Condividere la prosperità
per una società giusta e pacifica
di Gianrico Carofiglio
Tra giugno e agosto di quest’anno, secondo uno studio del Centro Studi Cipnes Gallura-UniOlbia, nelle acque della Gallura sono stati rilevati 3.176 superyacht, cioè imbarcazioni di almeno 24 metri, e il valore stimato di 291 di essi supera i 19 miliardi di dollari, circa 16,5 miliardi di euro al cambio medio del 2026.
Tanto per fornire un dato di paragone: la Campania, con 5,6 milioni di abitanti, riceve ogni anno dal Fondo sanitario nazionale circa 11,5 miliardi (dato del riparto 2023). Certo, il confronto è tra un patrimonio e una spesa annuale, ma restituisce un ordine di grandezza che aiuta a definire la questione. E la questione riguarda il paese in cui quegli yacht navigano, dove nello stesso momento ci sono persone che aspettano mesi per una visita specialistica nel servizio pubblico, bambini che non hanno nemmeno un pasto proteico al giorno e crescono in case sovraffollate e malsane, famiglie che a fine mese scelgono tra mangiare e riscaldare la casa.
Il superfluo legittimamente acquisito — lavorando e pagando le tasse — è, di per sé, un tema politicamente irrilevante. In una società in cui molti non hanno l’indispensabile, diventa però una questione politica in senso molto concreto: riguarda la tenuta delle istituzioni democratiche. Le società insopportabilmente ingiuste tendono a diventare violente e perdono la democrazia un pezzo alla volta, a vantaggio di forme di autoritarismo più o meno mascherate. Correggere la distribuzione delle risorse è dunque una condizione di sopravvivenza delle istituzioni libere, prima ancora che una questione di generosità o di rivalsa.
Ma chi decide che cos’è indispensabile? La domanda contiene un’insidia reale, perché ogni lista dell’indispensabile dipende dall’epoca e dalla cultura in cui viene compilata. L’elettricità era superflua nel 1820, la connessione a internet nel 1990, e il riscaldamento domestico è stato un lusso per larghe fasce della popolazione fino a pochi decenni fa. I confini si spostano, e ne segue che la lista proposta qui vale per la modernità avanzata e non per ogni tempo e ogni luogo.
Oggi rientrano tra gli indispensabili, a mio giudizio, il cibo sufficiente a mantenersi in salute e l’acqua potabile; un’abitazione stabile non sovraffollata, anche se piccola e semplice; la possibilità di alleviare le sofferenze che vengono dal freddo e dal caldo estremo; le cure mediche essenziali, comprese due che il dibattito pubblico tratta come secondarie, la salute mentale e le cure dentistiche. Per la psicoterapia nel servizio pubblico le attese sono spesso molto lunghe, e le cure odontoiatriche, salvo che per i minori e per le persone più vulnerabili, restano a carico dei cittadini, sicché chi non può permettersele rinuncia. Vi rientra un’istruzione che funzioni davvero, oltre all’accesso formale che sulla carta esiste: una scuola con insegnanti stabili e laboratori attrezzati nei quartieri ricchi, e con supplenti precari e aule cadenti in quelli poveri, non offre un servizio universale ma riproduce la disuguaglianza con l’avallo dello Stato. Vi rientra una connessione a internet, perché il lavoro, i servizi pubblici e la formazione passano ormai dal digitale, e un bambino senza connessione affidabile resta escluso da una parte crescente delle opportunità. Vi rientra la mobilità: in molte aree del paese il trasporto pubblico extraurbano è insufficiente, e chi non ha un’automobile non raggiunge il posto di lavoro, non accompagna i figli a scuola, non arriva al pronto soccorso quando l’urgenza non giustifica un’ambulanza. La geografia italiana trasforma la povertà economica in isolamento fisico.
Infine, ed è la voce più spesso dimenticata, la possibilità di partecipare alla vita collettiva senza la vergogna della povertà relativa. Il sociologo Peter Townsend ha definito poveri coloro che non possono permettersi le consuetudini e le attività ordinarie della propria società; Amartya Sen, discutendo la sua tesi, ha ricordato che già Adam Smith contava tra i bisogni la possibilità di presentarsi in pubblico senza doversene vergognare. Quella vergogna è spesso la forma più corrosiva del disagio sociale.
A questa lista va aggiunta una condizione che non è un bene né un servizio: la possibilità che la famiglia e il luogo in cui si nasce non decidano il futuro di una persona. È ciò che chiamiamo ascensore sociale. Perché funzioni, non basta che tutti possano formalmente andare a scuola: occorre che abbiano concrete possibilità di migliorare la propria condizione economica.
Va detto che il primo studio (pubblicato nel 2022) condotto sulle dichiarazioni dei redditi di genitori e figli, quello di Acciari, Polo e Violante, descrive un’Italia meno immobile di quanto indicassero le stime precedenti. L’indicatore misura quanto la posizione dei figli nella distribuzione del reddito dipenda dalla posizione dei genitori: più il valore è alto, più forte è il legame e minore la mobilità sociale. L’Italia registra 0,22, contro 0,18 della Danimarca e 0,34 degli Stati Uniti. La mobilità italiana risulta dunque leggermente inferiore a quella danese ma superiore a quella statunitense. Le disuguaglianze di partenza restano comunque decisive: su cento figli nati nel 20 per cento delle famiglie più povere, soltanto undici arrivano nel 20 per cento più ricco; su cento figli nati nel 20 per cento delle famiglie più ricche, trentatré vi rimangono anche da adulti. Inoltre, la mobilità è molto più forte nel Nord del paese. Conta dunque da chi si nasce, e conta – moltissimo – anche dove.
Negli ultimi quarant’anni si è consolidata una retorica che separa il superfluo da ogni responsabilità collettiva. Qualunque etichetta le si dia, l’operazione è sempre la stessa: presentare la disuguaglianza come il risultato naturale, anzi auspicabile, del libero dispiegarsi del merito individuale. In questa narrazione, chi ha molto lo merita; chi ha poco, invece, non si è impegnato abbastanza, ha fatto scelte sbagliate o non ha saputo cogliere le occasioni che un sistema aperto e neutrale metteva a disposizione di tutti. La ricchezza diventa il premio della virtù; la povertà, la conseguenza del vizio o almeno dell’inadeguatezza.
Michael Sandel, ne La tirannia del merito, mostra che questa ideologia ha un intollerabile costo morale: produce nei vincitori una presunzione di superiorità che non hanno titolo a nutrire e nei perdenti un’umiliazione che non hanno motivo di provare, perché il fallimento viene trattato come colpa personale e non come effetto di condizioni strutturali. Così il sistema si protegge: chi sta in basso si chiede che cosa abbia sbagliato lui o lei, non perché le cose funzionino in quel modo.
In questo contesto va letta la resistenza viscerale a ogni forma di redistribuzione. L’espressione “invidia sociale”, usata di routine per liquidare qualunque proposta di tassare i grandi patrimoni, ne è la versione più efficace: converte una questione di giustizia in una questione di psicologia e la delegittima senza doverne discutere gli argomenti.
Vale la pena guardare da vicino la parola. Redistribuire significa distribuire di nuovo, e l’obiezione conservatrice sfrutta proprio quel prefisso: lascia intendere che esista una prima distribuzione — quella del mercato — giusta in quanto spontanea, e che ogni intervento pubblico la alteri. Ma quella prima distribuzione dipende già da regole sui contratti, sulla proprietà, sulle successioni e sul fisco: regole che qualcuno ha scritto e che si possono riscrivere. In questo senso, ogni sistema fiscale è redistributivo. Può esserlo in modo equo o, più spesso, iniquo. Può aggravare le ingiustizie oppure, al contrario, mettere in moto meccanismi sani ed etici di equità, dignità e prosperità condivisa.
(Fonte: “La Stampa” - 30 settembre 2026)