VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV IN FRANCIA
E VISITA ALLA SEDE DELL’ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE
PER L’EDUCAZIONE, LA SCIENZA E LA CULTURA (UNESCO)
25-28 SETTEMBRE 2026
Venerdì, 25 settembre 2026
(pomeriggio)
PARIGI - SAINT-DENIS - PARIGI
15:00 VISITA ALL’ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE PER L’EDUCAZIONE, LA SCIENZA E LA CULTURA (UNESCO) presso la Sede dell’UNESCO
17:15 CELEBRAZIONE DEI VESPRI CON I VESCOVI, I SACERDOTI, I DIACONI, I CONSACRATI, LE CONSACRATE E I SEMINARISTI presso la Cattedrale di Notre-Dame de Paris
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* Visita all’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO)
Alle ore 14.45 il Santo Padre si è trasferito in auto alla Sede dell’UNESCO. Al suo arrivo al Pavillon d’Honneur è stato accolto dal Direttore generale dell’UNESCO, Khaled Ahmed El-Enany Ali Ezz, e dall’Osservatore permanente della Santa Sede presso la medesima istituzione, Mons. Roberto Campisi. Successivamente, nella Hall Ségur, ha salutato il Presidente della Conferenza generale, il Presidente del Consiglio esecutivo, la Vicedirettrice generale e la Direttrice generale aggiunta incaricata della priorità Africa. A seguire, la firma del Libro d’Oro e lo scambio dei doni.
Nella Biblioteca ha avuto luogo un incontro bilaterale tra il Direttore generale e Papa Leone XIV, alla presenza della Vicedirettrice generale, dei Direttori generali aggiunti, del Seguito Papale e dell’Osservatore Permanente.
Il Pontefice ha salutato i membri della Missione Permanente, per poi recarsi per una breve visita in Piazza della Tolleranza. Successivamente, il Santo Padre, accompagnato dal Direttore generale, ha raggiunto la Sala I, attraversando la Salle des pas perdus, dove, per l’occasione, sono state esposte opere d’arte rappresentative dei gruppi regionali dell’UNESCO.
Dopo le parole di benvenuto del Direttore generale è stato consegnato al Santo Padre il Libro della Pace e, successivamente, Papa Leone XIV ha pronunciato il suo discorso.
All’uscita, il Papa ha salutato brevemente parte del personale dell’UNESCO e si è trasferito in auto aperta alla Cattedrale di Notre-Dame per la Celebrazione dei Vespri con i Vescovi, i Sacerdoti, i Diaconi, i Consacrati, le Consacrate e i Seminaristi.
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Leone XIV a Parigi, 300 mila in strada per salutarlo. All’UNESCO: «La dignità umana è inalienabile
perchè siamo tutti figli di Dio e fratelli tra noi.
La guerra, lo sfruttamento e la cultura della morte la feriscono»
Il Pontefice pronuncia a Parigi uno dei discorsi più importanti del suo pontificato: la persona non può essere ridotta a merce, numero o strumento. Dalla condanna delle guerre e delle armi fino al rifiuto dello sfruttamento, dell’aborto, dell’eutanasia e del suicidio assistito, il Papa indica nella dignità di ogni vita il fondamento della pace e dei diritti umani. attraversando il centro di Parigi sulla rive gauche, nel quartiere Latino. In auto, ha poi attraversato il centro della città, acclamato da 300.000 persone che erano ai lati delle strade con bandierine e cartelli inneggianti a Papa Leone, fino alla chiesa di Notre-Dame-des-Champs nei pressi del giardino di Luxembourg.
«La vita è un dono, non una merce». È attorno a questa convinzione che Papa Leone XIV ha costruito il suo storico intervento all’UNESCO, nel cuore della capitale francese, quarantasei anni dopo la memorabile visita di san Giovanni Paolo II. Davanti ai rappresentanti dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, il Pontefice ha delineato una vera e propria carta della dignità umana, denunciando tutto ciò che oggi la minaccia: la guerra, le armi, lo sfruttamento economico, la manipolazione della scienza e quella che ha definito la progressiva «disumanizzazione della persona» e la parallela «umanizzazione delle macchine».
Il discorso rappresenta una sintesi del magistero di Leone XIV e del tema scelto per il viaggio in Francia, «Affinché il mondo abbia la vita», trasformando la sede dell’UNESCO in una tribuna mondiale per riaffermare che la pace nasce dal riconoscimento dell’inalienabile dignità di ogni essere umano.
La guerra è la più terribile opera dell’uomo
Il Papa ha aperto la sua riflessione con un richiamo drammatico ai conflitti che devastano il mondo. La guerra, ha affermato, non è un fenomeno inevitabile né una necessità storica, ma «la più terribile opera umana», perché nasce dalla negazione della dignità dell’altro e trasforma le persone in bersagli, numeri o strumenti di potere.
Per Leone XIV il vero banco di prova del rispetto dei diritti umani non sono le dichiarazioni solenni, ma il modo in cui vengono trattati i più vulnerabili: i bambini nel grembo materno e nei teatri di guerra, le persone con disabilità, gli anziani, i migranti e quanti vivono nelle periferie della storia.
La dignità, ha insistito, non dipende dall’età, dalla salute, dalla produttività o dalla cittadinanza: appartiene alla persona in quanto tale e precede qualsiasi riconoscimento giuridico.
Contro la cultura delle armi e della forza
La riflessione sull’inalienabile valore della vita conduce naturalmente alla condanna della logica del riarmo. Per il Pontefice, l’idea che la sicurezza possa essere garantita dall’accumulo di armamenti rappresenta una pericolosa illusione destinata ad alimentare nuove spirali di violenza.
L’umanità, ha osservato, continua a investire risorse immense nella produzione di strumenti di morte mentre milioni di persone sono private del necessario per vivere con dignità. La pace non potrà mai essere costruita attraverso l’equilibrio del terrore, ma soltanto mediante il dialogo, la giustizia e la solidarietà tra i popoli.
Per questo Leone XIV ha rilanciato l’appello a un disarmo autentico, ricordando che nessuna arma potrà garantire quella sicurezza che nasce invece dalla fiducia reciproca e dal rispetto dei diritti dei popoli.
Lo sfruttamento riduce l’uomo a merce
Accanto alla violenza delle guerre, Leone XIV ha denunciato un’altra forma di aggressione alla dignità: quella economica e sociale.
Lo sfruttamento del lavoro, la tratta delle persone, il commercio degli organi, la riduzione dell’essere umano a semplice fattore produttivo o consumatore sono, secondo il Pontefice, manifestazioni di una stessa cultura che attribuisce valore alle persone soltanto in base alla loro utilità.
Quando il profitto diventa il criterio assoluto, ha spiegato, l’uomo cessa di essere fine e diventa mezzo. È proprio questa mentalità che rende possibile tanto la miseria quanto le nuove schiavitù del nostro tempo.
La vita non è disponibile
Uno dei passaggi più netti del discorso riguarda l’inizio e il termine dell’esistenza umana.
Leone XIV ha ribadito che la dignità è «inalienabile» e pertanto non può essere subordinata a criteri di efficienza, autonomia o qualità della vita. Per questo il Papa ha richiamato la necessità di custodire i bambini nel grembo materno e di accompagnare con cura e compassione gli anziani e i malati, respingendo la logica che considera l’aborto, l’eutanasia o il suicidio assistito come risposte alla sofferenza.
La risposta autenticamente umana, ha affermato, non consiste nell’eliminare chi soffre, ma nel moltiplicare la solidarietà, le cure e la vicinanza. La civiltà si misura dalla capacità di proteggere coloro che non hanno voce e non dalla possibilità di decidere chi abbia diritto di vivere.
L’intelligenza artificiale e il rischio della disumanizzazione
Nel luogo simbolo dell’educazione e della cultura mondiale, Leone XIV ha affrontato anche il tema dell’intelligenza artificiale.
Il problema, ha spiegato, non è la tecnologia in sé, ma il rischio di attribuire alle macchine caratteristiche proprie della persona e, contemporaneamente, di trattare gli esseri umani come algoritmi o dati da elaborare. Da qui la sua espressione più incisiva: occorre evitare la «disumanizzazione della persona» e l’«umanizzazione delle macchine».
La scienza, quando è orientata al bene, apre straordinarie possibilità per la medicina, l’educazione e la conoscenza. Ma senza un discernimento etico può diventare strumento di controllo, discriminazione e manipolazione.
Per questo il Papa ha invitato a formare le coscienze prima ancora delle competenze tecniche, affinché ogni innovazione rimanga al servizio della libertà e della dignità dell’uomo.
Un umanesimo per il XXI secolo
Leone XIV ha concluso il suo intervento proponendo un nuovo umanesimo fondato sulla fraternità. L’UNESCO, ha detto, è chiamata a essere molto più di un’organizzazione internazionale: deve diventare uno spazio in cui educazione, scienza e cultura cooperino per costruire una pace duratura.
La difesa della dignità umana non riguarda soltanto i credenti, ma costituisce il patrimonio comune dell’intera famiglia umana. È questa, secondo il Pontefice, la condizione perché il mondo possa davvero avere la vita: riconoscere che nessuna guerra, nessuna arma, nessuna forma di sfruttamento e nessuna cultura della morte potranno mai cancellare il valore infinito di ogni persona.
(fonte: Faro di Roma, articolo di Letizia Lucarelli 25/09/2026)
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* Celebrazione dei Vespri con i Vescovi, i Sacerdoti, i Diaconi, i Consacrati, le Consacrate e i Seminaristi
Alle ore 16.45 il Santo Padre Leone XIV è giunto in auto aperta l’area della Cattedrale di Notre-Dame. Lungo il percorso dalla Sede dell’UNESCO fino alla Cattedrale di Notre Dame e nell’area attorno la chiesa le autorità locali hanno stimato la presenza di circa 300 mila persone.
Dopo aver percorso a piedi un tratto tra i fedeli, il Papa è stato accolto dall’Arcivescovo Metropolita di Parigi, Mons. Laurent Ulrich. All’ingresso della Cattedrale, Mons. Olivier Ribadeau-Dumas, Rettore Arciprete della Cattedrale di Notre-Dame di Parigi, gli ha porto la croce e l’acqua benedetta per l’aspersione. Dopo aver attraversato la navata centrale, il Papa ha raggiunto la cappella del Santissimo Sacramento per un breve momento di raccoglimento. Successivamente, si è recato nella cappella dove è custodita la Corona di spine di Cristo per un momento di venerazione; quindi, ha raggiunto l’altare.
Dopo il Rito del Lucernario, l’Indirizzo di saluto dell’Arcivescovo Metropolita di Parigi, i Riti di introduzione, l’Inno, la Salmodia e la Lettura Breve, Papa Leone XIV ha pronunciato l’Omelia.
Conclusa la Celebrazione, il Pontefice ha raggiunto l’esterno della Cattedrale per un breve momento di preghiera con i fedeli presenti.
Al termine della preghiera il Papa ha salutato il Sindaco di Parigi e si è trasferito in auto alla Nunziatura Apostolica per la cena in privato.
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OMELIA DI PAPA LEONE XIV
Cari fratelli e sorelle,
la preghiera della sera ci ha raccolti nel luogo che da secoli, più di ogni altro, invita Parigi a levare lo sguardo al cielo. Sono passati sette anni da quando il mondo intero, col fiato sospeso, ha osservato la cattedrale avvolta da un incendio spaventoso. Anche allora abbiamo sollevato lo sguardo, sconcertati, riconoscendo l’umana insufficienza di fronte all’imponderabile. Quel dolore non fu dei soli cattolici, né dei soli credenti. Ci accorgemmo, in quell’ora drammatica, che Notre-Dame è più di un monumento. La corale partecipazione alla ricostruzione e ora lo splendore del risultato rivelano che qui batte il cuore di un popolo, che ci troviamo al centro vitale di una civiltà, che si abbracciano passato e futuro, che si incontrano cielo e terra.
Ho desiderato incontrarvi in questo luogo-simbolo della Chiesa in Francia. È stata per me una gioia varcarne la soglia, poco fa, come avviene ogni giorno a migliaia di fratelli e sorelle che giungono qui da tutto il mondo. Il semplice fatto di entrare, ci pone di fronte a una bellezza che parla al nostro cuore inquieto e lo chiama alla pace. Nel restituire questo spazio all’intera umanità, è stato giustamente inteso quanto ogni visitatore possa lasciarsi rigenerare da ciò che vede, ascolta e prova. Le Istituzioni – pubbliche, ecclesiali e private – coinvolte nel restauro di Notre-Dame, col loro specifico contributo, hanno così concorso a riattivare i percorsi culturali, esistenziali e spirituali che la Cattedrale dischiude. In questo contesto, la Chiesa ha interpretato il proprio compito in termini non solo di conservazione, ma anche di creatività, facendo vivere la tradizione con l’audacia di chi ha fede ed è rivolto alla Speranza. Di questo desidero ringraziare l’Arcivescovo, i suoi collaboratori e la comunità diocesana di Parigi, che hanno anche immaginato un percorso pastorale di primo annuncio e di iniziazione cristiana alla portata di tutti. Ne è segno il fonte battesimale, che si incontra all’ingresso come benedizione ed invito.
La ricostruzione della Cattedrale è stata l’occasione di un incontro che ha dilatato gli spazi dell’accoglienza e della partecipazione al di là dei confini dell’appartenenza ecclesiale. Cari vescovi, presbiteri, diaconi, persone consacrate, seminaristi di Francia: lasciatevi ispirare da quanto è avvenuto qui! Anteponete a tutto l’Evangelii gaudium, ossia quella conversione missionaria che Papa Francesco ci ha testimoniato sin dalla sua prima Esortazione Apostolica.
Dalla Lettera ai Galati abbiamo ascoltato la ragione per cui non dobbiamo temere: «Dio mandò il suo Figlio» (Gal 4,4). Lo mandò fra noi, in questo nostro mondo! Nel testo paolino il verbo descrive un avvenimento reale, storico, non circostanze ideali. I cristiani non rifuggono la complessità, perché Dio stesso li ha chiamati a seguire suo Figlio in un mondo già abitato, già in movimento, già segnato dalle miserie e dalla bontà degli esseri umani. Il cammino della Croce rivela, certo, le oscurità che attraversano il mondo, ma più radicalmente l’amore di Dio vittorioso della morte.
La pianta a croce della cattedrale, dove pietra e luce si fondono, evoca l'incontro tra la terra e il cielo. Essa raccoglie e ordina gli eventi della storia, intessuta di gioie e sofferenze umane. Le tiene insieme in una dinamica simbolica, che delle diverse espressioni fa una lingua viva, componendole in unità.
Cari amici, dall’Incarnazione – «Dio mandò il suo Figlio» – discende l’identità della Chiesa, chiamata ad essere sempre “in uscita”. Come discepoli di Cristo, voi sapete bene che la comunità cristiana non si costituisce come enclave in cui ritrarsi per difendersi dal proprio tempo. Si offre, al contrario, come le antiche cattedrali, quale spazio di accoglienza, di rispetto, di rivelazione e di senso per tutti. Qui sta la forza di una Chiesa viva: accogliere la periferia che si trova già nel suo cuore, il lontano che in realtà è già vicino, l’estraneo nel quale Cristo già sta bussando alla porta.
Se Notre-Dame è il segno di tale incontro nel centro di Parigi, a maggior ragione le altre città e regioni di Francia, anche le più periferiche e rurali, saranno trasfigurate da una presenza missionaria semplice e benevola, che aiuti anche la composizione delle differenze culturali e la guarigione delle ferite presenti nelle nostre società. Dalle coste del nord fino al Mediterraneo, dalle aree interne ai dipartimenti d’oltremare, siate una Chiesa viva, multiforme e vicina. La povertà di mezzi non impedisce la missione, poiché è la grazia di Dio a facilitare la libertà interiore e la sobrietà della vita, così da riflettere uno stile evangelico. In tutto ciò, valorizzate con fiducia la presenza missionaria dei fedeli laici, che sono l’avamposto vivente della Chiesa nei crocevia del mondo quotidiano.
D’altro canto, fratelli e sorelle, non dobbiamo dimenticare che la finalità per cui questo Tempio, come ogni altra chiesa, è stato innalzato è la preghiera e la lode di Dio. Esso è il luogo dove la Comunità cristiana celebra la forma più alta di preghiera e di lode, rinnovando nell’Eucaristia il Sacrificio redentore di Cristo. La Cattedrale non è un involucro di pietra da ammirare: vive nel mistero sacro che vi si celebra. Svuotata dell’azione liturgica, perderebbe la sua anima. Qui, in Notre-Dame, questa verità è posta in evidenza dalla collocazione dell’altare al centro dello spazio: la comunità che loda il Signore sta, così, al cuore dell’edificio, e i visitatori, anche durante le celebrazioni, le camminano intorno e osservano. La Chiesa vi appare per ciò che è: un organismo vivo, una comunità credente che raccoglie nella lode quanto la cultura e la Tradizione le consegnano, un corpo che, proprio celebrando, narra a chiunque la ragione per cui esiste.
Oggi più che mai facciamo i conti con un tempo che appare senza pienezza, senza profondità, senza promesse. La nobile semplicità del canto, della parola, del gesto liturgico possono rappresentare per molti uno squarcio, un’oasi di pace in una società iperconnessa e rumorosa, dove si può sperimentare la presenza dell’Autore del più grande amore: «Quando venne la pienezza del tempo. Dio mandò il suo Figlio» (Gal 4,4). La celebrazione dell’anno liturgico, della domenica e delle feste ci rendono anche contemporanei di Cristo, attenti ai diversi momenti della sua vita tutta donata al Padre per il mondo. Così, diventiamo anche più sensibili e aperti ai segni dei tempi. L’ascolto comunitario delle Scritture e la preghiera ci abilitano, in effetti, a vedere le vicende storiche sotto la luce di Dio, rendendoci più consapevoli delle nostre responsabilità, a smascherare i rapporti di potere ingiusti e a custodire i germogli di giustizia e di pace. E’ la speranza, allora, a muoverci e non la rassegnazione. Ed è da lì che sorgono legami di maggiore fraternità, reti di solidarietà, frutto della comunione all’unico Sacrificio di Cristo.
A voi che celebrate quotidianamente l’Eucaristia, chiedo di avere cura che le celebrazioni liturgiche siano sempre vissute con dignità e decoro, anche laddove si radunano comunità più piccole. Siate eredi consapevoli dei Padri e dei Santi della Chiesa che lungo tutti i secoli ci hanno trasmesso il significato profondo e la bellezza della liturgia, testimoniando sempre una grande umiltà davanti al Mistero celebrato. Il Concilio Vaticano II, la cui ricchezza deve molto alla Francia, ha raccolto e approfondito in maniera eminente tale eredità, riconoscendone la centralità nella vita ecclesiale (cfr Sacrosanctum Concilium, 10). Vi esorto, pertanto, tutti, vescovi, presbiteri, diaconi, persone consacrate, a coltivare un autentico amore per la liturgia e ad essere testimoni e servitori della vocazione profetica, sacerdotale e regale dell’intero popolo di Dio.
La liturgia rimane in questo uno specchio della vita. La gioia eucaristica si afferma e si diffonde dove l’armonia è ritrovata, dove la dignità rinasce, dove l’autorità si fa servizio, dove la libertà si rimette in cammino. È il dono più grande che possiamo condividere. Mettete dunque al di sopra delle vostre personali sensibilità la comunione col successore di Pietro e con la Chiesa, per coltivare l’unità del popolo di Dio. Insieme, saremo la profezia che un mondo riconciliato è possibile.
Cari vescovi, presbiteri, seminaristi e consacrati, che siete stati chiamati a seguire Cristo; vi ringrazio per la vostra risposta e fedeltà al Signore. Non trascurate mai quell’amicizia voluta dal Signore che va coltivata nella preghiera personale, fondamento essenziale di ogni vocazione. Come diceva Madeleine Delbrêl : «Senza la preghiera, non ameremmo il Dio dell’amore. Potremmo essere suoi servi, suoi combattenti, o addirittura suoi discepoli; ma non saremmo né i figli amorevoli del nostro Padre, né gli amici […] di Gesù Cristo» (Notre vie, tome XV des Œuvres complètes, Nouvelle cité, 2017, p. 41). Custodite perciò la vostra vita interiore con il Signore alla scuola dei tanti santi che vi hanno preceduti, attingendo sempre alla fonte dell’amore infinito di Dio nell’orazione silenziosa. La vostra missione parte innanzitutto da questo rapporto intimo con il Signore, che vi aspetta lì.
Nel cuore della città, la Cattedrale aperta è il segno di una comunità che dà lode al Signore e che vive l’ospitalità non come gesto occasionale, ma come la forma stessa della propria esistenza, in modo che tutti possano sentirsi a casa, senza più essere oppressi né emarginati in un mondo che cambia. «Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, […] perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4, 4-5). E «se figlio, sei anche erede» (Gal 4,7). Eredi per grazia, fratelli e sorelle qui convocati, tocca ora a ciascuno di voi, a questa assemblea orante e viva, farsi carne e voce di questa promessa. Voi, pastori e consacrati di Francia, siete chiamati a essere i primi custodi di questa casa aperta, pietre vive di una Chiesa che spera e non teme il futuro. Questa cattedrale è rinata perché voi possiate rinascere con essa in uno slancio di santità e di missione quotidiana. Siate, in mezzo al vostro popolo, l’espressione limpida della divina maternità della Chiesa che, testimoniando l’amore di Dio, ricompone e guarisce la famiglia umana.
Alziamo lo sguardo verso la statua trecentesca della Vergine col Bambino, che l’incendio non ha potuto toccare e che oggi brilla nuovamente davanti a noi. Maria, che ha custodito il Verbo nel suo grembo, custodisca la vostra fedeltà e sia la stella che guida la missione della Chiesa in Francia. Santa Maria, Nostra Signora di Parigi e Madre della Chiesa, prega per il popolo francese, sostieni i suoi pastori e cammina sempre al nostro fianco.
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