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domenica 4 ottobre 2026

"Un cuore che ascolta - lev shomea" n° 48 - 2025/2026 - XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO anno A

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - anno A

Vangelo:
Mt 21,33-43

Senza soluzione di continuità con la pagina del Vangelo di Domenica scorsa, questa parabola - destinata ancora ai professionisti del sacro - è un richiamo alla storia di Israele e al suo rapporto d'amore con Dio. Il brano si rifà chiaramente al Cantico del profeta Isaia sulla vigna (Is 5,1-7) che narra l'intreccio tra la fedeltà di Dio e le innumerevoli infedeltà di Israele, tra i continui richiami di Dio alla fedeltà all'Alleanza e l'ostinato rifiuto del suo popolo. Contrariamente, però, a quanto accade nel Cantico, nella parabola narrata di Gesù nessuna responsabilità viene attribuita alla vigna, figura del popolo di Dio, ma agli agricoltori malvagi, i capi politici e religiosi di Israele. Agli infiniti gesti d'amore del Padre, risponde sempre un terribile crescendo di malvagità dei vignaioli, che viene riversata su coloro che li richiamano alla fedeltà, a produrre e a consegnare al Signore della vigna il frutto desiderato. Le Parole di Gesù sferzano e inchiodano coloro che hanno la responsabilità di coltivare la vigna, di far crescere il popolo «nel diritto e nella giustizia» (Os 2,21). E' l'invincibile sklerocardìa dell'uomo, la sua durezza di cuore, ai continui richiami del Padre alla fedeltà all'Alleanza liberamente stipulata. «Jahweh attendeva il diritto ed ecco spargimento di sangue; attendeva giustizia ed ecco, grida di oppressi»  (Is 5,7). La nuova comunità, invece, sarà formata da coloro che, riconoscendosi sempre bisognosi di misericordia, accoglieranno in Gesù il Figlio amato, «il primogenito di molti fratelli» (Rm 8,29), Gesù, eterno SI del Padre che vince il male con l'amore, annullando in se stesso i nostri deliri di morte.