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domenica 7 settembre 2014

"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 40/2013-2014 (A) di Santino Coppolino


'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino



Vangelo: 
Mt 18,15-20





I piccoli ("oi' microi" - 18,6.10.14) cioè gli ultimi, gli emarginati, coloro che non contano niente, sono sempre nel cuore di Gesù perché essi abitano stabilmente nel cuore del Padre, soggetti privilegiati del suo Amore senza fine, gratuito e liberante. Gesù li pone "al centro"(18,2), in mezzo ai suoi discepoli, in quanto sono i più deboli e i più fragili nella fede, per questo - come perle preziose - invita la Chiesa a metterli al primo posto nel suo impegno pastorale. E se qualcuno di essi sbaglia, fallisce la sua vita, si lascia abbagliare dalle suggestioni del peccato, il Signore Gesù esorta, anzi comanda alla sua comunità di farsi carico di ognuno, di mettersi alla loro ricerca, di farsi loro compagna di viaggio, di accoglierli con le loro fragilità, con i loro limiti, senza giudicarli, sempre assolvendo e perdonando. Senza una accoglienza incondizionata non può esserci correzione fraterna, ma solo maldicenza e durezza di cuore. Una comunità cristiana può dirsi evangelicamente matura nella misura in cui diviene capace di esercitare la correzione fraterna. Solo se ci sentiamo accolti e nella misura in cui ci sentiamo accolti, siamo disposti ad accettare di essere corretti, "convinti" (non"ammoniti" -trad.CEI), senza avvertire tutto questo come un'aggressione. Alla Chiesa è affidata la stessa responsabilità data a Pietro (16,16), che è la medesima del suo Signore, quella cioè di prendersi cura di ogni fratello, di non arrendersi mai, neanche di fronte al rifiuto più ostinato, nemmeno quando il fratello sembra refrattario ad ogni correzione. E quando ogni speranza sembra svanire, quando il fratello sembra perduto "insalvabilmente" (Lc 15,13), allora "egli sia per te come il pagano e l'esattore delle tasse": non da allontanare, non da emarginare, ma da amare ancora di più, da evangelizzare nuovamente, un fratello per il quale pregare (18,19). Chissà che il Padre, ascoltando la sinfonia (18,19) d'amore dei suoi figli, non conceda loro la grazia richiesta, l'unica che sicuramente le sarà accordata: la salvezza del fratello. Perché il Signore Dio "non gode della morte del malvagio, ma che il malvagio si converta dalla sua malvagità e viva" (Ez 33,11).



sabato 6 settembre 2014

Non chiudere la porta all’altro. Mai - Prepararsi alla domenica (XXIII del T.O.) di Antonio Savone


Non chiudere la porta all’altro. Mai

Prepararsi alla domenica
(XXIII del T.O.)
di Antonio Savone



Una di quelle pagine, quella odierna, che mette sotto osservazione le nostre relazioni troppo spesso vissute entro criteri giuridici che stabiliscono il “fino a dove”, per scoprire, invece, l’illimitato di Dio, l’ostinato di Dio, la spregiudicatezza di Dio. E per scoprire – perché no? – l’inedito della fraternità.

Deve aver scandalizzato non poco la spregiudicatezza di Gesù nell’intessere relazioni con soggetti poco raccomandabili quali potevano essere all’epoca pubblicani e prostitute se la comunità di Matteo ha sentito quasi il bisogno di mitigare quella prassi inserendo nelle relazioni tra fratelli tradizioni più di tipo giudaico che cristiano.

Davvero una pagina da leggere – come direbbe Francesco – sine glossa, non sottomettendola a griglie interpretative ma accostandola tenendo sullo sfondo la prassi di Gesù sempre a fianco di chi era escluso dall’istituzione o comunque espulso dall’ambito sociale o religioso. Se una accusa verrà rivolta a Gesù sarà proprio quella di aver vissuto con non poca liberalità – con spregiudicatezza, oseremmo dire – un certo rapporto preferenziale con pubblicani e peccatori.

Di nuovo siamo chiamati a vibrare al ritmo stesso del cuore di Dio, mai rassegnato alla perdita di uno solo dei suoi piccoli. Anche a costo di lasciare le novantanove pecore nel deserto (come attesta abbondantemente il brano immediatamente precedente).

Tuo compito non è allestire dei processi ma stabilire legami, offrire opportunità, lanciare occasioni, intessere rapporti. Il legame che riesci a stabilire con qualcuno ha una tale valenza da essere assunto da Gesù a sacramento della sua presenza in mezzo a noi. Così importante il vincolo di fraternità, di amicizia e di amore tra gli uomini da rendere presente fra loro il Signore. E mi sorprendo a pensare a quella immensa sacramentalità presente nelle nostre relazioni quando si aprono all’esperienza del senza misura: a contatto con Dio molto più spesso di quanto crediamo.

Dopo aver tentato tutte le vie del dialogo nei confronti di chi dovesse deviare, amarlo con quell’amore che aveva spinto il pastore a mettersi in cerca della pecora smarrita e con quell’amore che spingerà il padre della parabola di Lc 15 a non intentare processi ma a ritessere una comunione infranta. Gratuitamente, senza attendersi neanche propositi di conversione. In pura perdita. Per amore.

Giungere a ritenere l’altro come un pagano e un pubblicano è stato fin troppo inteso come criterio di espulsione dell’altro dalla propria vita. Ma questo non è affatto in linea con lo stile di Gesù. Quel sia per te come un pagano e un pubblicano significa piuttosto cercare una via di misericordia quale unico percorso per giungere al cuore dell’altro. Proprio come ha continuato a fare il Signore Gesù.

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«Cosa ci porta il Vangelo? Gioia e novità» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano



5 settembre 2014 
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 


Papa Francesco:
“Lo stile del Vangelo è nuovo, attuale”

Nessuna paura di cambiare le cose secondo la legge del Vangelo: «La Chiesa chiede a tutti noi alcuni cambiamenti. Ci chiede di lasciare da parte le strutture caduche; non servono». Spazio invece alla «legge delle beatitudini», alla «gioia» e alla «libertà che ci porta la novità del Vangelo». Lo ha affermato Papa Francesco durante la messa celebrata venerdì mattina, 5 settembre, nella cappella della Casa Santa Marta.

Per la sua meditazione il Papa ha preso spunto dal passo evangelico di Luca (5, 33-39), proposto dalla liturgia. «Questi scribi, questi farisei — ha detto — hanno voluto mettere Gesù in difficoltà e farlo cadere in trappola». Ricordandogli che Giovanni e i suoi discepoli digiunano, gli pongono una domanda: «Ma tu che sei tanto amico di Giovanni, e i tuoi discepoli che sono amici, che sembrano essere i giusti, perché non fate lo stesso?». Interrogativo al quale «Gesù risponde parlando di due cose: ci parla di festa e ci parla di novità».

Anzitutto, ha spiegato il Pontefice, «ci parla di festa, festa sponsale, e dice: ma noi siamo in tempo di festa! C’è qualcosa di nuovo qui, c’è una festa! Qualcosa che è caduto e qualcosa che viene rinnovata, fatta nuova». Ed è «curioso», ha fatto notare il Papa, che Gesù «alla fine prenda l’immagine del vino», tanto che «quando si legge questo brano non si può non collegare questa festa sponsale al vino nuovo di Cana». In fondo «è tutto un simbolo», che «ci parla di novità». Soprattutto quando Gesù dice: «Il vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi». Dunque «a vini nuovi, otri nuovi». Ecco «la novità del Vangelo». Del resto, si è chiesto Francesco, «cosa ci porta il Vangelo? Gioia e novità».
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venerdì 5 settembre 2014

"Cari studenti non rassegnatevi alla stanchezza" di Alessandro D'Avenia


Cari studenti non rassegnatevi alla stanchezza

di 

Alessandro D'Avenia




La società della stanchezza. Così un filosofo ha definito il nostro tempo. Una cultura costruita attorno alla prestazione inevitabilmente porta all’esaurimento del desiderio, della gioia di vivere, del tempo buono e paziente da dedicare alle relazioni, che invece si riducono a controllo, manipolazione, soggezione. 

La conseguenza è il logorio del corpo e dello spirito. Questo comincia con i bambini del nostro tempo, che un libro definisce «competenti»: quando stanno ancora imparando a camminare è pronto uno zaino di prestazioni che li schiaccerà, dal momento che la loro esperienza e vita emotiva non è capace di sostenerne il peso e usarne il contenuto di per sé valido. Bisognerebbe invece giocare con loro, guardarli giocare, lasciarli crescere al ritmo della vita. 

La stanchezza riguarda a pieno titolo la scuola. Vedo tanta stanchezza in tutte le componenti della relazione educativa: stanchi gli insegnanti, stanchi i genitori, stanchi gli studenti, ancora prima di cominciare. E a chi è stanco non rimane spesso che lamentarsi, recriminare, incolpare, abbandonare la tensione e la tenzone. La relazione educativa ridotta a prestazione perde l’ampiezza della sua essenza: portare i soggetti in gioco al possesso di sé, al desiderio di trascendersi, all’apertura al mondo, al perfezionamento reciproco grazie allo scambio gratuito (e non mercenario) di bene che ogni persona porta. 

Cosa mi auguro allora per l’anno scolastico incipiente? Un po’ meno di stanchezza per tutti. Ma come ritrovare, ciascuno nel suo ruolo (insegnanti, genitori, ragazzi), una rinnovata gioia di vivere le ore scolastiche, nonostante fatica, fallimenti, difficoltà (più acute in contesti scolastici «periferici»)? 

La strada da imboccare, non la soluzione (tutta da costruire strada facendo, altrimenti diventa un’altra prestazione), me la suggeriscono le tante lettere di ragazzi che ricevo. Scelgo due esempi rappresentativi, uno al femminile e uno al maschile. 

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Dal blog di Alessandro D'Avenia:
Ciò che va nutrito, al di là delle prestazioni… 
Un video che riassume l’articolo. Tratto da un film imperdibile.


giovedì 4 settembre 2014

«La forza della parola di Dio» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano


4 settembre 2014 
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
“i nostri peccati ci fanno incontrare Gesù”

«Di quali cose si può vantare un cristiano? Due cose: dei propri peccati e di Cristo crocifisso». E una sola conta veramente: l’incontro con Cristo che cambia la vita dei cristiani “tiepidi” e trasforma il volto di parrocchie e comunità “decadenti”. È questa l’indicazione suggerita da Papa Francesco durante la messa celebrata giovedì 4 settembre, nella cappella della Casa Santa Marta.

A ispirare le parole del Pontefice è stata anzitutto la prima lettura della liturgia, tratta dalla prima Lettera di san Paolo ai corinzi (3, 18-23). L’apostolo, ha spiegato il Papa, «in questi brani che abbiamo letto nelle liturgie di questi giorni scorsi, parla della forza della parola di Dio». Di più, ha aggiunto, «possiamo dire» che «fa come una teologia della parola di Dio». E finisce con questa riflessione: «Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio».

In pratica, ha affermato il Pontefice, «Paolo ci dice che la forza della parola di Dio, quella che cambia il cuore, che cambia il mondo, che ci dà speranza, che ci dà vita, non è nella sapienza umana». Quindi «non è in un bel parlare e un bel dire le cose con intelligenza umana. No, quella è stoltezza». Invece «la forza della parola di Dio viene da un’altra parte». Certamente «passa anche per il cuore del predicatore». Ed è per questo che Paolo raccomanda a quanto predicano la parola di Dio: «Fatevi stolti». Li avverte di non mettere la propria sicurezza «nella sapienza del mondo». Quindi, prosegue l’apostolo, «nessuno ponga il suo vanto negli uomini».

A questo punto viene da chiedersi «dov’è la sicurezza di Paolo, dove lui trova la radice della sua sicurezza». Del resto, ha fatto notare il Papa, «anche lui aveva studiato con i professori più importanti del tempo». Eppure non se ne vantava. Piuttosto «si vantava soltanto di due cose, e queste cose delle quali si vantava Paolo, sono proprio il posto dove la parola di Dio può venire ed essere forte». Infatti egli dice di se stesso: «Io soltanto mi vanto dei miei peccati». Parole che scandalizzano, ha commentato il Pontefice. E poi, ha aggiunto, «in un altro brano, dice: Io soltanto mi vanto in Cristo e in questo Crocifisso». Dunque «la forza della parola di Dio è in quell’incontro tra i miei peccati e il sangue di Cristo che mi salva. E quando non c’è quell’incontro, non c’è forza nel cuore». Se finiamo per dimenticare questo — ha avvertito il Pontefice — «diventiamo mondani, vogliamo parlare delle cose di Dio con linguaggio umano, e non serve», perché «non dà vita».

È decisivo allora «l’incontro tra i miei peccati e Cristo». E ciò che avviene quando, nel passo del Vangelo di Luca (5, 1-11), Gesù dice a Simone di prendere il largo e di gettare le reti per la pesca. E Pietro, ha notato Francesco, gli risponde: «Ma abbiamo fatto tutta la notte e non abbiamo preso niente... Ma sulla tua parola le getterò». E così, ha proseguito, avviene «quella pesca miracolosa».

Di fronte a questo fatto «cosa pensa Pietro?», si è chiesto il vescovo di Roma. La sua reazione non è di soddisfazione per l’insperato esito della pesca o per il futuro guadagno. Egli — ha spiegato il Papa — «soltanto vede Cristo, vede la sua forza e vede se stesso». Così si inginocchia ai piedi di Gesù dicendo: «Signore, allontanati da me perché sono un peccatore».

Per Pietro avviene dunque «questo incontro con Gesù Cristo», l’incontro tra i suoi peccati e la forza del Signore che salva. In tale situazione, ha evidenziato il Pontefice, «il segno della salvezza è stato il miracolo della pesca; il luogo privilegiato per l’incontro con Gesù Cristo sono i propri peccati».

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Leggi tutto: Messa a Santa Marta - Perché vantarsi dei peccati

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Papa Francesco UDIENZA GENERALE 3 settembre 2014 - foto, testo e video


 3 settembre 2014 

Folla delle grandi occasioni per la prima udienza di papa Francesco dopo la sosta estiva. Oltre cinquantamila persone hanno riempito piazza San Pietro, e c’erano fedeli anche all’esterno, oltre i “confini” fra la Citta del Vaticano e lo Stato italiano. Papa Francesco si è spinto fino a loro, per salutarli, sulla jeep scoperta. Nei giorni scorsi la Prefettura della Casa Pontificia aveva distribuito più di ventimila biglietti per questa prima udienza settembrina. 


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Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

Nelle precedenti catechesi abbiamo avuto modo di rimarcare più volte che non si diventa cristiani da sé, cioè con le proprie forze, in modo autonomo, neppure si diventa cristiani in laboratorio, ma si viene generati e fatti crescere nella fede all’interno di quel grande corpo che è la Chiesa. In questo senso la Chiesa è davvero madre, la nostra madre Chiesa - è bello dirlo così: la nostra madre Chiesa - una madre che ci dà vita in Cristo e che ci fa vivere con tutti gli altri fratelli nella comunione dello Spirito Santo.

In questa sua maternità, la Chiesa ha come modello la Vergine Maria, il modello più bello e più alto che ci possa essere.
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Affidiamoci allora a Maria, perché Lei come madre del nostro fratello primogenito, Gesù, ci insegni ad avere il suo stesso spirito materno nei confronti dei nostri fratelli, con la capacità sincera di accogliere, di perdonare, di dare forza e di infondere fiducia e speranza. È questo quello che fa una mamma.
Guarda il video della catechesi

Saluti
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Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dall’Iraq. La chiesa è Madre e, come tutte le madri, sa accompagnare il figlio bisognoso, sollevare il figlio caduto, curare il malato, cercare il perduto e scuotere quello addormentato e anche difendere i figli indifesi e perseguitati. Oggi vorrei assicurare, specialmente a questi ultimi, cioè gli indifesi e perseguitati, la vicinanza: siete nel cuore della Chiesa; la Chiesa soffre con voi ed è fiera di voi, fiera di avere figli come voi; siete la sua forza e la testimonianza concreta e autentica del suo messaggio di salvezza, di perdono e di amore. Vi abbraccio tutti, tutti! Il Signore vi benedica e vi protegga sempre!
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* * *

Desidero unirmi ai recenti interventi del Vescovo di Terni-Narni-Amelia, ed esprimo la mia profonda preoccupazione per la grave situazione che stanno vivendo tante famiglie di Terni a motivo dei progetti della ditta Thyssenkrupp. Ancora una volta rivolgo un accorato appello, affinché non prevalga la logica del profitto, ma quella della solidarietà e della giustizia. Al centro di ogni questione, anche di quella lavorativa, va sempre posta la persona e la sua dignità! Col lavoro non si gioca! E chi, per motivi di denaro, di affari, di guadagnare di più, toglie il lavoro, sappia che toglie la dignità alle persone.

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Saluto infine i giovani, i malati e gli sposi novelli. Cari giovani... tornando dopo le vacanze alle consuete attività quotidiane, riprendete anche il ritmo regolare del vostro intimo dialogo con Dio, diffondendo la sua luce attorno a voi. Voi, cari malati, trovate sostegno nel Signore Gesù, che continua la sua opera di redenzione nella vita di ogni uomo. E voi, cari sposi novelli, - voi siete i coraggiosi, vi dico, perché bisogna avere coraggio per sposarsi oggi; questi sono i coraggiosi - sforzatevi di mantenere un contatto vivo con Dio, affinché il vostro amore sia sempre più vero e duraturo.


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mercoledì 3 settembre 2014

"Pace, le Chiese in prima linea" di Enzo Bianchi

​Non potevamo certo immaginare che l’incontro di Bose «Beati i pacifici» avrebbe avuto luogo in giorni abitati da rumori di guerra ed efferatezze talmente intensi, diffusi e ripetuti da prefigurare una terza guerra mondiale già in atto, anche se «a pezzi», a puntate, come lucidamente denunciato da papa Francesco.

Sì, l’annuncio della beatitudine evangelica per quanti agiscono per la pace – «Beati coloro che si adoperano per la pace» – spesso ripetuta nella Divina Liturgia ortodossa, non solo continua a interpellare la coscienza di ciascuno e la prassi delle Chiese, ma è chiamato con urgenza a tradursi in prassi capace di rimuovere ostacoli grandi come montagne, di ricreare condizioni di umanità e di giustizia tali da poter far regnare quel minimo di non belligeranza che è preludio alla pace, tra i popoli e nel cuore delle persone. 

Il ritrovarsi fraterno di vescovi e studiosi, di monaci e monache, di uomini e donne provenienti da confessioni cristiane e nazioni diverse – accomunati dal desiderio di restare fedeli al Vangelo e al suo messaggio di pace – costituisce un appello alle Chiese a essere fermento di riconciliazione nell’oggi della storia. La speranza della pace annunciata in Cristo, infatti, non è un’utopia inefficace di fronte alla logica del potere e del conflitto, bensì un evento nella storia, che s’incarna ogniqualvolta semplici uomini e donne decidono di agire come «operatori di pace».

Ora, il tema della pace, intrinsecamente legato al Vangelo proclamato e vissuto, è un impegno di sempre: sull’annuncio della pace la Chiesa decide della sua fedeltà al Signore Gesù, il cui nome è pace. Tutto il Nuovo Testamento insiste che Gesù Cristo è la nostra pace, egli è colui che è venuto a proclamare la pace ai lontani e ai vicini. Lo stesso Vangelo viene chiamato nella lettera agli Efesini «la buona notizia della pace»: per questo la pace è il dono per eccellenza del Risorto.

Ma «fare la pace», oggi come sempre, è un’azione a caro prezzo: mai rispondere al male con il male, ma cercare sempre di replicare con il bene, può comportare anche di perdere la propria condizione di pace. 

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Visita la pagina XXII Convegno Ecumenico Internazionale di spiritualità ortodossa “BEATI I PACIFICI” (Mt 5,9) Monastero di Bose, mercoledì 3 - sabato 6 settembre 2014 in collaborazione con le Chiese Ortodosse


OREUNDICI - IL QUADERNO DI SETTEMBRE 2014 LA PACE CHE ANCORA NON C'E' - L'EDITORIALE di Mario De Maio - LA SCOPERTA DELL’AMORE NEL DOLORE di Arturo Paoli


OREUNDICI

IL QUADERNO DI SETTEMBRE 2014



LA PACE CHE ANCORA NON C'E'



L'EDITORIALE 
di Mario De Maio

Ogni giorno la televisione e le prime pagine dei giornali ci sommergono con immagini di morte provenienti dai diversi scenari di guerra. È terribile vedere quanto dolore e quanta sofferenza abbiamo vicino a casa nostra. Cosa fare? È la domanda che ci viene spontanea, a cui però la risposta è di smarrimento e di grande impotenza. Il tema della “pace” a cui dedichiamo questo quaderno è un tema antico, un tema che percorre tutti i libri del vecchio e del nuovo testamento. È una dimensione soprattutto dell’animo umano che ha mille sfaccettature. Siamo colpiti dalle guerre ma in realtà siamo avvolti in un universo morbido di violenza. Vi è una violenza strutturale nelle nostre istituzioni dove non vi è giustizia e spazio per una pacifica convivenza. Vi è violenza sulle nostre strade dove ogni giorno non si contano più le vittime. Vi è violenza nelle nostre relazioni, personali e sociali, nella politica, nel lavoro, nelle scuole. Eppure questo termine...
Leggi tutto: L'EDITORIALE di Mario De Maio


LA SCOPERTA DELL’AMORE NEL DOLORE
una sicurezza profonda, un perno solido e inalienabile
di Arturo Paoli

Introduciamo questo quaderno dedicato alla “pace che cerchiamo” con uno scritto di Arturo Paoli di commento alla parabola del samaritano. Il testo è tratto dall’introduzione al libro Il difficile amore. Un uomo scendeva (Cittadella editrice, 2008). Il senso della parabola del samaritano è stupendo. Un uomo perde i sensi in un’imboscata, si risveglia come avviluppato in una storia d’amore: scoprirà che qualcuno lo ha curato, lo ha portato all’albergo, ha pagato per lui. Non poteva essere amato di più. Questa scoperta è capace di ricostruirlo dal fondo, di dargli la forza di alzarsi e di ricominciare la vita. Nel momento dell’abisso, del buio, della perdita di tutto, lì trova l’amore. «D’amore eterno ti ho amato; perciò ti ho conservato la mia pietà» (Ger 31,3). La nuova storia dell’uomo ritornato alla vita comincia da lì, dalla scoperta di essere stato «comprato», salvato dall’amore. È un’e-sperienza che ognuno di noi deve fare. Mi pare che molti passino tutta la vita attenti alla definizione di Dio, attenti a «chi è Dio», senza arrivare a scoprire «che cosa è Dio», cioè a conoscere e sentire che Dio è Amore. Quando una persona lo scopre in una avventura di dolore – in un risveglio improvviso che pare molto simile a quello del nostro uomo, in una stanza d’albergo nudo, senza soldi, senza sangue – si sentirà come un fiume che ha trovato il suo letto, una pianta nella sua terra, un uomo nella sua patria, in casa sua fra le persone che gli vogliono bene...

Dare voce
al dolore altrui
è premessa
di ogni futura politica
di pace

Carlo Maria Martini
(27 agosto 2003)


martedì 2 settembre 2014

Don Ciotti: uno di noi!!!

-Le minacce di Totò Riina dal carcere sono molto significative. Non sono infatti rivoltesolo a Luigi Ciotti, ma a tutte le persone che in vent'anni di Libera sisono impegnate per la giustizia e la dignità del nostro Paese. Cittadini a tempo pieno, non a intermittenza.

-Solo un "noi" - non mi stancherò di dirlo - può opporsi alle mafie e alla corruzione. Libera è cosciente dei suoi limiti, dei suoi errori, delle sue fragilità, per questo ha sempre creduto nel fare insieme, creduto che in tanti possiamo fare quello che da soli è impossibile.
-Le mafie sanno fiutare il pericolo. Sentono che l'insidia, oltre che dalle forze di polizia e da gran parte della magistratura, viene dalla ribellione delle coscienze, dalle comunità che rialzano la testa e non accettano più il fatalismo, la sottomissione, il silenzio. 
-Queste minacce sono la prova che questo impegno è incisivo, graffiante, gli toglie la terra da sotto i piedi. 
...











«Putissimo pure ammazzarlo», impreca durante l’ora d’aria Totò Riina, il capo dei capi, con il compagno di socialità Alberto Lorusso. Non sa di essere intercettato. E non sa che il suo pensiero, le sue minacce, sono la riprova inconfutabile che la Chiesa è uno dei principali nemici della mafia. Riina vorrebbe morto don Luigi Ciotti, fondatore e instancabile animatore di Libera. Lo accosta a don Pino Puglisi, e non è un caso.
...
Quella di Puglisi è la Chiesa che “interferisce”, per usare un’espressione cara a don Ciotti.
Non sorprende l’analogia tra don Puglisi e il fondatore e animatore di Libera. «Per me», ha commentato a caldo dopo la notizia delle minacce di Riina, «l’impegno contro la mafia è da sempre un atto di fedeltà al Vangelo, alla sua denuncia delle ingiustizie, della violenza, al suo stare dalla parte delle vittime, dei poveri, degli esclusi».
Lo aveva ripetuto anche a papa Francesco, durante la Giornata della memoria e dell’impegno del 21 marzo scorso celebrata nella parrocchia romana di San Gregorio, dedicata alle vittime di tutte le mafie. E quell’incontro era rimasto ben presente nella memoria del Pontefice, quando in Calabria levò la sua voce contro i mafiosi, scomunicandoli e invitandoli a convertirsi.
Le parole di Riina sono anche una provocazione a riflettere e ad agire. Sono il segnale che l’azione evangelica, ecclesiale e sociale contro le mafie funziona e dà i suoi frutti, ma che tutti dobbiamo proseguire nell’impegno tracciato dal sacerdote. La reazione del boss dà ragione al procuratore di Palermo della stagione delle stragi mafiose Nino Caponnetto, che diceva che «la mafia alla lunga ha più paura della scuola che della polizia».
Le mafie, per don Ciotti, «sanno fiutare il pericolo, sentono che l’insidia, oltre che dalle Forze di polizia e da gran parte della magistratura, viene dalla ribellione delle coscienze». Per questo rafforzare la scorta a questo sacerdote che porta avanti l’intransigenza etica del Vangelo non basta. Servono leggi contro la corruzione, servono norme più rapide sulla confisca dei beni mafiosi. E serve soprattutto un moto collettivo delle coscienze per far capire alla mafia che don Ciotti non è solo, è uno di noi.










Vedi anche i nostri precedenti post:


«L'Identità cristiana: parlare la lingua dello Spirito» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano

2 settembre 2014 
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 


Papa Francesco:
“Signore donaci l'identità cristiana”


È lo Spirito Santo a dare «l’identità» al cristiano. Perciò — ha detto Papa Francesco all’omelia della messa celebrata martedì 2 settembre a Santa Marta — «tu puoi avere cinque lauree in teologia, ma non avere lo Spirito di Dio». E «forse tu sarai un gran teologo, ma non sei un cristiano», proprio «perché non hai lo Spirito di Dio».

Così, ha fatto notare, «tante volte noi troviamo, fra i nostri fedeli, vecchiette semplici che forse non hanno finito le elementari, ma che ti parlano delle cose meglio di un teologo, perché hanno lo Spirito di Cristo». E ha indicato l’esempio di san Paolo, che per le sue efficaci predicazioni non possedeva particolari referenze accademiche — non aveva seguito corsi di «sapienza umana alla Lateranense o alla Gregoriana» ha detto — ma parlava assecondando lo Spirito di Dio.
...
«L’identità propria di Gesù è l’essere unto» ha ribadito il Pontefice. Egli è «il Figlio di Dio unto e inviato, mandato a portare la salvezza, a portare la libertà». Dunque «questa è l’identità di Gesù e per questo la gente diceva: “Quest’uomo ha una autorità speciale, che non hanno i dottori della legge che ci insegnano”». Ma, ha aggiunto il Papa, «alcuni si scandalizzavano di questa modalità di Gesù, di questo stile di Gesù».
Ecco allora che «la libertà, l’identità di Gesù, è proprio l’unzione dello Spirito Santo». E noi, ha esortato Francesco, possiamo domandarci quale sia la nostra identità di cristiani». 
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Il Pontefice ha ricordato, riferendosi ancora alla lettera di san Paolo, che «l’uomo mosso dallo Spirito, invece, giudica ogni cosa: è libero, senza poter essere giudicato da nessuno». Infatti, ha aggiunto citando sempre le parole dell’apostolo, «chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore? Ora noi abbiamo il pensiero del Cristo e cioè lo Spirito di Cristo». E appunto «questa è l’identità cristiana: non avere lo spirito del mondo, quel modo di pensare, quel modo di giudicare».

In definitiva «quello che dà autorità, quello che dà identità è lo Spirito Santo, l’unzione dello Spirito Santo». Per questo, secondo il Papa, «il popolo non amava quei predicatori, quei dottori della legge, perché parlavano davvero di teologia, ma non arrivavano al cuore, non davano libertà, non erano capaci di far in modo che il popolo trovasse la propria identità, perché non erano unti dallo Spirito Santo». Invece, ha precisato, «l’autorità di Gesù — e l’autorità del cristiano — viene proprio da questa capacità di capire le cose dello Spirito, di parlare la lingua dello Spirito; viene da questa unzione dello Spirito Santo».

Papa Francesco ha concluso pregando il Signore di donarci «l’identità cristiana, quella che tu avevi: donaci il tuo Spirito; donaci il tuo modo di pensare, di sentire, di parlare: cioè, Signore donaci l’unzione dello Spirito Santo».

Leggi tutto: Messa a Santa Marta - Le vecchiette e il teologo

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LA VIGNA DI NABOT IERI COME I TERRITORI PALESTINESI OCCUPATI OGGI di Giuliana Martirani



LA VIGNA DI NABOT IERI 
COME I TERRITORI PALESTINESI OCCUPATI OGGI 

di Giuliana Martirani



LA VIGNA DI NABOT IERI (I Re 21, 1-29)

“Nabot di Isreel possedeva una vigna vicino al palazzo di Acab re di Samaria. Acab disse a Nabot: “Cedimi la tua vigna; siccome è vicina alla mia casa, ne farei un orto. In cambio ti darò una vigna migliore oppure, se preferisci te la pagherò in denaro al prezzo che vale”. Nabot rispose ad Acab: “Mi guardi il Signore dal cederti l’eredità dei miei padri”... Allora sua moglie Gezabele gli disse...: “Te la darò io la vigna di Nabot di Isreel.
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Il Signore disse a Elia il Tisbita “Hai visto come Acab si è uminilatio davanti a me? Poiché si è umiliato davanti a me non farò piombare la sciagura durante la sua vita, ma la farò scendere sulla sua casa durante la vita del figlio”.

LA VIGNA DI NABOT OGGI
“I Palestinesi possedevano i loro territori all’interno dei territori asseganti a Israele dopo la seconda guerra mondiale dai vincitori perché potessero ritornare nelle loro terre dopo la Shoah e dopo la secolare diaspora che li aveva visti sparpagliati per il mondo. 
Gli Israeliani, dopo la guerra di sei giorni e ancor più dopo le grandi emigrazioni di ebrei, successive alla caduta dell’impero sovietico nel 1989, che si insediarono sui territori palestinesi come coloni, dissero ai Palestinesi: “Cedeteci i vostri territori; siccome sono vicini alla nostra nazione, ne faremo orti per la produzione di ortaggi da vendere ai supermercati europei. In cambio vi sposteremo su altri territori oppure, se preferite ve li pagheremo in denaro al prezzo che valgono”. I Palestinesi risposero agli Israeliani: “Ci guardi il Signore dal cedervi le terre che abbiamo ereditato dai nostri padri, già troppi palestinesi sono esiliati e rifugiati in giro per il mondo”... 
Allora le diplomazie occidentali a cominciare dalle grandi e ricche lobby americane dissero a Israele...: “Ve li daremo noi i territori palestinesi occupati dai vostri coloni, a cominciare da quelli di Hebron...
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Il Signore disse agli amanti della pace e della giustizia che stavano accompagnando il dramma palestinese: ”Hai visto come il governo israeliano si è umiliato davanti a me? Poiché si è umiliato davanti a me non farò piombare la sciagura durante tutta la sua vita, ma non posso evitare che l’odio e la violenza ancora perdurino durante questa stessa generazione”.




lunedì 1 settembre 2014

«Com'è la parola di Dio?» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano

1 settembre 2014 
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 


Papa Francesco:
“Come ricevo la Parola di Dio?”

«Gesù è presente nella parola di Dio e ci parla». Ecco perché «la parola di Dio è diversa anche dalla più alta parola umana». E noi dobbiamo accostarci a essa «con il cuore aperto delle beatitudini e con umiltà». Per questo Papa Francesco ha riproposto il suggerimento di portare sempre con sé una piccola edizione tascabile del Vangelo per leggerlo quando è possibile e «trovare» così Gesù. Lo ha ribadito nella messa celebrata lunedì 1° settembre, nella cappella della Casa Santa Marta.

Riprendendo le celebrazioni eucaristiche del mattino aperte a gruppi di fedeli — dopo il periodo di sospensione a luglio e ad agosto — il Pontefice ha svolto una riflessione sulla parola di Dio incentrata sulle due letture proposte dalla liturgia, tratte rispettivamente dalla prima Lettera di san Paolo ai corinzi (2, 1-5) e dal Vangelo di Luca (4, 16-30).
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In sostanza, ha proseguito il Pontefice, l’apostolo ricorda che «la parola di Dio è una cosa diversa, una cosa che non è uguale a una parola umana, a una parola sapiente, a una parola scientifica, a una parola filosofica». La parola di Dio, infatti, «è un’altra cosa, viene in un altro modo»: è «diversa» perché «così parla Dio».

Lo conferma Luca nel passo evangelico che racconta di Gesù nella sinagoga di Nazareth, «dove era cresciuto» e dove tutti «lo conoscevano da ragazzino». In quel contesto, ha spiegato il Papa, egli «incominciò a parlare e la gente lo sentiva», commentando: «Ma che interessante!». Poi «davano testimonianza: erano meravigliati delle parole che diceva». E tra di loro osservavano: «Ma guardalo, questo! Che bravo, questo ragazzino che noi conosciamo, com'è diventato bravo! Ma dove avrà studiato, questo?».
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E allora, si è chiesto Francesco, «com'è la parola di Dio?». 
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Omelia di P. Gregorio Battaglia (video)

Omelia di P. Gregorio Battaglia

XXII Domenica del Tempo Ordinario
31.08.2014


Fraternità Carmelitana
di Pozzo di Pozzo di Gotto


Il Vangelo di questa domenica, la XXII del Tempo Ordinario, è in un certo senso continuazione di quello della domenica scorsa... Come in tutte le cose c'è il momento iniziale di un grande entusiasmo e poi c'è il momento in cui le cose assumono la loro pesantezza, la loro chiarezza, nel Vangelo che abbiamo ascoltato Gesù si preoccupa di spiegare ai discepoli... che deve andare, c'è proprio la sottolineatura di questo dovere, "deve andare a Gerusalemme, deve soffrire molto da parte degli anziani e dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno." ed è questo il momento in cui noi proviamo smarrimento e quasi senso di vertigine...
Dall'entusiasmo al senso di smarrimento, è la nostra vita cristiana...

Come Pietro non è che abbiamo capito tanto  cosa significa essere discepoli suoi, ma, come Pietro vogliamo stare dietro a Lui, questo è sicuro, se noi veniamo settimanalmente in chiesa per ascoltare la sua Parola e per accostarci all'altare è perché senza di Lui non sappiamo dove andare e Lui, con pazienza, cercherà di spiegarci le cose piano, piano finché noi ci apriremo e scopriremo che l'incontro con Lui è davvero per noi pienezza, bellezza, fonte di quel coraggio che ci porta ogni giorno a saper prendere quella croce e camminare dietro di Lui.

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Angelus del 31 agosto 2014 - Testo e video


 31 agosto 2014 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nell’itinerario domenicale con il Vangelo di Matteo, arriviamo oggi al punto cruciale in cui Gesù, dopo aver verificato che Pietro e gli altri undici avevano creduto in Lui come Messia e Figlio di Dio, «cominciò a spiegare [loro] che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto … , venire ucciso e risorgere il terzo giorno» (16,21). E’ un momento critico in cui emerge il contrasto tra il modo di pensare di Gesù e quello dei discepoli. Pietro addirittura si sente in dovere di rimproverare il Maestro, perché non può attribuire al Messia una fine così ignobile. Allora Gesù, a sua volta, rimprovera duramente Pietro, lo rimette “in riga”, perché non pensa «secondo Dio, ma secondo gli uomini» (v. 23) e senza accorgersene fa la parte di satana, il tentatore.

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Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

domani, in Italia, si celebra la Giornata per la custodia del creato, promossa dalla Conferenza Episcopale. Il tema di quest’anno è molto importante: «Educare alla custodia del creato, per la salute dei nostri paesi e delle nostre città». Auspico che si rafforzi l’impegno di tutti, istituzioni, associazioni e cittadini, affinché sia salvaguardata la vita e la salute delle persone anche rispettando l’ambiente e la natura.
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Vi auguro una buona domenica, vi chiedo di pregare per me, e buon pranzo. Arrivederci!


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