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giovedì 3 agosto 2023

VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA FRANCESCO IN PORTOGALLO PER LA XXXVII GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ 2 - 6 AGOSTO 2023 - 3° - Vespri con vescovi, clero, consacrati/e, seminaristi e operatori pastorali: Sulla barca della Chiesa ci dev’essere spazio per tutti (cronaca, testi, foto e video)

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN PORTOGALLO
IN OCCASIONE DELLA
XXXVII GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ

2 - 6 AGOSTO 2023

Mercoledì, 2 agosto 2023

LISBONA

16:45 Incontro con il primo Ministro nella Nunziatura Apostolica
17:30 Vespri con i Vescovi, i Sacerdoti, i Diaconi, i Consacrati, le Consacrate, i Seminaristi e gli Operatori Pastorali nel “Mosteiro dos Jerónimos”

VESPRI CON I VESCOVI, I SACERDOTI, I DIACONI,
I CONSACRATI, LE CONSACRATE, I SEMINARISTI E GLI OPERATORI PASTORALI

“Mosteiro dos Jerónimos” (Lisbona)






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Gmg, il presidente dei vescovi al Papa:
la Chiesa come casa degli esclusi del mondo

All'inizio della celebrazione dei Vespri a Lisbona con i rappresentanti del clero e dei religiosi, le parole di benvenuto al Papa di monsignor José Ornelas Carvalho: ci sentiamo interpellati dall'invito "ad aprirci alla gioia del Vangelo" per generare "una società giusta e fraterna"

L'abbraccio tra Papa Francesco e il presidente dei vescovi portoghesi José Ornelas Carvalho

È monsignor José Ornelas Carvalho, presidente della Conferenza Episcopale portoghese e vescovo di Leiria-Fatima, a rivolgere nella serata del 2 agosto, il saluto di benvenuto a Papa Francesco a nome di tutta la Chiesa che è in Portogallo e dei partecipanti alla celebrazione dei Vespri che conclude questa prima giornata del Papa nel Paese iberico. Nel Mosteiro dos Jerónimos hanno preso posto i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, le consacrate e i consacrati, i seminaristi e gli operatori pastorali. Monsignor Carvalho ringrazia Francesco per la sua presenza a questa Gmg, perché “questo convenire di giovani, segnato dall'incontro con Cristo, li porti a capire e sognare lo stesso sogno di Dio trovando vie di gioiosa, generosa e innovatrice partecipazione nella Chiesa e in tutta l’umanità”.

In cammino per una Chiesa e una società fraterna


Questa è anche un’occasione, prosegue il presidente dei vescovi del Portogallo, per manifestare la comunione e l’adesione di tutta la comunità ecclesiale locale al magistero svolto da Francesco. “Ci sentiamo toccati e interpellati particolarmente dal suo invito ad aprirci alla 'gioia del Vangelo', nella sua semplicità e universalità, che generi una Chiesa e una società giusta e fraterna, dove sono 'tutti fratelli e sorelle'. Ci stimola - afferma ancora - anche il suo appello per una 'Chiesa in uscita' che offra a tutti gli esclusi dal mondo - con particolare attenzione al dramma dei rifugiati - segni evangelici di presenza, sollecitudine e cura, a cominciare dalla cura della Terra che Dio ci ha offerto come 'casa comune dell'umanità'.

La preghiera per Papa Francesco

Il presule fa quindi riferimento al percorso sinodale che contiene tutte queste sollecitazioni e che anche la Chiesa in Portogallo ha intrapreso impegnandosi “nel cammino di trasformazione pastorale, nella comunione fraterna, nella partecipazione attiva e nell’uscita missionaria dalle nostre comunità”. Monsignor Carvalho assicura infine al Papa la continua preghiera per chiedere al Signore per lui salute, luce e gioia. “Chiediamo tutti - conclude - la benedizione di Dio su di lei, affinché possa continuare a benedirci nel suo Nome e ad essere una benedizione per il nostro mondo”.
(fonte: Vatican News, articolo di Adriana Masotti 02/08/2023)

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OMELIA DEL SANTO PADRE


Cari fratelli Vescovi,
cari sacerdoti e diaconi, consacrate, consacrati e seminaristi,
cari operatori pastorali, fratelli e sorelle, buonasera!

Sono felice di essere tra voi per vivere insieme a tanti giovani la Giornata Mondiale della Gioventù, ma anche per condividere il vostro cammino ecclesiale, le vostre fatiche e le vostre speranze. Ringrazio Monsignor José Ornelas Carvalho per le parole che mi ha rivolto; desidero pregare con voi perché, come ha detto, possiamo diventare, insieme ai giovani, audaci nell’abbracciare “il sogno di Dio e nel trovare vie per una partecipazione gioiosa, generosa e trasformatrice, per la Chiesa e per l’umanità”. E questo non è uno scherzo, è un programma.

Mi sono immerso nella bellezza del vostro Paese, terra di passaggio tra il passato e il futuro, luogo di antiche tradizioni e di grandi cambiamenti, impreziosito da valli rigogliose e da spiagge dorate affacciate sulla sconfinata bellezza dell’oceano, che costeggia il Portogallo. Ciò mi riporta al contesto della prima chiamata dei discepoli, che Gesù chiamò sulle rive del Mare di Galilea. Vorrei soffermarmi su questa chiamata, che evidenzia quanto abbiamo appena ascoltato nella Lettura breve dei Vespri: il Signore ci ha salvati e ci ha chiamati non in base alle nostre opere, ma secondo la sua grazia (cfr 2Tm 1,9). Questo è accaduto nella vita dei primi discepoli quando Gesù, passando, «vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti» (Lc 5,2). Gesù allora salì sulla barca di Simone e, dopo aver parlato alle folle, cambiò la vita di quei pescatori invitandoli a prendere il largo e a gettare le reti. Notiamo subito un contrasto: da una parte, i pescatori scendono dalla barca per lavare le reti, cioè per pulirle, conservarle bene e tornare a casa; dall’altra parte, Gesù sale sulla barca e invita a gettare di nuovo le reti per la pesca. Risaltano le differenze: i discepoli scendono, Gesù sale; loro vogliono conservare le reti, Lui vuole che si gettino nuovamente in mare per la pesca.

Anzitutto, ci sono i pescatori che scendono dalla barca per lavare le reti. Questa è la scena che si presenta agli occhi di Gesù e Lui si ferma proprio lì. Aveva da poco iniziato la sua predicazione nella sinagoga di Nazaret, ma i suoi compaesani lo avevano cacciato fuori dalla città e avevano persino cercato di ucciderlo (cfr Lc 4,28-30). Allora Egli esce dal luogo sacro e inizia a predicare la Parola tra la gente, sulle strade dove le donne e gli uomini del suo tempo faticano ogni giorno. A Cristo interessa portare la vicinanza di Dio proprio nei luoghi e nelle situazioni in cui le persone vivono, lottano, sperano, talvolta stringendo tra le mani fallimenti e insuccessi, proprio come quei pescatori che nella notte non avevano preso nulla. Gesù guarda con tenerezza Simone e i suoi compagni che, stanchi e amareggiati, lavano le loro reti, compiendo un gesto ripetitivo, automatico, ma anche affaticato e rassegnato: non restava che tornare a casa a mani vuote.

A volte, nel nostro cammino ecclesiale, si può provare una stanchezza simile. Stanchezza. Qualcuno diceva: “Temo la stanchezza dei buoni”. Una stanchezza quando ci sembra di stringere tra le mani solo delle reti vuote. È un sentimento piuttosto diffuso nei Paesi di antica tradizione cristiana, attraversati da molti cambiamenti sociali e culturali e sempre più segnati dal secolarismo, dall’indifferenza nei confronti di Dio, da un crescente distacco dalla pratica della fede – e qui c’è il pericolo che entri la mondanità –. E ciò è spesso accentuato dalla delusione o dalla rabbia che alcuni nutrono nei confronti della Chiesa, talvolta per la nostra cattiva testimonianza e per gli scandali che ne hanno deturpato il volto, e che chiamano a una purificazione umile e costante, a partire dal grido di dolore delle vittime, sempre da accogliere e da ascoltare. Ma, quando ci si sente scoraggiati – e ciascuno di voi pensi in quale momento ha provato scoraggiamento –, il rischio è quello di scendere dalla barca, restando impigliati nelle reti della rassegnazione e del pessimismo. Invece, abbiamo fiducia che Gesù continua a tendere la mano, a sostenere la sua amata Sposa. Portiamo al Signore le nostre fatiche e le nostre lacrime, per poi affrontare le situazioni pastorali e spirituali confrontandoci con apertura di cuore e sperimentando insieme qualche nuova via da seguire. Quando ci scoraggiamo, più o meno consapevolmente, ci mettiamo “in pensione”, in pensione dallo zelo apostolico, lo andiamo perdendo e ci trasformiamo in funzionari del sacro. È molto triste quando una persona che ha consacrato la sua vita a Dio si trasforma in funzionario, in mero amministratore delle cose. È molto triste.

Infatti, appena gli apostoli scendono a lavare gli strumenti utilizzati, Gesù sale sulla barca e poi invita a gettare di nuovo le reti. Nel momento dello scoraggiamento, del “pensionamento”, lasciamo che Gesù salga di nuovo sulla barca, con la speranza dei primi tempi, quella speranza che dev’essere ravvivata, riconquistata, ri-editata. Lui viene a cercarci nelle nostre solitudini e nelle nostre crisi per aiutarci a ricominciare. La spiritualità del ricominciare. Non abbiate paura. Così è la vita: cadere e ricominciare, stancarsi e ricevere di nuovo la gioia. Ricevere la mano da Gesù. Anche oggi passa sulle rive dell’esistenza per risvegliare la speranza e dire anche a noi, come a Simone e gli altri: «Prendi il largo e gettate le reti per la pesca» (Lc 5,4). E quando si perde la speranza, ci vengono mille giustificazioni per non gettare le reti; ma soprattutto quella rassegnazione amara, che è come un verme che guasta l’anima. Fratelli e sorelle, quello che viviamo è certamente un tempo difficile, lo sappiamo, ma il Signore oggi chiede a questa Chiesa: “Vuoi scendere dalla barca e sprofondare nella delusione, oppure farmi salire e permettere che sia ancora una volta la novità della mia Parola a prendere in mano il timone? Tu, sacerdote, consacrato, consacrata, vescovo, vuoi solo conservare il passato che hai alle spalle oppure gettare nuovamente con entusiasmo le reti per la pesca?”. Ecco cosa ci domanda il Signore: di risvegliare l’inquietudine per il Vangelo.

Quando ci si abitua e ci si annoia e la missione si trasforma in una specie di “impiego”, è il momento di dare spazio alla seconda chiamata di Gesù, che ci chiama di nuovo, sempre. Ci chiama per farci camminare, ci chiama per rifarci di nuovo. Non abbiate paura di questa seconda chiamata di Gesù. Non è un’illusione, è Lui che viene a bussare alla porta. E possiamo dire che questa è l’inquietudine “buona”, quando ci lasciamo attrarre dalla seconda chiamata di Gesù, quell’inquietudine buona che l’immensità dell’oceano consegna a voi portoghesi: spingersi oltre la riva non per conquistare il mondo – né per pescare baccalà –, ma per allietarlo con la consolazione e la gioia del Vangelo. In quest’ottica si possono leggere le parole di un vostro grande missionario, Padre António Vieira, chiamato “Paiaçu”, padre grande: egli diceva che Dio vi ha dato una piccola terra per nascere ma, facendovi affacciare sull’oceano, vi ha dato il mondo intero per morire: «Per nascere, poca terra; per morire, tutta la terra: per nascere, Portogallo; per morire, il mondo» (A. Vieira, Omelie, Vol. III, Tomo VII, Porto 1959, p. 69). Gettare di nuovo le reti e abbracciare il mondo con la speranza del Vangelo: a questo siamo chiamati! Non è tempo di fermarsi, non è tempo di arrendersi, non è tempo di ormeggiare la barca a riva o di guardarsi indietro; non dobbiamo fuggire questo tempo perché ci spaventa e rifugiarci in forme e stili del passato. No, questo è il tempo di grazia che il Signore ci dà per avventurarci nel mare dell’evangelizzazione e della missione.

Per farlo, però, abbiamo anche bisogno di compiere delle scelte. Vorrei indicarvi tre scelte, ispirate al Vangelo.

Anzitutto, prendere il largo. La magnanimità. Non siate pusillanimi! Prendere il largo. Per gettare nuovamente le reti in mare, bisogna lasciare la riva delle delusioni e dell’immobilismo, prendere le distanze da quella tristezza dolciastra e da quel cinismo ironico che a volte ci assalgono dinanzi alle difficoltà. Tristezza dolciastra, cinismo ironico. Esaminiamo la coscienza su questo. Recuperare la speranza, ma una seconda edizione della speranza, la speranza matura, la speranza che viene dopo il fallimento o la stanchezza, Non è facile recuperare la speranza adulta. Bisogna farlo per passare dal disfattismo alla fede, come Simone che, pur avendo faticato a vuoto tutta la notte, dice: «Sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5). Ma, per fidarsi ogni giorno del Signore e della sua Parola, non bastano le parole, occorre tanta preghiera. E qui vorrei farvi una domanda, ma ciascuno risponda dentro di sé: come prego io? Come un pappagallo, bla, bla, bla, o facendo la siesta davanti al Tabernacolo perché non so come parlare con il Signore? Prego? Come prego? Solo in adorazione, solo davanti al Signore si ritrovano il gusto e la passione per l’evangelizzazione. È interessante: la preghiera di adorazione l’abbiamo perduta; e tutti, sacerdoti, vescovi, consacrate, consacrati devono recuperarla: rimanere in silenzio davanti al Signore. Madre Teresa, coinvolta in tante cose della vita, mai ha tralasciato l’adorazione, nemmeno nei momenti in cui la sua fede vacillava e si domandava se era tutto vero o no. Momenti di oscurità, che ha passato anche Teresina di Gesù Bambino. Allora, nella preghiera, si supera la tentazione di portare avanti una “pastorale della nostalgia e dei lamenti”. In un convento c’era una monaca – questo è accaduto realmente – che si lamentava di tutto, e non so che nome avesse, ma le monache le cambiarono il nome e la chiamavano “Suor lamentela”. Quante volte le nostre impotenze, le nostre delusioni le trasformiamo in lamentele! E abbandonando queste lamentele si riprende un’altra volta la forza per prendere il largo, senza ideologie, senza mondanità. La mondanità spirituale che entra in noi e dalla quale si genera il clericalismo. Clericalismo non solo dei preti: i laici clericalizzati sono peggio dei preti. Quel clericalismo che ci rovina. E, come diceva un gran maestro spirituale, questa mondanità spirituale – che provoca il clericalismo – è uno dei mali più gravi che possono capitare alla Chiesa. Superare queste difficoltà senza ideologie, senza mondanità, animati da un unico desiderio: che il Vangelo raggiunga tutti. Avete tanti esempi su questa strada e, visto che siamo immersi tra i giovani, mi piace ricordare un giovane di Lisbona, San João de Brito – era un ragazzo di qui –, che secoli fa, fra tante difficoltà, partì per l’India e cominciò a parlare e vestirsi allo stesso modo di chi incontrava pur di annunciare Gesù. Anche noi siamo chiamati a immergere le nostre reti nel tempo che viviamo, a dialogare con tutti, a rendere comprensibile il Vangelo, anche se per farlo possiamo rischiare qualche tempesta. Come i giovani che da tutto il mondo vengono qui a sfidare le onde giganti, anche noi andiamo al largo senza paura; non temiamo di affrontare il mare aperto, perché in mezzo alla tempesta e ai venti contrari ci viene incontro Gesù, che dice: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!” (Mt 14,27)». Quante volte abbiamo fatto questa esperienza? Ognuno risponda dentro di sé. E se non l’abbiamo fatta, è perché qualcosa è andato storto durante la tempesta.

Una seconda scelta: portare avanti insieme la pastorale, tutti insieme. Nel testo Gesù affida a Pietro il compito di prendere il largo, ma poi parla al plurale, dicendo «gettate le reti» (Lc 5,4): Pietro guida la barca, ma sulla barca ci sono tutti e tutti sono chiamati a calare le reti. Tutti. E quando prendono una grande quantità di pesci, non pensano di farcela da soli, non gestiscono il dono come possesso e proprietà privata ma, dice il Vangelo, «fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli» (Lc 5,7). Così riempirono di pesci due barche. Uno significa solitudine, chiusura, pretesa di autosufficienza, due significa relazione. La Chiesa è sinodale, è comunione, aiuto reciproco, cammino comune. A questo tende il Sinodo in corso, che avrà il suo primo momento assembleare nel prossimo ottobre. Sulla barca della Chiesa ci dev’essere spazio per tutti: tutti i battezzati sono chiamati a salirvi e a gettare le reti, impegnandosi in prima persona nell’annuncio del Vangelo. E non dimenticate questa parola: tutti, tutti, tutti. Mi tocca molto il cuore, quando devo dire come aprire prospettive apostoliche, quel passo del Vangelo in cui la gente non va alla festa di nozze del figlio ed è tutto preparato. E che cosa dice il padrone, il padrone della festa cosa dice? “Andate ai crocicchi e portate qui tutti, tutti, tutti: sani, malati, piccoli e grandi, buoni e peccatori. Tutti”. La Chiesa non sia una dogana, per selezionare chi entra e chi no. Tutti, ciascuno con la sua vita sulle spalle, coi suoi peccati, così com’è, davanti a Dio, così com’è davanti alla vita… Tutti, tutti. Non mettiamo dogane nella Chiesa. Tutti. È una grande sfida, specialmente nei contesti in cui i sacerdoti e i consacrati sono affaticati perché, mentre aumentano le esigenze pastorali, sono sempre di meno. A questa situazione, però, possiamo guardare come un’occasione per coinvolgere, con slancio fraterno e sana creatività pastorale, i laici. Le reti dei primi discepoli, allora, diventano un’immagine della Chiesa, che è una “rete di relazioni” umane, spirituali e pastorali. Se non c’è dialogo, se non c’è corresponsabilità, se non c’è partecipazione, la Chiesa invecchia. Lo vorrei dire così: mai un Vescovo senza il proprio presbiterio e il Popolo di Dio; mai un prete senza i confratelli; e tutti insieme – sacerdoti, religiose, religiosi e fedeli laici – come Chiesa, mai senza gli altri, mai senza il mondo. Senza mondanità, ma non senza il mondo. Nella Chiesa ci si aiuta, ci si sostiene a vicenda e si è chiamati a diffondere anche fuori un clima di fraternità costruttivo. D’altronde, San Pietro scrive che siamo le pietre vive impiegate per la costruzione di un edificio spirituale (cfr 1 Pt 2,5). Vorrei aggiungere: voi fedeli portoghesi siete anche una “calçada”, siete le pietre pregiate di quel pavimento accogliente e splendente su cui il Vangelo ha bisogno di camminare: neanche una pietra può mancare, altrimenti si nota subito. Ecco la Chiesa che, con l’aiuto di Dio, siamo chiamati a costruire!

Infine, terza scelta: diventare pescatori di uomini. Non abbiate paura. Questo non è fare proselitismo, è annunciare il Vangelo che interpella. In questa immagine così bella di Gesù, essere pescatori di uomini, Egli affida ai discepoli la missione di prendere il largo nel mare del mondo. Spesso, nella Scrittura, il mare è associato al luogo del male e delle potenze avverse che gli uomini non riescono a dominare. Perciò, pescare le persone e tirarle fuori dall’acqua significa aiutarle a risalire da dove sono sprofondate, salvarle dal male che rischia di farle affogare, risuscitarle da ogni forma di morte. Questo però senza proselitismo, ma con amore. E uno dei segni che alcuni movimenti ecclesiali stanno andando male è il proselitismo. Quando un movimento ecclesiale o una diocesi, o un vescovo, o un prete, o una suora, o un laico fa proselitismo, questo non è cristiano. Cristiano è invitare, accogliere, aiutare, ma senza proselitismo. Il Vangelo, infatti, è un annuncio di vita nel mare della morte, di libertà nei gorghi della schiavitù, di luce nell’abisso delle tenebre. Come afferma Sant’Ambrogio, «gli strumenti della pesca apostolica sono come le reti: infatti le reti non fanno morire chi vi è preso, ma lo conservano in vita, lo traggono dagli abissi alla luce» (Exp. Luc. IV, 68-79). Ci sono tante oscurità nella società di oggi, anche qui in Portogallo, da tutte le parti. Abbiamo la sensazione che sia venuto a mancare l’entusiasmo, il coraggio di sognare, la forza di affrontare le sfide, la fiducia nel futuro; e, intanto, navighiamo nelle incertezze, nella precarietà soprattutto economica, nella povertà di amicizia sociale, nella mancanza di speranza. A noi, come Chiesa, è affidato il compito di immergerci nelle acque di questo mare calando la rete del Vangelo, senza puntare il dito, senza accusare, ma portando alle persone del nostro tempo una proposta di vita, quella di Gesù: portare l’accoglienza del Vangelo, invitare alla festa, in una società multiculturale; portare la vicinanza del Padre nelle situazioni di precarietà, di povertà che crescono, soprattutto tra i giovani; portare l’amore di Cristo dove la famiglia è fragile e le relazioni sono ferite; trasmettere la gioia dello Spirito dove regnano demoralizzazione e fatalismo. Un vostro scrittore ha scritto: «Per arrivare all’infinito, e credo che ci si possa arrivare, abbiamo bisogno di un porto, di uno soltanto, sicuro, e da lì partire verso l’Indefinito» (F. Pessoa, Livro do Desassossego, Lisboa 1998, 247). Sogniamo la Chiesa portoghese come un “porto sicuro” per chiunque affronta le traversate, i naufragi e le tempeste della vita!

Cari fratelli e sorelle: tutti, laici, religiosi, religiose, sacerdoti, vescovi, tutti, tutti, non abbiate paura, gettate le reti. Non vivete accusando: “questo è peccato, questo non è peccato”. Vengano tutti, poi parliamo, ma che sentano prima l’invito di Gesù e poi viene il pentimento, dopo viene la vicinanza di Gesù. Per favore, non fate diventare la Chiesa una dogana: qua si entra, i giusti, quelli che sono a posto, quelli che sono sposati bene, e là fuori tutti gli altri. No. La Chiesa non è questo. Giusti e peccatori, buoni e cattivi, tutti, tutti, tutti. E poi, che il Signore ci aiuti a risolvere la questione. Ma tutti. Vi ringrazio di cuore, fratelli e sorelle, per questo ascolto – che sarà stato noioso! –, vi ringrazio per ciò che fate, per l’esempio, soprattutto l’esempio nascosto, e per la costanza, l’alzarsi ogni giorno per ricominciare o continuare ciò che si è incominciato. Come dite voi: Muito obrigado! Per quello che fate… E vi affido alla Madonna di Fatima, alla custodia dell’angelo del Portogallo e alla protezione dei vostri grandi santi, specialmente, qui a Lisbona, di Sant’Antonio, instancabile apostolo – che si son rubati quelli di Padova –, ispirato predicatore, discepolo del Vangelo attento ai mali della società e pieno di compassione per i poveri: che Sant’Antonio interceda per voi e vi doni la gioia di una nuova pesca miracolosa. Poi mi racconterete. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie!

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Francesco incontra a Lisbona 
un gruppo di vittime di abusi del clero

Nella Nunziatura apostolica, il Papa ha ricevuto 13 persone accompagnate da alcuni rappresentanti delle istituzioni ecclesiastiche locali incaricate della tutela dei minori. L'incontro, caratterizzato da "un clima di intenso ascolto", durato oltre un'ora e concluso intorno alle 20.15. A febbraio la Chiesa lusitana ha diffuso il report della Commissione indipendente per lo studio degli abusi del clero e rafforzato il suo impegno contro questa piaga


È durato più di un'ora e si è svolto "in un clima di intenso ascolto" l'incontro di Papa Francesco di mercoledì sera con un gruppo di 13 persone, vittime di abusi da parte di membri del clero portoghese. Lo rende noto la Sala Stampa vaticana, spiegando che l'incontro - ultimo appuntamento della prima giornata in Portogallo - si è svolto "al termine degli incontri istituzionali e con la Chiesa" e si è concluso poco dopo le 20.15. Il Papa ha ricevuto il gruppo nella Nunziatura apostolica di Lisbona, sua residenza in questi giorni del 42.mo viaggio apostolico per la Gmg. Ad accompagnare le vittime c'erano anche alcuni rappresentanti delle istituzioni della Chiesa portoghese incaricate della tutela dei minori e nel contrasto di questa piaga della Chiesa. Uno degli "scandali" che ne "deturpano il volto", a cui il Papa ha fatto riferimento durante i Vespri con il clero locale nel Mosteiro dos Jeronimos.

Il report della Chiesa del Portogallo

Risale allo scorso febbraio la pubblicazione a Lisbona del rapporto finale della Commissione indipendente (CI) per lo studio degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa cattolica in Portogallo che ha convalidato 512 testimonianze, su un totale di 564 ricevute, relative a casi avvenuti tra il 1950 e il 2022. Il rapporto era stato annunciato dal Consiglio Permanente della Conferenza episcopale portoghese (Cep) durante una riunione online del dicembre 2022. In quella stessa occasione si dava notizia di una assemblea straordinaria dei vescovi del Paese iberico, il 3 marzo 2023, volta ad analizzare lo studio sugli abusi della Commissione indipendente.

Plenarie a Fatima

L'assemblea si è svolta a Fatima e ha visto i presuli impegnarsi per "raddoppiare gli sforzi" per contrastare questi crimini in seno alla Chiesa. A tal fine il vescovo José Ornelas, presidente della CEP, aveva annunciato un coinvolgimento delle varie diocesi e istituzioni religiose, insieme a vescovi diocesani e superiori maggiori. La Conferenza episcopale portoghese ha poi assicurato il sostegno "spirituale, psicologico e psichiatrico" alle vittime di abusi sessuali alle "strutture esistenti" nella Chiesa e annunciato in una nota che i vescovi avrebbero dato un "segno visibile" del loro impegno nei confronti delle vittime organizzando "un memoriale durante la Giornata Mondiale della Gioventù".

Un Consiglio permanente della CEP si era poi riunito sempre a Fatima, a metà aprile scorso, per ribadire gli impegni presi dalla Chiesa perché "i comportamenti e gli atteggiamenti del passato non si ripetano". Il 20 aprile, si era poi svolta una Giornata nazionale di preghiera per le vittime di abusi sessuali, abusi di potere e abusi di coscienza nella Chiesa; i vescovi avevano annunciato anche la creazione di un Gruppo di accompagnamento per l'accompagnamento delle vittime di abusi, presieduto dalla psicologa Rute Agulhas.
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 02/08/2023)

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VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA FRANCESCO IN PORTOGALLO PER LA XXXVII GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ 2 - 6 AGOSTO 2023 - 2° - Arrivo e accoglienza a Lisbona - Incontro con le Autorità: Io sogno un’Europa che spenga focolai di guerra e accenda luci di speranza (cronaca, testi, foto e video)

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN PORTOGALLO
IN OCCASIONE DELLA
XXXVII GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ

2 - 6 AGOSTO 2023

Mercoledì, 2 agosto 2023

LISBONA

10:00 Arrivo alla Base Aerea di Figo Maduro a Lisbona
10:00 Accoglienza ufficiale
10:45 Cerimonia di benveuto all'ingresso principale del “Palácio Nacional de Belém”
11:15 Visita di cortesia al Presidente della Repubblica nel “Palácio Nacional de Belém”
12:15 Incontro con le Autorità, con la Società Civile e con il Corpo Diplomatico nel Centro Culturale di Belém

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Con un anticipo di circa quindici minuti rispetto all’orario previsto, alle 9.43 locali (le 10.43 in Italia), Francesco è atterrato alla base aerea di Figo Maduro, a Lisbona, dove si apre il suo 42.mo viaggio internazionale, il secondo in Portogallo - la prima volta nel maggio del 2017 per il centenario delle Apparizioni della Madonna di Fatima - e dove Francesco condividerà con il milione di ragazzi attesi nel Paese la 37.ma Giornata mondiale della Gioventù.


L'accoglienza in aeroporto

Ad accogliere il Papa, a bordo dell’aereo, il nunzio apostolico in Portogallo, monsignor Ivo Scapolo; ai piedi del velivolo, oltre a due bimbi, Margarida e Josè, in abito tradizionale con mazzi di fiori, il presidente della Repubblica, Marcelo Rebelo de Sousa. 


Dopo la guardia d’onore, il Papa e il presidente si sono recati nella Vip lounge, nell’hangar, dove è avvenuta la presentazione delle due delegazioni, portoghese e vaticana, e dove il Pontefice si è poi trattenuto con Rebelo de Sousa, che il Papa ha incontrato di nuovo nel Palazzo Nazionale di Belém, residenza ufficiale del capo dello Stato, per la cerimonia di benvenuto e la visita di cortesia.

L'entusiasmo di giovani e abitanti lungo le strade di Lisbona

Lungo i quasi sette chilometri che separano la base aerea dal Palazzo presidenziale, tantissimi giovani di tutti i Paesi del mondo e molti abitanti di Lisbona hanno atteso per ore il passaggio del corteo papale, ma il traffico delle grandi arterie della capitale portoghese non si è completamente fermato. Nel piazzale di Rua de Belém, dove si è svolta la cerimonia di benvenuto. Anche qui migliaia di giovani, soprattutto latinoamericani e portoghesi, assiepati con le loro bandiere intorno al monumento ad Alfonso de Albuquerque, secondo governatore delle Indie portoghesi.

L'entusiasmo dei giovani latinoamericani alla Gmg di lisbona, ai piedi del monumento ad Alfonso de Albuquerque, 
davanti all'ingresso del palazzo presidenziale di Belem

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L’arrivo di Papa Francesco in Portogallo per la visita al Paese in occasione della Gmg


Pellegrino di speranza a Lisbona città dell’incontro

«Pellegrino di speranza in Portogallo, prego» che «Lisbona, città dell’incontro, ispiri ad affrontare insieme le grandi questioni dell’Europa e del mondo»: nella frase scritta sul libro d’onore del Palazzo presidenziale Francesco ha sintetizzato il senso del suo 42° viaggio internazionale, iniziato con l’arrivo nella capitale portoghese in occasione della Giornata mondiale della gioventù. Durante il primo discorso della visita, quello alle autorità, alla società civile e al corpo diplomatico, il Pontefice ha approfondito quali siano le succitate “grandi questioni” che interessano il vecchio continente dove «in un frangente tempestoso, si avverte la mancanza di rotte coraggiose di pace». Preoccupato nel leggere «che in tanti luoghi si investono continuamente fondi sulle armi anziché sul futuro dei figli», Francesco ha confidato in proposito: «Io sogno un’Europa, cuore d’Occidente, che metta a frutto il suo ingegno per spegnere focolai di guerra e accendere luci di speranza; un’Europa che sappia ritrovare il suo animo giovane, sognando la grandezza dell’insieme e andando oltre i bisogni dell’immediato; un’Europa che includa popoli e persone, senza rincorrere teorie e colonizzazioni ideologiche».

Un auspicio affidato soprattutto alle nuove generazioni: in questa Gmg, ha detto, «giovani provenienti da tutto il mondo, che coltivano i desideri dell’unità, della pace e della fraternità, ci provocano a realizzare i loro sogni di bene. Non sono nelle strade a gridare rabbia, ma a condividere la speranza del Vangelo».

Nel pomeriggio presso la nunziatura apostolica, il Pontefice incontra il presidente dell’Assemblea della Repubblica e il Primo ministro, dopodiché guida la recita dei vespri con i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i consacrati, le religiose, i seminaristi e gli operatori pastorali nel Mosteiro dos Jerónimos.
(fonte: L'Osservatore Romano 02/08/2023)

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INCONTRO CON LE AUTORITÀ, CON LA SOCIETÀ CIVILE E CON IL CORPO DIPLOMATICO





DISCORSO DEL SANTO PADRE

Centro Culturale di Belém (Lisbona)
Mercoledì, 2 agosto 2023


Signor Presidente della Repubblica,
Signor Presidente dell’Assemblea della Repubblica,
Signor Primo Ministro,
Membri del Governo e del Corpo diplomatico,
Autorità, Rappresentanti della società civile e del mondo della cultura,
Signore e Signori!

Vi saluto cordialmente e ringrazio il Signor Presidente per l’accoglienza e per le cortesi parole che mi ha rivolto – è molto accogliente il Presidente, grazie! Sono felice di essere a Lisbona, città dell’incontro che abbraccia vari popoli e culture e che diventa in questi giorni ancora più universale; diventa, in un certo senso, la capitale del mondo, la capitale del futuro, perché i giovani sono futuro. Ciò ben si adatta al suo carattere multietnico e multiculturale – penso al quartiere Mouraria, dove vivono in armonia persone provenienti da più di sessanta Paesi – e rivela il tratto cosmopolita del Portogallo, che affonda le radici nel desiderio di aprirsi al mondo e di esplorarlo, navigando verso orizzonti nuovi e più vasti.

Non lontano da qui, a Cabo da Roca, è scolpita la frase di un grande poeta di questa città: «Aqui… onde a terra se acaba e o mar começa» (L. Vaz de Camões, Os Lusíadas, VIII). Per secoli si credeva che lì vi fosse il confine del mondo, e in un certo senso è vero: ci troviamo ai confini del mondo perché questo Paese confina con l’oceano, che delimita i continenti. Lisbona ne porta l’abbraccio e il profumo. Mi piace associarmi a quanto amano cantare i portoghesi: «Lisboa tem cheiro de flores e de mar» (A. Rodrigues, Cheira bem, cheira a Lisboa, 1972). Un mare che è molto più di un elemento paesaggistico, è una chiamata impressa nell’animo di ogni portoghese: «mar sonoro, mar sem fundo, mar sem fin» l’ha chiamato una poetessa locale (S. de Mello Breyner Andresen, Mar sonoro). Davanti all’oceano, i portoghesi riflettono sugli immensi spazi dell’anima e sul senso della vita nel mondo. E anch’io, lasciandomi trasportare dall’immagine dell’oceano, vorrei condividere alcuni pensieri.

Secondo la mitologia classica, Oceano è figlio del cielo (Urano): la sua vastità porta i mortali a guardare in alto e a elevarsi verso l’infinito. Ma, al contempo, Oceano è figlio della terra (Gea) che abbraccia, invitando così ad avvolgere di tenerezza l’intero mondo abitato. L’oceano, infatti, non collega solo popoli e Paesi, ma terre e continenti; perciò Lisbona, città dell’oceano, richiama all’importanza dell’insieme, a pensare i confini come zone di contatto, non come frontiere che separano. Sappiamo che oggi le grandi questioni sono globali, eppure spesso sperimentiamo l’inefficacia nel rispondervi proprio perché davanti a problemi comuni il mondo è diviso, o per lo meno non abbastanza coeso, incapace di affrontare unito ciò che mette in crisi tutti. Sembra che le ingiustizie planetarie, le guerre, le crisi climatiche e migratorie corrano più veloci della capacità, e spesso della volontà, di fronteggiare insieme tali sfide.

Lisbona può suggerire un cambio di passo. Qui nel 2007 è stato firmato l’omonimo Trattato di riforma dell’Unione Europea. Esso afferma che «l’Unione si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli» (Trattato di Lisbona che modifica il Trattato sull’Unione Europea e il Trattato che istituisce la Comunità europea, art. 1,4/2.1); ma va oltre, asserendo che «nelle relazioni con il resto del mondo […] contribuisce alla pace, alla sicurezza, allo sviluppo sostenibile della Terra, alla solidarietà e al rispetto reciproco tra i popoli, al commercio libero ed equo, all’eliminazione della povertà e alla tutela dei diritti umani» (art. 1,4/2.5). Non sono solo parole, ma pietre miliari per il cammino della comunità europea, scolpite nella memoria di questa città. Ecco lo spirito dell’insieme, animato dal sogno europeo di un multilateralismo più ampio del solo contesto occidentale.

Secondo un’etimologia discussa, il nome Europa deriverebbe proprio da una parola che indica la direzione di occidente. È certo invece che Lisbona è la capitale più a ovest dell’Europa continentale. Essa richiama dunque la necessità di aprire vie di incontro più vaste, come il Portogallo già fa, soprattutto con Paesi di altri continenti accomunati dalla stessa lingua. Auspico che la Giornata Mondiale della Gioventù sia, per il “vecchio continente” - possiamo dire l’“anziano” continente -, un impulso di apertura universale, cioè un impulso di apertura che lo renda più giovane. Perché di Europa, di vera Europa, il mondo ha bisogno: ha bisogno del suo ruolo di pontiere e di paciere nella sua parte orientale, nel Mediterraneo, in Africa e in Medio Oriente. Così l’Europa potrà apportare, all’interno dello scenario internazionale, la sua specifica originalità, delineatasi nel secolo scorso quando, dal crogiuolo dei conflitti mondiali, fece scoccare la scintilla della riconciliazione, inverando il sogno di costruire il domani con il nemico di ieri, di avviare percorsi di dialogo, percorsi di inclusione, sviluppando una diplomazia di pace che spenga i conflitti e allenti le tensioni, capace di cogliere i segnali di distensione più flebili e di leggere tra le righe più storte.

Nell’oceano della storia, stiamo navigando in un frangente tempestoso e si avverte la mancanza di rotte coraggiose di pace. Guardando con accorato affetto all’Europa, nello spirito di dialogo che la caratterizza, verrebbe da chiederle: verso dove navighi, se non offri percorsi di pace, vie creative per porre fine alla guerra in Ucraina e ai tanti conflitti che insanguinano il mondo? E ancora, allargando il campo: quale rotta segui, Occidente? La tua tecnologia, che ha segnato il progresso e globalizzato il mondo, da sola non basta; tanto meno bastano le armi più sofisticate, che non rappresentano investimenti per il futuro, ma impoverimenti del vero capitale umano, quello dell’educazione, della sanità, dello stato sociale. Preoccupa quando si legge che in tanti luoghi si investono continuamente fondi sulle armi anziché sul futuro dei figli. E questo è vero. Mi diceva l’economo, alcuni giorni fa, che il migliore reddito di investimenti è nella fabbricazione di armi. Si investe più sulle armi che sul futuro dei figli. Io sogno un’Europa, cuore d’Occidente, che metta a frutto il suo ingegno per spegnere focolai di guerra e accendere luci di speranza; un’Europa che sappia ritrovare il suo animo giovane, sognando la grandezza dell’insieme e andando oltre i bisogni dell’immediato; un’Europa che includa popoli e persone con la loro propria cultura, senza rincorrere teorie e colonizzazioni ideologiche. E questo ci aiuterà a pensare ai sogni dei padri fondatori dell’Unione europea: questi sognavano alla grande!

L’oceano, immensa distesa d’acqua, richiama le origini della vita. Nel mondo evoluto di oggi è divenuto paradossalmente prioritario difendere la vita umana, messa a rischio da derive utilitariste, che la usano e la scartano: la cultura dello scarto della vita. Penso a tanti bambini non nati e anziani abbandonati a se stessi, alla fatica di accogliere, proteggere, promuovere e integrare chi viene da lontano e bussa alle porte, alla solitudine di molte famiglie in difficoltà nel mettere al mondo e crescere dei figli. Verrebbe anche qui da dire: verso dove navigate, Europa e Occidente, con lo scarto dei vecchi, i muri col filo spinato, le stragi in mare e le culle vuote? Verso dove navigate? Dove andate se, di fronte al male di vivere, offrite rimedi sbrigativi e sbagliati, come il facile accesso alla morte, soluzione di comodo che appare dolce, ma in realtà è più amara delle acque del mare? E penso a tante leggi sofisticate sull’eutanasia.

Lisbona, abbracciata dall’oceano, ci dà però motivo di sperare, è città della speranza. Un oceano di giovani si sta riversando in quest’accogliente città; e io vorrei ringraziare per il grande lavoro e il generoso impegno profusi dal Portogallo per ospitare un evento così complesso da gestire, ma fecondo di speranza. Come si dice da queste parti: «Accanto ai giovani, uno non invecchia». Giovani provenienti da tutto il mondo, che coltivano i desideri dell’unità, della pace e della fraternità, giovani che sognano ci provocano a realizzare i loro sogni di bene. Non sono nelle strade a gridare rabbia, ma a condividere la speranza del Vangelo, la speranza della vita. E se da molte parti oggi si respira un clima di protesta e insoddisfazione, terreno fertile per populismi e complottismi, la Giornata Mondiale della Gioventù è occasione per costruire insieme. Rinverdisce il desiderio di creare novità, di prendere il largo e navigare insieme verso il futuro. Vengono in mente alcune parole ardite di Pessoa: «Navigare è necessario, vivere non è necessario […]; quello che serve è creare» (Navegar é preciso). Diamoci dunque da fare con creatività per costruire insieme! Immagino tre cantieri di speranza in cui possiamo lavorare tutti uniti: l’ambiente, il futuro, la fraternità.

L’ambiente. Il Portogallo condivide con l’Europa tanti sforzi esemplari per la protezione del creato. Ma il problema globale rimane estremamente serio: gli oceani si surriscaldano e i loro fondali portano a galla la bruttezza con cui abbiamo inquinato la casa comune. Stiamo trasformando le grandi riserve di vita in discariche di plastica. L’oceano ci ricorda che la vita dell’uomo è chiamata ad armonizzarsi con un ambiente più grande di noi, che va custodito, va custodito con premura, pensando alle giovani generazioni. Come possiamo dire di credere nei giovani, se non diamo loro uno spazio sano per costruire il futuro?

Il futuro è il secondo cantiere. E il futuro sono i giovani. Ma tanti fattori li scoraggiano, come la mancanza di lavoro, i ritmi frenetici in cui sono immersi, l’aumento del costo della vita, la fatica a trovare un’abitazione e, ancora più preoccupante, la paura di formare famiglie e mettere al mondo dei figli. In Europa e, più in generale, in Occidente, si assiste a una fase discendente della curva demografica: il progresso sembra una questione riguardante gli sviluppi della tecnica e gli agi dei singoli, mentre il futuro chiede di contrastare la denatalità e il tramonto della voglia di vivere. La buona politica può fare molto in questo, può essere generatrice di speranza. Essa, infatti, non è chiamata a detenere il potere, ma a dare alla gente il potere di sperare. È chiamata, oggi più che mai, a correggere gli squilibri economici di un mercato che produce ricchezze, ma non le distribuisce, impoverendo di risorse e certezze gli animi. È chiamata a riscoprirsi generatrice di vita e di cura, a investire con lungimiranza sull’avvenire, sulle famiglie e sui figli, a promuovere alleanze intergenerazionali, dove non si cancelli con un colpo di spugna il passato, ma si favoriscano i legami tra giovani e anziani. Questo dobbiamo riprenderlo: il dialogo tra giovani e anziani. A questo richiama il sentimento della saudade portoghese, la quale esprime una nostalgia, un desiderio di bene assente, che rinasce solo a contatto con le proprie radici. I giovani devono trovare le proprie radici negli anziani. In tal senso è importante l’educazione, che non può solo impartire nozioni tecniche per progredire economicamente, ma è destinata a immettere in una storia, a consegnare una tradizione, a valorizzare il bisogno religioso dell’uomo e a favorire l’amicizia sociale.

L’ultimo cantiere di speranza è quello della fraternità, che noi cristiani impariamo dal Signore Gesù Cristo. In tante parti del Portogallo il senso del vicinato e la solidarietà sono molto vivi. Però, nel contesto generale di una globalizzazione che ci avvicina, ma non ci dà la prossimità fraterna, tutti siamo chiamati a coltivare il senso della comunità, a partire dalla ricerca di chi ci abita accanto. Perché, come notò Saramago, «ciò che dà il vero senso all’incontro è la ricerca, e bisogna fare molta strada per raggiungere ciò che è vicino» (Todos os nomes, 1997). Com’è bello riscoprirci fratelli e sorelle, lavorare per il bene comune lasciando alle spalle contrasti e diversità di vedute! Anche qui ci sono d’esempio i giovani che, con il loro grido di pace e la loro voglia di vita, ci portano ad abbattere i rigidi steccati di appartenenza eretti in nome di opinioni e credo diversi. Ho saputo di tanti giovani che qui coltivano il desiderio di farsi prossimi; penso all’iniziativa Missão País, che porta migliaia di ragazzi a vivere nello spirito del Vangelo esperienze di solidarietà missionaria nelle zone periferiche, specialmente nei villaggi all’interno del Paese, andando a trovare molti anziani soli, e questo è un’ “unzione” per la gioventù. Vorrei ringraziare e incoraggiare, accanto ai tanti che nella società portoghese si occupano degli altri, la Chiesa locale, che fa tanto bene, lontana dalla luce dei riflettori.

Fratelli e sorelle, sentiamoci tutti insieme chiamati, fraternamente, a dare speranza al mondo in cui viviamo e a questo magnifico Paese. Deus abençoe Portugal!

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VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA FRANCESCO IN PORTOGALLO PER LA XXXVII GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ 2 - 6 AGOSTO 2023 - 1° - Il saluto a un gruppo di giovani e di nonni a Santa Marta - Partenza in aereo da Roma/Fiumicino per Lisbona - Saluto ai giornalisti sull'aereo - La lettera di Pablo, morto a 21 anni: non sarò alla Gmg, ma sono vicino dal Cielo (cronaca, testi, foto e video)

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN PORTOGALLO
IN OCCASIONE DELLA
XXXVII GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ

2 - 6 AGOSTO 2023


Mercoledì, 2 agosto 2023

ROMA - LISBONA
7:50 Partenza in aereo dall’Aeroporto Internazionale di Roma/Fiumicino per Lisbona
10:00 Arrivo alla Base Aerea di Figo Maduro a Lisbona

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Il Papa partito per Lisbona per la Gmg: 
una gioia ritrovarmi con i giovani del mondo

Papa Francesco è partito per Lisbona, dove già da giorni lo attende oltre un milione di giovani dei cinque continenti per celebrare con lui la XXXVII Giornata Mondiale della Gioventù, inaugurata il 1° agosto. Nella capitale del Portogallo il Papa resterà fino a domenica 6. L’airbus sul quale viaggia, un A320neo della Ita Airways ad impatto ambientale zero CO2, è decollato alle ore 8 dall’aeroporto di Fiumicino che il Pontefice ha raggiunto a bordo di un'utilitaria nera, accolto dal sindaco di Fiumicino e da altre autorità locali.

Papa Francesco stringe la mano al sindaco di Fiumicino

Il saluto a un gruppo di giovani e di nonni a Santa Marta

Prima della partenza, Francesco, come ormai consuetudine, ha salutato nella sua residenza di Casa Santa Marta un gruppo di persone accompagnate dal cardinale elemosiniere Konrad Krajewski. Si tratta questa volta, come informa una nota della Sala Stampa vaticana, di una quindicina persone, tra cui "alcuni giovani, ragazze e ragazzi, che stanno vivendo un periodo in una comunità di recupero, e che quindi sono impossibilitati a partecipare alla Giornata Mondiale della Gioventù". Presenti con loro tre nonni con i loro nipoti. "Questo incontro, come anche la Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani appena celebrata - evidenzia la Sala Stampa vaticana - sottolinea il legame tra le generazioni, che possono sostenersi reciprocamente e apprendere le une dalle altre".


A bordo dell'aereo con il Pontefice per questo suo 42.mo viaggio apostolico sono presenti il seguito, una settantina di giornalisti di testate internazionali e l’equipaggio. L’atterraggio alla Base Aerea di Figo Maduro è previsto dopo poco più di tre ore, con una differenza di fuso di un’ora indietro rispetto a Roma. 

Francesco sale a bordo dell'Airbus che lo porta a Lisbona

Il telegramma al presidente italiano Mattarella

Nel momento di lasciare il territorio italiano, Papa Francesco ha inviato al presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, il consueto telegramma nel quale condivide la "gioia di ritrovarmi con i giovani provenienti da ogni parte del mondo" ed esprime l'auspicio che questi stessi giovani "spinti dalla fede e desiderosi di 'alzarsi e mettersi in cammino', attingano forza dall'incontro con Cristo e siano incoraggiati nella ricerca della verità e del senso della vita". Il Papa si dice "certo di condividere tale speranza" con il presidente, tramite il quale invia un "cordiale saluto" a tutti gli italiani accompagnato dall'"orante augurio di pace e prosperità".

Pronta la risposta di Mattarella che, in un messaggio, scrive al Papa: "Il viaggio apostolico in occasione della XXXVII Giornata Mondiale della Gioventù rappresenta un’occasione straordinaria di incontro con tantissimi giovani provenienti da ogni parte del mondo, che testimonieranno nell’amicizia e nella fede la fiducia nel futuro e la volontà di costruire un mondo più inclusivo e solidale. Le rivolgo, Santità, il mio affettuoso pensiero unitamente alle espressioni della più profonda considerazione".

I telegrammi a Francia e Spagna

Sorvolando la Francia e la Spagna, il Papa ha inviato due telegrammi rispettivamente al presidente francese Emmanuel Macron e a re Felipe VI di Spagna. Al popolo francese il Pontefice ha inviato "i saluti di buon auspicio", insieme alle "preghiere per la pace e il benessere della nazione"; mentre ai cittadini spagnoli ha assicurato "un ricordo nelle mie preghiere" e ha invocato sul Paese "le benedizioni di Dio Onnipotente per la serenità e la gioia".
(fonte: Vatican News 02/08/2023)

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Francesco sull’aereo verso Lisbona:
dalla Gmg ritornerò ringiovanito
Il Papa ha salutato, come consuetudine, i giornalisti di testate internazionali che lo accompagnano nel 42.mo viaggio apostolico. Con loro ha ricordato che si tratta della quarta Giornata Mondiale della Gioventù che vive dalla prima a Rio de Janeiro nel 2013: “Continuiamo a fare chiasso”



“Sembra che ci siano più di un milione di giovani" a Lisbona per la Gmg, "tornerò ringiovanito”. Queste le parole di Papa Francesco sul volo che lo ha condotto a Lisbona, condivise con gli oltre 70 giornalisti di varie testate internazionali che lo seguono in questo 42.mo viaggio apostolico. “Grazie tante per questa compagnia e per questo lavoro, adesso cercherò di salutarvi uno ad uno”, ha detto loro il Pontefice.

La quarta Gmg

Il viaggio, al via oggi 2 agosto fino a domenica 6, cade a pochi giorni dal decimo anniversario della sua prima trasferta internazionale, quella a Rio de Janeiro, nel luglio 2013, pochi mesi dopo l’elezione. Anche in quel caso, l’occasione era una Giornata Mondiale della Gioventù; Francesco ha poi vissuto quella di Cracovia nel 2016 e Panama nel 2019. Ora una nuova Gmg. "Questa è la quarta, continuiamo a fare chiasso", ha detto il Pontefice ai giornalisti che ha salutato uno per uno, alcuni dei quali gli hanno consegnato dei doni.

I saluti con i giornalisti

Ai cronisti polacchi che gli domandavano quali saranno i prossimi viaggi, Francesco ha risposto: "Mi piacerebbe tornare", in riferimento, appunto, al viaggio di sette anni fa in Polonia. Quanto alla indagine avviata dalla Santa Sede sui casi di abusi in Perù, Papa Francesco ha assicurato: "Andiamo avanti".
(fonte: Vatican News 02/08/2023)

Il saluto ai giornalisti sull'aereo diretto a Lisbona
Guarda il video

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Al Papa la lettera di Pablo, morto a 21 anni:
non sarò alla Gmg, ma sono vicino dal Cielo

Il giovane spagnolo è scomparso il 15 luglio scorso a causa del sarcoma di Ewing, dal quale era affetto da quando aveva 16 anni. Prima di morire è entrato nell’ordine carmelitano “in articulo mortis”. La sua lettera, in cui racconta gli alti e bassi della malattia e condivide la sua testimonianza di fede, consegnata al Papa sul volo verso Lisbona dalla corrispondente di Radio Cope, Eva Fernández

Pablo Alonso con i suoi genitori

Che alla Gmg di Lisbona non sarebbe riuscito ad andare Pablo lo sapeva. Il sarcoma di Ewing, tumore che si sviluppa a qualsiasi età e in ogni parte del corpo, non gli aveva dato alcuna speranza. Non sapeva, però, Pablo se nei giorni in cui il Papa avrebbe incontrato nella capitale portoghese migliaia di giovani per l’evento mondiale, sarebbe stato ancora vivo o già in Cielo, vicino a Colui che definiva l’“Amato", Gesù, che “mi ha dato tanto, mi ha consolato tanto, mi ha reso così felice!”.

In Cielo facendo "lìo"

Lo scriveva Pablo stesso in una lettera oggi consegnata a Papa Francesco: “Non so se, quando riceverà questa lettera, potrò accompagnarvi nella preghiera, o se Dio, nella sua infinita misericordia, mi avrà già chiamato. In tal caso, spero che Egli mi permetta di darvi una mano - e tanto meglio - dal Cielo, facendo ‘lìo’ e festa, come giustamente dite voi”.

Morto da carmelitano

Pablo Alonso María de la Cruz Hidalgo è morto il 15 luglio scorso. È morto da carmelitano, entrato nell’Ordine “in articulo mortis”, pronunciando i voti nella sua stanza all’Hospital Clínico di Salamanca. Una risposta, la consacrazione religiosa, a quell’“ardore” dato dalla fede che diceva di sentire in ogni fibra del suo corpo debilitato da sei anni dalla malattia. La sua storia - che per certi versi ricorda quella di un altro giovane appassionato di Cristo, Carlo Acutis – è in queste ore di volo verso Lisbona nelle mani del Papa, grazie a Eva Fernández, nota corrispondente dell’emittente spagnola Radio Cope, che in ogni viaggio apostolico si distingue per la particolare scelta dei regali da consegnare a Francesco.

Pablo, morto a 21 anni
Il ricordino per il funerale

Questa volta è più di un regalo, è la testimonianza di vita e di fede di un ragazzo messa nera su bianco da lui stesso lucidamente e serenamente. La stessa lucidità e la stessa serenità con le quali Pablo ha progettato il ricordino per il suo funerale: una croce fiorita con sopra la scritta “Un Albero della Vita eterna, un segno di speranza perché lì riposa l’autore della Vita”.
La malattia diagnosticata a 16 anni

A Pablo, nato il 26 luglio 2001 a Salamanca, il sarcoma di Ewing era stato diagnosticato all’età di 16 anni. Un periodo di durissime prove, durante il quale, tuttavia, il ragazzo raccontava di aver sentito la chiamata di Dio alla vita consacrata e di aver iniziato a pregare soprattutto per la conversione dei giovani: “Perché conoscano l'amore di Dio, manifestato in Gesù nell'Eucaristia, e per l'unità della Chiesa”.

Il ricordino del funerale

L'incontro con Cristo

Nella lettera scritta al Papa raccontava gli anni della malattia: “Sono consapevole che tutto ha una ragione nel piano di Dio. Tra alti e bassi, giorni migliori e peggiori, e con molta purificazione attraverso la malattia, oggi guardo la mia vita e posso confessare che sono stato e sono felice”. “Ho scoperto - affermava ancora il giovane - che il centro della mia vita non è la malattia, ma Cristo. Come ho detto ai miei amici, alla mia famiglia, ai miei fratelli carmelitani: ‘Attraverso la sofferenza nella malattia ho incontrato Dio, e attraverso la morte nella malattia andrò a Lui. E per questo Lo ringrazio’”.

In preghiera, dall'ospedale o dal Cielo

In un’altra parte della missiva consegnata al Papa, Pablo scriveva che gli sarebbe piaciuto tanto partecipare “alla Gmg di Lisbona con lei e con tanti giovani di tutto il mondo”. “So per esperienza – si legge - che nessuno può spegnere il fuoco interiore che può avere un giovane innamorato di Gesù. Prego il Signore che questo fuoco dell’amore di Dio arda a Lisbona, e come vorrei che i giovani conoscessero Gesù, il mio Amato! Mi ha dato tanto, mi ha consolato tanto, mi ha reso così felice! Fisicamente sono senza forze, ma la comunione dei santi mi permetterà di partecipare con voi in modo più profondo e non meno vicino”.
(fonte: Vatican News, articolo di Salvatore Cernuzio 02/08/2023)

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Giovani a Lisbona in attesa del Papa


mercoledì 2 agosto 2023

GMG Lisbona - Don Ciotti e il card. Zuppi alla Festa degli italiani per incontrare i ragazzi che cambieranno il futuro

GMG Lisbona.
 
Don Ciotti e il card. Zuppi alla Festa degli italiani
per incontrare i ragazzi che cambieranno il futuro


“Ansiosi, disorientati e carichi di domande, sono così i 65.000 ragazzi arrivati qui in Portogallo e a cui parlerò alla Festa degli italiani. Desiderano la nostra attenzione e soprattutto di accogliere le loro fragilità”. Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera, è stato accolto – riferisce Agenpress – da un coro da stadio al suo ingresso a Casa Italia. Ogni anno il sacerdote torinese va nelle scuole e in giro per il mondo dove si sono sviluppati progetti e aperte strutture, incontrando migliaia di ragazzi che hanno tuti una richiesta comune “chiedono ad adulti che siano credibili e veri il diritto di poter essere imperfetti e sono disponibili a giocare la partita della vita, insieme a noi”, spiega Ciotti.

Intanto il fondatore di Libera ha risposto agli attacchi sconsiderati di Salvini e dei media a lui fedeli. “Il mio intervento era una riflessione più ampia di valorizzazione di quella terra”. Don Luigi Ciotti, ospite in collegamento a In Onda su La7, replica alle polemiche sollevate dal ministro Matteo Salvini dopo le dichiarazioni sul Ponte sullo Stretto di Messina. “Non unirà solo due coste, ma certamente due cosche”, aveva detto Don Ciotti, scatenando l’ira del ministro che aveva replicato parlando di “cattivo gusto”, “vergogna” e consigliando di “espatriare” a chi dipinge l’Italia “come mafia, pizza e mandolino”. Ieri sera, quindi, l’intervento del fondatore di Libera in tv: “Il mio intervento – ha chiarito – era una riflessione più ampia di valorizzazione di quella terra. Volevo dire che sarebbe bene che gli investimenti di denaro ci fossero per far ritornare migliaia di giovani nella loro terra, per combattere la povertà assoluta, l’abbandono scolastico. La mia frase? Era mettere al centro le priorità, non dire se è opportuno o meno fare il Ponte. Era come dire con grande rispetto ‘attenzione’, che la storia ci ha già insegnato che non è solo unire due coste, ma certamente ci sono degli interessi, degli affari che rischiano di vedere la penetrazione di giochi criminali. Anni fa ci furono già delle indagini su tentativi di infiltrazioni nei progetti. Era un grido detto con questo spirito, questo rispetto, questa attenzione”.

Molti i temi vicini al vissuto delle nuove generazioni che verranno affrontati alla Festa degli italiani: amore, futuro, sogni, poca fiducia nelle istituzioni, relazioni sbagliate, indifferenza, famiglia, grazie appunto a testimoni significativi, voci del mondo musicale e dello spettacolo vicine ai ragazzi. Non esiste un «percorso netto» nella vita, ogni grande storia è costruita anche su molti fallimenti, errori, ferite, spesso più preziosi anche dei successi. L’importante, in questa incredibile avventura, è esserne sempre «protagonisti», trovare la propria via. E sarà proprio questo il messaggio forte che verrà lanciato ai 65 mila pellegrini tricolore che domani 2 agosto si riuniranno a Lisbona per la tradizionale Festa degli italiani.

A dare la parola a don Luigi Ciotti e al card. Matto Maria Zuppi, padrone di casa in quanto presidente della Cei, sarano i conduttori Carolina di Domenico e Gabriele Vagnato, sul palco con l’attrice Giusy Buscemi, l’insegnante e scrittore Enrico Galiano, la pallavolista della nazionale Cristina Chirichella, l’operatore umanitario Gennaro Giudetti. Si esibiranno LDA, Fiat 131, Carlo Amleto (comico e cantautore, nuova scoperta di Zelig e Bar Stella), Dany Cabras e Mr Pallotta con il loro dj set.
Saranno presenti numerosi vescovi, tra i quali il segretario della Cei, Giuseppe Salvatore Baturi, e, per la diocesi di Lisbona, il vescovo ausiliare Américo Aguiar, che il 30 settembre riceverà la porpora dal Papa.
(fonte: Faro di Roma 02/08/2023)


Alberto Pellai AI GENITORI CHE IN QUESTI GIORNI HANNO I FIGLI AI CAMPI ESTIVI

 Alberto Pellai
AI GENITORI CHE IN QUESTI GIORNI HANNO I FIGLI AI CAMPI ESTIVI

La tragedia che ha strappato la vita della giovane Chiara mi spinge a pensare ai suoi genitori che oggi vivono un dolore incomprensibile e che schianta il cuore. E a chi mi chiede se lasciare andare via i figli con i rischi che potrebbero correre ricordo che anche per me vederli partire e tornare in questo periodo riempie di angoscia. Eppure so che il mio compito non è fermarli. Ma lasciarli andare incontro alla vita. Con tutto quello che ha da offrire. Il bello lo devono trovare, cercare, scoprire. Il brutto bisogna evitarlo e prevenirlo


La tragedia della giovane scout, Chiara di appena 16 anni morta durante un campo a causa di un incidente dovuto al maltempo ha fatto sì che ricevessi molte richieste di consigli da genitori, pieni di ansia e preoccupazione, i cui figli in queste due settimane sono in partenza o già partiti per le vacanze col loro gruppo scout. A tutte le famiglie e ai ragazzi e ragazze che hanno vissuto momenti di paura, terrore, angoscia e possibile traumatizzazione diretta o indiretta dedico queste mie parole.

Noi genitori in queste settimane vediamo i nostri figli preadolescenti e adolescenti partire e tornare. Sono le settimane delle vacanze con gli scout, dei campi estivi con le loro associazioni sportive, delle esperienze con la parrocchia o gli oratori, dei campus-laboratorio in cui si cimentano negli ambiti verso cui provano passione. Affidiamo i figli ad altri educatori perché vivano esperienze con compagni e amici in un contesto che garantisca anche una proposta educativa. È chiaro che leggere ciò che l’allarme meteo rappresenta per chi si trova a trascorrere una settimana lontano da casa ci riempie di ansia e paura. In questi giorni molti genitori mi scrivono domandosi se sia il caso di mandare un figlio a vivere questo genere di esperienze perché, come è già avvenuto qualche giorno fa, “come fai ad essere certo che non accada nulla?” “E se poi non torna più?”. Il dolore di chi perde un figlio per un incidente dovuto ad un evento naturale non credo sia comprensibile. Vedere la vita della persona che ami di più rubata da un evento accidentale è uno strazio che ci fa rabbrividire di sgomento, paura, tristezza. Però, la domanda adesso è: “Perciò, a questo punto, non li facciamo andare più da nessuna parte? Oppure li facciamo viaggiare solo con noi, in modo che gestiamo i pericoli secondo il criterio che a noi risulta più protettivo?”.

Pensiamoci bene: da quando li mettiamo al mondo, i nostri figli devono attraversare il territorio del rischio. Senza rischio non può esserci crescita. L’iperprotezione è quell’attitudine genitoriale per cui mi tengo sempre un figlio a portata di sguardo. So dov’è, so cosa fa, controllo ogni sua mossa ed eventuale rischio. Ma questa attitudine in realtà distrugge la crescita di un figlio. Vivere appiccicati ai genitori che ti iperproteggono è l’esatto contrario di ciò che serve ad un figlio per diventare grande. Perciò? Perciò dobbiamo correre il rischio di provare ansia. Di stare in apprensione costante, quando fatti come quelli di questi giorni minano nel profondo il nostro bisogno di certezza e di protezione. C’è un rischio associato al vivere che non è cancellabile. E vivere non comporta proteggersi da tutti i rischi possibili. Bensì prevenire il rischio calcolabile e che dipende da noi. Poi c’è l’imprevedibile. L’accidentale. L’incontrollabile. E ne siamo tutti in balia. Vedere partire e tornare i miei figli in questi giorni mi punge sempre il cuore. Mi inonda la mente di pensieri così carichi di ansia e di paura che vorrei non percepirli mai accesi dentro di me. Eppure so che il mio compito non è fermarli. Ma lasciarli andare incontro alla vita. Con tutto quello che ha da offrire loro. Il bello e il brutto. Il bello lo devono trovare, cercare, scoprire e poi amare e cercare di nuovo. E il bello entra nella vita solo se ci vai incontro, se impari a desiderarlo. Il brutto bisogna evitarlo e prevenirlo.

Ma la vita accade. E non tutto è arginabile. Quando succede qualcosa di terribile che non abbiamo potuto evitare, ci troviamo esposti di fronte ad un abisso che ci strazia e provoca un dolore enorme. Un abisso che ci spinge a farci domande che spesso rimangono senza risposte. Si entra in quella zona sospesa del nostro esistere dove tutti i grandi temi del vivere, tutti i dubbi, tutta la percezione della nostra impotenza e del nostro sentirci in balia degli eventi ci intrappolano in una gabbia interiore che sembra non avere vie d’uscita. Essere adulti è trovare la chiave di quella gabbia e sentire che una via d’uscita c’è. Si chiama speranza. Affidamento. Costruzione di un senso di appartenenza alla comunità. Possibilità di non sentirsi soli e disperati di fronte a ciò che non è stato possibile evitare e quindi è accaduto. Dirlo con le parole può anche sembrare semplice. Viverlo è la fatica più tremenda che esista. Eppure è possibile.

Scrivo queste poche righe per i genitori che oggi vivono un dolore che per noi risulta incomprensibile e che a loro invece schianta il cuore. Scrivo queste parole per tutti noi adulti, perché l’ansia e l’angoscia non diventino l’unico motore che genera le scelte con cui prendiamo decisioni che potrebbero tenere vivo il corpo dei nostri figli, ma far ammalare la loro interiorità. E ogni giorno non smetto di sperare. E la cosa che più mi aiuta a stare vivo.
(fonte: Famiglia Cristiana 26/07/2023)


martedì 1 agosto 2023

Don Mimmo Battaglia: COME MARIA, ANCHE VOI ALZATEVI E ANDATE IN FRETTA! - Lettera dell'Arcivescovo ai/alle viandanti verso la GMG di Lisbona

COME MARIA, ANCHE VOI 
ALZATEVI E ANDATE IN FRETTA!

Lettera dell'Arcivescovo ai/alle viandanti verso la GMG di Lisbona


Carissimi giovani,

vi scrivo con un po’ di tristezza nel cuore perché in questi giorni avrei voluto trascorrere i minuti liberi di queste giornate calde e intense a preparare le valige per la nostra partenza, felice di vivere, insieme a voi e ai presbiteri e religiosi/e che vi accompagneranno, l’esperienza della Giornata Mondiale della Gioventù. Purtroppo, però, si è reso necessario e urgente un intervento chirurgico, la cui procrastinazione avrebbe messo seriamente a repentaglio i miei occhi, la mia vista. Non vi nascondo che questa situazione mi è servita per riflettere e ringraziare il Signore per il dono dei sensi e, in particolare, per quello della vista. Anche nelle relazioni il “vedere” è fondamentale e quante volte ciò che vediamo rinfresca il cuore! A me capita spesso quando siamo insieme – mentre vi guardo, vi osservo, negli incontri in parrocchia come nelle celebrazioni o manifestazioni particolari -, di sentirmi rigenerato da voi, dalla freschezza del vostro entusiasmo, dalla bellezza della vostra giovinezza. Per questo, anche se fisicamente non potrò essere con voi, vi chiedo di sentirmi presente, accanto a voi, come pellegrino e amico, felice di celebrare con voi e con Papa Francesco il dono della fede, della vita, dell’amore che ci unisce e che nell’unirci continua a salvare il mondo.

In questo viaggio vi accompagnerà un versetto bellissimo del Vangelo di Luca: “Maria si alzò e andò in fretta” (Lc 1,39). Lo ha scelto Papa Francesco per voi e non solo per voi, ma per l’intero mondo. Un mondo che troppo spesso appare seduto, fermo, sedentario e, soprattutto, lento quando si tratta di cambiare rotta, di convertirsi ai valori evangelici e umani della fraternità e della solidarietà, della pace e della giustizia. Proprio per questo, guardando a Maria di Nazareth, potrete guardare a un modello davvero rivoluzionario e controcorrente, un modello capace di ispirarvi, accompagnarvi, parlare alla profondità del vostro animo generando sogni e desideri alti. Vedete, Maria nonostante avesse accolto nel suo giovane grembo il Messia atteso dalle genti, non si è sentita minimamente posizionata in un ruolo sicuro, privilegiato, lontano dalle esigenze della storia e dai bisogni concreti dell’umanità. Si, è incredibile a dirsi, ma nel suo stato di attesa non si è accomodata una “comfort zone” ma si è subito alzata, mettendosi in cammino da risorta, grazie alla fiducia incrollabile in quella Parola che l’aveva visitata con tenerezza e discrezione, chiedendole il permesso di abitare nel suo ventre, ponendo così la sua tenda in mezzo a tutti noi. E questa dinamica evangelica, questo cammino coraggioso, vede Maria pronta, disponibile, senza esitazioni, tale era il desiderio di condividere la gioia della salvezza, la fiducia in Colui che aveva adempiuto le sue promesse, la disponibilità a servire con entusiasmo l’attesa e le necessità di sua cugina, che custodiva nel suo ventre il Precursore, servo di quella Parola che in Maria stessa si era fatta carne.

Guardate a lei, miei amati giovani di Napoli. Guardate a lei quando il mondo, i media, le narrazioni a basso costo vi illudono con il miraggio di una vita rinchiusa tra le quattro mura di casa, quando vi parlano di un’esistenza comoda e facile, centrata solo sui vostri apparenti bisogni, e per questo protetta dalle mura alte e spesse dell’egoismo. Si, un egoismo che sembra mettere al sicuro facendo accomodare sulla poltrona dorata del consumo a tutti i costi, del virtuale senza relazioni autentiche, dell’immagine finta da curare e consegnare al mondo, fino a scoprire che dietro l’immagine che ci siamo costruiti per gli altri si cela il vuoto interiore, che ci rende infelici, scoraggiati, demotivati.

Guardate a Maria, al suo mettersi in piedi, al suo mettersi in viaggio, in cammino. Guardate alla sua fretta: c’è infatti una fretta sana, direi anche santa, che è la fretta di voler uscire dalle gabbie che la società, e noi con lei, ci costruisce intorno, la fretta di uscire dalla tirannia dell’io per ritrovarsi nella bellezza del noi, la fretta di invertire rotta subito per cominciare a navigare nella direzione del Vangelo, Parola affidabile per il presente e per il futuro di tutta l’umanità.

Sono convinto che guardando a lei, nell’incontro con i giovani di tutto il mondo, saprete riportare qui, nella nostra città, nella nostra Chiesa, una ventata di aria fresca e sono certo che le parole e la testimonianza di Papa Francesco, a cui vi prego di portare il mio saluto affettuoso e grato, saranno un balsamo di entusiasmo, una sorgente di grande motivazione per generare quei cambiamenti, quelle inversioni di rotta, di cui la nostra Terra ha tanto bisogno.

Vedete, sono convinto che Maria ha sentito l’esigenza di correre in fretta da Elisabetta perché aveva un “segreto”, un “miracolo” che solo Elisabetta poteva capire, perché anche suo: il segreto, il miracolo dei loro grembi fecondi. Ecco, anche voi, nell’incontrare i giovani di tutto il mondo, lasciatevi animare da questo desiderio di condivisione, raccontando i tanti segreti e miracoli che custodite nel cuore e che il Signore opera in voi, ai vostri coetanei di tutto il pianeta.

Permettetemi di dire un grazie a tutti coloro che vi accompagnano: ai vostri presbiteri, ai consacrati e alle consacrate, agli educatori e alle educatrici, agli animatori e alle animatrici.

Grazie figli e fratelli presbiteri, perché vi fate compagni di viaggio dei nostri ragazzi, rinunciando magari a qualche comodità per lasciarvi ringiovanire nell’intimo dalla loro passione: sono certo che mentre custodirete i nostri giovani, i giovani stessi custodiranno il vostro ministero facendovi sentire fratelli e padri!

Grazie sorelle e fratelli consacrate/i, perché testimonierete in questi giorni la bellezza di una vita donata interamente alla causa del Vangelo, testimonierete che è possibile scommettere tutto sulla Parola di vita e di speranza del nostro Signore e Maestro, Gesù di Nazareth!

Grazie educatori/educatrici e animatori/animatrici del Servizio diocesano per la Pastorale Giovanile: siete giovani che si fanno compagni di altri giovani, siete il volto bello della nostra Chiesa, uno dei suoi tesori più preziosi, tesori che non vanno conservati in un museo o tra le mura di un qualsiasi luogo, ma che sono chiamati a vivere tra le strade delle nostre città per contagiare di luce tutti quanti incontreranno, per illuminare anche gli angoli più bui con la fiamma della passione educativa!

Cari giovani, buona esperienza! Buona GMG! Io vi accompagno con il pensiero quotidiano, l’affetto e la preghiera, voi sentitemi accanto e abbiate un pensiero per il vostro Vescovo che attende il vostro ritorno a braccia aperte con la curiosità di sentirvi raccontare ciò che avete vissuto e la gratitudine per tutto quanto, sono certo, il Signore opererà in voi e attraverso di voi in questo tempo di grazia. Forza, allora, come Maria, anche voi alzatevi e andate in fretta!

Napoli, 21 luglio 2023

† don Mimmo


Enzo Bianchi - Gustare il silenzio

Enzo Bianchi
Gustare il silenzio


La Repubblica - 24 Luglio 2023

Abbiamo già sottolineato altre volte come le vacanze che in questi giorni molti vivono potrebbero essere una grazia, una buona occasione, per “dare tempo al tempo”, per “fare niente” e, preciserei, anche per praticare il silenzio.

Se le vacanze sono occasione di alterità, possibilità di comportarsi altrimenti rispetto alla routine dei giorni, allora anche la ricerca di tempi e luoghi silenziosi ha senso: si tratta di tralasciare sia di ascoltare sia di dire le troppe parole che riempiono abitualmente le nostre giornate. Così scopriamo che il silenzio è dentro di noi! Sappiamo che ci sono silenzi negativi che sono portatori di tristezza, sofferenza e cattiva solitudine, ma resta vero che il silenzio è una dimensione essenziale del nostro vivere, assolutamente necessario per la qualità umana della nostra relazione con gli altri. C’è un tempo per parlare e uno per fare silenzio ammoniva già Qohelet, e la sapienza orientale sentenzia: “Chi è sapiente sa quel che dice, chi è stupido dice quello che crede di sapere!”.

E perché fare silenzio? Innanzitutto per far parlare il silenzio: la parola deve sgorgare da un silenzio che la pensa, la discerne, la dice consegnandola ad altri. Solo se la parola proviene dal silenzio è percepita come carica di autorevolezza. Attraverso la pratica del silenzio noi impariamo ad ascoltarlo e a dominare la nostra parola: la rendiamo parola ospitale, dialogica, mite, sottraendola all’aggressività di quando è generata solo dalle nostre pulsioni e dai nostri sentimenti. Sono questi ultimi, infatti, che possono generare la parola violenta. Chi sperimenta il silenzio si accorge ben presto che questo gli consente di accedere a nuovi modi di pensare ed è spunto a nuovi modi di esprimersi.

Le vacanze sono impoverite se non conoscono tempi di silenzio: al mattino, quando si cammina sulla riva del mare prima che sia affollata di bagnanti o si trova un sentiero in montagna da percorrere pensando e contemplando la natura; oppure alla sera, al tramonto, quando si cercano luoghi silenziosi dai quali guardare il sole declinare e la luce arrossarsi nel tramonto. Pochi sanno fare silenzio nella notte o all’alba “svegliando l’aurora”, come dice il salmo, ma chi ne fa l’esperienza lungo tutta una vita conosce la ricchezza del silenzio nelle ore notturne o mattutine, che apportano una chiaroveggenza non ottenibile nelle altre ore e nel commercium con gli altri, nelle frequentazioni abituali della settimana…

Questi tempi di silenzio permettono alle idee che si celano nel profondo di emergere e prendere corpo. Sì, come insegna la spiritualità cristiana sono le ore della vigilanza in cui si riescono a vedere, a volte, realtà invisibili, si coglie la melodia segreta dell’universo, la voce del proprio intimo, cioè della coscienza.

Purtroppo in molti abbiamo paura del silenzio: preferiamo piuttosto il rumore, la maledetta musica di sottofondo, in modo da non ascoltare seriamente e con attenzione ma abbandonarci a un ascolto superficiale. E come possiamo poi essere capaci di ascolto dell’altro, impegnando tutto il nostro essere in una relazione ospitale e autentica?

Gustare il silenzio è la via per ritrovare il gusto degli altri e comprendere che il bene non fa rumore e il rumore non fa il bene!
(fonte: blog dell'autore)