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lunedì 5 agosto 2019

Decreto sicurezza - Appello don Ciotti: "La disumanità non diventi legge" (VIDEO)

Decreto sicurezza
Appello don Ciotti: 
"La disumanità non diventi legge"

Sceglie di prendere posizione in video don Luigi Ciotti contro il decreto sicurezza che arriva lunedì 5 agosto in aula al Senato. Il fondatore dell'associazione Libera definisce il testo una "aberrazione giuridica". E spiega: "Essendo già enorme il potere del ministro dell'Interno in materia di immigrazione, questa estensione rappresenta una invasione di campo, una appropriazione indebita di ruoli e competenze altrui, ennesimo segno di un'ambizione sfrenata, indifferente alla divisione dei poteri su cui si fonda la democrazia".

Don Ciotti sottolinea che tutto ciò avviene "nel più totale disprezzo dei trattati internazionali che anche l'Italia ha ratificato" e che impongono anche al nostro Paese di "prestare soccorso ai naufraghi e alle persone in difficoltà". Da sacerdote ricorda che quei principi esprimono "lo spirito del Vangelo, cioè accogliere gli oppressi e i discriminati, denunciare le ingiustizie, costruire una società più umana a partire da questo mondo".

Non nega la "difficoltà di governare il fenomeno migratorio" ma conclude: "Questo decreto sicurezza non è un segno di governo ma di una gestione cinica del potere, tramite mezzi di cui la storia del Novecento ci ha fatto conoscere gli esiti tragici: la rappresentazione della vittima e del debole come nemico. Per questo oggi noi con forza diciamo: la disumanità non diventi legge".

GUARDA IL VIDEO

domenica 4 agosto 2019

Papa Francesco scrive ai "fratelli presbiteri" per esprimere sostegno, vicinanza e incoraggiamento


Sacerdoti durante la celebrazione dell'Eucaristia

La lettera di Francesco nel 160° anniversario della morte del Curato d’Ars: sostegno, vicinanza e incoraggiamento a tutti i preti che nonostante fatiche e delusioni ogni giorno celebrano i sacramenti e accompagnano il popolo di Dio

Una lettera ai fratelli preti per incoraggiarli e sostenerli

Sacerdoti in una comunità indigena in Brasile
Il dramma degli abusi, il grido sgomento delle vittime, che li hanno subiti da chi mai avrebbero immaginato, pesa come un fardello sulle spalle di ogni sacerdote. Ci sono preti che vengono guardati con sdegno, con sospetto, per colpe che non hanno, ma che rimangono ferite sanguinanti per l’intero corpo ecclesiale.

Con la lettera ai sacerdoti in occasione del 160° anniversario della morte del santo Curato d’Ars, modello di prete consumatosi nel servizio al popolo di Dio, Papa Francesco – che pure non si è certo tirato indietro di fronte al dovere della denuncia e del rimprovero, quando necessario – risponde ringraziando l’esercito silenzioso dei sacerdoti che non hanno tradito né la fede né la fiducia. In questa lettera, firmata da San Giovanni in Laterano, sede del Vescovo di Roma, come a sottolineare di averla scritta proprio come pastore e Vescovo di Roma, il Papa manifesta vicinanza, incoraggiamento, sostegno, conforto a tutti i sacerdoti del mondo. A quei preti che ogni giorno, spesso con fatica, sfidando la delusione e l’incomprensione, tengono aperte le chiese e celebrano i sacramenti. A quei preti che vincendo la tristezza e l’abitudinarietà, continuano a mettersi in gioco nell’accogliere chi ha bisogno di una parola, di conforto, di accompagnamento. A quei preti che quotidianamente visitano la loro gente, donandosi senza riserve, piangendo con chi è nel pianto e gioendo con chi è nella gioia. A quei preti che vivono “in trincea”, che a volte rischiano la propria vita per essere vicini al loro popolo. A quei preti che devono percorrere giorni e giorni di canoa per raggiungere qualche villaggio sperduto per andare a trovare le pecore isolate del loro gregge.

C’è una grandezza poco raccontata nella vita ordinaria della Chiesa. Una grandezza capace di fare la storia anche se mai conquisterà le pagine dei manuali o le luci della ribalta. È la grandezza del servizio nel nascondimento, di chi si dona senza protagonismi, confidando soltanto nella grazia di Dio. È la grandezza della vita regalata agli altri da quei preti «peccatori perdonati», come il Papa definisce anche se stesso, che avendo sperimentato e continuando a sperimentare la misericordia, lasciano a Dio l’iniziativa e lo seguono nel servizio alle loro comunità.

C’era bisogno di una parola di incoraggiamento, di stima, di vicinanza. C’era bisogno di un ringraziamento come quello contenuto nelle pagine della lettera papale. Perché il dolore provocato al corpo ecclesiale dalle infedeltà di pochi - come accaduto con la tremenda piaga degli abusi - non rischiasse di far dimenticare la fedeltà di molti, vissuta nonostante le tante fatiche e i limiti umani. Per questo Papa Francesco ha voluto rendere grazie a chi ancora oggi offre tutta la propria esistenza a Dio servendolo nella sua gente, e rinnova quell’iniziale “sì” della propria vocazione facendo memoria della chiamata ricevuta.


I tweet di oggi



Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - XVIII Domenica T. O. – Anno C





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)







Preghiera dei Fedeli

XVIII Domenica T. O. / Anno C

4 agosto 2019 



Colui che presiede

Fratelli e sorelle, la Parola che ci è stata proclamata e commentata chiede a noi un’apertura di cuore e di orecchie. Rivolgiamo al Padre con fiducia le nostre preghiere ed insieme diciamo:

R/ Donaci, o Padre, la sapienza del cuore 

Lettore 

- Rendi la tua Chiesa, o Padre, un vero spazio di fraternità, di condivisione e di gratuità. Il segno del pane spezzato sia la sua unica sapienza, testimoniando al mondo che la terra non è un possesso per pochi, ma un dono per tutti. Preghiamo. 

- Nella tua provvidenza, o Padre, dona speranza a tutti i poveri della terra. Piega l’avidità e la superbia dei potenti, perché la pace torni ad essere un’aspirazione di tutti i popoli. Preghiamo.

- Ti affidiamo, o Padre, questo nostro Paese, che sta vivendo una crisi profonda. L’insicurezza economica ha oscurato il cuore, lasciando spazio a sentimenti di aggressività, di rancore e di totale indifferenza per il dolore dell’altro. Apri il nostro cuore alla compassione e alla condivisione. Preghiamo. 

- Ricordati, o Padre, di noi, delle nostre case, dei nostri giovani. Aiutaci a trovare in Te il vero rifugio, che ci metta al riparo dalle nostre paure e dalla ricerca nevrotica di sicurezze, che i beni non possono garantire. La tua Parola ci insegni a saper vivere i nostri limiti come apertura al dono che è l’altro. Preghiamo. 

- Davanti a te, o Padre, ci ricordiamo dei nostri parenti e amici defunti; ci ricordiamo anche di coloro che muoiono per fame e per mancanza di medicine, di coloro che muoiono nella solitudine e nell’abbandono. Dona a tutti, o Padre, di contemplare il tuo Volto di luce e di pace. Preghiamo. 

Colui che presiede 

Ascolta, o Padre, la voce della tua Chiesa in preghiera. Donaci ogni giorno la tua sapienza, affinché impariamo a comprendere che la nostra vita non dipende dai beni che possediamo, ma dalla capacità di assimilare e mettere in pratica il Vangelo del tuo Figlio Gesù, che ci insegna a vivere come tuoi figli e come fratelli nella fede e in umanità. Te lo chiediamo perché Egli vive in comunione con Te e con lo Spirito Santo, nei secoli dei secoli. AMEN.

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 39/2018-2019 (C) di Santino Coppolino

"Un cuore che ascolta - lev shomea"
Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo
e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: 
Lc 12,13-21



"I miei frutti... i miei granai... i miei beni... la mia vita!".  Avidità, brama di possesso, cupidigia, sono espressione dell'egoismo dell'uomo che si manifesta nel possedere di più. 
L'accumulo dei beni è il maldestro tentativo che da sempre mettiamo in atto per salvare la nostra vita dalla minaccia sempre incombente della povertà e dalla morte; quel che Gesù chiama: "il lievito dei farisei". L'esistenza non dipende dai beni, ma ha la sua origine nel Padre, per questo siamo figli suoi e fratelli tra di noi. Ma se facciamo dipendere la vita dalle cose che possediamo, Dio non è più nostro Padre e gli altri diventano dei pericolosi concorrenti. I beni, invece, sono doni della munificenza del Signore per la vita di tutti e tali devono rimanere, per questo dobbiamo condividerli con i fratelli. Si possiede veramente solo ciò che si dona, quello che, invece, si possiede ci possiede, pianta la sua tenda nel nostro cuore, come un idolo, portandoci alla morte. "Questa lezione è fondamentale per ogni credente: per il possidente stupido ('afron = senza cervello) come per la Chiesa tutta. Tutte le volte che ce ne dimentichiamo l'Eden - il Giardino della Vita - torna nuovamente ad essere un deserto di morte" (cit.)


sabato 3 agosto 2019

"Fate attenzione e guardatevi da ogni cupidigia!" di Enzo Bianchi - XVIII domenica T.O. – Anno C

Fate attenzione e guardatevi da ogni cupidigia!

Commento
 XVIII domenica T.O.  – Anno C

Letture:  Qoelet 1,2;2,21-23; Salmo 89; Colossesi 3,1-5.9-11; Luca 12,13-21


In quel tempo uno della folla gli disse a Gesù: «Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». 
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: «Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così - disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!». Ma Dio gli disse: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?». Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

Gesù era considerato dalla gente un rabbi, un maestro autorevole nell’interpretare le sante Scritture, tra le quali la Torah, la Legge. Molte volte venne dunque interrogato da vari ascoltatori riguardo a temi in discussione nel giudaismo del tempo, ma anche su questioni quotidiane.

Il vangelo secondo Luca testimonia che durante il suo viaggio verso Gerusalemme gli venne posta, tra le altre, una domanda molto concreta riguardo alla spartizione dell’eredità, affinché egli dirimesse la contesa tra due fratelli. La Legge stabiliva che alla morte di un soggetto proprietario di beni immobili, cioè terra e casa, l’eredità spettava al figlio maschio primogenito, così che il patrimonio non fosse diviso, spezzettato (cf. Dt 21,17). Tuttavia agli altri figli era riservata una parte dei beni mobili. Nel nostro caso, per l’appunto, sembrerebbe che sia il figlio minore a chiedere a Gesù di intervenire perché sia onorato il suo diritto, probabilmente non riconosciuto dal fratello maggiore. Era sempre possibile, anzi era la norma ideale che i fratelli condividessero l’eredità, mostrando in tal modo di riconoscere la fraternità come un bene (cf. Sal 133,1); ma non sempre ciò avveniva…

Di fronte a questa richiesta, formulata più come un comando che come una domanda, Gesù non solo si rifiuta di esaudirla, ma in tono spazientito ribatte: “O uomo (ánthrope), chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”. Vi è un rifiuto di Gesù a rispondere direttamente alla domanda postagli. Non possiamo dimenticare come anche questo faccia parte dello stile di Gesù: rispondere con un mashal, una parabola, oppure con un’altra domanda enigmatica, soprattutto in occasione di controversie con i suoi avversari. Ribattendo: “Chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”, Gesù si rifiuta forse di sostituirsi all’autorità dei giudici stabiliti dalla Torah di Israele (cf. Dt 16,18-20; 21,15-17)? O vuole indicare che spetta a ciascuno agire secondo la sua coscienza, sempre ispirandosi alle esigenze di giustizia e di amore indicate dalla Legge di Dio?

E le domande da parte nostra si susseguono, collegandosi l’una all’altra. Perché Gesù risponde in questo modo? Per dire con chiarezza che a lui non interessano questioni economiche? Per manifestare che la sua missione è di carattere spirituale? Per lasciare ai due fratelli la responsabilità di decidere e risolvere il conflitto? Io credo che Gesù replichi in modo spazientito perché ha letto in quella pretesa non una sete di giustizia ma una brama di possesso. Lui che aveva detto di dare anche la tunica a chi ci toglie il mantello (cf. Lc 6,29), che raccomanderà di condividere i beni con i poveri (cf. Lc 12,33; 18,22), come potrebbe essere uno che regola questioni di eredità? Se avesse preso una decisione giuridica ed economica, avrebbe potuto beneficiare della gratitudine della parte favorita. Invece sceglie di andare dalla superficie alla radice, di decentrare l’attenzione di chi ha fatto ricorso a lui.

Gesù sa che la brama, la cupidigia, quando sono presenti nel cuore umano, finiscono per alimentare i conflitti, per accecare gli occhi, che non riescono più a vedere né i fratelli né il prossimo. Ecco perché prosegue con un’ammonizione: “Fate attenzione (horâte) e guardatevi (phylássesthe) da ogni cupidigia (pleonexía) perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede”. È un avvertimento alla vigilanza continuamente rinnovata affinché la seduzione del possesso e dei beni, veri idoli, non impedisca al credente non solo il vero e autentico riconoscimento di Dio, ma anche una vita pienamente umana, che resta per ciascuno sempre un compito. Noi umani siamo preda di una facile illusione: credere che la pienezza della vita ci venga da ciò che possediamo, dal denaro, dalla proprietà, e non da ciò che siamo. Come scriveva oltre quarant’anni fa Erich Fromm, con parole tuttora attualissime: “Si direbbe che l’essenza vera dell’essere sia l’avere; che, se uno non ha nulla, non è nulla”.

Per imprimere meglio la sua ammonizione nel cuore e nella mente di chi lo sta ascoltando, Gesù racconta una parabola. C’è un grande proprietario terriero la cui campagna prospera in modo straordinario. Il frutto è abbondantissimo, tanto che egli si trova impreparato: dove ammassare tutto il raccolto? Comincia allora a pensare a come poter sfruttare quell’abbondanza e decide di demolire i vecchi magazzini, troppo piccoli, e di costruirne altri più grandi, per conservare in essi il grano e gli altri beni. Ma a quel punto si considera anche soddisfatto, autosufficiente, sicuro di sé, fino a poter dire a se stesso: “Ora che disponi di molti beni, per molti anni, riposati, mangia, bevi e divertiti!”. È un programma di vita nel quale il suo io diventa l’unico soggetto: “Io farò, io demolirò, io costruirò, io raccoglierò, io dirò a me stesso!”. E tutto il resto – raccolti, magazzini, e beni – sono accompagnati dall’aggettivo possessivo “miei”.

Questo, in verità, è un programma che non ci è estraneo, ma che forse è sopito nel profondo del nostro cuore, pronto a diventare desiderio e progetto non appena sembra che i nostri beni aumentino e possano darci sicurezza. In questa situazione non si riesce nemmeno a intravedere la possibilità della condivisione, a leggere che l’abbondanza dei raccolti, o delle ricchezze da noi accumulate, è un’occasione per distribuire quei beni inattesi ai poveri e a chi non ha questa fortuna. Quest’uomo, presente anche in noi, sa vedere solo i propri beni, in una solitudine della quale non è consapevole, accecato dalle proprie ricchezze, inebetito…

Ma ecco arrivare per lui una sorpresa, che fa apparire l’intero suo programma come grande stoltezza e stupidità: giunge improvvisa la fine della sua vita, ed egli non potrà portare con sé nulla di ciò che ha accumulato! Solo allora, troppo tardi, questo ricco si accorge che la ricchezza non dà la felicità, non assicura la vita autentica, ma solo addormenta, acceca, impedisce di vedere la realtà umana. Qui occorre ricordare la lezione del salmo 49, con il suo tagliente ma realissimo ritornello: “L’uomo nel benessere non capisce e non dura, ma è come gli animali avviati verso il mattatoio!” (cf. Sal 49,13.21). Lo stesso salmo afferma che anche se l’uomo si arricchisce e accresce il lusso della sua casa, quando muore non porta nulla con sé (cf. Sal 49,17-18): il suo unico pastore e padrone è la morte (cf. Sal 49,15)… Sì, ragionare e comportarsi in questo modo si dimostra folle, insensato, perché manifesta un’illusione mortifera: quella che la ricchezza e la proprietà di molti beni salvino, diano senso e significato alla vita. Spesso non lo ammettiamo, ma in realtà lo pensiamo, e facciamo di questo criterio l’ispirazione di molte nostre scelte…

In verità la morte che ci attende tutti, proprio perché fa parte della nostra vita senza che possiamo rimuoverla, rivela il limite del possesso, del potere, del piacere, e riconduce ogni persona alla realtà e alla fragilità umana. Se teniamo presente l’orizzonte della nostra propria morte, siamo spinti a interrogarci in profondità: in cosa consiste la nostra vita? In cosa troviamo un senso alla fragilità e cerchiamo salvezza dalla morte? Non è un caso che nella sua lettera Giacomo, rivolgendosi ai ricchi che si vantano di ciò che fanno e possiedono, li interroghi: “Di cosa è fatta la vostra vita?” (cf. Gc 4,14).

L’ora della morte sarà anche quella dell’incontro con il giudice, Dio, il quale renderà manifesto ciò che ciascuno di noi ha pensato, detto e fatto nei giorni della sua vita terrena. Allora sarà evidente la verità di ciò che si è vissuto qui e ora: ovvero, dell’aver tenuto conto o meno della volontà di Dio che tutti gli esseri umani siano fratelli e sorelle e partecipino con giustizia alla tavola dei beni della terra, in quella condivisione capace di combattere la povertà. Ma chi ha accumulato per sé con un folle egoismo, chi non si è “arricchito presso Dio”, cioè condividendo i suoi beni, sarà nella solitudine eterna. La vita umana non finisce qui, anche se spesso lo dimentichiamo, e la vera eredità da desiderare è la “vita eterna”, che si può ricevere nell’amare Dio e il prossimo, non accumulando beni terreni.

"La libertà si conquista in cammino ... io vorrei lasciarvi cinque parole: «Date e vi sarà dato» ... Vi auguro una buona strada!" Papa Francesco agli scouts d'Europa (testo, foto e video)

DISCORSO AI PARTECIPANTI ALL'"EUROMOOT"
DELL’UNIONE INTERNAZIONALE DELLE GUIDE E SCOUTS D'EUROPA (UISGE)
Aula Paolo VI
Sabato, 3 agosto 2019


Cari amici, buongiorno e benvenuti!

Ringrazio il Cardinale Angelo Bagnasco per le sue parole e ringrazio anche tutti voi perché siete qui, e perché avete compiuto un lungo cammino per arrivare! Avete fatto tanta strada. Siete un po’ stanchi, sicuramente. Di una cosa sono sicuro: che dentro vi sentite più liberi di prima. Sono sicuro di questo. E che cosa ci dice questo? Che la libertà si conquista in cammino, non si compra al supermercato. Si conquista in cammino. La libertà non arriva stando chiusi in stanza col telefonino e nemmeno sballandosi un po’ per evadere dalla realtà. No, la libertà arriva in cammino, passo dopo passo, insieme agli altri, mai soli.

Nel vostro cammino avete avuto cinque tappe, cinque incontri con grandi santi che in epoche diverse hanno percorso l’Europa: Paolo di Tarso, Benedetto da Norcia, Cirillo e Metodio, Francesco di Assisi, Caterina da Siena. Questa gente, questi santi, che cosa hanno avuto in comune? Non hanno atteso qualcosa dalla vita o dagli altri, ma si sono fidati di Dio e hanno rischiato, si sono messi in gioco, in cammino per realizzare dei sogni così grandi che dopo secoli hanno fatto bene anche a noi, a voi, a tutti. Hanno dato la vita, non l’hanno tenuta per sé. Allora, dopo questi cinque incontri, vorrei lasciarvi cinque parole. Voi avete avuto cinque incontri, io vorrei lasciarvi cinque parole. Non mie, ma del Vangelo che vi ha accompagnato nel tragitto e che vi invito a tenere sempre con voi, come vostro navigatore - il Vangelo è il vero navigatore per la strada della vita - e ad aprirlo ogni giorno, perché il Vangelo è la mappa della vita. Ecco le cinque parole di Gesù, sono cinque parole, facili da ricordare: «Date e vi sarà dato» (Lc 6,38). Cinque parole, ma tutto un messaggio, un programma di vita. Parole semplici, che tracciano una rotta chiara. Date e vi sarà dato.

Prima di tutto date. Oggi si pensa subito ad avere. Tanti vivono col solo scopo di possedere quel che piace. Ma non sono mai soddisfatti, perché quando hai una cosa ne vuoi un’altra e poi un’altra ancora e avanti così, senza fine. Non c’è la sazietà dell’avere. L’avere di più provoca più fame, più voglia di avere, senza trovare quello che fa bene al cuore. Il cuore si allena non con l’avere, ma col dono. L’avere ingrossa il cuore, lo fa pesante, lo fa mondano. Il dono lo fa leggero. È un allenamento di tutti i giorni. Per questo Gesù fissa come punto di partenza non l’avere, ma il dare: date, cioè iniziate a mettere in gioco la vita! Dare vuol dire alzarsi dalla poltrona, dalle comodità che fanno ripiegare su se stessi, e mettersi in cammino. Dare vuol dire smettere di subire la vita e scendere in campo per regalare al mondo un po’ di bene. Per favore, non lasciate la vita sul comodino, non accontentatevi di vederla scorrere in televisione, non credete che sarà la prossima app da scaricare a farvi felici. «I sogni più belli si conquistano con speranza, pazienza e impegno, rinunciando alla fretta» (Esort. ap. postsin. Christus vivit, 142). Dio vi accompagna in questo cammino e tifa per voi, perché diate il meglio. C’è anche un’altra cosa nella voglia di avere: l’alienazione. Tu perdi la tua originalità e diventerai una fotocopia. Ma Dio ha creato ognuno originale, con il nome proprio. Non facciamo della nostra originalità – come diceva quel ragazzo sedicenne Carlo Acutis – una fotocopia. Quanti giovani oggi, è triste, sono una fotocopia, hanno perso l’originalità e copiano l’identità di qualsiasi altra originalità. Tu dici: “Va bene, do il meglio di me, ma in giro c’è tanto menefreghismo, tanti pensano solo a se stessi. Non è che faccio la figura dell’ingenuo e ci perdo e con il dare divento un ingenuo del quale tutti rideranno?”. Vorrei dirti: fidati di Gesù. Fidati di Gesù. Egli, dopo aver detto date, aggiunge: e vi sarà dato. Dio è Padre e vi darà più di quello che immaginate. Dio non lascia a mani vuote. Quando sembra che ti tolga qualcosa, è solo per fare spazio e darti di più e meglio, per farti avanzare nel cammino. Ti libera delle false promesse dei consumi per farti libero dentro. Gesù ti rende felice dentro, non fuori. Gesù non ti fa il maquillage, no: ti fa la realtà dentro, ti fa bello da dentro, ti fa bella da dentro! Non da fuori. Ti dà quello che nessuna cosa ti può dare; perché l’ultimo smartphone, la macchina più veloce o il vestito alla moda, oltre a non bastare mai, non ti daranno mai la gioia di sentirti amato e anche la gioia di amare. È questa la vera gioia: sentirti amato e amare.

Dunque, la prima cosa, dare. È il segreto della vita. Sapete perché? Perché la vita è una realtà speciale: “Io voglio possedere la vita, possedere la mia vita. Come devo fare?” La vita si possiede solo donandola, dandola. Così tu possederai la tua vita! Ma tu puoi dire: “Anche se do il meglio di me, la realtà non cambierà in meglio”. Non è vero. Sai perché? Perché tu sei unico. Perché nessuno al mondo può dare al mondo quello che sei chiamato a dare tu. La stessa cosa qualcuno diceva a Madre Teresa di Calcutta: “Ma lei suora, fa queste cose con i poveri, con i moribondi … Fa tante cose belle … Ma cosa fa questo in un mondo così pagano, così ateo, così malvagio, con tante guerre?”. E lei diceva: “Una goccia in più nel mare. Se non la darò io non la darà nessuno”. Nessuno può dare quello che io, unico, posso dare. Nessuno al mondo può dare quello sei chiamato a dare tu! Ciascuno di voi è unico e – per favore non dimenticatelo mai – è prezioso agli occhi di Dio. Per la Chiesa siete preziosi, per me siete preziosi. Vorrei dirlo a ciascuno di voi: per me tu sei prezioso. Per Dio tu sei prezioso. Sarebbe bello che dal cuore lo diceste ogni volta che vi trovate insieme, a ognuno, dal cuore: “Tu sei prezioso, tu sei prezioso … ”. Questo è il dono. Anche nei riguardi degli altri vale l’invito di Gesù date e vi sarà dato. Mi piace pensare a quella che in gergo scout chiamate Partenza, cioè al momento in cui scegliete di fare del servizio il vostro stile di vita. Aprirsi all’altro, vivere per fare bene all’altro, vivere – per usare le vostre parole – la fratellanza scout: se vivete così, vi sarà dato. Sì, perché se costruite ponti verso gli altri vedrete gli altri percorrere quei ponti verso di voi. Quando invece si sta da soli a guardare per aria, perdendosi nelle proprie fantasie, si vive in bolle di sapone. Ma una vita che vaga per aria evapora anziché andare avanti. Guardate le vostre mani, fatte per costruire, per servire, donare e per dare agli altri e dite a voi stessi: “I care, l’altro mi riguarda”.

Date e vi sarà dato vale anche nei confronti del creato. Se continuiamo a sfruttarlo, ci darà una lezione terribile. La stiamo già vedendo. Se ce ne prendiamo cura, avremo una casa anche domani. Nel vostro cammino vi siete immersi nella natura. Bello! Avete notato che il creato non ha frontiere? Il creato non ha frontiere: è di tutti e per tutti. Le piante, i boschi, gli animali crescono senza confini, senza dogane. Il creato è un libro aperto che ci dà un insegnamento prezioso: siamo al mondo per incontrare gli altri, per creare comunione, perché siamo tutti collegati. Il creato è fatto per collegarci con Dio e tra di noi, è il social di Dio. Ma se partiamo dai preconcetti sugli altri, da idee prestabilite, vedremo sempre limiti e barriere. Se invece incominciamo a incontrare l’altro, con la sua storia, con la sua realtà, scopriremo un fratello col quale abitare la casa comune, abitare il creato che non ha frontiere.

Cari amici, avete camminato fin qui seguendo il motto Parate viam Domini. Vi incoraggio a preparare la via del Signore ovunque vi troviate. La via del Signore è facile da riconoscere: è quella che come senso di marcia ha il dono, che fa andare avanti il mondo; non il possesso, che fa tornare indietro. Non dimenticare: il possesso è così. Il dare è così. Il possesso ti fa tornare indietro. Il dare ti fa andare avanti. Scegliendo la strada del dono si diventa cittadini attivi, come diceva il vostro fondatore Baden Powell. È tanto importante, oggi: il Signore non cerca solo gente per bene – non solo questo -, ma il Signore cerca gente che fa il bene! Anche l’amore per l’Europa, che vi accomuna, non richiede solo osservatori attenti, ma costruttori attivi: costruttori di società riconciliate e integrate, che diano vita a un’Europa rinnovata; non protettrice di spazi, ma generatrice di incontri. L’Europa ha bisogno di incontrarsi. Voi, rover e scolte di tutta Europa avete questo compito storico. Con il vostro cammino e i vostri sogni state già forgiando lo spirito europeo. Il distintivo di tutti gli scouts è un giglio. È il simbolo che indica il nord sulle bussole e sulle antiche carte nautiche. Ricorda che lo scoutismo vuole formare uomini e donne che aprono strade verso l’Alto e mantengono la rotta giusta, quella del bene. Non dimenticatevi: date, sempre così, in avanti; non con la voglia di possedere che porta sempre indietro. “Date e vi sarà dato”. Sarà il dono a riempirvi la voglia. Vi auguro, cari scolte e rover d’Europa, di essere degli apri-strada sulla via del dono, apri-strada su questa via del dono, del dare. Date e vi sarà dato. Vi ringrazio, vi chiedo di pregare per me e vi auguro una buona strada!









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Omelia di p. Aurelio Antista (VIDEO) - 28.07.2019 - XVII domenica T.O. (C)


Omelia di p. Aurelio Antista

-  XVII domenica T.O. (C)  -
28.07.2019

Fraternità Carmelitana 
di Barcellona Pozzo di Gotto




… Gesù vive una relazione filiale ... Gesù dice quando pregate dite anche voi Padre, perché Dio è Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro ... Gesù ci invita ad entrare in questa relazione filiale nei confronti di Dio, una relazione che si fa atteggiamento di ascolto, di dialogo, di intimità, di comunione profonda, di confidenza. Questa è la preghiera che Gesù ha vissuto e questa è la preghiera che Gesù invita anche noi ad assumere.
Per crescere in quest'atteggiamento nella preghiera c'è Lui, Gesù, il Figlio, ma c'è anche Maria, la Madre del Signore; Maria che è per noi Madre, Sorella e maestra di preghiera.
Qui abbiamo l'immagine di Maria che invochiamo col titolo di Beata Vergine del monte Carmelo, uno dei tanti titoli con il quale il popolo cristiano invoca Maria ...

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LA PAROLA - SINODO: CAMMINARE INSIEME di Antonio Spadaro

LA PAROLA 
SINODO: 
CAMMINARE INSIEME 

di Antonio Spadaro







Sinodo significa «camminare insieme». Nell’antica Grecia, come ci attesta Polibio nel II sec. a.C., identificava un’assemblea di carattere politico. La democrazia è un «cammino» fatto insieme. La parola poi è stata assunta dal vocabolario teologico ed ecclesiastico (ad esempio per il «sinodo dei vescovi») e non è più stata usata laicamente. E invece sinodo – oggi più che mai – deve tornare ad essere anche parola laica e civile. Si fa sempre più fatica a camminare insieme. La nostra vita sociale e politica mette al centro l’io virale e megafonico. L’«uno vale uno» pare sia finito per certificare la perdita del valore proprio dell’addizione. Crediamo solo nella moltiplicazione dell’io medesimo. 
Il leader politico è diventato un numero primo che catalizza il consenso ma resta divisibile solo per se stesso, senza relazioni di partecipazione e condivisione. E così finisce per rispondere solo all’istinto, e a parlare per urli primitivi (o qualcosa di molto simile).
Il sinodo parla del potere, ma ne offre un approccio radicalmente diverso. È fatto di somme, di molteplicità, di differenze accolte, di ascolto, di tratti di strada condivisi e pure a ritmi diversi, di pause. Una cosa però è chiara: non si fa «sinodo» né per contratto né per ricetta, ma solo se ci si pensa dentro un futuro comune, da costruire insieme. Se si hanno rospi in pancia, il «camminare insieme» è pure terapeutico: li fa saltar fuori e non li comprime dentro la pancia per paura di guardarli in faccia. Se non ci liberiamo dalla paura siamo spacciati.
Papa Francesco nel 2015, parlando a L’Avana, ha ricordato che una volta era andato in visita in un’area molto povera della capitale argentina. Il parroco del quartiere gli presentò un gruppo di giovani che stava costruendo alcuni locali: «Questo è l’architetto, è ebreo, questo è comunista, questo è cattolico praticante, questo è…». Commentò il papa: «Erano tutti diversi, ma tutti stavano lavorando insieme per il bene comune». Questa è sinodalità. Francesco la chiama pure «amicizia sociale», che sa coniugare i diritti con la responsabilità per il bene comune. E a Cuba aggiunse: «Un Paese si distrugge per l’inimicizia… uccidendo la capacità di unire». Un monito per noi oggi.

(Fonte: “L’Espresso” del 28 luglio 2019)

venerdì 2 agosto 2019

Intenzione di preghiera per il mese di Agosto 2019: Preghiamo perché la famiglia divenga sempre più “laboratorio di umanizzazione”.

Intenzione di preghiera per il mese di Agosto 2019: 
Preghiamo perché la famiglia divenga sempre più 
“laboratorio di umanizzazione”.

Papa Francesco nel videomessaggio per l’intenzione di preghiera del mese di Agosto 2019, diffuso dalla Rete Mondiale di Preghiera del Papa esorta a pregare affinché le famiglie divengano sempre più “laboratori di umanizzazione”.

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La traduzione in italiano del testo pronunciato dal Papa in spagnolo.

Che mondo vogliamo lasciare per il futuro?

Lasciamo un mondo con famiglie.

Prendiamoci cura delle famiglie perché sono vere scuole del domani, 
spazi di libertà, centri di umanità.

E riserviamo loro tutto il debito spazio per la preghiera, personale e comunitaria.

Preghiamo perché le famiglie, grazie a una vita di preghiera e d’amore, 
divengano sempre più “laboratori di umanizzazione”.




Cari insegnanti, godetevi le vacanze. Perché la scuola è una gabbia di matti (letteralmente)


Cari insegnanti, godetevi le vacanze.
Perché la scuola è una gabbia di matti (letteralmente)

Se l’80% delle malattie professionali nel mondo della scuola è di natura psichiatrica, un motivo ci sarà. Perché l’insegnamento è un mestiere altamente stressante. Ma nemmeno gli stessi docenti sono consapevoli dei problemi cui vanno incontro


Cari docenti d’Italia,

Questo articolo è per voi, ed è per dirvi una cosa importante: godetevi le vacanze. Sì, ve le siete meritate. Siete finalmente arrivati alla fine di un altro anno scolastico. Finiti gli scrutini, i consigli di classe, i ben peggiori consigli docenti, le riunioni. Basta compiti in classe da preparare, basta colloqui con i genitori, basta bambini incapaci di tenere il sedere sulla sedia e liceali che fingono di aver studiato ma durante l’interrogazione si arrampicano sugli specchi, prendendovi per scemi. Basta liti con i colleghi presuntuosi, basta arrovellamenti con le Lim (le lavagne interattive) che non funzionano, basta con l’ansia perenne che possa cadere l’intonaco in testa a voi o ai vostri studenti in un’aula sì e nell’altra pure. Basta con chi vi considera “solo un supplente” e quindi non riconosce la vostra autorità in classe, né tantomeno apprezza il valore del vostro mestiere. Siete dei professionisti, per la miseria, anche se la busta paga a fine mese non sembra dire altrettanto.

A settembre, poi, ricomincerà il solito calvario, e pur avendo concluso un anno impegnativo, pur essendovi affezionati agli studenti (perlomeno ad alcuni) e pur avendo dimostrato competenza e serietà, chissà se sarà abbastanza per essere richiamati in servizio. Secondo le ultime del Miur, i concorsi e le assunzioni sono ancora in alto mare. Sai che novità, la scuola è così da anni, direte. L’immissione in ruolo ormai è un sogno che manco Cenerentola fantasticava così in grande. Eh già, lo sappiamo, anche se in pochi sanno davvero cosa significhi vivere la quotidianità della scuola e quanto impegnativa e al tempo stesso poco gratificante possa essere.

Almeno fino a settembre, però, potete dire basta. Tutto quello che vi ci vuole ora è il rumore delle onde del mare, la vista di una montagna o la pace della casa in campagna. Quale che sia la vostra meta, godetevela a pieno. I vostri, in fondo, sono «tre mesi di convalescenza, più che di vacanza». E a dirlo è uno che se ne intende - Vittorio Lodolo D’Oria, medico specializzato in burnout nella scuola. Perché sì, la scuola è sfiancante, e lo è anche più di quanto ve ne possiate rendere conto. Secondo gli esperti, infatti, se arrivate a fine anno spremuti come arance, è anche perché continuate a lavorare pur essendo inconsapevoli dei rischi che la scuola comporta per la vostra salute, soprattutto mentale.

Gli insegnanti sono tra i più soggetti allo sviluppo di tumori, 
proprio in virtù dello stress cronico a cui sono sottoposti quotidianamente.

Perché forse non sapete, cari docenti, che l’80% delle patologie professionali nel mondo della scuola è di natura psichiatrica: ansia, depressione, un male di vivere che manco Eugenio Montale o il pessimismo cosmico di Leopardi. E probabilmente non sapete nemmeno che gli insegnanti sono tra i più soggetti allo sviluppo di tumori, proprio in virtù dello stress cronico a cui sono sottoposti quotidianamente. E che ne dite del fatto che l’insegnamento è la professione a maggior rischio suicidiario? Non vogliamo spaventarvi, cari docenti, solo mettervi davanti ad una grande verità, che forse vi potrebbe anche aiutare nel vostro lavoro. Se fossero prevenute e curate a dovere, infatti, molte di queste malattie sarebbero gestibili. Ma la verità è che, almeno finché la scuola rimarrà la giungla che è oggi, difficilmente potrete liberarvi dei mali che vi affliggono.

Mettete, ad esempio, tutti quelli che pensano che il vostro sia un mestiere facile, perché fate le stesse vacanze dei vostri studenti e “lavorate mezza giornata”. Ah, se sapessero quanto lavoro ci si porta a casa, quanto “sommerso” per la preparazione dei programmi delle lezioni, la correzione dei compiti, le relazioni. Quante ore sacrificate “in nome dei ragazzi” e mai ricompensate, nemmeno con una pacca sulla spalla. No, voi siete comunque quelli del “chi non sa fare, insegna”, e il peso di questi stereotipi vi pesa in maniera insopportabile, anche se non ne siete pienamente coscienti. Anche qui, non siamo noi a dirlo, ma gli esperti.

Mettete la questione della relazione con gli studenti, un rapporto strano e a tratti malsano: un tale livello di vicinanza e conflittualità si vive solo in famiglia. Con la differenza che in quel caso i figli crescono e ad un certo punto i ruoli saranno invertiti, saranno loro ad occuparsi dei genitori. Voi, invece, siete condannati ad una sorta di “sindrome di Dorian Gray al contrario” (termine coniato dal medesimo Lodolo D’Oria), perché pur andando avanti con gli anni (vedi alla voce “invecchiamento della classe docente”) voi continuate a stare in cattedra, e ogni volta davanti agli occhi vi ritrovate nuove generazioni di bambini e ragazzi sempre più giovani, sempre più diversi, sempre più distanti da voi. Come si possa in un contesto simile svolgere un ruolo educativo consono ai tempi, ve lo vengano a spiegare dal ministero.

Mettete poi lo squilibrio squisitamente numerico dello stare in classe con venti o trenta ragazzini (vedi alla voce “classi pollaio”) che ogni minuto di ogni giorno, senza interruzione di continuità, vi fanno una «risonanza magnetico-nucleare» nel momento esatto in cui mettete piede in classe. «Secondo Freud, i bambini sono perversi polimorfi - sapranno sempre se hai un capello fuori posto». Parola di esperto. Metteteci poi uno che magari è quel tantino più sensibile della media e non si sente di entrare a scuola come se andasse in trincea, et voilà, la frittata di docente è fatta.

Posto che gli insegnanti italiani sono i meno pagati e i più vecchi di tutti in Europa, è facile intuire di quale livello di considerazione possano godere

Infine, perché no, metteteci pure l’assurdità di un concetto ormai molto diffuso nel sistema in cui viviamo, ovvero quello del “vali quanto guadagni” (vedi alla voce “capitalismo”). Ecco, posto che gli insegnanti italiani sono i meno pagati e i più vecchi di tutti in Europa, è facile intuire di quale livello di considerazione possano godere. «È come dire: avete in mano il destino dei ragazzi e il futuro della nazione, ma non valete niente», dice Lodolo D’Oria. Tra docente e cancellino per la lavagna (ormai persino lui è riuscito ad andare in pensione) difficile stabilire chi possa avere livelli di autostima più alti.

Si tratta solo di esempi, naturalmente; la lista potrebbe infatti proseguire a lungo. «Uno psicologo americano una volta si mise a stilare l’elenco degli elementi che condizionano il lavoro degli insegnanti. Giunto al quarantesimo, si rese conto che sarebbe potuto arrivare all’ottantesimo: lì realizzò che non avrebbe avuto senso continuare», racconta l’esperto.

Il punto è che l’insegnamento è una professione altamente stressante, e posto che questo stress intacca inevitabilmente non solo il benessere degli stessi docenti, ma si riflette anche nella qualità dell'insegnamento, qualche riflessione a riguardo bisognerebbe pure farla. E non si dica che i docenti, più degli altri, hanno un dovere morale: «questa è poesia. Si tratta di una professione gravosa e importantissima, purtroppo svilita», dice Lodolo D’Oria. «Chi pensa che l'insegnamento sia una missione, vada a fare il missionario».

La dura realtà è che, persino nel 2019, le malattie professionali degli insegnanti rimangono non codificate, e quindi non riconosciute. In più, nessuna delle riforme delle pensioni dagli anni ’90 ad oggi ha mai preso in considerazione l’incidenza delle malattie professionali con l’avanzare del tempo. Ma la storia non finisce qui: malgrado il ministero sia ben al corrente delle statistiche che riguardano i propri insegnanti, nega comunque i dati: Lodolo D’Oria si batte da anni per ottenerli, senza successo. Immaginatevi cosa succederebbe, cari docenti, se la notizia prendesse piede. Ma tant’è: la scuola continuerà a farvi ammattire. O forse sarà che bisogna esser matti ad insegnare in Italia (sulla questione Lodolo D'Oria ha scritto un paio di libri). Quale che sia il caso, cari docenti, ci teniamo a rimarcare il punto iniziale: godetevi le vacanze. Perché la scuola è una gabbia di matti, e dovete ringraziare solo Iddio (o voi stessi) se siete riusciti ad arrivare vivi alla fine di un altro anno.



giovedì 1 agosto 2019

“Breviario dei nostri giorni” Recensione di Aldo Pintor

“Breviario dei nostri giorni”
di Gianfranco Ravasi
Recensione di Aldo Pintor

In questi giorni nelle librerie i lettori possono trovare “Breviario dei nostri giorni” (Mondadori p. 412, € 22). Una raccolta di citazioni letterarie filosofiche e religiose raccolte dal card. Ravasi cui fa seguito un breve commento del curatore. 

Il dottissimo cardinale estrae perle di sapienza con rara perseveranza per ogni giorno del calendario e queste frasi con la successiva meditazione sono tratte dalle sue sterminate e onnivore letture. 

Il nostro cardinale anziché tenere egoisticamente e narcisisticamente per sé la sua cultura dovuta ai suoi vasti interessi la propone ai suoi lettori dando spunti di riflessione per ogni giorno e di poter coltivare con continuità la sempre più rara abitudine di ritagliarsi uno spazio per meditare sulla vita. 

Quasi ogni anno il Cardinal Ravasi ci regala raccolte analoghe che ci fanno riflettere sia sull'importanza delle nostre quotidiane azioni come bere mangiare dormire da cui dipende la nostra sopravvivenza ma anche su altre azioni come leggere ricercare o donare o ascoltare che sono ugualmente indispensabili per rendere umana la nostra vita. 

Infatti anche leggere un libro ascoltare musica o guardare un film sono attività che enormemente contribuiscono alla nostra crescita spirituale e Ravasi ce lo ricorda in continuazione aiutandoci in questo compito non sempre facile e scontato. 

Leggendo questa raccolta non possono non venirci in mente le sublimi parole di Michel de Montaigne, “Faccio dire agli altri quello che non so dire bene io, sia per la debolezza del mio linguaggio, sia per la debolezza della mia intelligenza” oppure le altrettanto famose parole di Goethe “Tutti i pensieri intelligenti sono stati pensati: occorre solo tentare di ripensarli”. 

Quello che cerca di fare il Cardinal Ravasi con le sue raccolte annuali di massime è mettere in pratica gli insegnamenti di questi due giganti della letteratura di ogni tempo e paese. 

Come nelle altre raccolte che negli anni ci ha donato, il card. Ravasi per ogni giorno mette una citazione di uno scrittore con uno spunto di riflessione spirituale ispirato al brano e scritto da lui stesso. Nel commento Ravasi gioca a far concordare nelle sue riflessioni scrittori e pensatori spesso estremamente discordanti tra loro Cesare Pavese e Pierpaolo Pasolini David Hume e Cicerone. Autori greci e latini con santi della chiesa cattolica. Tutto quanto ci aiuta a far germogliare e coltivare una spiritualità autenticamente cristiana (e quindi autenticamente umana). Per questo scopo l'autore attinge a autori diversissimi e spesso molto distanti se non contrastanti tra loro per visione del mondo e epoca storica vissuta. Eppure tutti i parallelismi che la vastissima cultura del Cardinale riesce a scovare ci aiutano ad affrontare “il mestiere di vivere con dignità e umanità senza ignorare che ogni cammino umano è fatto anche di sofferenze e di cadute. 

La lettura di questo libro può essere fatta anche non tutta in una volta come si fa con un romanzo ma assaporando ogni giorno una delle perle di saggezza proposte. Questo libro si può leggere anche a salti senza che nulla vada perduto. 

Nessuna delle citazioni dei tanti autori amati da Ravasi è inutile. Da questo libro impariamo anche a rivalutare la curiosità aspetto caratteriale oggi non particolarmente apprezzato della cultura individualistica predominante. Ma è indispensabile per vivere in sintonia con gli altri. Il “farsi i fatti propri e talvolta persino l'eccesso di riservatezza in realtà spesso nascondono un profondo egoismo che ci porta a chiuderci in noi stessi.

Vedi la scheda del libro “Breviario dei nostri giorni” di Gianfranco Ravasi


Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso! - Il Perdonodi Assisi 1 e 2 Agosto

Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!
Il Perdonodi Assisi 1 e 2 Agosto


Giornata intensa ad Assisi dove alle 11 verrà celebrata la Messa con la processione di Apertura del Perdono. Padre Ceccobao, santuarista della Porziuncola, a Vatican News spiega il senso del Perdono ricordando che la misericordia è l’emergenza che alberga nel cuore dell’uomo

Un Perdono che riconcilia con la parte più profonda di ogni uomo. Nella Porziuncola, spiegano i frati francescani, si vive ogni giorno questa esperienza intensa che trasforma la vita. E oggi, nel santuario dove il fraticello di Assisi chiese al Signore il Paradiso per tutti, così come nelle altre chiese francescane, si può chiedere l’indulgenza plenaria per riconciliarsi nel cuore e nello Spirito.

Il perdono, il miracolo di ogni giorno in Porziuncola

Domani l’arrivo della 39.ma Marcia Francescana, quest’anno sul tema “Al posto tuo”. Padre Simone Ceccobao, santuarista della Porziuncola, spiega il senso del Perdono di Assisi ...


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In questo video viene spiegato cosa è il Perdono di Assisi, la storia in cui San Francesco chiese a Dio questa grande grazia e come si ottiene la relativa indulgenza plenaria.


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Sarà possibile seguire tutti i principali eventi in diretta mediante la WebTV della Porziuncola, dalla nuova App gratuita “Frati Assisi” e dai Canali social Facebook e Youtube “Frati Assisi”



Pro-vocati dal Vangelo. Tempo di vacanze o di stress?


Pro-vocati dal Vangelo. 
Tempo di vacanze o di stress?
di Diana Papa

Chi non manda in vacanza anche la fede, può riconoscere in sé il desiderio di fermarsi, per ritrovare il Signore ed ascoltarlo, per lasciarsi amare, interrogare, guidare, orientare da Lui e scoprire la propria esistenza attraversata dallo Spirito. Venendo in contatto con la sorgente della vita, può chiamare il limite con il proprio nome e decidere di cercare un’alternativa alle proprie resistenze, trasformando le stesse fragilità in risorse e vivere nella libertà di figli di Dio


Aspettare con ansia il tempo delle vacanze, contare i giorni per giungere finalmente alle meritate ferie dopo un anno di lavoro, di corse, di fallimenti, di frustrazioni, di successi, di infedeltà, di incomprensioni, di rapporti interrotti, di sfinimenti che offuscano talvolta ciò che si vive anche con gioia nel quotidiano, è più che comprensibile. Così è legittimo desiderare il riposo, per riprendere energie, vivendo senza condizionamenti di orari, senza regole, fantasticando ogni momento sulla programmazione dei giorni delle vacanze, sentendo già sulla pelle la frenesia per le ore future che si immaginano piene di incontri, di divertimenti e di scorribande.

È proprio salutare vivere le vacanze affannosamente e nella convinzione che tutto è permesso? È tutto qui il senso delle vacanze? Si può dare un significato più profondo, cercando la natura, prendendosi cura in toto di sé e degli altri, per recuperare la bellezza e l’armonia della vita e godere del dono ricevuto da Dio? Come mantenere costantemente il contatto con tutta la propria esistenza che comprende non solo il livello fisio-psicologico, ma anche quello spirituale- esistenziale? Quale angolo della nostra vita attende di essere liberato e quale ignoriamo? Quale vacanza alternativa si può vivere, che comprenda anche lo svago e il relax?

Chi va in montagna e si addentra nei meandri dei boschi, può venire in contatto con la natura incontaminata e sentirsi un tutt’uno con il creato. Passo dopo passo, lungo il cammino, sente il profumo degli alberi, il fruscio delle foglie appena accarezzate dal vento leggero. Alzando gli occhi verso gli alberi, vede lo scoiattolo che si inerpica sui tronchi, ascolta il cinguettio degli uccelli, insegue i loro voli che disegnano dei ricami in cielo. Lungo i sentieri sente il gorgoglio dei ruscelli che con loro acqua sono pronti a dissetare ogni viandante.

Durante il percorso prevede delle soste, per godere della natura. Fermandosi sulla cima del monte, seduto su un masso, guarda la bellezza delle stelle alpine, mentre gira lo sguardo verso l’alto. Riprendendo il percorso, raggiunge le cime innevate: mentre prova le vertigini guardando la vallata, ascolta il suono armonico del silenzio. A contatto con la profondità della propria esistenza, può incontrare Dio che lo cerca e lo aspetta da sempre, Dio che vuole parlare al suo cuore e che lo fa percepire parte del creato. Camminando ancora con gli amici di cordata, gode dello stare insieme, pone delle domande profonde e ascolta, mentre, immerso nell’amicizia e nella natura, vive nel qui e ora alla presenza di Dio.

Chi raggiunge il mare per le vacanze e programma di non lasciarsi galvanizzare costantemente dall’ingorgo della folla che si accalca, dai rumori che coprono le voci, rendendo spesso assordante ogni luogo, sceglie di non accumulare ulteriore stress. Se si pensa al mare, subito lo si associa alla baldoria. Chi conosce i suoi segreti e le sfaccettature, sa che il mare ascolta, il mare parla, il mare attrae, il mare porta ogni vivente a scoprire la profondità delle relazioni. Fermarsi da solo o in compagnia vicino al mare, in luoghi appartati, per scrutare l’infinito, toccare l’orizzonte, sentire il profumo dei gigli del mare, percepire la sabbia sotto i piedi, ascoltare il flebile suono delle onde che appena lambiscono la riva e sfiorarle, tuffarsi nell’acqua cristallina e scoprire la bellezza immersa del profondo del mare, tutto questo è penetrare nella profondità della propria esistenza, lasciando risuonare la voce di Dio che ama ogni creatura con amore eterno.

Durante le vacanze ognuno è chiamato a superare lo steccato del proprio egocentrismo e coltivare le amicizie. Stare, infatti, con gli amici e godere insieme del silenzio, della compagnia e del reciproco raccontarsi, senza competizioni, in atteggiamento di sorpresa, di ascolto profondo, di rispetto, di apertura della mente che non si arrocca nelle proprie posizioni, nelle proprie opinioni, ma che apre il cuore accogliendo ogni altro senza pregiudizi, senza criticare la diversità, è scoprire la presenza di Dio nel profondo di ognuno e percepire lo spazio abitato dall’Altissimo esistente tra le persone.

Chi non manda in vacanza anche la fede, può riconoscere in sé il desiderio di fermarsi, per ritrovare il Signore ed ascoltarlo, per lasciarsi amare, interrogare, guidare, orientare da Lui e scoprire la propria esistenza attraversata dallo Spirito. Venendo in contatto con la sorgente della vita, può chiamare il limite con il proprio nome e decidere di cercare un’alternativa alle proprie resistenze, trasformando le stesse fragilità in risorse e vivere nella libertà di figli di Dio.

Andare, allora, in vacanza per riposarsi può essere un tempo benefico, anche Dio si riposò il settimo giorno, ma è anche un’opportunità per verificare il cammino della propria vita alla luce della Parola, per poter consolidare le proprie radici nel Vangelo, per rivisitare le relazioni e renderle sempre più umane e divine, per curare la vita spirituale, per impegnarsi ad essere testimone credibile nella famiglia, nel lavoro, nella società, nel tempo libero, per sentirsi parte del creato, per riconciliarsi e unificarsi nel profondo ed essere ovunque segno dell’amore di Dio nella quotidianità.