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venerdì 29 agosto 2025

Migliaia di operatori sanitari (e non solo) hanno digiunato per Gaza


Migliaia di operatori sanitari hanno digiunato per Gaza

Chiedono la fine dei bombardamenti, che il governo non venda più armi ad Israele, che venga riconosciuto il genocidio in atto a Gaza. A Pavia raccolti 120 mila euro per la Palestina. Tante persone in fila per donare cibo per la Global Sumud Flotilla. Il 30 agosto don Nandino Capovilla invita a partecipare alla marcia verso la tomba di don Mazzolari.

Operatori sanitari digiunano per Gaza

C’è una marea di solidarietà, pietà e indignazione che sta crescendo, in Italia, chiedendo la fine dei bombardamenti a Gaza. La fine dell’evacuazione forzata dei palestinesi, la fine dell’affamamento di migliaia di bambini e delle loro famiglie. La fine dell’occupazione della terra perpetrata dai coloni israeliani nei confronti delle comunità, anche cattoliche, della Cisgiordania. La fine di quella che viene vissuta come una enorme ingiustizia nei confronti di un popolo ormai allo stremo.

Palestinesi aspettano di ricevere un pasto nel sud della Striscia di Gaza. Foto Ansa EPA/HAITHAM IMAD

In un’intervista del 2018, la giornalista Francesca Fagnani chiese alla leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni cosa la commuovesse. La risposta dell’attuale premier fu: “I bambini. Da quando è nata mia figlia, non posso più sentire storie tristi che riguardano i bambini perché attacco a piangere…”.

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, al Meeting “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”. 
Foto del Governo con licenza CC-BY-NC-SA 3.0 IT

Mercoledì 27 agosto scorso, al Meeting di Rimini la premier ha rivendicato l’accoglienza di piccoli palestinesi malnutriti e mutilati nei nostri ospedali e ha affermato: “Chiediamo a Israele di cessare gli attacchi, di fermare l’occupazione militare a Gaza, di porre fine all’espansione degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania, di consentire il pieno accesso degli aiuti umanitari nella Striscia, di partire dalle proposte dei paesi arabi per definire un quadro di stabilità e sicurezza”.


Tuttavia, le sole dichiarazioni non sono sufficienti. La ragion di Stato non può prevalere sulle vite umane: vanno bloccate le forniture d’armi, vanno imposte sanzioni, servono azioni concrete. Bisogna fermare il genocidio e l’esodo forzato dei palestinesi. Lo chiedono da settimane anche medici, infermieri, personale amministrativo, farmacisti e operatori sanitari di tutt’Italia che oggi hanno digiunato per Gaza “mettendoci la faccia”. Le loro foto stanno rimbalzando su tutti i social da Firenze a Caserta, Lecce, Parma, Torino, Napoli, Milano, Catania, Bologna… Gli operatori che hanno aderito sono decine di migliaia e gli ospedali coinvolti circa 500.

Giornata di digiuno e presidio contro il genocidio a Gaza promossa dagli operatori e dalle operatrici del servizio sanitario della rete #digiunogaza, dalla rete Sanitari per Gaza presso ospedale Molinette. Torino 28 agosto 2025 ANSA/TINO ROMANO

Migliaia e migliaia di operatori sanitari impegnati a difendere la vita e la dignità umana stanno dicendo basta al massacro in atto in Palestina.

È bastato poco per provocare quest’ondata di indignazione. Tutto è iniziato appena un mese fa, dal senso di impotenza di Daniela Gianelli e Francesco Niccolai, rispettivamente responsabile dell’ufficio stampa e responsabile della formazione dell’Asl Toscana Nord Ovest.

Operatori sanitari toscani in digiuno contro il genocidio a Gaza

Dal loro desiderio di fare qualcosa per la popolazione palestinese. «Io e il mio collega Francesco Niccolai stavamo parlando della situazione di Gaza, pensando a cosa potevamo fare. A un certo punto ci siamo detti: perché non proviamo a fare un giorno di digiuno per la Palestina, per dare un segnale che la sanità c’è?».

In poche ore è arrivata l’adesione di centinaia di operatori sanitari, non solo toscani, ma anche di altre città italiane. Fino alla manifestazione di oggi.


A promuovere la giornata di digiuno per Gaza – che si è svolta fuori dall’orario di lavoro, dalle 12.30 alle 14.30 – sono stati gli operatori e le operatrici del servizio sanitario delle reti #digiunogaza e “Sanitari per Gaza” e della campagna BDS “TEVA? No grazie”.

«In nome dei valori deontologici che ci accomunano e che ci impegnano a difendere sempre e comunque la dignità umana – hanno scritto – esprimiamo la nostra profonda indignazione e rifiutiamo di rimanere in silenzio di fronte al genocidio in corso a Gaza, pianificato deliberatamente dal Governo di Israele con la complicità dei governi occidentali».


I promotori hanno spiegato che «assistiamo da mesi con sgomento alle bombe, alle deportazioni, alle uccisioni di persone in fila per ottenere cibo, alla distruzione di tutte le infrastrutture civili e sanitarie, alla gravissima carestia e malnutrizione che sta subendo la popolazione. All’arresto, alla tortura e all’uccisione di personale sanitario (secondo l’OMS almeno 1.400 sanitari uccisi) anche nel pieno esercizio delle sue funzioni».


Gli operatori sanitari fanno tre richieste. Chiedono al Governo di “sospendere immediatamente accordi militari e fornitura di armi ad Israele e di chiedere con urgenza il cessate il fuoco e l’apertura di corridoi umanitari per aiuti alimentari e sanitari alla popolazione di Gaza”. Alle Aziende ed Istituzioni sanitarie, agli Ordini professionali, alle Società scientifiche, alle Università ed ai Centri di ricerca chiedono di adottare formalmente una Dichiarazione ove si riconosca il genocidio in corso e si affermi l’impegno a contrastarlo con ogni mezzo a disposizione.


Infine, chiedono a medici, farmacisti, ai pazienti, a Regioni e Comuni di aderire alla campagna di boicottaggio No Teva promossa contro la società farmaceutica israeliana TEVA, complice di occupazione e apartheid, da cui trae profitti, ma anche attivamente coinvolta nel genocidio.


“I medici non possono tacere”, ha dichiarato Pietro Dattolo, presidente dell’Ordine dei Medici della provincia di Firenze. “Auspico – ha affermato il presidente dell’Ordine dei medici di Lecce, Antonio De Maria – che questo giorno di digiuno che attraversa la sanità italiana scuota le coscienze e spinga tutti a una protesta corale contro il genocidio in corso. Alla violenza opponiamo la resistenza pacifica che spesso è più potente di un’arma”.


“Sono mesi che cerco di sentirmi meno inutile informandomi, protestando, donando e boicottando i prodotti israeliani e delle aziende che lucrano su questo massacro. Sono felice come infermiera – ha scritto Francesca M. – di partecipare a questa iniziativa”. Laura M. ha invece digiunato “in memoria dei colleghi uccisi, in solidarietà a quelli che lavorano per attenuare la sofferenza di tutte le vittime di questo massacro pur in una condizione di estrema sofferenza e privazione personale (fame, lutti familiari, turni infiniti) e con strutture sanitarie al collasso. E perché non è più possibile sopportare il silenzio e l’inazione del nostro governo di fronte a questo genocidio”.


Andrea M. ha aderito “perché è una delle poche cose che posso fare per essere dalla parte giusta della storia”. Giusi S. ha digiunato “perché la vita va difesa, sempre”, mentre Cristiana V. perché “non voglio che venga distrutto un popolo con la sua terra”. Al digiuno si sono uniti anche i volontari dell’associazione Libera contro le mafie, fondata da don Luigi Ciotti.


Gli operatori sanitari non sono gli unici ad essersi mobilitati. A Pavia, in un incontro organizzato dalla Diocesi e dalla Caritas a cui doveva intervenire il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, poi assente per l’aggravarsi della situazione a Gaza, sono stati raccolti oltre 120 mila euro in pochi giorni per la popolazione palestinese.

“La situazione che si sta vivendo a Gaza è molto grave. La parte sud della città – ha detto Pizzaballa, secondo quanto riportato da Agensir – è stata quasi completamente rasa al suolo, al nord l’80% è distrutto. Manca il cibo. Non arrivano le medicine. Molti vivono nelle tende, senza nulla, senza privacy. Trasferire le popolazioni, come si vuol fare a Gaza, è immorale, oltre che contrario alle convenzioni internazionali”.

Decine di artisti, youtuber, attivisti stanno invece promuovendo da giorni la mobilitazione della Global Sumud Flotilla: una missione navale pacifica, che coinvolge persone di decine di Paesi del mondo, che cercherà pacificamente di rompere il blocco illegittimo imposto da Israele e di portare a Gaza, via mare, medicine e cibo. Nei vari depositi allestiti, come per esempio a Genova, ci sono state lunghe file di cittadini che volevano dare un contributo. Alla fine, sono state raccolte 50 tonnellate di cibo.

Nandino Capovilla, a destra, in una foto di archivio del 2024 in Palestina. Fonte: Bocche scucite

Di pace a Gaza si è parlato anche alla Mostra del cinema di Venezia. Nel suo intervento, don Nandino Capovilla, sacerdote espulso da Israele al suo arrivo a Tel Aviv, nelle scorse settimane, per il suo impegno per i palestinesi, ha dichiarato: “Da prete che crede fermamente nella nonviolenza attiva, non posso che condannare l’uso delle armi, da qualsiasi parte le si impugni. Da cittadino sostengo la manifestazione che si terrà sabato” a Mantova, con una marcia verso la tomba di don Mazzolari, e — ha aggiunto don Capovilla -“tutti i modi pacifici con cui la società civile, in ogni parte del mondo sta ‘disertando il silenzio’ e la scorta mediatica del genocidio, facendo fiorire creativamente azioni di dissenso, partecipazione e impegno. Ricerchiamo la bussola verso cui orientarci per fermare il massacro, perché si ritorni alla parola, al diritto, all’umanità che tutti ci accomunano. Per non perdere ancora vite umane. Per non perderci. Aggrappiamoci ai valori che sottendono i diritti che i nostri padri e nonni hanno formulato: mai più per tutte e tutti, per una vita degna per tutte e tutti. E con coraggio uniamoci, sempre di più. Perché si fermi tutto questo male”.

Un ragazzo piange la morte del fratello presso l’Al-Shifa di Gaza City, 23 luglio 2025.
Ansa, EPA/MOHAMMED SABER

È con il cuore spezzato che vediamo bambini morire di fame ogni giorno, le loro case distrutte, le loro famiglie umiliate per un po’ di farina e cacciate dalle loro terre. Se fossimo noi, o i nostri cari, al loro posto, continueremmo a far finta di niente?
(fonte: Città Nuova, articolo di Sara Fornaro 28/08/2025)


Il discorso di Don Nandino Capovilla alla mostra del cinema

Il discorso di Don Nandino Capovilla alla mostra del cinema



Riportiamo la trascrizione del discorso di Don Nandino Capovilla pronunciato alla cerimonia di pre-apertura della mostra del cinema di Venezia

Non è un film e tutti lo sappiamo.

Buonasera.

Adesso che i termini impronunciabili sono sulla bocca di (quasi) tutti, assistiamo attoniti, impotenti e complici a ciò che sta avvenendo in Terra santa.

Mi è stato chiesto di portare questa sera un testo di spiritualità, una preghiera per aprire le porte della Mostra del Cinema al disumano massacro in corso a Gaza.

Ascoltate la supplica di mons. Sabbah, patriarca emerito di Gerusalemme, che prega ogni mattina con il coraggio della parresia:

“Sul baratro della carestia, non resta che contare su di te, Signore, perché c’è bisogno di tutto.
Chi sfamerà i nostri piccoli che da mesi non mangiano?
Non senti, Signore, il grido dei nostri bambini?
Il loro pianto arriva ai tuoi orecchi?
Sono migliaia i sopravvissuti alla carneficina, feriti e dispersi.
Da tutta la Striscia di Gaza gridano a te,
perché nessuno riesce ad acquietare il loro pianto.
Signore, nessuno sembra indignarsi.
Ricordati di noi in questi giorni di angoscia.
A Gaza non è una guerra, è un piano di transfert e di genocidio,
per lasciare tombe e macerie
e accogliere i nuovi coloni.
Dichiarano il loro disegno per eliminarci. Decidono questo, Signore;
il mondo continua a difenderli e non ascolta gli appelli delle Nazioni Unite.
Quando potremo tornare alla normalità?
E quando ritorneranno all’umanità coloro che non smettono di uccidere?”

Mi sono anche state chieste parole alte sul genocidio a cui stiamo assistendo. Le parole più alte -dovremmo ricordarlo sempre- devono restare quelle della più alta autorità che laicamente onoriamo e custodiamo: le Nazioni Unite.

Ecco l’ultimo intervento di Tom Fletcher, sottosegretario generale di OCHA, agenzia ONU per il coordinamento degli affari umanitari, da lui pronunciate il 22 Agosto scorso:

“Il tempo delle esitazioni è finito. Questa è una carestia che ci perseguiterà tutti. È una carestia che avremmo potuto prevenire, se ci fosse stato permesso. Perché si verifica a poche centinaia di metri dal cibo, in una terra fertile. Tutto a causa dell’ostruzionismo sistematico da parte di Israele. E’ una carestia sotto i nostri occhi, che ci chiede: “E ora cosa farete?” E’ una carestia usata come arma di guerra, causata dalla crudeltà, giustificata dalla vendetta, resa possibile dall’indifferenza, sostenuta dalla complicità”

Recita l’articolo 3 della Dichiarazione universale dei diritti umani: “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona”.

Ogni individuo ha questo diritto, che noi, comunità internazionale, abbiamo voluto ribadire nel 1948, dopo l’ecatombe della seconda guerra mondiale.

Il diritto alla vita e alla sicurezza lo avevano il 7 ottobre 2023 le circa 1200 vittime israeliane – di cui 16 bambini- del brutale attacco di Hamas. Lo hanno gli ostaggi israeliani che ancora attendono di essere restituiti alle loro famiglie.

Lo avevano le 62.000 persone palestinesi della Striscia di Gaza (e purtroppo sappiamo che il conto è molto più alto, perché migliaia di persone sono ancora sotto le macerie), di cui 18.000 bambini, che sono state uccise dall’esercito israeliano dopo quel giorno, in un’escalation di violenza e distruzione da parte dell’esercito di occupazione che va contro ogni ‘principio di umanità, di proporzionalità, di distinzione e di precauzione’, cardini del diritto internazionale umanitario.

Il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza, per chi vive nel Territorio palestinese occupato (che oltre a Gaza comprende la Cisgiordania e Gerusalemme est), è minacciato da oltre settant’anni: è una terra fatta a pezzi da quello stato occupante che dovrebbe garantirne l’integrità.

Non solo Gaza, non solo dove governa Hamas, non dal 7 ottobre 2023, ma prima e dopo, in tutto il Territorio palestinese occupato si sta compiendo un preciso disegno di pulizia etnica iniziato con la Nakba del 1948, un tassello di quel colonialismo di insediamento alla base del sionismo.

Tutto questo poteva non essere, ed è.

Può essere fermato e non lo stiamo facendo, o non abbastanza: possiamo smettere di inviare armi a Israele, possiamo indurlo al rispetto del diritto, a lasciare che le agenzie Onu, coordinate da Ocha, tornino a soccorrere una popolazione stremata; possiamo renderci conto che finchè non finisce l’occupazione è assurdo e ipocrita ripetere il ritornello dei ‘due popoli, due stati’. Possiamo chiedere davvero una pace nella giustizia, risoluzioni Onu alla mano.

Certamente dobbiamo anche indurre Hamas a porre fine ai suoi atti terroristici: si eviterebbe di aggiungere dolore a dolore… sangue versato a sangue versato.

Da prete che crede fermamente nella nonviolenza attiva, non posso che condannare l’uso delle armi, da qualsiasi parte le si impugni. Da cittadino sostengo la manifestazione che si terrà sabato e tutti i modi pacifici con cui la società civile, in ogni parte del mondo sta ‘disertando il silenzio’ e la scorta mediatica del genocidio, facendo fiorire creativamente azioni di dissenso, partecipazione e impegno.

Ricerchiamo la bussola verso cui orientarci per fermare il massacro, perché si ritorni alla parola, al diritto, all’umanità che tutti ci accomunano.

Per non perdere ancora vite umane. Per non perderci.

Aggrappiamoci ai valori che sottendono i diritti che i nostri padri e nonni hanno formulato: mai più per tutte e tutti, per una vita degna per tutte e tutti.

E con coraggio uniamoci, sempre di più. Perché si fermi tutto questo male.
(fonte: Bocche scucite 26/08/2025)


giovedì 28 agosto 2025

APPELLO AL CUORE DI TUTTI I FRATELLI E LE SORELLE Suor Giovanna: dove siamo noi?


APPELLO AL CUORE DI TUTTI I FRATELLI E LE SORELLE
Suor Giovanna,
monaca della Piccola Famiglia dell’Annunziata di Ma’in al confine con la Cisgiordania
dove siamo noi?

Andiamo a Roma a pregare giorno e notte, a leggere i Salmi e il Vangelo a chiedere con la forza mite della preghiera:
- sotto il Quirinale che il governo italiano interrompa ogni vendita di armi a Israele, che si rompano i legami economici con chi porta avanti un’opera di annientamento. 
- e poi, andiamo anche in piazza San Pietro, e con cartelli semplici che chiedano al Papa di andare a Gaza.


Nel post precedente Anche a Gaza esiste un Dio e chi crede non può tacere di Tommaso Montanari l'autore faceva riferimento all’appello di suor Giovanna della comunità della Piccola Famiglia dell’Annunziata fondata da Giuseppe Dossetti, e stabilita a Monte Sole e in Giordania, sul confine della Terra Santa di seguito ne pubblichiamo il testo integrale.


Perdonatemi se vi scrivo ancora — è la terza volta. Ma lo faccio con il cuore sempre più pesante. Le notizie che arrivano sono ogni giorno più dolorose, più atroci. Netanyahu ha approvato un nuovo attacco su Gaza, per “distruggere tutto”. Io non ce la faccio più a restare ferma. La mia coscienza mi tormenta, perché questo restare inerti — questo non fare nulla — ci rende complici. Complici di un genocidio.

Mi è stato detto più volte: “Tanto non serve a nulla”. Ma questa frase è intrisa di una rassegnazione che non possiamo più permetterci. È un grido disperato che paralizza ogni possibilità di agire. E invece dobbiamo credere che ogni gesto di verità, ogni preghiera pubblica, ogni appello sincero possano rompere l’assuefazione, risvegliare le coscienze — e forse anche spingere chi ha potere a muoversi.

Non possiamo cedere alla logica dell’impotenza. Non possiamo tacere.

Mi addolora profondamente vedere una Chiesa quasi silente. Non mi do pace al pensiero che da parte delle comunità religiose non sia nata alcuna iniziativa concreta. Forse perché ci siamo abituati a pensare che la testimonianza debba essere “interiore”, “silenziosa”, “nascosta”. Ma oggi, davanti a una tragedia di queste proporzioni, non c’è nulla di più scandaloso del silenzio religioso.

Forse si teme di “esporsi troppo”, di “entrare nel politico”, di “rompere gli equilibri”… Ma non può esserci neutralità davanti a un genocidio. O si è complici, o si sceglie la verità. E oggi, la verità urla dalle macerie di Gaza.

Decine di migliaia di morti, bambini mutilati nel corpo e nell’anima, ospedali distrutti, famiglie cancellate. Tutto questo accade nel silenzio — o nella complicità — di molti poteri, anche religiosi. Non basta più dirsi “in preghiera”. Non basta condannare “la violenza in generale”. Dove siamo noi, mentre un popolo viene annientato? Dove sono le nostre comunità, le nostre diocesi? Dove sono le parole profetiche? Dove sono i gesti concreti? La Chiesa non è una un’organizzazione fra le altre, né un’istituzione neutrale: è il Corpo di Cristo.

E allora, forse è arrivato il momento di mettere il nostro corpo accanto a quello crocifisso dell’umanità. Non possiamo restare lontani dal pianto degli innocenti. Vi supplico ancora di prendere contatto con le comunità sorelle, con altre comunità religiose. E ancora vi ripropongo quello che da mesi mi sembra l’unico gesto possibile: radunare un centinaio tra religiose e religiosi, e andare a Roma, davanti al Quirinale, a pregare giorno e notte, a leggere i Salmi e il Vangelo. A chiedere con la forza mite della preghiera che il governo italiano interrompa ogni vendita di armi a Israele, che si rompano i legami economici con chi porta avanti un’opera di annientamento. E poi, andiamo anche in piazza San Pietro, con cartelli semplici, diretti, che chiedano al Papa di muoversi: di andare a Gaza, di condannare pubblicamente Israele, di lanciare appelli incessanti perché i Paesi occidentali si mobilitino per fermare il genocidio. Stiamo lì, giorno e notte, a leggere i salmi e il Vangelo. Se la nostra arma è la preghiera, allora è il momento di usarla in modo visibile. Ma se a qualcuno avesse una idea migliore ben venga , ma non possiamo rimanere tranquilli nei nostri conventi.

Forse anch’io mi sento stanca, scoraggiata, delusa. Ma la mia coscienza non mi lascia in pace. E un giorno i nostri figli — o i bambini sopravvissuti di Gaza — ci chiederanno: «E tu, dov’eri?»

Vi prego: fate girare questa lettera a tutti i fratelli e le sorelle e anche alle comunità sorelle. Pregate per me.
suor Giovanna

#L'Idolo di Gianfranco Ravasi

#L'Idolo 
di Gianfranco Ravasi


Sbagliarsi su Dio è un dramma. È la cosa peggiore che possa capitarci, perché poi ci sbagliamo sul mondo, sulla storia, su noi stessi. Sbagliamo la vita.

Nel calendario il prossimo 28 agosto reca il ricordo della morte nel 430 di S. Agostino, una delle figure più alte del pensiero occidentale. Lo vogliamo celebrare, però, non ricorrendo all'imponente distesa dei suoi scritti teologici e filosofici o attingendo all'opera più popolare, Le Confessioni. Abbiamo, invece, fatto salire sulla ribalta un frate e poeta che è stato anche un personaggio pubblico, capace di inquietare le coscienze, soprattutto sull'autentico concetto di Dio, un tema che è stato al centro della riflessione del vescovo di Ippona. Ci riferiamo a padre David Maria Turoldo e a una sua nota su una degenerazione tutt'altro che rara nei nostri giorni, apparentemente così secolarizzati. Infatti, il bisogno del sacro ritorna spesso in modo scomposto e prepotente, producendo deviazioni, fanatismi, fondamentalismi: basti solo
pensare al proliferare delle sette, delle apparizioni, della magia, del devozionalissimo esasperato.

Il filosofo inglese settecentesco David Hume notava che "gli errori della filosofia sono sempre ridicoli, quelli della religione sempre pericolosi". Infatti, come osserva Turoldo, le ricadute sono a cascata: ti rovinano la vita e scardinano la visione della stessa realtà, offuscano la mente, ottenebrano le scelte morali. L'avversario più pericoloso del cristianesimo genuino non è ormai l'ateismo conclamato e coerente, ma l'idolo del denaro, del consumo del luogo comune o una spiritualità evanescente che elabora una fede à la carte e che dissolve la fede in un pulviscolo dorato e fluido. Inoltre, come giustamente scriveva Erri de Luca, «credente non è chi ha creduto una volta per tutte, ma chi in obbedienza al participio presente del verbo, rinnova il suo credo continuamente». Questo esige rigore etico e paziente fedeltà, non è un fuoco d'artificio miracolistico, ma una scelta quotidiana, un impegno esistenziale, un amore autentico.

(Fonte: Il Sole 24 ore Domenica - 24.08.2025)

mercoledì 27 agosto 2025

Leone XIV: "È questa la vera speranza: sapere che, anche nel buio della prova, l’amore di Dio ci sostiene" Udienza generale 27/08/2025 (sintesi/commento, testo integrale e video)


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Il Papa: la speranza cristiana non è evasione 
ma decisione di amare anche nel dolore

All’udienza generale Leone XIV si sofferma sull’inizio della passione di Cristo, il suo arresto nell’orto degli Ulivi: la presenza di Dio "si manifesta proprio dove l’umanità sperimenta l’ingiustizia, la paura, la solitudine", la "vita liberamente offerta per amore non ci può essere tolta da nessuno”



Gesù rivela che la presenza di Dio si manifesta proprio dove l’umanità sperimenta l’ingiustizia, la paura, la solitudine. Proprio lì, la luce vera è disposta a brillare senza timore di essere sopraffatta dall’avanzare delle tenebre.

È un’esortazione a sperare nell’amore di Cristo anche davanti alle situazioni più difficili, quello che fa Leone XIV nella catechesi pronunciata oggi, 27 agosto, durante l’udienza generale, svoltasi nell’aula Paolo VI. Il Papa si sofferma sull’inizio della passione di Cristo – il suo arresto nell’orto degli Ulivi – tratto dal Vangelo di Giovanni, e sottolinea come l’evangelista “non ci presenta un Gesù spaventato, che fugge o si nasconde” ma “un uomo libero, che si fa avanti e prende la parola, affrontando a viso aperto l’ora in cui si può manifestare la luce dell’amore più grande”. “Nel cuore della notte, quando tutto sembra crollare”, continua il Papa, “Gesù mostra che la speranza cristiana non è evasione, ma decisione”.

Questo atteggiamento è il frutto di una preghiera profonda in cui non si chiede a Dio di essere risparmiati dalla sofferenza, ma di avere la forza di perseverare nell’amore, consapevoli che la vita liberamente offerta per amore non ci può essere tolta da nessuno.

Nella sofferenza, una vita nuova

Il Pontefice riconosce che anche Gesù “prova turbamento” davanti alla sua passione, “di fronte a un cammino che sembra condurre solo alla morte e alla fine”. Ma ha anche “vissuto ogni giorno della sua vita come preparazione a quest’ora drammatica e sublime”, evidenzia il Papa, e quindi non fugge davanti alla tribolazione. Rimane nella convinzione “che solo una vita perduta per amore, alla fine, si ritrova”.

In questo consiste la vera speranza: non nel cercare di evitare il dolore, ma nel credere che, anche nel cuore delle sofferenze più ingiuste, si nasconde il germe di una vita nuova.

Un amore libero, donato

Infatti, evidenzia Leone XIV, Cristo “si consegna” a coloro che lo vogliono arrestare, “non per debolezza” ma per “un amore così pieno, così maturo, da non temere il rifiuto”. E non solo “si lascia prendere” ma si preoccupa anche che le guardie lascino liberi i discepoli, “i suoi amici”, dimostrando, aggiunge, “che il suo sacrificio è un vero atto di amore”. “Non è vittima di un arresto, ma autore di un dono” in cui “si incarna una speranza di salvezza per la nostra umanità: sapere che, anche nell’ora più buia, si può restare liberi di amare fino in fondo”.

Il suo cuore sa bene che perdere la vita per amore non è un fallimento, ma possiede una misteriosa fecondità. Come il chicco di grano che proprio cadendo a terra non rimane solo, ma muore e diventa fruttuoso.

La speranza della nostra fede

“E noi?”, si interroga il Papa durante la catechesi, “quante volte difendiamo la nostra vita, i nostri progetti, le nostre sicurezze, senza accorgerci che, così facendo, restiamo soli”. “La logica del Vangelo è diversa”, ribadisce, “solo ciò che si dona fiorisce, solo l’amore che diventa gratuito può riportare fiducia anche là dove tutto sembra perduto”. “Nel tentativo di seguire Gesù, viviamo momenti in cui siamo colti alla sprovvista e restiamo spogliati delle nostre certezze” ammette Leone XIV, riconoscendo che “sono i momenti più difficili, nei quali siamo tentati di abbandonare la via del Vangelo perché l’amore ci sembra un viaggio impossibile”. Ma anche in questi momenti, Dio rimane vicino:

Questa è la speranza della nostra fede: i nostri peccati e le nostre esitazioni non impediscono a Dio di perdonarci e di restituirci il desiderio di riprendere la nostra sequela, per renderci capaci di donare la vita per gli altri.

Scegliere ogni giorno di amare con libertà

Infine, il Pontefice esorta i fedeli a “scegliere ogni giorno di amare con libertà”. “Impariamo anche noi a consegnarci alla volontà buona del Padre, lasciando che la nostra vita sia una risposta al bene ricevuto – conclude – nella vita non serve avere tutto sotto controllo”.

È questa la vera speranza: sapere che, anche nel buio della prova, l’amore di Dio ci sostiene e fa maturare in noi il frutto della vita eterna.

Il pensiero a Santa Monica

Nei saluti i ai pellegrini di lingua spagnola il Pontefice ha anche ricordato, nella loro lingua, Santa Monica - la cui memoria ricorre oggi - madre di Sant’Agostino, che invece viene festeggiato domani. “Chiediamo al Signore, per intercessione di questi cari santi - seguendo la logica del Vangelo - di saper amare e donare la vita in modo libero e gratuito, come ha fatto Cristo, nostra speranza”.

Prima dell'udienza generale, Papa Leone ha salutato i pellegrini che hanno seguito l'udienza dagli schermi collocati nel Cortile Petriano, ringraziandoli della loro presenza. A fine udienza è passato di nuovo per il cortile e salutando i presenti ha citato in particolare quelli venuti da Brescia. Ha inoltre ricordato di nuovo le feste di Santa Monica e Sant’Agostino, santi - ha osservato - che ci hanno “chiamato tutti a essere sempre uniti in Cristo”.

Dio è sempre con noi

Raggiungendo poi nella Basilica di San Pietro per salutare i fedeli riuniti lì - sempre in inglese, italiano e spagnolo - Leone XIV ha aggiunto qualche riflessione ispirata alla catechesi pronunciata in precedenza. Ringraziandoli per la pazienza ha evidenziato come l'attesa è segno della presenza dello Spirito. “Tante volte - ha osservato il Papa - nella vita vorremmo ricevere una risposta subito, una soluzione immediata, e per qualche ragione Dio ci fa aspettare, e c’è tanto da imparare”. “Però, come Gesù stesso ci insegna - ha proseguito - bisogna avere quella fiducia che viene solo perché noi sappiamo che siamo figli e figlie di Dio, e che Dio ci dà sempre la grazia”. Quindi Leone XIV ha concluso: “Non sempre ci toglie il dolore, non sempre toglie la sofferenza, ma ci dice che è vicino a noi. Dio è sempre con noi, e bisogna rinnovare questa fede. Dio sta sempre con noi, e per questo siamo felice”.
(fonte: Vatican News, articolo di Isabella H. de Carvalho 27/08/2025)

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LEONE XIV

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 27 agosto 2025


Ciclo di Catechesi – Giubileo 2025. Gesù Cristo nostra speranza. III. La Pasqua di Gesù. 4. La consegna. «Chi cercate?» (Gv 18,4)


Cari fratelli e sorelle,

oggi ci soffermiamo su una scena che segna l’inizio della passione di Gesù: il momento del suo arresto nell’orto degli Ulivi. L’evangelista Giovanni, con la sua consueta profondità, non ci presenta un Gesù spaventato, che fugge o si nasconde. Al contrario, ci mostra un uomo libero, che si fa avanti e prende la parola, affrontando a viso aperto l’ora in cui si può manifestare la luce dell’amore più grande.

«Gesù, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: “Chi cercate?”» (Gv 18,4). Gesù sa. Tuttavia, decide di non indietreggiare. Si consegna. Non per debolezza, ma per amore. Un amore così pieno, così maturo, da non temere il rifiuto. Gesù non viene preso: si lascia prendere. Non è vittima di un arresto, ma autore di un dono. In questo gesto si incarna una speranza di salvezza per la nostra umanità: sapere che, anche nell’ora più buia, si può restare liberi di amare fino in fondo.

Quando Gesù risponde «sono io», i soldati cadono a terra. Si tratta di un passaggio misterioso, dal momento che questa espressione, nella rivelazione biblica, richiama il nome stesso di Dio: «Io sono». Gesù rivela che la presenza di Dio si manifesta proprio dove l’umanità sperimenta l’ingiustizia, la paura, la solitudine. Proprio lì, la luce vera è disposta a brillare senza timore di essere sopraffatta dall’avanzare delle tenebre.

Nel cuore della notte, quando tutto sembra crollare, Gesù mostra che la speranza cristiana non è evasione, ma decisione. Questo atteggiamento è il frutto di una preghiera profonda in cui non si chiede a Dio di essere risparmiati dalla sofferenza, ma di avere la forza di perseverare nell’amore, consapevoli che la vita liberamente offerta per amore non ci può essere tolta da nessuno.

«Se cercate me, lasciate che questi se ne vadano» (Gv 18,8). Nel momento del suo arresto, Gesù non si preoccupa di salvare se stesso: desidera soltanto che i suoi amici possano andarsene liberi. Questo dimostra che il suo sacrificio è un vero atto d’amore. Gesù si lascia prendere e imprigionare dalle guardie solo per poter lasciare in libertà i suoi discepoli.

Gesù ha vissuto ogni giorno della sua vita come preparazione a quest’ora drammatica e sublime. Per questo, quando essa arriva, ha la forza di non cercare una via di fuga. Il suo cuore sa bene che perdere la vita per amore non è un fallimento, ma possiede una misteriosa fecondità. Come il chicco di grano che proprio cadendo a terra non rimane solo, ma muore e diventa fruttuoso.

Anche Gesù prova turbamento di fronte a un cammino che sembra condurre solo alla morte e alla fine. Ma è ugualmente persuaso che solo una vita perduta per amore, alla fine, si ritrova. In questo consiste la vera speranza: non nel cercare di evitare il dolore, ma nel credere che, anche nel cuore delle sofferenze più ingiuste, si nasconde il germe di una vita nuova.

E noi? Quante volte difendiamo la nostra vita, i nostri progetti, le nostre sicurezze, senza accorgerci che, così facendo, restiamo soli. La logica del Vangelo è diversa: solo ciò che si dona fiorisce, solo l’amore che diventa gratuito può riportare fiducia anche là dove tutto sembra perduto.

Il Vangelo di Marco ci racconta anche di un giovane che, quando Gesù viene arrestato, scappa via nudo (Mc 14,51). È un’immagine enigmatica, ma profondamente evocativa. Anche noi, nel tentativo di seguire Gesù, viviamo momenti in cui siamo colti alla sprovvista e restiamo spogliati delle nostre certezze. Sono i momenti più difficili, nei quali siamo tentati di abbandonare la via del Vangelo perché l’amore ci sembra un viaggio impossibile. Eppure, sarà proprio un giovane, alla fine del Vangelo, ad annunciare la risurrezione alle donne, non più nudo, ma rivestito di una veste bianca.

Questa è la speranza della nostra fede: i nostri peccati e le nostre esitazioni non impediscono a Dio di perdonarci e di restituirci il desiderio di riprendere la nostra sequela, per renderci capaci di donare la vita per gli altri.

Cari fratelli e sorelle, impariamo anche noi a consegnarci alla volontà buona del Padre, lasciando che la nostra vita sia una risposta al bene ricevuto. Nella vita non serve avere tutto sotto controllo. Basta scegliere ogni giorno di amare con libertà. È questa la vera speranza: sapere che, anche nel buio della prova, l’amore di Dio ci sostiene e fa maturare in noi il frutto della vita eterna.

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Saluti

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APPELLO

Venerdì scorso abbiamo accompagnato con la preghiera e con il digiuno i nostri fratelli e le nostre sorelle che soffrono a causa delle guerre. Torno oggi a rivolgere un forte appello sia alle parti implicate che alla comunità internazionale affinché si ponga termine al conflitto in Terra Santa, che tanto terrore, distruzione e morte ha causato.

Supplico che siano liberati tutti gli ostaggi, si raggiunga un cessate-il-fuoco permanente, si faciliti l'ingresso sicuro degli aiuti umanitari e venga integralmente rispettato il diritto umanitario, in particolare l'obbligo di tutelare i civili e i divieti di punizione collettiva, di uso indiscriminato della forza e di spostamento forzato della popolazione. Mi associo alla Dichiarazione congiunta dei Patriarchi greco-ortodosso e latino di Gerusalemme, che ieri hanno chiesto di "porre fine a questa spirale di violenza, di porre fine alla guerra e di dare priorità al bene comune delle persone

Imploriamo Maria, Regina della pace, fonte di consolazione e di speranza: la sua intercessione ottenga riconciliazione e pace in quella terra a tutti tanto cara!

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Saluto a braccio ai fedeli nel cortile del Petriano

Buongiorno di nuovo! Grazie per la pazienza! Muchas gracias a todos por su paciencia y por estar aquí, que es una señal muy bonita de nuestra unidad en la fe. Vogliamo tutti rinnovare la nostra fede. Oggi è la festa di Santa Monica, domani Sant’Agostino, che ci ha chiamato tutti ad essere sempre uniti in Cristo. Che viviamo questa fede nel nostro pellegrinaggio!

Saluti a voi di Brescia che siete qui oggi!

E la benedizione di Dio Onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo, scenda su di voi e con voi rimanga sempre. Amen.

Auguri e Grazie!

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Saluto a braccio nella Basilica di San Pietro

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo,
la pace sia con voi!

Penso che voi abbiate seguito tutta l’Udienza; vi ringrazio per la vostra presenza e anche per la vostra pazienza! Anche questo è un segno della presenza dello Spirito di Dio che è con noi. Tante volte nella vita vorremmo ricevere una risposta subito, una soluzione immediata, e per qualche ragione Dio ci fa aspettare, e c’è tanto da imparare. Però, come Gesù stesso ci insegna, bisogna avere quella fiducia che viene solo perché noi sappiamo che siamo figli e figlie di Dio, e che Dio ci dà sempre la grazia. Non sempre ci toglie il dolore, non sempre toglie la sofferenza, ma ci dice che è vicino a noi. Dio è sempre con noi, e bisogna rinnovare questa fede. Dio sta sempre con noi, e per questo siamo felici.

Sorelle e fratelli, Dio vi benedica tutti in questo giorno, cammini con voi, con noi, come Chiesa, e ci aiuti ad essere sempre una famiglia, una comunione di fede che rende testimonianza nel mondo della presenza dell’amore di Dio.

Diamo ora la benedizione a tutti voi, chiedendo al Signore che la grazia, l’amore, e la misericordia scendano su ognuno di voi.

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Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i sacerdoti dell’Arcidiocesi di Milano e i Seminaristi che partecipano ad un incontro estivo di formazione: carissimi, vi incoraggio a perseverare con gioia nell’adesione a Cristo che vi chiama ad essere testimoni di fraternità e operatori di pace.

Saluto poi i fedeli di Romano in Lombardia, Biancavilla e Fossombrone, come pure la Comunità mariana Oasi della pace di Fara in Sabina: cari amici, benedico i vostri propositi di bene e vi esorto alla fervorosa perseveranza mediante la preghiera e l’Eucaristia.

Il mio pensiero va infine ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Guardate con fiducia indomita a Cristo, luce nelle difficoltà, sostegno nelle prove e guida in ogni momento dell’umana esistenza.

A tutti la mia benedizione!



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Anche a Gaza esiste un Dio e chi crede non può tacere di Tommaso Montanari

Anche a Gaza esiste un Dio 
e chi crede non può tacere 
di Tommaso Montanari


La verità. Nei giorni scorsi, suor Giovanna della Piccola famiglia dell’Annunziata in Giordania ha ribadito: “Non può mai esserci neutralità davanti a un genocidio”


Mi sono chiesto a lungo perché papa Francesco ogni giorno chiamasse Gaza. Certo: per essere lì, per confortare, per condividere la prova, per portare nel modo più visibile la presenza della Chiesa. Ma nel vecchio papa che, in punto di morte, parla ogni giorno con questo enorme campo di sterminio dove è in corso un genocidio – un genocidio perpetrato anche dagli stati occidentali che si dicono cristiani, anche dall’Italia – c’è qualcosa di più. E io credo che fosse questo: Francesco sentiva che Dio è a Gaza.

Non solo nella parrocchia di Gaza: in tutto quel popolo. Mentre l’Occidente ricco e potente attraversa una lunga notte di Dio, mentre Dio sembra non farsi trovare nemmeno nelle nostre chiese, a Gaza con ogni evidenza Dio c’è. Nella passione e morte di Gaza, c’è il Dio dei vivi. Il Dio giusto giudice. Il principe della pace. Le parole di Giovanna, monaca della Piccola famiglia dell’Annunziata del Monastero di Ma’ in, in Giordania, risuonano in questa direzione: “Mi addolora profondamente vedere una Chiesa quasi silente. …Ma non può esserci neutralità davanti a un genocidio. O si è complici, o si sceglie la verità. E oggi, la verità urla dalle macerie di Gaza. Decine di migliaia di morti, bambini mutilati nel corpo e nell’anima, ospedali distrutti, famiglie cancellate. Tutto questo accade nel silenzio – o nella complicità – di molti poteri, anche religiosi. Non basta più dirsi ‘in preghiera’. Non basta condannare ‘la violenza in generale’. Dove siamo noi, mentre un popolo viene annientato? Dove sono le nostre comunità, le nostre diocesi? Dove sono le parole profetiche? Dove sono i gesti concreti? … E ancora vi ripropongo quello che da mesi mi sembra l’unico gesto possibile: radunare un centinaio tra religiose e religiosi, e andare a Roma, davanti al Quirinale, a pregare giorno e notte, a leggere i Salmi e il Vangelo. A chiedere con la forza mite della preghiera che il governo italiano interrompa ogni vendita di armi a Israele, che si rompano i legami economici con chi porta avanti un’opera di annientamento. E poi, andiamo anche in piazza San Pietro, con cartelli semplici, diretti, che chiedano al Papa di muoversi: – di andare a Gaza;
- di condannare pubblicamente Israele;
- di lanciare appelli incessanti perché i Paesi occidentali si mobilitino per fermare il genocidio”. Sono parole che hanno due chiavi di lettura. Quella, urgente, di una mobilitazione piena della Chiesa nel mondo. Una mobilitazione che non c’è. Ma ne hanno anche un’altra, per così dire anagogica. Una chiave che porta in altro lo sguardo. Il senso spirituale di queste parole è: dobbiamo convertirci. Lo sguardo verso Gaza è uno sguardo di conversione. Uno sguardo di metanoia: di capovolgimento totale delle nostre convinzioni profonde, delle nostre priorità, del nostro modo di sentire e vedere. Gaza è il margine, la pietra scartata dal costruttore, la pietra d’inciampo. Cristo è a Gaza.

Scrive Gustavo Gutiérrez in Teologia della liberazione: “Convertirsi è sapere ed esperimentare che, contrariamente alle leggi della fisica, si sta in piedi, secondo l’evangelo, solo quando il nostro baricentro cade fuori di noi”. Ecco, il nostro baricentro non è a Roma: è a Gaza. Ecco perché papa Francesco, guidato dallo Spirito di profezia, chiamava Gaza; voleva andare a Gaza; non essere separato da Gaza.

Trovare Dio ad Auschwitz sembrò impossibile. Eppure, c’era. Fare teologia ad Ayacucho (dove la povertà assoluta è solo morte), pareva impossibile. Eppure, si è fatta. Oggi, una Chiesa che voglia riuscire ad annunciare la speranza a un mondo disperato, deve farlo da Gaza. Il teologo della speranza, il protestante Jürgen Moltmann, ha scritto che “se Paolo chiama la morte ‘l’ultimo nemico’, bisogna d’altra parte proclamare che il Cristo risorto, e con lui la speranza della risurrezione, sono i nemici della morte e di un mondo che vi si adatta. Pace con Dio significa discordia con il mondo, poiché il pungolo del futuro promesso incide inesorabilmente nella carne di ogni incompiuta realtà presente… Questa speranza fa della comunità cristiana un elemento di perenne disturbo nelle comunità umane. Essa fa della comunità la fonte di impulsi sempre rinnovati tendenti a realizzare il diritto, la libertà e l’umanità quaggiù, alla luce del futuro che è stato annunciato e che deve venire”. 
Non parlare di Gaza, in tempo opportuno e in tempo non opportuno (per usare le parole di Paolo); non essere a Gaza continuamente con il cuore; non desiderare andare a Gaza: questo significa peccare contro la speranza, cioè adattarsi al mondo com’è. Se abbiamo speranza, allora dobbiamo predicare che il Risorto è nemico del genocidio di Gaza: è irriducibile a questo scandalo di una morte violenta inflitta dai potenti sugli inermi, di questa strage di massa, di questo satanico trionfo del male. “Non è tanto il peccato che ci conduce alla perdizione – diceva Giovanni Crisostomo – quanto piuttosto la mancanza di speranza”. Ecco perché Francesco chiamava Gaza, ogni giorno

(Fonte: "Il Fatto Quotidiano" - 25.08.2025)


Leggi anche il post già pubblicato:
- TACERE È DIRSI COMPLICI - Lettera aperta sul dramma odierno del popolo palestinese dei Frati della Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto

martedì 26 agosto 2025

#L’ abitudine di Gianfranco Ravasi

#L’ abitudine 
di Gianfranco Ravasi 


Non andare dove porta un sentiero.
Va’ invece dove non c’è sentiero e apri una strada.

Il suo nome può essere cercato in una storia della letteratura americana, così come in un dizionario di filosofia, perché egli seppe intrecciare la poesia (pubblicò nel 1847 una raccolta intitolata semplicemente Poesie) con la riflessione filosofica nota come “trascendentalismo” e legata a una storia di pensiero di taglio idealistico-hegeliano con venature panteistiche. È Ralph Waldo Emerson (1803-82) e noi abbiamo attinto a una sua lirica che contiene un messaggio semplice ma incisivo. Immaginiamo un bosco o una pianura attraversati da un sentiero che conosciamo. Il ricordo può andare a una scena tratteggiata da Dante all’ingresso del Purgatorio, quando con Virgilio, sta inoltrandosi in quell’orizzonte: «Noi andavam per lo solingo piano / com’ che torna a la perduta strada» (I, 118-119).

La via nota, smarrita e ritrovata, è un paradigma spirituale che può diventare una parabola della conversione. Emerson, però, propone di aprire una nuova strada. Essa, certo, si basa sul rischio dell’ignoto, ma può essere anche la sorgente di una scoperta: tutte le grandi invenzioni e gli stessi capolavori artistici o letterari sbocciano da un’avventura dello spirito e della mente lungo tracciati inediti ed esperienze creative e innovatrici. La tentazione dell’abitudine è sempre in agguato perché è quieto vivere e assenza di fastidi. Sappiamo, però, quanto essa sia pericolosa perché lentamente fa precipitare nell’assuefazione e nella noia. È, perciò, necessario un guizzo, uno squarcio di novità nel tessuto della monotonia, e questo vale per tutte le realtà umane così da impedire che sfioriscano. Scriveva Shakespeare in un suo sonetto Sweets grown common lose their dear delight, anche le cose più dolci, diventate ordinarie, perdono la loro meravigliosa delizia.

(Fonte: Il sole 24 ore Domenica - 27 luglio 2025)

lunedì 25 agosto 2025

Ezzideen Shehab: "Guarda con orrore, l’abisso della storia: ... Auschwitz, ne senti l’eco? Non è finito. Ritorna, muta, riappare con nuove maschere. E ora la vittima indossa il volto del carnefice... Gaza sta finendo. ... Eppure... qualcosa rimane. Un silenzio... Quel silenzio non morirà. Ti perseguiterà. Perseguiterà il mondo. Perseguiterà Dio stesso".

Le parole di Ezzideen Shehab scrittore, giornalista e medico trentenne a Gaza:


“Da giorni non riesco a respirare. Il petto mi brucia, la gola si chiude. Vaghiamo come pazzi, sconvolti, in attesa del colpo, dell’ordine che ci strapperà via di nuovo. 
Abbiamo conosciuto la guerra, sì, due anni infiniti, che ci hanno rosicchiato come i topi rosicchiano le ossa di un cadavere, ma questo… questo è peggio, infinitamente peggio. Ci dicono di andarcene. Di nuovo. Per la quinta volta. Senti? La quinta! E questa volta, o Dio, questa volta, sappiamo che è l’ultima. L’ultima. Non torneremo. Mai. Non domani, non fra dieci anni, nemmeno nei ricordi sbiaditi dei nostri figli.

La porta che chiudo ora dietro di me non si aprirà mai più alla mia mano. Quel suono, legno contro legno, non è una porta che si chiude. È la mia anima che viene inchiodata nella sua bara. Sono vivo, eppure sono già sepolto.
E cos’è questo esilio? Non è un viaggio, no! È strappare l’ultimo tremulo filo dell’anima umana. Non vogliono uomini, o donne, o bambini. Vogliono ombre. Ombre che strisciano sulla polvere, senza volto, senza nome, senza memoria. Un popolo di tende! Sì, tende! Una nazione il cui destino è tela e corda, la cui più alta ambizione è uno straccio che sbatte al vento. Signore, non è forse una morte più spietata della tomba? Lasciare un uomo che respira, ma derubarlo di tutto ciò che lo rende uomo, condannarlo a camminare come un fantasma che non può nemmeno morire.

La città, la nostra città, amata, tradita, sarà cancellata, spianata e sputata in polvere. Le sue pietre sparse come cenere al vento. Le case dove i bambini litigavano, dove le madri cantavano, dove il pane usciva caldo dal forno, tutto finito, finito per sempre. E poi, o Dio misericordioso, dimenticheremo. Sì, dimenticheremo! Nel tormento della sete, lottando per una goccia d’acqua, dimenticheremo le nostre strade, i nostri muri, le nostre chiavi, le nostre porte. Dimenticheremo il calore dell’inverno le pungenti notti d’estate. Dimenticheremo i vicini, le liti, i matrimoni, le canzoni. Dimenticheremo persino di essere stati umani.

Dimmi, Signore, come può l’uomo dimenticare se stesso? Come può la memoria essere strappata dall’anima come la carne dall’osso? Ricordaci! Ricordaci prima che la rottura sia completa. Ricorda gli occhi dei bambini prima che la loro luce si spenga. Ricorda le lacrime delle madri, le stesse lacrime delle tue madri. Ricorda che abbiamo urlato, che non siamo rimasti in silenzio, che abbiamo provato con gli ultimi brandelli delle nostre forze.

E guarda, guarda con orrore, l’abisso della storia: come coloro che un tempo piangevano nei ghetti, che barcollavano nei campi, che soffocavano nei forni, ora vedono i loro leader preparare il nostro esilio. Auschwitz, ne senti l’eco? Non è finito. Ritorna, muta, riappare con nuove maschere. E ora la vittima indossa il volto del carnefice. Questa è la bestemmia più infernale: che coloro che portano le cicatrici dell’Olocausto ora vedono i loro leader realizzare un Olocausto nuovo.

Scrivi i nostri nomi, ti imploro, ti grido, sui tuoi muri, nei tuoi libri, nelle tue preghiere. Incidili nella pietra, prima che svaniscano nella polvere. Perché domani persino tu dubiterai che abbiamo mai camminato sulla terra. E quando i tuoi figli chiederanno: sono mai stati un popolo? Hanno respirato? Hanno amato? Erano umani? Che cosa risponderai allora, quando la tua stessa memoria ti tradirà?
E Gaza, la mia Gaza, sta finendo. Sì, finendo. Questo è il quinto esilio, e l’ultimo. L’ultimo! Una fine più nera delle pagine più nere della storia, più oscura delle più oscure profezie mai osate immaginare. Eppure, anche mentre scrivo, attraverso lacrime che mi accecano, qualcosa rimane. Un silenzio. Un silenzio più pesante della pietra, più pesante delle tombe, più pesante persino dello sguardo di Dio. Un silenzio che divora il grido stesso, che ruggisce più forte di tutte le urla messe insieme. Quel silenzio non morirà. Ti perseguiterà. Perseguiterà il mondo. Perseguiterà Dio stesso".
Dottor Ezzideen Shehab

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Vedi anche il post:



Leone XIV: "La nostra fede è autentica quando abbraccia tutta la nostra vita, quando diventa un criterio per le nostre scelte, quando ci rende donne e uomini che si impegnano nel bene e rischiano nell’amore proprio come ha fatto Gesù" Angelus 24/08/2025 (testo e video)


PAPA LEONE XIV
ANGELUS
Piazza San Pietro
Domenica, 24 agosto 2025



Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Al centro del Vangelo di oggi (Lc 13,22-30) troviamo l’immagine della “porta stretta”, usata da Gesù per rispondere a un tale che gli chiede se sono pochi quelli che si salvano; Gesù dice: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno» (v. 24).

A prima vista, questa immagine fa sorgere in noi qualche domanda: se Dio è il Padre dell’amore e della misericordia, che sempre rimane con le braccia aperte per accoglierci, perché Gesù dice che la porta della salvezza è stretta?

Certamente, il Signore non vuole scoraggiarci. Le sue parole, invece, servono soprattutto a scuotere la presunzione di coloro che pensano di essere già salvati, di quelli che praticano la religione e, perciò, si sentono già a posto. In realtà, essi non hanno compreso che non basta compiere atti religiosi se questi non trasformano il cuore: il Signore non vuole un culto separato dalla vita e non gradisce sacrifici e preghiere se non ci conducono a vivere l’amore verso i fratelli e a praticare la giustizia. Per questo, quando si presenteranno davanti al Signore vantandosi di aver mangiato e bevuto con Lui e di aver ascoltato i suoi insegnamenti, si sentiranno rispondere: «Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!» (v. 27).

Fratelli e sorelle, è bella la provocazione che ci giunge dal Vangelo di oggi: mentre a volte ci capita di giudicare chi è lontano dalla fede, Gesù mette in crisi “la sicurezza dei credenti”. Egli, infatti, ci dice che non basta professare la fede con le parole, mangiare e bere con Lui celebrando l’Eucaristia o conoscere bene gli insegnamenti cristiani. La nostra fede è autentica quando abbraccia tutta la nostra vita, quando diventa un criterio per le nostre scelte, quando ci rende donne e uomini che si impegnano nel bene e rischiano nell’amore proprio come ha fatto Gesù; Egli non ha scelto la via facile del successo o del potere ma, pur di salvarci, ci ha amati fino ad attraversare la “porta stretta” della Croce. Lui è la misura della nostra fede, Lui è la porta che dobbiamo attraversare per essere salvati (Cfr Gv 10,9), vivendo il suo stesso amore e diventando, con la nostra vita, operatori di giustizia e di pace.

A volte, questo significa compiere scelte faticose e impopolari, lottare contro il proprio egoismo e spendersi per gli altri, perseverare nel bene laddove sembrano prevalere le logiche del male, e così via. Ma, oltrepassando questa soglia, scopriremo che la vita si spalanca davanti a noi in modo nuovo, e, fin d’ora, entreremo nel cuore largo di Dio e nella gioia della festa eterna che Egli ha preparato per noi.

Invochiamo la Vergine Maria, perché ci aiuti ad attraversare con coraggio la “porta stretta” del Vangelo, così che possiamo aprirci con gioia alla larghezza dell’amore di Dio Padre.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Esprimo la mia vicinanza alla popolazione di Cabo Delgado, in Mozambico, vittima di una situazione di insicurezza e violenza che continua a provocare morti e sfollati. Mentre faccio appello a non dimenticare questi nostri fratelli e sorelle, vi invito a pregare per loro ed esprimo la speranza che gli sforzi dei responsabili del Paese riescano a ristabilire la sicurezza e la pace in quel territorio.

Venerdì scorso, 22 agosto, abbiamo accompagnato con la nostra preghiera e con il digiuno i fratelli e le sorelle che soffrono a causa delle guerre. Oggi ci uniamo ai nostri fratelli ucraini i quali, con l’iniziativa spirituale “Preghiera Mondiale per l’Ucraina”, chiedono che il Signore doni la pace al loro martoriato Paese.

Saluto tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini di vari Paesi, in particolare quelli di Karaganda, in Kazakistan, Budapest e la comunità del Pontificio Collegio Nord Americano. Sono lieto di accogliere la Banda Musicale di Gozzano e i gruppi parrocchiali di Bellagio, Vidigulfo, Carbonia, Corlo e Val Cavallina. Saluto, inoltre, i fedeli giunti in bicicletta da Rovato e da Manerbio, e il gruppo della Via Lucis itinerante.

A tutti voi auguro una buona domenica.

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