni in Laterano a Milano. Autore di molti saggi, ha pubblicato libri che spaziano dalla poesia a commenti ai racconti biblici, a riflessioni spirituali su eventi della vita.

Tra le sue ultime pubblicazioni, Sorpresi da un sogno (2022), Storie di donne e di profumi (2023), Poesia di uno sguardo (2024), Ospitando libertà (2024), In punta di piedi (2026) tutti editi da Centro ambrosiano.

Per molti anni ha collaborato con Chiesadimilano.it commentando il Vangelo della domenica.
(fonte: Chiesa di Milano 1 Settembre 2026)


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In ricordo di don Angelo Casati, affinché la parola corra

Dalla chiesa di San Giovanni in Laterano a Milano alle stampe del mensile "Come Albero", Luca Costamagna traccia un ricordo di ciò che è stato il sacerdote, scomparso lo scorso 31 agosto

Don Angelo Casati

Il 31 agosto scorso è morto don Angelo Casati, lo stesso giorno in cui, quattordici anni fa aveva concluso la sua giornata terrena il cardinale Carlo Maria Martini. L’esperienza di parroco a San Giovanni in Laterano, iniziata nel 1986 e conclusa nel 2008, aveva coinciso per larga parte con l’episcopato di Martini a Milano, il “cardinale della Parola”, che riconosceva nella Parola di Dio il primato assoluto per ogni cercatore di senso. Se Martini è stato riconosciuto come il grande “interprete” della Parola, don Angelo ne è stato un innamorato “narratore”.

Ascoltare le persone che pronunciano molte parole, solitamente, è esercizio faticoso, ma con don Angelo non accadeva così. Di parole, nelle omelie, negli interventi, nei testi, ne diceva molte eppure non stancavano, perché aveva questa straordinaria capacità di rendere la Parola di Dio più “leggera”.

Il ruolo di parroco don Angelo lo esercitava così come la vecchia dizione ne descrive il compito: pastore di anime. Andando presso il suo ufficio lo potevi trovare seduto, un poco curvo, come nascosto dalle sue numerose carte: non erano documenti, contratti o questioni burocratiche, ma erano lettere, testi, scritti: di cose amministrative, poche tracce, di relazioni, anche per iscritto, moltissime.

San Giovanni in Laterano a Milano, chiesa piccola nelle dimensioni e nella “nascosta” piazza Bernini dietro a piazza Piola, è stata infatti per anni una parrocchia senza confini: certo una parrocchia “chiesa tra le case” come dice la parola greca, ma anche tra le case oltre a quei confini parrocchiali che la Curia attribuisce ad ogni chiesa-edificio. È stata tenda, per tutti i cercatori di quella “dimensione contemplativa della vita”, prima lettera pastorale di Martini a Milano che don Angelo spesso richiamava. È stata tenda quindi per credenti, credenti con particolari dubbi ma anche per tanti professi atei che pur entravano in chiesa per ascoltare le sue omelie, Lui che diceva Dio s’incontra soprattutto nella ferialità.

Nella settimana in cui si stampava “Come Albero”, mensile edito dalla parrocchia, era normale vedere nel lungo corridoio dei locali parrocchiali del piano terra, panche, sedie e scatoloni pieni di carta: era il materiale pronto per essere ciclostilato affinché queste pagine potessero raggiungere i parrocchiani ma anche tanti altri luoghi in tutta la Lombardia e anche oltre.

Come Albero era l’immagine di don Angelo: la sua copertina era sempre uguale come sempre uguale era il modo di vestire, elegante e sobrio, di don Angelo, ma il suo contenuto era sempre diverso, come ascoltare don Angelo il cui stile non è mai cambiato ma la freschezza della sua poetica sapeva donare a quanti cercavano ascolto. La cattedra dei non credenti che ha proseguito e condotto in piazza Bernini è stata crocevia di testimoni ed incontri che, non a caso, reciprocamente, vedono le proprie biografie intrecciate. Con un’attenzione: al termine degli incontri, anche se ormai si è era fatto tardi, non si doveva radunare le numerose sedie messe a disposizione, perché le conversazioni che proseguivano non dovevano essere interrotte.

Provare a definire l’eredità di don Angelo è molto difficile ma forse anche sbagliato: dire eredità è come elencare o definire qualcosa di preciso e dettagliato che in qualche modo ha un inizio e una fine. Il suo insegnamento è più che altro nel fiducioso desiderio di provare ad immaginare un Dio da incontrare sulle strade, possibilmente nei vicoli dei quartieri piuttosto che nei grandi spazi chiusi.

Affinché la Parola corra.
(fonte: Chiesa di Milano, articolo di Luca COSTAMAGNA 1 Settembre 2026)


martedì 1 settembre 2026

ENZO BIANCHI, L’UOMO CHE PROVÒ A RESTITUIRE IL VANGELO ALLA VITA

Gianni Urso

ENZO BIANCHI, L’UOMO CHE PROVÒ A RESTITUIRE IL VANGELO ALLA VITA
 

È morto oggi, 1° settembre 2026, all’età di 83 anni, Enzo Bianchi. È morto all’ospedale Molinette di Torino, dopo una lunga stagione di fragilità e di malattia. Ma quando muore una persona come lui, non basta dire che è morto un monaco, uno scrittore, un teologo o il fondatore di una comunità. Perché Enzo Bianchi è stato, prima di tutto, un uomo che ha provato a prendere sul serio il Vangelo. 

E forse è proprio questo il modo più autentico per ricordarlo: non trasformandolo in un santino, non costruendogli intorno una celebrazione ecclesiastica, non facendone un’icona intoccabile. Ma riconoscendo la forza, le contraddizioni, le intuizioni e anche le ferite di una vita interamente attraversata dalla ricerca di Dio, dell’uomo e di una fraternità possibile.

Enzo Bianchi era nato a Castel Boglione, nel Monferrato, il 3 marzo 1943. Studiò Economia e Commercio all’Università di Torino e, negli anni del Concilio Vaticano II, maturò quella ricerca di un cristianesimo più radicale, più biblico, più vicino alle persone e meno rinchiuso nelle strutture. Alla fine del 1965 arrivò a Bose, una piccola frazione abbandonata di Magnano, nel Biellese. Era quasi un luogo fuori dal mondo. E proprio lì cominciò qualcosa che avrebbe cambiato profondamente la storia del cristianesimo italiano del secondo Novecento.

All’inizio c’era soltanto un uomo, una casa povera e una domanda enorme: si può ancora vivere il Vangelo come esperienza concreta di fraternità?
Poi arrivarono altri uomini e altre donne. Cattolici, protestanti, appartenenti a diverse tradizioni cristiane. E nacque Bose.
Non nacque una parrocchia. Non nacque una nuova struttura ecclesiastica. Nacque una comunità nella quale il Vangelo avrebbe dovuto essere vissuto attraverso la preghiera, il lavoro, l’ascolto della Scrittura, l’accoglienza, la condivisione e la fraternità. Una comunità monastica composta da uomini e donne provenienti da differenti confessioni cristiane: già questo, negli anni Sessanta, rappresentava una scelta straordinariamente coraggiosa.

Bose fu, in qualche modo, una piccola profezia.
Una profezia ecumenica, perché mostrava che cristiani differenti potevano vivere insieme senza dover prima cancellare le proprie differenze.
Una profezia biblica, perché la Scrittura non veniva trattata soltanto come un testo da spiegare, ma come una parola capace di interrogare concretamente l’esistenza.
Una profezia umana, perché il cristianesimo non veniva pensato come fuga dal mondo, ma come responsabilità dentro il mondo.

Ed è forse qui che si trova una delle ragioni più profonde per cui Enzo Bianchi continua a parlare anche a chi, come noi, guarda con spirito critico alla Chiesa istituzionale.
Perché Bianchi ci ha ricordato che il cristianesimo non coincide con la Chiesa istituzionale.
Che il Vangelo viene prima delle strutture.
Che la fede viene prima delle appartenenze.
Che la fraternità viene prima delle gerarchie.
Che l’ascolto viene prima del comando.
Che il volto dell’altro viene prima della norma.
E soprattutto che Gesù non ha annunciato un sistema religioso, ma un modo nuovo di vivere le relazioni umane.

Enzo Bianchi è stato per decenni uno dei protagonisti più importanti del cattolicesimo del dopo-Concilio, ma sarebbe riduttivo chiuderlo dentro l’etichetta di “cattolico”. È stato un uomo del dialogo: con le altre Chiese cristiane, con l’ebraismo, con il mondo contemporaneo, con i credenti e con i non credenti. 

Ha scritto moltissimo, ha predicato, ha insegnato, ha partecipato al dibattito culturale e religioso italiano e internazionale. Ha fondato nel 1983 le Edizioni Qiqajon, contribuendo alla diffusione di testi biblici, patristici, liturgici e spirituali. 
Ha scritto libri che hanno accompagnato generazioni di lettori: “Il pane di ieri”, “Dono e perdono”, “Spezzare il pane”, “Gesù e le donne”, “L’amore scandaloso di Dio”, “La vita e i giorni”, “Cosa c’è di là”, “Dove va la Chiesa?”, “Fraternità” e molti altri.

E già alcuni di questi titoli raccontano una parte essenziale della sua ricerca: pane, dono, perdono, amore, donne, fraternità.
Parole semplici.
Parole evangeliche.
Parole che sembrano quasi incompatibili con una religione costruita sulla paura, sul potere, sulla superiorità e sulla distanza.
Bianchi aveva una straordinaria capacità di riportare la riflessione cristiana alle cose fondamentali: il pane condiviso, la tavola, l’accoglienza, il perdono, la vecchiaia, la morte, la solitudine, l’amore, la relazione con l’altro.
Non un cristianesimo disincarnato.
Non una fede sospesa sopra le nuvole.
Ma un cristianesimo con i piedi per terra.
Ed è proprio questa dimensione che rende Enzo Bianchi particolarmente interessante anche per una lettura laica e liberante del Vangelo.
Perché il Vangelo, quando viene preso sul serio, diventa inevitabilmente una parola scomoda.
Scomoda per il potere.
Scomoda per le gerarchie.
Scomoda per chi pretende di possedere Dio.
Scomoda per chi trasforma la fede in obbedienza cieca.
Scomoda per chi pensa che la verità cristiana possa essere amministrata come una proprietà privata.

Bianchi non è stato un rivoluzionario nel senso politico del termine. Ma nella sua ricerca cristiana c’era qualcosa di profondamente sovversivo: la convinzione che Dio non possa essere rinchiuso dentro le nostre istituzioni.
E questa è una delle eredità più preziose che lascia.

La sua vicenda, però, non è stata priva di contraddizioni e di dolore.
Nel 2017 lasciò l’incarico di priore di Bose. Poi arrivò la crisi interna alla comunità e, nel 2020, la decisione della Santa Sede di chiedergli di allontanarsi da Bose, la comunità che aveva fondato e guidato per oltre cinquant’anni. Fu una pagina dolorosa, controversa, che provocò sofferenza a Bianchi e a molti di coloro che avevano guardato a Bose come a una delle esperienze più significative del cristianesimo postconciliare.

Ed è proprio qui che la sua storia diventa ancora più umana.
Perché la vita di Enzo Bianchi non è stata una parabola perfetta.
Non è stata una fotografia immobile di santità.
È stata una vita attraversata da entusiasmo, costruzione, riconoscimento, conflitto, solitudine, perdita e ricominciamento.

Dopo l’allontanamento da Bose, Bianchi non ha smesso di cercare.
Ha continuato il suo cammino nella Fraternità della Madia, nei pressi di Ivrea, trasformando anche la propria solitudine in uno spazio di ascolto, di riflessione e di incontro.

E forse proprio questo è uno degli insegnamenti più belli che ci lascia.
Non siamo ciò che abbiamo costruito.
Siamo anche ciò che riusciamo a fare quando quello che abbiamo costruito ci viene tolto.
Bose era stata la sua grande opera. Ma Enzo Bianchi ha dimostrato che un uomo non coincide con la propria opera.
Quando gli hanno tolto Bose, non gli hanno tolto la capacità di pensare.
Non gli hanno tolto la capacità di ascoltare.
Non gli hanno tolto la capacità di interrogarsi.
Non gli hanno tolto il Vangelo.
E forse non gli hanno nemmeno tolto la cosa più importante: la libertà di continuare a cercare.

Negli ultimi anni ha riflettuto molto sulla vecchiaia, sulla morte, sulla speranza e sul senso dell’esistenza. Il 6 agosto scorso, parlando della Trasfigurazione, ricordava i suoi sessant’anni di vita monastica: cinquantacinque a Bose, due nella solitudine dell’esilio e tre alla Madia. E scriveva della speranza nella trasformazione delle nostre povere vite. 
Oggi quella riflessione assume un significato diverso.
Ma non dobbiamo trasformare la morte in una formula religiosa.
Dobbiamo piuttosto raccogliere la domanda che la sua morte consegna a noi vivi.
Che cosa resta di una persona quando tutto il resto finisce?
Restano i libri.
Restano le parole.
Restano le comunità.
Restano le case.
Restano i ricordi.
Ma soprattutto resta ciò che quella persona ha generato negli altri.

Se Enzo Bianchi ha lasciato qualcosa, è proprio questo: ha generato domande.
Ha insegnato a molti che si può essere cristiani senza smettere di pensare.
Che si può amare la Scrittura senza trasformarla in un’arma.
Che si può amare la Chiesa senza identificare la Chiesa con la gerarchia.
Che si può cercare Dio senza pretendere di possederlo.
Che si può essere credenti e contemporaneamente dialogare con chi crede diversamente o non crede affatto.
Che la fraternità non è uno slogan, ma una pratica quotidiana.
(fonte: La Chiesa che vorrei 01/09/2028)

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Vedi anche il post precedente:
Addio a Enzo Bianchi, il monaco che fondò Bose per dare “asilo” a chi cercava Dio (e il prossimo)


Addio a Enzo Bianchi, il monaco che fondò Bose per dare “asilo” a chi cercava Dio (e il prossimo)


Addio a Enzo Bianchi, il monaco che fondò Bose per dare “asilo” a chi cercava Dio (e il prossimo)

Un ritratto di Enzo Bianchi, morto il 1° settembre all'età di 83 anni ANSA

Aveva 83 anni. Biblista, scrittore e fondatore della Comunità di Bose, aveva scelto di restare laico: «Non ho mai sentito la vocazione a farmi prete». Ha segnato il dibattito ecclesiale italiano con una spiritualità aperta al dialogo e alle domande dell’uomo contemporaneo. Dalla solitudine degli inizi a Bose all’allontanamento dalla comunità, fino agli ultimi anni vissuti in fraternità nella Casa della Madia, una vita interamente dedicata alla ricerca di Dio e all’ascolto dell’altro

Prima ancora di diventare il fondatore di Bose, il monaco laico ascoltato dai Papi, il biblista capace di parlare tanto ai credenti quanto ai non credenti, ma anche il cuoco sopraffino e il saggista autore di best e long seller per le Edizioni San Paolo e per altri editori laici come Einaudi, Enzo Bianchi, morto martedì all’età di 83 anni all’ospedale Le Molinette di Torino dopo che le sue condizioni si erano aggravate negli ultimi giorni a causa di uno scompenso renale che lo aveva portato in coma metabolico, era un ragazzo dell’Astigiano che leggeva Lucrezio, Dostoevskij e la Bibbia e che, superati gli esami di terza media, al padre non chiese né una bicicletta né un vestito nuovo ma un orto.

È un dettaglio piccolo, quasi da libro Cuore, ma racconta molto dell’uomo che sarebbe diventato. Uno che ha sempre avuto bisogno della terra sotto i piedi, del lavoro delle mani, del silenzio e della lettura. Uno che ha scelto la vita monastica senza diventare sacerdote, ha fondato una comunità ecumenica, quella di Bose, quando ancora quella parola sembrava quasi una provocazione, ha dialogato con Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco e poi, alla fine, ha conosciuto anche la solitudine dell’uomo che viene allontanato dalla casa che ha costruito. «Se non avessi ore e ore di silenzio, sarei incapace di parlare e di scrivere», ripeteva spesso ed è forse la frase che più di tutte racconta Enzo Bianchi.

La madre morta quando aveva otto anni

Nato a Castel Boglione, in provincia di Asti, il 3 marzo 1943, Bianchi cresce in una famiglia povera. Il padre Giuseppe fa lo stagnino e, all’occorrenza, il barbiere. La madre Angela è malata di cuore: soffre di una patologia alla valvola mitralica e muore nel 1951, quando Enzo ha otto anni. «È stata molto dura quando è mancata, ho provato una grande solitudine», aveva ricordato in un'intervista, «quando era incinta di me molti le dicevano di abortire, ma lei mi ha voluto contro tutto e contro tutti. Durante la gravidanza era sempre a letto. Da piccolo sapevo che sarebbe morta dopo pochi anni e infatti se n’è andata quando io ero un bambino». A prendersi cura della sua crescita arrivano due figure che resteranno decisive: la maestra e la postina del paese. Gli insegnano il latino, gli fanno leggere Tolstoj, Dostoevskij e Mauriac, gli mettono tra le mani la Bibbia. E lo aiutano economicamente perché possa continuare a studiare. Bianchi cresce così: nella povertà ma dentro una straordinaria fame di libri: «Leggevo e sottolineavo ogni cosa», raccontava. E siccome intorno a lui non trovava interlocutori con cui confrontarsi, iniziò persino un corso per corrispondenza con Roma. Divorava Lucrezio, «compagno di strada meraviglioso» che avrebbe continuato a tenere sul comodino. Al liceo incontra Giovanni Boano, professore che gli insegna il russo perché possa leggere Dostoevskij nella lingua originale. È un ragazzo che cerca. Ancora non sa esattamente cosa, ma sa che non gli basta ciò che ha intorno.

Enzo Bianchi alla camera ardente del presidente di Slow Food Carlo Petrini a Pollenzo (Cuneo) il 23 maggio scorso (ANSA)

L’esperienza con l’Abbé Pierre

Alle superiori entra in Azione Cattolica. Pensa persino di fare carriera politica tra le fila della Democrazia cristiana. Gli dicono che nella Chiesa ci sono già troppi filosofi e professori e che servono economisti. Così arriva a Torino e si iscrive a Economia. Frequenta la Fuci, ma presto prende una strada autonoma. In quegli anni matura anche una domanda più radicale sulla fede e sulla vita.

A metà degli anni Sessanta va in Francia e vive per un periodo accanto all'Abbé Pierre, entrando in contatto con persone che la società aveva relegato ai margini: alcolizzati, ex carcerati, poveri, senzatetto: «Scrissi una lettera all’Abbé Pierre, lui mi rispose subito dicendomi che potevo raggiungerlo alla periferia di Rouen. Conservo ancora quella lettera. Sono andato di corsa e per alcuni mesi ho vissuto con gli “scarti” dei quali lui si prendeva cura: alcolizzati, ex detenuti, straccioni, furfanti. Ho indossato come loro i vestiti raccolti, mangiato le stesse cose, dormito negli stessi giacigli. Lì ho conosciuto un altro cristianesimo, radicalmente diverso dal mio di cattolico militante che doveva dare l’esempio, convertire, fare apostolato. Quell’esperienza mi insegnò il senso della carità intelligente, la carità di vicinanza, non quella militante e parolaia che avevo conosciuto fino ad allora». Non è un passaggio secondario. Bianchi impara che la fede, prima ancora di essere un discorso su Dio, è una prossimità concreta all'altro. E intanto comincia a capire che la sua strada non sarà quella del sacerdozio ministeriale.

«Non ho mai sentito la vocazione a farmi prete»

Bianchi rimarrà per tutta la vita un uomo profondamente legato alla Chiesa senza essere sacerdote. Una condizione che non considera una mancanza, ma una scelta precisa: «Mai sentita la vocazione. Il cardinal Pellegrino mi ha chiesto più volte se volevo ordinarmi prete, ma io sono sempre voluto restare un semplice laico come tutti», aveva raccontato. È uno degli elementi più originali della sua vita: Bianchi costruirà una delle esperienze monastiche e di frontiera più significative del cattolicesimo contemporaneo senza essere prete. La sua idea di vita comunitaria nasce proprio da qui: uomini e donne, celibi e sposati insieme. Una comunità di battezzati, laici e religiosi, cattolici e appartenenti ad altre confessioni cristiane, uniti dalla ricerca di Dio, dal lavoro, dalla preghiera e dall'ospitalità.

L’arrivo a Bose

Nel 1965 capita quasi per caso su quelle colline del Biellese dove c’è una piccola chiesa circondata da case abbandonate e qui decide di restare. Per tre anni vive praticamente solo. Non c’è elettricità, manca il frigorifero: il burro viene conservato nel pozzo dove l’acqua è più fresca. Ha una Vespa per andare in paese a comprare il necessario. Per guadagnare qualcosa traduce dal francese articoli di teologia. E mette una campana, che suona tre volte al giorno per scandire la preghiera.

Il padre non la prende bene: «Ogni famiglia è afflitta da un deficiente», sentenzia per marcare la distanza da quel figlio che voleva economista e, magari, politico e invece si ritrova a fare una vita quasi eremitica in una cascina semidiroccata senza acqua e luce. Poi, lentamente, arrivano altre persone. È così che nasce Bose: «Per i primi tre anni rimasi da solo poi nel ’68 cominciarono ad arrivare alcune persone spinte dalla curiosità perché volevano capire che cosa facessi e nacque la Comunità di Bose. Nel giro di qualche anno c’erano quasi cento persone».

Una comunità fondata sul lavoro, la preghiera e l'ospitalità

La regola è semplice e radicale. Bianchi guarda al monachesimo antico, in particolare alla tradizione basiliana e a san Pacomio. Tre sono i pilastri: «Dovevano essere persone semplici, laiche, non religiose, non preti, battezzate come tutti gli altri», spiegava, «uomini e donne che dovevano lavorare e non dipendere dalle offerte o dai finanziamenti e dunque liberi dalla Chiesa. Terzo aspetto fondamentale: dare ospitalità a chi lo chiedeva».

Bose diventa nel tempo una comunità conosciuta in tutto il mondo. Vi arrivano credenti di diverse confessioni cristiane, ma anche persone lontane dalla fede. «Tutti chiedono di essere ascoltati», osservava Bianchi. È forse questa la sua intuizione più moderna: prima ancora di convincere qualcuno, ascoltarlo.

Un ritratto di Enzo Bianchi (ANSA)

Il silenzio come forma di libertà

A Bose il silenzio non è una decorazione spirituale. È una disciplina. Dopo la campana delle otto di sera, i monaci rientrano nelle loro celle. Niente televisione, niente computer. Dodici ore di solitudine fino all’alba. «Il silenzio è il mezzo per entrare dentro sé», ripeteva lui a chi gli chiedeva cosa si facesse in Comunità. E aggiungeva una frase sorprendente: «Il monachesimo ti fa conoscere l’ateismo. Il nulla che a volte ci abita».

Bianchi non ha mai avuto paura di guardare anche dentro le zone oscure della fede. Per questo il suo cristianesimo è lontano dalle risposte facili. Quando gli hanno chiesto che cosa sia Dio nel momento estremo, ha risposto con una frase spiazzante: «Dio è una parola insufficiente e anche ambigua, che si presta a equivoci». Poi ha precisato: «Il mio non è il Dio di tutti, ma è il Dio di Gesù Cristo».

E ha indicato in Gesù il criterio decisivo: «Per noi cristiani Gesù ha spiegato e narrato Dio e ciò che egli non ci ha detto di Dio non va creduto», aveva detto in un’intervista a Repubblica

Il laico ascoltato dai Papi

La sua autorevolezza cresce ben oltre i confini di Bose. Bianchi diventa una voce ascoltata nella Chiesa e fuori dalla Chiesa. Predica nelle comunità cattoliche, protestanti e ortodosse, partecipa a conferenze, scrive libri e articoli.

Nel 2004 Giovanni Paolo II lo inserisce nella delegazione incaricata di restituire a Mosca l'icona della Madre di Dio di Kazan. Con Joseph Ratzinger, prima ancora che diventasse Benedetto XVI, nasce un rapporto che continuerà negli anni. Bianchi partecipa come esperto a due Sinodi dei vescovi, nel 2008 sulla Parola di Dio e nel 2012 sulla nuova evangelizzazione. Poi arriva Francesco, con il quale Bianchi racconta di avere avuto un rapporto «più umano, meno teologico».

Il dialogo con il mondo laico

Intanto, Enzo Bianchi coltiva un dialogo fitto con il mondo laico, senza rinunciare alla propria identità cristiana. È stato amico e interlocutore di intellettuali come lo psicoanalista Massimo Recalcati e ha scritto sulle pagine di quotidiani laici come Repubblica e La Stampa (sulla quale aveva una rubrica fissa nell’inserto Tuttolibri) e su quelli cattolici come Avvenire e Famiglia Cristiana. In questo confronto continuo tra fede e cultura contemporanea si è affermato come una delle voci più originali e riconoscibili del cattolicesimo italiano: capace di parlare alla Chiesa senza chiudersi alla società e di affrontare le domande dei non credenti senza annacquare il Vangelo e la parola di Gesù: «Tutti parlano di Dio, ma poi ognuno ne ha una propria immagine che spesso ne contraddice un’altra», aveva detto in un’intervista, «non è vero che tutte le vie conducono a Dio, anzi ce ne sono alcune che conducono a idoli falsi e pericolosi. Il mio non è il Dio di tutti, ma è il Dio di Gesù Cristo. Guardando a Cristo conosco Dio e tutto ciò che Cristo non mi ha narrato di lui io non lo credo».

Il fondatore che lascia Bose

Nel dicembre 2016 Bianchi annuncia le dimissioni. Dal 25 gennaio 2017 non è più alla guida della comunità che ha fondato. Racconterà di aver lasciato il timone in pace, quando si è accorto che le forze fisiche diminuivano.

Ma la vicenda non finisce lì. Nel 2020 la Santa Sede dispone il suo allontanamento da Bose. Nel decreto vengono contestati il suo modo di esercitare l’autorità e comportamenti ritenuti non conformi alla vita comunitaria.

È la parte più dolorosa della sua storia. L’uomo che aveva costruito una casa per accogliere gli altri si trova costretto, suo malgrado, a lasciarla. Nel 2021 si trasferisce a Torino. E anni dopo ammetterà senza reticenze tutto il rammarico per quest’epilogo: «La sofferenza c’è ma non mi ha destato rancore, amarezza, non mi ha scosso nella fede, non mi ha scosso nell’amore», aveva detto in un’intervista al mensile Vita Pastorale. Ma resta, nelle sue parole, l’enigma del “tradimento”, come lui lo evoca, da parte di persone vicinissime. È forse qui che il monaco del silenzio mostra la sua prova più difficile: non quella della solitudine cercata ma quella della solitudine subita.

A chi gli chiede come abbia fatto a non lasciarsi consumare dal rancore, Bianchi cita Bernardo di Chiaravalle: «L’amore basta a se stesso». E spiega: «Ciò che conta è avere amato, non conta se l’altro non ha ricambiato o ha tradito».

È una frase che sembra riassumere l'ultima stagione della sua vita. Bianchi ha conosciuto anche l'amore di coppia. Aveva vent’anni quando ebbe una fidanzata con cui rimase due anni. «Ci siamo amati molto per due anni. Poi però sono stato troppo assorbito dal mio ideale, dalla volontà di dar vita al mio sogno».

Non nasconde ciò che quella scelta gli è costata: «Avrei anche voluto figli. D’altronde l’essere umano è anche fatto di carne. Ma è andata così». Anche dopo Bose, la sua giornata conserva una struttura essenziale. Il canto del gallo prima dell’alba, la preghiera, la Scrittura, lo studio, l’orto, l'accoglienza delle persone: «Leggo, ma non so farlo per svago. Leggo per pensare, per godere della bellezza di una poesia o di un romanzo, ma sempre con uno scopo: imparare a vivere con gli altri».

È tornato così, in fondo, al ragazzo di Castel Boglione che aveva chiesto al padre un orto come premio per gli esami.

E anche il camminare era per lui una forma di preghiera laica: «Andare a piedi ti aiuta a contemplare. Ti aiuta a sviluppare l’attenzione alle cose e agli altri. Lo stupore. La curiosità».

Una nuova fraternità, ma non una nuova Bose

Dopo l’esperienza di Bose, tre anni fa, si trasferisce a Casa della Madia, nelle campagne tra Albiano e Ivrea, per vivere in fraternità con poche persone, tra cui alcuni amici e alcune persone che hanno lasciato Bose: «È una bella sfida a ottant’anni», diceva, «anche se non siamo in contrapposizione con nessuno e questa non sarà una nuova Bose perché la comunità ecumenica di Bose è come un figlio: una volta fatto non si può rifare».

Enzo Bianchi, del resto, ha sempre cercato di fare i conti con il tempo che passa. Ha scritto della vecchiaia, della solitudine, del discernimento, della fede, delle relazioni umane. Su tutto, resisteva tenace la sua ostinata fiducia nel fatto che una vita possa essere giudicata anche da ciò che ha saputo donare. Lui, che ha trascorso l'esistenza a parlare di Dio, sapeva bene che alla fine rimangono poche cose: le persone incontrate, quelle ascoltate, quelle amate. E il silenzio: «Ho lasciato la terra del Monferrato che ancora oggi amo e desidero, almeno come la terra che accoglierà il mio corpo quando sarò morto», aveva detto in una delle sue ultime interviste. Il ritorno alla terra, dove tutto era cominciato, certo, ma anche un’immagine evangelica di potente speranza perché, come ricorda il Vangelo, «se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo. Se invece muore produce molto frutto».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Antonio Sanfrancesco 01/08/2026)


Messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato 2026: “Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci” (Is 2,4)


Messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato 2026

“Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci” (Is 2,4)



“Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci” (Is 2,4) è il tema del Messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato 2026

La Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato ricorre il 1 settembre e segna l’inizio del Tempo del Creato, che si conclude il 4 ottobre, festa liturgica di San Francesco d’Assisi.

Il Messaggio del Santo Padre sottolinea il legame tra i conflitti armati e il deterioramento dell’ambiente. Un tale deterioramento costituisce, da un lato, una grave violazione del nostro dovere di prenderci cura del creato e, dall’altro, una minaccia a lungo termine per la vita di centinaia di milioni di persone.

Nel testo il Papa spiega che “l’interazione tra conflitti armati e degrado ambientale crea spesso un circolo vizioso che distrugge gli ecosistemi, contamina risorse essenziali come l’aria e l’acqua e mina la sicurezza alimentare. Il che alimenta povertà, disuguaglianza e nuove tensioni sociali, che possono contribuire, a loro volta, all’insorgere di ulteriori conflitti”.

“Per di più – continua il Pontefice - la guerra infligge ferite che danneggiano l’intero tessuto vitale” e “rivela un fallimento profondo nel vivere a immagine e somiglianza di Dio, nel rispettare la vita e nel prendersi cura della terra che ci è affidata”.

Pur rimarcando una responsabilità politica di fronte ai conflitti armati e alle crisi ambientali, Papa Leone XIV afferma che “le ferite della guerra e il degrado della terra sono profondamente legati alla condizione del cuore umano”, e sono pertanto “conseguenze di una crisi etica e culturale che include la perdita del senso del limite, il desiderio di dominio, la ricerca di profitto immediato e l’incapacità di riconoscere la dignità che Dio ha donato a ogni persona umana”.

In questa prospettiva il Santo Padre invoca “una conversione più profonda, sia personale che collettiva”, il rinnovamento dei cuori che apre nuove possibilità, e sottolinea che “la chiamata profetica a ‘forgiare le spade in vomeri’ (cfr Is 2,4) non è quindi solo un sogno per le nazioni, ma un appello rivolto a ogni persona”. Per tutti “è il cammino di un’autentica conversione ecologica, in cui gli effetti dell’incontro con Gesù Cristo si manifestano con evidenza nel rapporto con il mondo che ci circonda”.

L’auspicio del Papa, pertanto, è che “ciò che è stato usato per la distruzione” sia “reindirizzato verso la vita, per la cura dei poveri, il nutrimento degli affamati e la salvaguardia del creato”.

“Se assumeremo questo compito con umiltà e fede diventeremo collaboratori dell'opera di rinnovamento di Dio. Passeremo dal deserto al giardino, dalla divisione alla comunione, dalla violenza alla pace”.

“Immaginiamo un mondo – è l’orizzonte a cui ci richiama infine Leone XIV - in cui le energie attualmente impiegate nella guerra siano destinate allo sviluppo umano integrale, al superamento della povertà, alla difesa della dignità umana e alla riconciliazione tra i popoli divisi. Una visione del genere riflette la fede nell’avvento del Regno di Dio”.
(fonte: CEI 20/08/2026)

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Il testo integrale


MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
PAPA LEONE XIV
PER LA XI GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA
PER LA CURA DEL CREATO 2026

[1° settembre 2026]
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“Forgeranno le loro spade in vomeri
e le loro lance in falci” (Is 2,4)


Cari fratelli e sorelle,

nostro Signore Gesù Cristo è venuto nel mondo perché abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza (cfr Gv 10,10). Tale dono è al centro stesso della nostra missione di discepoli e della nostra vocazione comune a costruire una civiltà dell’amore. Mentre celebriamo questa Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, siamo invitati ancora una volta a contemplare il dono della vita e ad avere a cuore la terra che la sostiene, rendendo così concretamente lode al nostro Creatore.

Siamo testimoni, oggi, di varie crisi e di tanta sofferenza umana. Al tempo stesso, sembra che si stia accelerando la distruzione dell’equilibrio armonioso della creazione. Questi fenomeni non sono slegati; costituiscono un’unica invocazione di guarigione e di pace che sale da un mondo ferito.

Il Dio della vita, che si è rivelato in Gesù Cristo, offre una pace che il mondo non può dare: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (Gv 14,27). Essa non è né superficiale né fugace; scaturisce dall’amore perenne di Cristo e dalla sua cura per ogni persona umana.

Eppure questa promessa di pace è in netto contrasto con le realtà che vediamo in varie parti del mondo. Il profeta Isaia ha parlato di un tempo in cui le nazioni «spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri» (Is 2,4), trasformando ciò che distrugge la vita in qualcosa che la sostiene. Oggi, però, vediamo troppo spesso accadere l’esatto contrario, mentre gli sforzi continuano a essere orientati alla violenza e alla guerra.

La guerra produce ferite che vanno ben oltre il campo di battaglia. Miete vittime, lacera famiglie e costringe milioni di persone a lasciare le proprie case, alimentando paura, ingiustizia e divisione (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 77-82); lascia dietro di sé una distruzione sociale ed ecologica che dura per generazioni. L’interazione tra conflitti armati e degrado ambientale, inoltre, crea spesso un circolo vizioso che distrugge gli ecosistemi, contamina risorse essenziali come l’aria e l’acqua e mina la sicurezza alimentare. Il che alimenta povertà, disuguaglianza e nuove tensioni sociali, che possono contribuire, a loro volta, all’insorgere di ulteriori conflitti.

Per di più, la guerra infligge ferite che danneggiano l’intero tessuto vitale, colpendo non solo le singole persone e le comunità, ma anche la loro più ampia rete di relazioni con l’intera famiglia umana, e la loro armonia con il creato. Essa rivela un fallimento profondo nel vivere a immagine e somiglianza di Dio, nel rispettare la vita e nel prendersi cura della terra che ci è affidata. Non è solo un fallimento politico, ma anche morale e spirituale. Radicata in desideri distorti e in un uso sbagliato della libertà e del potere umani, la guerra si erge a contro-testimonianza del Vangelo della pace.

Le crisi menzionate richiedono, oltre che responsabilità, anche una conversione del cuore, che fruttifichi in una più profonda fedeltà a Dio, in amore reciproco e in rispetto per il dono del creato. Di fatto, le disarmonie che vediamo nel mondo, come la violenza, l’ingiustizia e il degrado ecologico, non sono semplicemente il risultato di sistemi o strutture imperfetti; essi «si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo» (ibid., 10). In realtà, è il cuore umano il luogo in cui si svolgono le lotte più profonde e in cui si rivela la nostra condizione decaduta. Esso, oltre che la sede delle emozioni, è il centro della persona, in cui convergono ragione, desiderio, volontà e coscienza. È lì che combattiamo con le voglie contraddittorie che ci abitano, amore e indifferenza, verità e illusione, giustizia e ingiustizia (cfr Gc 1,14-15). Le ferite della guerra e il degrado della terra, perciò, sono profondamente legati alla condizione del cuore umano. I conflitti che tormentano l’umanità sono per molti versi espressione esteriore di contrasti e divisioni interiori. Quando il cuore è traviato, le relazioni ne soffrono e le strutture che costruiamo cominciano a riflettere tale disordine.

Papa Benedetto XVI ci ha ricordato che «i deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi» (Omelia per l’Inizio del Ministero Petrino, 24 aprile 2005). Il che ci invita a riconoscere che, in qualche maniera, ciò che è spezzato attorno a noi lo è anche dentro di noi. Per questo motivo, per costruire una società pacifica, non dobbiamo solo riformare le strutture, ma anche rinnovare i nostri cuori. Le cause più radicali di conflitto e lo sfruttamento del creato sono conseguenze di una crisi etica e culturale che include la perdita del senso del limite, il desiderio di dominio, la ricerca di profitto immediato e l’incapacità di riconoscere la dignità che Dio ha donato a ogni persona umana.

La chiamata profetica a “forgiare le spade in vomeri” (cfr Is 2,4) non è quindi solo un sogno per le nazioni, ma un appello rivolto a ogni persona. Ci invita a trasformare ciò che è male in vita. Tuttavia questa trasformazione non può essere realizzata soltanto attraverso un cambiamento esteriore. Essa richiede, in cooperazione con la grazia di Dio, una conversione più profonda, sia personale che collettiva: un ritorno al Signore, che riporterà ordine nei nostri desideri, guarirà le nostre ferite e ci aiuterà a crescere nella virtù.

Senza questa trasformazione interiore, la pace rimane fragile e di breve durata. Ma dove i cuori si rinnovano, si cominciano ad aprire nuove possibilità. Ciò che è stato usato per la distruzione può essere reindirizzato verso la vita, per la cura dei poveri, il nutrimento degli affamati e la salvaguardia del creato. Questo è il cammino di un’autentica conversione ecologica, in cui gli effetti dell’incontro con Gesù Cristo si manifestano con evidenza nel rapporto con il mondo che ci circonda (cfr Francesco, Lett. enc. Laudato si’, 217). La pace, quindi, comincia nel cuore e si riflette all’esterno nelle nostre relazioni, nelle comunità e più ampiamente nel mondo.

Sebbene le sfide che ci attendono siano enormi, il Signore non ci lascia privi dei mezzi di guarigione e di trasformazione. Al posto delle armi da guerra, il Dio della pace ci dona la forza di guarire, riconciliare e costruire una civiltà dell’amore. In questo modo siamo chiamati a tutelare i molti “ecosistemi” che ci sono stati affidati: del creato, delle relazioni umane e del cuore stesso dell’uomo.

Immaginiamo un mondo in cui le energie attualmente impiegate nella guerra siano destinate allo sviluppo umano integrale, al superamento della povertà, alla difesa della dignità umana e alla riconciliazione tra i popoli divisi. Una visione del genere riflette la fede nell’avvento del Regno di Dio.

I veri strumenti per costruire la pace non sono le armi di distruzione, ma piuttosto la verità, il dialogo, la pazienza, la bontà, la giustizia, la misericordia, la comprensione, la cura e l’amore. Questi scaturiscono da cuori plasmati dal Vangelo e sostenuti dalla grazia di Dio. Solo queste qualità hanno il potere di trasformare gli individui, rinnovare le comunità e guarire le ferite del nostro mondo.

Cari fratelli e sorelle, il cammino che abbiamo davanti è chiaro, seppure non facile. Siamo chiamati a lasciare che i nostri cuori siano rinnovati, perché possiamo cercare la pace e prenderci cura del creato. La Scrittura ci raccomanda di custodire i nostri cuori, poiché è da essi che sgorga tutto ciò che facciamo (cfr Pr 4,23).

Se ci assumiamo questo compito con umiltà e fede, diventeremo collaboratori nell’opera di rinnovamento di Dio. Passeremo, lentamente ma inesorabilmente, dal deserto al giardino, dalla divisione alla comunione e dalla violenza alla pace.

Il Signore ci dia il coraggio di percorrere questa via, perché in questo nostro tempo le “spade” siano realmente “forgiate in vomeri”, la promessa del Vangelo si radichi più profondamente nel nostro mondo e la pace di Cristo regni su tutto il creato.

Dal Vaticano, 15 agosto 2026, Assunzione della B.V. Maria.

LEONE PP. XIV

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Vedi anche:
  • Sussidio per l'animazione liturgica-teologica-culturale
  • La Celebrazione Nazionale della 21ª Giornata per la Custodia del Creato, quest'anno è ospitata dalla diocesi di Savona-Noli nei giorni 12-13 settembre 2026
  • sito della diocesi di Savona-Noli
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O l’Europa riuscirà ad anteporre le persone ai confini, o dovrà smetterla di proclamarsi cristiana.

O l’Europa riuscirà ad anteporre le persone ai confini, o dovrà smetterla di proclamarsi cristiana. 
Padre Alex Zanotelli commenta il magistero di Leone XIV sui migranti


Non possiamo abituarci a contare i morti, la dignità umana non ha passaporto e non perde dignità quando attraversa una frontiera”. Queste le sferzanti parole di Papa Leone XIV durante la sua visita il 5 luglio a Lampedusa, preferendo cosi l’isola dove arrivano i migranti, alla festa dell’indipendenza degli USA, dove era stato ufficialmente invitato a partecipare il 4 luglio. Il Pontefice manda così un forte messaggio al suo paese di origine che si sta sempre più chiudendo su se stesso, con le razziste e criminali leggi di Trump, con le retate dei migranti ad opera degli agenti dell’ICE e con il tentativo di abolire lo Jus soli.”

Papa Leone ha voluto ricordare al popolo americano che sono stati i migranti ad aver plasmato il futuro della nazione. E al popolo italiano invece ha rammentato che non ci devono essere due Lampedusa. Non ci può essere una spiaggia per i turisti e una dove vengono relegate le persone che arrivano con i barconi.

Papa Leone è stato pungente anche con lUnione Europea che da poco ha votato il famigerato Migration Pact (Il Patto delle Migrazioni). È scandaloso che dopo aver votato questo Patto, i parlamentari della UE abbiano salutato l’approvazione del nuovo regolamento cantando: “Mandateli a casa!

A questa Europa, il Papa ricorda: I morti di questo mare sono vittime sia di decisioni prese sia di decisioni mancate. Il Mediterraneo è diventato Cimiterium Nostrum, come ripeteva Papa Francesco, dove sono sepolti circa centomila migranti!

E anche in questi giorni di agosto i migranti continuano ad annegare nel Mediterraneo, sempre per le politiche criminali della UE e del governo Meloni. Papa Leone a Rimini ha detto: “ Prima dei confini ci sono le persone. Il presidente del Consiglio mondiale delle Chiese, il vescovo luterano Bedfort Strohm ha rincarato la dose: “La querelle attuale è vergognosa perché per alcuni politici sembra contare solo quante persone hanno espulso. Dovrebbe valere l’opposto: il successo della politica dovrebbe essere quello di garantire a più persone possibili una vita dignitosa. Ciò a cui stiamo assistendo non ha nulla a che vedere con il cristianesimo.

O l’Europa riuscirà ad anteporre le persone ai confini, o dovrà smetterla di proclamarsi cristiana.

Contro queste politiche disumane e razziste, si terrà il Digiuno di giustizia in solidarietà con i migranti il 9 settembre , a Roma, in via di San Nicola de Cesarini (Largo Argentina) dalle ore 17.

Padre Alex Zanotelli a nome del Digiuno di giustizia in solidarietà con i migranti

(fonte: Faro di Roma 31/08/2026)

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Vedi anche: