Il corvo e l’aquila.
Apologo sulla vita
Il Breviario di Gianfranco Ravasi
Il corvo si dice che viva 300 anni nutrendosi di carogne, mentre l’aquila soltanto 33 cibandosi di sangue vivo. Un giorno l’aquila volle provare l’esperienza del corvo. Entrambi si lanciarono su un cavallo morto. Il corvo si mise a beccare di gusto. L’aquila beccò una volta, ci riprovò un’altra volta, ma poi disse al corvo: «Fratello mio, piuttosto che nutrirmi per trecento anni di carogne, è meglio bere una sola volta il sangue vivo, e poi sia quel che Dio vuole!».
Questa è una favola calmucca citata dallo scrittore Aleksandr Puškin (1799-1837) nel suo famoso romanzo La figlia del capitano (1836). Il suo significato morale è trasparente: è più esaltante vivere un istante autentico che non trascinare anni nella corruzione. Ci sono, infatti, persone che trascorrono un’esistenza lunga cibandosi solo di carogne, cioè di realtà contaminate, fatte di vizio, di bieco egoismo, di piaceri insensati. E ci sono vite fatte di pochi anni ma dense di bellezza, di creatività, di luce.
È il messaggio che lancia anche un sapiente biblico, l’autore del Libro della Sapienza, vissuto forse ad Alessandria d’Egitto attorno al 30 a.C.: «Vecchiaia veneranda non è la longevità, né si calcola dal numero degli anni, ma la canizie per gli uomini sta nella sapienza e una vera età senile è una vita senza macchia» (4,8-9).
La società contemporanea esalta giustamente la salute, mentre la medicina conduce una ricerca appassionata nel debellare le malattie così che la statistica conferma il prolungarsi medio della vita umana rispetto agli standard del passato. Rimane, però, sempre basilare il fatto che non è importante quanti anni di vita si hanno, ma piuttosto quanta vita c’è nei propri anni. Nella celebre Antologia di Spoon River, il poeta americano Edgar Lee Masters ci ricordava che «una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine e del vano desiderio».
(Fonte: “Il Sole 24 Ore - Domenica” del 27 settembre 2026)
