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mercoledì 27 aprile 2016

«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36)" - 38° Convegno nazionale delle Caritas diocesane - Sacrofano (Roma) 18 /21 aprile 2016 - Udienza di Papa Francesco


Giovedì 21 aprile, nell’Aula Paolo VI, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i partecipanti al 38° Convegno della Caritas delle Diocesi Italiane, che si è svolto presso la “Fraterna Domus” (Sacrofano, Roma) dal 18 al 21 aprile, sul tema: “Misericordiosi come il Padre. «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36)”.

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Pubblichiamo di seguito, il saluto del card.Francesco Montenegro, presidente di Caritas Italiana ed Arcivescovo di Agrigento, ed il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti nel corso dell’Udienza.

Saluto del Cardinale Montenegro

Beatissimo Padre, in questo Anno Giubilare dedicato alla Misericordia, si è verificata la felice coincidenza del 38° Convegno delle Caritas diocesane con i 45 anni di Caritas Italiana, che il Suo venerato Predecessore Paolo VI volle istituire affinché la Chiesa italiana si dotasse di un organismo a carattere pastorale ed educativo.

Le siamo pertanto particolarmente riconoscenti per questo momento a conclusione di quattro giorni di lavori che hanno consentito un ampio e articolato confronto tra responsabili e operatori di Caritas Italiana e delle Caritas diocesane, attraverso l’incontro, la preghiera comune, l’ascolto, lo studio, l’approfondimento, lo scambio e la condivisione di azioni che caratterizzano il nostro essere nella Chiesa e nella società, in Italia, in Europa e nel mondo.

Ancor più Le siamo grati per il dono della Sua parola che sin dall’inizio del Suo pontificato ha fatto della carità l’elemento centrale della Chiesa e dell’esperienza cristiana, affermando che “una Chiesa senza la carità non esiste”. Una carità però non da addetti ai lavori, ma di popolo, fedele ai mezzi poveri, capace di riaffermare i diritti, proporre nuovi stili di vita ma sempre coerenti con il Vangelo, economie di comunione e di condivisione. «La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole» ha sottolineato Lei, Santità, proprio nella Bolla di indizione del Giubileo “Misericordiae Vultus”. Una misericordia che rigenera, dona, e, dove occorre, fa saltare gli ingranaggi iniqui. Ecco allora che una Chiesa di misericordia è necessariamente una Chiesa “estroversa”. È ”Chiesa in uscita” come Lei, Santo Padre, l’ha ben definita, senza pareti e senza tetto, aperta a tutti, capace di accogliere tutti, rispettando la dignità e difendendo i diritti di ciascuno, ma anche capace di coinvolgere e far sentire tutti soggetti, non oggetti di cura. Come organismo ecclesiale raccogliamo il Suo appello al n. 15 della Misericordiae Vultus, a curare le ferite delle nostre sorelle e dei nostri fratelli, “a lenirle con l’olio della consolazione, fasciarle con la misericordia e curarle con la solidarietà e l’attenzione dovuta” per non cadere “nell’indifferenza che umilia, nell’abitudinarietà che anestetizza l’animo e impedisce di scoprire la novità, nel cinismo che distrugge…”. Confermiamo nel contempo, come da mandato statutario, il nostro impegno pastorale “di sensibilizzare le Chiese locali e i singoli fedeli al senso e al dovere della carità, in forme consone ai bisogni e ai tempi”, per un servizio di carità che sia sempre più in grado di esprimere e incarnare le caratteristiche dell’amore misericordioso di Dio, rivelate in Gesù: l’universalismo – quindi un’attenzione preferenziale agli ultimi- , la condivisione – quindi il superamento della semplice elemosina -, la dimensione promozionale e liberatoria – quindi il superamento dell’assistenzialismo e un approccio che mira alla rimozione delle cause della povertà. Tutto questo avendo come bussola il cammino del giubileo, come tempo da valorizzare per crescere nell’ascolto della Parola, e tempo di esercizio costante per aprire occhi e cuore ai poveri in modo sempre nuovo, dinamico, generativo,inclusivo. Consapevoli che se non sempre si riescono a soddisfare i bisogni materiali non deve mai mancare la risposta della misericordia che diventa accoglienza, solidarietà e amicizia. Solo così il nostro mondo potrà tornare a crescere e la nostra fede riuscirà ad essere seme di vita nuova. Solo così saremo gli operai di un Vangelo che diventa annuncio – attraverso i fatti – della misericordia del Signore. Perché nel mondo vi è un’immensa folla di affamati che hanno bisogno di giustizia, misericordia, autentica carità e in ognuno di questi “più piccoli” è presente Cristo stesso che ci viene a visitare ogni giorno attraverso chi soffre e chi lotta per la sopravvivenza.

Come Lei sa bene, Santità, quella di Lampedusa è la storia più evidente che da pastore di Agrigento ho vissuto in modo diretto, ma, purtroppo, non è l’unica. E la Sua visita, le Sue azioni e le Sue parole sull’isola devono essere per tutti noi stimolo ad andare oltre la logica del “fatto di cronaca” o della semplice commiserazione e diventare il verbo che dobbiamo saper declinare affinché in ogni situazione di sofferenza impariamo a dire: «Qui c’è Dio» e iniziamo ad agire di conseguenza. Mentre la ringraziamo, Padre Santo, per le illuminanti parole che vorrà indirizzarci, Le assicuriamo le nostre costanti preghiere per il delicato compito che Le è stato affidato e attendiamo la Sua benedizione.

«I poveri sono la proposta forte che Dio fa alla Chiesa affinché cresca nell’amore e nella fedeltà»: è quanto ha sottolineato Papa Francesco parlando ai partecipanti al trentottesimo convegno nazionale delle 220 Caritas diocesane d’Italia, ricevuti nell’Aula Paolo VI giovedì mattina, 21 aprile. Dopo aver ricordato che i bisognosi aspettano «la carità, cioè la “carezza” misericordiosa del Signore, attraverso la “mano” della sua Chiesa», il Pontefice ha tracciato una sorta di decalogo di come debba essere la misericordia — tema del giubileo e dei lavori congressuali.


Il discorso di Papa Francesco

Cari fratelli e sorelle,

vi accolgo al termine dei lavori del vostro Convegno Nazionale e vi saluto tutti con affetto. Saluto cordialmente il cardinale Francesco Montenegro, Presidente della Caritas Italiana, e lo ringrazio per le parole che mi ha rivolto a nome di tutti. Il vostro incontro si colloca a 45 anni dalla nascita di questo organismo ecclesiale, che il beato Paolo VI volle fortemente; e volle che avesse carattere pastorale ed educativo. Nel 1972, in occasione del primo incontro nazionale con la Caritas, le affidava questo preciso mandato: «Sensibilizzare le Chiese locali e i singoli fedeli al senso e al dovere della carità in forme consone ai bisogni e ai tempi» (Insegnamenti X, [1972], 989). Oggi, con rinnovata fedeltà al Vangelo e al mandato ricevuto, vi inoltrate in nuovi cammini di confronto e verifica per approfondire e orientare al meglio quanto finora avviato e sviluppato.

La vostra missione educativa, che mira sempre alla comunione nella Chiesa e a un servizio con ampi orizzonti, vi chiede l’impegno di un amore concreto verso ogni essere umano, con un’opzione preferenziale per i poveri, nei quali Gesù stesso ci domanda aiuto e vicinanza (cfr Mt 25,35-40). Un amore che si esprime attraverso gesti e segni, che rappresentano «una modalità connaturata alla funzione pedagogica della Caritas a ogni livello» – come ha sottolineato il mio predecessore Benedetto XVI, che ha poi aggiunto: «Vi auguro di sapere coltivare al meglio la qualità delle opere che avete saputo inventare. Rendetele, per così dire, “parlanti”, preoccupandovi soprattutto della motivazione interiore che le anima, e della qualità della testimonianza che da esse promana. Sono opere che nascono dalla fede. Sono opere di Chiesa, espressione dell’attenzione verso chi fa più fatica. Sono azioni pedagogiche, perché aiutano i più poveri a crescere nella loro dignità, le comunità cristiane a camminare nella sequela di Cristo, la società civile ad assumersi coscientemente i propri obblighi» (Discorso alla Caritas Italiana in occasione del 40° anniversario di fondazione, 24 novembre 2011: Insegnamenti VII, 2,[2011], 776).

Di fronte alle sfide e alle contraddizioni del nostro tempo, la Caritas ha il difficile, ma fondamentale compito, di fare in modo che il servizio caritativo diventi impegno di ognuno di noi, cioè che l’intera comunità cristiana diventi soggetto di carità. Ecco quindi l’obiettivo principale del vostro essere e del vostro agire: essere stimolo e anima perché la comunità tutta cresca nella carità e sappia trovare strade sempre nuove per farsi vicina ai più poveri, capace di leggere e affrontare le situazioni che opprimono milioni di fratelli – in Italia, in Europa, nel mondo. In proposito, particolarmente rilevante è il ruolo di promozione e formazione che la Caritas riveste nei confronti delle diverse espressioni del volontariato. Un volontariato che a sua volta è chiamato a investire tempo, risorse e capacità per coinvolgere l’intera comunità negli impegni di solidarietà che porta avanti. Come pure è essenziale il vostro compito di stimolo nei confronti delle istituzioni civili e di un’adeguata legislazione, in favore del bene comune e a tutela delle fasce più deboli; un impegno che si concretizza nella costante offerta di occasioni e strumenti per una conoscenza adeguata e costruttiva delle situazioni.

Di fronte alle sfide globali che seminano paura, iniquità, speculazioni finanziarie – anche sul cibo –, degrado ambientale e guerre, è necessario, insieme al quotidiano lavoro sul territorio, portare avanti l’impegno per educare all’incontro rispettoso e fraterno tra culture e civiltà, e alla cura del creato, per una “ecologia integrale”. Caritas Italiana sia fedele anche in questo al suo mandato statutario. Vi incoraggio a non stancarvi di promuovere, con tenace e paziente perseveranza, comunità che abbiano la passione per il dialogo, per vivere i conflitti in modo evangelico, senza negarli ma facendone occasioni di crescita, di riconciliazione: questa è la pace che Cristo ci ha conquistato e che noi siamo inviati a portare. Sia sempre vostro vanto la volontà di risalire alle cause delle povertà, per cercare di rimuoverle: lo sforzo di prevenire l’emarginazione; di incidere sui meccanismi che generano ingiustizia; di operare contro ogni struttura di peccato. Si tratta a tale scopo di educare singoli e gruppi a stili di vita consapevoli, così che tutti si sentano davvero responsabili di tutti. E questo a partire dalle parrocchie: è l’opera preziosa e capillare delle Caritas parrocchiali, che occorre continuare a diffondere e moltiplicare sul territorio.

Desidero incoraggiarvi anche a proseguire nell’impegno e nella prossimità nei confronti delle persone immigrate. Il fenomeno delle migrazioni, che oggi presenta aspetti critici che vanno gestiti con politiche organiche e lungimiranti, rimane pur sempre una ricchezza e una risorsa, sotto diversi punti di vista. E’ dunque prezioso il vostro lavoro che, accanto all’approccio solidale, tende a privilegiare scelte che favoriscano sempre più l’integrazione tra popolazioni straniere e cittadini italiani, offrendo agli operatori di base strumenti culturali e professionali adeguati alla complessità del fenomeno e alle sue peculiarità.

La testimonianza della carità diventa autentica e credibile quando impegna tutti i momenti e le relazioni della vita, ma la sua culla e la sua casa è la famiglia, la Chiesa domestica. La famiglia è costituzionalmente “Caritas” perchè Dio stesso l’ha fatta così: l’anima della famiglia e della sua missione è l’amore. Quell’amore misericordioso che – come ho ricordato nell’Esortazione Apostolica postsinodale Amoris laetitia – sa accompagnare, discernere e integrare le situazioni di fragilità. Le risposte più complete a molti disagi possono essere offerte proprio da quelle famiglie che, superando la tentazione della solidarietà “corta” ed episodica, a volte pure necessaria, scelgono di collaborare fra loro e con tutti gli altri servizi solidali del territorio, offrendo le risorse della propria quotidiana disponibilità. E quanti esempi belli abbiamo di questo nelle nostre comunità!

Con piena fiducia nella presenza di Cristo risorto e con il coraggio che viene dallo Spirito Santo, potrete andare avanti senza paura e scoprire prospettive sempre nuove nel vostro impegno pastorale, rafforzare stili e motivazioni, e così rispondere sempre meglio al Signore che ci viene incontro nei volti e nelle storie delle sorelle e dei fratelli più bisognosi. Egli sta alla porta del nostro cuore, delle nostre comunità, e attende che qualcuno risponda al suo “bussare” discreto e insistente: aspetta la carità, cioè la “carezza” misericordiosa del Signore, attraverso la “mano” della sua Chiesa. Una carezza che esprime la tenerezza e la vicinanza del Padre. Nel mondo di oggi, complesso e interconnesso, la vostra misericordia sia attenta e informata; concreta e competente, capace di analisi, ricerche, studi e riflessioni; personale, ma anche comunitaria; credibile in forza di una coerenza che è testimonianza evangelica, e, allo stesso tempo, organizzata e formata, per fornire servizi sempre più precisi e mirati; responsabile, coordinata, capace di alleanze e di innovazione; delicata e accogliente, piena di relazioni significative; aperta a tutti, premurosa nell’invitare i piccoli e i poveri del mondo a prendere parte attiva nella comunità, che ha il suo momento culminante nell’eucaristia domenicale. Perché i poveri sono la proposta forte che Dio fa alla nostra Chiesa affinché essa cresca nell’amore e nella fedeltà. E perché la comunione con Cristo nella Messa trovi espressione coerente nell’incontro con lo stesso Gesù presente nel più piccolo dei fratelli. Così sia la vostra, la nostra carezza, per intercessione della Vergine Maria e del beato Paolo VI. Vi benedico e vi accompagno con la preghiera. E anche voi, mi raccomando, pregate per me! Grazie.


Vedi anche il nostro post precedente: 


DARE UN VOLTO UMANO ALLA CITTÀ - HOREB 1/2016 (n. 73)




DARE UN VOLTO UMANO ALLA CITTÀ

HOREB 1/2016  (n. 73)


TRACCE DI SPIRITUALITÀ 
A CURA DEI CARMELITANI



EDITORIALE

Uno dei motivi per cui si è dato vita alle città, riteniamo, sia stato quello di offrire all’uomo la possibilità di stabilire rapporti di comunione con altri uomini dandogli l’opportunità di emanciparsi dal nomadismo e nello stesso tempo di non chiudersi nel clan o nelle pareti domestiche.
L'idea di città, quindi, porta con sé il desiderio profondo di un progetto di una comunità solidale e nonviolenta, in grado di riconoscere le legittime differenze e di vivere i contrasti e di gestire insieme il proprio cammino attraverso una prassi di partecipazione dialogica e responsabile.
Ma, in effetti, la città storicamente non esprime questo volto. Al suo interno accanto alle potenzialità esplodono contraddizioni, per cui essa spesso diventata spazio dove, dietro la facciata, si sviluppano situazioni di anonimato e di indifferenza. Proprio nella città spesso ci si ritrova a vivere forme di solitudine, per cui pur ritrovandoci in mezzo a una folla ci si sente come stranieri, fatti oggetto di rifiuto e di violenza.
Tenendo conto di questa situazione, Papa Francesco nella “Evangelii Gaudium” lamenta: «quello che potrebbe essere un prezioso spazio di incontro e di solidarietà, spesso si trasforma nel luogo della fuga e della sfiducia reciproca. Le case e i quartieri si costruiscono più per isolare e proteggere che per collegare e integrare» (n. 75). Ed evidenzia, ancora, che nella città «vi sono cittadini che ottengono i mezzi adeguati per lo sviluppo della vita personale e familiare, però sono moltissimi i “non cittadini”, i “cittadini a metà” o gli “avanzi urbani”» (n. 74). Da qui l’invito, ai credenti a far proprio «il senso unitario e completo della vita umana che il Vangelo propone», nella consapevolezza che «vivere fino in fondo ciò che è umano e introdursi nel cuore delle sfide come fermento di testimonianza, in qualsiasi cultura, in qualsiasi città, migliora il cristiano e feconda la città» (n. 75).
La riflessione, a più voci, della monografia del presente quaderno, vuole essere un tentativo di individuare percorsi che possano ridare alla città un volto umano, dove sia possibile intrecciare relazioni condotte sotto lo sguardo e a misura di sguardo.
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CONVENTO DEL CARMINE
98051 BARCELLONA P.G. (ME)

Papa Francesco Giubileo dei ragazzi e delle ragazze - Omelia e Regina Coeli "Grazie per la vostra gioiosa e chiassosa testimonianza. Andate avanti con coraggio!" - 24/04/2016 (foto, testi e video)



In piazza San Pietro blindata da severe misure di sicurezza, Papa Francesco ha celebrato la messa per il Giubileo dei ragazzi e delle ragazze dai 12 ai 16 anni, giunti ieri a Roma da tutto il mondo per tre giorni di festa e fede. 
L’omelia di Papa Francesco è stata densa con alcuni passaggi a braccio e molti applausi. 
Francesco ha usato le parole semplici di un prete tra i preti, come ha fatto sabato durante il concerto allo stadio Olimpico con il video messaggio in diretta e durante la confessione improvvisata ai ragazzi vicino al colonnato del Bernini sabato mattina, quando si è seduto vicino agli altri parroci per confessare i ragazzi prima di passare sotto alla Porta Santa. 
Alla messa anche turisti, romani e pellegrini “anziani”: gremite piazza San Pietro e via della Conciliazione fino a metà strada, con un bilancio di almeno 120 mila persone presenti.





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L'omelia di Papa Francesco

«Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).

Cari ragazzi e ragazze, che grande responsabilità ci affida oggi il Signore! Ci dice che la gente riconoscerà i discepoli di Gesù da come si amano tra di loro. L’amore, in altre parole, è la carta d’identità del cristiano, è l’unico “documento” valido per essere riconosciuti discepoli di Gesù. L’unico documento valido. Se questo documento scade e non si rinnova continuamente, non siamo più testimoni del Maestro. Allora vi chiedo: volete accogliere l’invito di Gesù a essere suoi discepoli? Volete essere suoi amici fedeli? Il vero amico di Gesù si distingue essenzialmente per l’amore concreto; non l’amore “nelle nuvole”, no, l’amore concreto che risplende nella sua vita. L’amore è sempre concreto. Chi non è concreto e parla dell’amore fa una telenovela, un teleromanzo. Volete vivere questo amore che Lui ci dona? Volete o non volete? Cerchiamo allora di metterci alla sua scuola, che è una scuola di vita per imparare ad amare. E questo è un lavoro di tutti i giorni: imparare ad amare.

Anzitutto, amare è bello, è la via per essere felici. Però non è facile, è impegnativo, costa fatica. Pensiamo, ad esempio, a quando riceviamo un regalo: questo ci rende felici, ma per preparare quel regalo delle persone generose hanno dedicato tempo e impegno, e così, regalandoci qualcosa, ci hanno donato anche un po’ di loro stesse, qualcosa di cui hanno saputo privarsi. Pensiamo anche al dono che i vostri genitori e animatori vi hanno fatto, permettendovi di venire a Roma per questo Giubileo dedicato a voi. Hanno progettato, organizzato, preparato tutto per voi, e questo dava loro gioia, anche se magari rinunciavano a un viaggio per loro. Questa è la concretezza dell’amore. Amare infatti vuol dire donare, non solo qualcosa di materiale, ma qualcosa di se stessi: il proprio tempo, la propria amicizia, le proprie capacità.

Guardiamo al Signore, che è invincibile in generosità. Riceviamo da Lui tanti doni, e ogni giorno dovremmo ringraziarlo... Io vorrei chiedervi: voi ringraziate il Signore ogni giorno? Anche se noi ci dimentichiamo, Lui non si scorda di farci ogni giorno un dono speciale. Non è un regalo da tenere materialmente tra le mani e da usare, ma un dono più grande, per la vita. Che cosa ci dona il Signore? Ci dona la sua amicizia fedele, che non ci toglierà mai. E’ l’amico per sempre, il Signore. Anche se tu lo deludi e ti allontani da Lui, Gesù continua a volerti bene e a starti vicino, a credere in te più di quanto tu creda in te stesso. Questa è la concretezza dell’amore che ci insegna Gesù. E questo è tanto importante! Perché la minaccia principale, che impedisce di crescere bene, è quando a nessuno importa di te - è triste, questo -, quando senti che vieni lasciato in disparte. Il Signore invece è sempre con te ed è contento di stare con te. Come fece con i suoi giovani discepoli, ti guarda negli occhi e ti chiama a seguirlo, a “prendere il largo” e a “gettare le reti” fidandosi della sua parola, cioè a mettere in gioco i tuoi talenti nella vita, insieme con Lui, senza paura. Gesù ti aspetta pazientemente, attende una risposta, attende il tuo “sì”.

Cari ragazzi, alla vostra età emerge in voi in modo nuovo anche il desiderio di affezionarvi e di ricevere affetto. Il Signore, se andate alla sua scuola, vi insegnerà a rendere più belli anche l’affetto e la tenerezza. Vi metterà nel cuore un’intenzione buona, quella di voler bene senza possedere, di amare le persone senza volerle come proprie, ma lasciandole libere. Perché l’amore è libero! Non c’è vero amore che non sia libero! Quella libertà che il Signore ci lascia quando ci ama. Lui è sempre vicino a noi. C’è sempre infatti la tentazione di inquinare l’affetto con la pretesa istintiva di prendere, di “avere” quello che piace; e questo è egoismo. E anche la cultura consumistica rafforza questa tendenza. Ma ogni cosa, se la si stringe troppo, si sciupa, si rovina: poi si rimane delusi, con il vuoto dentro. Il Signore, se ascoltate la sua voce, vi rivelerà il segreto della tenerezza: prendersi cura dell’altra persona, che vuol dire rispettarla, custodirla e aspettarla. E questa è la concretezza della tenerezza e dell’amore.

In questi anni di gioventù voi avvertite anche un grande desiderio di libertà. Molti vi diranno che essere liberi significa fare quello che si vuole. Ma qui bisogna saper dire dei no. Se tu non sai dire di no, non sei libero. Libero è chi sa dire sì e sa dire no. La libertà non è poter sempre fare quello che mi va: questo rende chiusi, distanti, impedisce di essere amici aperti e sinceri; non è vero che quando io sto bene tutto va bene. No, non è vero. La libertà, invece, è il dono di poter scegliere il bene: questa è libertà. E’ libero chi sceglie il bene, chi cerca quello che piace a Dio, anche se è faticoso, non è facile. Ma io credo che voi giovani non abbiate paura delle fatiche, siete coraggiosi! Solo con scelte coraggiose e forti si realizzano i sogni più grandi, quelli per cui vale la pena di spendere la vita. Scelte coraggiose e forti. Non accontentatevi della mediocrità, di “vivacchiare” stando comodi e seduti; non fidatevi di chi vi distrae dalla vera ricchezza, che siete voi, dicendovi che la vita è bella solo se si hanno molte cose; diffidate di chi vuol farvi credere che valete quando vi mascherate da forti, come gli eroi dei film, o quando portate abiti all’ultima moda. La vostra felicità non ha prezzo e non si commercia; non è una “app” che si scarica sul telefonino: nemmeno la versione più aggiornata potrà aiutarvi a diventare liberi e grandi nell’amore. La libertà è un’altra cosa.

Perché l’amore è il dono libero di chi ha il cuore aperto; l’amore è una responsabilità, ma una responsabilità bella, che dura tutta la vita; è l’impegno quotidiano di chi sa realizzare grandi sogni! Ah, guai ai giovani che non sanno sognare, che non osano sognare! Se un giovane, alla vostra età, non è capace di sognare, già se n’è andato in pensione, non serve. L’amore si nutre di fiducia, di rispetto, di perdono. L’amore non si realizza perché ne parliamo, ma quando lo viviamo: non è una dolce poesia da studiare a memoria, ma una scelta di vita da mettere in pratica! Come possiamo crescere nell’amore? Il segreto è ancora il Signore: Gesù ci dà Se stesso nella Messa, ci offre il perdono e la pace nella Confessione. Lì impariamo ad accogliere il suo Amore, a farlo nostro, a rimetterlo in circolo nel mondo. E quando amare sembra pesante, quando è difficile dire di no a quello che è sbagliato, guardate la croce di Gesù, abbracciatela e non lasciate la sua mano, che vi conduce verso l’alto e vi risolleva quando cadete. Nella vita sempre si cade, perché siamo peccatori, siamo deboli. Ma c’è la mano di Gesù che ci risolleva, che ci rialza. Gesù ci vuole in piedi! Quella parola bella che Gesù diceva ai paralitici: “Alzati!”. Dio ci ha creati per essere in piedi. C’è una bella canzone che cantano gli alpini quando salgono su. La canzone dice così: “Nell’arte di salire, l’importante non è non cadere, ma non rimanere caduto!”. Avere il coraggio di alzarsi, di lasciarci alzare dalla mano di Gesù. E questa mano tante volte viene dalla mano di un amico, dalla mano dei genitori, dalla mano di quelli che ci accompagnano nella vita. Anche Gesù stesso è lì. Alzatevi! Dio vi vuole in piedi, sempre in piedi!

So che siete capaci di gesti di grande amicizia e bontà. Siete chiamati a costruire così il futuro: insieme agli altri e per gli altri, mai contro qualcun altro! Non si costruisce “contro”: questo si chiama distruzione. Farete cose meravigliose se vi preparate bene già da ora, vivendo pienamente questa vostra età così ricca di doni, e senza aver paura della fatica. Fate come i campioni sportivi, che raggiungono alti traguardi allenandosi con umiltà e duramente ogni giorno. Il vostro programma quotidiano siano le opere di misericordia: allenatevi con entusiasmo in esse per diventare campioni di vita, campioni di amore! Così sarete riconosciuti come discepoli di Gesù. Così avrete la carta d’identità di cristiani. E vi assicuro: la vostra gioia sarà piena.

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Al termine della celebrazione in Piazza San Pietro, il Papa ha rivolto un saluto ai pellegrini prima della recita del Regina Caeli. Il pensiero del Pontefice è andato in particolare a quanti, laici e religiosi, sono sotto sequestro in Siria e nel mondo. Il Pontefice ha dunque levato un nuovo accorato appello per la loro liberazione. 

Ecco le parole del Papa

Al termine di questa celebrazione giubilare, il mio pensiero si rivolge in modo particolare a voi, cari ragazzi e ragazze. Siete venuti dall’Italia e da diverse parti del mondo per vivere momenti di fede e di fraterna convivialità. Grazie per la vostra gioiosa e chiassosa testimonianza. Andate avanti con coraggio!

Ieri, a Burgos (Spagna), sono stati proclamati Beati il sacerdote Valentín Palencia Marquina e quattro suoi compagni martiri, giovani, uccisi per la loro fede durante la guerra civile spagnola. Lodiamo il Signore per questi suoi coraggiosi testimoni, e per loro intercessione supplichiamolo di liberare il mondo da ogni violenza.

È sempre viva in me la preoccupazione per i fratelli vescovi, sacerdoti e religiosi, cattolici e ortodossi, sequestrati da molto tempo in Siria. Dio Misericordioso tocchi il cuore dei rapitori e conceda quanto prima a quei nostri fratelli di essere liberati e poter tornare alle loro comunità. Per questo vi invito tutti a pregare, senza dimenticare le altre persone rapite nel mondo.

Affidiamo tutte le nostre aspirazioni e le nostre speranze all’intercessione di Maria, Madre di Misericordia.

[Dopo la benedizione:]

Cari giovani, avete celebrato il Giubileo: adesso tornate a casa con la gioia della vostra identità cristiana. In piedi, a testa alta, e con la vostra carta d’identità nelle vostre mani e nel vostro cuore! Che il Signore vi accompagni. E, per favore, pregate anche per me. Grazie.


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Dopo il Regina Caeli, Francesco, in papamobile, ha salutato a lungo i tantissimi fedeli presenti fino a metà di Via della Conciliazione.










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martedì 26 aprile 2016

Omelia p. Gregorio Battaglia (VIDEO) - V Domenica di Pasqua (C) - 24.04.2016


Omelia p. Gregorio Battaglia

- V Domenica di Pasqua  (C) -
24.04.2016


Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto


... Il Signore fa di noi delle persone nuove capaci finalmente di poter costruire rapporti non di rendere il mondo sempre più opaco, più tenebroso, ma un mondo più umano, più vero, più fraterno. Vorrei che il Signore ci desse questa capacità di vedere oggi, qui. Il Signore ci ha convocati... non solo invitati, ma attirati a sé perché in questo venire insieme, in questo ritrovarci come Chiesa di Dio, come sua assemblea noi possiamo già intravvedere ciò che Dio ci ha promesso. Il nostro destino finale è questa città che noi desideriamo, la città dove uno può finalmente guardare l'altro come Dio ci guarda e poter dire "anche tu sei mio fratello, anche tu sei mia sorella", una città di fratelli...
il sogno di Dio!...

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Un Dio che sa imparare di Luigino Bruni

Un uomo di nome Giobbe/15 -
L’anima è viva finché cerchiamo
Colui che non ci ha risposto



Un Dio che sa imparare 
di Luigino Bruni







Alla fine della sua lotta, che sa essere perduta in partenza – come può l’uomo sperare di vincere Dio? – Giobbe scopre un metodo ingenuo per perseverare nella sua resistenza: farà finta di cedere prima ancora di essersi impegnato nella battaglia. … Così noi comprendiamo che, malgrado le apparenze, o a causa di esse, Giobbe continua a interrogare il cielo.

(Elie Wiesel, Personaggi biblici attraverso il Midrash)



Quando, dopo averlo atteso e desiderato tanto e per lungo tempo, arriva l’incontro decisivo, è normale che ci deluda. Quell’incontro immaginato e sperato era troppo grande per poter essere appagato dall’incontro reale. Lo avevamo sognato, ‘visto’ mille volte nella nostra anima. Avevamo pronunciato nel petto le prime parole nostre e dell’altro-a, scelto il vestito nostro e intravisto il suo, sentiti gli odori e uditi i suoni. Non ci sono parole, vestiti, odori, colori, suoni reali che possano eguagliare quelli immaginati ma stampati nel nostro cuore anelante. Anche la fede, ogni fede, si nutre di questi scarti tra gli incontri sognati e gli incontri accaduti, e la sorpresa, anche la delusione, è la prima esperienza di ogni autentica vita spirituale, il primo segno che il Dio che attendevamo non era né un idolo né soltanto un sogno. Perché se chi viene è troppo simile a chi abbiamo sognato, è certo che da quell’incontro non usciremo cambiati. L’anima è viva e non si spegne finché non smettiamo di bramare quel Dio diverso che non si è presentato all’appuntamento. E così, dopo un’attesa estenuante, stiamo per assistere alla comparsa nell’aula del tribunale del teste più importante, quello invocato senza tregua da Giobbe. Il libro di Giobbe è grande anche perché è stato capace di trattenersi e trattenerci nel silenzio di Dio per trentasette capitoli. Non entrando in scena, Elohim ha consentito a noi di spingere fino in fondo le nostre domande, e a Giobbe di terminare il suo poema. Troppe volte i nostri canti non diventano capolavori perché gli avvocati di Dio lo fanno entrare troppo presto sulla scena. La presenza più vera di Elohim nel dramma di Giobbe è stata la sua assenza, le sue parole più belle quelle non dette quando gli amici gli chiedevano di parlare e far sentire la sua voce potente. Un cielo muto ma vero salva di più di un cielo popolato di parole troppo poco umane per essere vere. Dio inizia a parlare dal mezzo della tempesta ma non risponde alle domande di Giobbe, non scende sul piano dove lo aspettavamo. Perché? Nessuna teologia può rispondere in astratto alle domande più radicali che salgono dal dolore innocente del mondo. Gli uomini sanno fare a Dio più domande delle risposte che egli può darci, perché un Dio che abbia risposte pronte e perfette per tutti i nostri perché grandi e disperati è soltanto una ideologia o, nei casi peggiori ma molto comuni, un idolo stolto che abbiamo costruito a nostra immagine e somiglianza. Il Dio biblico impara dalle nostre domande grandi e disperate, si sorprende quando gliele poniamo per la prima volta. Se non fosse così, la creazione, la storia, noi e il tempo sarebbero finzioni, e saremmo tutti dentro un set televisivo con Dio come unico spettatore annoiato. Solo gli idoli non imparano nulla dagli uomini, perché sono morti senza essere mai stati vivi. Gli scarti tra le nostre domande e le risposte di Dio sono lo spazio per l’esperienza vera della fede, e quando le teologie cercano di ridurre o azzerare questi scarti non fanno altro che allontanare il loro uomo e il loro Dio dalla Bibbia.
...
Abbiamo allora il dovere spirituale ed etico di chiedere di più, di continuare a implorare a Dio di dirci qualcosa che non ci ha ancora detto. Perché se non lo facciamo perdiamo definitivamente contatto con i poveri e con le vittime, con chi continua a gridare, con chi è troppo impotente di fronte allo spettacolo del male per essere consolato dall’onnipotenza di Dio. I poveri e le vittime non si zittiscono mai in nome di Dio, neanche quando imprecano contro il cielo. Quando si guarda il mondo assieme alle vittime, quando si frequentano veramente le periferie esistenziali, sociali, economiche, morali del mondo, l’onnipotenza e la forza di Dio appaiono troppo lontane, e, soprattutto, non ci spingono a far di tutto per ridurre con la nostra libertà la sofferenza del mondo. Nessuna narrazione delle mirabilie dell’universo, nessuna descrizione magnifica dei terribili Behemot (“Rizza la coda come un cedro, i nervi delle sue cosce s'intrecciano saldi, le sue vertebre sono tubi di bronzo, le sue ossa come spranghe di ferro” (40,17-19), e Leviatàn (“Il suo dorso è formato da file di squame, saldate con tenace suggello: l'una è così unita con l'altra che l'aria fra di esse non passa …” (41,7-8), possono consolare e amare chi urla mentre affonda nel mare, né chi muore solo in un letto di un elegante ospedale. Solo il Dio atteso da Giobbe potrebbe incontrarli e raccogliere le loro grida. Ma questo Dio non lo troviamo nel libro di Giobbe: “Chi ha chiuso tra due porte il mare, quando usciva impetuoso dal seno materno, quando io lo vestivo di nubi e lo fasciavo di una nuvola oscura, quando gli ho fissato un limite, e gli ho messo il chiavistello e due porte dicendo: «Fin qui giungerai e non oltre e qui s'infrangerà l'orgoglio delle tue onde»?” (38,8-11). All’orecchio e al cuore di Giobbe, solo sul letamaio, nel guado della sua disperazione, queste parole, in sé perfette, avranno prodotto gli stessi effetti delle parole sapienti e sagge dei suoi ‘amici’: hanno solo aumentato la sua solitudine e il suo abbandono. Infatti, anche questo Dio cerca la conversione di Giobbe e chiede la sua resa – che otterrà: “Il Signore prese a dire a Giobbe: ‘Il censore vuole ancora contendere con l'Onnipotente? L'accusatore di Dio risponda!’. Giobbe prese a dire al Signore: ‘Ecco, non conto niente: che cosa ti posso rispondere? Mi metto la mano sulla bocca. Ho parlato una volta, ma non replicherò, due volte ho parlato, ma non continuerò’” (40,3-5). Giobbe, come tante vittime innocenti, è azzittito, ammutolito. Questo Elohim, avvocato difensore della propria insondabile onnipotenza, non è il Dio che i poveri e gli innocenti come Giobbe cercano, e meritano. Le risposte di questo Dio non riescono ad eguagliare le domande di Giobbe. Le sue parole non sono all’altezza morale delle parole di Giobbe. Ma – e sta qui il mistero straordinario della Bibbia – anche le parole di Giobbe sono parole di Dio, perché incastonate dentro l’unica scrittura. Possiamo allora ascoltare la voce di Dio facendo parlare Giobbe che lo denuncia e lo attacca. Definendo ‘sacro’ l’intero libro di Giobbe (e gli altri libri) la tradizione biblica ha realizzato un’alleanza meravigliosa ed eterna tra le parole di YHWH-Elohim e quelle degli uomini. La parola di Dio nel libro di Giobbe e in tutta la scrittura va cercata anche nelle pagine dove parla e grida Giobbe; dove parlano gli uomini, nelle loro domande estreme senza risposte. Possiamo pregare Dio anche con le parole senza Dio di Giobbe. È questo Dio meticcio, che ha voluto impastare le sue parole con le nostre, il solo capace di parlarci dai roveti della terra, e da lì chiamarci ancora per nome.
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Leggi anche i post già pubblicati:
- Un uomo di nome Giobbe/14 - L'altra mano dell'onnipotente
- Un uomo di nome Giobbe/13 - Il vero senso della sofferenza
- Un uomo di nome Giobbe/12 - L'attesa dell'innocente
- Un uomo di nome Giobbe/11 - La miniera della sapienza
- Un uomo di nome Giobbe/10 - Fedeli al Dio del non ancora
- Un uomo di nome Giobbe/9 - Il veleno della falsa misericordia
- Un uomo di nome Giobbe/8 - La rivoluzione dell’ascolto
- Un uomo di nome Giobbe/7 - La parola che vince la morte
- Un uomo di nome Giobbe /6 - La memoria viva della terra
- Un uomo di nome Giobbe /5 - Attenti ai ruffiani di Dio
- Un uomo di nome Giobbe /4 - La responsabilità di Dio
- Un uomo di nome Giobbe /3 - L’arca del duro canto
- Un uomo di nome Giobbe /2 - La risposta dell’intoccabile
- Un uomo di nome Giobbe / 1 - Nudo è il dialogo con Dio

lunedì 25 aprile 2016

"Amare gli altri: non «quanto» ma «come» ha fatto Gesù" di p. Ermes Ronchi - V DOMENICA di PASQUA - anno C

Amare gli altri: non «quanto» ma «come» ha fatto Gesù
di p. Ermes Ronchi

Commento
V DOMENICA di PASQUA
- anno C -


Vangelo: Gv 13,31-35

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri.
Ma si può comandare di amare? Un amore imposto è una caricatura, frustrante per chi ama, ingannatore per chi è amato.
Amare, nella logica del Vangelo, non è un obbligo, ma una necessità per vivere, come respirare: «Abbiamo bisogno tutti di molto amore per vivere bene» (J. Maritain). È comandamento nel senso di fondamento del destino del mondo e della sorte di ognuno: amatevi gli uni gli altri, cioè tutti, altrimenti la ragione sarà sempre del più forte, del più violento o del più astuto.
«Nuovo» lo dichiara Gesù. In che cosa consiste la novità di queste parole se anche nella legge di Mosè erano già riportate: amerai il prossimo tuo come te stesso?
Essa emerge dalle parole successive. Gesù non dice semplicemente «amate». Non basta amare, potrebbe essere solo una forma di possesso e di potere sull’altro, un amore che prende tutto e non dona niente. Ci sono anche amori violenti e disperati. Amori molto tristi e perfino distruttivi.
Il Vangelo aggiunge una parola particolare: amatevi gli uni gli altri. In un rapporto di comunione, in un faccia a faccia, a tu per tu. Nella reciprocità: amore dato e ricevuto; dare e ricevere amore è ciò su cui si pesa la felicità di questa vita.
Non si ama l’umanità in generale; si ama quest’uomo, questo bambino, questo straniero, questo volto. Immergendosi nella sua intimità concreta. Si amano le persone ad una ad una, volto per volto. O dodici a dodici, come ha fatto Francesco con i dodici profughi siriani di Lesbo.
Ma la novità evangelica non si riduce soltanto a questo. Gesù aggiunge il segreto della differenza cristiana: come io ho amato voi, così amatevi gli uni gli altri.
Lo specifico del cristiano non è amare, lo fanno già molti, in molti modi, sotto tutti i cieli. Bensì amare come Gesù. Non quanto lui, impossibile per noi vivere la sua misura, ma come, con lo stile unico di Gesù, con la rivoluzione della tenerezza combattiva, con i capovolgimenti che ha portato. Libero e creativo, ha fatto cose che nessuno aveva fatto mai: se io vi ho lavato i piedi così fate anche voi, fatelo a partire dai più stanchi, dai più piccoli, dagli ultimi. Gesù ama per primo, ama in perdita, ama senza contare. Venuto come racconto inedito della tenerezza del Padre.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri. «Non basta essere credenti, dobbiamo essere anche credibili» (Rosario Livatino). Dio non si dimostra, si mostra.
Ognuno deve farsi, come Lui, racconto inedito del volto d’amore di Dio, canale non intasato, vena non ostruita, attraverso la quale l’amore, come acqua che feconda, circoli nel corpo del mondo.


ARTE E FEDE - Alle origini del cristianesimo (VIDEO)


ARTE E FEDE


Alle origini del cristianesimo
puntata "I luoghi del Giubileo"
del 06.04.2016

Un percorso attraverso i luoghi simbolo del Giubileo e i capolavori artistici che a Roma, nella capitale del Cattolicesimo, hanno dato immagine alle forme della spiritualità e della religione, accompagnati da una guida d’eccezione: Antonio Paolucci, Direttore dei Musei Vaticani.



S. Giovanni in Laterano è “mater et caput ecclesiarum omnium”, madre e capo di tutte le chiese come recita il suo titolo ufficiale. C’è una precisa ragione storica che giustifica questo particolare ruolo della grande basilica.

Prima che il Vaticano con i palazzi apostolici assumessero il ruolo che conosciamo di centro religioso e politico di tutta la Cristianità, il cuore della Chiesa Universale era qui, qui aveva sede il papa.

Ecco perché, prima di entrare nella San Giovanni che conosciamo, bisogna esplorare le sue radici. Infatti la basilica sorge sui resti di una grande e importante caserma di Cavalleria di età romana. Si scende di un piano e proprio sotto il pavimento della basilica, vediamo i resti di questo straordinario organismo militare che ospitava i “milites singulares”, la cavalleria pretoria al servizio dell’imperatore.

Dove c’è oggi la basilica, in cima al colle del Laterano, c’era una caserma che ospitava almeno tremila uomini e un numero altrettanto grande di cavalli. Al tempo di Costantino i “milites singulares” scelsero la parte sbagliata, si misero con il nemico Massenzio. La conseguenza fu che Costantino sciolse questo corpo militare ritenuto infedele e donò l’area della loro caserma alla nascente ma già numerosa comunità cristiana. Sopra la caserma c’è la basilica e c’è tutta l’area urbana che ha conosciuto la sua definitiva sistemazione urbanistica alla fine del XVI secolo, al tempo di papa Sisto V.

Fu in quell’epoca che venne alzato il grande obelisco, meridiana di Roma. Dentro la chiesa incontreremo il documento figurativo (un affresco attribuito a Giotto) che certifica l’indizione del primo Giubileo, nell’anno 1300, essendo papa Bonifacio VIII Caetani.

L’altare papale con le statue reliquiario dei Santi Pietro e Paolo, la serie monumentale in marmo degli apostoli le sculture dislocate lungo la navata principale, sono i caratteri distintivi di questo luogo. S. Giovanni in Laterano è un luogo dedicato alla gloria degli antichi papi ma anche alla penitenza, alla riflessione sulla morte di Cristo.

Ed ecco in prossimità della Basilica, sul colle Laterano, il Santuario della Scala Santa. Si tratta di una reliquia celebre perché quella scala era considerata la scala del Pretorio di Pilato, la scala che Gesù ha percorso al momento del suo giudizio e condanna.

Ogni giorno migliaia di pellegrini percorrono in ginocchio la Scala Santa fino ad accedere alla cappella dove ècustodita l’immagine antichissima di Cristo. È il “Sancta Sanctorum”, il luogo più santo del mondo, decorato con antichissimi affreschi e mosaici.

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Guarda anche la puntata precedente:

Roma 22/25 Aprile 2016 GIUBILEO DEI RAGAZZI "Crescere misericordiosi come il Padre" - Sabato 23 Confessioni in piazza e festa allo stadio (cronaca, foto e video)



A Roma è stata un'invasione colorata e festosa di migliaia di ragazzi e ragazze per il Giubileo dedicato a loro. 

Sabato mattina

Papa Francesco è sceso a sorpresa in Piazza San Pietro dove ha iniziato a confessare i ragazzi e le ragazze che partecipano al loro Giubileo. Il Papa è seduto su una sedia, vicino al colonnato, e confessa gli adolescenti, di età fra i 13 e i 16 anni. In tutto i sacerdoti mobilitati per il "confessionale" all'aperto in Piazza San Pietro e nelle zone adiacenti, per il Giubileo dei ragazzi e delle ragazze, sono 150. 

Papa Francesco è entrato in piazza San Pietro intorno alle 11.30, tra la sorpresa generale dei ragazzi, che hanno cominciato anche a scattare foto con i telefonini. Francesco, in talare bianca e con la stola viola intorno al collo, si è seduto su una semplice sedia e confessa i ragazzi all'aperto, come gli altri sacerdoti che si sono attivati in questo confessionale-extra lungo il colonnato del Bernini. 
 

Il tema dell'evento giubilare, riservato a ragazzi e ragazze dai 13 ai 16 anni (i giovani di età maggiore avranno poi il loro Giubileo a fine luglio a Cracovia con la Giornata Mondiale della Gioventù) è "Crescere Misericordiosi come il Padre". 

 

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Sabato sera 
Allo Stadio Olimpico di Roma ha avuto luogo la grande festa organizzata per il Giubileo dei ragazzi. E tra i primissimi momenti di grande emozione è arrivato il video messaggio di Papa Francesco. 



Da Rocco Hunt a Francesca Michielin, «tutti pazzi» per i selfie con Papa Francesco che si è prestato all'ormai immancabile rito dell'autoscatto con i giovani cantanti impegnati nel concerto in programma stasera allo Stadio Olimpico. «Uno dei giorni più belli della mia vita. Grazie Papa Francesco!», ha scritto su Twitter il rapper salernitano Rocco Hunt, postando - per l'appunto - un selfie con Papa Bergoglio, subito diventato virale.
Molti sono stati gli artisti protagonisti della serata: Lorenzo Fragola, Francesca Michielin, Arisa, Giovanni Caccamo, Moreno, Deborah Iurato, Shari, Dear Jack, Fuoricontrollo e Andrea D'Alessio. 

Si sono alternate testimonianze di riflessione e attenzione alla vita da parte di rappresentanti del mondo del cinema, dello sport e dell'astronomia.


Il maggiore Luca Parmitano durante la festa dei ragazzi all'Olimpico a raccontare la sua esperienza di astronauta: assieme a Letizia Davoli si è collegato con Houston dove c'è l'astronauta Paolo Nespoli.
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Il regista Gianfranco Rosi sul palco dell'Olimpico ha parlato del suo film Fuocoammare, premiato con l'Orso d'oro per il miglior film al Festival di Berlino.
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Domenica il Giubileo dei ragazzi è proseguito con la Messa con Papa Francesco alle 10.30 in piazza San Pietro e con la visita alle tende della Misericordia allestite in 7 piazze del centro storico di Roma per raccontare ai pellegrini e ai cittadini di Roma testimonianze di opere di misericordia spirituale e corporale. 

domenica 24 aprile 2016

Preghiera dei Fedeli - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto (ME) - V Domenica Quaresima / C





Fraternità Carmelitana 
di Pozzo di Gotto (ME)





Preghiera dei Fedeli