Ibrahim Faltas*
Sotto le macerie di un palazzo crollato a seguito dei bombardamenti sono stati ritrovati anche i corpi di una mamma e di un bambino stretti in un ultimo abbraccio. Una scena che torna a interpellare le coscienze.
E richiama all’urgenza della pace
La pietà umana
sepolta a Gaza
Le macerie di Gaza aumentano di volume e di altezza. Migliaia di palazzi ancora in piedi a Gaza City sono stati danneggiati da attacchi dal cielo e da terra in questi ultimi tre anni ma costituiscono ancora un rifugio per persone che non hanno più neanche una tenda, non sanno dove andare e che sopravvivono in attesa di nuove e vecchie speranze. Per questa povera gente, un muro, un tetto, anche pericolanti, possono rappresentare una possibilità di salvezza. Il palazzo crollato in seguito a vecchi attacchi aveva un nome bello e particolare ma oramai poco rappresentativo del dramma di Gaza. Il nome era “palazzo della gioia”. Sotto macerie alte e voluminose si trovano ancora circa cento persone, più di venti sono già state estratte, fra queste più della metà sono bambini. Una mamma e un bambino sono morti abbracciati: erano distesi su un materasso impolverato che non ha attutito il peso della morte ma ha concesso un ultimo e caloroso abbraccio di un amore tenero che non riesce a donare più la vita.
L’immagine della pietà sepolta a Gaza, l’immagine di una mamma abbracciata al figlio, mi porta a vedere in quell’immagine Maria, a cercare di comprendere il suo cuore spezzato dal dolore per la morte del Figlio. Immagini simili ma diverse: Maria Addolorata e sofferente, madre del Redentore, aveva fra le braccia Cristo morto, certezza di salvezza per l'umanità. La madre di Gaza, le madri di tutti i bambini che muoiono in guerra stringono il loro dolore che non genera amore ma continua ad allargarsi per sprofondare nel vortice della vendetta. Un ennesimo “crollo dell’umanità” ha riacceso le luci su Gaza. Continuiamo a parlare, a scrivere, a chiedere e a fare la pace perché la pace è urgente, necessaria, indispensabile alla vita, non fermiamoci perché il silenzio uccide. Ricominciamo a ri-conoscere il valore della vita, riconoscendo il male subito dagli innocenti, dagli indifesi, dagli oppressi, dagli ultimi. Quante storie, quanto dolore sotto quelle macerie.
Non sono le prime macerie a seppellire vite ed è difficile sperare che siano le ultime perché da quasi un anno una tregua, rivelatasi fragile e insufficiente, non ha impedito ancora morte, sofferenza e distruzione. Persone con lo stesso dolore stanno aiutando altri esseri umani disperati a scavare a mani nude con il desiderio di riuscire a riportare alla luce chi è ancora vivo. Un bambino ha fatto sentire la sua voce flebile allo zio che lo chiamava. Gli diceva: «Zio, sono vivo. Vienimi a prendere». Una voce leggera, uno spiraglio di speranza ma finora polvere e detriti restituiscono solo morte. Altri morti restano sotto altre macerie che continuano a nascondere numeri alti e dimenticati di una tragedia che sembra non avere fine. Ci stiamo abituando a scrivere la storia con i numeri dei bollettini di guerra: dietro quei numeri ci sono persone, volti, storie di vita vissuta, speranze rubate e tagliate. I bambini, come sempre prime vittime della violenza, hanno il primo posto in questo elenco triste. Parliamo di pace, chiediamo la pace, non fermiamoci: lo chiede la nostra coscienza per dare verità e giustizia agli innocenti.
* Ibrahim Faltas è un francescano egiziano. Direttore delle diciotto Scuole della Custodia di Terra Santa. È stato Vicario della Custodia di Terra Santa dal 2022 al 2025. È stato Discreto della Custodia di Terra Santa dal 2016 al 2022.
(fonte: L'Osservatore Romano 18/09/2026)
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