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lunedì 4 luglio 2022

Il Papa smentisce le voci sulle dimissioni e dice di voler viaggiare a Mosca e a Kiev

Il Papa smentisce le voci sulle dimissioni
e dice di voler viaggiare a Mosca e a Kiev

L’intervista dell’agenzia Reuters con Francesco che ha detto di “rispettare” la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti sull’aborto e ha ribadito la sua condanna dell’interruzione di gravidanza


Papa Francesco smentisce di avere intenzione di dimettersi (“Non mi è mai passato per la testa. Per il momento no”), smentisce le voci secondo le quali sarebbe malato di cancro. E ribadisce invece la sua volontà di recarsi in Russia e in Ucraina appena possibile, forse a settembre. Dice inoltre di rispettare la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti sull’interruzione di gravidanza e ripete la sua ferma condanna dell’aborto. Il Vescovo di Roma sabato scorso ha rilasciato una lunga intervista al corrispondente dell’agenzia Reuters, Phil Pullella. L’incontro è durato circa 90 minuti e questo è un primo resoconto con alcuni dei contenuti pubblicati dall’agenzia.

Com’è noto, secondo diversi articoli e commenti sui media, alcuni eventi recenti o programmati (dal concistoro di fine agosto alla visita all’Aquila dove è sepolto Celestino V, che si dimise nel 1294) farebbero pensare all’intenzione del Papa di rinunciare al pontificato. Ma Francesco ha smentito questa interpretazione: “Tutte queste coincidenze hanno fatto pensare ad alcuni che la stessa ‘liturgia’ sarebbe avvenuta. Ma non mi è mai passato per la testa. Per il momento no, per il momento no. Davvero!”. Il Papa allo stesso tempo, come aveva già fatto più volte in passato, ha spiegato che la possibilità di dimettersi è presa in considerazione, soprattutto dopo la scelta fatta da Benedetto XVI nel 2013, nel caso la salute gli rendesse impossibile continuare nel suo ministero. “Quando vedrò che non ce la faccio, lo farò”. Francesco ha parlato del gesto di Benedetto sottolineando che “è stata una cosa buona per la Chiesa e per i Papi” e che lui resta un “grande esempio”. Ma alla domanda su quando potrebbe accadere, ha risposto: “Non lo sappiamo. Dio lo dirà”, con parole simili a quelle usate venerdì 1° luglio nell’intervista all’agenzia Telam.

A proposito dei problemi al ginocchio, Francesco ha parlato del rinvio del viaggio in Africa e della necessità delle terapie e del riposo. Ha detto che la decisione del rinvio gli ha causato “molta sofferenza”, soprattutto perché voleva promuovere la pace sia nella Repubblica Democratica del Congo che in Sud Sudan. “Il medico – ha aggiunto il Papa - ha detto di non farlo perché non ero in grado. Farò quello del Canada perché il dottore mi ha detto che con 20 giorni in più mi posso riprendere”. Il Papa, osserva l’intervistatore, ha usato un bastone per entrare nella sala di ricevimento al piano terra di Casa Santa Marta. E ha quindi fornito dei dettagli sullo stato del suo ginocchio, dicendo di aver subito “una piccola frattura” quando ha fatto un passo falso mentre un legamento era infiammato. “Sto bene, sto lentamente migliorando”, ha aggiunto, spiegando che la frattura sta guarendo, aiutata dalla terapia con laser e magneti. “Adesso – ha aggiunto il Papa – devo cominciare a muovermi per non perdere la muscolatura. Va meglio, va meglio.”

Francesco ha poi smentito le voci secondo le quali gli sarebbe stato diagnosticato un cancro un anno fa, quando si è sottoposto a un’operazione di sei ore per rimuovere un tratto del colon a causa di una diverticolite, una condizione comune negli anziani. “L'operazione è stata un grande successo”, ha detto il Papa, aggiungendo con il sorriso sulle labbra che “non mi hanno detto nulla” sul presunto cancro, che ha liquidato come “pettegolezzi di corte”, “lo spirito della corte – ha affermato - ancora c'è in Vaticano”, è “l'ultima corte europea di monarchia assoluta”. Ha poi dichiarato a Reuters di non volere un’operazione al ginocchio perché l’anestesia generale dell’intervento dello scorso anno aveva avuto effetti collaterali negativi.

L’intervista ha quindi toccato temi internazionali. Parlando della situazione in Ucraina, Francesco ha fatto notare che ci sono stati contatti tra il Segretario di Stato Pietro Parolin, e il Ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, su un possibile viaggio a Mosca. I segnali iniziali non sono stati buoni. Si è parlato di questo possibile viaggio per la prima volta, diversi mesi fa, ha detto il Papa, spiegando che Mosca ha risposto che non era il momento giusto. Ha lasciato comunque intendere che ora qualcosa potrebbe essere cambiato. “Vorrei andare in Ucraina, e volevo prima andare a Mosca. Ci siamo scambiati dei messaggi a questo proposito, perché pensavo che se il presidente russo mi avesse concesso una piccola finestra per servire la causa della pace... E ora è possibile, dopo il mio ritorno dal Canada, che io riesca ad andare in Ucraina. La prima cosa da fare è andare in Russia per cercare di aiutare in qualche modo, ma vorrei andare in entrambe le capitali”. Riferendosi a Mosca, Francesco ha parlato di “dialogo molto aperto, molto cordiale”, “la porta - ha affermato - è aperta”.

Infine, il Papa nell’intervista con Phil Pullella ha toccato il tema della decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha ribaltato la storica sentenza Roe contro Wade che stabiliva il diritto di una donna ad abortire, Francesco ha detto di rispettare la decisione ma di non avere abbastanza informazioni per parlarne da un punto di vista giuridico. Ma ha anche condannato con forza l’aborto, paragonandolo – come aveva già fatto molte volte in passato – all’ “assunzione di un sicario”. “E' una vita umana, questa è scienza”. “Chiedo: è legittimo, è giusto, eliminare una vita umana per risolvere un problema?”

Al Papa è stato anche chiesto di esprimersi sul dibattito in corso negli Stati Uniti sulla possibilità che un politico cattolico, personalmente contrario all’aborto ma che sostiene il diritto di scelta degli altri, possa ricevere la comunione. Alla speaker della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, ad esempio, è stato proibito ricevere l’eucaristia dall’arcivescovo della sua diocesi, San Francisco, ma si comunica regolarmente in una parrocchia di Washington, e la settimana scorsa ha ricevuto la comunione da un sacerdote durante la Messa in San Pietro presieduta dal Pontefice. “Quando la Chiesa perde la sua natura pastorale, quando un vescovo perde la sua natura pastorale, questo causa un problema politico”, ha commentato il Papa. “Questo è tutto ciò che posso dire”.
(fonte: Vatican News 04/07/2022)


TONIO DELL'OLIO Perversione stupida e tragica

TONIO DELL'OLIO
Perversione stupida e tragica

PUBBLICATO IN MOSAICO DEI GIORNI IL 4 LUGLIO 2022


La guerra è una stupida perversione. Adottare la forza della violenza e non quella della ragione, del dialogo, del diritto, per stabilire la verità delle cose, potrebbe definire chi è meglio equipaggiato militarmente o chi ha maggiore abilità strategica ma non chi ha ragione.

Per questo la guerra è stupida e perversa. Visitando Odessa e Mykolaiev si capisce immediatamente che quella perversione ha superato ogni confine perché di fatto si accanisce quasi esclusivamente contro la gente, gli abitanti delle città, le famiglie. Rendere la vita impossibile fino a spingere ad abbandonare le proprie case e la città in cui si è sempre vissuto, ridurre alla sete bombardando le riserve idriche, lanciare i missili sulle case, smaschera ogni estrema parvenza di "nobiltà" di cui l'azione bellica poteva vantarsi nel tempo in cui i cavalieri si affrontavano in singolar tenzone. Le guerre moderne hanno capovolto quel paradigma e hanno reso la guerra una stupida perversione che diviene sadicamente tragica. Un neonato cui si sottrae il nutrimento, una popolazione costretta alla sete, persone sottoposte alle violenze che abbiamo sentito raccontare dalla viva voce delle donne sfollate da Kherson… dicono della dose di disumanità di cui si nutre chi fa la guerra. Per questo bisogna contrastare la guerra con un sovradosaggio d'umanità piuttosto che con una sua ulteriore deprivazione.

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A Mykolaiv le strade sono quasi vuote, la gente fa la fila per i generi di prima necessità e gli allarmi missilistici suonano in continuazione. Uno di questi posti, dove trovare viveri e acqua è un centro di recupero alcolisti che ora è stato trasformato in un punto di distribuzione di acqua e di cibo. E’ lì che i partecipanti della Carovana della pace di #stopthewarnow hanno scaricato una parte della merce che, con i loro furgoni, hanno portato da Gorizia a Odessa. Con una dozzina di volontari, sul posto, c’era anche monsignor Francesco Savino, vice presidente della Cei che si è rimboccato le maniche e si è messo a scaricare scatoloni pure lui. (fonte: ReggioSERA 28/06/2022)

Guarda il video


«Possiamo chiederci: come portiamo agli altri la buona notizia del Vangelo?» Papa Francesco Angelus 03/07/2022 (testo e video)

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 3 luglio 2022



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel Vangelo della Liturgia di questa domenica leggiamo che «il Signore designò altri settantadue [discepoli] e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi» (Lc 10,1). I discepoli sono stati inviati a due a due, non singolarmente. Andare in missione a due a due, da un punto di vista pratico, sembrerebbe comportare più svantaggi che vantaggi. C’è il rischio che i due non vadano d’accordo, che abbiano un passo diverso, che uno si stanchi o si ammali lungo la via, costringendo anche l’altro a fermarsi. Quando invece si è da soli, sembra che il cammino diventi più spedito e senza intoppi. Gesù però non la pensa così: davanti a sé non invia dei solitari, ma discepoli che vanno a due a due. Ma facciamoci una domanda: qual è la ragione di questa scelta del Signore?

Compito dei discepoli è di andare avanti nei villaggi e preparare la gente ad accogliere Gesù; e le istruzioni che Egli dà loro sono non tanto su che cosa devono dire, quanto su come devono essere: cioè non sul “libretto” che devono dire, no; sulla testimonianza di vita, la testimonianza da dare più che sulle parole da dire. Infatti li definisce operai: sono cioè chiamati a operare, a evangelizzare mediante il loro comportamento. E la prima azione concreta con cui i discepoli svolgono la loro missione è proprio quella di andare a due a due. I discepoli non sono dei “battitori liberi”, dei predicatori che non sanno cedere la parola a un altro. È anzitutto la vita stessa dei discepoli ad annunciare il Vangelo: il loro saper stare insieme, il rispettarsi reciprocamente, il non voler dimostrare di essere più capace dell’altro, il concorde riferimento all’unico Maestro.

Si possono elaborare piani pastorali perfetti, mettere in atto progetti ben fatti, organizzarsi nei minimi dettagli; si possono convocare folle e avere tanti mezzi; ma se non c’è disponibilità alla fraternità, la missione evangelica non avanza. Una volta, un missionario raccontava di essere partito per l’Africa insieme a un confratello. Dopo qualche tempo però si separò da lui, fermandosi in un villaggio dove realizzò con successo una serie di attività edilizie per il bene della comunità. Tutto funzionava bene. Ma un giorno ebbe come un sussulto: si accorse che la sua vita era quella di un bravo imprenditore, sempre in mezzo a cantieri e carte contabili! Ma … e il “ma” è rimasto lì. Allora lasciò la gestione ad altri, ai laici, e raggiunse il suo confratello. Comprese così perché il Signore aveva mandato i discepoli “a due a due”: la missione evangelizzatrice non si basa sull’attivismo personale, cioè sul “fare” ma sulla testimonianza di amore fraterno, anche attraverso le difficoltà che il vivere insieme comporta.

Allora possiamo chiederci: come portiamo agli altri la buona notizia del Vangelo? Lo facciamo con spirito e stile fraterno, oppure alla maniera del mondo, con protagonismo, competitività ed efficientismo? Domandiamoci se abbiamo la capacità di collaborare, se sappiamo prendere decisioni insieme, rispettando sinceramente chi ci sta accanto e tenendo conto del suo punto di vista, se lo facciamo in comunità, non da soli. Infatti, è soprattutto così che la vita del discepolo lascia trasparire quella del Maestro, annunciandolo realmente agli altri.

La Vergine Maria, Madre della Chiesa, ci insegni a preparare la strada al Signore con la testimonianza della fraternità.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Ieri a San Ramón de la Nueva Orán, in Argentina, sono stati beatificati Pedro Ortiz de Zárate, sacerdote diocesano, e Giovanni Antonio Solinas, presbitero della Compagnia di Gesù. Questi due missionari, che dedicarono la vita alla trasmissione della fede e alla difesa delle popolazioni indigene, furono uccisi nel 1683 perché portavano il messaggio di pace del Vangelo. L’esempio di questi martiri ci aiuti a testimoniare la Buona Novella senza compromessi, dedicandoci generosamente al servizio dei più deboli. Un applauso ai nuovi beati!

Continuiamo a pregare per la pace in Ucraina e nel mondo intero. Faccio appello ai Capi delle nazioni e delle Organizzazioni internazionali, perché reagiscano alla tendenza ad accentuare la conflittualità e la contrapposizione. Il mondo ha bisogno di pace. Non una pace basata sull’equilibrio degli armamenti, sulla paura reciproca. No, questo non va. Questo vuol dire far tornare indietro la storia di settant’anni. La crisi ucraina avrebbe dovuto essere, ma – se lo si vuole – può ancora diventare, una sfida per statisti saggi, capaci di costruire nel dialogo un mondo migliore per le nuove generazioni. Con l’aiuto di Dio, questo è sempre possibile! Ma bisogna passare dalle strategie di potere politico, economico e militare a un progetto di pace globale: no a un mondo diviso tra potenze in conflitto; sì a un mondo unito tra popoli e civiltà che si rispettano.

Saluto tutti voi, cari romani e pellegrini! In particolare, saluto i lettori e i ministranti di Dobra, Polonia; gli studenti di Slavonski Brod, Croazia; i fedeli albanesi con i loro Parroci e l’équipe itinerante del Cammino Neocatecumenale in Albania. Saluto i fedeli di Napoli, Ascoli Piceno, Perugia e Catania, e i ragazzi della Cresima di Tremignon e Vaccarino, diocesi di Vicenza.

Auguro a tutti voi una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Guarda il video




domenica 3 luglio 2022

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XIV Domenica T.O. - Anno C


Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)

Preghiera dei Fedeli

  XIV Domenica T.O. - Anno C
3 Luglio 2022 


Per chi presiede

Fratelli e sorelle, Gesù vuole coinvolgere anche noi nella sua ferma decisione di salire alla città di Gerusalemme, dove Dio Padre ha dato appuntamento a tutta l’umanità dei suoi figli. Percorrere con Lui questa strada significa abbracciare fino in fondo la via della pace. Pienamente consapevoli dei nostri limiti e delle nostre paure, rivolgiamo al Signore le nostre preghiere ed insieme diciamo:

          R/  Guidaci, Signore, sulla via della pace


 Lettore

- Tu, Signore, vuoi coinvolgere tutti i cristiani battezzati a sentirsi coinvolti nella tua preoccupazione missionaria di radunare tutti i popoli nell’unica casa del Padre. Fa’ che tutte le Chiese, oggi divise tra loro in nome della loro diversità, riscoprano il valore dell’unità come impegno primario, perché soltanto unite possono essere per il mondo intero segno e strumento di fraternità. Preghiamo.

- Con la forza del tuo Santo Spirito, Signore, apri le intelligenze dei popoli, dilata il cuore degli uomini e delle donne. Fa’ che tutti possano comprendere che il futuro dell’umanità e della stessa Terra non può riposare sulle armi, sempre più sofisticate e sempre più distruttive, ma sulla scelta coraggiosa della nonviolenza, la sola capace di spezzare la spirale dell’odio e della violenza. Preghiamo.

- Ti affidiamo, Signore, la nostra città ed ogni altra città del mondo. Ti affidiamo le città dell’Ucraina e tutte quelle altre città sfigurate o totalmente desertificate dai bombardamenti. Converti il cuore degli amministratori, perché badino meno ai loro interessi e molto di più al benessere della collettività ed alla crescita del bene comune. Fa’ che le nostre strade e i nostri quartieri possano ridiventare luoghi di incontro e di vera socializzazione. Preghiamo.

- Accompagna Tu, o Signore, il cammino di tutti i viandanti. Ricordati di quelle donne, di quei giovani minorenni e di quegli uomini che lasciano il proprio paese a motivo di guerre o di fame e si ritrovano a fare i conti con dei “lupi”, che li riducono a semplice merce, su cui poter speculare in modo disumano. Preghiamo.

- Ricordati, o Signore della vita, dei nostri parenti e amici defunti e delle vittime del corona-virus [pausa di silenzio]; ricordati anche dei missionari cristiani perseguitati e uccisi. Dona a tutti loro di lodarti e di adorarti nella Gerusalemme celeste. Preghiamo.

Per chi presiede


Signore Gesù, donaci di essere sempre dediti con passione e umiltà alla missione che ci hai affidato, e di saper esserti fedeli nelle realtà che ogni giorno viviamo. Te lo chiediamo perché sei nostro Fratello e Signore, nei secoli dei secoli. AMEN.



Congo ferito e sfruttato, il Papa: no a odio e avidità, siate miti testimoni di pace

Congo ferito e sfruttato, il Papa:
no a odio e avidità, siate miti testimoni di pace

Costretto a rinviare il viaggio in Africa, che sarebbe iniziato il 2 luglio, Francesco in segno di vicinanza e di affetto per le popolazioni che lo attendevano, presiede in San Pietro la Messa con la comunità congolese romana. Nel giorno in cui sarebbe stato a Kinshasa, invoca pace e riconciliazione per la Repubblica Democratica del Congo. Disinnescare l’avidità, spegnere il rancore, fuggire la corruzione: se la pace comincia dal cuore di ciascuno cambia società e Paesi


"Porteremo Kinshasa a San Pietro e lì celebreremo con tutti i congolesi romani, che sono tanti!". La promessa di Francesco il 13 giugno scorso, in risposta alla decisione sofferta di rinviare il viaggio in Africa per motivi di salute, si avvera oggi. È il 3 luglio, il Papa era atteso nella capitale della Repubblica Democratica del Congo dove avrebbe presieduto la Messa. Al suo posto questa mattina, proprio lì a Kinshasa, a portare affetto e vicinanza tangibili, c’è il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, ma l’abbraccio agli amati popoli africani, ai congolesi in particolare ma anche ai sud sudanesi che dovevano essere visitati dal Pontefice, si realizza comunque in San Pietro.

Colori, suoni, preghiere del rito zairese – dall’antico nome della Repubblica Democratica del Congo – l’unico rito inculturato della Chiesa latina, riempiono la Basilica vaticana di un clima festoso. C’è la Chorale Bondeko, ci sono le quattro lingue nazionali nelle letture e nelle preghiere rivolte anche ai governanti, ci sono gli abiti colorati, le danze, i suoni degli strumenti tradizionali.

I fedeli congolesi alla Messa

La riconciliazione è possibile

Il respiro di un’Africa ricca, ma troppo spesso ferita da violenza, odio e avidità è anche nelle parole del Papa, che nell’omelia prega per la pace nel Paese e perché i cristiani ne siano testimoni

...

Il Papa e suor Rita

Grazie mille! Il saluto di suor Rita

Lo sguardo paterno di Francesco verso l’Africa e in particolare verso la popolazione della Repubblica Democratica del Congo, la sua preoccupazione e il suo appello alla pace, muovono, al termine della celebrazione, le parole di ringraziamento di suor Rita Mboshu Kongo. La teologa congolese della Congregazione delle Figlie di Maria SS. Corredentrice pronuncia il suo ”grazie” nelle quattro lingue nazionali non prima di aver ricordato con quanto affetto il Papa ha già celebrato una prima Messa in rito congolese il 1 dicembre 2019 , e dopo aver rinnovato la speranza che il tanto desiderato viaggio in Africa possa svolgersi, là dove le popolazioni lo attendono “a braccia aperte” e continuano a pregare per la sua salute.



"Un cuore che ascolta lev shomea" - n. 35/2021-2022 anno C

"Un cuore che ascolta - lev shomea"

"Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)



Traccia di riflessione sul Vangelo
a cura di Santino Coppolino

 XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Vangelo:



Riprendendo ed ampliando il discorso fatto al capitolo nove (9,1-6), Luca evidenzia l'importanza di tale testo per la sua comunità, passando dall'invio dei Dodici ad Israele a quello dei Settantadue a tutti i popoli della terra. Settantadue come gli anziani dell'assemblea di Israele; come il numero dei Popoli della Terra secondo la Sacra Scrittura; come il numero degli Angeli della Corte Celeste che stanno davanti al Volto di Dio e che ora sono scesi sulla terra per servire il Signore nel servizio agli uomini. Sono Settantadue che, secondo la mistica ebraica, è il valore numerico della Tenerezza, la Misericordia di Dio, perché l'umanità intera possa farne esperienza nell'incontro con la misericordia del Figlio. La Missione ha un esordio: «la messe è molta!», cioè l'umanità intera, ed ha la sua origine dall'amore del Padre per ogni uomo, fino ad abbracciare gli estremi confini della terra. Tutta l'umanità è ormai messe matura per accogliere la salvezza di Dio. Le condizioni della missione dei Dodici e dei Settantadue sono le stesse perché identiche a quelle incarnate da Gesù. Il viaggio dei discepoli è identico a quello del loro maestro, iniziato al Capitolo Nove (9,51) e che si concluderà a Gerusalemme; l'unica sicurezza su cui potranno contare è la Parola disarmata , e disarmante, del loro Maestro che si fa Provvidenza per tutti. Solo a queste condizioni la comunità dei discepoli sarà capace di essere credibile e in grado di donare a tutti, nella fedeltà al Vangelo, lo Shalom di Dio, la Pace, che è saluto, augurio, attesa e desiderio di benedizione, il frutto desiderato e sperato dello Spirito del Signore.


sabato 2 luglio 2022

ARTIGIANA PACE - Vi mando come presenza disarmata, ad opporvi al male con un "di più" di bontà. - XIV Domenica Tempo Ordinario Anno C - Commento al Vangelo a cura di P. Ermes Ronchi

ARTIGIANA PACE
 

Vi mando come presenza disarmata, 
ad opporvi al male con un "di più" di bontà.

 

I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:
  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».

I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».  Lc 10,1-12.17-20

per i social

ARTIGIANA PACE

Vangelo di strade e di case. Partono i discepoli, ma non a uno a uno, perché da solo l'uomo è portato a dubitare perfino di se stesso.
«Noi non arriveremo alla meta a uno a uno, ma a due a due. Se ci ameremo a due a due, noi ci ameremo tutti. E i figli rideranno della leggenda nera, dove l'uomo piangeva in solitudine». (Paul Eluard).
Vanno i settantadue, senza borsa né sacca né sandali, senza cose, senza mezzi, semplicemente uomini che provano a vivere liberi e veri come il loro maestro. A coppie, non da soli; a due a due, per sostenersi; a due a due, come tenda leggera per la presenza di Gesù, perché dove due o tre sono uniti nel mio nome là ci sono io.

E senti un senso di leggerezza, di freschezza, di coraggio.

La messe è abbondante, ma gli operai sono pochi. Noi abbiamo sempre interpretato questo brano come un lamento sulla scarsità di vocazioni religiose. Ma Gesù invece intona la sua lode per l'umanità.
C'è tanto bene sulla terra, tanto buon grano. Il seminatore ha seminato bene nel cuore degli uomini, ovunque. Molti di essi vivono una vita buona, tanti cuori inquieti cercano solo un piccolo spiraglio di luce, tanti dolori solitari attendono una carezza per sbocciare alla fiducia.

E i discepoli per strade e case portano il volto di un Dio in cammino, che entra, semina pace e passa oltre, che non se ne sta asserragliato nel tempio, dietro muri di sacerdoti o di leviti.

In qualunque casa entriate, dite: pace a questa casa. Non una pace generica, ma a queste pareti, a questa tavola, a questi volti. «La pace va costruita artigianalmente, a cominciare dalle case, dalle famiglie, dal piccolo contesto in cui ciascuno vive» (papa Francesco). Pace artigiana.

Anche la pace si annuncia a due a due, perché è un bene profuso che non si può vivere da soli. La pace è relazione, altrimenti è vuota.
Ed ecco perché sarete perseguitati: perché farete crollare quel sistema di valori stabilito sul superfluo, sulla competizione, sul denaro. Invece ogni uomo vale quanto valgono i suoi ideali e il suo cuore.

E se non vogliono la pace, scuotete la polvere e avviatevi altrove, c'è sempre un altro paese, un'altra casa, un altro cuore in attesa del mio vangelo.

Vanno i settantadue, ricchi solo di un santuario di povertà, poveri solo di solitudine.

Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi. Non intende: vi mando allo sbaraglio, al martirio. C'è il mistero del male, ogni giorno, anche oggi ci sono lupi in agguato, ma non vinceranno. Vi mando come presenza disarmata, ad opporvi al male con un "di più" di bontà.
Bontà che non è soltanto la risposta al male, è anche la risposta al non-senso della vita tutto intorno a noi.


per Avvenire

Attraversare con fiducia la terra dei lupi (...)

Leggi su Avvenire



"Maria, donna del piano superiore" di Don Tonino Bello

MARIA
Donna dei nostri giorni

Maria, donna del piano superiore
di Don Tonino Bello


Icona. Con questo termine si indicano le immagini sacre dipinte su legno, che gli orientali venerano con particolare devozione. Avvolte di luce, imprigionano una scintilla del mistero divino, per cui, giustamente, qualcuno le ha definite finestre del tempo aperte sull' eterno.

Icona. Con questo termine, forse per il tratteggio nitido con cui vengono schizzate, oggi si usano chiamare anche quelle scene bibliche che racchiudono, con la forza rapida dei medaglioni celebrativi, un importante messaggio di salvezza.

Ebbene, di queste icone, il primo capitolo degli Atti, ne registra una di straordinario splendore, quando dice che gli apostoli, dopo l'ascensione, in attesa dello Spirito Santo «salirono al piano superiore, dove abitavano». E con loro c'era anche Maria, la madre di Gesù.

È l'ultima sequenza biblica in cui compare la Madonna. Ella si sottrae definitivamente alle luci della ribalta così. Dall'alto di questa postazione. Dal piano superiore. Quasi per indicarci i livelli spirituali su cui deve svolgersi l'esistenza di ogni cristiano.

In verità, tutta la vita di Maria si è sviluppata, per così dire, ad alta quota.

Non che abbia disdegnato il domicilio della povera gente. Tutt' altro.

...

Ci sono due punti strategici, nella vita di Maria, che ci danno la conferma di come lei fosse inquilina abituale di quel piano superiore che lo Spirito Santo l'aveva chiamata ad abitare: l'altura del Magnificat e l'altare del Golgota.

Da quell' altura ella spinge lo sguardo fino agli estremi confini del tempo. E, cogliendo il distendersi della misericordia di Dio di generazione in generazione, ci offre la più organica lettura che si conosca della storia della salvezza.

Da quell' altare ella spinge lo sguardo fino agli estremi confini dello spazio. E, stringendo il mondo con un unico abbraccio, ci offre la più sicura garanzia che gli angoli sfiorati dai suoi occhi materni saranno raggiunti anche dallo Spirito, sgorgato dal fianco di Cristo.

Santa Maria, donna del piano superiore, splendida icona della Chiesa, tu, la tua personale Pentecoste, l'avevi già vissuta all' annuncio dell' angelo, quando lo Spirito Santo scese su di te, e su di te stese la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Se, perciò, ti fermasti nel cenacolo, fu solo per implorare su coloro che ti stavano attorno lo stesso dono che un giorno, a Nazaret, aveva arricchito la tua anima. Come deve fare la Chiesa, appunto. La quale, già posseduta dallo Spirito, ha il compito di implorare, fino alla fine dei secoli, l'irruzione di Dio su tutte le fibre del mondo.

Donale, pertanto, l'ebbrezza delle alture, la misura dei tempi lunghi, la logica dei giudizi complessivi. Prestale la tua lungimiranza. Non le permettere di soffocare nei cortili della cronaca. Preservala dalla tristezza di impantanarsi, senza vie d'uscita, negli angusti perimetri del quotidiano. Falle guardare la storia dalle postazioni prospettiche del Regno. Perché, solo se saprà mettere l'occhio nelle feritoie più alte della torre, da dove i panorami si allargano, potrà divenire complice dello Spirito e rinnovare, così, la faccia della terra.

...

Affacciàti lassù alla tua stessa finestra, ci coglierà più facilmente il vento fresco dello Spirito con il tripudio dei suoi sette doni. I giorni si intrideranno di sapienza, e intuiremo dove portano i sentieri della vita, e prenderemo consiglio sui percorsi più praticabili, e decideremo di affrontarli con fortezza, e avremo coscienza delle insidie che la strada nasconde, e ci accorgeremo della vicinanza di Dio accanto a chi viaggia con pietà, e ci disporremo a camminare gioiosamente nel suo santo timore. E affretteremo così, come facesti tu, la Pentecoste sul mondo.

Leggi tutto: Maria, donna del piano superiore di Don Tonino Bello

La siccità è un campanello d’allarme. Zuppi: “invertire quel meccanismo del consumismo che produce tanti disastri nell’ambiente”

La siccità è un campanello d’allarme.
Zuppi: “invertire quel meccanismo del consumismo che produce tanti disastri nell’ambiente”


“La siccità che sta colpendo la nostra Nazione è una tragedia che rivela quello che non è stato fatto e quello che dobbiamo fare. Non minimizziamo i tanti campanelli d’allarme ma facciamone tesoro”. Lo ha affermato il card. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, intervenendo al forum “Conversione ecologica: transizione green, rigenerazione e cultura del creato” nel contesto del primo Meeting dei Francescani del Mediterraneo svoltosi a Favara (Ag).

“Il pensiero della Chiesa su questi temi – ha evidenziato il porporato – è chiarissimo e Papa Francesco ci ha affidato una responsabilità straordinaria. Le parole della Chiesa non sono infatti rivolte agli addetti ai lavori e ai cristiani, sono, come l’enciclica ‘Laudato Si’’ dimostra, e come la ‘Fratelli tutti’ conferma, parole che ci uniscono tutti quanti e rappresentano un denominatore comune importantissimo di impegno con tutti”. “È evidente – ha proseguito – che non possiamo credere di affrontare questa sfida solo occupandoci del nostro piccolo, ma si chiede una grande alleanza. Sono ormai diversi anni che Papa Francesco ci ha affidato la ‘Laudato si’’, nella speranza di condizionare le scelte dei grandi, ma l’enciclica chiede a tutti di attuare delle scelte che siano attente, rispettose dell’ambiente e responsabili. L’enciclica ‘Fratelli tutti’ è invece la consapevolezza che siamo in un’unica stanza del Mondo, che siamo su un’unica barca e che dobbiamo prenderci cura gli uni degli altri, e questo possiamo farlo solo capendo il legame che ci unisce. Siamo fratelli e se ci riconosciamo tali riconosciamo la necessità di difendere l’ambiente e avere attenzione a guardare al futuro”.
Riferendosi alle attuali emergenze climatiche, Zuppi ha rilevato che la siccità è una “tragedia che rivela quello che non è stato fatto e quello che dobbiamo fare”; come cittadini “dobbiamo avere una grande attenzione a non perdere le opportunità”, ha ammonito.

“Le pandemie – ha spiegato – sono anche dei momenti di luce, di chiarezza – seppur terribili – dei problemi che non abbiamo affrontato e si presentano o che si palesano e chiedono soluzioni rispetto alle cose che bisogna cambiare. Non minimizziamo i tanti campanelli d’allarme ma facciamone tesoro”.
Nell’invitare ad avere “attenzione verso tutti coloro che sono vittime delle tante scelte che non vengono compiute e dell’ingiustizia dei pochi che controllano tanto e dei tanti che sono esclusi”, il presidente della Cei ha richiamato l’attenzione sulla necessità di “invertire quel meccanismo del consumismo che produce tanti disastri nell’ambiente. Dobbiamo capire la bellezza dell’impadronirci del noi stessi e del poco che possiamo avere e che è davvero di più dell’inganno del consumismo”.
(fonte: Faro di Roma 28/06/2022)

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venerdì 1 luglio 2022

Raniero La Valle - Non possiamo accettare l'orrore della guerra come strumento per risolvere i conflitti (VIDEO)

Raniero La Valle 
Non possiamo accettare 
l'orrore della guerra 
come strumento 
per risolvere i conflitti 

Incontro tenutosi a Messina il 30 giugno 2022 e promosso da: Piccola Comunità Nuovi Orizzonti, Anpi, Emergency, Caritas Messina, Italia Nostra, Mesogea Editrice, Tenda della Pace, Azione Cattolica, Cisl, Cgil, Uil, Migrantes, Azione cattolica diocesana, islamica di Messina. Meic Messina, Anolf-Cisl, Comunità



"... Ieri (29 giugno 2022) è successo qualcosa di sconvolgente a Madrid ... un signore, non dei Parlamenti, non degli Stati sovrani, non delle elezioni, non dei popoli, un signore che si chiama Stoltenberg, segretario generale della Nato, ha praticamente preannunciato una guerra mondiale e totale allo scopo di escludere la Russia dalla comunità delle Nazioni, di debellarla e poi di poter affrontare il confronto finale con la Cina.
Non è ancora l'inizio materiale di questa vicenda , ma se queste parole hanno un senso, c'è già in luce questa guerra, questo mondo che viene pensato e ci viene prospettato e che nei giornali di oggi viene osannato.
Dovrebbero essere tutti listati a lutto, nel momento in cui viene annunciato un orrore di questo genere, dopo tanti anni che abbiamo cercato di costruire una pace, un mondo diverso, un percorso di diritti, di una pace convalidata, riconosciuta, organizzata ... arriviamo di nuovo a prospettare la guerra come il fulcro e il principio, il padre di tutte le cose, come diceva Eraclito ma dei millenni fa, e sulla guerra vogliono impostare tutto il futuro, il nostro futuro. il futuro dei nostri Paesi, il futuro della  nostra vita. Allora dobbiamo chiederci, chi è che decide di fare questa guerra? questa guerra è una guerra decisa dalla Nato. Ma cos'è la Nato? ...

... io mi preoccupo nel momento in cui la Nato rivendica di nuovo una sua sovranità e decide come deve essere fatto il mondo di domani  ... 

Noi come Italia non possiamo dare una risposta militare, non possiamo auspicare una risposta militare... dobbiamo fare un'altra cosa, dobbiamo fare tutto quello che noi come Italia, come Paese, possiamo fare per influire politicamente... ma dobbiamo cominciare da noi... in modo che l'Italia, invece di fare come fa adesso,... maturi una propria posizione politica nella Comunità Internazionale perché si cambi cultura, prospettiva e politica... perché l'Italia diventi un soggetto attivo perché questo corso della politica mondiale che sta andando direttamente verso la catastrofe, venga prima fermato e poi rovesciato ...

Io penso che noi dobbiamo cominciare questo cambiamento dentro le nostre strutture e dentro la nostra Costituzione ... dobbiamo veicolare l'Italia verso una politica estera che sia diversa, dobbiamo veicolare l'Italia ad essere fedele ed attuare il suo art. 11 della Costituzione, che è il ripudio della guerra ... 
con  una proposta di iniziativa popolare ... in attuazione dell’art. 11 della Costituzione “L’Italia ripudia la guerra”  ..."


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Intervento integrale 
del  sen. Raniero La Valle


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Incontro integrale 

Alessandro D'Avenia - BOCCIARE

Alessandro D'Avenia
BOCCIARE


Nel parco vicino casa trovo spesso uomini che si sfidano a bocce. Sorprende la loro abilità non solo nell’accostare il boccino ma soprattutto nel «bocciare» l’avversario. Si risveglia in me il ricordo della soddisfazione che provavo da bambino scalzando la boccia nemica per mandarla fuori bersaglio: da qui viene il verbo «bocciare», lo stesso che si usa a scuola per fermare uno studente. Si usa anche «respingere» e, nel gergo giovanile, «rimbalzare». Comunque sia l’immaginario linguistico di fine anno si nutre dell’immagine di un avversario che ti «caccia» dalla meta che stavi cercando, a fatica, di raggiungere. Le parole non mentono. Nei consigli di classe di cui ho fatto parte negli anni è successo di «bocciare», ma raramente ho sentito usare questo verbo. Gli scrutini in cui ci sono casi difficili diventano spesso lunghi proprio per provare a comprendere, da adulti, quale sia la cosa migliore da fare con un ragazzo o una ragazza che non hanno voluto o non sono riusciti a rispondere adeguatamente agli obiettivi dell’anno. Ricordo una madre che, consapevole delle difficoltà del figlio e del possibile esito, chiedeva in un colloquio: «Ma secondo voi qual è la stoffa di mio figlio?». Vorrei dedicare l’articolo ai ragazzi e alle ragazze che, quest’anno, per i motivi più vari (molti dopo la dad non sono riusciti a riprendersi), non hanno passato l’anno. Qual è la stoffa di questi ragazzi che, come dice il nostro sistema scolastico, sono da «bocciare»?

In un suo breve e sorprendente racconto, intitolato Sciopero dei professori, Giovanni Guareschi narra di un insegnante delle superiori, poco più che cinquantenne che, avendo aderito a uno sciopero ma non volendo rimanere a casa, si dirige di mattina presto verso la campagna, perché non vuole incontrare, anche solo per sbaglio, qualche studente, in particolare un certo Campora: «Era il più asino della classe: a ragion veduta, lo giudicava un perfetto cretino». Il «giudizio» è uno degli elementi più controproducenti del nostro sistema educativo. Ciascuno di noi forma l’immagine di se stesso per rispecchiamento: per tutta la vita cerchiamo di capire chi e come siamo da ciò che pensano gli altri di noi, ma soprattutto nella fase di formazione. I bambini giudicano se stessi «attraverso gli occhi» di genitori, familiari e insegnanti; gli adolescenti aggiungono i propri pari. Più si viene giudicati in queste fasi più si diventa giudici dopo, non a caso gli insegnanti vengono giudicati dagli studenti con la stessa misura con cui sono stati giudicati, e infatti noi professori temiamo di essere valutati da loro per paura di vedere cose di noi che non ci piacerebbero. Vorrei chiarire che non sostengo una scuola senza giudizi, ma senza giudici. La scienziata Daniela Lucangeli ha appena avviato la «Scienza servizievole in cammino», una marcia che percorrerà tutta l’Italia in 90 tappe sulla via Francigena, con decine di incontri e convegni nelle città di sosta, marcia che ho avuto l’onore di inaugurare insieme a lei a Torino il 13 giugno in un incontro intitolato «La scuola che vorrei». Ci confrontavamo su quanto la scuola deve definitivamente lasciarsi alle spalle e tra le altre cose c’è il «giudizio» così come è inteso oggi. Se un insegnante dà a un ragazzo un voto basso ma gli dice: «Abbiamo preso 4, cosa vogliamo fare ora? Proviamo a togliere questi errori insieme?», passa dal ruolo di giudice a quello di alleato, che non significa astenersi dal misurare i risultati, ma inaugurare un sistema valutativo capace di progressione: se non riesce a trarre un miglioramento realmente radicato nello studente, la scuola è una presa in giro, che si limita a confermare chi è già bravo e lascia dov’è chi è indietro (cosa che purtroppo sta accadendo da anni come dimostrano Luca Ricolfi e Paola Mastrocola in Il danno scolastico).

La valutazione oggettiva è stata introdotta nella scuola proprio per evitare il giudizio soggettivo e aiutare lo studente a migliorarsi. Misurare è giusto, e serve a capire dove l’allievo ha bisogno di supporto; giudicare, non l’operato ma la persona, invece è controproducente: non aiuta a togliere l’errore e genera una sofferenza che impedisce il miglioramento. Lucangeli, nel suo Cinque lezioni leggere sull’emozione di apprendere riporta le parole di alcuni studenti segnati indelebilmente dal giudizio, come quelle di Claudio: «Il mio ricordo più duro è quando mia madre si è messa a piangere (ero dislessico grave, discalculico e disprassico, con disturbi di comportamento). Ricordo che mi sarei dato fuoco lì, piuttosto che tornare a scuola»; e poi di Anna: «Le lettere mi giravano in testa e i numeri mi facevano più paura degli zombie e dei fantasmi. Ma le urla: “Cretina, stupida, ignorante, idiota, menomata” sono ancora oggi il mio dolore sconfinato». Il problema è la sostituzione dell’errore («hai sbagliato»), che si può correggere insieme, con il giudizio («sei sbagliato»).

Ne abbiamo una conferma anche nel racconto di Guareschi quando il professore, continuando la sua passeggiata fuori porta, ripensa a ciò che una volta ha detto a Campora: «“È facilissimo stabilire che tu non hai un milligrammo di cervello, dentro la zucca, difficile stabilire cosa tu abbia al posto del cervello”. In tanti anni di insegnamento il professore aveva sentito e letto miliardi di stupidaggini: ma quelle che Campora diceva o scriveva erano incredibili. Dapprincipio il professore aveva provato un senso di pena per il poveretto, in seguito la pena si era trasformata in disgusto». Come si vede dalle parole di Guareschi il professore valuta lo studente senza mai entrare nel merito degli errori, non distinguendo persona e azione: non misura, giudica. Ma, ironia della sorte e dell’arte narrativa, quando il professore, in aperta campagna, si ferma lungo un canale, scorge proprio Campora, seduto a contemplare l’orizzonte. Si mette a piovere e lo studente, che ha riconosciuto il suo insegnante, lo porta a ripararsi, dato che conosce bene il luogo. Il professore chiede se il ragazzo stia nei paraggi, ma lo studente risponde che abita dall’altra parte della città. Il professore allora chiede come mai sia lì: «Ci vengo sempre. Mi piace». Il professore, stupito, chiede cosa mai gli piaccia di un luogo così desolato e il ragazzo risponde: «L’acqua, le piante in riva all’acqua, il silenzio… è bello stare seduti sotto un portico a veder cadere la pioggia. Fa pensare tante cose». Quando smette di piovere il professore prima di incamminarsi verso casa dice al ragazzo: «Non è meglio che tu vada a studiare?». Campora fa segno di no e, al professore che gli chiede: «Ma non hai paura di rimanere qui solo in mezzo a questa tetraggine?», risponde: «No, signore. Ho paura quando sono in mezzo alla gente». Il professore ammutolisce e, guardando il ragazzo tornare in riva al canale, pensa: «È peggio che cretino. È matto».

Capita di avere studenti dal comportamento incomprensibile e di giudicarli per questo «strani», ma magari, come Campora, hanno solo bisogno di essere aiutati a diventare loro stessi, aggiustando il tiro su scelte scolastiche fatte poco consapevolmente o a causa di aspettative inadeguate. Il racconto non finisce così, le parti si ribaltano: «Il professore doveva convenire che neppure la seconda conclusione quadrava: – Non lo so cosa sia, – esclamò con rabbia, – Non lo so e, invece, lo dovrei sapere! Ripensò agli occhi del ragazzo che, mentre seguivano il cader della pioggia, erano pieni di dolcezza e malinconia». Tornato a casa per tutto il giorno è tormentato dal mistero di quel ragazzo e verso sera, in preda alla curiosità, torna sul luogo del loro incontro. Nell’ultimo tratto lo vede avvicinarsi e si nasconde dietro un tronco. Campora cammina lentamente, assorto e il professore lo segue a distanza, senza farsi scorgere. Così arrivano nella città, piena di gente: «Io ho paura quando sono in mezzo alla gente, – aveva detto il ragazzo. Il professore riudì le parole del ragazzo e, quando il ragazzo venne inghiottito dalla folla, il professore provò un’angoscia acuta, come se gli forassero il cuore». Il professore ha capito, ha toccato il mistero del ragazzo.

Io vorrei una scuola che si lasci alle spalle i giudici non i giudizi, una scuola fatta di alleati e non di più meno consapevoli accusatori, una scuola fatta di maestri con il cuore «forato» dall’unicità di ragazzi spesso incomprensibili solo perché la loro storia aspetta di essere raccontata nel modo giusto, ma noi adulti non dedichiamo abbastanza tempo e sforzi comuni per ascoltarla, perché siamo impegnati a compilare carte e a partecipare a riunioni superflue. In quante scuole, dopo aver «bocciato», incontriamo, chiamiamo o scriviamo ai nostri Campora, per dirgli: «Non abbiamo passato l’anno, vuoi che proviamo a togliere gli errori insieme?». Un sistema in cui tutto si riduce a una comunicazione asettica non educa (aiutare a diventare autonomi) ma giudica (decide chi sei) lasciando segni indelebili. Spesso incontriamo studenti che ci sembrano un mistero, come Campora, ma è proprio a partire da quel mistero che poi sbocciano, perché la loro unicità non riesce a fiorire nella ristretta cornice scolastica fatta di voti e giudizi. Per questo nella scuola che vorrei i professori non dicono mai allo studente ti «bocciamo», ma «sbocciamo?». Come si fa con i fiori, anche quelli più fragili.

Corriere della Sera, 20 giugno 2022
(fonte: Blog dell'autore)



Pellegrini di speranza. Il Giubileo 2025 per costruire un mondo migliore

Pellegrini di speranza.
Il Giubileo 2025 per costruire un mondo migliore

Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, interviene alla presentazione in Vaticano del logo del prossimo Anno Santo e sottolinea che le vicende più recenti invitano a tenere fisso lo sguardo sulla virtù della speranza. Monsignor Rino Fisichella: il 2023 dedicato al Concilio Vaticano II e il 2024 alla preghiera prepareranno i pellegrini

Il logo del Giubileo 2025 "Pellegrini di speranza"

 
Il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin - Monsignor Rino Fisichella

Uno scorcio della Sala Regia del Palazzo Apostolico

Che il motto del Giubileo del 2025 - “Pellegrini di speranza” - possa diventare per il mondo un autentico contenuto da sperimentare. È l’auspicio del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin intervenuto nella Sala Regia del Palazzo Apostolico alla presentazione del logo ufficiale dell’anno santo. Il porporato evidenzia che le vicende di questi anni e di questi mesi recenti sembrano obbligare la Chiesa a tenere fisso lo sguardo sulla virtù della speranza, fondamento della vita cristiana insieme alle altre due virtù teologali - la fede e la carità -, che richiama tutti a essere responsabili costruttori di un mondo migliore. A tal proposito il cardinale segretario di Stato ricorda quanto scritto da Papa Francesco in vista dell’anno giubilare: “Dobbiamo (…) fare di tutto perché ognuno riacquisti la forza e la certezza di guardare al futuro con animo aperto”.

Il Giubileo 2025 evento di fede e di cultura

Ringraziando le autorità civili presenti, coinvolte nella responsabilità organizzativa del Giubileo, per la collaborazione offerta in varie forme in questa fase preparatoria, il cardinale Parolin evidenzia quanto necessaria e feconda sia la complementarietà per il bene di quanti si faranno pellegrini alla tomba di Pietro e Paolo per attraversare la porta santa, secondo l’antica tradizione giubilare. Per il porporato il Giubileo è una bella opportunità offerta in modo speciale alla città di Roma e all’Italia come momento qualificante per accogliere i milioni di turisti che giungeranno per vivere un evento di fede e di cultura.

Il logo e il suo significato teologico

Ad illustrare il logo del Giubileo del 2025 è monsignor Rino Fisichella. Si tratta di un'immagine con quattro figure stilizzate che indicano l’umanità proveniente dai quattro angoli della terra, l’una abbracciata all’altra, per indicare la solidarietà e la fratellanza che devono accomunare i popoli, con l’apri-fila aggrappato alla croce, segno della fede, che abbraccia anch’essa, e della speranza, che non può mai essere abbandonata. Le onde sottostanti sono mosse per indicare che il pellegrinaggio della vita non sempre si muove in acque tranquille. E per invitare alla speranza nelle vicende personali e quando gli eventi del mondo lo impongono con maggiore intensità, la parte inferiore della Croce si prolunga trasformandosi in un’ancora - metafora della speranza -, che si impone sul moto ondoso. Non è casuale la scelta cromatica per i personaggi: il rosso è l’amore, l’azione e la condivisione; il giallo/arancio è il colore del calore umano; il verde evoca la pace e l’equilibrio; l’azzurro/blu richiama la sicurezza e la protezione. Il nero/grigio della Croce/Ancora, rappresenta invece l’autorevolezza e l’aspetto interiore. L’intera raffigurazione mostra anche quanto il cammino del pellegrino non sia un fatto individuale, ma comunitario e dinamico che tende verso la Croce, anch’essa dinamica, nel suo curvarsi verso l’umanità come per andarle incontro e non lasciarla sola, ma offrendo la certezza della presenza e la sicurezza della speranza. Completa la raffigurazione, in verde, il motto del Giubileo 2025, Peregrinantes in Spem. Il logo, aggiunge monsignor Fisichella rappresenta “una bussola da seguire e un comune denominatore espressivo capace di permeare in modo trasversale tutti gli elementi che orbitano intorno alla celebrazione dell’evento Giubilare” ed esprime l’identità e il tema spirituale peculiare, racchiudendo il senso teologico intorno al quale si sviluppa e si realizza il Giubileo.

Il Concorso internazionale

L’immagine che identifica il Giubileo 2025 è frutto di un Concorso Internazionale, spiega ancora monsignor Rino Fisichella, al quale hanno partecipato studenti, studi grafici, istituti religiosi, professionisti e studiosi di arte che si sono dovuti confrontare con il tema del pellegrinaggio e della speranza. Sono giunte 294 proposte da 213 città e da 48 Paesi diversi. La fascia di età dei partecipanti è stata dai 6 agli 83 anni. Una Commissione ha valutato i lavori presentati secondo tre criteri: pastorale, perché il messaggio del Giubileo fosse facilmente intuibile; tecnico-grafico, che garantisse una buona fattura grafica per la riproducibilità; estetico, perché il disegno fosse ben fatto e accattivante. Quindi sono stati sottoposti al Papa tre progetti finali perché scegliesse quello che maggiormente lo colpiva. “La scelta non è stata facile neppure per lui - racconta il presule - dopo avere più volte osservato i progetti ed espresso il suo compiacimento, la scelta è caduta sulla proposta di Giacomo Travisani”.

L’ideatore

“Ho immaginato gente di ogni ‘colore’, nazionalità e cultura, spingersi dai quattro angoli della Terra e muoversi in rotta verso il futuro, gli altri, il mondo - dice emozionato Giacomo Trevisani -, come vele di una grande nave comune, spiegate grazie al vento della Speranza che è la croce di Cristo e Cristo stesso”. Nel “personificare” la Speranza ha pensato subito alla Croce: “La Speranza, mi sono detto, è nella Croce”. Quindi ha “immaginato il Papa, Pietro di oggi, guidare il popolo di Dio verso la mèta comune, abbracciando la Croce, che diviene un’ancora, quale saldo riferimento per l’umanità”, mentre il popolo si stringe a lui e anche a quell’ancora cui si stringono i pellegrini di ogni tempo. “Siamo ‘Pellegrini di Speranza” perché portiamo con noi le paure del prossimo nel desiderio di condividerle e farle nostre - conclude l’autore del logo del Giubileo del 2025 richiamando infine il motto - questo indicano le figure che si stringono tra loro guardando alla Croce come un’ancora di salvezza”.

I due anni di preparazione al Giubileo

Papa Francesco ha chiesto che i due anni precedenti il Giubileo siano focalizzati su due tematiche particolari. E così il 2023 sarà dedicato alla rivisitazione dei temi fondamentali delle quattro Costituzioni del Concilio Vaticano II di cui il prossimo 11 ottobre si celebrerà il 60° anniversario di apertura, “perché la Chiesa possa respirare di nuovo" quel "profondo e attuale insegnamento" che ha prodotto, precisa monsignor Fisichella. Sono in preparazione, a tal proposito, una serie di sussidi agili, “scritti con un linguaggio accattivante” per permettere a quanti non ne hanno memoria di incuriosirsi e di scoprirne “l’anelito innovatore che ha permesso alla Chiesa di entrare con consapevolezza nel terzo millennio della sua storia”. Il 2024, invece, sarà un anno dedicato alla preghiera. L’idea è quella di creare un contesto favorevole al Giubileo e di permettere ai pellegrini di prepararsi.

La tecnologia a servizio dell’anno santo

Per l’anno santo 2025 ci si avvarrà anche delle conquiste della scienza e della tecnica. “Si dovrà consentire a milioni di utenti di diventare pellegrini anche attraverso il digitale e muoversi per i cammini cogliendo la bellezza e la sacralità del momento” chiarisce monsignor Fisichella. Per questo motivo si vuole dar vita ad un flusso di notizie che mentre consente di fare memoria di secoli di storia, obbliga anche a rimanere radicati al presente. Dopo l’estate sarà disponibile il sito ufficiale del Giubileo con la relativa app, due strumenti per aiutare a vivere al meglio gli eventi proposti, facilitando l’esperienza spirituale e culturale della città di Roma. Il portale conterrà, dunque, oltre all’importante Carta del Pellegrino, notizie, cenni storici, informazioni pratiche, servizi e strumenti multimediali, in dieci lingue e con un alto livello di accessibilità per le persone disabili.

Gli eventi

Infine monsignor Fichella illustra, secondo un primo schema, l’elenco dei Grandi eventi pensati per: famiglie, bambini, giovani, movimenti e associazioni, anziani, nonni, disabili, sport, malati e sanitari, università, mondo del lavoro, cori e corali, confraternite, sacerdoti, persone consacrate, cattolici orientali, catechisti, poveri, carcerati. Ma il calendario completo sarà pronto entro l’anno.
(fonte: Vatican News, articolo di Tiziana Campisi 29/06/2022)